Sono tre le mostre a Milano dedicate all'artista sudafricano, che ora è entrato
anche a far parte della nuova collana Milestones di Skira dedicata ai più grandi
artisti viventi
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Alla Triennale di Milano arriva la prima grande retrospettiva italiana dedicata
al pensiero visionario di un maestro che ha riscritto il design contemporaneo.
Un percorso attraverso lo sguardo di Toyo Ito, architetto e amico di una vita
Oltre cento opere dell'artista tra pittura e cinema sperimentale nella grande
retrospettiva a Palazzo delle Esposizioni, a Roma, visitabile fino al 12 luglio
Racconto della fiera itinerante dedicata all'arte e al design arrivata alla sua
nona iterazione a St. Moritz
I caschi a Milano Cortina 2026 sono stati gli indiscussi protagonisti delle
Olimpiadi Invernali tra colori, simboli, cartoon, scritte e fantasie
indimenticabili
Ha collaborato fin dagli anni Sessanta con Vogue e ha documentato il mondo
culturale italiano dello scorso secolo, specializzandosi nei ritratti di divi,
attori e scrittori. Ha fotografato (molte volte) Monica Vitti, i set di Fellini,
Pasolini… Ora in mostra da Viasaterna a Milano
Ha inaugurato nella Sala delle Cariatidi la mostra Alchimiste di Kiefer, un'ode
alle donne custodi di una scienza antica che sono state relegate ai margini
della storia in 40 tele monumentali
Lettere d’amore, archivi segreti e promesse scritte a mano risalenti fino a 500
anni fa: la mostra Love Letters ai National Archives è promemoria che la carta è
ancora il luogo più potente e sicuro in cui custodire i nostri sentimenti
I n una delle scene chiave di Videodrome, film a suo modo profetico realizzato
nel 1983 da David Cronenberg, il protagonista Max Renn viene attratto
dall’oggetto del suo desiderio sessuale, Nicki Brand, che lo chiama da
dentro/dietro lo schermo di un apparecchio televisivo. “Come to Nicki”, dice la
proiezione della donna a Max, mentre la videocamera si avvicina in maniera
sempre più stretta alle labbra di Nicki. Max si avvicina, tocca la televisione,
che al contempo si deforma, si muove, diventa materia viva, pulsante, sensuale.
Il protagonista penetra lo schermo, ma anche lo schermo penetra la carne umana,
tant’è che cadono le distinzioni tra mondo reale e simulacro digitale. Nel
desiderio erotico di Max non c’è differenza tra Nicki e la sua proiezione
televisiva, perché in Videodrome la seconda è reale quanto la prima.
Martin pleure è un cortometraggio del 2017 di Jonathan Vinel realizzato usando
le animazioni e il gameplay del celebre videogioco Grand Theft Auto V. Martin un
giorno scopre che tutti i suoi amici sono svaniti nel nulla e non sembra esserci
modo di rintracciarli. Il monologo interiore del ragazzo ci guida nel viaggio
alla ricerca degli amici perduti, in un susseguirsi di scene di tristezza,
solitudine, paura, rabbia, fino alla violenza estrema. In un breve stacco,
vediamo tre personaggi mascherati – forse gli amici del protagonista – che però
sono figure riprese dal vivo, non gli avatar artificiali che popolano l’universo
digitale da videogioco in cui si ambienta il lavoro di Vinel. Il corto si
conclude con Martin che salpa con un motoscafo e si dirige verso l’orizzonte. Se
avrà fortuna, magari un glitch lo aiuterà a bypassare i limiti imposti
dall’architettura digitale, a noclippare al di fuori dei confini della mappa e
arrivare nell’ecosistema del “reale” in cui si trovano i suoi amici. Ma quale
dei due mondi è quello reale?
