Francesca ha 24 anni, lavora con i bambini in vista di iniziare un percorso di
studi in Scienze della Formazione. Elvira, invece, di anni ne ha 29, è
originaria di Caserta, è avvocata e lavora presso il Consiglio Superiore della
magistratura. Percorsi diversi, ma accomunati da due realtà: anzitutto, la
provenienza da una famiglia scout (“Mia madre ha fatto l’ultima route scout –
campeggio in cammino, ndr – con me nella pancia all’ottavo mese e papà che la
seguiva in macchina”, racconta Elvira). E, soprattutto, l’essere oggi due “cape”
scout. Per i lupetti e le lupette del gruppo Roma 85, infatti, Francesca Mellina
ed Elvira Pozzuoli si chiamano solo ed esclusivamente Akela e Bagheera, due
figure centrali nel racconto del Libro della Giungla di Rudyard Kipling, sfondo
narrativo e di valore dei lupetti e delle lupette Agesci.
“MA IN QUESTA PARROCCHIA CI SONO GLI SCOUT?”
L’incontro tra Francesca e Elvira è stato casuale. “Ero andata via da Caserta,
anzi precisamente Santa Maria Capua Vetere per venire a Roma”, racconta Elvira,
“poco dopo aver preso la mia partenza scout, che consiste sostanzialmente nel
fare una scelta di fede, politica – non partitica, ma di attenzione ai valori
sociali e all’aiuto del prossimo – e di servizio, nel mio caso i minori
disagiati. Ma un giorno, entrando nella chiesa sotto casa a Roma, ho scoperto
che c’era un gruppo scout. Sorpresa, mi sono subito informata ed eccomi qui,
nonostante nella mia vita il tempo libero fosse già pochissimo”.
Essere volontari scout, infatti, significa impegnare moltissime ore alla
settimana. “Ci sono gli incontri per preparare le riunioni dei lupetti, le
riunioni di staff, poi quelle di comunità capi, poi di zona, infine tutta una
serie di eventi legati allo scoutismo”, racconta Francesca. “E la nostra
presenza per i ragazzi è fondamentale, siamo i loro punti di riferimento, dunque
facciamo del nostro meglio per esserci sempre, infatti anche se siamo sei capi
raramente ci assentiamo. E se accade lo viviamo semplicemente con la
consapevolezza di non essere vulnerabili. È bellissimo lavorare con persone che
hanno il tuo stesso grado di passione, ma sono fallibili come te”.
FATICA. MA CON TANTA RESTITUZIONE
Lo sforzo, insomma, è molto, e ci sono serate in cui, preparando le cose per la
riunione o la caccia del giorno dopo, si avverte un senso di fatica
schiacciante. “Ma poi il giorno dopo accade sempre che ci sia una restituzione
di affetto e di gioia, perché magari capiamo che quel lupetto aveva proprio
bisogno che noi ci fossimo e che dicessimo quelle parole specifiche per lui”,
dicono insieme.
Di esperienze intense, durante gli anni di scoutismo soprattutto come cape, ce
ne sono state. “Ricordo l’ultima route che ho fatto con il noviziato”, racconta
Elvira. “Era un periodo difficile per me, non avevo passato un concorso
importante, stavo molto male. C’era uno dei nostri ragazzi che soffriva di
disturbi alimentari, tema a me particolarmente caro, e allora, insieme all’altro
capo, abbiamo organizzato una route totalmente improvvisata per lui, non di
strada ma di servizio, incentrata sul tema del contrasto alla camorra e sulle
terre confiscate. Sono tornata con una carica incredibile. In quel momento loro
sono stati la mia salvezza”. “Ammetto: mi hanno fatto più piangere i lupetti e
le lupette in vita mia di qualunque altra cosa”, confessa a sua volta Francesca.
“Ma se parliamo di esperienze forti sicuramente mi piace citare la route in
Sicilia, dove abbiamo passato una settimana con bambini provenienti da un campo
profughi nel Sahara (Sahrawi di Tindouf), conoscendo la loro storia e la loro
cultura. Ci hanno regalato i loro giocattoli, è stato commovente e poi durissimo
tornare nella nostre confortevoli case. Per questo, quest’anno, stiamo facendo
fare ai lupetti e alle lupette una sorta di ‘memory’ per famiglie in fuga in
Italia dalla guerra a Gaza. In pratica, ad ogni immagine sulla singola tessera
associamo una parola e quando sarà finito glielo daremo: rispecchia il nostro
principio dell’imparare giocando. Lo stiamo costruendo lentamente per dare ai
nostri bambini la possibilità di sentire le emozioni che provano facendolo. Non
sono pochi anche i bambini italiani oggi, in un mondo che va sempre più di
fretta, che hanno difficoltà ad esprimere le emozioni”.
ESSERE SCOUT IN UN MONDO SEGNATO DAL CONSUMISMO
Ma come si vive oggi lo scoutismo, in una società che, a differenza di quella
all’epoca del fondatore Baden-Powell, è segnata dalla distruttività di un
capitalismo che tutto consuma, a partire dai valori morali? Sono cambiati,
anche, i bambini? “Ciò che noto”, spiega Elvira, “è che le famiglie sono meno
presenti come co-educatori, perché lavorano e hanno meno tempo. A maggior
ragione lo scoutismo resta un’ancora di salvezza, per bambini – che spesso, tra
l’altro, sono figli unici – e che ormai vengono a contatto con i peggiori orrori
del mondo tramite uno smartphone. Qui trovano forse uno dei pochi ambienti
rimasti dove possono essere bambini, giocare, sporcarsi, sbagliare, senza che
nessuno li giudichi, in un contesto di libertà e amore al tempo stesso che forse
la scuola non sa garantire”. “Siamo un movimento giovanile da sempre schierato
per la pace e la libertà e su valori come l’antifascismo, quindi da sempre siamo
controcorrente”, aggiunge Francesca, “e questo clima è rimasto. Qui non si fa
intrattenimento, come ai campi estivi di sport o vela, scoutismo è soprattutto
educazione. E poi c’è un ultimo aspetto”, conclude, “l’autonomia: ci sono
lupetti e lupette che non sanno allacciarsi le scarpe, che sono dipendenti sotto
tanti aspetti. Noi siamo sempre pronti a dar loro una mano ma la cosa importate
è imparare a farlo, diventare indipendenti. E la distanza dai genitori aiuta
tantissimo”. Un distacco difficile, ai tempi dei genitori ‘elicottero’. Ma che
questi ragazzi, che hanno scelto di dedicare parte della loro vita a ragazzini
in crescita in un mondo stravolto, sanno fare con gentilezza e sempre col
sorriso. Informando, rassicurando i genitori, sempre però consapevoli del loro
ruolo: non ‘animatori’, ma educatori.
L'articolo Francesca, Elvira e gli scout al tempo degli smartphone: “Non
‘animatori’, ma educatori” proviene da Il Fatto Quotidiano.