Roger Dutilleul ci fa accomodare nel salotto di Rue de Monceau: in quel
naufragio di tele e cornici, Picasso e Modigliani sono appesi l’uno accanto
all’altro, gli acrobati di Léger oscillano nella sala da bagno; i frammenti
esplosi del cubismo raccontano la nascita di un tempo nuovo. Dutilleul iniziò a
collezionare a trent’anni e non lo fermò la morte nel 1956, perché continuò per
lui il nipote Jean. Agli inizi della carriera non aveva le disponibilità per
acquistare i postimpressionisti e l’amato Cézanne; ma intuì un sentore affine
nell’avanguardia di due giovani sconosciuti, tali Braque e Picasso, di cui
divenne il primo mecenate. Collezionò senza dogmi né preconcetti, acquistò
d’istinto, supportando artisti emarginati ed emergenti che il mondo non era
pronto ad accogliere. Quando il suo sguardo si posava sulle loro tele, la vita
ordinaria, quella degli appuntamenti e delle fabbriche, diventava per un attimo
straordinaria – e la solitudine pesava meno, in un mondo che girava inesorabile
sui cardini della Storia.
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IL SACRO CUORE DI MONTMARTRE (1910) DI GEORGES BRAQUE
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GIOVANE CONTADINA CON UN MAZZO DI PAPAVERI, DI CAMILLE BOMBOIS
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FIRMA DELLA DONAZIONE MASUREL
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ABITAZIONE-DI-JEAN-MASUREL
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PABLO PICASSO, PESCI E BOTTIGLIE, 1909
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PH. IRENE FANIZZA
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PH. IRENE FANIZZA 2
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ROGER DUTILLEUL IN HIS APARTMENT ON RUE DE MONCEAU, PARIS
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Dutilleul lasciò in eredità la collezione al nipote Jean Masurel che, insieme
alla moglie, la integrò allineandosi ai gusti dello zio – Fernand Léger, Georges
Braque, Pablo Picasso, Paul Klee, André Lanskoy e pittori autodidatti, come
André Bauchant e Bernard Buffet. I coniugi la donarono alla città di Lille e nel
1983 nacque il Musée d’art moderne de Villeneuve d’Ascq, immerso nel verde e
nella contemporaneità. Riprende il dialogo avviato negli ultimi anni dalla
Fondazione Bano con le istituzioni museali di fama internazionale: è il momento
del LaM – Lille Métropole Musée d’art moderne, d’art contemporain et d’art brut
-, dal quale provengono le 65 opere dei 30 artisti d’avanguardia esposte nella
mostra di Palazzo Zabarella a Padova curata da Jeanne-Bathilde Lacourt e aperta
al pubblico fino al 25 gennaio.
Il fil rouge è inconsueto e per questo affascinante: la mostra Modigliani
Picasso e le voci della modernità segue l’intuito di Roger Dutilleul e la
ricerca del nipote Jean, virtù innata che non si impara né si compra. Niente
sovrastrutture, nessuna teoria, solo sensazioni: è questa una mostra da
attraversare senza lasciarsi abbagliare dai grandi nomi, con lo stesso sguardo
appassionato e istintivo con cui Dutilleul ha attraversato la storia dell’arte
del Novecento. La modernità in cui ha creduto è corale – cubista, surreale,
astratta, naïf – e si lascia comprendere prestando ascolto a tutte le voci in
cui si (s)compone.
Il moderno frana dal Sacro Cuore di Montmartre che Braque ha fatto esplodere nel
1910, assume uno, nessuno, centomila volti quando diventa la Donna con cappello
di Picasso, grigia come la cenere ancora fumante delle macerie della Guerra. Ha
il volto robotico della donna ‘tubista’ di Léger che riceve fiori d’acciaio –
forse dall’uomo che fuma nel dipinto accanto – e la guarda innamorato, per
quanto possa esserlo un cuore di ferro; nella testa del musicista di Mirò
suonano tutte le note del mondo. Modernità significava anche trasformare il
disagio in visione, deviare in percorsi alternativi alla scoperta dell’anima più
selvaggia e mistica del secolo breve: ecco allora la presenza di Jean Dubuffet
in mostra, che nel 1945 abbracciò con il termine Art Brut l’arte esclusa dal
circuito ufficiale, le opere realizzate negli ospedali psichiatrici da persone
emarginate e autodidatte.
E poi c’è lui, il protagonista del “Museo personale” di Dutilleul, Amedeo
Modigliani: lo aveva ritratto sei mesi prima di morire, quando nel soprannome
Modì era marchiato il suo destino (maudit). Dipinse anche lui senza pupille –
ironia della sorte – nonostante il mecenate fosse stato tra i primi a vedere
davvero la meraviglia nell’arte del giovane livornese. Le sei tele della grande
sala da ballo di Palazzo Zabarella avvolgono l’osservatore con i colori pastosi
della nostalgia, in un abbraccio di sguardi velati che parlano lingue lontane,
sospesi tra classicità, primitivismo, arte egizia, rinascimentale e africana.
Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi: e gli occhi senza pupille
dei suoi soggetti sono finestre di mondo interiore che si affaccia ma non si
mostra, identità fragili, maschere incompiute. Nella dolcissima Maternità del
1919, gli occhi della piccola Jeanne in braccio all’ultima compagna di
Modigliani sono inondati di cielo.
Cos’è la modernità? Per Dutilleul la contingenza ha significato presenza: occhi,
cuore, anima del collezionista erano lì, presenti in prima linea, in vera
‘avan-guardia’, davanti alla bellezza dell’opera e al suo messaggio. Prima che
il mondo si accorgesse di loro e li consacrasse al successo, Dutilleul c’era:
aveva incontrato quei giovani artisti, li aveva guardati negli occhi, li aveva
ascoltati. Si circondò delle loro opere per poter “incrociare di nuovo i loro
sguardi” anche quando loro non c’erano più, per poterli interrogare sul
presente, sul passato, sul futuro. E insieme lo hanno annullato quel tempo che
voleva a tutti i costi essere moderno e lo hanno trasformato in eterno presente.
Come la scultura mobile di Calder che apre il percorso: nulla sta fermo, tutto
resta.
L'articolo Da Picasso a Modigliani seguendo lo sguardo di Roger Dutilleul, il
mecenate che ascoltò le voci della modernità proviene da Il Fatto Quotidiano.