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Denise Pipitone, la rivelazione della criminologa: “C’è un testimone che in 20 anni non è mai stato ascoltato, mi ha detto cose molto importanti”
Un calvario senza sosta è quello che vivono ogni giorno le famiglie degli scomparsi, sospesi in un limbo senza luce. Ma capita anche, di tanto in tanto, che quel buio venga squarciato da rivelazioni degne di nota come l’ultima sulla piccola Denise Pipitone. Soprattutto se a farle é una nota criminologa come Antonella Delfino Pesce che in queste ore rivela a Fanpage: “C’è un testimone che in 20 anni non è mai stato ascoltato” UN NUOVO TESTIMONE Antonella Delfino Pesce, diventata nota ai più per aver fatto riaprire le indagini per il cold case di Nada Cella, per cui dopo quasi 30 anni si è arrivati a un processo e a una pena, ha rivelato l’esistenza di un nuovo testimone nel caso della scomparsa della piccola Denise Pipitone. A Fanpage.it ha detto: “È una persona affidabile, mi ha detto cose molto importanti”. Il nuovo testimone sarebbe un uomo residente a Milano, mai è entrato nelle indagini ufficiali e che mai sarebbe stato ascoltato dagli inquirenti, ma che ora sarebbe pronto a dire tutto ciò che sa sulla scomparsa di Denise. Ma prima, ripercorriamo in breve la vicenda della piccola Denise. LA SCOMPARSA La bimba scomparve 21 anni fa a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. Aveva quasi quattro anni quando fu rapidamente rapita mentre giocava sul marciapiede davanti casa della nonna, un attimo dopo che il fratellino Kevin entrò in casa. Tony Pipitone, l’uomo che ha cresciuto la piccola Denise, ovvero il suo padre putativo, lo scorso anno a distanza di tre anni dall’ultima archiviazione disposta dal gip di Marsala, era tornato a chiedere ai magistrati siciliani di indagare sul caso ma la sua richiesta è stata rigettata di recente dalla Procura: non sarebbero stati prospettati nell’istanza elementi nuovi tali da giustificare una riapertura dell’indagine archiviata nel 2021. IL PADRE BIOLOGICO DI DENISE Il padre biologico di Denise, lo ricordiamo, si chiama Piero Pulizzi. L’uomo all’epoca era sposato con Anna Corona a cui l’uomo nascose l’esistenza di questa bimba nata al di fuori del matrimonio. Quando la piccola scomparve, la madre Piera Maggio venne allora scoperto rispetto alla storia che aveva avuto con Pulizzi e da cui era nata Denise. Fu proprio una delle figlie avute da Pulizzi con la Corona, Jessica, ad essere accusata dai giudici (che ipotizzarono una ritorsione) del sequestro di Denise. Jessica Pulizzi, allora 17enne, venne poi definitivamente scagionata e assolta per insufficienza di prove dalle accuse. LE RIVELAZIONI DELLA DELFINO PESCE “C’è un testimone importante, importantissimo, che mai, e sottolineo mai, è stato sentito in oltre venti anni di indagini”, dice a Fanpage.it è la criminologa Antonella Delfino Pesce. Delfino Pesce chiede quindi un confronto immediato con i magistrati di Marsala: “Il mio è un appello affinché la Procura conceda un incontro alla parte offesa, quindi Tony Pipitone, l’avvocato e io, perché ci sono degli elementi assolutamente dirimenti nella relazione che ho studiato, elementi che devono valutare”. Antonella Delfino Pesce assiste difatti Tony Pipitone, padre legale della bambina di Mazara del Vallo. Un uomo che sembra non avere nessuna intenzione di arrendersi. L'articolo Denise Pipitone, la rivelazione della criminologa: “C’è un testimone che in 20 anni non è mai stato ascoltato, mi ha detto cose molto importanti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Denise Pipitone
“Alberto Stasi? Per me è il carnefice, quella condanna non la vedo come ingiusta. Questa situazione mi fa rabbia”: così Andrea Sempio
“Alberto Stasi? Non l’ho mai conosciuto, non ci ho mai parlato. Io ad oggi quella condanna non la vedo come ingiusta. Prima che ricominciasse tutto la mia era una vita più riflessiva, anche solitaria. Questa situazione mi fa rabbia”. Ad affermarlo è Andrea Sempio, l’uomo accusato dalla Procura di Pavia dell’omicidio di Chiara Poggi, che si è raccontato in una lunga intervista a “Dritto e Rovescio”, la trasmissione condotta da Paolo Del Debbio su Rete 4. Nel corso del programma, andato in onda giovedì 12 marzo, il 38enne di Garlasco apre agli aspetti più personali del suo carattere, come la passione per la scrittura e per la lettura, che ha smesso di coltivare dopo la riapertura delle indagini. L’uomo, che ad oggi è l’unico indagato per il delitto Poggi, ha anche parlato di come questa vicenda abbia impattato sulla sua vita e su quella dei familiari: “Ci sono orari in cui (i miei genitori, ndr) non possono uscire perché sanno che finiscono nella diretta. Non è facile da vivere e va avanti da un anno”. “OGGI NON SCRIVO PIÙ PERCHÉ NON MI FIDO” Ad aprire l’intervista è una domanda di Del Debbio sulla passione di Sempio per la scrittura, oggi al centro delle indagini con gli inquirenti che avrebbero sequestrato numerosi appunti personali del 38enne: “Scrivevo molto, era una cosa che ho sempre fatto fin da piccolo – afferma sottolineando l’uso del verbo al passato -. È sia un modo per mettere in ordine dei pensieri, sia alle volte un modo per sfogarsi. E ogni tanto tu vai lì e rileggi un diario di tre o quattro anni fa e ti torna in