Prima pedinata, poi licenziata. La protagonista di questa storia è una commessa,
madre separata, alla quale per anni sono stati imposti turni di lavoro quasi
sempre inconciliabili con l’esigenza di accudire la figlia di otto anni. Il
marchio di moda Karl Lagerfeld – brand internazionale di “lusso accessibile” per
cui lavorava nell’outlet di Castel Romano – l’ha fatta seguire durante le
giornate di malattia e poi l’ha licenziata. L’investigatore l’ha vista
accompagnare a scuola la bambina e fare due volte la spesa nelle ore di
reperibilità per le visite fiscali; una volta dal fornaio e un’altra volta al
supermercato. Episodi che, sommati ad altre due assenze – motivate con un guasto
all’auto alla quale però Lagerfeld non ha creduto – sono costati il posto di
lavoro alla donna. La lavoratrice, assistita dalla Filcams Cgil, ha quindi
presentato ricorso presso il Tribunale di Roma: accusa l’azienda di moda di
averla discriminata poiché per anni aveva chiesto orari fissi, in modo da poter
organizzare con l’ex marito i tempi da passare con la figlia, ma le sono stati
assegnati turni che cambiavano ogni due settimane.
Le carte del processo in corso permettono di ricostruire i fatti. L’addetta è
stata assunta a fine 2017, pochi mesi dopo essere diventata madre. Contratto
part time da 30 ore settimanali, che prevede turnazione fissa solo in teoria
perché a questa si aggiunge la “clausola di flessibilità”. In pratica, l’azienda
può modificare i turni a seconda delle esigenze produttive, e così ha fatto
poiché – dice il ricorso – non è mai stata rispettata quella tabella iniziale.
Nel 2020 è arrivata la separazione dal marito e il giudice ha previsto per la
piccola un classico affidamento alternato: un week end con la madre e uno con il
padre.
Di conseguenza, la commessa ha chiesto turni compatibili con questo schema ma
l’azienda non ha accettato. Proprio nelle memorie dell’azienda, redatte dallo
studio B&C Legal and Compliance, la richiesta della lavoratrice viene definita
incompatibile con le esigenze aziendali. Impossibile, secondo Lagerfeld,
concedere di stare a casa per due weekend al mese, perché proprio il fine
settimana è il momento di maggiore afflusso di clienti. Così come viene definito
impossibile garantire così tanti turni mattutini; per una madre sono una
salvezza, dato che coincidono con l’orario scolastico, ma l’azienda ha bisogno
di lavoro soprattutto nel pomeriggio. Insomma, ha prevalso la ragione di
impresa. Sempre la memoria difensiva aggiunge che nei negozi la maggior parte
dell’organico è composto da donne, che ci sono altre madri di minori e che
accontentarla sarebbe stato un ingiusto vantaggio rispetto alle altre e che in
generale Lagerfeld è un’azienda inclusiva e non opera distinzioni.
Soprattutto a partire dal 2025, scaduti i congedi, la lavoratrice ha iniziato a
chiedere molti giorni di malattia. Atteggiamento che, secondo Lagerfeld, è
“sospetto”, tuttavia gli unici episodi oggettivamente contestati si riferiscono
a quei due giorni, uno di dicembre 2025 e uno di gennaio 2026. Come detto, la
donna è stata vista fuori dalla scuola della figlia e poi intenta a comprare
pane e fare la spesa. Tra l’altro, i congedi non retribuiti sono molto
penalizzanti, perché riducono le ore di lavoro, quindi gli stipendi e anche i
“premi” sulle vendite. Parliamo di una addetta con uno stipendio di circa mille
euro netti.
I difensori della commessa, gli avvocati Flaminia Agostinelli e Carlo de
Marchis, fanno notare nel ricorso i frequenti turni serali e nel fine settimana,
sempre diversi dalla tabella prevista dal contratto, sono inconciliabili con i
tempi di affidamento della figlia, e sostengono che sono discriminatori, perché
questa condizione “impedisce una pianificazione famigliare e una alternanza
virtuosa del tempo di lavoro e di cura familiare”.
IlFattoQuotidiano.it ha provato a contattare l’azienda per ricevere la sua
versione dei fatti: “La questione – spiegano da Lagerfeld – riguarda un
procedimento legale in corso. Pertanto, per rispetto della privacy delle persone
coinvolte, non siamo in condizione di commentare i dettagli del caso”. “Ci
impegniamo a mantenere un ambiente di lavoro equo, rispettoso e inclusivo per
tutti i nostri dipendenti. – aggiunge l’azienda – Prendiamo molto seriamente i
nostri obblighi legali ed etici e affrontiamo le questioni relative al lavoro in
conformità con le leggi applicabili e le politiche interne. Dato che il caso è
al momento pendente presso il Tribunale del Lavoro di Roma, non sarebbe
opportuno fornire ulteriori dettagli in questa fase”.
Karl Lagerfeld Italy è controllata dall’omonima società di diritto olandese.
Paris Hilton è una testimonial del brand che in Italia ha sei negozi e una
cinquantina di dipendenti. Il fondatore, lo stilista tedesco Karl Lagerfeld,
morto nel 2019, aveva scatenato alcuni anni fa le polemiche per alcune sue
dichiarazioni sul fenomeno del #metoo, e in particolare sull’ondata di denunce
di molestie sessuali raccontate da donne famose: “Ne sono proprio stufo del
metoo – disse nel 2018 – Ciò che mi sconvolge di più in tutto questo sono le
starlettes che hanno impiegato 20 anni per ricordare cosa gli era successo. Per
non parlare del fatto che non ci sono testimoni delle accuse. Detto questo, non
sopporto il signor Weinstein”.
L'articolo Commessa licenziata dalla Lagerfeld presenta ricorso: accusa
l’azienda di averla discriminata con turni inconciliabili con la famiglia
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