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Segre: “Non usare Gaza conto il Giorno della memoria. Il conflitto nella Striscia ha fatto riesplodere l’antisemitismo”
“Si può e si deve parlare di Gaza nel Giorno della memoria: si può parlare si Iran, Ucraina, Venezuela e tutto ciò che chiama in causa l’umanità, ma non si può usare Gaza contro il giorno della Memoria“. Lo ha detto la senatrice Liliana Segre durante la cerimonia al Quirinale, sottolineando che “non può succedere che diventi occasione di una vendetta contro le vittime di allora”. “Si può, si deve parlare di Gaza – ha ribadito Segre – di Iran, di Ucraina, di Venezuela e di Sudan, e di tutto ciò che offende la dignità e chiama in causa la nostra responsabilità di cittadini di un mondo globale. Il problema è un altro: non si può usare Gaza contro il Giorno della Memoria. Tentare di oscurare o alimentare o lasciar correre ossessivi tentativi di banalizzazione di distorsione e di inversione della Shoah, non si può accettare che diventi una vendetta sulle vittime di allora. Il Giorno della Memoria – ha aggiunto Segre – non è per gli ebrei. È principalmente per tutti gli altri. Serve per ricordare la nostra storia, quello che fece l’Italia fascista di allora, la Germania nazista e molti stati europei contro le razze considerate inferiori, contro i più deboli e i diversi. Contro l’umanità. Il Giorno della Memoria è per ricordare i carnefici, ma anche quelli che si opposero, e i giusti che tentarono a costo della vita di salvare i perseguitati”. L'articolo Segre: “Non usare Gaza conto il Giorno della memoria. Il conflitto nella Striscia ha fatto riesplodere l’antisemitismo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Liliana Segre
“Affondare le navi delle ong nel Mediterraneo”, “Le camere a gas una menzogna”, chiesto il processo per il gruppo antisemita Ordine Ario Romano
La procura di Roma – a più di quattro anni dalle misure cautelari – ha chiesto il rinvio a giudizio per sei appartenenti al gruppo antisemita ‘Ordine Ario Romano’ smantellato nel giugno del 2021 con un’operazione condotta dai carabinieri del Ros e coordinata dalla procura di Roma. Fra questi c’è anche Francesca Rizzi, la donna che avrebbe vinto nel 2019 il concorso per ‘Miss Hitler’ sul social network russo ‘VK’. I pm contestano il reato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa. Per tre indagati che hanno scelto il rito abbreviato è stata chiesta una condanna a un anno e mezzo ciascuno mentre altri tre hanno chiesto un patteggiamento a 2 anni su cui il pm ha dato parere favorevole. Parti civili nel procedimento sono l’Ucei, l’Anpi e la senatrice a vita Liliana Segre. Secondo quanto emerso dalle indagini, i militanti, di età compresa tra i 26 e i 62 anni, pubblicavano sui social network contenuti razzisti e antisemiti e risiedevano in varie regioni italiane. Secondo l’accusa, gli appartenenti al gruppo neonazista utilizzando i social network e un gruppo Whatsapp, propagandavano e incitavano alla discriminazione e alla violenza razziale, xenofoba, etnica, antisemita e religiosa. Tra i messaggi e i post finiti all’attenzione degli inquirenti ce ne sono alcuni in cui si nega la Shoah e le ‘camere a gas’, ritenute “la menzogna più grande della storia”. I militanti del gruppo scrivevano inoltre: “Il pericolo ebraico sarà eliminato solo quando gli ebrei di tutto il mondo avranno cessato di esistere”. L’organizzazione prendeva di mira anche i migranti, con messaggi del tipo “affondare tutte le navi ong nel Mediterraneo e abbattere tutte le chiese, sinagoghe e moschee sarebbe la soluzione di parte dei nostri problemi”. Quando furono eseguite le misure emerse che gli indagati esercitavano una propaganda incessante per spingere i follower all’azione. Tanto che il giudice per le indagini preliminari nel provvedimento aveva scritto che “la rassegna dei più qualificanti contenuti delle comunicazioni veicolate sulle pagine social del gruppo lumeggia in una visione di insieme l’attitudine a promuovere e istigare condotte violente ispirate a sentimenti razzisti e di discriminazione etnica”. Il gip, inoltre, aveva sottolineato come “gli innumerevoli post e scritti pubblicati sulle pagine social riconducibili al gruppo e a ciascun aderente” non fossero limitati “a perseguire un condizionamento puramente mentale ed ideologico nei confronti degli utenti internet, ma sono palesemente volti a instillare comportamenti concreti, violenti e provocatori”. Secondo gli inquirenti, il rischio che dalla propaganda online si potesse passare ad azioni di matrice razzista o antisemita era concreto: “Non può sfuggire la potenzialità concreta a sollecitare azioni materiali lesive della incolumità fisica di persone appartenenti a una delle comunità umane prese di mira”. La decisione del giudice per l’udienza preliminare di Roma è attesa per il 18 febbraio. L'articolo “Affondare le navi delle ong nel Mediterraneo”, “Le camere a gas una menzogna”, chiesto il processo per il gruppo antisemita Ordine Ario Romano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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