mente quella cosa che magari ti era completamente passata di mente. E quella è una cosa che ho fatto per tanti anni. Quindi quando sono venuti da me hanno trovato tonnellate di carta”. Un hobby, però, che come lui stesso ammette, oggi non coltiva più: “Non mi fido di quello che potrebbe succedere, chissà che oggi scrivo qualcosa, lascio un appunto in giro e da lì ci si attacca per qualcos’altro. Lo faccio per precauzione. Non dico dagli inquirenti, ma può essere rigirata. Erano roba mia, sono stati presi durante l’indagine, poi escono delle indiscrezioni e viene costruito tutto. Non lascio più nulla”. L’intera vicenda ha finito per influenzare anche la sua passione per la lettura: “Prima leggevo tantissimo, ora non lo faccio più perché quando mi metto a leggere qualcosa che non riguarda il caso, mi dico che è come se stessi perdendo tempo”, aggiunge il 38enne. Ed è proprio la sua forte passione per la lettura che lo avrebbe portato a Vigevano, secondo la sua ricostruzione, il giorno in cui è stata uccisa Chiara Poggi. Stando al suo racconto di dove si trovava la mattina di quel 13 agosto 2007, infatti, Sempio ha sempre sostenuto di essersi recato in un’altra città proprio per acquistare un libro, di cui però oggi non ricorda il titolo: “Semplicemente non me lo ricordo. A me sembra che ormai ci si stia attaccando a ogni virgola. Cioè, se io dico: ‘Quella mattina lì vado a Vigevano, trovo la libreria chiusa, faccio un giro della piazza, torno a casa’. In un’altra intervista dico: ‘Quella mattina vado a Vigevano, trovo la libreria chiusa, torno a casa’. Per gli altri è tipo ‘Ah, non ha più detto che ha fatto il giro della piazza. Cosa vuol nascondere? Perché cambia versione? Se l’è dimenticata?’. Sono inezie. O adesso mi tiri fuori: ‘Io ho un filmato di te che vai nel vicolo dei Poggi, esci fuori coperto di sangue’. Allora va bene, lì c’è un problema, ma sennò, non me lo ricordo, semplicemente. Se c’era qualcosa di serio non stavamo a parlare del titolo del libro”, spiega Sempio. “LE CHIAMATE A CASA POGGI? STAVO CERCANDO IL FRATELLO DI CHIARA” E secondo il 38enne non è questo l’unico elemento del caso a cui sarebbe stata attribuita un’importanza maggiore di quella che lui stesso gli attribuisce. Un esempio in tal senso, sostiene, è quello relativo alle telefonate che lui ha effettuato a casa Poggi nei giorni antecedenti il delitto: “Il discorso delle chiamate non è risolvibile, io le ho spiegate più volte, ho anche mostrato che ci sono persone che in quel periodo lì hanno fatto le stesse chiamate. Però a quel punto lì o mi credi o non mi credi, in quest’ultimo caso spiegami a cosa servono tre telefonate da 2, 8 e 21 secondi. Erano chiamate che io avevo fatto cercando il fratello di Chiara, dato che da lì a una settimana dovevamo andare in vacanza insieme”, sottolinea Sempio. Che poi aggiunge: “La prima chiamata è stata fatta per errore perché in rubrica il numero del cellulare e quello del telefono di casa erano vicini, tant’è che la chiamata da 8 secondi è stata fatta pochi minuti dopo. Il giorno dopo non riuscendo a contattarlo chiamo di nuovo, chiedo quando sarebbe tornato e da lì in poi non chiamo più. Tutte le persone interpellate dicono che non sapevano esattamente le date di partenza e ritorno dalla vacanza”. E lo stesso discorso si applicherebbe anche alla ormai nota “impronta 33”, rilevata sul muro sopra le scale che conducono alla tavernetta di casa Poggi, dove poi è stato rinvenuto il corpo esanime di Chiara. Una traccia che, secondo gli investigatori, potrebbe appartenere a Sempio: “È un’impronta trovata in un posto dove c’è impronta mia e di altre persone che frequentavano la casa in un punto che era di passaggio. La Procura dice che non è insanguinata”, spiega ancora il 38enne. Nel corso dell’intervista, inoltre, Sempio apre anche agli aspetti più personali del suo carattere: “Come mi descriverei? La persona che ero io, prima che ricominciasse tutto, aveva una vita abbastanza ritirata, forse anche a causa dell’età, avevo selezionato amici più stretti, era una vita più riflessiva, anche solitaria. Non sono uno che ha bisogno di uscire a fare l’aperitivo tutte le sere. Alcuni dei miei più grandi amici li vedo magari una volta ogni due-tre mesi, però è come se li avessi incontrati due giorni prima”. Tra questi, aggiunge il 38enne, un posto di rilievo lo occupa sicuramente l’avvocato Angela Taccia, che non solo lo assiste dalla sua prima iscrizione nel registro degli indagati, ma è anche “la mia migliore amica”, la definisce Sempio: “Tra le donne più importanti c’è l’avvocato Taccia. Siamo amici dal 2005, è la mia migliore amica, come avvocato è il perno della mia difesa. Tutta la mia difesa prescinde dall’avvocato Taccia, è lei che ha costruito la squadra”. Dopo un anno dalla riapertura delle indagini a suo carico, Sempio spiega anche come sia cambiata la sua vita e quella dei suoi cari: “Noi viviamo in fondo a una via chiusa, ci sono orari in cui (i miei genitori, ndr) non possono uscire perché sanno che finiscono nella diretta. Non è facile da vivere e va avanti da un anno. Mi fa rabbia questa situazione”. E non si tratterebbe soltanto di questo aspetto, ma anche della difficoltà di raccontare la propria versione a chi, a suo avviso, non sarebbe disposto ad ascoltarlo: “Una