L a Hollywood sul Tevere degli anni Cinquanta fu soltanto la parte più evidente,
godereccia e alcolica di un movimento generale che portava in Italia, in
particolare a Roma, non solo attori e registi, ma anche artisti internazionali.
Era la fine degli anni Cinquanta e il legame tra l’arte americana e quella
europea viveva ancora fortemente anche di una sudditanza culturale. Gli artisti
americani sarebbero arrivati a Roma per poter poi tornare negli Stati Uniti e da
lì conquistare il mondo, producendo un inedito immaginario, un nuovo modo di
fare arte, figlio solo in parte della tradizione e della storia del vecchio
continente. Tra loro spicca la figura di Cy Twombly, all’anagrafe Edwin Parker
Junior, ma da sempre soprannominato Cy in onore del grande lanciatore di
baseball, forse il più grande di tutti i tempi, Cy Young dei Boston Red Sox.
Influenzato dall’espressionismo tedesco e in particolare dall’arte di Franz
Kline e Paul Klee, Twombly esordisce con una mostra nel 1951 presso la Kootz
Gallery di New York, una delle gallerie più importanti dell’epoca e quella che
più si dedicò alla diffusione dell’espressionismo astratto. Kootz era il luogo a
New York in cui poter vedere (e comprare) le opere, tra gli altri, di Pablo
Picasso, Georges Braque e Fernand Léger. Twombly vi espose nel 1951, dopo che
nel 1949 alla Kootz fu presentata l’esposizione The Intrasubjectives, un evento
assoluto nel panorama artistico che segnerà l’arte del Novecento e stabilirà una
nuova supremazia tutta americana, anche nell’arte. The Intrasubjectives riuniva
infatti sulle pareti della Kootz Gallery le opere di Jackson Pollock, Willem de
Kooning, Mark Rothko, Arshile Gorky e Ad Reinhardt.
Dopo un primo viaggio nel 1952 insieme all’amico Robert Rauschenberg, Cy Twombly
vive a Roma più stabilmente nel 1957, quando viene introdotto alla città e agli
ambienti romani dal collezionista veneziano Giorgio Franchetti. Su di lui tra
l’altro è ora disponibile un bellissimo libro di Roberto Mancini, I Franchetti
(2025) che non solo ricostruisce l’incredibile vicenda della famiglia
aristocratica veneziana, ma restituisce a Giorgio Franchetti un ruolo di
assoluta centralità nella produzione artistica del secondo Novecento. Twombly
espone inizialmente a Roma presso la mitica galleria La Tartaruga di Plinio De
Martiis: saranno ben otto le mostre tra il 1958 e il 1970. Ma sarà grazie
all’incontro con Palma Bucarelli, mitica direttrice e sovrintendente della
Galleria nazionale d’arte moderna dal 1942 al 1975, che Twombly diventerà a
tutti gli effetti un artista romano più che americano.
> Dopo un primo viaggio nel 1952 insieme all’amico Robert Rauschenberg, Cy
> Twombly vive a Roma più stabilmente nel 1957, quando viene introdotto alla
> città e agli ambienti romani dal collezionista veneziano Giorgio Franchetti.
Un’appartenenza evidente ancora oggi: nel 2025 infatti la Cy Twombly Foundation,
attraverso il presidente Nicola Del Roscio, si è resa disponibile a
un’importante donazione di opere dell’artista americano in favore della Galleria
d’arte moderna e contemporanea di Roma. Come afferma Renata Cristina Mazzantini,
attuale direttrice del museo, in uno dei volumetti contenuti nel bellissimo
cofanetto pensato in onore di Cy Twombly e pubblicato da Electa: “i tredici
capolavori esposti nella sala, realizzati a Roma tra il 1957 e il 1963, sono
inevitabilmente parte della storia dell’arte italiana del secondo Novecento.
Twombly amava definirsi ‘pittore mediterraneo’: da americano era stato più
mediterraneo di molti artisti italiani del suo tempo”.
Il cofanetto dedicatogli da Electa, intitolato semplicemente Cy Twombly (2025)
offre un raro testo di Fabio Mauri e alcuni saggi di Roland Barthes che
inquadrano al meglio l’arte e il percorso artistico di Twombly. In particolare
il breve saggio di Fabio Mauri introduce con rapide sfumature, partendo da quel
crogiolo di artisti e gente di passaggio che fu piazza del Popolo, cosa fu Roma
per l’arte contemporanea. Ci sono i nuovi pittori italiani e gli artisti
americani, i collezionisti francesi e americani e qualche cosiddetto
globe-trotter che va e che viene. Le pagine di Mauri sembrano uscite
direttamente da un romanzo di Alberto Arbasino, come d’altronde tutta la Roma di
quei tempi è ormai arbasiniana: una città poverissima e umile, intrecciata ai
soldi come al potere, ma molto meno cialtrona di quanto si possa immaginare,
giusto un po’ truffaldina, come si addice a una metropoli allora giovanissima
eppure già millenaria.
E non mancano ovviamente gli intellettuali, che proprio allora iniziavano la
loro lunga sparizione, e gli scrittori sempre un po’ timidi e sempre un po’ con
l’aria da padroni: “Parise, Sandro De Leo, Elio Pagliarani, Alfredo Mezio, si
accostano incuriositi ai nuovi pittori. Rompono per primi la tradizionale
sordità degli scrittori italiani per le arti visive. Ne scrivono. Più che altro
accostano testi ai testi pittorici”. Non sembrano infatti, pare suggerire Fabio
Mauri, ancora pienamente consci della forza dirompente di quell’arte, di quel
gruppo di giovani un po’ confusionari, un po’ elitari e un po’ di borgata, che
vivono sempre sul sottile filo della genialità come del giovane senza arte né
parte. Invece di arte ce ne sta molta e brucia sotto il sole di Roma,
alimentando un sogno che oggi rischia di suscitare una malinconia forse
eccessiva, ma anche la noia naturale e ovvia di chi vede trattorie per turisti e
b&b al posto di vecchie fiaschetterie e degli studi più o meno vivibili degli
artisti di un tempo. Ma si tratta spesso solo di vacue nostalgie che non tengono
conto di quanto già allora veniva denunciato e di quanto Roma stesse proprio
allora, forse al massimo del suo splendore novecentesco, derogando al ruolo di
metropoli intesa come spazio per una comunità che si palesa nelle relazioni,
negli scambi e negli incontri più o meno casuali.
> Le pagine di Mauri sembrano uscite direttamente da un romanzo di Alberto
> Arbasino, come d’altronde tutta la Roma di quei tempi è ormai arbasiniana: una
> città poverissima e umile, intrecciata ai soldi come al potere, ma molto meno
> cialtrona di quanto si possa immaginare, giusto un po’ truffaldina.
La sicurezza come l’insicurezza ‒ più o meno percepite ‒ impongono l’azzeramento
del caso e la militarizzazione del destino, ognuno a casa sua, ognuno con sé e
per sé. Come chiude Andrea Cortellessa nel suo testo che precede e introduce
quello di Roland Barthes: “Al di là dell’interpretazione del filosofo, non c’è
dubbio che ‘la bellezza che cade’ di Twombly risponda a questo paradosso: quello
di una discesa senza gravità, un volo inverso sorretto da un’ala alla seconda
potenza. Non c’è espressione artistica che più della sua ci paia tanto alta, e
insieme, così sprofondata nel basso della nostra quotidianità. Perché è nel
cadere nella vita che riconosciamo, tutti, la nostra stessa natura di
accadimenti”.
Il cofanetto Electa non solo arriva a inquadrare la posizione di Twombly
nell’arte contemporanea, ma colloca con precisione il ruolo di Roma, allora
centrale, nel discorso artistico e culturale dell’epoca. E lo fa riprendendo in
mano, grazie proprio al testo visivo, un lavoro critico come quello di Barthes,
restituendogli così l’urgenza e la necessità di cui è fatto e liberandolo
contestualmente da un sempre più doveroso obbligo che negli ultimi anni non ha
fatto che svuotarlo di senso. Il Novecento, lontano dalla sua centralità fatta
di contraddizioni oggi sempre più difficili da gestire si offre così nei
margini, nei dettagli del suo discorso e in quei pertugi che segnano momenti di
passaggio vitalissimi. Una possibilità d’interpretare la contemporaneità in un
modo insieme potente e accogliente, dentro al quale passione e gioia possano
intrecciarsi senza altra distrazione.
Bastano in fondo poche bellissime pagine per rivedere così la bellezza e
l’urgenza solare di un artista come Cy Twombly e insieme l’inesauribile legame
con una città che fu di passione e affetto, di gloria e di una dolcissima
quotidianità. Questi contenuti nel cofanetto Electa sono libretti da passeggio,
un po’ da leggere e un po’ da vedere, come la memoria che ritorna e come il
futuro che ci si può così finalmente immaginare. Una bella fortuna.
L'articolo Il fuoco brucia tutto ciò che ha di fronte proviene da Il Tascabile.
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I n una delle scene di November, lavoro video di Hito Steyerl del 2004, si vede
l’artista stessa avvolta da una bandiera del PKK mentre marcia al fianco di
manifestanti curdi all’indomani dell’invasione americana dell’Iraq. Nel video,
Steyerl denunciava come quella piccola messa in scena a favore di camera, di cui
era stata protagonista improvvisata per un documentario della TV tedesca, le
avesse dato modo di pensare all’ambiguità delle rappresentazioni documentarie.
In quella immagine, infatti, si condensa un’aperta contraddizione, che permette
a Hito Steyerl di apparire come l’intellettuale politicizzata e preoccupata, ma
solo a seguito di un’ipocrita ricostruzione scenica a favore di camera. Questa
riflessione metalinguistica si inserisce nella complessa narrazione di November,
in cui Steyerl ricostruisce vita e immagine post-mortem di Andrea Wolf,
attraverso un intricato pattern lessicale e iconografico che si rivela essere il
modus operandi capace di mappare le connessioni improbabili tra il contesto
dell’arte e quello dei regimi di potere globali, fino a far presagire una loro
inevitabile collusione.
November è, infatti, sia l’analisi documentaria della vicenda di Andrea Wolf –
sua amica e attivista politica scomparsa a metà degli anni Novanta e poi uccisa
nel 1998 dall’esercito turco per la sua militanza in un’organizzazione
femminista curda legata al PKK – sia un video-saggio sull’ontologia
dell’immagine. Le storie della protagonista si intrecciano alla circolazione e
trasformazione della sua immagine definendo il regime di visibilità che i media
contribuiscono a creare intorno alla donna. Storie alimentate dall’ambiguità
delle posizioni intorno alla figura di Andrea Wolf, sulla cui morte è gravata
per anni una contesa internazionale, con la Turchia a negare le responsabilità
dell’esecuzione e con i sostenitori dell’indipendenza curda a celebrare
l’attivista tedesca come martire della rivoluzione.
Quest’attenzione alla trasfigurazione mediatica dell’immagine, insomma,
contraddistingue l’intero lavoro di Hito Steyerl, con l’artista capace di
mettere in discussione la funzione delle immagini contemporanee e le loro
trasformazioni tecnologiche, anche attraverso l’uso e la sperimentazione delle
immagini generate dalle intelligenze artificiali (IA). Una pratica che l’artista
ha sistematizzato teoricamente con la pubblicazione del suo ultimo libro Medium
Hot. Intelligenza artificiale e immagini ai tempi del riscaldamento globale
(2025) che la casa editrice Timeo porta in Italia a breve distanza dalla sua
pubblicazione in lingua inglese.
> L’attenzione alla trasfigurazione mediatica dell’immagine contraddistingue
> l’intero lavoro di Hito Steyerl, con l’artista capace di mettere in
> discussione la funzione delle immagini contemporanee e le loro trasformazioni
> tecnologiche.
Per comprendere il lavoro attuale di Hito Steyerl però è necessario fare un
passo indietro a un suo notissimo saggio del 2009, In Defense of the Poor Image,
in cui l’artista aveva iniziato a ipotizzare quanto alla codifica digitale fosse
associabile un incremento del viaggiare vorticoso delle immagini. Se all’epoca
Steyerl legava a questo vagare dell’immagine anche una funzione emancipatoria
tutta intrinseca alle possibilità di trasmettere conoscenza delle immagini
compresse digitalmente, oggi queste stesse immagini stanno maturando un ruolo
sempre più rilevante nella ridefinizione reazionaria della contemporaneità. È
infatti da questa prospettiva teorica che l’artista osserva l’odierno pictorial
turn di matrice artificiale, leggendo le IA non tanto come strumenti
rappresentazionali quanto per la loro specifica dimensione termodinamica.
D’altronde in fisica, il calore misura il grado di agitazione della materia, la
capacità dell’energia cinetica delle particelle di trasformare le cose. Da
questo spunto parte la riflessione sull’immagine di Medium Hot in cui
quell’aggettivo hot (calore) indica la dimensione metaforica e l’effetto
materiale dei sistemi di generazione artificiale di contenuti sul mondo. Questi
media producono immagini “calde” perché accelerate, incessantemente messe in
circolazione da infrastrutture estrattive che consumano energia, territori e
corpi.
L’artista si chiede come le architetture dei media digitali (piattaforme,
sistemi di governance tecnica, logiche di visibilità e di cancellazione)
contribuiscano a naturalizzare un ordine del mondo tecnocratico e razzista, e
quali possibilità di vita, azione e lotta vengano abilitate o precluse da tali
dispositivi mediali. Nel suo testo, Hito Steyerl spinge sull’ambiguità di fondo
delle IA, sulla loro invisibilità e più in generale sulle basi materiali dei
processi di produzione delle tecnologie digitali. Qualcosa che si tende a
percepire come completamente immateriale, ma che, come dimostra attraverso i
dati, ha implicazioni profonde nei regimi di sfruttamento che alimentano il
collasso climatico. Il surriscaldamento delle immagini – la loro velocità, la
loro obsolescenza programmata, la loro violenza percettiva – rispecchia e
contribuisce al surriscaldamento del pianeta. Una nuova ecologia delle immagini
inseparabile dalla politica dell’energia che le rende possibili, ma anche una
tassonomia intorno alla produzione visuale contemporanea e alla nostra abitudine
a generare contenuti che hanno un impatto trasformativo sul pianeta e sul nostro
lavoro.
Il titolo del libro richiama esplicitamente sia Marshall McLuhan, con la sua
teoria del medium caldo (hot) e del medium freddo (cool) elaborata in
Understanding Media (1964), sia il film Medium Cool (1969) del regista e
direttore della fotografia americano Haskell Wexler. Steyerl, pur riprendendo
l’approccio euristico e fenomenologico dei media proposto negli anni Sessanta,
precisa quanto le trasformazioni contemporanee e la vocazione a comprimersi per
circolare abbiano contribuito a una nuova singolarità delle immagini derivate
dai processi generativi. Innanzitutto, l’autrice sottolinea come il ritorno a
modelli di trasmissione di tipo top-down, come quelli di TikTok, rappresenti una
forma di sostanziale ri-mediazione del modello televisivo, un ritorno al futuro
della TV a cui non corrisponderebbe una messa in discussione critica del
dispositivo mediale come accadeva nel film di Wexler.
> L’artista si chiede come le architetture dei media digitali (piattaforme,
> sistemi di governance tecnica, logiche di visibilità e di cancellazione)
> contribuiscano a naturalizzare un ordine del mondo tecnocratico e razzista, e
> quali possibilità di vita, azione e lotta vengano abilitate o precluse da tali
> dispositivi mediali.
Rivedere oggi Medium Cool con le riprese della guardia nazionale che si esercita
contro i finti manifestanti in un reenactment funzionale solo all’addestramento
militare, oppure osservare gli elementi finzionali della storia o le immagini
documentali delle proteste del Sessantotto e della convention democratica
tenutasi a Chicago quello stesso anno, solleva però una serie di questioni
etiche trans-storiche sulla produzione e diffusione dell’immagine. L’obiettivo
di Wexler di mettere in discussione l’idea stessa di partecipazione di massa
alla mediatizzazione della realtà violenta emerge in forma di domanda, un
quesito che il film recapita al suo pubblico: se è necessaria una certa
assuefazione alla violenza per poterla documentare, se è necessario ignorare il
reale per riprodurlo attraverso le tecnologie di registrazione dell’immagine,
quale è lo scopo della produzione (sempre più massiccia) di immagini? Se la
facilitazione della produzione di immagini ha un impatto nella riproduzione
sociale, che ritorna nei comportamenti cinici e distaccati del protagonista del
film, assuefatto a qualsiasi forma di violenza vissuta in prima persona pur di
documentarla in video, cosa accade quando questo stesso processo diventa di
massa?
