Il pugile avanza verso il quadrato con in sottofondo la canzone d’ingresso che
si è scelto, i cannoni sparano il fumo artificiale e il ring announcer urla il
nome, caricando gli spettatori. Non siamo ai livelli di show delle serate a Las
Vegas, al Madison Square Garden o a Riad, però, come cornice, è comunque
superiore a molte riunioni italiane. E non stiamo parlando di pugilato
professionistico e nemmeno di quello olimpico: questo è il White Collar Boxing,
sì, la boxe dei colletti bianchi, che nasce a New York (alla Gleason’s Gym con
Bruce Silverglade) ma oggi ha una diffusione capillare in tutta la Gran
Bretagna. Non c’è città in Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles dove non ci sia
un’organizzazione che metta in piedi serate di questo tipo, in cui lo scopo
finale è la beneficenza.
Un appassionato di boxe, che nella vita fa tutt’altro, si iscrive a una serata
di White Collar Boxing, si allena in una palestra per alcune settimane con
allenatori e sparring partner e poi finalmente combatte nel torneo. Non costa
nulla e non ricevi soldi: devi impegnarti a vendere dei biglietti d’ingresso il
cui ricavato va in beneficenza. A New York sono soprattutto avvocati, a Londra
quei “colletti bianchi” che durante tutto il giorno lavorano in qualche ufficio
di un grattacielo della City. Ma oggi il fenomeno è così esteso che si è
allargato a tutte le classi sociali. Un mondo di appassionati dal quale
recentemente è uscito uno dei pesi massimi attualmente più forti al mondo.
Da qualche mese Fabio Wardley è in possesso della cintura WBO, lasciata vacante
da Oleksandr Usyk. Classe 1994, Wardley ha iniziato tardi a praticare seriamente
questo sport, passando professionista nel 2017 senza esperienza da dilettante.
Da allora 21 match, tutti vinti, un solo pari con Frazer Clarke che avrebbe
comunque battuto qualche mese dopo. Recentemente ha messo KO (il ragazzone di
Ipswich, tifoso della squadra di calcio locale, ha un gran pugno che fa male)
Joseph Parker. Su YouTube si trovano alcuni spezzoni dei suoi vecchi match nella
White Collar Boxing, gli avversari fanno sempre un po’ di tenerezza per quanto
erano inferiori a lui, anche fisicamente. Lui neanche allora era propriamente un
“colletto bianco”, ma lavorava per un’agenzia che si occupava di reclutare
lavoratori del settore sanitario e sociale.
Non è un “colletto bianco” neanche Daniel Andrews, un gallese dalle Valleys, a
mezz’ora abbondante da Cardiff, anche lui il 6 dicembre scorso protagonista a un
evento della White Collar Boxing organizzato nella capitale del Galles. Durante
il giorno guida escavatori a 360 gradi. “Sono un operaio, un colletto blu —
racconta Andrews al fattoquotidiano.it — Ho avuto una breve carriera amatoriale
quando ero più giovane, in totale 6 incontri. Mi andava di riprovarci a 36 anni.
Ti offrono un campo d’allenamento gratuito di 10 settimane, con anche un sacco
di sparring. Ora sto pensando di fare un’altra esperienza, ma mi sono rotto il
naso facendo sparring tre settimane prima dell’incontro. Sto aspettando di
vedere uno specialista per sistemarmi, poi vedremo. Però mi è piaciuto
tantissimo!”. Soddisfatto del risultato? “Non soddisfattissimo, pesavo un po’
meno del mio avversario e ovviamente la ruggine, dopo essere stato fermo per 21
anni, non ha aiutato, ma ho comunque fatto una preparazione fantastica con i
ragazzi e la serata del match è stata elettrizzante, con amici e parenti
arrivati con un bus che io stesso ho organizzato”. Andrews non potrà certamente
diventare il nuovo Fabio Wardley, ma non per questo non lo tifa quando combatte.
“Wardley è una leggenda assoluta, per tutti i ragazzi del circuito White Collar
Boxing lui è un mito“.
L'articolo “Ti offrono l’allenamento gratis e diventi pugile per una notte”:
dentro il fenomeno del White Collar Boxing, da cui è nata la stella di Fabio
Wardley proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Pugilato
L’anno che è appena iniziato è il numero 110 della storia della Federazione
Pugilistica Italiana, nata a Milano nel marzo del 1916. Oggi la FPI, con una
lunga storia alle spalle di successi olimpici e mondiali, sta lavorando su un
nuovo logo e per creare un nuovo brand. Tra qualche mese a Roma, in un
palazzetto ancora da ufficializzare, si festeggerà l’avvenimento con una serata
nella quale si cercherà di portare sul ring i migliori pugili italiani. In
questo clima di celebrazioni, alcune associazioni dilettantistiche se ne sono
andate dalla Federazione, per affiliarsi a Enti di Promozione sportiva, i
risultati faticano ad arrivare sia nel dilettantismo che nel professionismo e
c’è un malcontento tra le varie associazioni sportive in giro per l’Italia per
l’aumento della quota annuale (da 170 euro a 350). Il Presidente Flavio
D’Ambrosi, al secondo mandato, ha iniziato nel weekend del 17-18 gennaio il suo
tour per l’Italia per andare a parlare nelle varie palestre e nei comitati
regionali.
