“Il caso Garlasco è un rompicapo. Abbiamo troppe difficoltà per dire ‘Oltre ogni
ragionevole dubbio’ che Alberto Stasi non è entrato in quella casa. Quando metti
in galera le persone, non puoi avere l’affanno di chi corre in salita. E in
questo caso mi viene un affanno pazzesco”. A parlare è il giudice Stefano
Vitelli, colui che nel 2009 assolse Alberto Stasi in primo grado per non aver
commesso l’omicidio di Chiara Poggi. Intervistato a Lo Stato delle Cose, il
giudice ripercorre gli elementi che lo portarono a pronunciarsi a favore di
Alberto Stasi, dichiarandolo innocente. Durante l’intervista, il giudice ha
anche presentato il suo nuovo libro, ‘Il ragionevole dubbio di Garlasco’, in cui
espone la sua personale ricostruzione della vicenda giudiziaria e processuale
del caso Garlasco.
Durante l’intervista con Massimo Giletti, Vitelli racconta con precisione quali
furono gli elementi che lo portarono ad escludere, a suo avviso, la colpevolezza
di Alberto Stasi e quindi a giudicarlo innocente per l’omicidio di Chiara Poggi.
Tra questi una particolare importanza la rivestì la telefonata che l’allora
24enne fece al 118 per denunciare il presunto ritrovamento del cadavere della
vittima: “Quella telefonata l’ho ascoltata tante volte. Nel libro racconto un
episodio secondo me molto bello e malinconico con un mio ex compagno del liceo
che non leggeva giornali e non sentiva le televisioni. Lui ha avuto
un’impressione diversa, non sentiva freddezza, ma ansia e paura”.
Secondo il giudice, dunque, una volta ascoltate entrambe le parti, l’accusa e la
difesa, non era possibile escludere con ragionevole certezza che il
comportamento di Stasi in quella telefonata fosse segnato da un forte sentimento
di paura: “Poniamo che il pm sottolinea che lui non dice che era la sua
fidanzata, non corre a soccorrerla, quindi c’è una sospetta freddezza. Poi
poniamo che l’avvocato della difesa mi dice che il suo assistito ha sbagliato il
numero civico perché ha avuto paura, io non posso dire che quello che mi dice il
legale è implausibile. Quando arriva l’ambulanza a Stasi viene misurata la
pressione arteriosa, camminava agitato sul vialetto della casa. Siccome in
sentenza bisogna motivare, il perché si aderisce a una tesi e perché l’altra
tesi è stata giudicata infondata, come faccio a dire che quello che dice la
difesa di Stasi non ha una sua plausibilità. Questo è un rompicapo e questo
rompicapo parte da questa telefonata”.
Uno dei principali elementi portati dall’accusa, inoltre, fu anche la presunta
impossibilità, per Stasi, di essere entrato in quella casa dopo l’assassinio di
Poggi e non essersi sporcato la suola delle scarpe con il sangue presente sul
pavimento. Anche in questo caso, secondo il giudice, non era così semplice
affermarlo con certezza: “I Carabinieri che sono entrati subito dopo di lui
avevano le scarpe e i calzari puliti, uno dei due Carabinieri fa due volte e
mezzo il tragitto”, spiega Vitelli. Che, però, in un altro passaggio si espone
più nettamente: “Alberto non poteva non calpestare anche le più piccole macchie
ematiche, non poteva non toccare alcune pozze di sangue. Il problema non è non
averle toccate, è che noi dobbiamo dire ‘tu hai toccato alcune macchie ematiche,
quindi devono per forza rimanere tracce ematiche sulle tue suole?’”. Ci
sarebbero, però, altri elementi che secondo il giudice andrebbero confrontati
con la questione del sangue: “Qui c’è tutto il problema delle ore passate, il
fatto che il sangue fosse secco. Stasi dice che il corpo di Chiara era in fondo
alle scale e il corpo di Chiara, secondo i Ris, è scivolato lentamente. Poi c’è
il problema che Stasi aveva poco tempo e non poteva vedere lo scivolamento”.
