di Gerardo Ongaro
Un tempo Recoaro Terme era frequentata da nobili, sovrani, scrittori, musicisti,
come la Regina Margherita, il filosofo Friedrich Nietzsche, Giuseppe Verdi; in
tempi meno lontani si svolsero due finali del Cantagiro. Uno splendore in forte
contrasto con il declino attuale. Ma ora sul paese termale è piovuto un mare di
soldi.
Recoaro Terme ha vinto il bando regionale di 20 milioni di euro, istituito
nell’ambito del Piano Nazionale Borghi finanziato dal Pnrr. È come se la Regione
Veneto avesse scelto di autoassegnarsi il bando, visto che è proprietaria del
Compendio Termale. Al Comune la gestione dei lavori, che dovranno essere
terminati entro il corrente anno. Il Sindaco dice che sarà così, anche se sembra
che tutto sia in alto mare, tra le proteste dei cittadini che vedono le
strutture viarie a pezzi e altre priorità disattese.
Nel Compendio Termale c’è un pezzo di storia. Nell’ultimo periodo del secondo
conflitto mondiale, Recoaro Terme fu sede del Comando tedesco del sud-ovest
europeo guidato dal Generale Feldmaresciallo Albert Kesselring. Un
impressionante bunker presso le Fonti Centrali fungeva da sede sicura del
comando tedesco. A pochi passi, sui monti, nella contrada Caile, ebbero sede il
Comando partigiano della Divisione Garemi e una missione alleata SOE (Special
Operations Executive).
Anni fa il bunker fu restaurato e aperto al pubblico. Un’opera alla quale la
gestione odierna ha purtroppo dato un triste tocco. All’ingresso, il pubblico è
accolto da figuranti armati in divisa della Germania nazista. All’interno, la
visita guidata alla quale ho assistito trasmette un clima di amicizia tra la
popolazione locale e le truppe d’occupazione, mentre l’attacco aereo degli
alleati dell’aprile 1945 viene appena menzionato; ignorato il ruolo nefasto di
Albert Kesselring, quello del massacro delle Fosse Ardeatine; il ruolo della
Resistenza accennato con dispregio.
Sembra quasi ci sia un certo orgoglio di appartenenza alla storia germanica,
confermata dal mancato racconto dei suoi orrori, che prende forse ispirazione da
nomi di origine cimbra di monti, luoghi, oggetti locali. Inviai una lettera di
protesta al Sindaco, alla Giunta, al Consiglio Comunale di Recoaro Terme, ma non
ricevetti risposta. Alle mie educate proteste sui social arrivarono offese
personali, invito ad andarmene dal paese. A queste si aggiunsero affermazioni
denigratorie sulla Resistenza.
Sullo stesso tono, la richiesta odierna al Comune di dedicare una via o altro
luogo all’ex podestà di Taino (Varese) Emilio Rigamonti, per aver gestito bene
lo stabilimento di imbottigliamento avuto in concessione dallo Stato dal 1931 al
1962. In breve per aver preso in carico una risorsa mineraria, che ai cittadini
appartiene, e averne fatto oggetto di lucro, come fecero tanti altri
imprenditori della vallata e del paese, con successo, con le loro imprese in un
momento di boom economico.
Intanto, da un sito che narra la storia del comune di Taino si apprende:
“Podestà dal 1936 alla fine della guerra fu l’industriale Emilio Rigamonti.
Mussolini restaurò in sostanza l’autorità delle classi sociali più elevate,
affidando il potere a quelle persone che l’avevano tradizionalmente esercitato,
le quali, in cambio, appoggiarono e sostennero il regime fascista.” Mentre altri
lottavano, soffrivano, morivano, venivano torturati nelle carceri nazifasciste,
lui ricopriva incarichi di rilievo del regime fascista, anche durante la
Repubblica di Salò, con i privilegi che ne conseguono.
Alle mie rimostranze social, è seguito il ricorrente tentativo di revisionismo
storico di dileggio verso la Resistenza. Non mi dovrebbe sorprendere. Io, figlio
e nipote di partigiani, da ragazzo, alle medie e alle superiori, udivo in classe
certi insegnanti affermare che i partigiani erano tutti delinquenti. Così va il
mondo per noi minoranza in una regione prevalentemente nera, in un’Italia che di
questo colore sembra volersi sempre di più tingere.
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L'articolo Recoaro Terme, oggi come allora si tenta il revisionismo storico: da
cittadino del posto, non mi dovrebbe sorprendere proviene da Il Fatto
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