cosa che mio padre dice è che la nostra verità non conta nulla, parlare e spiegare non serve perché non vogliono ascoltare”. “ALBERTO STASI? PER ME È IL CARNEFICE” Non manca, infine, un commento su Alberto Stasi, l’allora fidanzato di Chiara Poggi che è stato condannato in via definitiva per il delitto di Garlasco. Secondo Sempio, Stasi sarebbe “carnefice” in quanto riconosciuto colpevole con sentenza passata in giudicato: “Vedendo quello che io ho visto nella parte che ho potuto seguire, non ho trovato nulla che smonti le vecchie condanne. Quindi io ad oggi quella condanna non la vedo come ingiusta, non vedo nulla che la vada a smontare per ora. Quindi sì, per me è il carnefice”, afferma, sottolineando però di non aver letto le carte dei processi. Il 38enne, inoltre, aggiunge anche di non averlo mai incontrato prima che iniziasse la vicenda: “Che tipo è? Non ne ho idea, io non l’ho mai conosciuto, non ci ho mai parlato. Non mi è mai capitato di incontrarlo a casa Poggi. Mi è successo solo una volta, l’ho già raccontato altre volte, dopo il delitto. Eravamo in un locale di Garlasco a cena io e i miei amici e c’era lui a un altro tavolo. Noi eravamo con Marco e allora abbiamo cercato con il proprietario di cambiare tavolo in modo che non si incrociassero. Quella è stata l’unica volta che l’ho incrociato dal vivo. Però non ci ho mai parlato, mai scambiato una parola, niente”, conclude Andrea Sempio. L'articolo “Alberto Stasi? Per me è il carnefice, quella condanna non la vedo come ingiusta. Questa situazione mi fa rabbia”: così Andrea Sempio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Mi epurarono perché sapevo troppo su Emanuela Orlandi. Fu una sparizione per scopi occulti”: il memoriale segreto dell’ex 007 Giulio Gangi riapre il mistero della Bmw
Pochi mesi prima della sua morte, l’ex agente segreto Giulio Gangi scrisse un memoriale su Emanuela Orlandi e sullo scotto che egli stesso ha pagato per le sue indagini “indesiderate” sulla Vatican girl: 28 pagine (seguite da una decina di allegati) da proporre come soggetto per un docu-film per cui aveva pensato anche a un titolo: “Il Tiro Mancino”. Sottotitolo: “1992-1994 / Servizi & Segreti. Dietro le quinte di una strana epurazione di Stato”. Il documento è stato acquisito e in parte pubblicato dal Corriere nelle ultime ore. Gangi, lo ricordiamo, è venuto a mancare a 62 anni nel 2022 a Roma, nell’appartamento di un amico all’Infernetto, dopo una vita segnata da molti tormenti. CHI ERA L’AGENTE GANGI Giulio Gangi frequentava la stessa località di villeggiatura della famiglia Orlandi, Torano, e dei loro cugini, i Meneguzzi. Pare fosse rimasto piacevolmente colpito da una cugina di Emanuela, Monica. Si era subito offerto di dare una mano a ritrovare Emanuela sebbene fosse ancora agli inizi della sua carriera che si rivelerà poi tormentata. Nel giugno del 1983, tre giorni dopo la scomparsa di Emanuela si presentò a casa della famiglia Orlandi perché intenzionato a rendersi utile per il ritrovamento della cittadina vaticana. LA BMW DAVANTI AL SENATO Fu l’agente Gangi a mettersi per primo sulle tracce dell’auto del mistero. Parliamo della Bmw dal colore ancora imprecisato: in alcuni lanci dell’Ansa è nera, in altri atti ufficiali diventa verde tundra. Neanche il modello è stato chiarito in questi 43 anni. I primi a indicarla furono in quei giorni Alfredo Sambuco e Bruno Bosco, il vigile e il poliziotto in servizio davanti al Senato che videro Emanuela Orlandi parlare con il famigerato “Uomo dell’Avon” che probabilmente le tese la trappola della finta offerta di lavoro. Quest’uomo aveva parcheggiato la BMW in questione sul marciapiede di Palazzo Madama tant’è che i due gli ordinano di spostarla. Gangi contattò subito la casa automobilistica Bmw per rintracciare tutte le auto di quel colore scuro immatricolate a Roma. Le sue ricerche, come ormai è noto, lo portarono in un’officina in zona Nomentana che aveva una Bmw scura in riparazione, con il vetro del finestrino del lato passeggero frantumato. Da lì, su quelle tracce giunse al residence Mallia, in zona Balduina, come reso anche dall’agente stesso in un verbale della seconda inchiesta. Al Mallia alloggiava la presunta proprietaria dell’auto Dolores Brugnoli, e a indicare il suo nome a Gangi fu in ogni caso il carrozziere dell’officina di cui sopra. Poche settimane fa la Brugnoli ha confermato questa vicenda alla commissione parlamentare di inchiesta Orlandi-Gregori. Si legge da un lancio che ha ripreso la sua audizione: “Gangi andò a dirle di presentarsi immediatamente al commissariato mentre secondo quanto risulta dagli atti, Gangi era andato a chiederle notizie sulla Bmw che lei stessa era andata a far riparare l’auto a causa di un finestrino rotto”. Ad ogni modo queste sue indagini non portarono a nulla di fatto. A dieci anni da questi fatti, nel 1993, Gangi fu trasferito dal Sisde in un ufficio, dietro una scrivania del ministero del Tesoro. “Fu messo ai margini del servizio segreto civile per indagini inopportune”, scrive il Corriere. IL MEMORIALE Di seguito ecco alcuni dei passaggi più significativi del memoriale dell’ex 007, pubblicato dal Corriere. Gangi parte proprio dalle motivazioni del suo allontanamento dal Sisde. Gangi parla di sé in terza persona quando scrive: “Questa