Presidente, cosa risponde a chi se ne è andato dalla FPI?
Appartenere alla nostra Federazione è un valore: da 110 anni la FPI ha la sua
identità, un patrimonio di gloria e successi e chi ne fa parte deve esserne
orgoglioso. La protesta che corre soprattutto sui social, legata all’incremento
del costo affiliativo, non è confermata dai dati sulle affiliazioni che, ad
oggi, sono superiori a quelle dello stesso giorno dell’anno precedente. Il
numero di tesserati è in linea con quello dell’anno scorso. Certo, la
contestazione per l’aumento delle quote può essere legittima, però va detto che
il costo non veniva ritoccato da oltre 15 anni ed è ancora parecchio al di sotto
di quello di molte altre federazioni.
Con sentenza di qualche giorno fa il Consiglio di Stato ha confermato una
sanzione di oltre 4,2 milioni di euro inflitta dall’Antitrust alla FIGC per aver
ostacolato illegittimamente l’attività della Libertas e degli altri enti nel
settore dei tornei calcistici giovanili e amatoriali. Una vittoria storica per
gli enti di promozione sportiva. Può rappresentare un problema per la FPI?
Oggi la disciplina pugilato ha molti competitor ad iniziare dagli altri sport da
combattimento; ma con gli enti di promozione sportiva non credo ci sia una vera
competizione poiché tra Fsn ed Eps c’è una differenza di fondo: le Fsn hanno le
Nazionali azzurre che gareggiano all’interno del circuito olimpico, nei Mondiali
e negli Europei. Gli Eps perseguono una finalità ludica e di benessere; le Fsn
oltre alla promozione sportiva curano l’alto livello, compreso il circuito Pro
che noi sosteniamo.
A proposito di sport olimpico. Il passaggio sotto l’egida della World Boxing a
livello dilettantistico a discapito della IBA garantisce all’Italia di
partecipare ai prossimi Giochi di Los Angeles. Agli ultimi mondiali della IBA a
Dubai l’Italia non ha partecipato, ma altri Paesi lo hanno fatto pur essendo
passati anche loro sotto la WB. Non era possibile il doppio percorso come per
esempio sta facendo il Kazakistan, Paese del neo eletto Presidente World Boxing
Gennady Golovkin?
Come FPI, attraverso il CONI, abbiamo seguito le indicazioni del Comitato
Olimpico Internazionale, quindi ci atteniamo a queste indicazioni e per adesso
non ci sono ancora norme o indicazioni diverse. In assenza di regole chiare
abbiamo agito in questa maniera, partecipando dunque al Mondiale di Liverpool
organizzato da World Boxing e non a quello di Dubai della IBA. Se poi
arriveranno altre disposizioni, le valuteremo. Ad ogni modo, la mia idea
personale è che un atleta non possa disputare più di 2 o 3 tornei di altissimo
livello all’anno: sicuramente non due Mondiali.
Luca Vadilonga, arbitro che con più di 9 mondiali IBA, compreso l’ultimo, si è
tesserato per la federazione pugilistica portoghese per avere la possibilità di
arbitrare ai Giochi olimpici.
Luca Vadilonga è un arbitro bravissimo, ma ha preso la sua decisione. Ripeto
quanto detto per le regole degli atleti.
IBA intanto ha organizzato una riunione professionistica a Torino.
Per quanto riguarda l’IBA a livello olimpico, restiamo allineati alle
indicazioni del CONI. Sul fronte del professionismo non possiamo intervenire, ma
al momento non riconosciamo quella associazione, così come non riconosciamo
tutte quelle al di fuori delle cinque sigle principali. Per noi quelli sono
semplici match ordinari.
Altro tema caldo è quello della giustizia sportiva.
L’organismo della giustizia sportiva è imparziale e dobbiamo sempre tenerlo a
mente. La scelta dei giudici viene fatta da organi collegiali. Coloro che si
candidano ad essere componenti degli Organi di giustizia sportiva, lo fanno con
una manifestazione di interesse validata dal Collegio di Garanzia della stessa
Federazione, che tra l’altro ha una durata superiore a un quadriennio federale e
a un mandato presidenziale. I componenti degli Organi di giustizia sono
avvocati, professori universitari di alta competenza; è avventato e fuori luogo
sostenere che possano tradire il principio di autonomia ed imparzialità.
Ma una scelta dei giudici federali completamente al di fuori del potere del
consiglio federale non sarebbe meglio?
Ben venga ogni futura proposta di riforma che faccia cadere ogni dubbio sui
rapporti tra organi federali e quelli della giustizia sportiva. Però attenzione
a gridare “allo scandalo” per ogni sentenza sfavorevole: così facendo tutte le
istituzioni perdono la loro credibilità.