In Videodrome come in Martin pleure a emergere è il rapporto tra contiguità e
differenza che separa l’ecosistema digitale, costruito per mezzo di tecnologie
sempre più performanti, e il mondo analogico, che ancora oggi ci ostiniamo a
chiamare “reale”. La questione che però emerge in maniera manifesta nel lavoro
di Cronenberg e in modo implicito in quello di Vinel è se abbia ancora senso
fare questa distinzione, dal momento che l’influenza delle macchine su ogni
aspetto della nostra vita è talmente ampio che da più parti si parla ormai di
postumanesimo. Negli ultimi anni il tema ha visto coinvolti filosofi,
accademici, artisti, operatori culturali, attivisti, con un grado di
elaborazione teorica repentina, che va di pari passo solo con l’incedere
rapidissimo delle nuove tecnologie sulle quali ci si confronta.
Di questi cambiamenti prova a tenere traccia Seamless (2025), il nuovo libro
edito da Nero per la curatela di Francesco Spampinato, professore di storia
dell’arte contemporanea all’Università di Bologna. Come si intuisce dal
sottotitolo – Arte, visualità e cultura elettronica in epoca post-pandemica – il
volume si concentra in particolare sull’epoca post-Covid, ovvero da quando tutti
noi, a causa dei vari lockdown tra 2020 e 2022, abbiamo iniziato a sperimentare
ogni giorno il “principio di naturale continuità tra il reale e il virtuale”, al
punto che “il nostro doppio sullo schermo non ci fa più effetto, sebbene di
tanto in tanto non possiamo fare a meno di guardarlo per assicurarci che
risponda ancora a noi”. Riunioni online, call, dislocazione fisica,
demoltiplicazione degli avatar e delle proiezioni digitali sono tutti aspetti
che esistevano anche prima del Covid, ma che la pandemia ha contribuito a
inscrivere nell’orizzonte del quotidiano.
> Nel desiderio erotico di Max non c’è differenza tra Nicki e la sua proiezione
> televisiva, perché in Videodrome la seconda è reale quanto la prima.
Il volume è frutto dal lavoro svolto da AVEC (Art, Visuality and Electronic
Culture), un think tank nato in seno all’ateneo bolognese e animato
prevalentemente da studenti e studentesse della laurea magistrale in arti visive
e dei corsi di dottorato in arti, storia, società e in immagine, linguaggio,
figura. Nato tra il 2021 e il 2022, AVEC è responsabile di una serie di workshop
tematici semestrali che hanno lo scopo di porre in dialogo le ricerche svolte da
dottorandi e laureandi con le attività di ricercatori indipendenti, artisti e
operatori culturali di vario tipo. Ogni workshop ruota attorno a un tema e, nel
caso dei quattro incontri di cui il volume vuole essere una restituzione, a
guidare le riflessioni erano, rispettivamente, concetti come il metaverso, la
catastrofe, il cyberfemminismo e l’intelligenza artificiale (IA).
Nonostante le attività di AVEC non nascessero con l’intenzione iniziale di
sviluppare un unico tema, è emersa a posteriori la metafora del seamless, che
oltre a dare il titolo al volume affiora anche come tratto unificante dei vari
interessi del collettivo. Seamless – letteralmente, “senza cuciture” o “senza
soluzione di continuità” – fa riferimento alla tecnologia utilizzata nel campo
dell’abbigliamento per la realizzazione di capi che aderiscano al corpo e lo
modellino, fasciandolo in maniera uniforme così da nasconderne le imperfezioni.
Secondo Spampinato, l’attrattiva verso capi di questo tipo – di cui quelli
prodotti dal brand SKIMS della celebrity americana Kim Kardashian sono tra i più
celebri – è data anche dalla capacità “di enfatizzare – non solo alla vista
diretta ma anche nei processi quotidiani di autorappresentazione e mediazione –
la dimensione artificiale del corpo umano, liscio come un corpo-immagine
post-prodotto grazie a filtri o trasfigurato in avatar”. Di qui, quindi, la
possibilità di traslare questo termine verso il mondo tecnologico
post-pandemico, facendone una “metafora concettuale e visiva per definire un
corpo in grado di spostarsi con dimestichezza tra il mondo reale e quello
virtuale, offline/online, in una dimensione spazio-temporale ininterrotta, senza
soluzione di continuità”, in cui il concetto di seamless diventa “condizione
percettiva del continuum reale-virtuale”.