Partendo da Medium Cool, Steyerl riflette sull’avvenire delle immagini nel
contesto dell’IA, definendone la natura, l’estetica focomelica, o ricostruendone
la genesi nell’istruzione estetico-pornografica. A questo punto è evidente come
della speranza benjaminiana dei primi lavori dell’artista sia rimasto ben poco;
la discesa a capofitto verso un’adornizzazione delle sue tesi – Adorno è
l’obiettivo polemico di Steyerl nella sua videoinstallazione Adorno’s Grey
(2012) – appare chiara quando nel testo inizia a definire le immagini/prodotto
come nient’altro che derivati stocastici o come un furto di dati per cui nessun
provider di servizi di IA intende pagare un centesimo. Questi mezzi di
produzione crudele (The Means of Mean Production nel testo) sono delle minacce,
producono danni che nascondono dietro alla complessità della loro ipertrofia.
Alle preoccupazioni per la dimensione energivora di queste immagini, per il loro
carbon footprint, si aggiungono poi quelle sulla natura estrattiva in senso
puramente lavorativo. Queste immagini, infatti, fagocitano e ri-elaborano ogni
contenuto originale presente online assorbendo tutto in dataset di addestramento
che funzionano senza il consenso dei creatori di contenuti. Da un punto di vista
autoriale e lavorativo, questo modo di produrre immagini apre a degli scenari
estrattivi per nulla nuovi, in cui il lavoro di artisti e creativi entra
inconsapevolmente nell’ecosistema dell’IA sotto forma di esproprio di risorse
intellettuali. A suffragio di ciò, l’artista menziona l’aggiornamento dei
termini di servizio di Adobe, lasciando intendere come il gigante della
software-grafica potrà un giorno utilizzare i contenuti degli utenti per il
machine learning dei propri prodotti.
Da questa ristrutturazione del lavoro, in cui le risorse creative sottratte ai
legittimi produttori ritornano indietro in forma di average images, risultati di
una media ponderata, pressoché inservibili, emerge lo spettro manco tanto
nascosto di una cannibalizzazione generale del lavoro. Una dinamica che oltre a
vedere gli artisti lavorare su e per infrastrutture produttive delle aziende del
big-tech, alimenta dinamiche razziali/imperialiste in cui divisione e
delocalizzazione di micro-task verso lavoratori e lavoratrici poveri e
razzializzati, rafforza inevitabilmente il divario di classe.
> Alle preoccupazioni per la dimensione energivora di queste immagini, per il
> loro carbon footprint, si aggiungono poi quelle sulla natura estrattiva in
> senso puramente lavorativo di immagini che fagocitano e ri-elaborano ogni
> contenuto originale senza il consenso dei creatori di contenuti.
A questo punto mi viene da chiedermi se di fronte a questa ricostruzione
caustica e sicuramente non lineare dell’attività delle IA e delle immagini ai
tempi del riscaldamento globale non ritorni utile anche a noi la domanda di
Wexler: una riedizione riveduta sulle ragioni odierne a produrre immagini. Se,
al netto del collasso etico ed estetico dell’immagine generata dalle IA, si
continua ad alimentare la corsa alla loro produzione deve esserci un motivo. Per
rispondere credo sia necessario, una volta ancora, scavare nel passato recente
della produzione di Hito Steyerl. Da tempo, infatti, Steyerl ha ridefinito
l’idea di immagine operazionale e se Harun Farocki, suo amico e maestro, aveva
posto l’attenzione sulla trasformazione dell’immagine che dal rappresentare
passa a essere un elemento necessario per il completamento di operazioni
meccaniche, per Steyerl l’immagine operazionale è e non può che essere inserita
negli interessi degli asset finanziari.
Queste immagini sono lo strumento che realizza il “circolazionismo” di cui
l’artista parla nel suo saggio Too Much World: Is the Internet Dead? (2013). Se
le avanguardie sovietiche pensavano a un’arte produttivista perché integrata
nella produzione della fabbrica, il capitalismo finanziario si appropria del
sogno bolscevico con un’arte che nell’accelerare la creazione e la circolazione
delle sue immagini, diventa essa stessa economia. Un mercato fatto di
trasmissioni di prodotti che consumano grandi fette di mondo. Nessuna
distinzione tra struttura e sovrastruttura, nessuna differenza tra
rappresentazione e prodotto, come in una perpetua riedizione del mago di Oz, il
sistema fittizio delle IA agisce al riparo della tenda del black box per aprire
un’enorme frattura metabolica digitale. In definitiva con il suo libro Hito
Steyerl svela un’economia saldamente basata sulle contraddizioni nascoste del
capitalismo contemporaneo che si fondano sulle differenze tra l’economia e le
sue condizioni di possibilità, tra produzione e riproduzione, società e natura,
economia e sistema politico, sfruttamento ed espropriazione.
L’arte sta espandendo quelli che sembravano essere i confini materiali del
capitalismo e non mi meraviglio, quindi, che sia proprio un artista a confermare
quella vecchia storiella secondo cui quando incontri un architetto, una
dottoressa o chiunque altro/a, finisci a parlare un po’ di tutto, mentre quando
sei con un artista l’unica cosa di cui parli è di soldi. Beh, questa vecchia
storiella per forza di cose adesso dice il vero, parlando di nuovi modi di far
soldi, della finanziarizzazione e di noi, o quantomeno delle nostre orrende
immagini generate con le IA.
L'articolo Estetica del surriscaldamento proviene da Il Tascabile.
P ossono due figure rimanere nell’oscurità dentro la stessa stanza? Sì. E come?
Solo se la stanza rimane al buio. La stanza è quella della prima metà del
Novecento, l’ambiente pulsa di pensieri esistenziali e visioni oniriche; siamo
dentro anni di fiorente ricerca artistica nei mondi dell’inconscio e della
psiche. Aprendo la porta e volendo scoprire di più, decidiamo allora di
accendere le luci. L’interno si mostra in tutta la sua sublime follia: orologi
deformi nel deserto, giornali con volti di donna riempiti di seni e organi
sessuali, occhiali, maschere, draghi che fuoriescono da vortici di colori, torri
dentro città sconosciute, suoni alchemici, ghepardi, cani, fiori sui capelli, e
poi, come dentro un sogno animato, due ombre misteriose si muovono simili a
fantasmi creando un gioco di luce e oscurità. Cosa sono? Chi sono?
Prima ancora di scoprire la loro provenienza, di riconoscere i loro corpi, ne
percepiamo il movimento vorticoso, quasi inquietante. Ora il bagliore nella
stanza aumenta, anche tutte le pareti sono illuminate. Le ombre eclissate dalla
luce scompaiono e, fisse nella stanza, come dentro un istante magico, le due
figure si mostrano nel completo chiarore. È arrivato il momento del
riconoscimento. Sono due donne, sguardi scuri e fissi, capelli fluenti, una
postura che impone rispetto dentro una bellezza sconosciuta e profonda, temibile
nella sua ammaliante austerità. Le distinguiamo, sono una pittrice e una
scrittrice, sono Remedios Varo e Clarice Lispector. I loro sguardi si incontrano
per la prima volta.
Donne che creano donne: la destrutturazione dello sguardo maschile nell’arte
Fin dalle sue origini, la storia dell’arte ha custodito la figura femminile
entro una visione che non le apparteneva pienamente: uno sguardo maschile che
l’ha evocata, plasmata, talvolta imprigionata, oscillando tra due immagini
speculari e complementari – la musa, silenziosa sorgente d’ispirazione, e la
femme fatale, corpo enigmatico e perturbante, promessa e minaccia insieme. Anche
il surrealismo, con la sua vocazione a sondare l’inconscio e a dischiudere il
meraviglioso, non si sottrae a questa tensione: pur proclamando, con André
Breton, che “il pensiero non ha sesso”, esso continua a inscrivere la donna in
una funzione mediata, come soglia, tramite, figura liminale attraverso cui
l’uomo tenta di accedere a un altrove che resta, tuttavia, definito dal suo
desiderio.
Eppure, il surrealismo è anche uno dei movimenti che più di altri ha offerto
alle donne uno spazio d’azione, permettendo collaborazioni, dialoghi e presenze
attive all’interno del gruppo. Nonostante ciò, le artiste surrealiste raramente
riescono a emergere pienamente: restano spesso percepite come un fenomeno
“esterno”, collaterale rispetto a un surrealismo canonico implicitamente
maschile. Ancora oggi, la definizione di “surrealismo femminile” porta con sé
questa ambivalenza, come se si trattasse di una diramazione autonoma ma
marginale, piuttosto che di una componente interna e trasformativa del
movimento. Non è un caso che la critica abbia a lungo ignorato il loro
contributo, e che solo a partire dagli anni Settanta, con studi pionieristici
come Surréalisme et sexualité (1971) di Xavière Gauthier o Women Artists and the
Surrealist Movement (1985) di Whitney Chadwick, si sia iniziato a interrogare
sistematicamente la posizione della donna nel surrealismo, rivelandone il
carattere profondamente contraddittorio: esaltata e insieme mutilata, celebrata
e al contempo contenuta.
> Nel surrealismo canonico la funzione della donna resta strumentale: non
> soggetto della creazione, ma veicolo attraverso cui l’artista uomo accede al
> meraviglioso, all’ispirazione, al piacere, oggetto di desiderio, di
> rivelazione, di devozione.
All’interno del surrealismo canonico, infatti, il femminile viene
incessantemente definito attraverso uno sguardo maschile che ne moltiplica le
immagini senza mai restituirle piena autonomia. Come osserva Chadwick, la donna
si manifesta in forme opposte e complementari: vergine, bambina, creatura
celeste da un lato; strega, oggetto erotico, femme fatale dall’altro. Come femme
enfant, essa diventa musa, guida verso le profondità dell’inconscio; come femme
fatale, si carica di un potere magnetico ed erotico che la trasforma in oggetto
di desiderio e insieme in opera d’arte vivente. In entrambi i casi, tuttavia, la
sua funzione resta strumentale: non soggetto della creazione, ma veicolo
attraverso cui l’artista uomo accede al meraviglioso, all’ispirazione, al
piacere. Anche quando abbandona i ruoli tradizionali di moglie e madre, la donna
non conquista una piena agency creativa, ma continua a essere inscritta entro
una logica che la vuole oggetto – di desiderio, di rivelazione, di devozione.
È in questa tensione, in questa frattura interna al movimento, che prende forma
una costellazione di voci capaci di incrinare la superficie dello sguardo. Un
gruppo di artiste – spesso riunite sotto il nome di “surrealismo femminile”, tra
cui Leonora Carrington, Frida Kahlo, Leonor Fini e Dorothea Tanning – compie un
gesto silenzioso e radicale: rovescia la prospettiva. La donna non è più
immagine riflessa né enigma da decifrare, ma origine dello sguardo stesso. Non
più musa né femme fatale, ma presenza creatrice, coscienza che genera forme,
visioni, mondi. Creatrice di arte e, insieme, del proprio destino. Dotata di
agency, attraversata da una vita interiore autonoma e irriducibile, la donna si
sottrae definitivamente alla narrazione che la voleva oggetto, per farsi
soggetto vivo, centro pulsante dell’immaginazione.
Il surrealismo femminile rappresenta una costellazione complessa e stratificata
di pratiche artistiche e letterarie che, pur nascendo in dialogo con il
movimento guidato da André Breton, ne mette radicalmente in discussione
l’assetto simbolico. Se il surrealismo storico aveva eletto la donna a musa,
medium o incarnazione dell’alterità meravigliosa, molte artiste del Novecento
rifiutano questa posizione passiva e trasformano il sogno in spazio di
soggettivazione. L’inconscio non è più territorio da esplorare attraverso il
desiderio maschile, ma laboratorio conoscitivo in cui il soggetto femminile
sperimenta nuove forme di identità.
> Il surrealismo femminile rappresenta una costellazione complessa e
> stratificata di pratiche artistiche e letterarie che, pur nascendo in dialogo
> con il movimento guidato da André Breton, ne mette radicalmente in discussione
> l’assetto simbolico.
In questo senso, il surrealismo femminile non è semplicemente un capitolo
interno al racconto del movimento, bensì una sua torsione critica: la
metamorfosi diventa gesto politico, l’autoritratto si carica di valenze
iniziatiche, il corpo si emancipa dalla funzione di oggetto per divenire soglia
di trasformazione. La donna non è più il mezzo per arrivare alle porte
dell’inconscio, del grande segreto narrato da Breton; la donna racchiude in sé
tutto il mistero dell’esistenza, non rappresenta più il tramite – né Beatrice né
Gala – lei stessa è Arcano: sconosciuto, mutabile, quasi inarrivabile se non
tramite le porte dell’immaginazione.
L’automatismo psichico, teorizzato come via di accesso al meraviglioso, viene
reinterpretato come pratica di ascolto interiore e riscrittura del sé. Le
immagini oniriche, lungi dall’essere evasione, si configurano come strumenti di
conoscenza e resistenza, capaci di incrinare i codici patriarcali della
rappresentazione. In questa riconfigurazione dello sguardo, l’arte diviene,
attraverso lo sguardo femminile, un dispositivo di reinvenzione identitaria,
spesso attraversato dall’esperienza della marginalità, della migrazione e,
talvolta, dell’esilio. È proprio entro questo orizzonte che si possono accostare
le figure, raramente messe in dialogo, di Remedios Varo e Clarice Lispector.
Remedios Varo, pittrice spagnola del primo Novecento, elabora un linguaggio
profondamente radicato nell’immaginazione, attraversato da visioni che si
muovono tra subconscio, onirico, misticismo e scienza. Le sue opere si
configurano come dispositivi di esplorazione interiore, architetture simboliche
in cui il sapere razionale e quello esoterico si intrecciano in una trama
sottile e perturbante. Il suo stile risente in modo significativo della
relazione, tanto personale quanto artistica, sviluppata con Leonora Carrington
negli anni Quaranta: un sodalizio creativo che ha contribuito a delineare
quell’orizzonte spesso definito come “surrealismo magico”, in cui l’immagine si
fa rito, trasformazione, passaggio iniziatico.
E tuttavia, proprio in questo spazio di prossimità e dialogo con il surrealismo,
si apre una frattura. Varo stessa ne restituisce la tensione con parole che
tradiscono insieme fascinazione e distanza: si descrive come presenza discreta,
quasi marginale, “ascoltatrice timida e umile” all’interno di un circolo di
figure carismatiche come Breton, Éluard e Péret, attratta da un’affinità
profonda ma incapace – o forse non disposta – a riconoscersi pienamente in quel
contesto. Il suo percorso si definisce allora anche attraverso un progressivo
scarto: “oggi non appartengo più ad alcun gruppo; dipingo ciò che mi occorre e
ciò è tutto”.
È proprio sul terreno della rappresentazione della femminilità che questo
distacco si fa gesto consapevole. Come donna che dipinge le donne, Varo avverte
l’urgenza di incrinare e destrutturare lo sguardo maschile che, nel surrealismo
come nella tradizione artistica più ampia, ha a lungo definito e circoscritto il
femminile. Non si tratta soltanto di sottrarsi a un ruolo, ma di mettere in
crisi l’intero dispositivo che lo produce: quel canone che l’artista uomo
impone, costruendo immagini di donna funzionali al proprio immaginario. In
questa prospettiva, l’opera di Varo si configura come un movimento duplice: da
un lato, una tensione critica che si ritorce contro il surrealismo stesso,
smascherandone le implicazioni più profonde; dall’altro, un paziente lavoro di
ricostruzione, attraverso cui la femminilità non è più superficie su cui si
proietta uno sguardo esterno, ma forma che emerge dall’interno, spazio autonomo
di elaborazione, visione e trasformazione. È qui che prende corpo quel processo
di ridefinizione dello sguardo – non più maschile, non più egemonico – da cui
affiora una soggettività femminile finalmente capace di guardare e di dirsi da
sé.
> Come donna che dipinge le donne, Varo avverte l’urgenza di incrinare e
> destrutturare lo sguardo maschile che, nel surrealismo come nella tradizione
> artistica più ampia, ha a lungo definito e circoscritto il femminile.
In una traiettoria parallela e per certi versi speculare, ma inscritta nel
linguaggio anziché nell’immagine, Clarice Lispector, scrittrice, giornalista e
traduttrice di origine ucraina, nata negli anni Venti del Novecento, a soli
dodici anni di distanza da Remedios Varo, si muove lungo un territorio
differente ma sorprendentemente affine. Se Varo costruisce immagini, Lispector
scava nel linguaggio; se una dà forma al visibile, l’altra lavora sul limite
stesso del dicibile. Le sue opere indagano la sfera più intima dell’esistenza
attraverso una scrittura rarefatta e insieme incandescente, simbolica e
astratta, fatta di monologhi interiori e di un’analisi psicologica rigorosa che
dissolve la linearità del racconto per aprire varchi, sospensioni, fratture nel
tempo narrativo.
Lispector non è, in senso stretto, una scrittrice surrealista; eppure, la sua
scrittura è attraversata da una tensione affine a quella del sogno. Il flusso di
coscienza, la metamorfosi del quotidiano nell’inquietante, la costante
destabilizzazione della realtà producono uno slittamento percettivo che ricorda
l’esperienza onirica: ciò che è familiare si incrina, ciò che è stabile si fa
mobile, e il reale si rivela come superficie fragile, pronta a cedere sotto il
peso di una rivelazione improvvisa. In questo senso, il suo lavoro si colloca in
una zona di confine, dove esistenzialismo e modernismo si intrecciano a una
ricerca più radicale, quasi mistica, sull’essere.
