E’ brutta, molto brutta l’immagine degli attivisti di Extinction Rebellion
trascinati via dall’esterno del teatro Ariston per una protesta pacifica contro
gli sponsor del festival, accusati di essere aziende inquinanti e quindi lesive
del nostro ambiente comune. È brutta perché mentre agli attivisti venivano
fermati con brutalità, mentre venivano assegnati feroci fogli di via che manco
ai mafiosi, dentro si continuava a cantare. Neppure un accenno, neppure una
parola da parte di Carlo Conti (e di nessuno) sui fatti accaduti fuori.
Mi è venuta in mente, con le dovute differenze ovviamente, l’immagine finale del
film Roma Città aperta di Rossellini. Dove mentre in un stanza vengono torturati
partigiani, nell’altra ufficiali nazisti e le loro compagne bevono, cantano e
ballano.
Ma non c’è solo questo aspetto, che racconta di un’Italia dove non si può più
manifestare, pena, anche, multe da migliaia di euro (con il nuovo decreto
Sicurezza) che metteranno in ginocchio sia i manifestanti che le loro famiglie.
Qualcosa di veramente illiberale che stupisce, un poco, che il Presidente della
Repubblica abbia valutato come costituzionale, pur come alcune modifiche.
Oltre al fuori, c’è anche l’aspetto di un’Italia, quella dentro l’Ariston,
culturalmente mediocre. Lo spettacolo che sta andando in scena è uno spettacolo
di scarso livello, con un conduttore mediocre, che ho sentito sbagliare i
congiuntivi, che ha subito le pressioni della politica e a quanto pare le ha
anche in parte accettate, se è vero che, alla faccia dell’autonomia, il comico
Pucci è stato costretto ad andarsene solo dopo le polemiche (Conti, invece,
aveva commentato il suo post in cui, nudo, diceva di stare arrivano a Sanremo
con un triste e squallido “almeno porta il costumino”).
E se è vero anche che ha evidentemente accettato l’assurda cancellazione del
nome della testata, L’Unità, dal giornale con cui si annunciava la vittoria
della Repubblica, nella “scenetta” con l’anziana signora. E no, non si tratta di
par condicio, ma di un servilismo incredibile e inutile, visto che quello era,
semplicemente, un documento storico. E i documenti non si emendano.
E poi la polemica sulle donne, altra mediocrità, altra tristezza: a parte la
battuta – più che sessista – penosa sul microfono-pisello in mano alla Pausini,
la risposta sullo scarso numero delle donne di Conti rivela come ancora non si
sia capito nulla sulla questione della parità di genere. Rispondere che “non
c’erano artiste femminili” è patetico. Non c’erano perché non le hanno cercate
nei posti giusti, ma solo in quei posti dove, appunto, emergono più spesso gli
uomini. Su questo punto, siamo indietro di secoli.
In conclusione, però, e a differenza di quanto ha scritto Francesco Piccolo sul
festival che sempre rinasce anche dalle crisi, e che quindi mai morirà, credo
che il segnale del pubblico calante sia un segnale di paradossale speranza e
destinato a continuare. In un’Italia dove le persone anche mezze benestanti
devono stringere la cinghia per acquistare il cibo, vista l’inflazione abnorme;
nel paese dove si va in pensione a settant’anni (e per i giovani di più) e
aumenta l’occupazione solo perché le persone non possono più godersi gli ultimi
anni di vita senza lavorare; in un paese dove non si fanno più figli perché le
coppie giovani sono povere o poverissime; in un paese dove si trovano 15
miliardi per il ponte sullo stretto ma si danno elemosina ai poveri per le
bollette o si fanno leggi che dicono di aiutare le donne lavoratrici e i
caregiver e poi si scopre che dentro le leggi non c’è un soldo.
Insomma, in un paese terrorizzato dal futuro, dalla paura di ammalarsi e non
potersi curare, l’incubo più grande, forse non c’è più voglia di
intrattenimento, specie se l’intrattenimento è mediocre e su di esso c’è l’ombra
della peggior politica. Sono andati bene, invece, i programmi di informazione e
di critica. D’altronde, i social network sono sempre più invasi di gente, spesso
preparata, che mette a nudo tutte le bugie dei politici e soprattutto la loro
insopportabile incoerenza.
Chissà, forse siamo a un punto di svolta. Preferiamo mantenere il cervello
attivo, essere vigili, mantenere vivo lo spirito critico piuttosto che
anestetizzarci con un festival della canzone senza ironia né contenuti. Ieri, ad
esempio, mi sono vista un intero spettacolo di uno dei stand up comedian
statunitensi più noti, una realtà che in Italia praticamente non esiste. Ho riso
per due ore, mentre nel frattempo imparavo, mentre nel frattempo tutto passava
al vaglio della sua critica divertentissima, feroce e politicamente scorretta.
Questo per me è spettacolo. E forse siamo in tanti ad averlo capito. La
situazione delle famiglie e del nostro paese è troppo tragica perché possiamo
dimenticarla con due ore di canzonette. Se dobbiamo intrattenerci, lo facciamo
con qualcosa che almeno ci faccia ridere (fosse pure Checco Zalone e il suo film
poco riuscito).
Di sicuro non fa ridere quanto avviene sul palco dell’Ariston e, soprattutto,
quanto accaduto fuori, con attivisti trattati come criminali solo per aver
denunciato la gravità della crisi climatica. A cui il governo non crede o non
vuol credere, qualificandosi dunque non solo come un governo mediocre e
illiberale ma, pure, un governo che nega la scienza. Ce n’è abbastanza per
allarmarsi, spegnere la tv e guardare altrove.
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di un’Italia culturalmente mediocre proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Extinction Rebellion
Questa mattina gli attivisti di Extinction Rebellion hanno bloccato l’ingresso
dell’Aerospace and Defence Meeting all’Oval Lingotto. Una trentina di persone si
sono incatenate ai cancelli, mentre in tre sono riuscite ad arrampicarsi su una
struttura del palazzo della Regione Piemonte. Lo slogan più volte ripetuto e
mostrato è: “Difendere la Terra, non i confini”. Il movimento, infatti, denuncia
“il coinvolgimento di aziende come Leonardo, Thales, Avio nei conflitti globali.
E stigmatizza le profonde responsabilità del governo e della Regione nel
sostenere un settore che causa vittime e accelera il collasso climatico”.
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