Non è una semplice partita di calcio Torino–Lazio, in programma domenica alle
18, la quindicesima contro la decima nella classifica della Serie A: è un inno
alla tristezza. La mediocrità attuale e l’assenza di veri campioni non è l’unico
dei problemi: ci sono due tifoserie da tempo impegnate in una vibrante protesta
contro le rispettive proprietà, rappresentate dal senatore di Forza Italia
Claudio Lotito e dall’imprenditore Urbano Cairo. La forma di lotta scelta dai
due popoli è stata quella di svuotare gli stadi: Torino e Lazio giocano nel
deserto. Il botteghino piange, come lo spettacolo che spesso offrono le due
squadre.
La Lazio galleggia nella zona di nessuno, il cosiddetto limbo. Il Torino è
fresco di cambio di allenatore (Roberto D’Aversa ha sostituito Marco Baroni a
inizio settimana e debutterà proprio domenica) e ha appena tre punti di
vantaggio sul tris delle terzultime (Fiorentina, Cremonese e Lecce). I granata
rischiano di essere risucchiati nella battaglia per la salvezza e la situazione
è lacerante per i tifosi. Non sono infatti pochi quelli che vorrebbero
sprofondare in Serie B per liberarsi di un presidente mai amato. “Il giorno che
toglierà il disturbo sarà la nostra festa della liberazione”.
Un altro elemento che accomuna Lotito e Cairo è la temporalità dei mandati:
rappresentano le presidenze più longeve dei due club. Lotito è in carica dal 19
luglio 2004, quando acquistò il 26,969% del capitale sociale – già in questa
quota s’intuisce la vocazione al risparmio -, salvando la Lazio dal fallimento
dopo il crac del gruppo Cragnotti. Lotito, rispetto alla controparte, può almeno
rivendicare la conquista di sei trofei: tre coppe Italia (2009, 2013 e 2019) e
tre supercoppe di lega (2009, 2017, 2019). In campo internazionale, la sua Lazio
ha partecipato a tre edizioni di Champions League, a dodici di Europa League e a
una di Conference. Nei ventidue anni di reggenza, Lotito ha rimesso a posto i
conti economici, ma il lavoro di ragioneria non è bastato per fare breccia nel
cuore del popolo biancoceleste.
Il passaggio dagli splendori dell’era-Cragnotti – che stavano però per portare
al fallimento del club – al perenne esercizio di contabilità di Lotirchio, come
è stato ribattezzato, non è mai stato metabolizzato. Negli ultimi tempi, lo
scontro è salito di tono. Lotito, colpito nel portafoglio – il crollo del numero
degli spettatori all’Olimpico -, ha minacciato persino azioni legali. La teoria
dell’eterno complotto, che in Italia non passa mai di moda, è stata ventilata
più volte dal senatore, approdato in parlamento nel 2022 grazie al voto del
Molise. In un momento tra i più oscuri della storia laziale, l’unico referente
del tifo è l’allenatore Maurizio Sarri. Il Comandante è un separato in casa. Ha
tenuto a galla la squadra dopo il mercato bloccato della scorsa estate e ha
conquistato la semifinale di Coppa Italia, avversario l’Atalanta. È l’ultimo
obiettivo per puntare alla qualificazione in Europa, disertata quest’anno dopo
la delusione, la scorsa stagione, dell’esperienza-Baroni.
Proprio Baroni otto mesi fa fu chiamato a raccolta da Urbano Cairo, tanto per
restare nel segno di una linea piatta. L’avventura è durata due terzi di
campionato, ma cambiare guida tecnica con facilità è una pratica abituale del
presidente-editore, proprietario di RCS, Corriere della Sera e Gazzetta dello
Sport i gioielli del suo impero. Venti coach in quasi ventuno anni di presidenza
– rilevò il club nell’agosto 2005 – più vari ritorni. Il Torino di Cairo non ha
vinto nulla: un settimo posto in campionato, gli ottavi di Europa League
2014-2015 – la partecipazione fu ottenuta grazie all’esclusione del Parma – e i
quarti di coppa Italia sono lo zenit della sua presidenza. Cairo ha rubato il
sogno a una delle tifoserie più passionali d’Italia: non è poco. Il popolo
granata si porta dietro la storia di Superga, l’epopea dei cinque scudetti di
fila, il “tremendismo” di una squadra sempre all’opposizione. Cairo ha
narcotizzato tutto, in nome del rigore del bilancio. L’autocensura dei suoi
giornali, che ha ignorato nel corso degli anni la contestazione sempre più
forte, è servita a poco. Ha fatto sorridere – nell’era dei social nascondere le
cose è impossibile – e si è rivelata un boomerang.
