I supermercati del marchio Gs-Carrefour stanno per sospendere il servizio di
consegna a domicilio con Glovo e Deliveroo. Entrambe le piattaforme di delivery,
infatti, sono state commissariate dalla Procura di Milano, con l’accusa di
sfruttamento e caporalato ai danni dei rider. Ecco perché la catena di grande
distribuzione organizzata ha adottato una misura che definisce “di
responsabilità”. A partire da giovedì 5 marzo non si potrà ordinare la spesa con
Glovo e Deliveroo. Prima di quella data non era possibile fermare il servizio
per questioni tecniche e burocratiche, fa sapere al Fattoquotidiano.it Angelo
Mastrolia, presidente di NewPrinces Group, titolare del marchio Gs-Carrefour
(nei prossimi tempi tutti i punti vendita torneranno sotto il marchio Gs).
“Nonostante sia un’attività molto apprezzata dai consumatori – spiega
l’imprenditore – e noi siamo tra i clienti più importanti, insieme con altri,
riteniamo che la tutela dei lavoratori vada messa al primo posto. Abbiamo
scritto alle due società, Deliveroo ci ha risposto ma non è sufficiente, perché
aspettiamo anche la conferma del commissario nominato dalla Procura. Ci hanno
assicurato che stanno facendo di tutto per regolarizzarsi”. La catena
Gs-Carrefour è una delle aziende che, la scorsa settimana, hanno ricevuto una
richiesta di atti da parte della stessa Procura di Milano.
Le altre sono Mc Donald’s Italia srl, Burger King Restaurant Italia Spa, Kfc,
Poke House spa, Crai Secom spa, Esselunga. Si tratta in pratica dei colossi del
fast food o dei supermercati, che di fatto sono i maggiori committenti dei
servizi di food delivery. Queste società – va specificato – non sono indagate
nell’inchiesta ma, essendo in rapporti commerciali con Glovo o Deliveroo, sono
state coinvolte dai magistrati. “Abbiamo informato l’autorità della scelta di
sospendere il servizio – ha aggiunto Mastrolia – e ci risulta che il pm abbia
apprezzato, ha ritenuto fosse un atteggiamento di responsabilità. L’auspicio è
che le società facciano il necessario per tutelare il lavoro; l’interesse è
tutelare i lavoratori ma trovare una soluzione per non lasciarli senza reddito”.
L’impressione, quindi, è che la mossa del pubblico ministero Paolo Storari di
sentire i grandi committenti di Glovo e Deliveroo abbia avuto l’effetto di
responsabilizzare questi grandi gruppi. Pare infatti che la scelta di
Gs-Carrefour potrà essere seguita nelle prossime ore da altre imprese
concorrenti. È la prima volta che i grandi marchi di ristorazione e grande
distribuzione organizzata vengono in qualche modo chiamati in causa nella
vicenda dei fattorini. Proprio qualche giorno prima del commissariamento di
Deliveroo, i tre sindacati Cgil che seguono i rider – Nidil, Filcams e Filt –
hanno presentato una causa “pilota” per comportamento antisindacale nei
confronti di Burger King, chiedendo che venga accertata la responsabilità “in
solido” del committente.
I rider, va ricordato, lavorano per le piattaforme con contratti di
collaborazione occasionale, molti di loro con partita Iva, e vengono pagati in
base al numero di consegne. Non hanno quindi un contratto collettivo, niente
salari orari né tutele della subordinazione. Un sistema che è stato imposto
negli anni dalle app alle quali poi l’Ugl ha prestato il fianco, accettando di
firmare un accordo che consacrasse questo modello. Si tratta però di un accordo
sconfessato dal ministero del Lavoro nel 2020 e da diversi Tribunali. La procura
di Milano accusa le due società di sfruttamento perché i rider, oltre che male
inquadrati, hanno retribuzioni inferiori fino al 90% (nel caso di Deliveroo)
rispetto alla soglia di povertà, secondo le ricostruzioni del pm. Il magistrato
ha quindi nominato due commissari per le società, i quali avranno il compito di
regolarizzare le condizioni di lavoro dei rider.