Lei dà l’idea di essere sempre positivo, ma i risultati scarseggiano.
Soprattutto per quanto riguarda il settore maschile, zero medaglie olimpiche e
mondiali e al momento un solo titolo europeo tra i pro, quello di Cristian Zara.
Come mai?
Nel settore femminile abbiamo vinto un bronzo ai Mondiali: non capisco perché un
bronzo mondiale venga esaltato in tutti gli altri sport e da noi no. Pamela
Noutcho è in possesso del titolo mondiale IBO e abbiamo titoli europei vinti da
altre atlete. I tempi sono cambiati: una volta la struttura sociale permetteva
una maggiore crescita di talenti e poi oggi molti Paesi all’estero sono
migliorati tecnicamente. Comunque a Liverpool solo 9 nazionali hanno conquistato
un oro; paesi come Inghilterra, Cuba, Cina e USA non sono arrivati alla medaglia
più preziosa. I paesi dell’Est hanno un bacino d’utenza molto importante:
scordiamoci 3-4 medaglie olimpiche o mondiali a edizione, non perché l’Italia
pugilistica non sia competitiva ma perché il sistema sport Italia è fortemente
multidisciplinare e si divide un bacino di praticanti lo sport di alto livello
modesto rispetto ad altri Paesi.
La differenza con Uzbekistan e Kazakistan sembra comunque enorme.
Ma non abbiamo noi una marcia in meno: sono loro ad averne una in più. Nel 2025
abbiamo comunque conquistato 44 podi tra Squadre Azzurre di categoria ed Élite
in Europei, Mondiali e Coppa del Mondo. Di questi, il 65% proviene dalle
categorie giovanili: in prospettiva è il dato migliore. Possiamo dire che siamo
tra i primi 10 paesi al mondo, ma il movimento pugilistico non si misura solo
con le medaglie.
Spieghi meglio.
Il movimento cresce in maniera incredibile: abbiamo il record di società (1.120
nel 2024, aumentate ancora nel 2025) e il record storico di 80.000 tesserati.
Nel 2025 abbiamo registrato 1.300 eventi Pro e spettatori in crescita. Vi sembra
uno sport in crisi? Portiamo avanti molti progetti sociali: con la boxe siamo
entrati nelle carceri, nelle scuole e nei quartieri difficili. Il pugilato è
inclusione sociale, è pedagogico e formativo. Abbiamo organizzato il titolo
italiano di paraboxe, che spero in futuro diventi sport paralimpico.
Immaginiamo un malcontento della base.
Per quanto riguarda il malcontento, io giro l’Italia, mi piace il confronto e
parlare. Non ho paura di scendere sul territorio e accolgo ogni suggerimento.
Spesso il malcontento che si legge sui social non corrisponde affatto a quello
del mondo reale.
Nell’ultimo rapporto di Sport e Salute nella classifica di rendimento di tutte
le Federazioni sportive italiane, la FPI si trova molto in basso.
Oggi ci sono molte federazioni che in termini di bacino di praticanti e risorse
sono giganti rispetto alla Fpi e scontiamo anche un ritardo, dovuto al passato,
nella formazione di un’adeguata classe di manager dello sport che possano
gestire la complessità della Federazione pugilistica italiana. Mi piacerebbe che
dopo di me, forse già dal prossimo quadriennio, la Fpi continuasse anche il
percorso di crescita dirigenziale.
Quindi a fine mandato farà un passo indietro?
Io ho continuato a lavorare nella mia Amministrazione durante il mio impegno
federale. Faccio il Presidente con impegno e passione, come promessa fatta a mio
padre. Fin dall’inizio, ho rinunciato al trattamento economico riservato ai
presidenti federali e lo rimetto completamente al servizio dell’attività
pugilistica federale.
Come è successo con il padel nel tennis, potrebbe essere che la boxe inglobi in
federazione altre discipline?
In relazione ad un orientamento che era emerso tempo fa in tema di
razionalizzazione del numero delle Federazioni, potrebbe sembrare una buona idea
quella di gestire un altro sport da combattimento; un tempo, per esempio, la
kickboxing era gestita dalla FPI.
L'articolo D’Ambrosi, presidente FederBoxe: “Il malcontento è sui social, ma
aumentano i tesserati. Poche medaglie? Siamo in crescita” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Medaglia di bronzo (ma per tutti d’oro) a Los Angeles ’84, ex professionista che
sognava Mike Tyson prima che la scoperta di avere un solo rene ne frenasse le
ambizioni mondiali, Angelo Musone oggi insegna pugilato in una palestra di
Casapulla (Caserta), la Fit & Fight di Raffaele Vitale. Ma non lo fa sotto
l’egida della Federazione Pugilistica Italiana, preferisce come segno di
protesta essere affiliato ad un ente di promozione sportiva, il Centro Nazionale
Sportivo Libertas (CNS Libertas). Quest’anno Musone cercherà all’interno della
palestra di crescere giovani pugili in un contesto alternativo a quello federale
e dunque a quello olimpico. “Non sarà semplice, anche perché avverto il timore
di molti nel discostarsi dalla FPI. Ma sento il dovere di provare a cambiare
rotta. Dalle Olimpiadi 2016 in poi l’Italia ha conquistato solo una medaglia di
bronzo a Tokyo, grazie al talento di Irma Testa e non alla capacità di
programmare e far crescere i pugili. Mi sembra chiaro che siamo di fronte ad un
fallimento“, dice l’ex campione al fattoquotidiano.it.