Lotito e Cairo sono invitati a togliere il disturbo, ma qui, almeno
pubblicamente, i due si dividono. Lotito non ha alcuna intenzione di mollare. Il
progetto dello stadio Flaminio è il suo modo per rilanciare. Cairo sostiene
invece di essere pronto a valutare eventuali offerte, ma nessuno si sarebbe
finora fatto sotto. Vista la situazione di difficoltà della nostra Serie A,
precipitata al quarto posto tra le leghe europee (Premier, Liga e Bundesliga
sono avanti, e non di poco) e con il rischio di essere persino sorpassati dai
francesi, quanto sostiene Cairo può starci, ma dipende anche dalla famosa legge
della domanda e dell’offerta.
In ogni caso, domenica, preparate i fazzoletti: Torino-Lazio, tristezza e
lacrime.
L'articolo Torino-Lazio, la Serie A offre la partita della tristezza:
mediocrità, stadi vuoti e la rabbia contro Cairo e Lotito proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Urbano Cairo
L’assemblea dei giornalisti di La7 è pronta allo sciopero in assenza di risposte
da parte dell’azienda su questioni ritenute centrali, a partire dai “forfait
irrisori per aggirare i contratti e le incidenze domenicali non pagate”. È
quanto si legge in una nota diffusa al termine di un’assemblea, martedì.
I giornalisti spiegano di prendere atto “con sconcerto del rifiuto dell’azienda
di riconoscere ai colleghi neoassunti la corretta applicazione del contratto
collettivo nazionale e degli accordi integrativi aziendali, elusi attraverso
forfait palesemente irrisori e incongrui”. L’assemblea sottolinea inoltre “con
altrettanto sconcerto” il dietrofront dell’azienda sul pagamento delle incidenze
domenicali, dopo che al tavolo sindacale aveva comunicato la volontà di
uniformarsi a quanto stabilito dalla Corte di Cassazione: “I giudici hanno
riconosciuto ai giornalisti de La7 il diritto a percepire in busta paga questa
voce del contratto nazionale così come avviene per tutti i colleghi delle altre
testate, anche nel gruppo Cairo”, si legge ancora nella nota.
Alla luce di questa situazione, l’assemblea chiede al comitato di redazione di
“attivarsi anche legalmente per ottenere il rispetto dei contratti collettivo e
integrativo per i neoassunti e la concreta applicazione della decisione della
Cassazione anche per il pregresso”. Inoltre, viene richiesto di utilizzare “con
effetto immediato il pacchetto di giorni di sciopero già affidato al Cdr nel
caso di esito negativo dell’imminente incontro – sui due punti in questione – in
programma con l’azienda”.
Già a maggio del 2025 c’era stata una mobilitazione sindacale: all’epoca era
stato confermato in assemblea un pacchetto di tre giornate di sciopero per
protestare contro le condizioni di lavoro imposte “nonostante gli ottimi dati di
bilancio e gli straordinari risultati di ascolto, spinti proprio dai Tg e dai
programmi di informazione e dalla crescita su tutte le piattaforme”. Il
documento approvato quasi all’unanimità denunciava “stipendi ridotti per i
neoassunti”, organici insufficienti della redazione del Tg dopo numerosi
pensionamenti, carriere e retribuzioni bloccate da anni e lontane da quelle
delle altre televisioni nazionali, nonché l’assenza di un chiaro piano di
sviluppo e di investimenti, “nonostante gli ottimi dati di bilancio e gli
straordinari risultati di ascolto, spinti proprio dai Tg e dai programmi di
informazione e dalla crescita su tutte le piattaforme, che trainano l’intero
gruppo editoriale”.
L'articolo La7, giornalisti pronti allo sciopero: “Contratto collettivo e
accordi integrativi non rispettati, forfait irrisori” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Anni di decimi e undicesimi posti, campionati già finiti a febbraio, forse mai
iniziati. Senza particolari sogni e paure, infamia oppure lode. Quello che gli
hanno sempre rinfacciato i tifosi granata, che chiedevano soltanto un brivido.
Sono stati accontanti, purtroppo: finalmente Urbano Cairo ha portato il suo
Torino oltre la mediocrità. Il campionato dei granata – che cominciano
addirittura a vedere i fantasmi della Serie B – è la dimostrazione che si può
sempre fare peggio, e che l’assenza totale di ambizione alla lunga può diventare
pericolosa. Più volte abbiamo raccontato questo grigio limbo in cui è
sprofondato il Toro nella gestione Cairo: troppo forte per la retrocessione, non
abbastanza per puntare alle coppe. Nella lotta salvezza non si ritrovava mai
invischiata, più per demerito altrui che proprio (anche nel 2020 e 2021 –
rispettivamente 16° e 17° – la salvezza fu raggiunta con abbondante anticipo),
mentre l’Europa è sempre rimasta irraggiungibile.