L'articolo Carrefour dal 5 marzo sospende la spesa a domicilio con Glovo e
Deliveroo, commissariate per sfruttamento dei rider proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Insieme a Deliveroo, nel mirino dei controlli per evitare il caporalato e lo
sfruttamento dei lavoratori finiscono alcuni big della grande distribuzione e
del fast food: McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Poke House, Crai e
KFC Kentucky Fried Chicken. Ieri nelle sedi milanesi dei gruppi – non indagati –
sono arrivati carabinieri e ispettori del lavoro, perché tutti sono in “rapporti
contrattuali” con Deliveroo e si avvalgono degli stessi “rider” della
piattaforma.
Dopo Glovo-Foodinho anche Deliveroo è stato raggiunto da un decreto di controllo
giudiziario d’urgenza disposto dal pubblico ministero Paolo Storari: gli
inquirenti ipotizzano un sistema di caporalato su 3mila rider a Milano e 20mila
nella penisola, con paghe fino al 90% più basse della “soglia di povertà”. I
carabinieri del Gruppo tutela lavoro e i funzionari dell‘Ispettorato nazionale
sul lavoro (Inl) hanno bussato contemporaneamente alla porta delle
multinazionali leader della grande distribuzione organizzata e dei fast food.
Nelle sedi, tutte collocate fra Milano e Assago, è stato chiesto di esibire
“modelli organizzativi” per “verificare” se sono “idonei” a “impedire” il
caporalato lungo la filiera e fra i propri fornitori.
Sembra l’approccio già utilizzato a dicembre per 13 fra i principali brand di
moda e del made in Italy: fornire “organigrammi aziendali”, “sistemi di
controllo interni”, i modelli 231, il “registro delle segnalazioni
Whistleblowing” e l’attività di audit svolti rispetto alla “gestione dei
fornitori di materie prime, beni e servizi” e alla esternalizzazione “anche
parziale, della produzione, dal 2023 a oggi”. Se le regole e prassi aziendali
risultassero inadeguate a prevenire sfruttamento e caporalato, si potrebbe
configurare un’agevolazione colposa del caporalato: la contestazione sollevata
dal pubblico ministero Paolo Storari – negli ultimi due anni – contro marchi del
lusso come Armani, Dior, Louis Vuitton.
Nessuno dei 7 gruppi è indagato, ma sono in rapporti contrattuali con Deliveroo
e si avvalgono degli stessi “rider”: inclusi i 50 “fattorini” già sentiti come
testimoni. Il loro reddito da lavoro (presunto) autonomo è stato confrontato con
le soglie di povertà e il contratto collettivo nazionale di riferimento, cioè
quello della logistica. Risultato: il 73% dei lavoratori percepisce cifre
inferiori a 1.245 euro lordi al mese, soglia sotto la quale si rischia di
scivolare in povertà secondo un’analisi del luglio 2024 basata su dati Istat,
con uno scostamento medio di oltre 7.200 euro all’anno. Rispetto al contratto
nazionale risultano sottopagati l’86,5% dei rider. Fra loro c’è chi lavora “7
giorni su 7” per circa “11 ore di continuo”, loggandosi sull’app alle 11 del
mattino e poi staccando alle 22 per “svolgere un secondo lavoro come facchino”
arrivando a cumulare turni da “20 ore” in alcuni giorni della settimana per
poter “pagare 650 euro tra affitto e utenze” e mandare altri “600 euro” alla
famiglia in Nigeria. Un “ritmo di vita” che “mi sta logorando, sia fisicamente
che mentalmente”, ha messo a verbale.
Le paghe fisse individuate sono fra i 3-4 euro a consegna. Il resto variabile
“in base ai chilometri calcolati dall’algoritmo”, ha spiegato un altro
ciclofattorino che percorre fino “150 chilometri al giorno”. Nessuno può
“determinare autonomamente la tariffa”, si legge nelle 60 pagine del
provvedimento, perché nell’epoca del “controllo digitale” tutti gli aspetti del
ciclo lavorativo sono disciplinati dall’app: assegnazione degli ordini,
workflow, geolocalizzazione, monitoraggio tramite “telemetria e stati”, sistemi
reputazionali/penalizzazioni che incidono sulle “occasioni di lavoro” e sui
“blocchi” degli “account”.