Musone in passato è stato consigliere federale e candidato alla presidenza del
2021 (sconfitto dall’attuale presidente Flavio D’Ambrosi). Il rapporto tra
Musone e i vertici federali oggi è inesistente, segnato da dimissioni e
squalifiche del passato che l’ex campione non ha mai digerito. “Mi hanno
squalificato due volte per 30 giorni, una perché avevo partecipato ad una
riunione di un altro ente in Sicilia, un’altra perché avevo fatto il terzo
allenatore all’angolo, quando IBA ma non la FPI aveva deliberato che potesse
esserci una figura in più oltre ai due. Secondo l’Articolo 13 della Costituzione
italiana, solo un giudice vero può inibire una persona ad andare in un luogo.
Esprimo forti perplessità sulla gestione della giustizia sportiva, i giudici
sono nominati dal presidente e dal consiglio federale. Non si dovrebbe colpire
una medaglia olimpica per simili motivi. Anche recentemente c’è stata una
squalifica del presidente di un comitato regionale fuori da ogni proporzione. Il
senso dello sport dovrebbe essere confronto e dialogo, non chiusura”.
Musone continua a vivere a Marcianise nella casa dove è cresciuto. Quando tornò
da Los Angeles, dopo il furto subito in semifinale con l’americano Henry
Tillman, la città lo accolse come un eroe. Diecimila persone in piazza per il
primo medagliato olimpico della città. “Sapevo di aver vinto e Tillman e sapeva
di aver perso. L’ho incontrato l’anno scorso e lo ha ammesso di nuovo. In quel
momento provi un senso di impotenza totale, scenderesti dal ring per picchiare
tutti“. Marcianise rimane la capitale italiana della boxe? “Non si ottengono più
i risultati di un tempo, basta fare un confronto su come sono andati i recenti
Assoluti italiani a Trieste rispetto al medagliere del passato. Sono
arrabbiatissimo per come viene trattata la mia amata disciplina, ma voglio
concludere dicendo che da sportivo quale sono mi auguro che la boxe italiana e
quella di Marcianise possano ritrovare presto la centralità che meritano”.
L'articolo “Arrabbiatissimo per come viene trattata la mia amata boxe, così
provo a cambiare rotta”: la scelta di Angelo Musone contro i vertici federali
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Terence Crawford, probabilmente il migliore pugile dell’ultimo decennio, ha
deciso di ritirarsi. A 38 anni compiuti, ha conquistato il mondiale in cinque
diverse categorie di peso, l’ultima volta salendone addirittura due per
sconfiggere “Canelo” Alvarez nei Super Medi. Da quando è passato professionista
nel 2008 “Bud” ha combattuto 42 match vincendoli tutti, 31 per ko. Chiude così
la carriera da imbattuto, con un record senza l’ombra di una sconfitta o di un
pareggio. Ha percorso la strada per il successo a fari spenti, senza diventare
mai un vero personaggio mediatico, ma pensando solo a salire sul ring e a
mettere giù il rivale. Questa uscita di scena comunque abbastanza inaspettata è
in linea con la storia di un pugile che ha onorato la boxe sul quadrato forse
più di chiunque altro negli anni recenti.
Se da professionista Crawford non ha conosciuto sconfitte, da dilettante c’è chi
lo ha battuto per ben due volte. Ci è riuscito Jerry Belmontes, texano classe
1988 di Corpus Christi, un’ottima carriera anche da Pro, sotto contratto con la
Promotion di Oscar de la Hoya: è arrivato anche ad un passo dal conquistare la
cintura mondiale WBC dei leggeri, sconfitto ai punti per split decision da Omar
Figueroa. Oggi Belmontes non frequenta più le palestre per professione, ma
lavora in una grossa azienda a Sinton, sempre in Texas e risponde alle domande
del fattoquotidiano.it in una pausa caffè.
Belmontes, si ricorda quei due match?
Certo, furono due match molto equilibrati, nel primo a Kansas City lo sconfissi
15-11, poi in Colorado vinsi 13-12.
Quest’ultima era la semifinale dei Campionati nazionali del 2007. Cosa aveva
allora lei di più di Crawford?
Ero un pugile molto intelligente, con mani e gioco di gambe veloci.
Avrebbe mai immaginato che Crawford potesse fare la carriera che poi ha fatto da
professionista?
Sapevo che avrebbe fatto qualcosa di importante nella boxe perché aveva già
grandi skills di pugilato.
Lo ha più rivisto da allora?
Un paio di volte e abbiamo entrambi ricordato quei momenti da amatori.
Oggi le mancano di più gli anni di quando combatteva da pro o quelli da
dilettante?
