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L’Italia del rugby è diventata grande: fuga di talenti e crisi dei club, le ombre da risolvere per non sprecare l’epoca d’oro
È mancata la ciliegina sulla torta. La sconfitta dell’Italia del rugby all’ultima giornata in Galles lascia un po’ l’amaro in bocca, non tanto per l’occasione persa di chiudere per la prima volta il torneo con tre vittorie, soprattutto per la prestazione, non all’altezza delle precedenti. Ma anche così questo rimane il miglior Sei Nazioni di sempre, per il trionfo storico con l’Inghilterra (mai avevamo battuto i maestri del gioco, adesso l’unico tabù resta la Nuova Zelanda), e in più in generale per la continuità ed il livello di prestazioni mostrate in campo. L’Italia del rugby è sbocciata, finalmente. Quest’anno abbiamo giocato cinque partite, vinte due, perse tre, ma in tutte (a parte la sciagurata ora iniziale di Cardiff) siamo stati competitivi. Entriamo in campo per vincere, ce la possiamo giocare alla pari o quasi praticamente con tutti, e questa è la vera notizia. Era il salto di qualità che aspettavamo da anni. Forse da sempre. In passato ci sono state già grandi nazionali: quella di fine Anni Novanta e della vittoria di Grenoble, che si guadagnò sul campo l’accesso al Sei Nazioni; poi la squadra dei vari Parisse, Castrogiovanni, Bergamasco, Troncon, che ha dato il meglio di sé con Berbizier e Brunel in panchina. Questa, probabilmente, è ancora più forte in prospettiva (il gruppo ha un’età media bassa) e già nel presente: l’Italia non è più la Cenerentola del Sei Nazioni, è diventata grande fra le grandi. Se si pensa da dove veniamo – dalla desolante serie di 36 sconfitte di fila tra il 2015 e il 2022, quindi nemmeno troppo tempo fa – l’exploit è clamoroso. Ma nasce da lontano. I segreti sono molteplici. A partire dall’intuizione dell’ex presidente Marzio Innocenti di puntare come ct su Gonzalo Quesada, che ha avuto un ruolo fondamentale: il tecnico argentino ha preso una squadra che aveva già dato segnali di risveglio, ma era anche uscita con le ossa rotte (anzi, proprio frantumate) dalla Coppa del Mondo 2023, dove eravamo stati umiliati dalla Nuova Zelanda (96-17) e battuti di oltre 50 punti dalla Francia. Quesada ha inciso profondamente, nel gioco e nello spirito. Ha puntellato la manovra spumeggiante dell’ex ct Crowley (a cui va riconosciuto comunque il merito di aver portato per la prima volta schemi offensivi a una squadra che in passato pensava soprattutto a difendersi), abbinandole solidità, mischia e touche affidabili, gestione dei calci. Soprattutto ha portato una consapevolezza che l’Italia non aveva mai avuto: l’abitudine a restare connessi alla gara per tutti gli 80 minuti, senza cali fisici o mentali, il pragmatismo per vincere match sporchi e in volata. Le nozze, però, non si fanno mai con i fichi secchi. La realtà è che oggi questa nazionale ha un parco giocatori di rilievo: una prima linea devastante come non si vedeva dai tempi di Lo Cicero e Castrogiovanni, un’apertura (Paolo Garbisi) completa, la coppia di centri formata da Menoncello e Brex è tra le migliori al mondo. Soprattutto, c’è una profondità che il movimento non aveva mai avuto: a questo Sei Nazioni ci siamo presentati con la terza e quarta scelta in mediana (cioè Fusco e Garbisi, visti gli infortuni di Varney e Page–Relo), e numerosi infortunati di primo piano (Capuozzo, Allan, Riccioni, Todaro, Vintcent), e praticamente nessuno se n’è accorto. Dietro i titolarissimi, crescono alternative sempre più valide, e questo significa poter pescare dalla panchina a gara in corso e non avere problemi di tenuta. Chiaramente, oggi raccogliamo ciò che abbiamo seminato ieri. Questa generazione esce (anche) dal lavoro della tanto controversa accademia nazionale voluta in passato da Gavazzi, che però era stata chiusa sotto la gestione Innocenti (per creare due under23 connesse alle franchigie) e adesso ricostituita dal neopresidente Duodo. Non ci sono solo