di Francesca Carone*
Quando le disquisizioni di raffinato intellettualismo
storico-politico-filosofico mettono a dura prova la propaganda del SÌ, il
risultato è un inevitabile e inesorabile “autogoal”.
È ormai evidente che le tesi, oggettivamente enucleate da intellettuali,
giuristi e storici del NO, dimostrano, attraverso, autorevoli paralleli storici
e lucide sovrapposizioni filosofiche e politiche, che cultura e politica sono
due facce della stessa medaglia che riproducono la storia e l’evoluzione sociale
e politica dell’uomo. Se la medaglia è quella “giusta” il dibattito che ne
deriva si sviluppa all’interno di una dialettica costruttiva e autoregolante: in
questa accezione si può discutere in un contesto “alla pari” in cui il confronto
e la condivisione presuppongono una statura umana e intellettuale degli oratori,
sedimentata nella cultura e nell’approccio politico e sociale.
A prescindere dai colori della politica, un dibattito sano, libero e onesto si
estende e si muove all’interno di un confine etico e culturale che accompagna la
genesi del pensiero politico nell’opinione pubblica. Se la tesi enucleata ha
nessi storici e si ramifica in un substarto etico, il dibattito che ne deriva
assurge alla funzione di discernimento e apertura mentale di chi ascolta e
osserva.
Nutrire l’opinione pubblica con eloqui di spessore etico vuol dire indirizzare i
paradigmi sociali verso i valori della convivenza, uguaglianza e senso di
appartenenza. La confusione che si respira è il frutto di una insana tendenza a
traghettare la politica in territori di eccessiva propaganda che confonde,
indebolisce e strumentalizza l’opinione pubblica in balia di costruzioni
antitetiche della realtà. Manca chiarezza, autenticità, onestà e consapevolezza
etica dell’agire politico con le relative ripercussioni. Gli esempi sono sotto
gli occhi di tutti: il dibattito referendario in questo senso rappresenta la
cartina di tornasole della tendenza di una certa politica a coltivare tesi e
orientamenti nel proprio orticello ideologico a discapito di una visione
d’insieme.
Le congiunture sregolate della propaganda politica vengono fuori in tutta la
loro contraddizione e opacità: gli attivisti del Sì, senza entrare nel merito
della tesi politica, infilano nel loro dibattito cataclismi sociali, impunità e
cavallette. La Presidente del Consiglio, nell’intervento al teatro Parenti di
Milano per la kermesse di FdI, ha rigorosamente affermato che “Se la riforma non
passa ci saranno stupratori in libertà e figli strappati alle mamme”, puntando
il dito contro dinieghi e rigidità della cosiddetta magistratura politicizzata.
Hanno seguito lo stesso copione le parole della Capo Gabinetto del Ministero
della Giustizia, Giusy Bartolozzi, provocando un effetto doppler sulla campagna
del Noi. Parole divisive e impetuose che incidono in modo deleterio
sull’opinione pubblica, destabilizzandola e conducendola in un vortice. Di qui
il passo all’astensione è breve: senza idee e senza un riconoscimento sincero e
autentico sul merito delle tesi referendarie, la partecipazione viene meno e con
essa la libertà.
L’escalation demotivante si ripercuote in tutti i comparti della società. La
scuola è l’agenzia che forse subisce il maggior contraccolpo alimentando, nel
suo esercizio educativo, paure, giudizi e insicurezze; introiettando un certo
malessere estendibile alla famiglia e agli operatori sociali che supportano e
indirizzano le azioni pedagogiche della scuola.
Il rischio è quello di un’implosione strutturale dell’istituzione scolastica che
smuove il baricentro dell’azione educativa destabilizzando ruoli e funzioni:
occhi puntati sulle famiglie che vivono in un ambiente naturale come un bosco e
sull’Educazione all’affettività “limitata” dalla recente normativa con una
procedura più rigida. Ed è significativo il continuo accostamento (certamente
legittimo) dell’insegnante al ruolo di pubblico ufficiale, terminologia che
emargina l’aspetto emotivo/educativo e accudente del docente/maestro.
È un’esultanza scettica quella che pervade il mondo del lavoro che “vedrà
tornare i giovani in Italia” in caso di vittoria del Sì (tesi lanciata dalla
Bortolozzi dopo quella del “plotone di esecuzione” attribuito alla
Magistratura). Prendersi cura dell’opinione pubblica spetta soprattutto alla
politica. Prendersene cura vuol dire alimentare l’esercizio della narrazione
attraverso un linguaggio etico, veritiero e costruttivo che punti alla sostanza
e non all’orticello ideologico della mera propaganda. Restituire alla società
sempre più liquida e indifesa, gli strumenti per codificare la realtà politica e
sociale, osservarla e attraversarla mobilitando idee, valori e cambiamento.
