Si complica la mezza crisi diplomatica aperta tra Italia e Israele dopo la
dichiarazione dell’Idf che è stato “un soldato” e non un colono, civile per
quanto armato, a fermare i due carabinieri domenica scorsa nelle vicinanze di
Ramallah in Cisgiordania, costringendoli a inginocchiarsi sotto la minaccia di
un fucile mitragliatore per poi rilasciarli, intimando loro di non ripresentarsi
da quelle parti. Per Roma, che ha reagito convocando alla Farnesina
l’ambasciatore Jonathan Peled, sarebbe “ancora più grave” se ad agire fosse
stato un militare. Ma il governo di Tel Aviv per ora nega, rimane sulla promessa
di accertamenti fatta lunedì da Peled. Ora però il nostro ministero degli Esteri
sta interloquendo anche con l’addettanza militare dell’ambasciata israeliana a
Roma.
Il portavoce delle Israeli defense forces, a richiesta del Fatto, ha risposto:
“Domenica un soldato ha individuato un veicolo che si dirigeva verso la comunità
di Sde Ephraim lungo una strada chiusa al traffico civile in base alla
valutazione della situazione operativa e designata come zona militare chiusa. Il
soldato – prosegue il portavoce Idf – ha quindi classificato il veicolo come
sospetto. Poiché al momento non è stata identificata la targa diplomatica, il
soldato si è avvicinato al veicolo per fermarlo, puntando l’arma senza aprire il
fuoco, e ha ordinato ai passeggeri di uscire dal veicolo e di identificarsi. Una
volta che i passeggeri si sono identificati come diplomatici, il soldato li ha
immediatamente rilasciati e ha segnalato l’incidente ai suoi comandanti. Da
un’indagine preliminare – informa ancora l’Idf – risulta che il soldato ha agito
in conformità con le procedure previste in caso di incontro con un veicolo
sospetto. Tuttavia, non ha agito in conformità con le procedure applicabili ai
veicoli diplomatici, poiché il veicolo non era stato identificato come tale. Il
soldato è stato convocato per un colloquio chiarificatore e una revisione delle
procedure, che saranno inoltre rafforzate per tutti i soldati nella zona della
Giudea e della Samaria”. La stessa risposta è stata inviata alla Rai di
Gerusalemme.
L’episodio risale appunto a domenica 25. I due carabinieri, in servizio al
Consolato italiano di Gerusalemme, erano andati a fare un sopralluogo con auto
diplomatica blindata al Sharek Youth Village, la sede di una Ong palestinese a
Kafr Ni’mah nel governatorato di Ramallah, a poco più di una decina di
chilometri dalla capitale dell’Autorità nazionale palestinese. Un’attività
ordinaria in vista della visita dei capi missione dell’Unione europea,
programmata per giovedì 29. Lì però sono stati fermati da un uomo in abiti
civili, con fucile mitragliatore e giubbotto antiproiettile. Li ha fatti
scendere dall’auto sotto la minaccia dell’arma e costretti a inginocchiarsi.
Parlava, secondo il racconto dei militari, un inglese incerto, tanto che ha poi
chiamato un’altra persona tramite la quale è riuscito a identificare i militari.
L'articolo Carabinieri bloccati a Ramallah, l’Idf ammette: “A fermarli è stato
un nostro soldato”. L’Italia: “Ancora più grave”. Il governo Netanyahu non
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