C’è un’inchiesta coraggiosa su molestie, discriminazioni e violenze sessuali
nelle redazioni dei media italiani. Se non verrà soffocata dal silenzio o
respinta dai consueti muri di gomma, potrebbe costringere il giornalismo
italiano a riflettere sulle profonde asimmetrie di potere tra uomini e donne
nelle redazioni. L’indagine, intitolata “Violenze sessuali, molestie e abusi
nelle redazioni dei media italiani”, è stata realizzata da IrpiMedia –
Investigative Reporting Project Italy, il primo centro di giornalismo
investigativo no profit fondato in Italia. Le giornaliste Alessia Bisini,
Francesca Candiol, Roberta Cavaglià e Stefania Prandi hanno raccolto le
testimonianze di molte colleghe, portando alla luce una realtà spesso taciuta.
Leggere quelle storie mi ha riportato alla memoria episodi che credevo di aver
dimenticato. Negli anni 90 ho collaborato con diverse redazioni, prima di
rendermi conto che non era un mondo in cui volevo restare. Erano ambienti dove
non di rado, venivano dette frasi misogine e gli stereotipi sulle donne erano
granitiche verità. Tutto questo si svolgeva in un contesto fortemente gerarchico
e dominato da una competizione feroce, quasi esclusivamente tra uomini.
Non ho mai subito ricatti sessuali espliciti, ma pressioni più sottili. Alcune
firme illustri per un mero esercizio di potere, proponevano una sorta di do ut
des: “Ho conoscenze, sei carina e brava…”. Uno di loro sfogliò davanti a me una
piccola agenda piena di numeri di telefono di politici, direttori e personaggi
influenti, quasi a dimostrare quanto avrebbe potuto fare per il mio futuro. A
patto che io… Era evidente che quell’atteggiamento padronale fosse per questi
signori una pratica abituale, esercitata con totale disinvoltura.
L’espressione “sei carina e brava” è un vero e proprio evergreen. Anche
recentemente è stata pronunciata dalla seconda carica dello Stato, Ignazio La
Russa. Non è un complimento: è un modo per infantilizzare una donna e ricordarle
quale dovrebbe essere il suo ruolo in un ambiente dominato dagli uomini. Una
presenza decorativa in uno spazio che non le appartiene.
In un’occasione ho subito una molestia da parte di un direttore. La situazione
mi apparve così surreale che il primo pensiero fu: “Ma come fa a non vergognarsi
di se stesso?”. Solo trent’anni dopo ne ho parlato con una ex collega che mi ha
risposto: “Lo ha fatto anche a me”. Sono passati tre decenni, ma la situazione
non sembra essere migliorata.
Nell’inchiesta realizzata da IrpiMedia con il supporto della Federazione
Nazionale della Stampa Italiana, dell’Ordine nazionale dei giornalisti e degli
Ordini regionali del Piemonte e del Trentino, sono state coinvolte 132
giornaliste – freelance di agenzie di stampa, quotidiani, radio e televisioni –
che hanno accettato di raccontare in forma anonima le proprie esperienze. Da
tutte le interviste emergono episodi di discriminazione, molestie verbali e
sessuali, violenze e ricatti professionali. Nella maggior parte dei casi gli
autori sono figure apicali delle redazioni: direttori nel 43% dei casi,
caporedattori nel 26% ed editori nel 2%.Il picco degli abusi si registra quando
le giornaliste hanno tra i 25 e i 34 anni. Le vittime sono quasi equamente
divise tra freelance e giornaliste assunte.
Si tratta di un fenomeno difficile da affrontare all’interno delle redazioni. I
giornalisti dovrebbero indagare il proprio mondo, smascherarne le asimmetrie e i
pregiudizi, ma non è scontato che abbiano davvero intenzione di farlo. Eppure i
numeri sono significativi: in una precedente indagine realizzata nel 2019 dalla
Federazione nazionale della stampa insieme alla statistica Linda Laura Sabbadini
l’85% delle giornaliste dichiarava di aver subito almeno un episodio di violenza
o molestia. Nel 2015, dietro lo pseudonimo di Olga Ricci, una giornalista
raccontò nel libro Toglimi le mani di dosso, le dinamiche di potere dentro una
redazione che si esplicitavano in abusi, mobbing e ricatti sessuali da parte di
un direttore che prendeva in ostaggio il futuro e i sogni di alcune giovani
stagiste.
Le testimonianze raccolte nell’inchiesta di IrpiMedia confermano quanto
denunciato da Olga Ricci undici anni fa e lasciano molta amarezza. Come quella
di una freelance che riceveva continui apprezzamenti via WhatsApp dal
caporedattore che avrebbe dovuto offrirle un contratto, mai arrivato: “Un giorno
l’uomo la baciò contro la sua volontà. Poco dopo organizzò un tranello per farla
finire a dormire con lui in un appartamento affittato per un evento culturale.
La giornalista capì l’inganno solo una volta arrivata nella città dell’evento e
riuscì a fuggire, senza ricevere il sostegno delle colleghe presenti”.
Alcune vittime hanno attraversato momenti di grave depressione, fino a pensare
al suicidio.
Spesso gli autori di queste violenze continuano la propria carriera senza subire
conseguenze. Le donne denunciano raramente: temono ritorsioni, di non essere
credute e di compromettere la propria carriera. A questo si aggiunge una diffusa
omertà che coinvolge colleghi, capi e talvolta anche altre colleghe. Sono
situazioni che si ripetono in altri ambiti lavorativi come la vicenda del
primario dell’Ospedale Guglielmo da Saliceto Piacenza o del regista del Teatro
Due di Parma. Quest’ultimo recentemente premiato con un piccolo incarico
politico perché il sistema li promuove quando sono smascherati.
Le giornaliste di IrpiMedia mettono in evidenza l’esistenza di una rete maschile
che garantisce ai giornalisti un vantaggio nelle carriere professionali rispetto
alle colleghe, la psicologa sociale Chiara Volpato definisce “companionship
maschile”. Il risultato è evidente: scarsa presenza femminile nei ruoli apicali
e forti disparità salariali. Su 35 quotidiani italiani, solo due sono diretti da
donne. Ma persiste anche nelle redazioni il fastidio e ostilità verso il tema
della violenza contro le donne e non mancano sarcasmo e derisione verso le
giornaliste che si occupano di pari opportunità, di femminicidio o di linguaggio
inclusivo.
Questo dimostra che la narrazione distorta della violenza maschile contro le
donne non è soltanto un problema di scarsa formazione o di ignoranza del
fenomeno. È soprattutto la difesa a oltranza di una cultura che fa da collante
tra complicità maschili. Possiamo davvero stupirci allora del minuto di gloria
regalato a Caffo da Le Iene? Della vittimizzazione secondaria delle donne che
denunciano violenze sessuali commesse da uomini di potere? Dell’himpaty che
trasuda dalla carta stampata e in certi servizi televisivi?
Mi chiedo se questa volta il giornalismo italiano riuscirà a guardare dentro se
stesso, a raccontare il proprio lato oscuro e i rapporti di potere che lo
attraversano. Questa inchiesta riceverà la giusta l’attenzione del media? Ne
dubito.
L'articolo Ricatti sessuali nelle redazioni: le storie di IrpiMedia mi hanno
ricordato episodi che volevo dimenticare proviene da Il Fatto Quotidiano.