*insegnante
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e cavallette proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Astensione
di Susanna Stacchini
Limitarsi a biasimare chi rinuncia ad esprimere il proprio voto, è un modo per
giudicare l’estetica e non la sostanza. Le proporzioni dell’astensione sono
tali, da rendere indispensabile un’analisi attenta, in grado di ricercare le
radici profonde del fenomeno. Oggi invece, a partire dalle Istituzioni, passando
per la politica e una larga parte della stampa, l’approccio alla questione è
superficiale e inadeguato. Con l’indifferenza verso la disaffezione al voto, la
politica confessa la rinuncia alla sua funzione più nobile, mettersi a servizio
della gente, confermandosi al contrario, espressione esclusiva di una ristretta
casta di potenti benpensanti.
Dietro ogni non voto c’è la storia di una vita. Dietro ogni non voto c’è
emarginazione, miseria, malattia e disincanto. Dietro un non voto c’è il giovane
precario che non può progettare il suo futuro, c’è la giovane coppia che
rinuncia ad avere figli, perché non può permetterseli, c’è il lavoratore povero
che ha smesso di curarsi. Dietro il non voto c’è il disoccupato e l’inoccupato,
distinguo peraltro sterile e offensivo. C’è l’anziano che vive in situazione di
povertà assoluta. C’è il mendicante, per il quale mangiare un pasto caldo o
dormire al coperto e all’asciutto, è un’incognita giornaliera.
Dietro il non voto ci sono l’Infermiere e il Medico di una sanità pubblica allo
sfascio. Ci sono i figli della madre morta di tumore, in attesa della risposta
dell’esame istologico. C’è la persona, parte offesa in un procedimento penale
che, grazie alla mannaia della prescrizione e improcedibilità, vede svanire il
suo sogno di giustizia. C’è il giovane costretto a migrare all’estero, per
vedere riconosciuti e valorizzati i suoi studi. C’è il genitore del ragazzo
morto suicida, complice una sanità pubblica ormai al collasso. C’è il padre di
famiglia, stretto nella morsa di uno sfratto esecutivo. Dietro il non voto c’è
sfiducia, senso di impotenza e la certezza di non avere alcuna possibilità di
riscatto.
In questo contesto, si è ridotto ai minimi storici anche quell’elettorato di
fedelissimi, per i quali il voto non è una scelta, ma una fede e che per
decenni, si è recato al seggio, orgoglioso di votare il “meno peggio”. Così oggi
che il numero degli astenuti supera addirittura il 50% degli aventi diritto al
voto, nessuna forza politica, partiti, movimenti, coalizioni, leader, possono
arrogarsi il diritto di dichiarare vittoria. Le proporzioni della
disassuefazione al voto, sono inequivocabili, non lasciano scampo.
La politica ha perso e insieme a lei, tutti noi. Quello dell’astensione è un
dato allarmante e monitor per la nostra democrazia, peraltro destinato ad
aggravarsi, in considerazione della sfrontatezza con cui viene ignorato. Nessun
approfondimento, nessun focus, complice una politica che evita come la peste,
qualunque domanda nel merito. La politica, invece di metterci la faccia e
prendersi le proprie responsabilità, preferisce burlarsi di una crisi di
rappresentanza senza precedenti. Evitare qualunque analisi dei numeri assoluti,
focalizzando l’attenzione esclusivamente su quelli percentuali, è funzionale al
loro tornaconto. Infatti, se pur da profana in materia, credo di poter sostenere
che se l’affluenza al voto è di circa il 47% degli aventi diritto e un partito
ottiene il 31%, la percentuale effettiva del suo consenso è del 14,57% circa.
Una fotografia questa che smonta nei fatti, molte delle tante sbandierate
vittorie. E una politica che, incurante dei pericoli a cui ci espone, ricorre a
narrazioni fuorvianti e faziose, pur di proclamare vinti e vincitori, diventa
usurpatrice del suo stesso nome. Non è un segreto che l’ordine democratico si
regga sul rapporto di fiducia fra Stato e cittadini. Un rapporto venuto meno da
tempo, da recuperare con estrema urgenza. E in qualità di cittadini attivi del
processo democratico, tornare ad esercitare quella funzione di controllo che ci
compete e che già in passato, si è dimostrata determinante nel contrasto di
derive autoritarie.
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