luci, diverse ombre permangono sul movimento. La schizofrenia delle politiche federali sulla filiera delle accademie potrebbe aver frenato lo sviluppo (infatti l’Under20 attuale sembra meno forte delle precedenti). Resta un dato di fatto che tutti i nostri migliori azzurri giochino sin da tenera età o si siano proprio interamente formati all’estero: la fuga dei talenti (il prossimo potrebbe essere Faissal, maggior prospetto dell’Under20) ci aiuta a sopperire all’imbuto che impedisce agli azzurri di maturare la prima esperienza nel professionismo e diventare giocatori veri all’interno del sistema, che sia nelle franchigie (dove non possono trovare spazio tutti e subito) o in Serie A. Benetton e Zebre continuano a drenare troppe risorse (10 milioni l’anno) con risultati alterni. La Federazione comincia a tagliare, anche sullo sviluppo. Il campionato di élite è poco competitivo e mostra problemi di tenuta sempre più inquietanti, come racconta il recente fallimento a stagione in corso del Colorno (altri casi ci sono stati nelle serie minori). La crisi economica, in generale nel mondo della palla ovale, e in particolare in Italia dove l’imprenditoria non sostiene più lo sport sul territorio (questo vale per tante discipline), ha colpito duramente il rugby di club. Mentre al di fuori del Veneto e piccole altre oasi, in Italia questo sport continua ad essere praticato a livello nemmeno dilettantistico ma puramente amatoriale. Sono tutti problemi persistenti, che non bisogna nascondere sotto al tappeto prestigioso dei risultati della nazionale. Per non sprecare un’altra generazione d’oro, come avvenuto in parte in passato con quella di Parisse &C.. E magari sognare un giorno di vincere davvero il Sei Nazioni. X: @lVendemiale L'articolo L’Italia del rugby è diventata grande: fuga di talenti e crisi dei club, le ombre da risolvere per non sprecare l’epoca d’oro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Italrugby sfata anche il tabù Inghilterra: battuta per la prima volta nella storia. E sabato prossimo si punta a un altro record
Tutto vero. È successo quello che tutto il movimento rugbistico italiano inseguiva dal 1991: l’Italia ha battuto l’Inghilterra. Da quando gli Azzurri sfidarono per la prima volta l’Inghilterra in un match ufficiale, i Maestri inventori di questo sport avevano sempre avuto la meglio. Sconfitte sonore e senza replica, altre più o meno onorevoli, alcune anche sfiorate tra primi tempi illusori e tragici capitomboli finali. Stavolta l’Italia guidata dal ct Gonzalo Quesada è riuscita a ribaltare quella storia e a battere l’unica Nazionale del Sei Nazioni che gli azzurri non erano mai riusciti a sconfiggere. All’Olimpico di Roma, davanti a 68.985 spettatori, è stato il momento delle lacrime di gioia e degli abbracci: 23-18 il finale. La squadra di Quesada rompe così l’ultimo tabù rimasto nel Sei Nazioni, quello inglese. E lo fa con una partita coraggiosa, sporca, difficile da interpretare e che a un certo punto sembrava essere sfuggita di mano. Sul 10-18, invece, con una grande reazione l’Italia si è ritrovata e ha ritrovato smalto, mandando in sofferenza l’Inghilterra nel finale di partita e rimontando con i piazzati di un Paolo Garbisi perfetto dalla piazzola e con la meta di Marin, ispirato proprio da una grande giocata del mediano azzurro a dalle fiammate di Ioane e Menoncello, nominato ‘man of the match’. Del tre quarti ala della Benetton, la meta azzurra del primo tempo che ha dato la spinta giusta agli Azzurri: l’azzurro, dal prossimo anno al Lione, su passaggio di Paolo Garbisi con un’accelerazione fulminante trova il varco tra due avanti inglesi, resiste al rientro di Daly e vola in mezzo ai pali per il 10-5 con trasformazione. L’Italia scrive un’altra pagina memorabile in un Sei Nazioni sempre più esaltante e tornerà in campo sabato prossimo a Cardiff contro il Galles per sognare un altro record: la terza vittoria in un singolo torneo. “Tutti coloro che sono entrati hanno fatto