
“Emanuela Orlandi? C’è stato un sofisticato depistaggio coordinato da un’unica regia, simile a quello di Ustica. La pista prevalente porta in Vaticano”: le rivelazioni del procuratore Malerba alla commissione d’inchiesta
Il Fatto Quotidiano - Monday, February 23, 2026“Un sofisticato depistaggio, simile a quello di Ustica”: lo dice senza mezzi termini il procuratore Giovanni Malerba alla commissione bicamerale di inchiesta che nei giorni scorsi l’ha audito sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le due 15enni scomparse a Roma nel 1983.
I depistaggi e l’ambiente romano
Il magistrato che nel 1997 firmò la requisitoria della seconda inchiesta sulle sue scomparse, e che ha recapitato tre rogatorie al Vaticano, tutte disattese, ne chiese anche l’archiviazione. Lasciò molte tracce da approfondire, le stesse su cui è tornato davanti ai commissari a Palazzo San Macuto. “Nella requisitoria del ’97 ho usato il termine ‘ambiente romano’. Non volevo rischiare querele ma la mia sensazione era che l’ambiente fosse un ambiente d’Oltretevere”, in riferimento al Vaticano. Sui depistaggi, Malerba sembra tirare in ballo soprattutto quelli della cosiddetta pista turca e dei cinematografi, quando dice: “Il moltiplicarsi di soggetti rivendicanti il sequestro, sigle come Turkesh o Phoenix, tutti in possesso di elementi dimostranti un contatto con Emanuela, ma nessuno in grado di dimostrarne l’esistenza in vita, unito all’accertata inesistenza di taluni soggetti, rivela tutta la trama di un’operazione mirata a sviare dall’individuazione dei responsabili e del reale movente del sequestro. Non battitori liberi ma un’unica regia. La professionalità mostrata dai sequestratori era di livello tale da non potersi ritenere che sia stata opera di delinquenti comuni, c’era a monte qualche altro soggetto e sono portato a escludere che fosse orchestrato per la liberazione di Agca”, afferma il pm in riferimento all’attentatore turco di Papa Woytyla di cui fu chiesta la scarcerazione in cambio della cittadina vaticana Orlandi da parte di fantomatici rapitori. “Il livello di conoscenza di cose italiane e vaticane è incompatibile con dei dilettanti. Escludo anche la tratta delle bianche — ha proseguito — e quella familiare. Se i contatti che il Vaticano ha avuto sulla linea telefonica riservata avessero evidenziato un quadro di responsabilità della famiglia Orlandi, allora il Vaticano avrebbe tutto l’interesse a farsi avanti”, ha precisato. Malerba non ha scartato del tutto la pista che coinvolge la Banda della Magliana, “evidentemente convocata da qualcuno, con un ruolo nello smaltimento”. (fonte: Repubblica)
Villa Osio
Intanto si sono nuovamente fermati gli scavi alla Casa del Jazz, un tempo di proprietà del boss Enrico Nicoletti. Il cassiere della Magliana, lo ricordiamo, la comprò dal Vicariato di Roma attraverso la congregazione religiosa degli Oblati. Un’interruzione che sopraggiunge dopo la scoperta della scalinata di accesso al tunnel sotterraneo e sigillato da blocchi di cemento. Per procedere occorrono nuovi permessi per cui si tratta di uno stop di origine burocratica.
Il tunnel, secondo quanto indicato dal sacerdote della congregazione degli Oblati, padre Domenico Celano, era un tempo accessibile attraverso una botola collocata dov’è adesso lo studio di registrazione. Fu Enrico Nicoletti a decidere di “tombare” la zona. “Avevano qualcosa da nascondere per fare un muro”, osserva Pietro Orlandi a cui in passato un ex criminale avrebbe detto che i sotterranei di Villa Osio, secondo un magistrato, nascondono i resti di sua sorella Emanuela Orlandi. I lavori sono partiti su iniziativa privata di un altro magistrato, Guglielmo Muntoni, ora presidente dell’Osservatorio sulle politiche per il contrasto alla criminalità economica della Camera di Commercio di Roma. All’ultimo sopralluogo era presente anche il figlio del giudice desaparecido Paolo Adinolfi scomparso nel nulla nel luglio del ’94 e i cui resti, secondo quanto emerso da alcune indagini della Procura, potrebbero essere stati occultati proprio nei sotterranei di villa Osio.
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