Ma è soprattutto nella costruzione della soggettività femminile che Lispector si
avvicina, per via sotterranea, al gesto di Varo. Le sue protagoniste non sono
mai semplici personaggi: sono coscienze in atto, presenze che si interrogano, si
disfano e si ricompongono nel tentativo di afferrare una verità che sfugge
continuamente. La scrittura diventa così uno spazio di esposizione e di rischio,
un luogo in cui il soggetto si mette alla prova, si perde e si reinventa. Non
più oggetto di narrazione, la donna diventa voce che si cerca, che si ascolta,
che si genera nel momento stesso in cui si dice.
In questa prospettiva, l’opera di Lispector si configura come un’esperienza
profondamente “viscerale”, che va oltre la rappresentazione per toccare una
dimensione quasi corporea del linguaggio. La parola non descrive, ma accade; non
organizza il mondo, ma lo disarticola, lo rende instabile, lo espone alla
possibilità di una trasformazione. Come nelle visioni di Varo, anche qui siamo
di fronte a un processo di trasfigurazione: non dell’immagine, ma dell’identità.
Una scrittura che non si limita a raccontare il femminile, ma lo attraversa, lo
mette in crisi e lo restituisce come spazio autonomo, irriducibile, in continua
metamorfosi.
> La parola di Lispector non descrive, ma accade; non organizza il mondo, ma lo
> disarticola, lo rende instabile, lo espone alla possibilità di una
> trasformazione. Come nelle visioni di Varo, anche qui siamo di fronte a un
> processo di trasfigurazione: non dell’immagine, ma dell’identità.
Sebbene operino in ambiti diversi – la pittura e la letteratura – entrambe
esplorano l’invisibile come dimensione concreta dell’esperienza, trasformando lo
spaesamento in metodo creativo.
La consonanza e l’armonia tra Varo e Lispector non sono costituite dall’adesione
programmatica a un manifesto culturale e artistico o da un’appartenenza storica.
Piuttosto, è una tensione verso l’ignoto, la ricerca di una lingua – visiva o
verbale – capace di dire ciò che sfugge alla logica ordinaria, a costituire il
vero terreno condiviso su cui il loro dialogo può prendere forma.
Remedios Varo e Clarice Lispector: un crocevia tra vita e arte
Remedios Varo nasce in Spagna nel 1908 e cresce in un ambiente segnato
dall’interesse paterno per la scienza e il disegno tecnico, elementi che
lasceranno un’impronta profonda nella sua immaginazione figurativa. Si forma
all’Accademia di San Fernando a Madrid, dove entra in contatto con le
avanguardie europee, per poi trasferirsi a Parigi negli anni Trenta, centro
nevralgico del surrealismo. Qui frequenta ambienti legati ad André Breton e
sperimenta un linguaggio già intriso di alchimia, occultismo e ironia.
L’esperienza della guerra civile spagnola e, successivamente, dell’occupazione
nazista in Francia la costringono però a una fuga precipitosa: nel 1941 approda
in Messico insieme ad altri esuli europei. È proprio in America Latina che la
sua pittura raggiunge piena maturità, trasformando il trauma dell’esilio in un
universo visionario coerente e personalissimo.
Clarice Lispector nasce nel 1920 in Ucraina, in una famiglia ebraica in fuga dai
pogrom dell’Europa orientale. L’emigrazione in Brasile avviene quando è ancora
bambina: lo sradicamento non è memoria consapevole ma ferita originaria,
inscritta nella lingua e nell’identità. Cresciuta a Recife e poi a Rio de
Janeiro, Lispector si forma in ambito giuridico ma esordisce giovanissima con un
romanzo che rivoluziona la narrativa brasiliana per introspezione e radicalità
stilistica. Anche la sua vita sarà segnata da spostamenti continui – in Europa e
negli Stati Uniti, al seguito del marito diplomatico – alimentando una costante
sensazione di estraneità.
Se Varo attraversa l’Atlantico da adulta e Lispector lo fa da bambina, entrambe
vivono la migrazione come condizione permanente più che come episodio
biografico. L’Europa rimane per tutte e due una matrice culturale inquieta,
luogo di frattura e memoria traumatica; l’America Latina si offre invece come
spazio di reinvenzione, laboratorio identitario e simbolico. In Messico, Varo
sviluppa un linguaggio pittorico sospeso tra scienza rinascimentale, esoterismo
medievale e suggestioni del paesaggio locale: torri gotiche si fondono con
vegetazioni lussureggianti, strumenti astronomici convivono con animali
fantastici. In Brasile, Lispector elabora una scrittura introspettiva e
rarefatta, che scardina la struttura tradizionale del romanzo per concentrarsi
sull’istante percettivo, sull’epifania improvvisa, su una lingua che sembra
sempre sul punto di disfarsi.
> È proprio questa capacità di fare dello spaesamento una postura epistemologica
> – uno sguardo obliquo sul reale – a costituire il terreno più profondo del
> loro dialogo ideale.
Sul piano teorico, in entrambe si riscontra una tensione verso l’invisibile,
un’esplorazione dell’inconscio: in Varo la metamorfosi si traduce in immagini di
trasformazione alchemica, in figure femminili che attraversano prove
iniziatiche; in Lispector prende la forma di crisi interiori, di dissoluzioni
dell’io che aprono a una dimensione impersonale e cosmica. In entrambe, la
centralità dell’esperienza soggettiva non coincide con un ripiegamento
autobiografico, ma con una ricerca conoscitiva radicale. Le loro opere non
illustrano sogni: li abitano. Non rappresentano semplicemente l’esilio: lo
trasformano in metodo creativo. È proprio questa capacità di fare dello
spaesamento una postura epistemologica – uno sguardo obliquo sul reale – a
costituire il terreno più profondo del loro dialogo ideale.
Dentro l’introspezione di Lispector e Varo: corpo, metafore e limiti del
linguaggio
Non si sono mai incontrate. Non si sono mai scritte. Eppure, esplorando le loro
opere, sembra che abbiano percorso la stessa stanza da lati opposti. Nel
confronto dettagliato tra Remedios Varo e Clarice Lispector emergono consonanze
sorprendenti che permettono di individuare un autentico fil rouge tra le loro
opere. La prima riguarda l’uso della metafora, che in entrambe non è semplice
ornamento ma struttura portante del pensiero artistico.
Nei dipinti di Varo, figure femminili filiformi abitano spazi ambigui: torri che
sembrano strumenti musicali, imbarcazioni che attraversano interni domestici,
laboratori in cui si fondono scienza e magia. In La creación de las aves (1957),
una donna-alchimista genera uccelli grazie a un congegno che convoglia luce
stellare e pigmenti: la scena è una potente allegoria della creazione artistica
come processo cosmico e iniziatico. L’artista non copia il reale, ma lo
trasmuta. In Mujer saliendo del psicoanalista (1960), invece, Varo ironizza
sull’idea di un inconscio completamente decifrabile: la protagonista esce dallo
studio con la testa del padre avvolta in un panno, vestita con un mantello dove
il suo volto si sdoppia, nelle sembianze di una maschera, tra le pieghe del
vestito. La metafora visiva, in questo caso del doppio, diventa narrazione
condensata: ogni quadro suggerisce una storia, ma non la esplicita mai del
tutto. Lo spettatore è chiamato a completarla, a entrare nel dispositivo
simbolico, a entrare nel monologo visivo interiore dell’artista.
Nei romanzi di Lispector la metafora agisce in modo analogo, ma attraverso il
linguaggio. In A paixão segundo G.H. (1964), l’incontro con una blatta in una
stanza di servizio scatena un’esperienza mistica e destabilizzante: l’evento è
minimo, quasi insignificante, ma diventa soglia metafisica. L’insetto non è solo
un oggetto narrativo, bensì una fenditura nell’ordine simbolico, un varco verso
l’indifferenziato, “una notte in cui tutte le vacche sono nere”. La blatta
rappresenta un’idea di isolamento dal mondo e di resistenza, lo spazio intorno è
pura immaginazione. Vivere è “cosa sovrannaturale”. In Lispector questa
centralità della metafora si accompagna a una riflessione più radicale sui
limiti stessi del linguaggio. In Água viva (1973), la narrazione si dissolve in
un flusso meditativo privo di trama tradizionale: la scrittura tenta di
catturare l’istante puro, l’hic et nunc che sfugge a ogni costruzione lineare.
Qui la metafora non descrive il pensiero: è il pensiero stesso, nella sua
oscillazione continua tra parola e silenzio, stasi e trasformazione, vuoto e
pienezza.
“Il mio tema è l’istante? Il mio tema di vita. Cerco di stare al passo con lui,
mi divido migliaia di volte, tante volte quanti sono gli istanti che passano,
frammentaria io, e precari i momenti – mi dedico solo a una vita che nasca con
il tempo e con lui cresca: soltanto nel tempo c’è spazio per me” (Água viva). Su
questa scia, in A paixão segundo G.H., Clarice Lispector afferma: “Creerò ciò
che mi è accaduto. Solamente perché vivere non è narrabile”. Questa frase
esprime con chiarezza la tensione centrale del romanzo: l’esperienza vissuta
dalla protagonista è così radicale da sfuggire alla possibilità di essere
pienamente resa attraverso il linguaggio. La narrazione, anziché riportare
fedelmente ciò che è accaduto, deve ricrearlo, cercando di avvicinarsi a
qualcosa che è per sua natura irrappresentabile.
> Il linguaggio di Lispector tenta di mostrare l’indicibile, senza illudersi di
> poterlo spiegare o ridurre a un racconto lineare.
Qui emerge il paradosso della scrittura lispectoriana: il racconto nasce proprio
dalla consapevolezza dei limiti del linguaggio. Tale limite mostra un’eco
wittgensteiniana, in particolare in riferimento alla celebre affermazione del
Tractatus logico-philosophicus (1921): “Su ciò di cui non si può parlare, si
deve tacere”. Per Wittgenstein il linguaggio può rappresentare solo i fatti, la
realtà strutturata logicamente; ciò che trascende questi limiti – l’esperienza
interiore estrema, l’etica, il senso della vita – non può essere detto, ma solo
mostrato. Lispector, in modo creativo e radicale, si colloca proprio su questa
soglia: il suo linguaggio tenta di mostrare l’indicibile, senza illudersi di
poterlo spiegare o ridurre a un racconto lineare.
Questa tensione tra esperienza e racconto si ritrova anche in Água viva, dove la
scrittura tenta di aderire al presente mentre accade, frammentaria e fluida,
quasi a registrare la vita istante per istante. In A paixão segundo G.H.,
invece, la scrittura assume i tratti di una crisi del linguaggio: l’esperienza
estrema non è più solo frammentaria, ma addirittura impossibile da narrare
integralmente. La protagonista riconosce che le parole non possono restituire la
totalità di ciò che è stato vissuto, e il testo procede per circonvoluzioni e
ripetizioni, cercando di avvicinare l’esperienza senza pretenderne la
completezza. Ma se Wittgenstein indica il silenzio come limite del linguaggio,
Lispector scrive contro quel limite, cercando di far percepire l’eccedenza
dell’esperienza attraverso il gesto stesso della scrittura. La lingua diventa
così testimonianza di ciò che non può essere detto, mentre il lettore è chiamato
a intuire l’indicibile. La narrazione non riproduce la vita, ma la mostra nella
sua irriducibilità, confermando come il linguaggio possa essere sia limite sia
ponte verso ciò che trascende la sua capacità di rappresentazione.
Si delinea così in Lispector e Varo una tensione comune tra dicibilità e
ineffabilità, tra narrabilità e non narrabilità. Varo costruisce immagini
densamente narrative – si intravedono viaggi, prove, metamorfosi – ma la
sequenza resta sospesa, enigmatica, come una fiaba senza inizio né fine.
Lispector, al contrario, mette in crisi la trama dall’interno: l’evento esterno
si riduce al minimo, mentre il vero dramma si consuma nella coscienza. In una
coscienza che ha bisogno prima di frammentarsi, distruggersi, per ritrovare solo
allora una consapevolezza nel mondo. Questa dissoluzione dell’io ricorda, per
analogia, il processo alchemico della nigredo, ossia il passaggio al nero come
fase iniziale della decomposizione dell’Io, della distruzione di tutti gli
elementi esistenti, fase necessaria per avviare un ritorno al caos primordiale e
quindi a una successiva nuova creazione.
> Si delinea così in Lispector e Varo una tensione comune tra dicibilità e
> ineffabilità, tra narrabilità e non narrabilità.
Nei dipinti di Varo questo transito verso una decomposizione del proprio Io
avviene non sotto forma di reale passaggio attraverso il nero, la morte, bensì è
come se il trapasso fosse già avvenuto e l’ombra dell’anima fosse stata
sconfitta attraverso la fantasia. Ogni simbolo, corpo, o architettura dipinta
nel quadro subisce, nell’atto della creazione, una disgregazione dalla sua
realtà, e, attraverso il suo uso espresso in metafora visiva, ne simboleggia le
innumerevoli possibilità esistenziali di mutazione. È così che il gesto
creativo surreale può essere visto come un magico antidoto contro la finitudine
della vita umana, una via verso l’infinito, l’immortalità.
È quindi naturale notare come ciò che impatta fortemente sull’opera di entrambe
le artiste sia proprio il tema del passaggio, la trasformazione. Questa fonda le
sue radici partendo dall’ambiente circostante; attraverso la natura e le
architetture surreali nei dipinti di Varo, in ambienti intimi che proiettano il
proprio stato di coscienza tramite oggetti o animali non umani, nelle storie di
Lispector. La vita non è data come racconto compiuto, ma come processo
iniziatico che vede il suo nascere tramite il distacco dalla specie umana, per
svilupparsi poi nella fantasia e concludersi in una nuova coscienza.
Questo viaggio trasformativo assume spesso, nell’immaginario surrealista, la
forma simbolica della foresta. Mente e corpo si abbandonano verso un luogo
magico, intimo e di trasformazione, così come può essere l’esperienza estatica e
di ricerca interiore dentro la foresta, luogo simbolico del surrealismo:
“All’interno del Surrealismo, la foresta è spesso rappresentata come misteriosa,
spaventosa, di transizione o magica. Analizza i collegamenti tra oscurità, fiaba
e foresta nella pittura, nel film o nella letteratura di qualsiasi artista
surrealista” (Remedios Varo, Letters, Dreams & Other Writings, 2018); “È un
tale mistero questa foresta dove sopravvivo per essere. Ma adesso credo proprio
che ci siamo. Cioè: entro. Voglio dire: nel mistero” (Lispector, Água viva).
Nelle due artiste il non umano, la ricerca dell’irreale, è come una
Waldeinsamkeit, una solitudine nel bosco intimistica a contatto con un mondo
“altrove”, sia fisico che spirituale.
Un altro punto di contatto è quindi l’esotico, inteso non come decorazione
folklorica ma come esperienza radicale dell’alterità. In Varo l’esotico si
manifesta nel sincretismo tra cultura europea – alchimia medievale, scienza
rinascimentale, architetture gotiche – e suggestioni messicane: un universo
ibrido che riflette la sua condizione di esiliata. Gli interni claustrofobici si
aprono a paesaggi impossibili, le figure sembrano al tempo stesso monache
medievali e viaggiatrici cosmiche. Gli ambienti che abitano sembrano concepiti
partendo da architetture reali che si trasformano, trasmutano anch’esse, in
strutture immaginarie, costruzioni surreali in cui si custodisce il segreto, la
pietra filosofale: vere e proprie architetture dell’anima.
> Il trait d’union più profondo che lega Varo e Lispector è la concezione
> dell’arte come viaggio conoscitivo.
In Lispector l’esotico è più intimo: è la percezione di essere straniera nella
lingua che si abita, di dover reinventare il portoghese dall’interno. La sua
scrittura scava nelle parole fino a renderle opache, stranianti, come se ogni
frase fosse tradotta da un altrove invisibile. L’esilio geografico diventa così
esilio ontologico. La scrittura si avvicina quindi al primordiale, come fosse
investita da un’aura animalesca in divenire, un pensiero in movimento che
scompone e ricrea forme dentro un grande esperimento infuocato di primigenio,
chimica e magia. La lingua di Lispector sembra combaciare perfettamente con una
descrizione del sentire intimo di una sua protagonista nel romanzo Perto do
coração selvagem (1943): “Sentiva dentro di sé un animale perfetto, pieno di
contraddizioni, di egoismo e vitalità”.
Il trait d’union più profondo che lega Varo e Lispector è quindi la concezione
dell’arte come viaggio conoscitivo. Nei dipinti di Varo, le protagoniste
navigano su imbarcazioni improbabili (Encuentro, 1959, Exploración de las
fuentes del Río Orinoco, 1959), tessono il mondo con fili luminosi (La creación
de las aves, 1957) attraversano torri che sembrano materializzazioni
dell’interiorità (Mi amigo Agustín Lazo, 1945, Tres destinos, 1956): ogni scena
è una tappa di un percorso iniziatico. Nei testi di Lispector, la donna sola che
osserva una stanza o un oggetto quotidiano intraprende un viaggio altrettanto
radicale, ma interiore: un attraversamento dell’io che conduce verso una
dimensione impersonale e cosmica (A paixão segundo G.H., 1964, O lustre, 1946).