In merito a questo passaggio, dunque, per Vitelli ci sono “una serie di
difficoltà per affermare ‘oltre ogni ragionevole dubbio’ che Stasi non è entrato
in quella casa (e ha finto di ritrovare il cadavere, ndr). C’è la difficoltà
delle prove sperimentali, che davano risultati molto discordanti, abbiamo la
difficoltà dello scivolamento lento. Come ho scritto nel libro, sembra un po’ di
correre in salita. Ma quando metti in galere le persone, non puoi avere
l’affanno di chi corre in salita, devi riuscire a spiegare linearmente e senza
difficoltà gli indizi”. E in questo caso, considerando che “chiunque non poteva
non calpestare le macchie ematiche, compreso il Carabiniere che fa due volte e
mezzo il tragitto”, Vitelli spiega chiaramente quale fu il suo punto di vista:
“Non ce la faccio a motivare che Stasi non è entrato, corro in salita, mi viene
un affanno pazzesco”, aggiunge.
Nonostante siano trascorsi quasi 19 anni dall’omicidio, il delitto di Garlasco è
tornato sotto i riflettori della giustizia con le nuove indagini della Procura
di Pavia su Andrea Sempio, il 37enne accusato per l’omicidio di Chiara Poggi.
Con la riapertura del caso, sono state richieste nuove perizie, come la BPA dei
RIS di Cagliari, che potrebbe riscrivere completamente la dinamica omicidiaria:
“Quantitativamente è importante. Ci sono giornalisti che mi chiamano dicendo di
avere delle indiscrezioni, ma la Procura di Pavia è eccezionale, non è uscito
nulla perché bisogna aspettare che chiudano le indagini. Ma sono rimasto turbato
da quello che dicono. Mi sono riletto la relazione dei Ris di Parma e mi sono
messo lì a ragionare”, racconta il giudice.
Vitelli fu il primo che, nel 2009, si espresse a favore di Stasi, giudicandolo
innocente. Un esito che fu prima confermato dalla Corte d’Assise d’Appello di
Milano nel 2011 e poi ribaltata dai successivi gradi di giudizio con sentenza
definitiva di condanna: “La differenza tra la mia sentenza e le altre? Dalla mia
sentenza a quella di condanna probabilmente c’è un approccio metodologico
differente. Nella condanna è prevalsa una concezione unitaria degli indizi, si
rafforzavano nella loro molteplicità pur con alcune criticità. C’è una
conclusione di cui sono convinto, gli indizi vanno visti nella loro autonomia,
pesati nella loro precisione, devono essere certi, e nella loro gravità, solo
dopo li puoi sommare. La somma di più zeri non dà l’unità”.
Durante l’intervista, pur non entrando nel merito dell’aspetto giudiziario,
Vitelli racconta il suo punto di vista umano su alcuni passaggi da lui ritenuti
importanti, professionalmente e personalmente. È il caso della famosa bicicletta
nera che sarebbe stata vista appoggiata sul muretto esterno all’ingresso della
villetta Poggi. Fu una signora, vicina di casa di Chiara, a testimoniare di
averla vista intorno alle 9 del mattino in cui è stato commesso l’omicidio.
Sull’importanza che avrebbe potuto avere questa testimone, racconta Vitelli, fu
fondamentale un suo confronto con sua madre, che lui racconta nel suo libro: “Mi
disse: ‘Noi vecchi possiamo anche sbagliare, ma difficilmente abbiamo la malizia
di mentire’. Mostro degli aneddoti umani, che non sono decisivi, ma che
concorrono nel nostro flusso di coscienza. Io avevo già deciso di fare delle
perizie, in fondo siamo in (rito, ndr) abbreviato, non potevo sentire tutti. Poi
capii che mia mamma si identificava in quella testimone, mi ha detto di sentirla
e l’ho fatto”.
A meritare una certa attenzione dal punto di vista giudiziario, ricorda Vitelli,
fu anche la nota cartella del PC, chiamata ‘Militare’, nella quale Stasi avrebbe
conservato del materiale pornografico, che secondo alcuni sarebbe stata vista da
Chiara la sera prima dell’omicidio e ciò avrebbe potuto provocare un litigio
violento tra i due: “Lì c’è una linea retta, il 12 agosto non vediamo scompensi
tra Chiara e Alberto. Chiara pare che sia stata lei a leggere la tesi e a
correggerla, poi rientra Alberto Stasi, lavora con continuità alla tesi. Non
abbiamo degli sbalzi, non vediamo delle interruzioni”.