ricostruzione denuncia il modo utilizzato per ‘eliminare’ l’agente operativo Giulio Gangi”. “Quando nei paesi civili si scatena un problema negli organismi di informazione e sicurezza o, per vari motivi, alcuni agenti non possono più prestare servizio, si attua nei loro confronti un’equa collocazione, un prepensionamento. In Italia invece tra il 1993 e il 1994, per raggiungere determinati obiettivi, alcuni personaggi di potere hanno operato nell’illegalità, massacrando la dignità di determinati agenti che avevano svolto il loro dovere con passione e rispetto (…) Forse, un giorno, qualche pentito leale svelerà anche questo mistero”. L’ARRUOLAMENTO NEI SERVIZI “Verso la fine del 1982 – prosegue Gangi – il prefetto Vincenzo Parisi, vicedirettore del Sisde, propose al ventiduenne Giulio Gangi, ben inserito nel settore cinematografico e discografico, l’arruolamento nel servizio per rilevare determinati fenomeni che gravitano nel mondo dello spettacolo. In pratica non deve fare altro che tenere d’occhio l’ambiente dove diversi elementi delinquenziali e vari personaggi danno sfogo ai loro affari, ai loro sfizi. Per Gangi la proposta è allettante: continuare a operare nel proprio settore come ghostwriter e, nello stesso tempo, colpire quei fenomeni che insozzano un mondo che vive sulla creatività. Così – prosegue il memoriale- nell’aprile 1983, dopo un esame specifico, Gangi viene assunto direttamente nei ruoli del Sisde e assegnato al Raggruppamento centro, il fulcro investigativo della capitale. La contentezza si affloscia immediatamente quando Gangi si accorge che l’ambiente non ha nulla a che fare con un servizio segreto ma, bensì, con una specie di polizia municipale che compie operazioni di bassissimo livello. Le poche operazioni di un certo livello sono frutto dell’interessamento personale di quei pochi operativi che hanno voglia di lavorare e conoscenze in certi ambiti”. IL MISTERO DI EMANUELA ORLANDI Il memoriale procede in terza persona fino ad arrivare al mistero della cittadina vaticana scompasa: “È il giugno 1983 quando Gangi incappa nella misteriosa scomparsa di Emanuela Orlandi. Si muove subito, a titolo personale, in quanto conosce alcuni parenti della scomparsa. È lui che, nei primissimi giorni, analizza diversi elementi e informa i suoi superiori che si tratta di una “sparizione per scopi occulti” e non di una semplice scappatella. Anche in quel caso trova delle resistenze da parte della Direzione e, qualche mese dopo, nonostante l’apporto del capo reparto Giorgio Criscuolo, abbandona la squadra che si sta interessando della scomparsa”. La storia è poi nota: il 19 luglio 1993 venne convocato in Procura dalla giudice del caso Orlandi, Adele Rando, che gli contestò la conduzione delle prime indagini: “In quei giorni – continua Gangi parlando di sé -ancora in terza persona – l’agente Gangi avverte una strana attenzione nei suoi confronti. Su indicazioni della Divisione personale, il neo-direttore della Divisione Sicurezza e Segreteria Speciale, Giovannelli, ha proposto il suo allontanamento, attraverso un “galleggiante” per aver svolto “inopportune indagini sul caso Orlandi” e per “aver lavorato nella sicurezza dei concerti rock”. Cosa sono i galleggianti? Nel gergo “I galleggianti – precisa Giulio Gangi – sono atti senza intestazione, protocollo e firma dell’estensore, vietati dalle norme e dichiarati illeciti dal Copaco, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti”. E poi le amare conclusioni dello 007: “Feci l’errore, e umanamente mi pesa doverlo dire, di appassionarmi al caso per aiutare una famiglia disperata, che riceveva risposte aleatorie da chi aveva il dovere di comprendere se dietro quella presunta ‘scappatella’ poteva nascondersi qualcosa di grave”, ma questa parte non appartiene al memoriale bensì a un’intervista concessa da Gangi al giornalista del Corriere Fabrizio Peronaci nel 2014, dal titolo “Io epurato perché sapevo troppo”. La commissione parlamentare che tornerà a riunirsi la prossima settimana non è escluso che acquisisca il memoriale-denuncia dello 007. L'articolo “Mi epurarono perché sapevo troppo su Emanuela Orlandi. 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Garlasco, Andrea Sempio ricostruisce la mattina dell’omicidio di Chiara Poggi. La libreria, la nonna e quei 33 secondi di telefonata: “Solo squilli tra amici”
Nell’intervista in onda venerdì 6 marzo a “Quarto Grado” su Rete 4 Andrea Sempio ricostruisce i dettagli della sua mattinata nel giorno in cui fu uccisa Chiara Poggi. “Io quella mattina mi sono svegliato, sono andato a Vigevano per andare in una libreria, l’ho trovata chiusa, ho fatto un rapido giro della piazza e sono tornato a Garlasco, da mia nonna”, spiega. “Sono stato lì una mezz’oretta, dopo ho ricevuto una chiamata di mia madre che mi richiamava a casa per mangiare. Quando hanno sentito mia nonna, lei ha ripetuto questa cosa e ha ripetuto più volte che lei mi aveva chiesto di restare a pranzo, ma io non volevo restare. Cioè, lei diceva: ‘Ma io l’ho invitato a restare, ma lui non sta mai a mangiare da me’. E quella cosa lì è stata una cosa un po’ tenera di mia nonna che ha pensato: ‘Non stai mai qua a mangiare’. Quella cosa mi è rimasta in mente”. I MESSAGGI AGLI AMICI Quella mattina Sempio manda diversi squilli e riceve