Varo sembra suggerire che l’esistenza sia una fiaba alchemica, fatta di prove e
trasmutazioni; Lispector mostra come la vita sfugga a ogni trama coerente e come
il senso emerga solo per lampi, subito destinati a spegnersi. Tuttavia, entrambe
condividono la stessa tensione etica ed estetica: fare dell’arte uno strumento
di conoscenza, trasformare lo spaesamento in metodo, l’immaginazione in atto di
resistenza, l’ignoto in conoscenza.
Accostarle non significa forzare un parallelismo, ma riconoscere che, pur
operando in campi diversi – pittura e letteratura – tracciano una comune
cartografia del mistero femminile e dell’esilio creativo. Il loro dialogo ideale
mostra come l’arte possa diventare non un’etichetta storica ma una pratica viva
di attraversamento dell’ignoto, ricordandoci che, in forme diverse, siamo tutti
esuli di qualcosa – di una lingua, di un luogo, di un’identità mai del tutto
compiuta. E proprio in questa fragilità condivisa nasce la possibilità di
somiglianza e di riconoscimento.
L'articolo L’istante magico proviene da Il Tascabile.
P rima di aprire la pesante porta di lamiera nera ci viene chiesto di firmare
una liberatoria. È una lista dei pericoli per la nostra incolumità presenti
nell’attività che stiamo per intraprendere. Scendiamo nel seminterrato. Qualche
dozzina di persone si muove nel buio, tra schermi che proiettano glitch
iridescenti. È difficile distinguere i volti ma nelle loro mani si delineano le
sagome di vari strumenti: trapani, seghetti, cacciaviti e martelli di varie
dimensioni. Armeggiano concentrati intorno a delle strutture rettangolari,
illuminate da fasci di luce bianca tagliente. Sembrano tavoli operatori su cui
stia avvenendo una qualche forma collaborativa di intervento chirurgico. La
prima impressione è di essere sprofondati in un incubo alla Hostel (il
sanguinolento film torture porn del 2005, diretto da Eli Roth), ma sui tavoli di
questo scantinato dall’onirica architettura cyberpunk non ci sono corpi mutilati
ma decine di macchine. Macchine distrutte, aperte, spezzettate, disassemblate,
sventrate e ridotte in scheletri elettromeccanici difficilmente riconducibili
alla loro forma originaria.
Lo strano spazio in cui siamo capitati si chiama CR3P4 ed è una rage room, una
stanza “in cui gridare vendetta contro i soprusi subiti da dispositivi e
tecnologie esigenti”. È stata allestita presso il Liminal Space a Roma dal
collettivo artistico Liminal State. L’occasione è la presentazione di
Antimacchine (2025), l’ultimo libro di Valentina Tanni. In quella stanza è
possibile rompere e scoprire di cosa sono fatti gli oggetti tecnologici che
dominano le nostre vite, aprire le black box, come le definisce l’autrice del
libro, e guardarci dentro con la curiosità estatica di un anatomista
ottocentesco.
Da diversi anni la ricerca di Valentina Tanni scandaglia i rapporti tra arte e
tecnologia digitale. Lo fa con la fascinazione viscerale di chi è cresciuto con
e dentro Internet e con la lucida inquietudine di chi percepisce il rischio di
vedere definitivamente interrotto quel rapporto libero e autentico con le
tecnologie. Tra il “nerdismo” e l’attenta critica alle avanguardie delle
estetiche digitali, il suo percorso è cominciato con Memestetica (2020), in cui
applicava gli strumenti della critica dell’arte all’analisi
dell’oggetto-non-identificato digitale per eccellenza: il meme; è proseguito poi
con Exit reality (2023) in cui estendeva la sua ricerca all’insieme delle
estetiche di Internet, l’inafferrabile “entità aliena” a cui accediamo
costantemente attraverso il portale dei nostri schermi, compiendo un “viaggio
astrale” fuori dal mondo materiale.
L’idea dell’“uscita dalla realtà” diveniva così il punto di congiunzione
dell’iridescente e mutevole mondo delle aesthetics, estetiche digitali nate in
maniera più o meno spontanea su Internet. Exit reality, come aveva già fatto il
libro precedente con i meme, finiva per accompagnarci in un safari allucinato
attraverso gli strani microcosmi che costellano lo spazio digitale: dalla
nostalgia per l’impossibile della vaporwave, alle allucinazioni ontologiche del
cake or fake, dall’escapismo magico del reality shifting, fino all’orrore
cosmico delle backrooms.
> Valentina Tanni scandaglia i rapporti tra arte e tecnologia digitale con la
> fascinazione viscerale di chi è cresciuto con e dentro Internet e con la
> lucida inquietudine di chi percepisce il rischio di vedere definitivamente
> interrotto quel rapporto libero e autentico con le tecnologie.
Antimacchine, uscito quest’anno per la nuova collana dei Maverick di Einaudi, si
concentra sul nostro rapporto con i dispositivi digitali, le macchine multiformi
che costellano la nostra vita quotidiana. L’approdo al nuovo editore disinnesca
inevitabilmente l’attitudine esoterica e apocalittica che caratterizza le
pubblicazioni di Nero Editions, ma lo rende un libro più accessibile che rimane
comunque perfettamente allineato nello spirito alle ricerche precedenti di
Tanni. È contemporaneamente un rilancio verso un nuovo orizzonte, così come la
conclusione di una trilogia compatta. Forse è soltanto una soglia, o un portale,
come lo definirebbe l’autrice.
La novità semmai è in un’urgenza inedita di cui è impregnato ogni capitolo di
Antimacchine. Mentre i due testi precedenti erano caratterizzati dalla
meraviglia per la scoperta, dall’immersione in un ecosistema alieno e
autosufficiente, che a ogni nuovo subreddit rivelava meraviglie inattese,
quest’ultimo svela fin dalle prime pagine un approccio programmatico e
pragmatico nei confronti del nostro atteggiamento verso la tecnologia, finendo
per traboccare nell’aperta militanza. Il messaggio ha la chiarezza di un
pamphlet insurrezionalista: il mondo è in pericolo ma, se lasciamo rimbalzare
questo grido di allarme, c’è ancora spazio per salvarlo. La meraviglia delle
macchine digitali non è ancora perduta, ma dobbiamo combattere per
rimpadronircene e dobbiamo farlo ora.
Il libro si compone di due parti ben distinte: la prima sviluppa una genealogia
dell’uso improprio delle macchine con finalità artistiche, caotiche o politiche;
la seconda, divisa per tipi di tecnologie, passa in rassegna i più interessanti
esempi di misuse contemporaneo, dal trasformare Roomba, il comodo aspirapolvere
autonomo, in una macchina mortale, all’hacking dei modelli linguistici delle
intelligenze artificiali. Partendo da un breve contributo scritto nel 2001 da
Jon Ippolito, come presentazione di una mostra dell’Istituto d’arte di San
Francisco, intitolato appunto The Art of Misuse, Tanni traccia i tre concetti
portanti alla base del sabotaggio tecnologico: appropriazione, riuso e
ricontestualizzazione.
È solo attraverso la mescolanza di queste tre azioni programmatiche che possiamo
rimpadronirci delle tecnologie che usiamo quotidianamente. Passando dall’essere
imprigionati “senza rendercene conto, nel contesto di un recinto che non solo ci
limita, ma può portarci ad abbracciare inconsapevolmente valori e ideologie,
interiorizzandoli e favorendone la diffusione” al jailbreak (l’hacking di un
circuito protetto) o all’evasione dal carcere tecnologico, rifiutando “le
logiche tayloriste di gestione scientifica e di efficienza”, così da “rimettere
in discussione il concetto di funzionalità e la sua elevazione a valore
supremo”.
> La meraviglia delle macchine digitali non è ancora perduta, ma dobbiamo
> combattere per rimpadronircene e dobbiamo farlo ora.
Facciamo qualche esempio pratico. Un atto di appropriazione è quello di
dipingere un graffito sulla parete di un palazzo, riconfigurando semanticamente
quell’oggetto. Il riuso avviene quando una tecnologia in disuso o obsoleta viene
riconfigurata per darle una nuova funzione, imprevista nella sua progettazione.
È il caso del circuit bending, la pratica di modificare in modo caotico e
casuale giocattoli sonori per produrre rumori imprevisti, il cui termine è stato
coniato da Reed Ghazala, suo principale teorico e venerato esponente.
Infine la ricontestualizzazione, che va a operare direttamente sul contenuto
ideologico implicito o esplicito dell’oggetto per farne uno strumento di
militanza. L’esempio è quello di La dialectique peut-elle casser des briques?,
il film del 1973 realizzato da René Viénet attraverso l’appropriazione di una
pellicola cinese di arti marziali e la sostituzione del doppiaggio originale con
nuovi dialoghi, incentrati su una critica sociale di stampo marxista.
L’inoculazione di questa ideologia parassitaria permette di fruire di un oggetto
filmico in cui tra un calcio volante e l’altro si discute di lotta di classe,
alienazione e rivoluzione.
L’atto del misuse tecnologico diviene così un gesto in bilico tra l’amore
incondizionato per la macchina, un atto creativo estemporaneo e una forma punk
di militanza politica. Gli esempi snocciolati dall’autrice nella seconda parte
del libro sono tantissimi e alcuni assolutamente irresistibili. Dalla Magnet TV
di Nam June Paik, che con un magnete industriale trasforma un televisore a tubo
catodico in un generatore di immagini ipnagogiche pulsanti, al già citato
doomba, evoluzione malvagia dell’aspirapolvere Roomba, su cui vengono montati
pericolosi marchingegni, dai coltelli da macellaio alle motoseghe, fino alle
versioni più estreme dotate di fucili d’assalto. C’è il Furby Organ di Look Mum
No Computer, un organo composto da quarantaquattro pupazzi pelosi della Hasbro
collegati a una tastiera, o il Vape-o-Gochi, creato da Rebecca Xun e Lucia
Camacho, a metà tra una sigaretta elettronica e un Tamagotchi, in cui se non
svapi regolarmente il tuo cucciolo digitale muore. Dalle versioni di Doom, il
videogioco sparatutto della id Software, modificato per girare sui test di
gravidanza, fino ai marchingegni titanici di Mark Pauline, composti da scarti
dell’industria militare, sui cui nastri trasportatori sfilano carcasse di
piccioni morti pronte per essere fatte a pezzi dalle lame rotanti.
In questa lunga rassegna, lo scettro di antimacchina per eccellenza spetta a The
Ultimate Machine, creata negli anni Cinquanta da Marvin Minsky: un cubo nero con
un pulsante di accensione che, una volta premuto, aziona un braccio meccanico
che spegne l’interruttore. Una macchina che ha la sola funzione di spegnersi.
Una “trovata comica e surreale” che è allo stesso tempo “una vertiginosa
riflessione sulla natura delle macchine, sulla relazione tra esseri umani e
tecnologia, sul concetto di automazione”. Il misuse applicato al concetto stesso
di macchina, hackerandone ogni utilità e funzione: “una macchina filosofica, un
congegno il cui unico scopo è di attivare il pensiero, di esistere nella
contraddizione”.
The Ultimate Machine diviene così un esempio archetipico che fissa lo zenit di
una disciplina e inaugura una postura mentale da applicare quotidianamente nel
nostro rapporto con la tecnologia. Per farlo basta incominciare dai gesti più
semplici, per esempio smettendo di leggere le istruzioni. Così Tanni ammette, in
prima persona, a metà tra un’intuizione privata e una chiamata alle armi (o ai
cacciaviti):
> Mi sono presto resa conto che si tratta di una pratica in grado di
> attraversare i confini disciplinari che merita di essere divulgata, preservata
> e attuata quanto più possibile. L’uso improprio è una forma di resistenza
> accessibile che coniuga l’aspetto pragmatico con quello filosofico: si tratta
> di mettere le mani sugli strumenti tecnici, rifiutando al contempo, anche sul
> piano simbolico, di esserne controllati. Ignorare le istruzioni – forse questo
> è l’aspetto più importante – è un modo per mancare di rispetto alla
> tecnologia, trattandola come un oggetto come gli altri, rigettandone la sua
> continua glorificazione.
Ed è proprio la glorificazione della tecnologia la nota inquietante su cui si
conclude il libro, ma prima di parlarvene vorrei fare una digressione. Nel 2024
è arrivato nei cinema Il robot selvaggio, l’ultimo film di Chris Sanders, tra i
più importanti autori d’animazione contemporanei, passato prima per la Disney
(Lilo & Stitch) e poi approdato alla DreamWorks (Dragon Trainer, I Croods). È la
storia, raccontata con meravigliose illustrazioni digitali, tra texture low-poly
e campiture di colore ai limiti dell’astrattismo, di un androide di nome ROZ che
finisce per sbaglio abbandonato in un bosco, dove dovrà confrontarsi con la vita
degli animali che lo abitano. Dopo le prime paure e incomprensioni, il
protagonista subisce un arco di trasformazione che lo porta a rimettere in
dubbio la sua programmazione di “robot aiutante” e a comprendere che il mutuo
aiuto tra le diverse specie viventi è alla base della ricerca di senso di ogni
esistenza, finendo così accettato e benvoluto dalla comunità degli animali del
bosco. Non sarebbe nulla di nuovo rispetto alla classica struttura di una favola
idealista, riattualizzata da temi ecologici, se non fosse che il protagonista è
una macchina. Una tendenza che nel cinema di animazione si è incontrata diverse
volte negli ultimi anni da Robots (2005) a WALL-E (2008), fino a Big Hero 6
(2014).
> L’atto del misuse tecnologico diviene così un gesto in bilico tra l’amore
> incondizionato per la macchina, un atto creativo estemporaneo e una forma punk
> di militanza politica.
L’empatizzazione nei confronti delle macchine appare così come una tendenza
conclamata che nasconde non pochi lati inquietanti. Al di fuori del cinema di
animazione basta guardare alla rapidità, tra l’acuta mossa di marketing e
l’autoavverarsi di una profezia fantascientifica, con cui abbiamo liquidato i
moderni large language model (ChatGPT, Gemini) come forme di intelligenza
artificiale. L’intelligenza, a differenza dell’ingranaggio o del circuito, non è
un cieco strumento, con l’intelligenza si parla, non si utilizza per raggiungere
un fine ma più eticamente ci si collabora.
Se Marx aveva speso buona parte della sua vita a dimostrare come il processo di
industrializzazione avesse portato a considerare gli operai alla stregua di
macchine capaci di rimanere in vita, riprodursi e soprattutto lavorare, oggi la
tendenza si è invertita e l’umanizzazione del macchinico ci spinge sempre di più
ad accettare la possibilità di empatizzare con la macchina, senza tener conto
dei grandi rischi che questo comporta: l’empatia ci allontana dalla comprensione
dei meccanismi alla base del suo funzionamento e serra la strada di una
distaccata razionalizzazione. Nessuna persona sana di mente deciderebbe
spontaneamente di aprire il suo cane per vedere com’è fatto dentro, idea che
risulta – per ora almeno – più che accettabile se indirizzata verso il nostro
cellulare. L’empatia infatti è una delle espressioni emotive più profonde
dell’essere umano e ci conduce – ancora e fortunatamente – a legare l’esperienza
di altre coscienze individuali alla sacralità e alla sottile sostanza spirituale
di cui è fatta l’esistenza stessa. Lasciare che su questi concetti sia innestato
il macchinico può portare a conclusioni se non distopiche (e il cinema ne ha già
dato qualche esempio, da Blade Runner a Ghost in the Shell fino a Her), quanto
meno pericolose.
È ciò che sta accadendo oggi negli ambienti del tecno-ottimismo, dove
l’intreccio tra tecnologia e religione appare sempre di più come un fenomeno ben
consolidato, dal Techno-Optimist Manifesto scritto di Marc Andreessen che conta
di risolvere ogni problema dell’umanità con la tecnologia (in cui il verbo
credere – to believe – compare per “ben 116 volte”) fino alle affermazioni
spiritate di Sam Altman, CEO di OpenAI, che definisce l’AI “un’intelligenza
magica che viene dal cielo” o confessa di sentirsi “dalla parte degli angeli”
quando lavora al machine learning. Il sorgere della nuova religione secolare
basata sul culto della tecnologia sembra imminente, tanto che i tech-guru
dispongono già del loro dogma e di diverse schiere di profeti.