L’articolata architettura costruita dall’interazione reale-virtuale è molto
complessa da identificare e ancora di più da sintetizzare. In una continua
operazione di worldbuilding – per usare un termine caro agli amanti dei
videogiochi – provare a stare al passo con la tecnologia che cambia è un’impresa
ambiziosa. Per questo, Seamless propone una struttura editoriale che da una
parte ricalca i formati dei workshop, dall’altra prova a offrire sensi di
lettura multipli, che non si limitano alla sola forma saggistica. Ogni capitolo
si apre quindi con un intervento redatto collettivamente da AVEC o affidato a
intellettuali riconosciuti, che ha il compito di fissare i parametri di
riferimento. A questo segue un contributo storico, tre casi studio e poi il
resoconto di un progetto artistico che indaga criticamente il tema prescelto.
In questo modo, AVEC propone non tanto di costituirsi come un’alternativa alla
storia dell’arte ipercontemporanea in epoca post-pandemica, quanto offrire una
visione trasversale, che interseca più ambiti disciplinari in maniera dinamica.
È proprio questa dinamicità, questa capacità di scartare lateralmente, uno dei
requisiti essenziali per l’esplorazione di quel panorama mobile contemporaneo
dato dalla condizione di seamless. Non è un caso che a ogni workshop venga
associato un tool, uno specifico strumento tecnologico di recente sviluppo, ma
già a rischio di obsolescenza programmata.
> Seamless è una “metafora concettuale e visiva per definire un corpo in grado
> di spostarsi con dimestichezza tra il mondo reale e quello virtuale,
> offline/online, in una dimensione spazio-temporale ininterrotta, senza
> soluzione di continuità”.
In quest’ottica, prendiamo per esempio gli NFT, il tool del primo capitolo
dedicato al metaverso ed eloquentemente sottotitolato “How to build a universe
that doesn’t fall apart two days later” (Come costruire un universo che non cada
a pezzi due giorni dopo). Era il 2021 quando tutto il mondo dell’arte impazzì
per gli NFT, i non-fungible-token, visti come la nuova frontiera dell’arte
immateriale, possibile grazie alle nuove tecnologie. Everydays: The First 5000
Days, un’opera digitale di Beeple composta da 5000 immagini digitali, fu venduto
come NFT da Christie’s per 69 milioni di dollari. Erano più o meno gli stessi
mesi in cui il caporedattore di una rivista con cui collaboravo si domandava
perplesso cosa fossero le skins di Fortnite per cui il figlio gli chiedeva
soldi, forse senza comprendere fino in fondo che la costruzione di un’identità
personale per il proprio avatar digitale attraverso il cambio di abiti è
importante quanto lo è quella nel nostro mondo analogico. Come sempre, questa
importanza l’avevano intuita gli uffici marketing di alcuni brand come
Balenciaga e Gucci, che tra 2021 e 2022 crearono intere capsule collection
acquistabili nel metaverso e rese disponibili come skins per i giocatori di
Fortnite o Minecraft. Eppure, la bolla del metaverso e degli NFT sembra durata
appena lo spazio di una stagione, tanto che oggi pare di parlare già di
tech-archeologia.