bene. Non eravamo favoriti contro una grandissima squadra ma abbiamo trovato soluzioni per vincere. Questo è un grande passo avanti nel nostro percorso di crescita. Due anni fa eravamo a pochi punti da loro all’intervallo ma ci mancava qualcosa, stavolta siamo riusciti a sfruttare le opportunità. Possiamo fare tantissime cose meglio, questa era una situazione mentale nuova. Ora il mio lavoro è calmare le voci, è importante restare umili e consapevoli di quello che ci mancava, godere di questa vittoria e poi prepararsi nella gigantesca sfida a Cardiff contro il Galles. Dopo quella partita finisce il torneo. Ne manca una”, ha spiegato Quesada che faticava a contenere la sua gioia. “Voglio ringraziare Diego Dominguez (storico ex capitano azzurro, ndr) che ieri nel consegnare le maglie ha fatto un grande discorso alla squadra. L’ho chiamato perché sapevo che stavolta eravamo pronti”, ha aggiunto il ct che ha esaltato la qualità di una panchina che “sapevo che poteva fare la differenza”. E ora manca “solo” la Nuova Zelanda. L'articolo L’Italrugby sfata anche il tabù Inghilterra: battuta per la prima volta nella storia. E sabato prossimo si punta a un altro record proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bruciata la coppa del Sei Nazioni in un incidente d’auto: il trofeo più prestigioso del rugby è danneggiato per sempre
Il trofeo del Sei Nazioni è stato danneggiato per sempre in un incidente avvenuto durante il trasporto verso Dublino. Gli organizzatori del più prestigioso torneo di rugby, che affonda le sue radici nel 1883, hanno dovuto annunciare che la coppa sarà “ritirata dall’uso cerimoniale” e sostituita. Nell’incidente d’auto non si sono registrati feriti tra i passeggeri, ma il trofeo si è bruciato in maniera irreparabile, come mostra una foto pubblicata da Irish Independent. Dopo una valutazione effettuata dal produttore ufficiale, è stato stabilito che non potrà essere riportato agli standard originari di presentazione. Per questo motivo, nel rispetto del valore simbolico della competizione e della sua storia, la coppa non verrà più utilizzata nelle cerimonie ufficiali. Al suo posto, per il resto dell’attuale edizione del torneo, verrà impiegato un “trofeo espositivo identico”: in altre parole, una copia. Mentre è già stata commissionata la realizzazione di una nuova coppa che sarà pronta in vista dell’edizione 2027. La nuova versione manterrà lo stesso design dell’originale e incorporerà anche materiali provenienti dal trofeo danneggiato, così da trasferirne simbolicamente la storia e l’eredità. Il trofeo attuale, alto 75 centimetri e realizzato in argento, era stato creato nel 2015 per celebrare l’evoluzione del torneo a sei squadre dopo l’ingresso dell’Italia nel 2000. La realizzazione della nuova coppa richiederà circa 365 ore di lavoro e sarà svelata prima dell’inizio del Sei Nazioni 2027. L’incidente è avvenuto due settimane fa durante il trasporto da Limerick a Dublino. Il Sei Nazioni 2026 si prepara infatti a vivere le ultime due giornate: venerdì 6 marzo, a Dublino appunto, l’Irlanda affronta il Galles in questo momento ultimo in classifica. L’Italia invece torna a Roma sabato 7 marzo per sfidare l’Inghilterra. Dopo la vittoria all’esordio all’Olimpico un mese fa contro la Scozia, che ora è in testa alla classifica, la Nazionale guidata dal ct Gonzalo Quesada ha perso contro Irlanda e Francia. L’ultima tappa del torneo vedrà gli Azzurri sabato 14 marzo a Cardiff contro il Galles, per chiudere in bellezza il Sei Nazioni. Intanto, per il terzo anno consecutivo, l’Italia è già certa di evitare il “cucchiaio di legno” che spetta alla squadra che chiude il torneo senza vittorie. Quello sarebbe bruciato ancora più facilmente, ma per il momento può rimanere in un cassetto. L'articolo Bruciata la coppa del Sei Nazioni in un incidente d’auto: il trofeo più prestigioso del rugby è danneggiato per sempre proviene da Il Fatto Quotidiano.
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