Intendiamoci: in questa Serie A non è semplice competere ad alti livelli. Ci
sono quattro squadre completamente fuori portata per tutte le altre (le solite
Inter, Milan, Juventus, e in parte il Napoli), seguite dalla Roma che ha una
proprietà con disponibilità importanti. Ma anche Atalanta, Lazio e Fiorentina
viaggiano su valori differenti. Teoricamente, la corsa ai primi sei-sette posti
è chiusa in partenza ogni anno. Poi per fortuna il calcio non è una scienza
esatta, come dimostrano gli esempi virtuosi della stessa Atalanta (che ormai ha
numeri da big, ma soltanto dopo anni di presenze nelle coppe che hanno ampliato
il bilancio), del Bologna, e adesso anche del Como (seppur in quest’ultimo caso
con un investimento economico massiccio). Per inserirsi ai piani alti ci
vogliono ambizione e grande capacità di scouting. Qui subentrano le
responsabilità di Cairo, perché evidentemente al patron-editore è mancata sia
l’una che l’altra.
Il suo progetto è sempre stato mediocre, perché non è mai riuscito a fare il
salto di qualità, e forse nemmeno ci ha provato. Non si parla solo di
investimenti (è legittimo per un imprenditore non voler buttare soldi nel
pallone), ma proprio di idee e di sogni. Non c’è stata nemmeno la voglia di
proporre un calcio innovativo (tutte le scelte in panchina sono sempre state
piuttosto conservative), lanciare giovani o scoprire talenti sul mercato,
provare il colpaccio in Coppa Italia. Nulla di nulla. Un approccio prudente, di
totale mantenimento dello status quo, che ha finito per anestetizzare una piazza
tra le più passionali d’Italia, deprimere tifosi e forse gli stessi giocatori,
mortificare tutto l’ambiente. Ed ecco le conseguenze. A furia di scendere in
campo senza un reale obiettivo, i granata hanno cominciato a mettere in fila una
prestazione più imbarazzante dell’altra, inanellando risultati negativi, perché
poi nel calcio le motivazioni sono quasi tutto. Dopo due sconfitte consecutive,
una sola vittoria nel 2026 (a inizio gennaio, contro il Verona), la squadra è
scivolata sempre più indietro. Tra i tifosi si inizia a parlare apertamente di
retrocessione.
In realtà, anche per il Torino vale un po’ lo stesso discorso già fatto per la
Fiorentina. In questa Serie A dove a dicembre ci sono già due squadre
virtualmente in B (quest’anno Pisa e Hellas), bisogna mettersi davvero d’impegno
per retrocedere. Per un club che ha in rosa giocatori di un certo calibro, vista
l’inadeguatezza delle rivali, è quasi impossibile, alla lunga i valori troppo
superiori sono destinati ad emergere. Infatti la Viola, che molti davano per
spacciata, si è pian piano ritirata su, anche se al momento si trova ancora al
terzultimo posto, a dimostrazione che una volta finiti nelle sabbie mobili non è
comunque facile uscirne. E proprio la Fiorentina adesso può inguaiare il Toro,
perché se dovesse vincere il derby-spareggio contro il Pisa, i granata si
ritroverebbero a soli tre punti dalla zona retrocessione. Con l’obbligo di
cominciare a giocare per qualcosa che conta. Forse è l’incognita più grande per
una squadra cerebralmente morta, che non è abituata a lottare per un obiettivo,
figuriamoci a soffrire. Per una piazza che da anni non prova più nulla e adesso
inizia ad aver paura. Questa, almeno, è un’emozione.
X: @lVendemiale
L'articolo Finalmente Cairo ha regalato un’emozione ai tifosi del Torino:
l’incubo della retrocessione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fatal ‘Marassi’. Forse. In quel ‘forse’, c’è tutto l’alone di incertezza che
circonda Torino e il suo allenatore, Marco Baroni, la cui posizione dopo il 3-0
subìto in casa del Genoa è diventata molto scricchiolante. Non è solo una
questione di risultato o di punti, ma di prestazioni: il Torino non ha saputo
reagire allo svantaggio, si è impelagato dentro a un’espulsione figlia di un
blackout di Ilkhan verso la fine del primo tempo, e nella ripresa non ha mai
davvero impensierito Bijlow, il portiere avversario. Davvero troppo poco per un
collettivo che secondo Urbano Cairo è decisamente più all’altezza dei 27 punti
finora conquistati, a soli +6 dal terzultimo posto rappresentato dalla
Fiorentina. Ora Baroni è a rischio, dopo tanta fiducia concessa.
