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Incendio alla Biennale di Venezia, coinvolto il padiglione della Serbia. Vigili del fuoco in azione
Un incendio è divampato dal tetto del padiglione Serbia della Biennale dei Giardini, in centro storico a Venezia. La sede dell’esposizione artistica è stata messa sotto controllo grazie al rapido intervento dei vigili del fuoco, ma le fiamme hanno continuato ad alimentarsi anche dopo i primi interventi di spegnimento a causa delle forti raffiche di vento che stanno soffiando in laguna da martedì notte. Dai primi accertamenti dovrebbe aver preso fuoco la copertura all’esterno, senza coinvolgere nessuno e senza che i danni si siano estesi agli arredi, all’esposizione o alle altre strutture circostanti. Poco prima delle 10 è scattato l’allarme alla centrale lagunare dei vigili del fuoco ed è stata visibile una grossa colonna di fumo scuro visibile sopra la città. In ausilio al 115 sono partite anche pattuglie in barca della polizia locale di Venezia, ancora in sopralluogo alla Biennale. L'articolo Incendio alla Biennale di Venezia, coinvolto il padiglione della Serbia. Vigili del fuoco in azione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Buttafuoco gioca la carta della Biennale del dissenso: vien da dire ‘tutto sbagliato, tutto da rifare’
Invece di prendere il toro per le corna, ovvero di affrontare lo snodo chiave dell’ambiguità del ruolo culturale delle istituzioni pubbliche, i vari camerati ‘picadores’ di Fratelli d’Italia continuano a punzecchiarsi sul caso della Russia alla Biennale di Venezia. Il ministro Giuli invoca le dimissioni della rappresentante del suo ministero nel Consiglio di amministrazione della Biennale; il presidente della Commissione Cultura Mollicone reclama addirittura una qualche dichiarazione di ‘personae non gratae’ nei confronti degli invitati russi, ché se si trattasse di personale diplomatico dovrebbe essere rilasciata dalle massime autorità dello Stato. I leghisti, tanto per non smentirsi, difendono l’allargamento alla Russia in nome della ‘libertà dell’arte’: sic, senza nemmeno entrare nel merito dell’idealizzazione dell’arte – bisognerebbe aver letto almeno Adorno – si tratta di una manifestazione in tutto e per tutto di Stato, con organizzatori, protagonisti e opere scelti politicamente dai governi, in primis quello italiano. E poi, casomai, è il curatore delle varie rassegne che deve garantire libertà di contenuto, l’ente dovrebbe organizzare e finanziare. Per parte sua, ignorando gli ex amici ‘picadores’ ma interloquendo con il Foglio di cui è stato esimio giornalista, quel torero siciliano dal cognome quasi paradossale di Buttafuoco, il Pietrangelo voluto come Presidente della più importante istituzione culturale pubblica italiana da Giorgia Meloni, risponde sventolando la bella muleta rosso scarlatta della Biennale del dissenso. Che sarebbe poi un evento commemorativo della straordinaria manifestazione organizzata nel 1977 da Carlo Ripa di Meana, con il consenso politico del solo Bettino Craxi e il boicottaggio militante del Partito Comunista, in ben altro contesto internazionale e appunto non come vera e propria Biennale, ma come rassegna extra, informale. Notevole la disarmonia d’intenti con la premier, anche solo per l’elenco dei Paesi da cui verrebbero scelti oggi i cinque artisti dissidenti di oggi: Stati Uniti, Israele, Cina, Russia e persino Unione europea (del resto è duro da digerire il pronunciamento della Commissione Ue che ha tuonato contro la prossima Biennale aperta ai Paesi canaglia, minacciando di tagliare i fondi). En passant viene da notare che mancherebbero una serie di Paesi dove gli artisti sono davvero perseguitati, in primis i regimi islamici e l’Iran. E, come ulteriore chicca, il Presidente ha annunciato un ciclo di incontri dedicato al denso pensiero del filosofo e teologo russo Pavel Florenskij, fucilato da Stalin nel 1937 e da qualche decennio oggetto di una rivalutazione tra ambienti cult da edizioni Adelphi, cattolici integralisti, estrema destra e filosofi post-nietzschiani. Per la cronaca, Florenskij era un dichiarato anti-occidentale a 24 carati: la sua ‘teodicea ortodossa’ non sarà magari la fonte di quel ‘santo mondo russo’ invocato dal Patriarca Kirill per giustificare ‘l’operazione speciale’ in Ucraina, ma bisognerebbe chiedere meglio lumi agli oppositori. Tutto sbagliato, tutto da rifare, verrebbe da dire per l’ennesima volta. Ben diverso è il caso di rassegne culturali organizzate da associazioni o privati, magari con qualche contributo pubblico, ma non secondo logiche così intimamente politiche. A Milano, per esempio, nonostante