Quello che fa notare Tanni nell’ultimo capitolo di Antimacchine è che questa
corrente tecno-mistica non è niente di nuovo (le utopie tecnologiche si
accumulano nei secoli, da Campanella a Fourier), semmai la novità più
inquietante è il suo essersi rovesciata di segno: se per gli utopisti classici
il futuro era velato di un baldanzoso ottimismo, per cui le macchine avrebbero
liberato finalmente l’uomo dal lavoro, “oggi, al contrario, la fede nella
tecnologia ruota attorno a cupe visioni apocalittiche. Al suo sviluppo è
delegata la salvezza della specie umana: dobbiamo accelerarne l’innovazione per
rispondere alle crisi economiche, energetiche ed ecologiche”. Arrivando così al
paradosso che la tecnologia è necessaria per salvarci dalla tecnologia stessa.
> Il sorgere della nuova religione secolare basata sul culto della tecnologia
> sembra imminente, tanto che i tech-guru dispongono già del loro dogma e di
> diverse schiere di profeti.
Per dirla alla Sam Altman: seppure esiste la possibilità che la tecnologia
sfugga definitivamente al controllo degli esseri umani, auguriamoci almeno che
questa sarà una “singolarità gentile”. È proprio in questo consesso di
svalvolati evangelizzatori della Silicon Valley che Valentina Tanni sembra voler
lanciare la molotov decisiva dell’uso improprio. Fronteggiare la macchina non
con un’altra macchina, bensì con l’antimacchina! Concludendo con le sue parole:
“Se credere nella tecnologia oggi è un dogma, mancarle di rispetto è un’eresia
necessaria. Ed è qui che tattiche come l’appropriazione, il dirottamento e l’uso
improprio acquistano valore: per la capacità di mettere in crisi il pensiero
unico, coltivando forme pratiche di scetticismo e atti insensati di disordine”.
L'articolo Antimacchine di Valentina Tanni proviene da Il Tascabile.
I n una delle scene chiave di Videodrome, film a suo modo profetico realizzato
nel 1983 da David Cronenberg, il protagonista Max Renn viene attratto
dall’oggetto del suo desiderio sessuale, Nicki Brand, che lo chiama da
dentro/dietro lo schermo di un apparecchio televisivo. “Come to Nicki”, dice la
proiezione della donna a Max, mentre la videocamera si avvicina in maniera
sempre più stretta alle labbra di Nicki. Max si avvicina, tocca la televisione,
che al contempo si deforma, si muove, diventa materia viva, pulsante, sensuale.
Il protagonista penetra lo schermo, ma anche lo schermo penetra la carne umana,
tant’è che cadono le distinzioni tra mondo reale e simulacro digitale. Nel
desiderio erotico di Max non c’è differenza tra Nicki e la sua proiezione
televisiva, perché in Videodrome la seconda è reale quanto la prima.
Martin pleure è un cortometraggio del 2017 di Jonathan Vinel realizzato usando
le animazioni e il gameplay del celebre videogioco Grand Theft Auto V. Martin un
giorno scopre che tutti i suoi amici sono svaniti nel nulla e non sembra esserci
modo di rintracciarli. Il monologo interiore del ragazzo ci guida nel viaggio
alla ricerca degli amici perduti, in un susseguirsi di scene di tristezza,
solitudine, paura, rabbia, fino alla violenza estrema. In un breve stacco,
vediamo tre personaggi mascherati – forse gli amici del protagonista – che però
sono figure riprese dal vivo, non gli avatar artificiali che popolano l’universo
digitale da videogioco in cui si ambienta il lavoro di Vinel. Il corto si
conclude con Martin che salpa con un motoscafo e si dirige verso l’orizzonte. Se
avrà fortuna, magari un glitch lo aiuterà a bypassare i limiti imposti
dall’architettura digitale, a noclippare al di fuori dei confini della mappa e
arrivare nell’ecosistema del “reale” in cui si trovano i suoi amici. Ma quale
dei due mondi è quello reale?
In Videodrome come in Martin pleure a emergere è il rapporto tra contiguità e
differenza che separa l’ecosistema digitale, costruito per mezzo di tecnologie
sempre più performanti, e il mondo analogico, che ancora oggi ci ostiniamo a
chiamare “reale”. La questione che però emerge in maniera manifesta nel lavoro
di Cronenberg e in modo implicito in quello di Vinel è se abbia ancora senso
fare questa distinzione, dal momento che l’influenza delle macchine su ogni
aspetto della nostra vita è talmente ampio che da più parti si parla ormai di
postumanesimo. Negli ultimi anni il tema ha visto coinvolti filosofi,
accademici, artisti, operatori culturali, attivisti, con un grado di
elaborazione teorica repentina, che va di pari passo solo con l’incedere
rapidissimo delle nuove tecnologie sulle quali ci si confronta.
Di questi cambiamenti prova a tenere traccia Seamless (2025), il nuovo libro
edito da Nero per la curatela di Francesco Spampinato, professore di storia
dell’arte contemporanea all’Università di Bologna. Come si intuisce dal
sottotitolo – Arte, visualità e cultura elettronica in epoca post-pandemica – il
volume si concentra in particolare sull’epoca post-Covid, ovvero da quando tutti
noi, a causa dei vari lockdown tra 2020 e 2022, abbiamo iniziato a sperimentare
ogni giorno il “principio di naturale continuità tra il reale e il virtuale”, al
punto che “il nostro doppio sullo schermo non ci fa più effetto, sebbene di
tanto in tanto non possiamo fare a meno di guardarlo per assicurarci che
risponda ancora a noi”. Riunioni online, call, dislocazione fisica,
demoltiplicazione degli avatar e delle proiezioni digitali sono tutti aspetti
che esistevano anche prima del Covid, ma che la pandemia ha contribuito a
inscrivere nell’orizzonte del quotidiano.
> Nel desiderio erotico di Max non c’è differenza tra Nicki e la sua proiezione
> televisiva, perché in Videodrome la seconda è reale quanto la prima.
Il volume è frutto dal lavoro svolto da AVEC (Art, Visuality and Electronic
Culture), un think tank nato in seno all’ateneo bolognese e animato
prevalentemente da studenti e studentesse della laurea magistrale in arti visive
e dei corsi di dottorato in arti, storia, società e in immagine, linguaggio,
figura. Nato tra il 2021 e il 2022, AVEC è responsabile di una serie di workshop
tematici semestrali che hanno lo scopo di porre in dialogo le ricerche svolte da
dottorandi e laureandi con le attività di ricercatori indipendenti, artisti e
operatori culturali di vario tipo. Ogni workshop ruota attorno a un tema e, nel
caso dei quattro incontri di cui il volume vuole essere una restituzione, a
guidare le riflessioni erano, rispettivamente, concetti come il metaverso, la
catastrofe, il cyberfemminismo e l’intelligenza artificiale (IA).
Nonostante le attività di AVEC non nascessero con l’intenzione iniziale di
sviluppare un unico tema, è emersa a posteriori la metafora del seamless, che
oltre a dare il titolo al volume affiora anche come tratto unificante dei vari
interessi del collettivo. Seamless – letteralmente, “senza cuciture” o “senza
soluzione di continuità” – fa riferimento alla tecnologia utilizzata nel campo
dell’abbigliamento per la realizzazione di capi che aderiscano al corpo e lo
modellino, fasciandolo in maniera uniforme così da nasconderne le imperfezioni.
Secondo Spampinato, l’attrattiva verso capi di questo tipo – di cui quelli
prodotti dal brand SKIMS della celebrity americana Kim Kardashian sono tra i più
celebri – è data anche dalla capacità “di enfatizzare – non solo alla vista
diretta ma anche nei processi quotidiani di autorappresentazione e mediazione –
la dimensione artificiale del corpo umano, liscio come un corpo-immagine
post-prodotto grazie a filtri o trasfigurato in avatar”. Di qui, quindi, la
possibilità di traslare questo termine verso il mondo tecnologico
post-pandemico, facendone una “metafora concettuale e visiva per definire un
corpo in grado di spostarsi con dimestichezza tra il mondo reale e quello
virtuale, offline/online, in una dimensione spazio-temporale ininterrotta, senza
soluzione di continuità”, in cui il concetto di seamless diventa “condizione
percettiva del continuum reale-virtuale”.
L’articolata architettura costruita dall’interazione reale-virtuale è molto
complessa da identificare e ancora di più da sintetizzare. In una continua
operazione di worldbuilding – per usare un termine caro agli amanti dei
videogiochi – provare a stare al passo con la tecnologia che cambia è un’impresa
ambiziosa. Per questo, Seamless propone una struttura editoriale che da una
parte ricalca i formati dei workshop, dall’altra prova a offrire sensi di
lettura multipli, che non si limitano alla sola forma saggistica. Ogni capitolo
si apre quindi con un intervento redatto collettivamente da AVEC o affidato a
intellettuali riconosciuti, che ha il compito di fissare i parametri di
riferimento. A questo segue un contributo storico, tre casi studio e poi il
resoconto di un progetto artistico che indaga criticamente il tema prescelto.
In questo modo, AVEC propone non tanto di costituirsi come un’alternativa alla
storia dell’arte ipercontemporanea in epoca post-pandemica, quanto offrire una
visione trasversale, che interseca più ambiti disciplinari in maniera dinamica.
È proprio questa dinamicità, questa capacità di scartare lateralmente, uno dei
requisiti essenziali per l’esplorazione di quel panorama mobile contemporaneo
dato dalla condizione di seamless. Non è un caso che a ogni workshop venga
associato un tool, uno specifico strumento tecnologico di recente sviluppo, ma
già a rischio di obsolescenza programmata.
> Seamless è una “metafora concettuale e visiva per definire un corpo in grado
> di spostarsi con dimestichezza tra il mondo reale e quello virtuale,
> offline/online, in una dimensione spazio-temporale ininterrotta, senza
> soluzione di continuità”.
In quest’ottica, prendiamo per esempio gli NFT, il tool del primo capitolo
dedicato al metaverso ed eloquentemente sottotitolato “How to build a universe
that doesn’t fall apart two days later” (Come costruire un universo che non cada
a pezzi due giorni dopo). Era il 2021 quando tutto il mondo dell’arte impazzì
per gli NFT, i non-fungible-token, visti come la nuova frontiera dell’arte
immateriale, possibile grazie alle nuove tecnologie. Everydays: The First 5000
Days, un’opera digitale di Beeple composta da 5000 immagini digitali, fu venduto
come NFT da Christie’s per 69 milioni di dollari. Erano più o meno gli stessi
mesi in cui il caporedattore di una rivista con cui collaboravo si domandava
perplesso cosa fossero le skins di Fortnite per cui il figlio gli chiedeva
soldi, forse senza comprendere fino in fondo che la costruzione di un’identità
personale per il proprio avatar digitale attraverso il cambio di abiti è
importante quanto lo è quella nel nostro mondo analogico. Come sempre, questa
importanza l’avevano intuita gli uffici marketing di alcuni brand come
Balenciaga e Gucci, che tra 2021 e 2022 crearono intere capsule collection
acquistabili nel metaverso e rese disponibili come skins per i giocatori di
Fortnite o Minecraft. Eppure, la bolla del metaverso e degli NFT sembra durata
appena lo spazio di una stagione, tanto che oggi pare di parlare già di
tech-archeologia.
L’eterogeneità degli approcci sviluppati nel volume edito da Nero, dunque, è
funzionale non tanto alla resurrezione di tecnologie che nascono, muoiono,
rinascono nello spazio di pochi anni e, in taluni casi, di pochi mesi, quanto
piuttosto alla possibilità di offrire, prima con gli incontri dal vivo e poi
nella forma libro, una lettura critica del presente nel suo farsi. Così, per
esempio, se il contributo storico dell’educatrice e artista Sara Bonaventura
ricostruisce le origini del metaverso nelle opere di fantascienza del secolo
scorso, da Dick a Gibson, gli altri interventi riportano il tema alla stretta
attualità, tra musei decentralizzati virtuali e simulazioni digitali del pianeta
Terra.
AVEC, ed è questo uno degli aspetti più interessanti, si sforza di operare al di
fuori delle griglie dell’accademia, andando a toccare temi e argomenti molto
ancorati alla quotidianità. Il secondo capitolo, ad esempio, di apre con un
intervento di Franco “Bifo” Berardi che analizza il rapporto tra desiderio,
depressione e digitalizzazione dei rapporti sociali in epoca post-pandemica,
situazione che ognuno di noi ha vissuto in prima persona durante le lunghe fasi
di isolamento da lockdown. Seguono poi contributi sull’arte urbana e il
muralismo contemporaneo, ma anche sulla moda e le wearable technologies come
tecnologie per la sopravvivenza. L’analisi di aspetti che intersecano il vivere
quotidiano e non rimangono solo appannaggio di micronicchie di esperti già di
per sé testimonia l’ampiezza e la trasversalità del tema. Seguendo fino in fondo
la metafora del seameless, la realtà comune, persino banale, che esperiamo ogni
giorno è già contaminata dalla presenza ineliminabile del digitale e su questo,
quindi, è doveroso riflettere.
Che l’aspetto tecnologico sia ormai inscindibile dalla nostra esistenza tanto da
legarsi con questioni di stringente attualità è confermato dal terzo capitolo.
Qui il femminismo, giustamente all’ordine del giorno sulle agende culturali di
tutto il mondo, viene declinato nell’ambito tecnologico a partire dalla figura
del cyborg proposta da Donna Haraway, in una rilettura della docente in
sociologia Federica Timeto. Glitch feminism, cyberfemminismo e transfemminismo
ritornano variamente nell’intervento storico e nei casi studio di questa
sezione, a conferma di un lavoro in cui l’azione artistica viene riconsiderata
alla luce del dibattito filosofico e culturale odierno.
> La domanda è al lettore: sei ancora in grado di sognare pecore in carne e
> ossa?
Seamless dichiara esplicitamente tra i propri modelli di riferimento due
pubblicazioni nate in seno a corsi universitari negli anni Settanta, ovvero Il
Gorilla Quadrumàno del Gruppo di Drammaturgia 2, a cura di Giuliano Scabia
(1974), e Alice disambientata del Gruppo A/ Dams, a cura di Gianni Celati
(1978). In AVEC emerge quindi un’attitudine che, se non si vuole chiamare
“militante”, prova almeno a essere consapevolmente critica e attenta verso un
mondo che non si limita alle passioni perverse di un accademismo spesso troppo
asfittico.
Già questo sarebbe un sufficiente invito alla lettura, tanto più se si sente la
necessità di dare un senso al seamless delle nostre esistenze, a quel continuum
reale-digitale che pare il tratto distintivo di questa nostra “nuova era
oscura”, per usare una definizione di James Bridle. D’altronde, nel 1968, nel
romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? – che diventa qui anche l’omonimo
titolo del primo capitolo di Seamless – Philip Dick si chiedeva se “gli androidi
sognano pecore elettriche”. Il volume edito da Nero, invece, sembra ribaltare la
domanda dello scrittore statunitense rivolgendosi direttamente al lettore: sei
ancora in grado di sognare pecore in carne e ossa?
L'articolo Seamless a cura di Francesco Spampinato proviene da Il Tascabile.
“L o sguardo è ciò che fa davvero la differenza.” Per Michela gli occhi sono una
fissazione. Dopo averli alloggiati sottopelle, trascorre molto tempo a studiarne
la posizione sul capo. Anche il colore deve essere quello esatto; sceglie con
cura i bulbi di vetro, perché ogni iride ha le sue sfumature. Per lei è
fondamentale saper cogliere ogni piccolo dettaglio nello sguardo degli animali
su cui lavora, per restituire loro ‒ una volta montata la pelle ‒ quel guizzo di
vita che su cui si gioca l’illusione. Michela Padovani ha 32 anni, è una
microbiologa e, da qualche anno, anche tassidermista.
Si occupa soprattutto di volatili. Li trova durante le sue escursioni, ma più
spesso le vengono portati da amici e conoscenti. Tratta i corpicini con
gentilezza: sveste con cura il corpo dalla pelle piumata (quella dei
colombiformi è la più delicata, mi spiega) annotando il volume dei muscoli e la
lunghezza degli arti. Per un risultato veritiero, serve un modello che ricalchi
perfettamente il corpo dell’animale originale, un manufatto che possa indossare
la nuova pelle. “Ognuno rispetta la morte a suo modo. Per me si tratta di
ridare una seconda vita; così, è come onorare la bellezza della Natura”. Nel
suo caso la tassidermia è stata il punto di arrivo di una passione sincera per
il mondo naturale. Raccogliere qualche piuma o piccole ossa non le bastava più,
e così ha deciso di dedicarsi a dare di nuovo un valore alla bellezza delle
spoglie.
La tassidermia vive di un equilibrio di forze opposte. È una pratica di confine
che si regge in bilico tra la vita e la morte, il reale e l’irreale, ma
soprattutto tra l’arte e la scienza. Da quasi tre secoli il suo scopo rimane
sempre lo stesso, quello di fermare un corpo nel tempo, ricreando l’illusione
della vita. Nel corso della sua storia ha attraversato periodi di stravaganza,
di colonialismo e di riscoperta. Sempre accompagnata da quel vago senso di
macabro che ancora oggi ci pone la domanda su quanto sia giusto (e forse
necessario) manipolare i corpi animali per fermarne la forma nel tempo.
