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Il combattimento ‘per gioco’ a Magicland rende accettabile ai bambini l’idea di prepararsi alla guerra
Nel 1983, nel pieno della precedente corsa agli armamenti, uscì anche in Italia il film Wargames. Giochi di guerra nel quale attraverso la sfida al tris digitale tra il giovane protagonista e il computer Joshua, programmato per lanciare i missili nucleari, il cervellone elettronico avvia una serie di simulazioni dalle quali comprende che nel gioco della guerra non ci possono essere vincitori e che “l’unica mossa vincente è non giocare”. Oggi, in un contesto globale di dilagante bellicismo, mentre vediamo violente scene di guerra urbana provenienti da Minneapolis dove bande armate presidenziali rapiscono ed uccidono civili – riproponendo nel cuore degli Stati Uniti lo schema dell’esercito israeliano a Gaza e in Cisgiordania – abbiamo scoperto che nel parco giochi di Magicland di Valmontone, autodefinito “la scuola senza pareti più grande d’Italia”, sono previsti a maggio gli School Days rivolti a classi dalle scuole dell’infanzia alle superiori, che prevedono, tra le altre attività gestite da esercito e forze dell’ordine, anche un’esperienza di “metodo di combattimento militare”, a cura della Scuola di Fanteria, la cui immagine promozionale nel catalogo sembra provenire direttamente da Minneapolis o da Gaza. Poiché, dopo la protesta esplosa sui social a causa di un articolo dedicato da la Repubblica, questa esperienza numero 7 del catalogo dei School Days risulta al momento oscurata, è utile riportarne integralmente la presentazione. “Dimostrazione dinamica e interattiva ispirata al metodo di combattimento militare adottato in contesti urbani”, è scritto nella descrizione che prevede il coinvolgimento del pubblico, che continua: “Gli studenti assisteranno a una simulazione realistica di ingresso in un centro abitato con individuazione, immobilizzazione e trasporto di un elemento ostile”. Tutto questo in un parco giochi, luogo per definizione dell’intrattenimento civile, dove saranno portati scolari e studenti di scuole che dovrebbero essere palestra di pensiero critico, di esercizio di dialogo, di costruzione di relazioni disarmate. Addestrare a tecniche di combattimento urbano nell’intersezione di questi contesti significa produrre una miscela simbolica pericolosa: la guerra è resa familiare, addomesticata, normalizzata, in una parola, inculcata come scenario da preparare con il coinvolgimento diretto dei più giovani. Portati dagli insegnanti ai quali sono affidati, ed a cui si affidano, per la loro crescita. Inoltre, il combattimento urbano, nello specifico, è la forma contemporanea della guerra totale, quella che si insinua nelle città, nei quartieri, nelle case: è la guerra che cancella la distinzione tra fronte e retrovia, tra civili e combattenti. Trasmetterla come un’insieme di procedure e di competenze tecniche, spacciarla per un sapere come un altro, significa mistificarne la tragica verità. La guerra, così presentata, smette di apparire per ciò che è davvero: una sconfitta dell’umanità. Qui si innesta una questione pedagogica decisiva: la scuola non ha il compito di preparare alla guerra, ma di rendere la guerra impensabile perché ripugnante, come prescrive il solenne ripudio costituzionale. Quando le forze armate entrano nello spazio sacro della formazione – come accade sempre più spesso in tutto il Paese, per precisa volontà governativa, come documenta l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università – veicolano invece un messaggio implicito: rende accettabile in bambini e adolescenti l’idea di prepararsi a fare ciò che, invece, deve diventare tabù. La scuola – come hanno insegnato don Lorenzo Milani ed Aldo Capitini – non deve addestrare all’obbedienza, ma educare alla responsabilità e, di fronte alla guerra, alla disobbedienza. A questo scopo, già negli anni 60 del Novecento, Aldo Capitini, occupandosi dello stato dell’insegnamento dell’educazione civica nella scuola italiana, scriveva dell’esigenza di promuovere una nuova educazione, portatrice di “un metodo nelle lotte che non sia di distruzione: il metodo nonviolento, diffuso e insegnato dappertutto”, capace di “portare al massimo orizzonte possibile l’educazione alla comprensione e collaborazione internazionale”, al fine di muovere “anche l’animo a sentire l’unità con tutti” (L’educazione civica nella scuola e nella vita sociale, 1964). Oggi che il Bulletin of the Atomic Scientist ha spostato ancora più vicino alla mezzanotte l’Orologio dell’Apocalisse, da 89 a 85 secondi, ossia al momento più prossimo alla catastrofe bellica mondiale che sia mai stato registrato – non nella rappresentazione