Entro 10 giorni, il giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi
deciderà sulla convalida del decreto urgente e la nomina dell’amministratore
giudiziario. Se il provvedimento riceverà luce verde, al dottor Massimiliano
Poppi sarà affidato l’incarico di procedere alla “regolarizzazione” di tutti i
ciclofattorini che “all’avvio” dell’inchiesta risultavano in servizio. Dovrà
garantire il “rispetto delle norme” che, se violate, integrano il reato di
caporalato e adottare “assetti organizzativi” societari per “evitare il
ripetersi” dei fenomeni di “sfruttamento” anche prendendo scelte in “difformità”
da quelle proposte da Deliveroo. Come già avvenuto per Glovo il 19 febbraio, il
gip potrebbe anche imporre di “introdurre un algoritmo” che sia “capace di
garantire” ai rider “un reddito compatibile con i dettami costituzionali” e
“ricalcolare” gli stipendi “finora” corrisposti per rispettare il diritto a una
retribuzione proporzionata alla “quantità” e alla “qualità” del lavoro svolto e
comunque sufficiente a garantire “una esistenza libera e dignitosa”.
L'articolo Caporalato, ispezioni in Burger King, McDonald’s, Esselunga e Kfc per
verificare i modelli organizzativi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un “vero e proprio sfruttamento lavorativo” ai danni di “numerosissimi” rider,
in stato di bisogno, costretti a lavorare con remunerazioni “sproporzionate
rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato”. Insomma: “Una situazione
di illegalità che è indispensabile far cessare al più presto, considerando anche
che coinvolge un numero rilevante di lavoratori che vivono con retribuzioni
sotto la soglia di povertà”. E ancora: i pagamenti venivano effettuati in
“palese difformità da quanto stabilito dalla contrattazione collettiva”. Così la
procura di Milano, dopo essere intervenuta su Glovo, ha disposto in via
d’urgenza il controllo giudiziario di Deliveroo Italy in un’inchiesta nella
quale la stessa azienda, controllata dalla britannica Roofoods Ltd, e il suo
amministratore Andrea Zocchi risultano indagati per caporalato aggravato.
Al centro degli accertamenti del pubblico ministero Paolo Storari – da anni
impegnato in inchieste sullo sfruttamento delle app di delivery e nella filiera
della moda – ci sono le giornate lavorative di oltre 50 rider, quasi tutti
costretti a vivere sotto la soglia di povertà stando ai redditi ricostruiti
nell’indagine. Incassi che la procura ha potuto calcolare al centesimo grazie
alla app di Deliveroo alla quale i ciclofattorini dovevano connettersi per
lavorare. Una sorta di Grande Fratello che era in grado in “termini strettamente
tecnico-informatici”, stando alla consulenza disposta dalla magistratura, di
effettuare un “monitoraggio di tipo continuo” sui lavoratori. Una volta
effettuato il log-in, infatti, la app era in grado di identificare l’identità
del rider, il suo mezzo, gli ordini accettati e rifiutati, lo storico dei
pagamenti e la posizione tramite Gps. Finito? Macché: i consulenti del pubblico
ministero hanno accertato che era possibile anche tracciare “velocità” e
“livello di batteria del dispositivo”, una “ricostruzione puntuale delle
traiettorie”, la “verifica di coerenza tra stato dichiarato e condotta
effettiva” e “l’individuazione di soste prolungate o deviazioni”.
Insomma, un “monitoraggio periodico” delle prestazioni e quindi della
“produttività” di chi consegnava per Deliveroo che nel 2024 ha avuto tra i suoi
“principali clienti nazionali” Mcdonald’s, Burger King, Roadhouse e Poke House.
“Anche senza vedere ranking o sanzioni, il fatto oggettivo – si legge nel
decreto che ha disposto il controllo giudiziario – è che la piattaforma
raccoglie e conserva dati comportamentali, associandoli all’account individuale.