> La tassidermia vive di un equilibrio di forze opposte. È una pratica di
> confine che si regge in bilico tra la vita e la morte, il reale e l’irreale,
> ma soprattutto tra l’arte e la scienza.
Come alcuni degli esemplari su cui lavorano, anche i tassidermisti sono una
specie in via di estinzione. Se un tempo le tecniche passavano dal maestro
all’allievo, oggi quella trasmissione è quasi scomparsa e nei musei italiani il
mestiere non esiste quasi più. Istituzioni che per tradizione comprendevano
questa professione nel proprio organico, come il Museo di storia naturale di
Milano, bandiscono nuovi concorsi alla ricerca di chi potrà sostituire chi andrà
in pensione. Ma i pochi tassidermisti rimasti preferiscono lavorare per conto
proprio. Eppure, lontano dall’essere rimasto chiuso in qualche armadio
vittoriano, il lavoro di chi si prende cura degli animali rimane cruciale nei
musei, tanto nelle sale espositive quanto nel retroscena degli archivi.
Ma se in ambito museale i tassidermisti vanno scomparendo, al di fuori la
pratica è ancora viva e suscita curiosità e nuove committenze. La pelle non è
solo sostanza da conservare, ma continua a essere un vero e proprio medium
creativo. Un materiale che si presta a interpretazioni estetiche, simboliche,
affettive. È quello che oggi chiamiamo tassidermia artistica, e che spinge i
suoi confini fino alla conservazione degli animali domestici, esplorando
territori sempre in bilico tra bellezza e grottesco.
Fermare il tempo
L’idea umana di interrompere la decomposizione del corpo dopo la morte ha radici
antiche. Gli Egizi imbalsamavano le spoglie dei defunti per garantire loro una
nuova esistenza in un’altra dimensione e lo facevano trattando la pelle con oli
e balsami. Proprio dalla parola balsamo deriva il termine imbalsamare con cui
oggi ci riferiamo agli animali conservati nelle teche dei musei e che andrebbero
chiamati più correttamente tassidermizzati. Tassidermia deriva dal greco antico
e significa “sistemare, dare ordine alla pelle” (táxis ordine, dérma pelle).
Perché il tassidermista non si cura di ciò che sta all’interno, ma solo di quei
pochi millimetri di tessuto che rendono un animale nella forma riconoscibile ai
nostri occhi.
La scienza inizia a interessarsi alla preservazione dei corpi soltanto a partire
dal Diciassettesimo secolo, quando la loro immersione in soluzioni alcoliche
permetteva di trasportarli in Europa da ogni angolo del mondo. Per la prima
volta l’essere umano riuscì a impedire in modo stabile la putrefazione del corpo
e a far toccare con mano agli accademici europei creature che prima erano
soltanto dipinte nei libri. La tecnica era più utile ai primi studi di
fisiologia che al piacere degli occhi, necessaria alla conservazione dei tessuti
ma incapace di restituire le fattezze originali degli esemplari conservati. I
corpi si disidratavano, si rattrappivano e i colori svanivano.
> Se in ambito museale i tassidermisti vanno scomparendo, fuori la pratica è
> ancora viva e suscita curiosità e nuove committenze. La pelle non è solo
> sostanza da conservare, ma continua a essere un vero e proprio medium
> creativo.
La tassidermia come la conosciamo oggi arriva soltanto più tardi. Un secolo
dopo, Jean-Baptiste Bécœur inventa il sapone arsenicale, un unguento talmente
tossico da impedire la distruzione delle pelli da parte degli insetti necrofagi.
I corpi si liberano quindi dalla clausura di una seconda vita sotto spirito,
riacquisendo le sembianze naturali. Sarà la pelle a essere conservata, e da
semplice oggetto scientifico e reperto diventa un nuovo medium di espressione.
L’età dell’oro si raggiunge nell’Ottocento. Le creature provenienti da ogni
parte del mondo esplorato vengono tassidermizzate e riempiono i salotti
d’Europa. Da quel momento i musei scientifici, che si erano fino ad allora
dedicati a una raccolta sistematica degli oggetti naturali, diventano il
palcoscenico sul quale si fa sfoggio della superiorità imperialista europea. Le
sale espongono animali mai visti prima, esemplari che contribuirono al fascino
per l’esotico tipico dell’epoca. I corpi di creature mai approdate nel
continente, come il gorilla, diventano un’icona coloniale come prove della
conquista europea e di una natura domata.
Al servizio della scienza
Molti di questi esemplari sono ancora oggi conservati nei musei di storia
naturale. Insieme a quelli raccolti nei periodi successivi, costituiscono le
collezioni museali odierne. “Come in passato, oggi lo scopo di una collezione è
soprattutto quello scientifico” mi spiega Giorgio Chiozzi, che lavora come
ornitologo al Museo di storia naturale di Milano. La raccolta e conservazione
degli uccelli è indispensabile ai suoi studi e per questo lavora a stretto
contatto con il tassidermista del museo, a oggi uno dei pochi rimasti ad averne
uno. La preparazione tassidermica è prima di tutto un metodo di conservazione,
uno tra i più efficaci considerando che ha fatto giungere fino a noi animali
preparati quasi tre secoli fa.
> Dopo la scoperta del DNA e grazie ai progressi biotecnologici, i corpi degli
> animali ‒ di ieri come di oggi ‒ sono in grado di restituire informazioni che
> vanno oltre la forma, diventando archivi di informazione genetica.
Come una biblioteca, le collezioni museali possono essere consultate alla
ricerca di informazioni nel passato di una data specie. Fino agli anni Settanta
in Italia veniva praticata la raccolta attiva in natura, che aveva permesso fino
a quel tempo di collezionare serie storiche ancora oggi conservate. Questo tipo
di raccolte veniva assemblato secondo criteri precisi, come l’appartenenza a una
certa regione geografica, e il grande numero di animali raccolti permetteva di
produrre conoscenze significative, biologicamente rilevanti. Le conoscenze
attuali sulla morfologia, l’anatomia interna e l’evoluzione sono basate su
questo tipo di raccolte. Oggi ci permettono il confronto con gli esemplari del
passato, facendoci immaginare la storia evolutiva di una specie, come è cambiata
la forma o l’alimentazione nel tempo.
Dopo la scoperta del DNA e grazie ai progressi biotecnologici, i corpi degli
animali ‒ di ieri come di oggi ‒ sono in grado di restituire informazioni che
vanno oltre la forma, diventando archivi di informazione genetica. Nelle loro
cellule restano tracce genetiche che permettono di formulare nuove ipotesi
evolutive, ma anche tracce di sostanze inquinanti come i metalli pesanti che
possono essere misurate per confrontarle con il presente. Ogni campione diventa
così una testimonianza di un tempo e di un luogo, capace di raccontare non solo
la storia di una singola specie, ma anche le trasformazioni dell’ambiente in cui
ha vissuto.
Le serie storiche sono un vero archivio della biodiversità che non ha perso il
suo valore scientifico e che continua il suo dialogo con le nuove raccolte.
“Negli ultimi anni molti degli esemplari arrivano soprattutto da impatti
stradali, le cosiddette roadkill; quindi, animali investiti dai veicoli e
raccolti direttamente dai cittadini” mi racconta il dottor Chiozzi. È stimato
che ogni anno in Europa vengano uccisi in incidenti stradali 30 milioni di
mammiferi e quasi 200 milioni di uccelli. Anche se il valore scientifico di
questi esemplari è inferiore rispetto alle raccolte attive fatte in passato, gli
animali sono comunque una fonte di nuovi esemplari per i musei di storia
naturale.
A questi si uniscono poi gli animali che hanno vissuto in centri di recupero in
parchi faunistici. Qualche anno fa il rinoceronte Toby ha concluso la sua
esistenza al Parco Natura viva, in provincia di Verona, il giardino zoologico
dove viveva, e il suo corpo è stato preparato per essere esposto al MUSE – Museo
delle scienze di Trento. Il rinoceronte era il più anziano d’Europa e
apparteneva all’unica sottospecie di rinoceronte bianco ancora presente in
natura, quella meridionale. Spesso si tratta di esemplari le cui popolazioni
naturali sono minacciate di estinzione, e i loro corpi diventano testimonianze
viventi della loro stessa fragilità. In questo senso i musei si fanno custodi
della memoria, accogliendo e mostrando specie ormai scomparse: è il caso, ad
esempio, dell’alca impenne (un grande pinguino oggi estinto) o del quagga (un
equino che ricorda un po’ una zebra e un po’ un cavallo). Entrambi sono visibili
al Museo di storia naturale di Milano e ci offrono un monito su ciò che è già
accaduto e su ciò che potrebbe ancora accadere.
> Il tassidermista moderno sa maneggiare anche argilla, materie plastiche e
> altri materiali. Non è più soltanto una questione di scienza e conservazione,
> ma di forma, suggestione e scenografia.
Oltre alla pura e semplice conservazione dei corpi, non è tramontato il fascino
per le esposizioni di animali tassidermizzati ‒ cosiddetti naturalizzati ‒ che
richiedono di raggiungere un realismo sempre più autentico. Al di là della
pratica tradizionale di concia e preparazione delle pelli, oggi la professione
si reinventa per restare al passo coi tempi, affacciandosi a nuove tecniche e
materiali. “Fermo restando che il ruolo del tassidermista è principalmente
quello di preparatore naturalista, alle sue competenze oggi si aggiungono la
capacità manuale e l’abilità artistica di utilizzare materiali sintetici per
realizzare realistici calchi di esemplari e modelli di animali” mi spiega
Giorgio Chiozzi, parlando del futuro di questa pratica. Il tassidermista moderno
sa maneggiare ‒ oltre alle pelli ‒ anche argilla, materie plastiche, siliconi e
innumerevoli altri materiali. Non è più soltanto una questione di scienza e
conservazione, ma di forma, suggestione e scenografia.
Il primo a immaginare di mettere in scena la vita così come si presenta nel suo
ambiente fu il Museo di storia naturale di New York, sotto la guida di Carl
Akeley. Il diorama è un tipo di esposizione dove non basta la presenza del corpo
animale a rendere la suggestione ma serve spingersi un po’ più in là, serve
metterlo in azione. Ecco quindi che è possibile assistere a scene di caccia di
un predatore che rincorre la sua preda, di scontro tra due maschi di cervo che
incrociano le corna o di strategie alimentari come nel caso dei condor che si
affollano su una carcassa. Ancora oggi il Museo di storia naturale di Milano si
serve di questo stratagemma per raccontare le relazioni tra gli animali e
l’ambiente in cui vivono, nonché quelle tra animali e altri animali. In altre
parole, la loro ecologia.
L’arte che non ha smesso di essere arte
La tassidermia è ancora uno strumento didattico efficace perché l’esperienza di
vicinanza con il corpo animale continua a offrire qualcosa in più rispetto allo
schermo. Trovarsi dinnanzi alla fisicità di un corpo, come quello maestoso di un
grosso alce, apre una relazione tra chi osserva e chi viene osservato,
un’interazione nella quale l’osservatore assume ruolo attivo, capace di
confrontarsi. Dal punto di vista dell’antropologia delle immagini, l’efficacia
di questi complessi visivi si fonda sul fatto che il corpo animale conservato ‒
in quanto medium ‒ rimane inseparabile dall’immagine che veicola. Non esiste più
rappresentazione. Il corpo originale, trasformato in immagine, si presenta agli
occhi dello spettatore nella sua autentica tridimensionalità.
Verso la fine del Settecento il Leverian Museum di Londra mise in opera una
singerie mai vista prima. Fino ad allora le singerie erano dipinti o
illustrazioni che mettevano in scena scimmie in atteggiamenti umani allo scopo
di ironizzare e parodiare i comportamenti dell’essere umano. Quella volta a
indossare i panni di un postino o di una dama (con tanto di abiti cuciti su
misura) erano vere e proprie scimmie tassidermizzate. Per la prima volta nella
sua storia, l’essere umano provava un nuovo senso di smarrimento di fronte a ciò
che sembra vivo, ma non lo è.
Per quasi tutta la sua storia la tassidermia ha operato sempre al fianco della
scienza, ma non ha mai smesso di essere anche arte. Il corpo animale conservato
si è evoluto come mezzo visivo capace di esprimere messaggi complessi, leggibili
come quadri o sculture. Il tassidermista ha sviluppato insieme alle conoscenze
di anatomia ed ecologia quelle legate ai materiali e alla manipolazione del
medium della pelle, con l’intenzione di raggiungere un realismo sempre più
preciso. Il corpo animale non è più soltanto rappresentazione e dimostrazione,
ma diventa narrazione, all’interno di scenografie che superano il concetto di
divulgazione scientifica.
> La tassidermia etica impone che nessun animale debba essere appositamente
> ucciso. L’animale diventa così simbolo di memoria e testimonianza, non un
> trofeo.
Se la tassidermia è sempre stata arte, oggi il termine “tassidermia artistica”
svolge la funzione di separarla dall’idea comune di tassidermia al servizio dei
musei. La maggior parte degli artisti che utilizzano il corpo animale come mezzo
espressivo praticano quella che viene definita ethical taxidermy, che si propone
di rinnovare l’idea di tassidermia tradizionale. Al centro pone il principio che
nessun animale debba venire ucciso per essere utilizzato, e per questo utilizza
esemplari già deceduti e di provenienza nota. Nata dall’esigenza di coniugare
interesse artistico e rispetto per la vita animale, intende ridurre l’impatto
etico e ambientale di una pratica storicamente legata alla caccia e alla
collezione. Nella tassidermia etica, l’animale diventa simbolo di memoria e
testimonianza, non un trofeo. Gli artisti assumono una posizione consapevole nei
confronti del ciclo vitale, del rapporto essere umano-natura e della possibilità
di trasformare un corpo già privo di vita in veicolo di riflessione culturale,
estetica o educativa.
Un nuovo conforto
Accanto a nuovi desideri artistici, negli ultimi anni la tassidermia ha iniziato
a servire un bisogno più privato: quello di conservare il corpo di chi ha
condiviso con noi tutta la vita. La tassidermia domestica ‒ o come piace ad
Alberto “tassidermia famigliare” ‒ è una nuova pratica che entra in punta di
piedi tra le applicazioni tradizionali di quest’arte. Alberto Michelon è l’unico
in Italia a esercitare in maniera professionale (e secondo coscienza) questo
tipo di artefatti. Si è formato come naturalista e poi come tassidermista. Da
quando ha aperto il suo studio lavora per musei e privati, ma nel tempo ha
sviluppato, come dice lui, una “repulsione” verso quegli animali uccisi e
preparati come trofei di caccia. L’esperienza accumulata ha fatto nascere in lui
il desiderio di commissioni più stimolanti e significative, e ha deciso di
rivolgersi ad altre forme di preparazione, aprendo la strada a nuove richieste.
“Un cacciatore che ti commissiona un lavoro non ha nessun legame con
quell’animale. Chi mi chiede di preparare un cane, o un gatto, ha passato con
lui gioie e dolori”. Alberto crede che oltre alla conoscenza del mondo animale e
a una tecnica impeccabile, per un tassidermista del suo tipo serva sviluppare
anche una grande sensibilità. Le persone che si rivolgono a lui per rimanere
ancora con il proprio animale domestico portano con sé una storia e un dolore
che necessitano di essere accolti. “Spesso chi chiede il mio aiuto è disperato.
Passo molto tempo con loro, si piange, ci si racconta.” La tassidermia domestica
è anche una sfida che richiede molto lavoro. Cani, gatti, tartarughe e altri
animali da compagnia sono esemplari unici e le loro caratteristiche vanno
studiate con attenzione prima di iniziare una nuova opera. Alberto esamina le
forme, i volumi, nonché le espressioni che rendono ogni animale proprio
quell’animale. “Alla fine, la somiglianza è quasi perfetta.”
> La tassidermia domestica fornisce un nuovo modo di vivere il lutto, ponendosi
> tra chi rimane e la sua perdita, impedendo una separazione definitiva e
> concedendo l’illusione di una presenza eterna.
L’Italia è uno dei Paesi europei con il più alto numero di animali domestici pro
capite. I cosiddetti pet entrano a far parte a tutti gli effetti del nucleo
famigliare e in quanto membri ne assumono il valore affettivo. In questo caso la
tassidermia fornisce un nuovo modo di vivere il lutto ponendosi tra chi rimane e
la sua perdita, impedendo una separazione definitiva e concedendo l’illusione di
una presenza eterna. “Il corpo viene cremato, ma all’esterno rimane come lo
ricordavamo. Possiamo accarezzarlo, interagire con lui e questo è in qualche
modo consolatorio. In un certo senso si tratta di un modo per ingannare la
morte”.
Ci siamo dimenticati della bellezza
Prima ancora di essere scienziato, il tassidermista è sempre stato un artista.
In quanto tale egli intende lanciare un messaggio, ma al posto di scolpire il
marmo o dipingere una tela lo comunica facendo parlare gli animali stessi. Come
in Perversus, opera dello stesso Michelon, dove gli animali sono stati vestiti
di lacci e cinghie e ci parlano di quanto siano diventati oggetti destinatari di
amore a misura d’uomo. Oppure in Time for Revolution, nella quale Michelon ha
messo tra le loro zampe cartelli e striscioni, formando un insolito corteo di
protesta per l’ambiente.