ci siano alcune tra le istituzioni pubbliche più ricche e sperimentate, la mano ‘libera, ma libera veramente’, e pure con il giusto riguardo per l’avanguardia, possono tenerla i festival di arti performative indipendenti come FOG, che ha appena presentato un toccante spettacolo di Ali Chahrour sul Libano, o come la rassegna LIFE annunciata da Zona K, che ospiterà un lavoro teatrale sulla guerra in Ucraina dei russi expat Elina Kulikova e Dima Efremov, artisti dissidenti veri, e una performance con i ballerini palestinesi guidati da Amir Sabra e Ata Kathab sui massacri a Gaza. Venendo al dunque, la cultura pubblica ha un valore tout court di propaganda, e come tale viene giustamente pesato quel che fa la Biennale, che è una vetrina mondiale di prim’ordine. Poco ci manca che non sia diventata ancora come Sanremo, dove ora vince il Sì di Sal Da Vinci e ieri magari, sotto Prodi premier, Lo Stato Sociale… E se ormai sembra tardi per evitare qualche pateracchio, tutto sommato non sarebbe male prendere il pretesto per rivedere regole e vocazione della cultura pubblica dopo una sana pausa della manifestazione ufficiale, come successe proprio nel 1977, magari conservando soltanto il corpo curatoriale e autonomo della Biennale d’Arte, anche perché il rischio è ora che le nazioni più sensibili alla causa ucraina non vogliano poi tenere aperti i padiglioni accanto a quelli dei regimi sovietico, iraniano e via elencando. L'articolo Buttafuoco gioca la carta della Biennale del dissenso: vien da dire ‘tutto sbagliato, tutto da rifare’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Biennale di Venezia, Buttafuoco si gioca la carta del padiglione dei dissidenti di Buttafuoco per disinnescare il caso Russia
Dissidenti russi alla Biennale. L’infuocatissima polemica sul padiglione russo alla rassegna culturale di Venezia – che ha visto come ultimo atto la richiesta di dimissioni da parte del ministro della Cultura Alessandro Giuli della consigliera favorevole al ritorno della Russia – si arricchisce ora di un elemento che sembra rispondere direttamente alle critiche politiche e diplomatiche degli ultimi giorni e alle richieste che arrivano direttamente dal governo. Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, in un intervento su Il Foglio annuncia infatti due iniziative dedicate esplicitamente ai dissidenti: da un lato la commemorazione del cinquantenario della Biennale del Dissenso voluta nel 1977 da Carlo Ripa di Meana, con l’invito a cinque figure oggi sgradite ai rispettivi governi (Stati Uniti, Israele, Cina, Russia e persino Unione europea); dall’altro un ciclo di incontri dedicato al pensiero del filosofo e teologo russo Pavel Florenskij. La mossa appare come un tentativo di spostare il terreno della discussione: non più solo la presenza o meno della Russia come Stato alla Biennale, ma il ruolo dell’istituzione veneziana come spazio di libertà per le voci critiche e non allineate. In questa chiave la citazione della Biennale del Dissenso del 1977 non è casuale: quella manifestazione, nata durante la Guerra fredda, fu pensata proprio per dare visibilità agli intellettuali perseguitati nei Paesi del blocco sovietico. Il contesto politico, però, resta incandescente. Giuli ha chiesto il passo indietro di Tamara Gregoretti, accusandola di non aver informato il ministero sulla possibile partecipazione della Federazione Russa. Gregoretti ha respinto la richiesta, rivendicando l’autonomia statutaria della Biennale e ricordando che i membri del consiglio non rappresentano i soggetti che li hanno nominati. Intanto la questione è uscita dai confini culturali per diventare apertamente geopolitica. Da un lato c’è la linea più prudente sostenuta da parte del governo e da esponenti parlamentari come Federico Mollicone, secondo cui il padiglione russo rischierebbe di trasformarsi in un problema diplomatico nel pieno della guerra in Ucraina. Dall’altro lato c’è chi, come il vicepremier Matteo Salvini, sempre vicino alle posizioni della Russia, che difende l’idea di una cultura universale che non escluda nessuno. Nel frattempo cresce anche la pressione internazionale: una petizione online contro la partecipazione russa ha raccolto migliaia di firme, tra cui quelle dell’ex presidente ucraino Viktor Yushchenko e dell’attivista e dissidente russo Garry Kasparov. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha criticato l’ipotesi di un ritorno della Russia alla manifestazione. L’iniziativa annunciata da Buttafuoco sembra quindi voler offrire una via simbolica d’uscita: trasformare la polemica sulla presenza russa in un discorso più ampio sulla libertà degli artisti e sulla tradizione della Biennale come luogo di confronto tra dissenso e potere. Resta però da capire se questo richiamo storico basterà a disinnescare uno scontro che ormai non riguarda più soltanto la cultura, ma gli equilibri politici e diplomatici dell’Europa in tempo di guerra, ora allargata a contesti fino a un mese fa inimmaginabili. L'articolo Biennale di Venezia, Buttafuoco si gioca la carta del padiglione dei dissidenti di Buttafuoco per disinnescare il caso Russia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il padiglione russo alla Biennale non aprirà”. Mollicone (Fdi): “Non è più questione culturale ma di geopolitica”