LA RICOSTRUZIONE
A dicembre, infatti, pur di non esonerare l’allenatore, il presidente granata
aveva deciso di sollevare dal suo incarico il direttore sportivo Vagnati e di
richiamare un suo uomo di fiducia, quel Gianluca Petrachi che sùbito aveva
capito quanto fosse pesante la situazione ambientale. Una scossa era stata data,
ma la percezione che fosse una situazione molto precaria c’era ed è rimasta
anche dopo il mercato rivoluzionario di gennaio. Che ha portato uomini nuovi, ma
non tanti punti. Per questo, la delusione della dirigenza è ancora maggiore:
dopo la partita contro il Genoa, non c’è stato nemmeno un confronto tra le
parti, con Cairo e Petrachi andati via insieme e decisamente scuri in volto.
Baroni è rimasto con la squadra, ma non si è presentato alla stampa (l’ha fatto
solo Vlasic, leader del gruppo e unico a salvarsi dalla disfatta in terra
ligure): un indicatore, questo, di quanto possa essere davvero precaria la
situazione.
LE PROSPETTIVE
Il Torino si prenderà qualche ora, massimo un giorno, prima di scegliere. Da un
lato, la conferma di Baroni con una fiducia chiaramente a tempo; dall’altro,
l’esonero, con un traghettatore da individuare che possa, per le ultime 12
partite, portare la nave in porto. Il nome ancora non contattato può essere
quello di D’Aversa, allenatore esperto di salvezza che potrebbe anche accettare
di firmare un contratto per pochi mesi per provare a guadagnarsi la permanenza
sul campo (una cosa à la Spalletti, per intendersi). Una permanenza che comunque
non sarebbe scontata.
LA RIVOLUZIONE
Perché la sensazione è che in un modo o nell’altro in estate la squadra verrà
per l’ennesima volta rivoluzionata. Con un nome nuovo in panchina. Salvo
clamorose sorprese e a prescindere da come andrà nelle prossime ore, infatti,
Baroni difficilmente resterà per la prossima stagione, viste le difficoltà di
rendimento incontrate quest’anno. Sarebbe il terzo allenatore in tre anni, con
il ritorno di Juric (che piace molto a Petrachi) come possibile soluzione. Ma si
sta andando troppo in là con il tempo: la priorità è a questo momento. Un
momento di consultazioni e di decisioni da prendere. Anche drastiche.
L'articolo La crisi del Torino: Cairo e Petrachi valutano l’esonero di Baroni.
Gli scenari e lo spettro della zona retrocessione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Davide Vagnati non è più il direttore sportivo del Torino. A comunicarlo è stato
lo stesso club torinese, con una nota ufficiale: “Il Torino Football Club
comunica l’esonero, con effetto immediato, di Davide Vagnati dall’incarico di
Direttore Sportivo e Responsabile dell’Area tecnica del Club”.
Contestualmente – sempre all’interno della stessa nota – il club di Urbano Cairo
ha annunciato il ritorno di Gianluca Petrachi dopo sei anni: “La direzione
tecnico-sportiva è stata nuovamente affidata a Gianluca Petrachi, già Direttore
Sportivo del Torino con una lunga permanenza dal 2010 al 2019. Tutta la Società
riaccoglie Gianluca Petrachi con un caloroso abbraccio”.
Vagnati lascia così il club torinese dopo più di cinque anni: il dirigente era
infatti direttore sportivo dal maggio 2020. Stagioni in cui il Torino ha
alternato annate positive ad altre meno. Il club piemontese si trova al momento
in sedicesima posizione con 14 punti – a +4 dalla zona retrocessione – ma
soprattutto non vince da sei giornate ed è reduce da tre sconfitte consecutive.
Un momento delicato in cui a pagare è stato il direttore sportivo Davide
Vagnati. Già Urbano Cairo dopo la sconfitta contro il Milan aveva lasciato
intendere qualcosa, rispondendo a una domanda su un possibile esonero
dell’allenatore Marco Baroni: “Ma che vuol dire? Sarà mica Baroni il tema. Con
lui ci parlo ogni giorno, ma non c’è argomento, non è in discussione. Non è
tutto perfetto, se prendi tre gol qualche errore c’è e va corretto, ma il tema
non è l’allenatore”, aveva spiegato il patron torinese.
Adesso una nuova era, con il ritorno di Gianluca Petrachi, che al Torino è già
stato dal 2010 al 2019. Nei suoi anni a Torino, Petrachi è stato artefice di
colpi come Alessio Cerci, Ciro Immobile, Matteo Darmian e Andrea Belotti solo
per dirne alcuni. Nel 2019, dopo buoni risultati nei nove anni da direttore del
Torino, Petrachi decise di lasciare il club granata, andando alla Roma. Un addio
che aveva causato anche disguidi con lo stesso Cairo, che oggi però sembrano
risolti.
L'articolo Ribaltone nel Torino: esonerato il ds Vagnati, dopo sei anni torna
Gianluca Petrachi proviene da Il Fatto Quotidiano.