messaggi dagli amici. Ma di che tipo di messaggi si trattava? “Ma non è che ci fosse un grande significato. Ai tempi non c’erano WhatsApp o altre app, quindi quello che c’era erano appunto i messaggi e gli squilli. So che a un certo punto avevo chiamato un mio amico, Mattia Capra. Quello era il suo primo giorno di ferie, magari l’ho sentito o gli ho fatto uno squillo per vedere se rispondeva, per dire magari vieni anche tu a fare un giro a Vigevano. In realtà, non avendo il traffico e la corrispondenza di messaggi nei giorni precedenti o successivi, non so quanto quella mattinata possa essere considerata anomala rispetto al resto. Perché alcuni hanno detto ‘un intenso scambio di messaggi e squilli con gli amici’. Sì, ma i giorni precedenti com’erano? Non lo sappiamo. Cioè, nessuno ha mai pensato a quella cosa lì”. LA TELEFONATA DI 33 SECONDI Alle 12:17 ci furono 33 secondi di telefonata con Mattia Capra, e subito dopo un sms a Freddy. Una triangolazione? “Era il nostro normale gruppo di amici” continua Sempo. “Tra l’altro, da lì a una settimana più o meno dovevamo partire per una vacanza in cui ci saremmo stati tutti e tre. Quindi poteva essere anche magari qualcosa inerente alla vacanza. Potevano essere i semplici messaggi che ci siamo sempre mandati. Nella stessa giornata io poi chiamerò gli stessi due ragazzi, Capra e Freddy, dopo aver scoperto quello che era successo a Chiara. Quindi quelle chiamate me le ricordo. Gli squilli della mattina, no”. LA BICICLETTA E LA PISTA DELLA DROGA Di recente si è tornati a parlare della bicicletta: “Ai tempi ne avevamo tre, se non sbaglio” sono le parole di Sempio. “Una bianca da donna, una bianca da uomo e una rossa da uomo. Non avevo una bici nera da donna, paradossalmente ne avevo una bianca da donna. Io usavo o quella bianca da uomo o quella rossa da uomo”. In conclusione, a proposito della presunta scoperta da parte di Chiara Poggi di un giro di droga, Andrea Sempio nega di aver mai provato la cocaina: “Il mondo delle droghe è una cosa a cui sono stato abbastanza distante. Al massimo qualche sigaretta quando eravamo proprio ragazzini e basta, ma droga mai”. L'articolo Garlasco, Andrea Sempio ricostruisce la mattina dell’omicidio di Chiara Poggi. La libreria, la nonna e quei 33 secondi di telefonata: “Solo squilli tra amici” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il delitto di Garlasco è stato una spedizione punitiva? Roberta Bruzzone rivela a Quarto Grado di avere dei file audio che potrebbero riscrivere l’omicidio di Chiara Poggi
Roberta Bruzzone ha in mano qualcosa di clamoroso. Qualcosa che a vent’anni di distanza dal delitto di Garlasco potrebbe riscrivere l’omicidio di Chiara Poggi. La criminologa, nel corso della trasmissione Quarto Grado, ha confessato di essere in possesso di alcuni file audio contenti un’altra verità, una nuova ricostruzione dell’omicidio della ragazza ipotizzando una spedizione punitiva ai suoi danni. Ricostruzione alla quale va detto: non crede. Secondo queste “voci insistenti” «che mi sono arrivate in questi giorni da persone autorevoli, soggetti che in questa storia hanno un ruolo a vario titolo in questa vicenda, Chiara Poggi sarebbe stata uccisa dopo aver scoperto un presunto giro di cocaina che avrebbe coinvolto amici e conoscenti, tra cui Andrea Sempio, le gemelle Cappa e suo fratello Marco». «Una volta scoperto la presenza della cocaina, Chiara si sarebbe rivolta allo zio Ermanno Cappa che preoccupato avrebbe informato Stefania Cappa. A sua volta la ragazza avrebbe avvertito Sempio e Michele Bertani, il ragazzo scomparso qualche anno fa prematuramente per suicidio. Insieme avrebbero organizzato una spedizione punitiva presso l’abitazione di Chiara Poggi». Una ricostruzione che per Roberta Bruzzone, come detto, sarebbe semplicemente “delirante“, ma gli audio in suo possesso raccontano esattamente questa ipotesi e sono stati diffusi. Nel corso della trasmissione la criminologa ha annunciato la propria disponibilità a consegnare alla magistratura di Milano gli audio in possesso perché si faccia chiarezza su chi stia alimentando queste tesi, che al momento, va sottolineato, non trovano alcun riscontro nelle indagini ufficiali della Procura di Pavia. Nel frattempo sta giungendo a compimento l’inchiesta bis della Procura di Pavia. Nei giorni scorsi è stata depositata la BPA (Bloodstain Pattern Analysis) della professoressa Cristina Cattaneo, mentre la difesa di Alberto Stasi, l’ex fidanzato condannato in via definitiva per l’omicidio, ha presentato una nuova perizia informatica sul suo computer. Secondo gli esperti della difesa, alcuni accessi registrati nel sistema operativo Windows XP sarebbero stati interpretati erroneamente come attività umane. Il riferimento è relativo alla cosiddetta “cartella militare” che nel recente passato aveva alimentato dubbi su cosa fosse accaduto sul pc la sera del 12 agosto 2007. L'articolo Il delitto di Garlasco è stato una spedizione punitiva? Roberta Bruzzone rivela a Quarto Grado di avere dei file audio che potrebbero riscrivere l’omicidio di Chiara Poggi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“C’era qualcuno che girava nel cortile, la porta era aperta”: la telefonata tra la madre di Chiara Poggi e quella di Alberto Stasi in onda a ‘Chi l’ha visto?’