La possibile partecipazione della Russia alla prossima Biennale di Venezia accende uno scontro politico e diplomatico dopo la minaccia della Commissione europea di fermare i finanziamenti. Il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, prende le distanze dalla scelta del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di aprire la manifestazione a tutti i Paesi, Mosca compresa. “Credo che alla Biennale di Venezia il padiglione russo non aprirà” afferma Mollicone, spiegando a Repubblica che “non è più una questione culturale ma di geopolitica”. Secondo l’esponente di Fratelli d’Italia: “La sanzione di 20 ministri dell’Unione Europea, è un danno d’immagine che va oltre, secondo me, l’autonomia culturale dell’istituzione. Con grande stima e rispetto per il presidente Buttafuoco, che conosco da anni e che ho sempre sostenuto, ma in questo caso penso abbia commesso un errore”, aprire le porte agli artisti russi per Mollicone “espone il governo. La cultura è libera se si rispetta però innanzitutto la vita. Sfido la Russia a ospitare artisti dissidenti che si esprimano contro Putin, contro il governo russo e contro la guerra. Il padiglione ucraino accanto a quello di Mosca in questa situazione non è un messaggio di pace”. Sul piano politico, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva proposto di distinguere tra regime e società civile, suggerendo di invitare artisti dissidenti russi. Intanto cresce la protesta internazionale: una petizione online contro la partecipazione di Mosca ha raccolto migliaia di firme, tra cui quelle dell’ex presidente ucraino Viktor Yushchenko, dell’attivista Garry Kasparov. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky critica l’ipotesi, sostenendo che trasformare eventi culturali in strumenti di scontro non favorisce la pace. Il caso rischia così di trasformare quella che Buttafuoco aveva definito “la Biennale della tregua” in un vero incidente diplomatico. Alla polemica si aggiunge anche un appello pubblico: “La cultura non può essere usata per mascherare l’aggressione”. Sul sito Change.org oltre 7.500 tra artisti, intellettuali, studiosi e personalità della politica italiana e internazionale hanno firmato una lettera che chiede ai vertici della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia – in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026 – di chiarire e riconsiderare la partecipazione della Federazione Russa. La lettera aperta, indirizzata al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, esprime “profonda preoccupazione” per l’annunciato ritorno del padiglione russo mentre la guerra contro l’Ucraina è ancora in corso. I firmatari ricordano che nel marzo 2022, dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, la Biennale aveva dichiarato di non voler collaborare con delegazioni o istituzioni ufficiali legate al governo russo: “Quella posizione – si legge nell’appello – rappresentava un importante impegno etico da parte di una delle più importanti istituzioni culturali del mondo”. Secondo i promotori, l’annuncio della presenza russa solleva ora “questioni urgenti” sulla coerenza di quel principio, mentre il conflitto continua e ha colpito direttamente anche il mondo culturale ucraino. Artisti, scrittori e operatori culturali – ricordano i firmatari – sono stati uccisi durante l’invasione o negli attacchi contro la popolazione civile, mentre musei, archivi, biblioteche e siti del patrimonio culturale sono stati danneggiati o distrutti. L'articolo “Il padiglione russo alla Biennale non aprirà”. Mollicone (Fdi): “Non è più questione culturale ma di geopolitica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Commissione Ue contro la presenza della Russia: minaccia di stop ai fondi. E i ministri di 22 Paesi scrivono a Buttafuoco