Proprio questa ricostruzione porterebbe Vitelli a pensare che non si fosse
scatenato un litigio tra Stasi e Chiara la sera prima dell’omicidio: “Ci fosse
stato, ti aspetteresti un’interruzione di questa routine di coppia, invece
rimane tutto piatto. Non ci sono tentativi di chiamata che lo provano. I moventi
vanno provati, non vanno supposti, deve essere la pubblica accusa che lo prova
in maniera convincente. E’ improbabile che in quella sera sia montato un
litigio, è importantissimo che il litigio sia montato la sera, perché se fosse
stato lui non avrebbe avuto tempo di litigare la mattina, siccome i tempi erano
molto ristretti. Ma doveva essere un litigio che monta, perché se è successo
quello che è successo. Ma dov’è il segnale di un litigio che monta? Noi abbiamo
fatto uno sforzo enorme”, conclude.
L'articolo “Con Alberto Stasi mi viene un affanno pazzesco. La telefonata al
118? Questo caso è un rompicapo e tutto parte da lì”: parla il giudice Stefano
Vitelli proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Chiunque abbia informazioni sulla Casa del Jazz mi contatti, o parli con Pietro
Orlandi: riporteremo tutto alla Procura di Roma”: a lanciare l’appello accorato
è l’avvocata Laura Sgrò, la legale che affianca la famiglia Orlandi nella
ricerca della verità sulla cittadina vaticana Emanuela Orlandi, scomparsa il 22
giugno del 1983. Noi di FqMagazine abbiamo avuto modo di visionare in esclusiva
il documento che è stato consegnato da un sacerdote a Eleonora Daniele,
conduttrice del programma Rai “Storie italiane”. A mettere nero su bianco quanto
sa sugli scavi nei sotterranei della Casa del Jazz è stato don Domenico Celano.
Il sacerdote appartiene alla congregazione religiosa degli Oblati, la stessa che
ha gestito la compravendita di Villa Osio, anni fa, al cassiere della Banda
della Magliana Enrico Nicoletti.
L’immobile era di proprietà del vicariato di Roma. Nicoletti, una volta
acquisita la villa, ha tombato i sotterranei che, secondo l’ex giudice Guglielmo
Muntoni potrebbero costudire molti torbidi segreti. Quel tunnel era come una
cassaforte per i criminali romani. Secondo Muntoni potrebbe nascondere i resti
del giudice Paolo Adinolfi, scomparso nel ’94. E a Pietro Orlandi è stato detto
da una fonte che potrebbe nascondere anche quelli di sua sorella Emanuela. La
villa fu confiscata a Nicoletti nel 1996. Dopo una lunga pausa a causa del
rischio di cedimenti strutturali, il prefetto di Roma Lamberto Giannini ha
assicurato che a breve gli scavi potranno procedere in tutta sicurezza. A
indicare il punto di accesso al tunnel è stato proprio don Domenico che,
conoscendo benissimo Villa Osio, ha prodotto diverse piantine, un plastico e
questo documento di cui riportiamo solo alcuni punti essenziali, in attesa che
la Procura possa analizzarlo.
Il documento di don Celano si rifà ai suoi ricordi della villa risalenti al
1983, anno della cessione a Nicoletti. A quanto pare il tunnel che è al di sotto
della classica cantina di caccia della villa darebbe accesso ad altri tunnel.
Tale ricostruzione è perfettamente sovrapponibile alla mappatura fatta dagli
speleologi. Don Domenico nel ’97 fu chiamato dalle autorità, dopo il sequestro
della villa, per una ricognizione. A condurre l’operazione erano uomini del
Sismi. Il tunnel, disse già all’epoca il sacerdote, era situato sotto l’attuale
sala di registrazione della casa del jazz. A collegare la villa ai sotterranei
sarebbe una scala interrata di circa 15 metri, che pare sia stata murata,
ostruita (con 64 metri cubi di materiali) e cementata, in base a quanto è
scritto in questo documento almeno. Don Celano chiude la sua accurata disamina
tecnica con una riflessione profonda: nonostante gli abbiano detto di non
intromettersi, di non esporsi, ha deciso comunque di farsi avanti e raccontare
tutto.