“C’era qualcuno che girava nel cortile, la porta era aperta”. Un nuovo tassello emerge sul delitto di Garlasco. Nell’ l’ultima puntata di Chi l’ha visto? è stata svelata una telefonata tra la madre di Chiara Poggi e la madre di Alberto Stasi, avvenuta a nemmeno 24 ore dall’omicidio di Chiara Poggi. Sono le 8:34 del 14 agosto 2007 quando Rita Preda, la madredi Chiara, digita il numero della madre di Alberto Stasi, Elisabetta Ligabó. il contenuto della conversazione è rimasto per anni chiuso nei faldoni del palazzo di giustizia, ma rivela l apprensione della madre di Chiara per le sorti del fidanzato della figlia che ha appena passato ore sotto interrogatorio della polizia. “Lo hanno torchiato da matti”, spiega la madre di Alberto alla madre di Chiara. E nonostante il dolore e il pianto per la perdita della figlia, la Preda è pronta a rincuorare la famiglia Stasi. Sono momenti concitati in cui non si fa altro che parlare di dettagli tecnici che in quei minuti sembrano scagionare Alberto. Ed è in quegli istanti che la madre di Chiara ipotizza: “C’era qualcuno che girava nel cortile”. La Ligabó aggiunge: “Alberto mi ha detto che quando è entrato la porta era aperta“. Dopodiché Rita Preda parla direttamente con Alberto Stasi. Il tono della donna è molto materno, gli chiede se è riuscito a riposare, come si sente, insomma gli è estremamente vicino. Atteggiamento che l’intera famiglia Poggi avrà verso Alberto per parecchi mesi, fino a quando una serie di di elementi probatori che diventeranno presunti indizi durante il primo processo contro Stasi, non farà che fargli cambiare idea. L'articolo “C’era qualcuno che girava nel cortile, la porta era aperta”: la telefonata tra la madre di Chiara Poggi e quella di Alberto Stasi in onda a ‘Chi l’ha visto?’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Delitto Garlasco
Chi l'ha visto
Caso Garlasco, parla Andrea Sempio: “Per il pubblico il delitto è diventato una soap opera. La gente mi chiede i selfie”
Il caso Garlasco riaccende il dibattito mediatico. Durante la trasmissione Incidente Probatorio – Speciale Garlasco, in onda sul Canale 122 – Fatti di Nera, è tornato a parlare Andrea Sempio, indagato per l’omicidio di Chiara Poggi in concorso con ignoti o Alberto Stasi. Al centro della discussione, la metamorfosi del delitto in una storia mediatica. “Questa storia ha dato spazio a tantissima gente, anche a una fetta di internet di poter partecipare al dibattito. Abbiamo persone valide e persone che hanno capito che è l’argomento che tira e quando l’argomento tira tu puoi dire qualunque cosa perché per il pubblico è diventata una soap opera, ci sono tanti elementi che continuano a uscire e mantengono vivo l’interesse. Non hanno accesso alle carte quindi vanno avanti su quello che arriva ogni giorno e quella è la parte più ‘gustosa’ della vicenda. Diciamo che c’è un attacco ma non è un vero e proprio odio, si tratta più che altro di passatempo”, ha detto Andrea Sempio parlando della percezione collettiva del caso Poggi nell’era dei social, denunciando una perdita di contatto con la realtà del dolore. L’indagato ha poi sottolineato l’effetto distorcente della popolarità televisiva legata alla cronaca nera: “La gente mi chiede i selfie: per le persone tu sei solo quello della televisione. Non capiscono nemmeno quello che ci sia dietro”. L'articolo Caso Garlasco, parla Andrea Sempio: “Per il pubblico il delitto è diventato una soap opera. La gente mi chiede i selfie” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho cercato di salvare Luca Varani, non ci sono riuscita. Nascondeva un buio che non faceva vedere a nessuno”: l’ex fidanzata parla a 10 anni dalla morte
“Il tempo non ha cancellato niente: ha solo cambiato la forma del dolore”. Marta Gaia Sebastiani parla a 10 anni dalla morte di Luca Varani, il suo fidanzato dell’epoca trovato morto in un appartamento al decimo piano di via Igino Giordani, al Collatino a Roma. Avvolto in una coperta, il viso e il corpo di Luca erano stati sfigurati da 100 colpi tra martellate e coltellate. Per l’omicidio è stato condannato a 30 anni di carcere il proprietario dell’abitazione, Manuel Foffo. Con lui c’era Marco Prato, indagato per omicidio e che si è tolto la vita in carcere a poche ore dalla prima udienza. LA NUOVA VITA DI MARTA GAIA SEBASTIANI Intervistata da Fanpage, Marta parla di questi 10 anni in cui dice di aver “perso pezzi di me e ne ho ritrovati altri. Ho conosciuto un nuovo amore che mi ha tenuta in piedi quando pensavo di crollare per sempre. […] Ho imparato che si può amare di nuovo senza tradire chi c’era prima. Ma Luca è rimasto lì. Non è andato via. È solo diventato parte di una storia vissuta una vita fa, ma che a pensarla fa ancora parecchio male”. Nei suoi ricordi Varani vive come “un ragazzo che aveva un sorriso capace di illuminare una stanza intera, ma che nascondeva dentro un buio che non faceva vedere a nessuno […] era anche fragile, bisognoso di approvazione, con un vuoto enorme che cercava di riempire in modi sbagliati”. LA RABBIA NEI CONFRONTI DI LUCA VARANI “Ho cercato di salvarlo da sé stesso, ma non ci sono riuscita” continua ancora Sebastiani, che ammette di essere ancora “arrabbiata” con lui, “per le bugie, per i dettagli che non tornavano e che non ho avuto il coraggio di approfondire. Per avermi lasciato con domande che non avranno mai risposta. Per aver scelto di tenere nascosta una parte di sé che poi lo ha portato via“. Una rabbia difficile da gestire, perché rivolta verso qualcuno che non c’è più e non può dare le risposte che lei cerca. Da tutta questa storia Marta vuole comunque che un messaggio passi: “Non ci si può salvare da soli e che a volte, se è necessario, bisogna saper chiedere aiuto”. L'articolo “Ho cercato di salvare Luca Varani, non ci sono riuscita. Nascondeva un buio che non faceva vedere a nessuno”: l’ex fidanzata parla a 10 anni dalla morte proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Luca Varani
“Due ragazze straniere strangolate e sepolte nel ranch di Epstein, una delle due potrebbe essere Santina Renda?”: la rivelazione a Chi l’ha Visto?