> La tassidermia non è soltanto tecnica di conservazione né reliquia di un
> passato coloniale, ma può farsi spazio di riflessione sul nostro rapporto con
> gli animali, sul modo in cui li ricordiamo, li guardiamo, li trasformiamo in
> presenza anche dopo la morte.
“Bisogna tornare ad apprezzare le cose belle”, mi dice Michela Padovani, con la
convinzione di chi conosce la diffidenza che la tassidermia ancora suscita.
Forse il fastidio nasce dalla consapevolezza che quei corpi siano stati
svuotati, privati della loro sostanza per essere rimontati su un supporto
inerte. O, come suggerisce lei, dal legame persistente con l’immaginario della
caccia. In entrambi i casi, ciò che manca è un racconto diverso.
La tassidermia non è soltanto tecnica di conservazione né reliquia di un passato
coloniale, ma può farsi spazio di riflessione sul nostro rapporto con gli
animali, sul modo in cui li ricordiamo, li guardiamo, li trasformiamo in
presenza anche dopo la morte. Per continuare ad avere senso oggi, questa pratica
deve essere attraversata da nuove storie: non più quelle del possesso e della
conquista, ma quelle della cura, della memoria, della bellezza.
L'articolo Che fine ha fatto la tassidermia proviene da Il Tascabile.
P artiamo da qui: “Vivono, indifesi sotto la notte”, in cui si intrecciano i
titoli di due realtà diverse che, per uno di quei rari casi della vita, si sono
incontrate in una coincidenza di tempi e spazi. Io e Michele Bertolino, dopo
esserci sfiorati grazie a Marea, la residenza artistica curata da Imma Tralli e
Roberto Pontecorvo a Praiano, in Costiera amalfitana, ci siamo ritrovati di
nuovo, molto tempo dopo e del tutto per caso, alla Fondazione Marisa, che
custodisce l’immenso patrimonio letterario e non solo dello scrittore Luca
Scarlini.
“Senza dire niente, io metto insieme le persone che hanno qualcosa da dirsi”,
disse Luca quel giorno. Né io né Michele avremmo mai potuto immaginare quanto
quelle parole fossero vere. Entrambi, infatti, stavamo lavorando, ciascuno per
conto proprio e con linguaggi diversi, a un tema rimosso della nostra società,
che ancora oggi brucia e resta irrisolto: l’AIDS, l’epidemia che tra gli anni
Ottanta e Novanta ha portato via, nella solitudine, migliaia e migliaia di vite.
Vivono. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia. 1982-1996 è il titolo della mostra,
a cura di Michele Bertolino, che è stata inaugurata al Centro per l’arte
contemporanea Luigi Pecci di Prato sabato 4 ottobre 2025, la prima mostra
istituzionale che ricompone la storia dimenticata delle artiste e degli artisti
italiani colpiti dalla crisi dell’HIV-AIDS. Indifesi sotto la notte è invece il
titolo del mio nuovo saggio (in uscita per minimum fax nel 2026) che prova a
tracciare la narrazione dell’AIDS nelle opere letterarie pubblicate nello stesso
periodo.
> Fin dall’inizio della crisi dell’AIDS il teatro, la danza e il cinema furono
> additati dalla stampa come luoghi sospetti, quasi focolai di colpa e di
> contagio, e questa stigmatizzazione incise profondamente sulle produzioni
> artistiche di quel tempo.
Ma partiamo da Luca Scarlini, che in questa storia ha il ruolo di testimonianza
ed eredità, di voce narrante e deus ex machina. Come lui racconta, l’AIDS in
Italia è rimasto soprattutto una presenza fantasmica, un’ombra costante ma
raramente nominata: tutti lo vedevano, ma pochi osavano davvero affrontarlo.
Questa rimozione non riguarda solo la letteratura o le arti visive, ma assume un
peso specifico enorme nel mondo dello spettacolo, che negli anni Ottanta e
Novanta subì perdite irreparabili e insieme un’accusa pubblica costante. Fin
dall’inizio della crisi, infatti, il teatro, la danza e il cinema furono
additati dalla stampa come luoghi sospetti, quasi focolai di colpa e di
contagio, e questa stigmatizzazione incise profondamente sulle produzioni
artistiche di quel tempo.
I tentativi di portare in scena il tema dell’AIDS furono pochissimi e si
scontrarono con ostacoli enormi; non era una censura esplicita, fatta di divieti
chiari e immediati, era piuttosto un sistema più sottile e insidioso, costruito
attraverso tagli ai finanziamenti, rifiuti amministrativi, ostacoli burocratici
che, col passare degli anni, divennero via via più rigidi e soffocanti. A questo
si aggiungeva un clima diffuso di autocensura: molti artisti, percependo il tabù
sociale, scelsero di non affrontare il tema per paura di isolamento o
ritorsioni. La società, in fondo, non voleva specchiarsi in una realtà tanto
dolorosa e disturbante e la memoria di quella stagione culturale resta oggi
frammentaria, poco indagata.
Eppure, se si recuperano le tracce di quegli spettacoli dimenticati, emerge
chiaramente un quadro eloquente: i momenti più significativi non nacquero nei
grandi teatri istituzionali, che preferirono voltarsi dall’altra parte, ma nelle
periferie artistiche, nei luoghi minori, negli spazi indipendenti. Lì, il teatro
seppe assumere forme di agit-prop, teatro di intervento politico e sociale, come
avvenne per esempio a Firenze durante la VII Conferenza internazionale sull’AIDS
del giugno 1991, quando il palcoscenico divenne strumento di denuncia
collettiva.
> I tentativi di portare in scena il tema dell’AIDS furono pochissimi e si
> scontrarono con ostacoli enormi; non era una censura esplicita, fatta di
> divieti chiari e immediati, era piuttosto un sistema più sottile e insidioso a
> cui si aggiungeva un clima diffuso di autocensura.
I frammenti che ci restano da quella stagione ci consentono di leggere oggi, a
distanza, un’epoca segnata dal buio e dalla paura, ma anche dalla forza di chi
seppe trasformare la scena in testimonianza. Il teatro registrò, con
un’intensità che i media non riuscirono o non vollero restituire, le
contraddizioni e i dolori di quegli anni. In quel passaggio cambiò radicalmente
lo spirito di un’intera generazione: il teatro, che nel decennio precedente era
stato specchio della realtà, venne costretto a ridefinire il proprio ruolo,
aprendosi a un compito nuovo, più urgente e più scomodo.
Vivono. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia, 1982-1996 è una mostra che mette
insieme archivi, opere d’arte, testi, immagini in movimento e tante voci
diverse, creando un percorso capace di riportare alla luce esperienze che
sembravano sepolte. È un progetto che invita non solo a riflettere sul ruolo
dell’arte e della cultura tra anni Ottanta e Novanta, ma anche a confrontarsi
con i nodi ancora vivi: l’educazione sentimentale e sessuale, lo stigma che
colpisce chi è percepito come “altro”, chi vive corpi o desideri fuori dalle
norme.
Il direttore del Centro Pecci di Prato Stefano Collicelli Cagol sostiene che la
domanda da cui nasce l’esposizione è duplice: quale urgenza c’è oggi, nel 2025,
di raccontare la risposta delle artiste e degli artisti italiani alla crisi
dell’HIV-AIDS tra il 1982 e il 1996? E, parallelamente, che cosa sappiamo
davvero di quegli anni, anni in cui mancavano ancora terapie efficaci e la
diagnosi equivaleva spesso a una condanna? L’essenza della mostra, curata da
Michele Bertolino, sta proprio in questo scarto: da una parte l’urgenza è
enorme, dall’altra la consapevolezza collettiva resta sorprendentemente fragile.
In Italia, negli ultimi tre decenni, il tema dell’HIV e dell’AIDS è quasi
scomparso dal discorso pubblico. Se ne parla poco, pochissimo, nonostante chi
vive con il virus continui a sperimentare forme di discriminazione sotterranee e
quotidiane. La maggioranza ignora che i contagi, dopo anni di calo, sono tornati
a crescere anche nei Paesi del Nord globale, mentre nel Sud del mondo non si
sono mai fermati, aggravati dalla scarsità di cure accessibili. È vero: oggi il
livello di consapevolezza è maggiore rispetto agli anni Ottanta e la mortalità
non è più paragonabile, eppure l’AIDS non è scomparso e ancora si muore,
soprattutto quando la diagnosi arriva troppo tardi o le cure non sono garantite.
Affrontare questo tema significa assumersi una responsabilità duplice: non solo
narrativa, ma anche istituzionale. Serve un contesto che sappia accogliere e
restituire storie altrimenti dimenticate: con Vivono una comunità che per troppo
tempo era stata cancellata riemerge e trova un posto, attraversando classi
sociali, luoghi, memorie personali e collettive.
> In Italia, negli ultimi tre decenni, il tema dell’HIV e dell’AIDS è quasi
> scomparso dal discorso pubblico. Se ne parla poco, pochissimo, nonostante chi
> vive con il virus continui a sperimentare forme di discriminazione sotterranee
> e quotidiane.
La memoria, sostiene Bertolino, è sempre un atto di resistenza, non segue mai
linee rette, non è trasparente né definitiva: assume forme diverse, modellate
dalle urgenze del presente, individuali e collettive. È un processo creativo,
capace di immaginare futuri possibili, un’utopia concreta: sogno condiviso,
responsabilità comune, possibilità di dare sostanza a ciò che un tempo sembrava
impensabile. La memoria non rispetta il tempo cronologico ma lo comprime, lo
piega, lo fa vibrare di affetti e di passioni. Custodisce le esperienze di chi
non c’è più, trasformandole in eredità viva.
Tra il 1982 e il 1996 l’Italia attraversa trasformazioni profonde: il corpo, che
negli anni Settanta era stato terreno di conflitto politico e sociale, diventa
ora il segno di un apparente disimpegno, nel tramonto delle ideologie e nella
crisi di una politica svuotata e corrotta. In questo scenario irrompe la crisi
dell’HIV-AIDS, che ridisegna i rapporti: è una politica scritta nei corpi, negli
sguardi che si incontrano, nei legami amorosi vissuti come pratiche di
riconoscimento reciproco, come appoggio necessario per riuscire a guardare oltre
l’orizzonte immediato. In quegli stessi anni, alcuni poeti e scrittori vivono
direttamente l’esperienza del virus; non sempre lo dichiarano apertamente, ma la
loro scrittura porta il segno di quella condizione: una lingua lucida,
implacabile, che scava nei silenzi della società e li infrange.
In questa prospettiva, il corpo del poeta diventa strumento e bandiera: la
poesia stessa si fa carne, denuncia, resistenza. È una lingua che devia e rompe,
che si fa queer, storta, deviata, nelle sue fratture, nelle sue irregolarità
sintattiche, nelle sue associazioni impreviste, un linguaggio che usa l’ironia
come arma per affrontare il dolore, che rifiuta la normalizzazione.
Quando Leonardo Sciascia, nel suo Fine del carabiniere a cavallo, si domandava
“Quale rappresentazione daranno dell’Aids gli scrittori e gli artisti del nostro
tempo?”, poneva una questione più che attuale. Io però ho scelto di partire da
un’altra prospettiva: quale immagine dell’AIDS emerge dalle parole di chi l’ha
vissuto in prima persona? A questa domanda cerca di rispondere il mio lavoro
Indifesi sotto la notte, attraverso le opere di Giovanni Forti e Brett Shapiro,
Dario Bellezza, Pier Vittorio Tondelli, Nino Gennaro, Patrizia Vicinelli e
Simona Ferraresi.
> In quegli stessi anni, alcuni poeti e scrittori vivono direttamente
> l’esperienza del virus; non sempre lo dichiarano apertamente, ma la loro
> scrittura porta il segno di quella condizione: una lingua lucida, implacabile,
> che scava nei silenzi della società e li infrange.
L’AIDS era una malattia sconosciuta, che si è imposta subito non solo come
realtà clinica ma come costruzione simbolica, caricata di paure e pregiudizi.
L’AIDS è stato identificato come un’entità riconoscibile, con un volto preciso,
perché legato a cause individuabili: rapporti sessuali, pratiche di consumo di
droghe, trasfusioni. Proprio questa origine “chiara” ha reso possibile
associarlo a narrazioni morali, costruendo attorno al virus un discorso di
colpa. Susan Sontag ha spiegato bene come la narrazione mediatica, sociale e
politica dell’AIDS erediti due grandi linee di significato: da un lato la
vicinanza al cancro, vissuto come invasione interna e progressiva distruzione
del corpo, dall’altro l’eco della sifilide, per il suo legame con il contagio e
con la sessualità. In entrambi i casi, il malato viene posto al centro di
immagini di impurità e peccato, diventando bersaglio di una società che non
cerca tanto di comprendere, quanto di identificare un responsabile.
Diversamente dal cancro, l’AIDS non era percepito come una disgrazia che può
colpire chiunque ma come la conseguenza di scelte o identità facilmente
riconoscibili: l’omosessualità, la tossicodipendenza, la marginalità sociale. Il
suo esito era inevitabilmente l’emarginazione e, ancor più devastante, una
solitudine profonda e invalidante. Per questo la diagnosi era vissuta come una
doppia condanna: alla malattia si aggiungeva lo stigma, la vergogna, l’accusa di
essersela cercata. In Italia come negli Stati Uniti, l’AIDS ha reso visibile ciò
che spesso era nascosto: l’orientamento sessuale, l’uso di droghe e la povertà.
Eppure, dentro quella tragedia, molte comunità hanno trovato nuove forme di
resistenza e solidarietà. L’emergenza, pur segnando i corpi con la morte e la
paura, ha anche generato la forza di unirsi, di opporsi all’esclusione e di
creare appartenenze nuove.
> Il malato di AIDS non era soltanto un paziente: diventava un segnale di
> allarme sociale, la prova di una corruzione morale e biologica.
L’AIDS si è accanito su bersagli già fragili, riattivando paure arcaiche legate
alla contaminazione, alla divisione tra un “noi” sano e un “loro” malato. Il
malato di AIDS non era soltanto un paziente: diventava un segnale di allarme
sociale, la prova di una corruzione morale e biologica. Questa percezione ha
alimentato l’idea dell’AIDS come condanna inevitabile perché, a differenza di
alcuni tumori che ammettono possibilità di remissione, l’infezione da HIV è
stata a lungo una sentenza definitiva. Nel 1988 su Avvenire, Carlo Striano
scrive quella che reputo forse l’osservazione più precisa e ancora valida alla
base della discriminazione nei confronti delle persone con AIDS:
> C’è una frase pronunciata […] che mi ha colpito: gli ammalati di Aids non sono
> pazzi che si possono recuperare, questi sono morti. Nel senso che il loro
> posto è al cimitero, non tra i vivi […]. Nell’ammalato di Aids forse avete
> visto lo specchio della morte e non lo sopportate, perché lo temete. […] voi
> non avete paura dell’Aids, avete paura della morte, e la morte non si vince
> con una cura medica, si vince […] immergendosi nella morte.
Per una società improntata sul bello e sull’apparenza, una società che, allora
come adesso, non vuole sentire nominare la morte, che fa di tutto per negarla,
affrontare l’AIDS significa non solo misurarsi con una malattia, ma con ciò che
la nostra società più rimuove: la consapevolezza della fine, la fragilità che ci
accomuna, la necessità di guardare in faccia la mortalità senza ridurla a stigma
o punizione. L’ombra dell’AIDS ci ricorda che non esistono corpi “puri” e corpi
“impuri”, che la distinzione tra “noi” e “loro” è una costruzione fragile e
crudele. Solo accettando la morte come parte della vita diventa possibile
costruire un orizzonte diverso, in cui la diagnosi non è più un marchio ma
un’occasione per ridefinire comunità, affetti e possibilità di cura.
L'articolo Vivono, indifesi sotto la notte proviene da Il Tascabile.
P ensiamo al suono che potrebbe avere una soluzione chimica sovrasatura: un
suono ronzante, uno sciamare amorfo di atomi carichi di potenziale. Poi
interviene una singolarità, un germe cristallino, un glitch, che innesca uno
stato di tensione talmente eccessivo da non essere più sostenibile. Ecco che il
cristallo si crea, una melodia viene inventata per risolvere lo stato
ipertensivo: assistiamo alla nascita della forma, alla morfogenesi, al farsi
della musica. Ma non c’è neanche il tempo per contemplarla che il nastro scorre
a velocità infinita e l’istante dopo ci ritroviamo improvvisamente all’estremo
opposto del ciclo. La melodia ha girato su sé stessa per secoli, forse millenni,
conservando di sé soltanto una morfologia spettrale, una sorta di resistenza
minima allo sbiadimento completo. È quasi impercettibile, ma riusciamo ancora ad
ascoltarla: è ridotta a un osso leggero, piatto, che oscilla lievemente nella
corrente. Sembra sul punto di sciogliersi del tutto, di sbriciolarsi… sono gli
ultimi istanti di un Chupa Chups nella bocca di un bambino in un altro universo…
ecco: si è liquefatto; ronzio.