Mi mancano entrambi i periodi. Sento soprattutto la mancanza di quello che si
prova sul quadrato il giorno del match.
Che ricordi ha invece del mondiale Wbc con Figueroa?
Fu un’emozione, combattere su Showtime è stato fantastico, ma penso che i
giudici mi abbiano derubato in quell’incontro.
Quando “Bud” vinse il primo mondiale cosa provò?
Felicità, lo sono stato ogni volta che gli è successo.
E ora si è ritirato anche lui (Belmontes invece ha chiuso con la boxe nel 2016).
Davvero, ancora non ci credo che sia successo veramente.
Pensa che lui abbia gestito bene la sua carriera?
Sì, la boxe è allenamento in palestra e poi salire sul ring a combattere, non è
sui social media.
C’è qualcosa che vorrebbe dirgli oggi?
Gli faccio solo i complimenti per quello che ha ottenuto nella sua splendida
carriera. Ha meritato tutto.
E se fra un po’ di tempo le chiedesse una rivincita, salirebbe di nuovo sul
ring?
Certo che sì. Tra un paio d’ore io sono in palestra che mi alleno.
L'articolo “La boxe è salire sul ring a combattere, non è sui social. Lui ha
meritato tutto”: si ritira Crawford, parla l’unico che l’ha battuto due volte
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Pronto a ucciderlo”. La diplomazia non è mai stato il punto forte di Anthony
Joshua. E non lo è stato nemmeno nelle dichiarazioni di sfida allo youtuber Jake
Paul, che ha già battuto – nel match esibizione del novembre 2024 (definito una
“farsa”) – Mike Tyson. A Joshua – ex campione del mondo – piace provocare,
aizzare gli avversari, fare “rumore” con le dichiarazioni.
Stavolta lo ha fatto perché spinto dalle voci – per lui evidentemente
fastidiosissime – di combine del match di sabato 20 dicembre a Miami, negli
Stati Uniti, tra i due. Joshua ha con convinzione respinto queste indiscrezioni
e ha lanciato la sfida – per ora solo tramite delle dichiarazioni – allo
youtuber Jake Paul.
Joshua in carriera ha fin qui totalizzato ben 25 ko in 28 vittorie ed è pronto a
farlo anche con Paul: “Jake Paul hai delle pal*e grandi e devo portarti rispetto
per aver accettato il combattimento, ma sono pronto a metterti ko e sto per
scioccare il mondo. Uno di noi due dormirà. Non sarò io“, ha dichiarato il
pugile britannico.
Inoltre, ha aggiunto che non proverà nessuna pena nei confronti del suo
avversario: “Sono un ragazzo molto rispettoso, cresciuto in una buona famiglia.
Ma se posso ucciderti, ti ucciderò. Sono fatto così e questo è il lavoro che
faccio. Porto la boxe sulle mie spalle”. E allora inizia il conto alla rovescia:
Anthony Joshua è pronto a sfidare Jake Paul nella notte tra venerdì e sabato.
L'articolo “Uno dei due dormirà. E non sarò io. Ti ucciderò”: cosa c’è dietro
all’attacco di Joshua a Jake Paul proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giovanni Sarchioto è il pugile che piace agli addetti ai lavori. Maestri,
manager e suoi colleghi parlano un gran bene del 28enne romano sin dal suo
passaggio al professionismo nel 2021, soprattutto da quando è andato a vincere
per ko a Las Vegas due anni fa. Da allora non è riuscito a conquistare il titolo
italiano dei medi perché, nonostante fosse stato designato ufficialmente
sfidante al titolo, non ha mai trovato avversari che volessero combattere con
lui, se non un paio di un livello inferiore nel ranking. Sabato scorso ha vinto
a Ferrara il mondiale UBO, sigla non di prim’ordine, diciamo sotto le cinque
principali.
Ma il ragazzo aspira, giustamente, a molto di più e lancia così la sfida a Dario
Morello, pugile altrettanto bravo e molto più forte a livello mediatico grazie a
una attività costante sui social e a una personalità che travalica il ring.
Morello frequenta il jet set dello spettacolo, essendo fidanzato con la cantante
Serena Brancale. Riesce a riempire i palazzetti come nessun altro in Italia
(vedi l’ultima serata TAF a Milano). Morello, talento puro soprattutto in fase
difensiva, è attualmente in possesso della cintura EBU Silver, l’ultimo gradino
per arrivare all’Europeo vero. Si farà dunque questo match che gli appassionati
di boxe in Italia vorrebbero tanto vedere, e già sta crescendo il tam tam su
Instagram e Facebook?
Per come sono da sempre le dinamiche della boxe, diverse da qualsiasi altro
sport che non sia da combattimento, potrebbe non farsi: tra le sedici corde non
sempre i migliori si affrontano, non si è obbligati a farlo neanche per
diventare campioni del mondo, soprattutto in un ambiente italiano che non è
economicamente florido come negli anni ’80. Insomma, se uno non vuole
affrontarti e fare un percorso diverso dal tuo lo può fare. Oppure è il manager
che non ti mette contro un determinato avversario perché magari questi si trova
ad un livello diverso dal tuo in carriera. La tendenza poi a evitare le
sconfitte per non rovinare il record ha fatto il resto.