“Ci potrebbero essere dei corpi di ragazze straniere sepolti nei dintorni di uno dei ranch di Jeffrey Epstein”: è scritto in una e-mail contenuta negli Epstein files, l’archivio pubblicato (per ora solo in parte) dall’FBI sul sito del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, mettendo a nudo la rete di abusi sessuali su minori messa in piedi dal finanziere pedofilo Jeffrey Epstein. DA EPSTEIN ALLA SCOMPARSA DI SANTINA RENDA La mail ieri é stata diffusa dal programma Chi l’ha visto e traccia un collegamento con uno dei primi casi di scomparsa trattati dalla trasmissione: quello di Santina Renda. La piccola fu sottratta alla famiglia il 23 marzo del 1990. Aveva appena sei anni e stava giocando nel cortile di casa a Palermo, insieme alla sorella Francesca di un anno più piccola. Le due sorelline vivevano in simbiosi. Fu davanti ai suoi occhi che un’auto bianca con a bordo un uomo e una donna si accostò al gruppetto di bimbi con pupazzi e caramelle. L’uomo poi prese Santina per un braccio e la catturò. “Era alto, magro e ben vestito, aveva una barba folta e nera. Ha portato via con prepotenza mia sorella, perché proprio lei tra tutti: me lo chiedo da quel giorno”, ha detto ieri davanti alle telecamere Francesca. Ma torniamo alla lettera e all’oscuro legame con il più grande scandalo degli ultimi decenni, quello del giro di abusi legati a Jeffrey Epstein e alla sua compagna Ghislaine Maxwell. Qual è o quale potrebbe essere il filo rosso che lega la piccola Santina al finanziere pedofilo? LA RIVELAZIONE DI CHI L’HA VISTO “Sapevi che da qualche parte, sulle colline appena fuori Zorro, ci sono sepolte due ragazze straniere per ordine di Epstein e Madame G.?”: a dirlo è un mittente oscurato dall’FBI che il 21 novembre del 2019 (dopo la morte del miliardario) scrisse a un certo Edward. Benché oscurato possiamo leggere qualcosa dell’indirizzo del mittente: la sigla dfd43299 che però non dice nulla. Perché il mittente è anonimo anche per la polizia federale, ha scritto a tale Edward attraverso proton mail, il sistema di posta elettronica americana criptato. Sappiamo solo che Zorro è il nome del ranch di Esptein in New Mexico. IL CONTENUTO DELLA MAIL Si legge dalla mail diffusa da Chi l’ha visto: “Edward, questa è una cosa delicata. Sarà la prima e ultima mail a tua discrezione. Puoi scegliere se prenderla in considerazione o cestinarla. Proviene da una persona che stava lì e ha visto tutto in quanto membro dello staff di Zorro”. Quindi, a scrivere sarebbe un ex dipendente di Epstein che continua: “Ho rubato anche suoi video da casa di Epstein, come garanzia in caso di future controversie legali sul caso”. Edward intanto, sappiamo che è il conduttore radiofonico statunitense Edward Aragon che stava portando avanti un’inchiesta sul caso Epstein, nel 2019. E infine: “Cosa ci sia di così pericoloso su Epstein, è ancora da scrivere. Le due ragazze straniere sepolte nei dintorni di Zorro sono morte per strangolamento durante un rapporto sessuale fetish”. Anche una delle prime vittime di Epstein, Virginia Giuffre, nel suo memoriale postumo al suo suicidio “Nobody’s girl” ha raccontato di essere stata strangolata dal primo ministro israeliano durante un rapporto sessuale. C’È SANTINA RENDA NEGLI EPSTEIN FILES? Ma dal New Mexico torniamo in Sicilia. Perché ieri Federica Sciarelli ha tirato in ballo questa mail parlando del caso di Santina Renda? Ebbene, perché a trovarla pare sia stato proprio l’avvocato difensore della famiglia Renda, Luigi Ferrandino che spiega: “Quando è morto Epstein, ho dato incarico a un esperto di cyber sicurezza, il dottor Umberto Mauro, di cercare indicazioni della presenza di Santina Renda nei cosiddetti Epstein Files. Si parlava di tanti bambini, portati nelle sue decine proprietà in cui adesso stanno indagando per cercare tracce di quanti potrebbero essere stati sotterrati lì. Ho chiesto alla Farnesina di fare pressione sugli Usa per appurare se c’è qualche traccia che possiamo ricondurre a Santina. Anche noi, continuiamo a investigare”, ha concluso. Proprio nei giorni scorsi, la procura di Palermo ha chiesto l’archiviazione dell’ultima inchiesta sulla bambina scomparsa a Palermo. Ma Santina, li ricordiamo, non è la sola per cui si ipotizza un legame con il giro di pedofilia messo su da Epstein che ha coinvolto anche il principe Andrea, spogliato di ogni titolo. Soltanto nei giorni scorsi si parlava della presenza nei file della piccola Maddie Mccain, scomparsa in Portogallo nel 2007. L'articolo “Due ragazze straniere strangolate e sepolte nel ranch di Epstein, una delle due potrebbe essere Santina Renda?”: la rivelazione a Chi l’ha Visto? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Crime
Chi l'ha visto
Emanuela Orlandi, Chi l’ha visto mostra un appunto inedito della Polizia: “Ho chiesto a suor Dolores, la ragazza misteriosa era Laura Casagrande”