L'articolo Emanuela Orlandi, ecco in esclusiva il documento inedito che don
Celano ha consegnato in diretta a Eleonora Daniele: “Sotto la Casa del Jazz una
rete di tunnel” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A oltre sessant’anni dall’assassinio di John F. Kennedy, un filmato amatoriale
girato il 22 novembre 1963 potrebbe rimettere in discussione la ricostruzione
ufficiale dell’omicidio. Lo riferisce l’Ansa, citando sviluppi giudiziari negli
Stati Uniti legati a una pellicola in 8 millimetri realizzata da Orville Nix, un
riparatore di condizionatori di Dallas presente a Dealey Plaza il giorno
dell’attentato.
Il video, secondo quanto riportato anche dal New York Post, riprenderebbe l’area
della cosiddetta “grassy knoll”, la collinetta erbosa da tempo al centro delle
ipotesi su un possibile secondo attentatore oltre a Lee Harvey Oswald. Proprio
da quel punto, secondo numerosi testimoni dell’epoca, sarebbero partiti alcuni
degli spari che colpirono mortalmente il presidente degli Stati Uniti.
Orville Nix morì nel 1972: da anni la nipote conduce una battaglia legale per
recuperare il filmato, che sarebbe oggi in possesso delle autorità federali. La
donna sostiene che la pellicola potrebbe “contenere la chiave per smascherare
uno dei più grandi insabbiamenti della storia” e ne stima il valore potenziale
in oltre 900 milioni di dollari, proprio per l’eventuale rilevanza storica e
probatoria.
Un giudice federale ha ora autorizzato la prosecuzione dell’azione legale per
chiarire la sorte del materiale e valutare un’eventuale divulgazione pubblica.
La decisione non certifica il contenuto del filmato né la presenza di un secondo
attentatore, ma consente di andare avanti nel tentativo di stabilire se la
pellicola possa offrire nuovi elementi sul delitto che scosse l’America. La
telecamera di Nix, secondo le ricostruzioni, era puntata esattamente verso la
collinetta erbosa di Dealey Plaza, il luogo indicato da decenni dai teorici
della cospirazione come possibile postazione di un secondo uomo armato, nascosto
dietro una recinzione. La versione ufficiale, basata sulle conclusioni della
Commissione Warren, attribuì invece l’omicidio esclusivamente a Oswald, che
sparò dal Texas School Book Depository.
L'articolo “La chiave per smascherare uno dei più grandi insabbiamenti della
storia”: un filmato inedito potrebbe riaprire il caso dell’assassinio di John F.
Kennedy proviene da Il Fatto Quotidiano.
Castrava e asportava parti del corpo a persone ancora vive e trasmetteva in
diretta streaming le operazioni chirurgiche amatoriali che compiva. La sordida
vicenda del 46enne Marius Gustavson detto anche Eunuk Maker o il Castratore si è
conclusa nel 2024 quando un tribunale inglese l’ha condannato all’ergastolo, ma
torna ora nel documentario The Eunuk Maker in onda in Inghilterra su
Crime+Investigation.
Gustavson viveva una vita apparentemente tranquilla in una casa a schiera
vittoriana di Finsbury Park, a Nord di Londra, ma all’insaputa dei suoi vicini,
la stanza del suo sottoscala era stata trasformata in una macelleria, dove
segava parti del corpo e trasmetteva il tutto in diretta streaming a 20.000
abbonati paganti. L’uomo è stato arrestato nel novembre 2022 dopo aver marchiato
il polpaccio di un uomo con le lettere EM, ovvero “eunuk maker”, ma quello che
trovarono i primi investigatori giunti a casa di Gustvson furono parti del corpo
nascoste nei congelatori alla maniera di Jeffrey Dahmer.