“Voglio fare questo match, per il semplice fatto che io sono disposto da sempre
a battermi con chiunque e siccome lui si definisce il migliore, trovo
inevitabile uno scontro tra noi due per definire appunto chi è il più forte in
Italia e quindi pronto per l’Europeo“, lancia la sfida Sarchioto, intervistato
dal fattoquotidiano.it. “Cosa gli rispondo? Che per me è solo un discorso
economico – dice Morello al fattoquotidiano.it – Io ho solo da perdere in questa
sfida. Ma se mi danno quanto chiedo si può fare anche stasera!”. Morello, che è
il manager di sé stesso, ha dimostrato molta lucidità nelle ultime stagioni nel
costruirsi una carriera che lo ha portato a un passo dall’Europeo.
Sarchioto è fiducioso o comunque la prende con ironia: “Credo che prima o poi si
farà perché Morello sta prendendo fiducia in sé stesso, circa un anno fa o poco
più voleva 50mila euro per fare contro di me, adesso dice che 30 vanno bene. Io
sarei pronto a farlo anche in trasferta a Milano“. Il manager di Sarchioto,
Massimiliano Duran, ha fatto sapere che per 30 mila euro è disposto a
organizzare. Morello, ma lei teme Sarchioto?: “È un buon pugile ma non più forte
di quelli che ho affrontato fino ad ora. Sennò non avrebbe perso il match al WBC
Gran Prix. Il suo ultimo incontro a Ferrara non l’ho neanche guardato ma mi
hanno detto che non è stato nulla di che“.
I due hanno fatto sparring solo una volta, tanti anni fa, quando erano in
Nazionale (Sarchioto da Youth, Morello già Élite). È troppo poco per fare un
pronostico su chi eventualmente vincerebbe. Tra i professionisti non hanno
nemmeno avuto avversari in comune. Sicuramente ne verrebbe fuori un bel match,
anche per le caratteristiche diverse dei due. Sono probabilmente il meglio di
quello che offre la boxe italiana oggi, capitati nella stessa categoria,
prestigiosa, tra l’altro, dei pesi medi. Purtroppo Sarchioto-Morello è facile
che rimanga solo un match di fantaboxe ed è un peccato perché il rilancio di
questo sport passa da questi incontri con i migliori sul ring.
Credit photo Dario Morello: @gretagracegreta (Instagram)
Credit photo Giovanni Sarchioto: @dibiagioandrea (Instagram)
L'articolo Sarchioto-Morello, il match di boxe che in Italia tutti vogliono ma
che probabilmente non si farà: ecco perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
Da decenni il professor Mario Ireneo Sturla è un punto di riferimento nel
settore medico della boxe mondiale, ricoprendo ruoli come Coordinatore Sanitario
Nazionale FPI, Presidente della Commissione Nazionale Studi e Ricerche FPI,
Presidente della Commissione Medica Europea EBU e Chairman della Commissione
Medica Mondiale WBC. Il professore è stato a bordo ring in centinaia di titoli
mondiali. È impegnato a livello scientifico nella lotta contro il taglio del
peso, la pratica in cui l’atleta riduce, di solito molto rapidamente, il proprio
peso corporeo per rientrare in una determinata categoria il giorno della
pesatura ufficiale. Dopo il peso, nelle 24-36 ore che precedono il match,
l’atleta si reidrata e si rifocilla, salendo di peso, anche di 10 kg.
Quando è arrivata questa pratica in Italia?
Il taglio del peso in Italia, pratica importata dall’MMA, è arrivato a cavallo
tra il 2019 e il 2020. Hanno dunque iniziato a farlo i pugili di quest’ultima
generazione; molti sono ancora in attività. I danni a lungo termine non sono
ancora arrivati: il conto purtroppo verrà pagato in futuro.
Riesce a farlo capire ai pugili?
Ai pugili prima parlo con la scienza, l’unico luogo che non permette la
democrazia: o sai o non sai. Poi cerco di semplificare il concetto: ‘Attenzione
che ti stai rovinando i reni, il fegato e il cervello per due volte può andarti
bene, ma la terza può essere fatale’. Nel cervello favorisce stati commotivi,
emorragie cerebrali, emorragie subaracnoidee, ematomi sottodurali ed
encefalopatia cronica.
Quale altro tasto può essere toccato perché un pugile lo capisca?
Per esempio che il taglio del peso sul ring è controproducente: la performance
diminuisce del 20% con una perdita di liquidi del 2%.
Viste le condizioni in cui si presentano alcuni pugili sul ring e alcune foto e
video che appaiono sui social nella fase pre-cerimonia del peso, la sua
battaglia sembrerebbe ancora lontana dall’essere vinta. Cosa ha bisogno il mondo
del pugilato?
