di Roberto Celante
Ospite ad un programma tv sul referendum costituzionale del 22-23 marzo, il Capo
di gabinetto del Ministro della Giustizia, Giusy Bartolozzi, ha sostenuto che,
in caso di vittoria del Sì, i giovani emigrati italiani ritorneranno in Italia,
“perché le aziende ricomincerebbero ad investire”, finalmente libere dalla
persecuzione giudiziaria dei magistrati, definiti “plotoni di esecuzione”.
Bastasse questo, ci sarebbero le file ai seggi, che inizierebbero con i bivacchi
e le tende canadesi la sera del 21 marzo e gli scrutini durerebbero il doppio
del solito, perché si registrerebbe un’affluenza mai vista negli ultimi 50 anni.
Invece, i giovani se ne vanno dall’Italia per colpa della politica, non della
magistratura.
Il mercato del lavoro italiano è letteralmente una valle di lacrime.
Il Jobs Act, emanato in una situazione di deregulation, peggiorata ad ogni
intervento normativo nel corso degli oltre 15 anni precedenti, nelle intenzioni
doveva ridurre il precariato, ma nella sostanza lo ha cronicizzato, perché ha
liberalizzato il contratto a termine, che fino a 12 mesi può essere stipulato
senza una motivazione specifica. In questo modo, a nulla giova aver abolito il
contratto a progetto, che prima, almeno, richiedeva uno sforzo creativo del
datore di lavoro, per farlo adattare anche a situazioni in cui un progetto vero
non c’era, senza contare che nulla è stato fatto per contrastare il fenomeno
delle finte partite Iva.
Se aggiungiamo che per i giovanissimi è utilizzabile il contratto di
apprendistato fino alla soglia dei loro 30 anni, che il contratto a chiamata è
tuttora esistente e che i Centri per l’impiego sono tenuti in vita
artificialmente, in quanto da decenni sono di fatto soppiantati dalle agenzie
interinali, che i contratti a termine sono cronici persino in certi settori del
pubblico impiego, come la scuola, allora ce n’è abbastanza per poter dire che la
precarietà del lavoro è uno dei problemi più seri di questo Paese, che nessuno è
riuscito ad affrontare efficacemente nell’ultimo trentennio. Infatti, i dati
Istat dicono che i precari in Italia sono circa 2,5 milioni e che la
disoccupazione cala perché aumenta il numero di inattivi, cioè di coloro che
hanno rinunciato a cercare un lavoro, che ormai sono circa 800.000 persone
all’anno.
Ma il precariato in sé, pur non essendo una soluzione per la vita, potrebbe
anche essere un’opportunità per i giovani nel breve periodo, se soltanto le
retribuzioni fossero commisurate al vantaggio che le imprese hanno di impiegare
il personale per un periodo limitato: anche la mancanza di una prospettiva
dovrebbe essere remunerata, di modo che anche per il lavoratore possa essere
vantaggioso avventurarsi in un periodo di incertezza.
Invece, le retribuzioni non sono adeguate neanche per i lavoratori subordinati a
tempo indeterminato, figurarsi per i precari, con buona pace dell’art. 36 Cost.,
secondo cui “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione (…) sufficiente ad
assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Questa norma
costituzionale dovrebbe spingere la politica a smettere di voltarsi dall’altra
parte, o a legiferare in pejus: la situazione richiede scelte forti, come la
fissazione di un salario minimo soggetto ad adeguamento almeno biennale, a
prescindere dai CCNL, che peraltro sono rinnovati ormai solo a ridosso della
scadenza del contratto appena rinnovato.
Così, la retribuzione annua lorda media di un lavoratore italiano è inferiore
alla RAL media europea e l’aumento degli stipendi nel 2026 in Italia è stimato
all’1,2%, contro l’1,7% della media Ue.
Allora, non può stupire che nel 2024 siano emigrati 155.000 italiani, dato quasi
raddoppiato rispetto alla media degli espatri degli ultimi 20 anni. Non può
stupire, perché questo non è più un Paese per giovani, che con questo mercato
del lavoro non possono progettare un avvenire. In tutto ciò, la riforma
costituzionale della giustizia non c’entra nulla. Lo sa persino la dottoressa
Bartolozzi…
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L'articolo Cara Bartolozzi, i giovani se ne vanno dall’Italia per colpa della
politica, non della magistratura proviene da Il Fatto Quotidiano.