Questo è tipico di un modello che può modulare assegnazioni o priorità sulla
base di metriche”. I metodi di lavoro, dunque, non avevano nulla a che fare con
un modello di lavoratore a partita Iva, come lo erano i 20mila rider che
consegnano per Deliveroo, tremila dei quali solo a Milano. Stesso discorso del
compenso che viene definito come “predeterminato” dalla piattaforma e “modulato
da distanza e fasce”. I compensi medi si aggiravano “tra 3 e 4 euro lordi” a
consegna e, secondo Storari, c’erano “assenza di indennità automatiche per
attesa o spese” e una “opacità diffusa” sulla “composizione del compenso e sui
criteri algoritmici di pricing”. Il quadro “sostanzialmente omogeneo” è emerso
dalle testimonianze di una cinquantina di rider che nei loro racconti
all’autorità giudiziaria hanno spiegato, in sostanza, la “costante compressione
dei margini economici per l’incidenza dei costi e dei tempi non remunerati”, di
un “rischio di interruzione improvvisa della fonte di reddito per blocchi
account”, di una “vulnerabilità economica e assenza di tutele tipiche del lavoro
subordinato”.
La loro attività – sintetizza il pm Storari – “non si presenta come una libera
organizzazione di servizi di trasporto, bensì come l’esecuzione di singole
consegne interamente incardinate nella piattaforma digitale” di Deliveroo. I
ciclofattorini hanno anche spiegato che in caso di ritardi ricevevano chiamate e
di percorrere in media anche 50-60 chilometri al giorno. Il tutto per una cifra
mensile che, al lordo delle tasse, non superava quasi mai i 1.100 euro al mese.
Senza tredicesima, quattordicesima né Tfr. E, ovviamente, in caso di assenza non
ricevevano alcuna retribuzione. Molti di loro hanno dichiarato di “non potersi
permettere di rifiutare consegne” per “mantenere” moglie, figli e parenti nei
Paesi di origine, spesso Afghanistan e Pakistan.
Dagli accertamenti, spiega la procura di Milano motivando il controllo
giudiziario, “emerge una sostanziale prevalenza di rider che percepiscono –
nonostante affermino di lavorare un numero di ore significativamente superiore
al normale orario settimanale – un reddito netto annuo sottosoglia di povertà”.
Analizzando gli introiti di 40 rider nel 2025 sono stati ben 30 quelli che non
lo hanno raggiunto la soglia minima per sfuggire a quella condizione: l’81,1%.
“Se il raffronto viene svolto con i livelli retributivi previsti dal Contratto
collettivo nazionale di riferimento”, cioè quello della Logistica e Trasporto,
“lo scostamento tra quanto effettivamente percepito e i redditi netti minimi
determinati dal Ccnl risulta ulteriormente più marcato”. Rispetto al livello L –
che ha un netto annuo di 20.298 euro – risultano inferiori al parametro 35
ciclofattorini su 37. Praticamente tutti.
L'articolo Il Grande Fratello di Deliveroo con i rider: “Sfruttati e monitorati,
l’app poteva vedere anche velocità e traiettorie” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Inizio il servizio, loggandomi all’app, alle ore 11 del mattino e finisco alle
ore 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno (…) la mia paga non è
sufficiente (…) Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un
hotel per 5 giorni a settimana delle ore 23 sino alle 7. Purtroppo devo inviare
circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria”. È solo una delle
testimonianze raccolte dagli investigatori del Nucleo ispettorato lavoro dei
carabinieri di Milano nel nuovo capitolo nell’inchiesta della Procura di Milano
sul mondo del food delivery. Dopo il caso Glovo-Foodinho, anche Deliveroo è
finita sotto controllo giudiziario per caporalato. Nelle carte dell’indagine
coordinata dal pubblico ministero Paolo Storari emergono decine di testimonianze
che descrivono turni massacranti, compensi minimi e un sistema di gestione
interamente affidato all’algoritmo.