Nella boxe servono medici specializzati e onesti che lavorino per la tutela
della salute del pugile e che non si stanchino di sensibilizzare tutti gli
addetti ai lavori sui fattori di rischio legati al gesto atletico.
Cosa deve fare il medico?
Il piano dietetico per un pugile deve essere fatto solo da medici specializzati
ed esperti, non da biologi nutrizionisti, i quali non possono conoscere in
maniera approfondita tutte le patologie che un medico ha studiato.
E poi?
Il medico inoltre deve scegliere la categoria di peso ideale anche per i
giovani. Una volta ce n’erano meno; erano 8 quando ho iniziato io.
Paradossalmente, nello squilibrio degli sbalzi di categoria c’era un equilibrio
maggiore: la maggiore differenza di peso tra una categoria e la successiva
rendeva difficile il passaggio da una a un’altra.
Un tempo come funzionava?
Una volta si usavano le saune e tute di gomma, ma idealmente il pugile non
dovrebbe allenarsi nemmeno così e, ovviamente, senza diuretici che oggi sono
giustamente considerati doping. Il pugile ideale dovrebbe allenarsi
esclusivamente in pantaloncini e a torso nudo poiché spesso si confonde la
perdita di peso con la disidratazione.
L'articolo “Taglio del peso? I danni a lungo termine non sono ancora arrivati,
il conto verrà pagato in futuro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si divide tra la sua palestra a Firenze, aperta da maggio, e gli impegni in giro
per il mondo da tecnico della Nazionale. Leonard Bundu, dopo una grande carriera
da pugile che lo ha visto vincere più volte l’Europeo e combattere anche in
America, rivive oggi da maestro le emozioni del passato trasmettendole ai
giovani atleti a cui insegna i colpi della boxe. È fratello di Antonella,
candidata alla presidenza della Toscana alle ultime regionali.
Come sono i ragazzi di oggi?
Tecnicamente sono bravi, ma forse servirebbe loro un po’ più di grinta. Non sono
passati tanti anni dai miei tempi, ma i ragazzi di oggi sono più ammorbiditi;
hanno meno voglia di scavare fino in fondo alle proprie risorse per arrivare
alla conclusione. Non per forza si deve passare attraverso la sofferenza della
vita, anche se spesso è quella a darti quella “cazzimma” in più. Questo sport
non è semplice, soprattutto per i giovani che per allenarsi e combattere non
fanno la vita dei propri amici.
Lei che infanzia ha avuto?
Fino ai 16 anni ho vissuto in Sierra Leone, dove sono nato. Ho iniziato con la
boxe qui in Italia per socializzare. In Africa ho tirato solo cazzotti tra amici
per strada, la palestra era lontana. In Sierra Leone la boxe piaceva molto, pur
senza esserci una grande tradizione.
Che ricordi ha di quegli anni?
Bei ricordi, una giovinezza libera in mezzo alla natura. Si usciva la mattina e
si tornava alla sera senza troppa preoccupazione da parte dei familiari. Non era
pericoloso allora. Dopo è iniziata una guerra atroce con bambini soldato e siamo
venuti a Firenze. Fu una guerra civile iniziata in Liberia e culminata con un
colpo di stato, c’era grande interesse economico per via dei diamanti. Non sono
più tornato dal 1991, ma prima o poi lo farò.
In Italia ha avuto una lunga carriera da dilettante e poi è passato
professionista, forse troppo tardi?
Sono passato professionista a 31 anni, ma è stato il momento giusto per farlo.
Prima non ero pronto dal punto di vista mentale. Dopo l’Olimpiade del 2000, dove
la medaglia non è arrivata, avevo perso gli stimoli e ho quasi smesso. Ho
cercato di concretizzare il mio percorso passando Pro, con molta serietà,
gareggiando fino a quasi 42 anni.
Ha disputato anche un mondiale WBA Interim in America.
Avevo già 40 anni e stavo bene, ma contro un avversario con 14 anni in meno la
differenza si vede. Con Thurman la differenza c’era. È stata comunque
un’emozione andare a Las Vegas a combattere.
I match con Daniele Petrucci a Roma e poi a Firenze nel 2011 hanno riportato
indietro la boxe di decenni per quanto riguarda l’entusiasmo e l’attenzione
mediatica.
Sì, si respirava un’aria d’altri tempi. Tutti parlavano di questo match, con un
grande coinvolgimento di pubblico e stampa. Io ho sempre avuto tanti tifosi a
Firenze, sono stato molto amato e seguito. Perché? Per il mio modo di fare, di
essere me stesso nel successo e nelle sconfitte, di essere simpatico, sincero,
umile.
Come ha festeggiato dopo la vittoria dell’Europeo con Petrucci?
Sono andato a Cuba con la mia famiglia, dove mi riconoscevano e mi salutavano,
urlandomi “Bunduuuu!”. Contro i loro pugili avevo combattuto da dilettante; mi
hanno fatto sentire a casa.
Sono stati quelli i match più belli?