L’eterogeneità degli approcci sviluppati nel volume edito da Nero, dunque, è
funzionale non tanto alla resurrezione di tecnologie che nascono, muoiono,
rinascono nello spazio di pochi anni e, in taluni casi, di pochi mesi, quanto
piuttosto alla possibilità di offrire, prima con gli incontri dal vivo e poi
nella forma libro, una lettura critica del presente nel suo farsi. Così, per
esempio, se il contributo storico dell’educatrice e artista Sara Bonaventura
ricostruisce le origini del metaverso nelle opere di fantascienza del secolo
scorso, da Dick a Gibson, gli altri interventi riportano il tema alla stretta
attualità, tra musei decentralizzati virtuali e simulazioni digitali del pianeta
Terra.
AVEC, ed è questo uno degli aspetti più interessanti, si sforza di operare al di
fuori delle griglie dell’accademia, andando a toccare temi e argomenti molto
ancorati alla quotidianità. Il secondo capitolo, ad esempio, di apre con un
intervento di Franco “Bifo” Berardi che analizza il rapporto tra desiderio,
depressione e digitalizzazione dei rapporti sociali in epoca post-pandemica,
situazione che ognuno di noi ha vissuto in prima persona durante le lunghe fasi
di isolamento da lockdown. Seguono poi contributi sull’arte urbana e il
muralismo contemporaneo, ma anche sulla moda e le wearable technologies come
tecnologie per la sopravvivenza. L’analisi di aspetti che intersecano il vivere
quotidiano e non rimangono solo appannaggio di micronicchie di esperti già di
per sé testimonia l’ampiezza e la trasversalità del tema. Seguendo fino in fondo
la metafora del seameless, la realtà comune, persino banale, che esperiamo ogni
giorno è già contaminata dalla presenza ineliminabile del digitale e su questo,
quindi, è doveroso riflettere.
Che l’aspetto tecnologico sia ormai inscindibile dalla nostra esistenza tanto da
legarsi con questioni di stringente attualità è confermato dal terzo capitolo.
Qui il femminismo, giustamente all’ordine del giorno sulle agende culturali di
tutto il mondo, viene declinato nell’ambito tecnologico a partire dalla figura
del cyborg proposta da Donna Haraway, in una rilettura della docente in
sociologia Federica Timeto. Glitch feminism, cyberfemminismo e transfemminismo
ritornano variamente nell’intervento storico e nei casi studio di questa
sezione, a conferma di un lavoro in cui l’azione artistica viene riconsiderata
alla luce del dibattito filosofico e culturale odierno.
> La domanda è al lettore: sei ancora in grado di sognare pecore in carne e
> ossa?
Seamless dichiara esplicitamente tra i propri modelli di riferimento due
pubblicazioni nate in seno a corsi universitari negli anni Settanta, ovvero Il
Gorilla Quadrumàno del Gruppo di Drammaturgia 2, a cura di Giuliano Scabia
(1974), e Alice disambientata del Gruppo A/ Dams, a cura di Gianni Celati
(1978). In AVEC emerge quindi un’attitudine che, se non si vuole chiamare
“militante”, prova almeno a essere consapevolmente critica e attenta verso un
mondo che non si limita alle passioni perverse di un accademismo spesso troppo
asfittico.
Già questo sarebbe un sufficiente invito alla lettura, tanto più se si sente la
necessità di dare un senso al seamless delle nostre esistenze, a quel continuum
reale-digitale che pare il tratto distintivo di questa nostra “nuova era
oscura”, per usare una definizione di James Bridle. D’altronde, nel 1968, nel
romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? – che diventa qui anche l’omonimo
titolo del primo capitolo di Seamless – Philip Dick si chiedeva se “gli androidi
sognano pecore elettriche”. Il volume edito da Nero, invece, sembra ribaltare la
domanda dello scrittore statunitense rivolgendosi direttamente al lettore: sei
ancora in grado di sognare pecore in carne e ossa?
L'articolo Seamless a cura di Francesco Spampinato proviene da Il Tascabile.
Una chiacchierata con Caterina Molteni, curatrice del MAMbo di Bologna e di Il
corpo della lingua Special Program di Art City 2026