Si tratta di Shadows lifted from invisible hands, album realizzato dal musicista
e artista statunitense James Hoff nel 2024 e pubblicato dall’etichetta Shelter
Press, sempre impegnata sul fronte più sperimentale delle possibilità espressive
della musica elettronica. Per descrivere l’album in modo meno metaforico
potremmo dire che si muove tra due estremi che non potrebbero essere più
distanti: da un lato il ronzio stridente, quello che sentiamo nelle orecchie
quando ci concentriamo sul silenzio, e che è amplificato nel caso di alcune
malattie dell’apparato uditivo o quando un eccesso sonoro ha impattato i nostri
timpani lasciando un alone di alte frequenze; dall’altro, motivi pop di tracce
famosissime (e bellissime), i cui motivetti si insinuano nella testa, girando su
loro stessi in modo tanto alieno quanto lo è la percezione del ronzio. Tra
queste tracce troviamo “Heart of Glass” di Blondie, “Space Oddity” di David
Bowie, “Perfect day” di Lou Reed e “Into the Groove” di Madonna. Queste canzoni
sono però rese quasi irriconoscibili per come sono state alterate, ri-suonate o
ri-arrangiate e permane soltanto qualcosa della loro figura, una sorta di
propensione pop alla figura.
Ma tra questi due poli James Hoff dilata e ci rende sensibile l’intermezzo, il
movimento del farsi e disfarsi, il ritornello e il ritornellizzare come processo
sempre sul punto di cristallizzarsi e poi di smembrarsi. È l’inversione di una
comune esperienza di ascolto e forse anche un’inversione del rapporto con la
conoscenza in generale, che in musica è già stata tentata da illustri
sperimentatori del crepitio come William Basinski, Philip Jeck o The Caretaker:
“Cavalieri del medium”, per riprendere un’espressione usata da Rosalind Krauss
nell’ambito delle arti visive. Ma qui il medium non è solo il supporto
dell’opera, non vediamo tanto i bordi del quadro quanto la matrice stessa dentro
cui sprofonda il contorno distinto. Per mantenere il parallelismo col visivo
potremmo dire che l’ascolto di questa musica è simile a quando guardando un
colore ci si ritrova, con Benjamin, ad “affondare lo sguardo in un occhio
estraneo che lo inghiotte dentro di sé”, sono “colori che vedono sé stessi”, in
un mimetismo con la percezione che arriva a far dire: “se fossi materia, mi
colorerei”.
> James Hoff dilata e ci rende sensibile l’intermezzo, il movimento del farsi e
> disfarsi, il ritornello e il ritornellizzare come processo sempre sul punto di
> cristallizzarsi e poi di smembrarsi.
Prendendo sul serio questa inversione musicale della conoscenza potremmo
ritrovarci ad ascoltare qualcosa di simile al mito escatologico raccontato per
bocca di Socrate nel Fedone platonico, ma amputato proprio della sua aspirazione
escatologica alla purezza. Socrate racconta infatti di come la condizione degli
esseri umani sia quella di abitare non sulla terra, bensì nelle sue cavità,
intorno alle quali vivono “come rane o formiche intorno ad uno stagno”. Esiliati
dalla terra vera, luogo puro nell’etere degli astri e del cielo, si trovano a
essere immersi in ciò che dell’etere non è altro che il sedimento vischioso,
ormai degradato in aria, nebbia e acqua e riversatosi nelle cavità della terra.
Ma pare che la loro situazione sia quella di chi, abitando nel mezzo delle
profondità del mare, credesse di abitare invece sulla sua superficie, non
rendendosi conto di vedere il sole e gli altri astri sempre e soltanto
attraverso la densità opaca dell’acqua. Un’acqua che, per effetto della
salsedine, corrode e rovina le pietre e in cui, in generale, non cresce nulla di
buono e niente può essere perfetto. Al massimo ci sono “rocce, arene e immense
distese di melme e pantani”.
Tuttavia Platone, essendo il suo mito escatologico, ammette la possibilità
arrivare all’estremo lembo del mare e… tirarsene fuori. Chi arriva a quel punto
– racconta – e fosse capace “di sostenere una tale visione, conoscerebbe che il
vero cielo, la vera luce e la vera terra sono quelli”. E se invece la verità non
si facesse che sott’acqua e nella corrosione? Che succederebbe se la luce non
fosse altro che quel medium subacqueo, vischioso e opaco attraverso cui e in cui
si manifestano le cose, che corrode e illumina al tempo stesso?
È l’inversione in cui si trova trascinato il cercatore di perle, nella singolare
vicenda raccontata da Georges Didi-Huberman alla fine del suo libro su Aby
Warburg. Proprio questa vicenda può funzionare come immagine vivida del mito
platonico privato dell’escatologia. Ripercorriamola: inizialmente il pescatore
si immerge e, credendo ancora di essere un “detective” del mare, tra i fondali
cerca i suoi tesori come enigmi da risolvere. Un giorno trova una perla, la
porta in superficie e la bandisce come un trofeo. Poi la porta a casa e la mette
in una teca. Compila una scheda che crede definitiva e pensa di aver chiuso con
gli abissi. Molto più tardi, per caso, si accorge di non aver mai davvero
guardato la perla perché ora, contemplandola come in un sogno, la riconosce
immediatamente: “non è altro che l’occhio di suo padre morto, secondo
l’indimenticabile profezia cantata da Ariel, nella Tempesta di Shakespeare:
A cinque teste sott’acqua
Tuo padre giace.
Già corallo
Sono le sue ossa
Ed i suoi occhi
Perle.
Tutto ciò che di lui
Deve perire
Subisce una metamorfosi marina
In qualche cosa
Di ricco e di strano.
Ad ogni ora
Le ninfe del mare
Una campana
Fanno rintoccare”.
Allora il pescatore, preso dall’inquietudine, dalla schisi, dalla ricerca del
tempo perduto non riesce a non rituffarsi. Si immerge in profondità e scopre che
i tesori del mare proliferano, che suo padre gli ha lasciato molte altre
meraviglie oltre a quell’unica perla e tra esse si confondono tutte le perle di
innumerevoli generazioni di antenati, “innumerevoli padri giacciono in
innumerevoli tesori sul fondo del mare”. Ma soprattutto scopre che
> è la materia stessa in cui nuota, è il mare, l’acqua torbida e materna, tutto
> ciò che non è “tesoro” indurito, è lo spazio intermedio tra le cose,
> l’invisibile flusso che passa tra perle e coralli, è proprio questo che, con
> il tempo, ha trasformato gli occhi di suo padre in perle e le sue ossa in
> coralli. È all’intervallo, alla materia del tempo – qui fluente, là stagnante
> – che sono dovute tutte le metamorfosi che fanno di un occhio morto un tesoro
> sopravvivente.
Il desiderio di non tornare più in superficie è forte. È lo stesso spazio
intermedio in cui nuota la musica di James Hoff, quello di una cristallizzazione
dilatata e in continuo movimento, sempre sospesa e al limite con l’amorfo, che
inventa nuove forme modellandosi in relazione all’ambiente esterno, la cui
capacità corrosiva innesca nuove germinazioni. Come “un cristallo corrisponde
alla struttura fissa lasciata da un individuo che avesse vissuto per un solo
istante” (Gilbert Simondon), così le tracce dell’album di Hoff contengono, come
in miniatura o in un fermo immagine, tutto il movimento della vita di una forma.
Dalla nascita della morfogenesi ci portano direttamente alle forme che giacciono
abbandonate sul fondo del mare, ritornelli resi irriconoscibili e mossi dalla
corrente come ossi di seppia. Ma come escludere in fondo che anche in queste
ossa, prima o poi, potrà innescarsi una nuova metamorfosi?
> La musica di James Hoff nuota nello spazio intermedio di una cristallizzazione
> dilatata e in continuo movimento, sempre sospesa e al limite con l’amorfo, che
> inventa nuove forme modellandosi in relazione all’ambiente esterno, la cui
> capacità corrosiva innesca nuove germinazioni.
Mi rendo conto di aver fatto una descrizione molto materica di questo album,
tanto da farlo sembrare quasi un’opera di land art, come può essere
l’eccezionale Spiral Jetty di Robert Smithson. Ma prima di incontrare
direttamente Smithson, è forse un altro lavoro di Hoff che può portarci ancora
più in prossimità di un’arte a contatto con il tempo, con i processi e i luoghi.
Si tratta di HOBO HUFO (v. Cernobyl), un lavoro audio/video pubblicato questa
volta dall’etichetta PAN, nel 2019. Il video del lavoro consiste in una versione
modificata di Google Street view, che aleggia tra le rovine della città ucraina
di Pryp”jat’, determinando i suoi movimenti in relazione alla musica. Pryp”jat’
è una città fantasma, abbandonata dopo il disastro nucleare di Černobyl’, che
rientra nella zona di alienazione di trenta chilometri istituita intorno alla
centrale e che dal 2022 è in mano alle forze russe.
HOBO UFO tiene vertiginosamente insieme numerosi strati: c’è il livello
molecolare delle radiazioni radioattive, invisibili ma la cui forza incoercibile
ha portato a dover abbandonare un’intera area urbana; un’azione della natura che
si riappropria di un luogo affettivamente carico, trasformandolo in materiale
indifferente attraverso cui far nuovamente passare la sua azione rimodellatrice;
un software che con simile indifferenza registra immagini nello stesso modo in
cui farebbe con qualunque altro luogo (in cui il capitalismo è quantomeno
riuscito a far arrivare la Google Car o un drone per fotografare la strada); un
suono che tra il glitch, la malinconia e una solennità cosmica sembra far
passare attraverso di sé tutti questi strati, componendo un’epica che va dalle
molecole alle forme di vita umane alla loro autodistruzione.
Robert Smithson, che oggi avrebbe ottantasette anni se non fosse scomparso
prematuramente all’età di trentacinque, è il grande precursore di questo tipo di
gesti artistici, soprattutto per come è riuscito a riflettere sull’esperienza e
a rendere sensibile nella sua opera questa confusione di scale, in cui il fare
umano e una sorta di entropia cosmica riescono a trovarsi condensati, collidendo
e comunicando. Un lavoro rappresentativo del suo atteggiamento e particolarmente
affine a HOBO UFO è il testo The monuments of Passaic, del 1967. Si tratta di
un’“odissea suburbana” che in realtà non è nulla più che il fotoracconto di un
percorso a piedi nella cittadina industriale di Passaic, in provincia di New
York. Tutta l’avventura nasce a partire dallo sguardo rivolto a Passaic: uno
sguardo che cerca e crea attivamente segnali, monumenti e metafore là dove
sembrerebbe non esserci nulla. “Il tempo – scrive Smithson – trasforma le
metafore in cose, e le accumula in stanze fredde, o le colloca nei parchi giochi
celestiali delle periferie”. Passeggiando per Passaic, la realtà di Smithson si
muove in un sottile confine tra rappresentazione e distruzione, mostrandosi come
“un particolare tipo di eliografia”, “una sorta di cartolina auto-distruggentesi
di un mondo di fallita immortalità e oppressiva smania di grandezza”, «a moving
picture that I couldn’t quite picture». La smania umana di in-formare la materia
e produrre segni appare come un piccolo e comico museo di tentativi per
contrastare l’entropia dell’universo.
Ma la sua più grande opera è senza dubbio Spiral Jetty, uno dei maggiori
risultati della land art americana. Si tratta del gigantesco “molo a spirale”,
tracciato nel 1970 con una ruspa sui bordi del grande lago salato nello Utah,
poi inghiottito dall’innalzamento della marea del lago e, infine, riemerso, come
fosse Atlantide, nel 1999. Ma, dal momento che la spirale era composta di terra
e blocchi di basalto neri, durante il periodo dell’immersione si è ricoperta di
cristalli di sale e quando è risorta si è presentata in una nuova forma, fatta
di un bianco immacolato e scintillante. In un abile gioco di mise-en-abyme il
processo di realizzazione dell’opera è stato anche filmato, entrando a far parte
del materiale di un film omonimo che mischia l’opera alla sua documentazione e
al gesto di documentare in generale.
> Come racconta Smithson, Spiral Jetty non è più distinta dal territorio, non si
> stampa su di esso come su una superficie vergine, emerge e fa tutt’uno con
> esso, ne è cambiata e lo cambia.
Dove comincia Spiral Jetty? Quando comincia? Forse, come un gigantesco rizoma,
“non comincia e non finisce, è sempre nel mezzo, tra le cose, interessere,
intermezzo” (Deleuze e Guattari). Effettivamente, come racconta Smithson,
l’opera non è più distinta dal territorio, non si stampa su di esso come su una
superficie vergine, emerge e fa tutt’uno con esso, ne è cambiata e lo cambia.
Come in un frattale “ogni cristallo cubico di sale fa eco alla Spiral Jetty nei
termini del reticolo molecolare del cristallo. La crescita in un cristallo
procede intorno un punto di dislocazione come una vite. La Spiral Jetty potrebbe
essere considerata uno strato interno del movimento spiraliforme del reticolo
cristallino, ingrandito trilioni di volte”. Smithson gioca realmente e
materialmente con il processo di cristallizzazione che abbiamo utilizzato
metaforicamente per descrivere il primo album di Hoff: Shadows lifted form
invisible hands e Spiral Jetty risuonano insieme.
Tra l’esperienza del luogo che cattura Smithson, l’avventura titanica della
realizzazione, il suo racconto filmato e narrato e l’azione del luogo sull’opera
si realizza un unico continuum, un unico medium, un’unica meteorologia, in cui
vari attori umani e non umani reagiscono uno nell’altro e uno con l’altro,
leggendosi e forzandosi a vicenda. Da un certo punto di vista Spiral Jetty non
esiste, ci sono solo riecheggiamenti e fluttuazioni, “mentre si afferra la
spirale, se ne viene afferrati”: è un gigantesco metabolismo. Mentre filma il
luogo dall’alto Smithson racconta:
> Il suono del motore dell’elicottero è diventato un lamento primordiale
> riecheggiante in inconsistenti visioni aeree. Ero qualcosa di diverso da
> un’ombra in una bolla di plastica fluttuante in un luogo fuori dal mio corpo e
> dalla mia mente? […] Stavo di nuovo scivolando fuori da me stesso,
> dissolvendomi in un inizio unicellulare, cercando di localizzare il nucleo
> alla fine della spirale. Tutto questo sangue in moto ci fa rendere conto di
> soluzioni protoplasmiche, la materia essenziale tra il formato e il non
> formato, masse di cellule fatte prevalentemente di acqua, proteine, lipidi,
> carboidrati e sali inorganici. Ogni goccia che schizzava sopra la Spiral Jetty
> coagulava in un cristallo. L’acqua ondeggiante diffondeva milioni e milioni di
> cristalli sopra il basalto.
Ma, prima di disintegrarci anche noi, fermiamoci un attimo. Cosa resta di tutto
questo? Il sito dell’opera è diventato luogo di migrazione per chi, conquistato
da questo racconto, ha provato a prenderne parte. Lo scrittore Geoff Dyer
ricorda, per esempio, di averlo percepito come “come un luogo abbandonato, ma
non un luogo il cui senso fosse stato abbandonato. Aveva conservato – o generato
– una sua cupa nodalità”.
> Tra l’esperienza del luogo che cattura Smithson, l’avventura titanica della
> realizzazione, il suo racconto filmato e narrato e l’azione del luogo
> sull’opera si realizza un unico continuum, un unico medium, un’unica
> meteorologia, in cui vari attori umani e non umani reagiscono uno nell’altro.
La nodalità è il tentativo umano di collocarsi, di darsi un posto nel tempo
naturale, dandogli una forma tramite strategie diverse, come si fa in modo più
burocratico con i calendari o con i musei: un far tempo del tempo. Tuttavia qui
la forma singolare si perde e quello che si esperisce è la sfasatura tra lo
sfondo e la figura, che non sono più annodati in maniera stabile, facendo
trasparire piuttosto l’annodare come tentativo fluttuante. È un’immersione in un
tempo denso, in un unico medium dentro cui si fanno e si disfano le forme
naturali e culturali. Ma le differenze sono effimere, sono velocità diverse di
impressione che catturano un insetto nell’ambra, il suono in un ritornello pop e
un reperto storico in un museo. Velocità e rallentamenti di una stessa
vetrinizzazione del tempo, che Smithson e Hoff ci rendono sensibile. Un ralenti
insieme umano e cosmico, sospeso tra le cose, un solo fenomeno emotivo “né Eros
né Thanatos, ma Vita-Morte, con un solo pensiero, uno stesso gesto” (Barthes).
Se allora non c’è un luogo fuori da questo intreccio che sia al riparo da
radiazioni e spettri, resta la possibilità di sperimentare con i nodi, per
trovarci tramite e attraverso i legami che scopriamo, muovendoci tra cristalli,
ossa e corrosioni.
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