Nato in Norvegia, nella città di Drammen, a sud-ovest di Oslo, Gustavson
lavorava come impiegato postale ed era anche presidente della comunità LGBT di
Drammen, nonché leader e organizzatore del Pride locale. Nel 1999 Gustavson
viene condannato per frode ma la pena viene sospesa, mentre nel 2001 sconta otto
mesi di carcere per frode informatica. Inizia a viaggiare tra Regno Unito e
Norvegia, poi si sposa nel 2021 (e si separa nel 2016) trasferendosi
definitivamente a Londra. Nel 2017 la prima traccia della successiva follia
criminale: si fa rimuovere il pene da Damien Byrnes, tizio che finirà tra i
coimputati al processo del 2024 per aver effetturato interventi chirurgici non
autorizzati assieme a Gustavson.
Nel 2019 si fa congelare una parte della gamba e gli viene asportato un
capezzolo. Da lì, le cose precipitarono. Apre il sito Eunuchmaker, spazio web
alla luce del sole dove le persone potevano pagare per assistere a interventi
chirurgici eseguiti su altri, in diretta streaming. Il sito offriva anche
servizi come la castrazione maschile e diversi livelli di iscrizione, da quella
gratuita a quella VIP (che costava 100 sterline). Gustavson faceva parte della
comunità dei “nullo”: ovvero quel gruppo di uomini che si riconosce in
un’anatomia corporea nulla e desiderano farsi rimuovere chirurgicamente
qualsiasi caratteristica sessuale identificativa, per lo più i genitali, e che
desiderano apparire, proprio come ha dichiarato Gustavson al processo “come una
bambola Ken, senza niente sotto”.
Il problema, tra i tanti di questa criminale e perversa vicenda, è che Gustvason
e il suo team utilizzavano coltelli da cucina e utensili usati per castrare gli
animali per eseguire gli interventi chirurgici e, in seguito, mettevano all’asta
le parti del corpo con il pulsante “compralo subito”. Altro dato mostruoso:
Gustavson rimuoveva parti del corpo e mentre ancora gocciavano di sangue le
addentava e ne masticava dei pezzi. Tra le vittime di un’operazione ovviamente
finita male c’è stato anche un 16enne. Le chiamate di emergenza che compiva
Gustavson agli ospedali, in questo caso come in decine di altri finiti male,
sono state ascoltate in tribunale e vi si sente l’uomo mentire agli operatori su
come le sue vittime si fossero ferite.
Alcuni cifre sull’attività del “Castratore”: 22.841 utenti registrati; 300.000
sterline di ricavi. “Una caratteristica notevole di questo caso è che il sito
web operava in piena vista, non sul dark web, ed era accessibile a chiunque vi
si imbattesse e avesse la voglia e i mezzi per pagare per vedere il filmato
raccapricciante”, ha spiegato uno dei testimoni del processo. E sebbene la
maggior parte delle vittime e delle persone coinvolte attivamente nella
castrazione non fosse disposta a parlare, nel 2020 una persona si è fatta avanti
e ha raccontato alla polizia della Cornovaglia le procedure che gli erano state
eseguite. Ha anche fornito una chiavetta con 5.000 messaggi WhatsApp, oltre a
immagini e video dell’intervento. L’uomo ha poi raccontato alla polizia di
essere stato “sotto l’effetto di droghe”, legato a un letto e sottoposto a
elettrocuzione prima che Gustavson lo marchiasse con un ferro rovente.
“Mi rendo conto di essermi fidato della persona sbagliata e che Gustavson è in
realtà un pazzo, ma mi aveva come ipnotizzato”, ha testimoniato la vittima.
Grazie a questa testimonianza è scattato il raid della polizia inglese in tutto
il paese che ha sgominato la rete di Gustavson e arrestato Gustavson stesso.
Quando la polizia ha fatto irruzione nella casa del Castratore, ha trovato il
suo congelatore pieno di parti del corpo altrui; il suo pene conservato in un
cassetto, quattro anni dopo essere stato amputato; e i suoi testicoli erano
stati incorniciati e pendevano sopra il suo letto. Nel maggio 2024, Gustavson è
stato condannato a 22 anni di carcere, insieme a sei dei suoi complici. Non ha
mai espresso rimorso per le sue azioni, né per il danno arrecato alle sue
vittime.