“Questo ritmo di vita mi sta logorando, sia fisicamente che mentalmente”, ha
messo a verbale uno dei rider. Dalle deposizioni emerge che i compensi fissi si
aggirano tra i 3 e i 4 euro a consegna, con una parte variabile “in base ai
chilometri calcolati dall’algoritmo”. Un ciclofattorino spiega di poter
percorrere fino a “150 chilometri al giorno” con “consegne” anche a lunga
distanza. Un altro riferisce di fare “fino a 150 km” per “dieci consegne”. C’è
chi effettua “mediamente 10-15 consegne al giorno, con compenso intorno ai 4
euro a consegna”, chi indica “una media di 10 consegne giornaliere e un compenso
di circa 3,75 euro per consegna” e chi dettaglia il meccanismo con “un compenso
intorno ai 3,77 euro per consegna, stabilito dall’app entro i 3 chilometri che
diventano 4,50 oltre i 5 chilometri”.
La giornata lavorativa inizia “con l’accesso all’app installata sul telefono” e
per tutto il tempo la “posizione è visibile alla società tramite GPS“. In caso
di ritardo “riceve una telefonata”. “La piattaforma può intervenire, verificare,
sollecitare”, ha spiegato un rider agli investigatori. Formalmente partite Iva,
i ciclofattorini non possono però “determinare autonomamente la tariffa”.
Inoltre la “piattaforma non si limita a retribuire le prestazioni” ma “misura
anche le scelte del rider” su “accettazioni e rifiuti” che incidono sulle
successive “assegnazioni”, mostrando il “controllo esercitato dal committente”.
Secondo il pm Storari, per oltre 20.000 lavoratori in Italia la paga consiste in
“una retribuzione in alcuni casi inferiore fino a circa il 90% rispetto alla
soglia di povertà e alla contrattazione collettiva”. Una somma che “non è
proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato al fine di
garantire una esistenza libera e dignitosa (articolo 36 della Costituzione) e
palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle
organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale”.
Il quadro descritto dagli atti ricalca quello già contestato nel procedimento su
Glovo: una “gestione algoritmica della prestazione”, il “monitoraggio” costante
su “tempi” e “performance”, con possibili “punizioni”. E resta ancora da
chiarire il modo in cui “vengono elaborati” i dati per assegnare “gli ordini” e
calcolare il “compenso”.
Per i magistrati, l’attività lavorativa “non si presenta come una libera
organizzazione di servizi di trasporto, bensì come l’esecuzione di singole
consegne interamente incardinate nella piattaforma digitale Deliveroo”. E la
“tutela” della “dignità” dei lavoratori in “condizione di debolezza
contrattuale” non “può essere lasciata alla sola libera contrattazione di
mercato” scrive il pm Storari nel provvedimento. Che si tratti di un “lavoratore
subordinato” o di un “lavoratore autonomo” a partita Iva con “caratteristiche di
parasubordinazione”, entrambe le categorie hanno diritto a una “retribuzione
conforme” alla Costituzione, proporzionata alla “quantità e la qualità” del
lavoro e sufficiente a garantire “una esistenza libera e dignitosa”. Un impianto
accusatorio che ora dovrà passare al vaglio del giudice, mentre l’inchiesta
punta a fare luce su un modello organizzativo che, secondo la Procura, comprime
diritti e compensi ben al di sotto delle soglie di legge.
L'articolo “Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno” i racconti dei
rider di Deliveroo sfruttati. “Fino a 150 km al giorno per 3,77 euro a consegna”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Paghe sotto la soglia di povertà. La Procura di Milano prosegue nella sua azione
di perseguire lo sfruttamento del lavoro nei vari settori economici. Questa
volta ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza nei confronti di Deliveroo
per caporalato su 3mila rider a Milano e 20mila in tutta Italia, a cui sarebbero
state pagate retribuzioni inferiori “fino a circa il 90%” rispetto alla soglia
di povertà e alla contrattazione collettiva e comunque non proporzionate “né
alla qualità né alla quantità del lavoro” svolto in violazione dell’articolo 36
della Costituzione perché non garantiscono “una esistenza libera e dignitosa”.