cinematografica ma nella realtà – anziché i “giochi di guerra” nelle scuole e nei luoghi della formazione, vanno moltiplicati i giochi di pace. Invece di affidare pezzi di educazione allo strumento militare, è necessario investire massicciamente nella formazione di insegnanti ed educatori, di studenti e studentesse, alla trasformazione nonviolenta dei conflitti. Su tutte le scale, dalla dimensione interpersonale a quella internazionale: anche i saperi e le tecniche della nonviolenza si insegnano e si apprendono. Con il massimo beneficio per ciascuno e per Tutti. L'articolo Il combattimento ‘per gioco’ a Magicland rende accettabile ai bambini l’idea di prepararsi alla guerra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Non è un passatempo, è un campanello d’allarme. Vuol dire che c’è disagio psicologico”: un dodicenne su 3 sta sui videogiochi online 5 ore di fila. Lo psichiatra avverte sui rischi
Immersi nei videogiochi online fino a adottare un comportamento da gioco compulsivo: quasi uno studente su tre di 12 anni passa infatti cinque o più ore consecutive a intrattenersi con questa forma di divertimento. È il dato che emerge da uno studio condotto dall’Università di Hong Kong e pubblicato sulla rivista scientifica Plos One, che mette in luce come il cosiddetto binge gaming non sia un fenomeno marginale, ma una realtà diffusa tra i giovanissimi. L’indagine ha coinvolto 2.592 studenti di scuole primarie e secondarie, con un’età media di 12 anni: il 31,7% ha dichiarato di aver giocato compulsivamente nell’ultimo mese, con un divario evidente tra ragazzi (38,3%) e ragazze (24%). Non solo: il gioco compulsivo si associa a problemi di salute mentale e scolastici, soprattutto nelle ragazze, che hanno mostrato livelli più elevati di depressione, ansia, stress e solitudine, oltre a peggior rendimento e qualità del sonno rispetto alle coetanee non compulsive. Il disturbo da gioco online (Internet Gaming Disorder) è riconosciuto già dal manuale diagnostico degli psichiatri DSM-5, e studi precedenti lo avevano collegato a sintomi depressivi, ansia e disturbi del sonno. Questo nuovo lavoro conferma e amplia i rischi, indicando il binge gaming come possibile indicatore precoce di disagio psicologico e sociale. L’ESPERTO: “DISTINGUERE QUANDO SI GIOCA PER DISTRARSI CON LA DIPENDENZA” Per capire meglio il fenomeno, la prima distinzione da fare è tra gioco prolungato e compulsivo: “Il gioco prolungato si limita al tempo passato davanti allo schermo. Il gioco compulsivo invece comporta rituali e comportamenti di craving: la stessa dinamica che vediamo nelle dipendenze da sostanze – spiega al FattoQuotidiano.it il dottor Leonardo Mendolicchio, psichiatra e direttore Dipartimento Disturbi Alimentari all’Istituto Auxologico. È questa spinta irrefrenabile, non il semplice ‘giocare tanto, a renderlo pericoloso”. L’adolescenza è una fase particolarmente vulnerabile: “Il gioco compulsivo può diventare la spia di un poliabuso futuro. Non è raro che ragazzi e ragazze che sviluppano questa dipendenza siano poi esposti ad altre forme di abuso, dalle sostanze all’alcol. C’è anche un aspetto economico: alcuni giovani arrivano a rubare in casa per procurarsi denaro da spendere nei giochi online”. I SEGNALI DA NON SOTTOVALUTARE Non sempre però è facile individuare i primi campanelli d’allarme. “Ci sono segnali a cui prestare attenzione – spiega Mendolicchio –: un uso eccessivo del cellulare o del computer con giochi simili a quelli d’azzardo, difficoltà economiche inspiegabili, ma anche cambiamenti emotivi come irritabilità, nervosismo, tristezza e chiusura relazionale. In questi casi è fondamentale che i genitori non abbiano paura di fare domande dirette, di esprimere i propri timori apertamente”. PREVENZIONE: UNA VITA PIÙ GRATIFICANTE Quali strategie servono per proteggere i ragazzi? “Il punto è non farli dipendere da una sola fonte di gratificazione – continua l’esperto -. Se la loro vita è un caleidoscopio di attività, passioni, relazioni, allora avranno tanti modi per sentirsi riconosciuti e soddisfatti. Ma se le fonti di piacere si riducono, cresce il rischio che si leghino in modo esclusivo al gioco”. Anche la scuola, sottolinea lo psichiatra, ha un ruolo cruciale: “È importante parlarne apertamente con gli studenti. Più i ragazzi conoscono questi rischi, più saranno in grado di riconoscere e difendersi dalle trappole del gioco compulsivo”. L'articolo “Non è un passatempo, è un campanello d’allarme. Vuol dire che c’è disagio psicologico”: un dodicenne su 3 sta sui videogiochi online 5 ore di fila. Lo psichiatra avverte sui rischi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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