L'articolo Asportava parti del corpo a persone ancora vive e trasmetteva tutto
in diretta streaming “in un sito accessibile a tutti”: l’atroce storia di Marius
Gustavson detto Il Castratore raccontata in un doc proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Momenti di tensione in casa Rai, dove due giornalisti si contendono le prime
dichiarazioni dell’avvocato difensore di Claudio Carlomagno, accusato del
femminicidio della moglie Federica Torzullo, dopo il suicidio dei suoi genitori.
La scena va in onda in diretta, e per questo senza possibilità di tagli, durante
la puntata odierna di “Storie italiane”. Vito Francesco Paglia, inviato del
programma condotto su Rai 1 da Eleonora Daniele, si trova come tanti altri
colleghi davanti all’istituto penitenziario in attesa dell’uscita dell’avvocato
di Carlomagno, che ha fatto visita al proprio assistito per parlare della morte
dei genitori dell’indagato, trovati impiccati nel giardino della loro casa.
Tutti vogliono essere i primi a raccogliere le dichiarazioni del legale e, si
sa, in certi contesti la prontezza di riflessi è davvero tutto.
TENSIONE TRA I GIORNALISTI DI RAI 1 IN DIRETTA: CHE COSA È SUCCESSO
Ecco quindi che appena l’avvocato scende dall’auto dopo aver varcato i cancelli
di uscita del carcere viene circondato da giornalisti e telecamere per rendere
le proprie dichiarazioni ai cronisti. Tra questi il già citato Paglia, che
riesce a intercettare per primo il legale: “Avvocato siamo in diretta con Storie
italiane, come ha trovato il suo assistito?” gli domanda, ma l’interrogato non
ha modo di rispondere perché viene interrotto da una giornalista del Tg1 che,
rivolgendosi al collega di rete, gli si para davanti redarguendolo: “Scusa…”.
L’inviato di “Storie Italiane” si difende: “Siamo in diretta”, come per
rivendicare non solo il diritto a intervistare per primo l’avvocato, ma forse
anche per allertare la giornalista che tutto quello che avrebbe detto sarebbe
finito dritto dritto nelle case di milioni di telespettatori. “Ho capito,
ragazzi, la correttezza è correttezza” insiste l’inviata del Tg 1. Piccole
scaramucce tra colleghi dovute alla grande risonanza mediatica che i fatti di
Anguillara stanno avendo, dopo che il delitto di Federica Torzullo, come diversi
altri casi di cronaca nera, ha profondamente colpito l’opinione pubblica.
L'articolo “La correttezza è correttezza”, “Siamo in diretta”: il botta e
risposta davanti alle telecamere tra l’inviato di “Storie italiane” e la
giornalista del Tg1 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Come ogni anno anche ieri, 24 gennaio, Pietro Orlandi è sceso in piazza a Roma
per ricordare sua sorella Emanuela, scomparsa nel 1983, nel giorno del suo
compleanno. Il 14 gennaio, la cittadina vaticana avrebbe compiuto 58 anni di cui
gli ultimi 43, avvolti in un oscuro mistero legato a scenari internazionali di
ogni sorta.
“Se siete qui è perché avete un forte senso di giustizia e non siete qui solo
per Emanuela, questo incontro non è solo per lei ma per tutte le persone che
vivono un’ingiustizia”, ha detto Orlandi alle persone radunatesi in Piazza
Risorgimento sotto la pioggia.
“Ci sono tre inchieste aperte da tre anni, c’è chi vorrebbe fare qualcosa ma
sembrano impantanati. C’è questa volontà di spostare l’attenzione da parte
dell’inchiesta vaticana”, ha detto in riferimento alla pista parentale che
coinvolge Mario Meneguzzi, zio di Emanuela Orlandi. Una pista già archiviata
dagli inquirenti con un nulla di fatto, all’epoca delle prime indagini.