Il ritorno della Russia alla Biennale di Venezia fa insorgere la Commissione Europea e i ministri della Cultura e degli Esteri di 22 Paesi dell’Unione. Da un lato l’esecutivo Ue minaccia il taglio dei fondi all’esposizione internazionale d’arte, dall’altra gli esponenti dei governi definiscono “inaccettabile” la presenza della Federazione in Laguna “nelle attuali circostanze”. Esplode, dunque, la polemica per la decisione del presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco. La vicepresidente esecutiva della Commissione Henna Virkkunen e il commissario alla Cultura Glenn Micallef hanno condannato “fermamente” la decisione di consentire a Mosca di riaprire il padiglione, nonostante continui la guerra in Ucraina: “La cultura promuove e tutela i valori democratici, incoraggia il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione e non dovrebbe mai essere utilizzata come piattaforma per la propaganda”, scrivono in una nota i due. “Gli Stati membri, le istituzioni e le organizzazioni devono agire in linea con le sanzioni dell’Ue ed evitare di dare spazio a individui che hanno attivamente sostenuto o giustificato l’aggressione del Cremlino contro l’Ucraina”, continuano definendo la decisione della Fondazione Biennale “non compatibile con la risposta collettiva dell’Ue alla brutale aggressione russa”. Quindi la minaccia, esplicita: “Qualora la Fondazione Biennale dovesse procedere con la sua decisione di consentire la partecipazione della Russia, prenderemo in considerazione ulteriori misure, tra cui la sospensione o la cessazione di un finanziamento Ue”. La nota dei commissari Ue è arrivata in contemporanea a una lettera di 22 Paesi europei indirizzata a Buttafuoco e ai membri del Consiglio di amministrazione. Nel documento, sottoscritto da ministri della Cultura e degli Affari esteri, i firmatari affermano di voler ribadire il proprio impegno nei confronti dei “comuni valori europei – libertà artistica e libertà di espressione, e rispetto della dignità umana”, ricordando come la Biennale di Venezia rappresenti da oltre un secolo “una delle più prestigiose espressioni di libertà artistica al mondo”. Tra i Paesi firmatari figurano Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna e Svezia. Nella missiva si sottolinea come – a parere dei Paesi che l’hanno sottoscritta – la cultura non sia separata dalle realtà sociali e politiche, ma contribuisca a ”plasmare il modo in cui le persone comprendono il mondo, ciò a cui attribuiscono valore e come scelgono di agire”. Per questo, si legge nel testo, le istituzioni culturali hanno “non solo un significato artistico, ma anche una responsabilità morale”. Nel documento viene citata anche la presa di posizione dell’artista di origine russa Kirill Savchenkov che nel 2022, insieme ad Alexandra Sukhareva e al curatore lituano Raimundas Malaauskas, si ritirò dal Padiglione russo della Biennale: “Non c’è posto per l’arte quando i civili muoiono sotto il fuoco dei missili, quando i cittadini ucraini si nascondono nei rifugi e quando i manifestanti russi vengono messi a tacere”. I ministri firmatari ricordano che la Russia “continua a condurre la sua brutale guerra di aggressione contro l’Ucraina”, sottolineando che il conflitto ha causato gravi perdite anche nel settore culturale. Secondo le autorità ucraine, si legge nella lettera, almeno 342 artisti sono stati uccisi mentre 1.685 siti del patrimonio culturale e 2.483 infrastrutture culturali sono stati distrutti o danneggiati. ”Queste cifre rappresentano non solo la perdita di strutture fisiche, ma anche il silenzio delle voci e la cancellazione della memoria culturale”, affermano i firmatari. Nel contesto delle sanzioni europee e internazionali imposte a Mosca per la violazione del diritto internazionale e della sovranità ucraina, i ministri esprimono inoltre ”profonda preoccupazione per il rischio significativo di una strumentalizzazione” della partecipazione russa alla Biennale per ”proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale”. Il documento evidenzia anche “la natura politica del progetto associato al padiglione russo e i suoi sospetti legami con individui strettamente legati all’élite politica russa”, che solleverebbero interrogativi sul rischio che “la diplomazia culturale statale venga presentata sotto le mentite spoglie di uno scambio artistico”. Per queste ragioni, i firmatari ritengono che “la partecipazione della Federazione Russa alla Biennale di Venezia sia inaccettabile nelle attuali circostanze” e invitano la dirigenza dell’istituzione veneziana a “riconsiderare” la presenza russa alla prossima edizione dell’Esposizione internazionale. L'articolo La Commissione Ue contro la presenza della Russia: minaccia di stop ai fondi. E i ministri di 22 Paesi scrivono a Buttafuoco proviene da Il Fatto Quotidiano.
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