Il ricordo più bello è legato al match in Inghilterra, la difesa europea con Lee
Purdy. Avevo tutti contro all’inizio: sul ring l’avversario mi diceva che ero
vecchio, ma a 39 anni l’ho messo KO alla dodicesima ripresa, conquistando tutto
il pubblico inglese che inizialmente mi era ostile.
Ha vissuto “cose sporche” nella boxe?
Ingiustizie ci sono se combatti fuori casa o contro una nazionale politicamente
più forte, ma truffe vere e proprie non le ho mai subite. Secondo me ci sono
pugili che si lamentano troppo, fuori e dentro il ring.
Un nuovo Bundu è all’orizzonte?
Magari qualcuno di meglio tecnicamente ci sarà, ma di Bundu ce n’è solo uno. Ed
è giusto che sia così, perché ognuno deve avere le sue caratteristiche.
L'articolo Leonard Bundu: “I ragazzi di oggi sono ammorbiditi. Il più bel
ricordo con Purdy: mi diceva che ero vecchio, l’ho messo ko” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Dopo solo quindici secondi dall’inizio del match d’esordio da professionista,
Abbes Mouhiidine con un montante aveva già atterrato il suo avversario,
l’argentino Franco Catena. Poi ha gestito bene i sei round, vincendoli tutti e
portando a casa la vittoria ai punti. Non è il debutto di un pugile qualsiasi:
il campano Mouhiidine da dilettante ha vinto due argenti ai mondiali e un oro
agli europei. Arrivato da favorito ai Giochi Olimpici di Parigi è uscito con un
verdetto discutibile al primo turno con l’uzbeko Lazizbek Mullojonov, che
avrebbe poi vinto la competizione. Quest’estate ha deciso di passare Pro.
Saltato a causa dell’avversario il match a Catania, dove invece ha esordito il
suo collega Salvatore Cavallaro, pochi giorni più tardi è capitata l’occasione
di disputare questo match a Osimo, nella serata in cui Charlemagne Metonyekpon
ha conquistato il titolo IBF International dei Super Leggeri.
Mouhiidine, è soddisfatto?
Mi sento come un bambino, sto a tremila! Ero rilassato e pronto. Ho continuato
ad allenarmi anche dopo che era saltato il match, sapendo che avrei avuto di
fronte un avversario vero.
Dopo l’atterramento dell’avversario la vittoria è arrivata nettamente ai punti.
A me piace fare divertire il pubblico e la preparazione era stata fatta per i 6
round.
Ha riscontrato differenze tra professionismo e dilettantismo?
Non troppe, mi sono spostato sulle gambe ma come provato in allenamento e negli
sparring sono stato più con i piedi per terra per portare i colpi più incisivi.
Ero molto tranquillo come lo sono sempre stato tra i dilettanti. Ovviamente
vanno gestite meglio le risorse e i colpi in tutte le riprese, che qui erano il
doppio di quante sono tra i dilettanti.
Combatte per la Polizia di Stato, con Davide Bianchi come procuratore. Avete già
tracciato un piano per il futuro prossimo?
A febbraio farò un altro match, sarà sempre un incontro vero in modo da scalare
presto la classifica. Facendo tanta attività vogliamo arrivare al titolo
italiano dei cruiser già a metà del 2026.
Ha sperato in una chiamata di qualche organizzazione importante estera?
In America e in Inghilterra spesso puntano sui loro pugili. Probabilmente anche
con la medaglia d’oro olimpica al collo non avrebbe avuto senso andarci. Sì, i
Giochi sono stati una grande delusione, ma i grandi campioni si rialzano.
Quale è il suo sogno?
Di unificare tutte le cinture dei cruiser, anche Usyk è partito da questa
categoria di peso. Sto seguendo i vari Opetaia e Gilberto Ramirez, sia da
appassionato che da diretto interessato. Li punterò tra qualche anno.
La sua carriera sta correndo parallela a quella di Salvatore Cavallaro.
Sono il suo primo tifoso oltre che amico. Da dilettanti abbiamo girato il mondo
insieme, siamo stati uniti nella sofferenza e nei trionfi. Fare sparring con un
peso medio come lui è sempre utile.
A settembre non è stato convocato per i mondiali dilettanti di Liverpool da
Giovanni De Carolis.
La linea guida della nuova gestione va rispettata. Io da casa ho tifato tutti i
ragazzi impegnati a Liverpool. Ora però sono concentrato su questa nuova
avventura.
Prima delle Olimpiadi di Parigi lei era la speranza del pugilato italiano,
considerato il Sinner della boxe che avrebbe trascinato tutto il movimento ai
fasti del passato. È ancora in tempo per farlo?
Il tempo c’è, fatemi lavorare. Già altri stanno facendo un buon lavoro, io
voglio dare quel tocco in più. Ma con l’umiltà di uno che lavora ogni giorno
proprio come Sinner. Voglio essere un esempio per i giovani che mi seguono e
quelli che non mi seguono ma presto lo faranno.
L'articolo “A me piace far divertire il pubblico, lavoro con umiltà ogni giorno,
come Sinner”: l’esordio da sogno nei Pro di Abbes Mouhiidine proviene da Il
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