LAURA CASAGRANDE INDAGATA “PER FALSE INFORMAZIONI AI PM”
Orlandi è poi intervenuto sull’ultimo colpo di scena della Procura di Roma,
l’iscrizione nel registro degli indagati di un’amica di Emanuela: Laura
Casagrande, per “false informazioni ai pm”. “L’indagine su Laura Casagrande
nasce dalla commissione a cui lei ha raccontato delle cose in modo molto
strano”, ha detto il fratello della cittadina scomparsa”. Laura frequentava la
stessa scuola di musica di Emanuela Orlandi che aveva sede presso la Basilica di
Sant’Apollinare a Roma. La stessa scuola da cui Emanuela scomparve il 22 giugno
del 1983. Poche settimane dopo, i presunti rapitori telefonarono proprio a casa
sua perché trovarono il suo numero nel taschino dei jeans della Orlandi. Era
scritto anche sul suo libro di solfeggio. La Casagrande disse all’epoca che le
due ragazze si scambiarono i numeri in vista delle vacanze estive. Interrogata
dalla bicamerale di inchiesta che sta indagando sul caso, la donna ha dichiarato
di non ricordare più nulla di quanto avvenne all’epoca.
“Io non so perché e dubito che si possa indagare una persona perché “non
ricorda” la procura avrà i suoi motivi. Non penso nemmeno che la Casagrande che
ormai è una signora ma all’epoca era solo una ragazzina, possa essere stata
complice di chi ha rapito Emanuela ma potrebbe aver fatto da “gancio”, anche
involontariamente per portare Emanuela in mano a qualcuno. Avrà visto qualcosa
ma si sarà messa paura, forse è stata minacciata. Ma in questi 43 anni questa
persona ha sempre generato sospetti. All’epoca l’unica pista era quella del
terrorismo internazionale. Quindi a chiamare a casa Casagrande erano stati i
terroristi, si pensava. Quindi è strano che quando telefonarono a casa sua, la
madre che rispose al telefono, passò loro Laura che aveva solo 15 anni. Dietro
questa storia c’è qualcosa di strano. Non porterà alla verità ma potrebbe essere
un tassello importante per capire la “manovalanza” coinvolta nel rapimento di
Emanuela”.
IL PORTATORE DI LUCE
Pietro ha poi tirato in ballo una lettera, già nota, che arrivò il 25 luglio del
1983 al loro avvocato Gennaro Egidio. “Era firmata dal “portatore di luce” e
dentro c’era scritto che dietro la scomparsa di Emanuela c’era un piccolo gruppo
di creditori a cui erano stati sottratti dei soldi. Parliamo dei soldi che si
persero nel crack del Banco Ambrosiano e della questione della morte di Roberto
Calvi. Strano che il Vaticano ci avesse suggerito un avvocato che si era
occupato di quella questione. Uno dei piccoli creditori era l’Eni.
Quando si parla dei soldi di Calvi non si parla dei suoi soldi ma anche dei
soldi del narcotraffico legati al Sud America, non erano pochi spicci. Ne ha
parlato in tempo più recenti anche monsignor Angelo Balda, membro di Cosea
(coinvolto in Vatileaks 2, ndr) e disse che il rapimento di Emanuela era
collegato alla sottrazione di soldi che andarono a finire in Polonia. Si tratta
di gruppi di credito finanziario diverso. Questa è una pista che non viene
approfondita abbastanza, è rimasta sospesa. E poi l’appello a Papa Leone: “Non
ha detto una parola su Emanuela, così come ha fatto Ratzinger. Così gli hanno
detto di fare, devono fingere. Il loro atteggiamento ha fatto capire alla gente
che nascondono qualcosa su mia sorella, che hanno delle responsabilità. Mi
sembra chiaro che nascondono qualcosa, spero la Procura faccia un passo avanti”.
LA VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA
Nel corso dell’incontro è intervenuta l’avvocato di Pietro Orlandi Laura Sgrò.