Il pubblico ministero, Paolo Storari, ha iscritto sul registro degli indagati,
con l’ipotesi di caporalato aggravato, Andrea Zocchi, il 65enne amministratore
unico di Deliveroo Italy srl e managing director del colosso del food delivery
da 240 milioni di euro di giro d’affari in Italia, controllato dalla britannica
Roofoods Ltd. La società è indagata per la responsabilità amministrativa degli
enti perché l’impiego di “manodopera in condizioni di sfruttamento” e
approfittando dello “stato di bisogno dei lavoratori” sarebbe avvenuto
“nell’interesse e a vantaggio” di Deliveroo che ha adottato una “politica di
impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità” e
modelli organizzativi non idonei a prevenire situazioni di “pesante sfruttamento
lavorativo” che “anzi” vengono “deliberatamente ricercate ed attuate”.
Il provvedimento, che segue di meno di un mese quello analogo nei confronti di
Glovo-Foodinho già confermato dal giudice per le indagini preliminari di Milano,
Roberto Crepaldi, è stato eseguito mercoledì dai carabinieri del Nucleo
ispettorato del lavoro di Milano che hanno svolto le indagini e che, dal 2021,
approfondiscono il tema del cosiddetto ‘caporalato digitale’ delle piattaforme.
L’inchiesta su Deliveroo avrebbe mostrato che, nonostante i 20mila rider
risultino formalmente delle partite Iva in regime forfettario, tutti gli aspetti
del ciclo lavorativo, che vanno dalla raccolta degli ordini fra i clienti,
passando per i tempi e i parametri di remunerazione fino alla gestione contabile
del rapporto lavorativo, dipendano in realtà dall’algoritmo e dalla piattaforma
informatica. Per Procura e gli investigatori dell’Arma è questa la riprova del
rapporto di subordinazione. Su un campione di 50 rider che sono stati sentiti
come testimoni e il loro reddito da lavoro autonomo confrontato con le soglie di
povertà e il contratto collettivo nazionale di riferimento (Logistica), è emerso
che il 73% dei lavoratori percepisce cifre inferiori a 1.245 euro lordi al mese,
soglia sotto la quale si rischia di scivolare in povertà secondo un’analisi del
luglio 2024 basata su dati Istat, con uno scostamento medio di oltre 7.200 euro
all’anno. Rispetto al Ccnl risultano sottopagati l’86,5% dei rider di Deliveroo.
L'articolo “20mila rider con paghe sotto la soglia di povertà”, dopo Glovo
controllo giudiziario anche per Deliveroo proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Facciamo sempre più chilometri, ma prendiamo sempre meno soldi”. Lo dicono i
rider della province di Torino, Novara, Vco e Varese che martedì mattina si sono
dati appuntamento sotto la sede milanese di Deliveroo insieme ai rappresentanti
locali della Nidil Cgil. “Siamo arrivati a fare anche venti chilometri per
consegnare un panino” racconta Roberto, uno dei rider di Verbania che nello
scorso dicembre avevano denunciato al Fatto Quotidiano le condizioni di lavoro
alle quali erano sottoposti. “Ieri in tre ore ho fatto 80 chilometri portando a
casa sedici euro” racconta Enrico, un rider di Torino. E c’è chi lavora tredici
ore al giorno, sette giorni su sette per guadagnare 1600 euro. Ma la questione
non riguarda solo le paghe e i chilometri. “Specialmente nelle aree montane,
l’aumento dei chilometri – spiega al Fattoquotidiano.it Danilo Bonucci,
segretario generale Nidil Cgil Torino – specialmente nelle ore notturne,
comporta un aumento dei rischi per la sicurezza i rider”. Durante il presidio,
una rappresentanza dei rider ha incontrato i vertici dell’azienda per
confrontarsi con loro sulle questioni aperte. Un incontro che Bonucci definisce
“positivo perché abbiamo riscontrato una disponibilità dell’azienda a trattare
non solo la parte dei chilometraggi, ma anche quella economica. Alcune misure
sono state messe già in pratica, ma vigileremo sul futuro”.
L'articolo “Facciamo anche 20 km per consegnare un panino. Aumentano le tratte,
diminuiscono i soldi”. Presidio dei rider sotto la sede di Deliveroo proviene da
Il Fatto Quotidiano.