Il mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi è tutto lì, in quel predatore che il 22 giugno del 1983 l’avvicina davanti al Senato con la scusa di farle fare un lavoretto per l’Avon pagato bene, anche troppo. Lei è una ragazzina e chissà cosa sogna di comprare con quei 375mila lire. Quell’uomo non è stato mai rintracciato o identificato ma ha fatto intanto sparire la cittadina vaticana di cui non si hanno notizie da 43 anni. Ieri, nel corso di “Chi l’ha visto” sono stati aggiunti nuovi elementi sugli ultimi attimi in cui la Orlandi è stata vista in vita, rimessi in fila dalla giornalista Federica Sciarelli, alla luce delle nuove indagini su un’amica di Emanuela che frequentava la sua stessa scuola di musica da cui scomparve quel pomeriggio senza lasciare traccia. GLI ULTIMI MINUTI DI EMANUELA Quel pomeriggio, Emanuela Orlandi viene inghiottita lungo i pochi metri che separano la scuola di musica “Ludovico da Victoria” in piazza Sant’Apollinare dalla fermata dell’autobus in corso Rinascimento, davanti al Senato. Tutto accade poco dopo le sette di sera, in una manciata di minuti. Quattro anni dopo, le sue compagne di scuola, le stesse con cui esce dall’istituto, verranno intervistate da Corrado Augias in “Telefono Giallo”. Una di loro, Laura Casagrande, è ora indagata per false dichiarazioni ai pm e l’inchiesta è tutt’ora in corso. Di quei momenti cruciali ripercorriamo i passi. Per farlo, ci affidiamo alle interviste dell’epoca mandate in onda ieri da “Chi l’ha visto”. Nel 1987, un’altra allieva del Da Victoria, Raffaella Monzi, dichiara davanti alle telecamere che Emanuela quel giorno arrivò in ritardo a lezione “E ci sembrò strano, lei era molto puntuale”. “Arrivò in aula affannata perché aveva fatto scale di corsa”: è sempre Raffaella che parla. Poi c’è la testimonianza del vigile urbano Alfredo Sambuco, in servizio davanti al Senato (dove a Emanuela fu tesa la trappola) che ha dichiarato di aver visto un uomo con la valigetta targata Avon parlare con questa ragazzina. Aveva parcheggiato la sua Bmw verde tundra sul marciapiede tant’è che il vigile gli disse di spostarsi. SUOR DOLORES E LA RAGAZZA MISTERIOSA Suor Dolores non c’è più, è morta da anni ma quando venne intervistata all’epoca ricordava bene che “Emanuela Orlandi chiese di uscire prima da scuola per telefonare a casa”. Come ormai è risaputo, a casa la Orlandi non trovò sua madre ma la sorella Federica a cui chiese di poter accettare quel lavoretto così allettante. La ragazza ne parlò anche con Raffaella Monzi: le chiese un consiglio sul da farsi mentre uscivano da scuola insieme. “Mi sembrò eccessiva le dissi, fa un po’ tu”, fu la risposta dell’amica. E poi c’è Laura Casagrande che 11 giorni dopo la scomparsa andò in questura con sua madre perché a casa loro arrivò una telefonata da parte di chi diceva di avere in mano Emanuela. A prendere la telefonata fu sua madre che passò quelli che “Si credeva fossero dei terroristi internazionali a sua figlia, una bambina di 14 anni che con calma scrisse tre pagine sotto dettatura. Ma era solo una ragazzina. Potrei pensare che quella telefonata non c’è mai stata in realtà”, dichiara il fratello di Emanuela Pietro Orlandi a Chi l’ha visto. Le due ragazze ogni tanto prendevano il 64 insieme, quel giorno Emanuela avrebbe dovuto prendere il 70 per raggiungere sua sorella Cristina davanti al “Palazzaccio”, con cui i romani chiamano la Cassazione. C’è ancora un’altra amica, Mariagrazia Casini: l’ultima forse ad aver visto in vita Emanuela. Dalle sue testimonianze sappiamo che la vide alle 19, davanti alla fermata del 70. Lei poi su quell’autobus salì ma Emanuela “rimase ferma dove si trovava, in attesa di qualcuno. Trovai il suo atteggiamento molto teso, impaziente, mi salutò distrattamente. Era insieme a un’altra ragazza poco più bassa di lei, con i capelli corti e ricci”. Le due ragazze non salirono quel giorno sul bus, stavano aspettando qualcuno? E chi è la ragazza misteriosa? UN NUOVO APPUNTO DELLA POLIZIA Il primo agosto del 1983, un agente della squadra mobile della Polizia, sezione 1, scrive un promemoria. “Per oltre 40 anni queste carte della Questura non sono mai confluite nel fascicolo della Procura”, spiega la Sciarelli ma adesso salta fuori grazie alle nuove indagini che hanno portato all’iscrizione della Casagrande nel registro degli indagati. Da quest’appunto emerge un pezzo fondamentale del macabro puzzle: “Ho interpellato telefonicamente suor Dolores per sapere se la ragazza (alla fermata dell’autobus con Emanuela, ndr) fosse stata identificata. La suora mi ha riferito di aver fatto visionare le schede scolastiche all’allieva Mariagrazia Casini che ha riconosciuto in Laura Casagrande la ragazza in compagnia di Emanuela alla fermata”. Cosa accadde dopo questa dichiarazione? Suor Dolores convocò la Casagrande e le chiese se fosse lei con Emanuela quel giorno. La ragazza le rispose di essersi recata alla fermata con Emanuela e di averla lasciata lì, dopo pochi minuti, per proseguire per Corso Vittorio, dove avrebbe preso il 64. LE TRE VERSIONI Da questa ricostruzione emerge ancora più chiaramente perché negli anni, le versioni rese da Laura Casagrande non coincidono. Il 4 agosto 1983 disse cose diverse ai Carabinieri, ovvero di essere andata di corsa alla fermata del bus da sola, vedendo che il gruppo di amici, tra cui Emanuela, alle sue spalle. Disse di essersi affrettata per rientrare verso casa perché il gruppo si attardava a parlare. Non disse di essersi intrattenuta con la Orlandi ma di averla vista da lontano, mentre veniva raggiunta da tutto il gruppetto di amici. Poi, non vedendola più, chiese a un amico dove fosse finita Emanuela (per quale motivo, verrebbe da chiedersi) ma lui non seppe dirle niente. “Mi sono girata diverse volte per vedere se il gruppo si era mosso e ho appurato che Emanuela era 20 metri dietro di me con tutti altri. Mi sono rigirata e ho visto solo gli amici: Emanuela non c’era più”. Questa è dunque la seconda versione completamente diversa da quella data a Suor Dolores. La commissione di inchiesta Orlandi-Gregori nei mesi scorsi l’ha interrogata e le ha chiesto se avesse mai avuto i capelli ricci e scuri: “Sì, ho fatto la permanente ma successivamente a questi fatti, forse quell’estate o quella dopo”. L'articolo Emanuela Orlandi, Chi l’ha visto mostra un appunto inedito della Polizia: “Ho chiesto a suor Dolores, la ragazza misteriosa era Laura Casagrande” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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