“Emanuela Orlandi è stata vittima di sequestro – ha dichiarato – e forse di
qualcos’altro ma insieme a lei ci sono altre vittime: i suoi fratelli, le sue
sorelle, tutta la sua famiglia. Trovo vergognoso quello che è successo negli
ultimi tempi, parlo come avvocato e come donna. Andare a scarnificare la vita
dei familiari delle vittime per cercare del torbido dove non c’è (in merito
probabilmente ai servizi che si sono concentrati sulla figura dello zio di
Emanuela, ndr), mortificare chi soffre da 43 anni non è giornalismo investigo né
libertà di espressione. Si chiama vittimizzazione secondaria. Loro sono vittime,
non devono giustificare nulla. Mi sono indignata per quello che ho visto. Ho
letto una valanga di odio contro la famiglia, montano odio contro chi soffre”.
L'articolo “Ci sono tre inchieste aperte da tre anni, c’è chi vorrebbe fare
qualcosa ma sembrano impantanati. C’è questa volontà di spostare l’attenzione da
parte dell’inchiesta vaticana”: il sit-in di Pietro Orlandi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Non ho mai curiosato nel computer di Chiara Poggi, lo usavo per giocare ai
videogiochi con suo fratello Marco. Io e lui siamo rimasti amici, ci diamo
supporto e conforto sulla vicenda”. A dirlo è Andrea Sempio, l’uomo indagato
della Procura di Pavia per l’omicidio di Chiara Poggi, che si racconta in un
lungo faccia a faccia con tutti gli opinionisti di Quarto Grado. Ospite del
programma condotto da Gianluigi Nuzzi, infatti, il 37enne di Garlasco si apre
alle domande dello studio, fornendo così la sua personale versione su tutto
quello che è successo il 13 agosto 2007, giorno in cui viene assassinata la
26enne, e sul lungo percorso giudiziario che ne è seguito.
“LO SCONTRINO DEL PARCHEGGIO L’HO RITIRATO IO. PERCHÉ NON CHIAMAI MARCO POGGI?
NON SAPEVO COSA DIRE”
Come raccontato da Sempio in più occasioni, il 13 agosto 2007 lui si sarebbe
recato a Vigevano per acquistare un libro, poi sarebbe passato a casa di sua
nonna a Garlasco e, infine, a pranzo a casa dei suoi genitori. Per supportare la
sua versione, il 37enne aveva conservato in casa il tagliando del parcheggio di
Vigevano in cui sostiene di aver sostato il giorno dell’omicidio di Chiara:
“Sono andato lì, ho trovato la libreria chiusa e sono andato a fare un giro in
piazza. Lo scontrino è stato fatto da me e poi ritrovato dai miei genitori
qualche giorno dopo. Data la situazione, lo abbiamo tenuto. Perché lo porto un
anno dopo? Perché mi viene chiesto un anno dopo, nei primi interrogatori non me
lo chiedono. Se non me lo chiedevano restava lì nel cassetto”, spiega Sempio.
Dato che la libreria era chiusa, racconta ancora, avrebbe deciso di tornarci il
giorno dopo, come dimostrerebbe un altro scontrino che lui ha conservato: “Non
c’è una ragione specifica per cui lo abbiamo tenuto, è rimasto anche quello e i
miei hanno deciso di tenerlo. In realtà non sono gli unici, durante le
perquisizioni avevano trovato altri biglietti del parcheggio con date casuali”,
commenta.
Una volta tornato da Vigevano, Sempio racconta di aver trascorso il resto della
giornata con i suoi familiari. E, nel primo pomeriggio, di essere passato in due
occasioni di fronte alla villetta Poggi, dove nel frattempo si stavano radunando
le Forze dell’Ordine dopo il
ritrovamento del cadavere della 26enne: “Prima che spuntassero le foto, avevo
detto che ero passato lì davanti due volte, una da solo e l’altra con mio padre,
e ora a distanza di 20 anni sono uscite queste foto che confermano il mio
racconto”, spiega ancora l’indagato. Secondo la sua versione, però, nonostante
avesse capito che fosse successo qualcosa di grave nella casa del suo caro amico
Marco, il 37enne avrebbe preferito non chiamarlo al telefono: “Non sapevo cosa
dire in quella situazione, ma vorrei sapere quanti altri lo hanno chiamato,
nessun altro. Telefonare a Marco per dirgli che c’erano ambulanze e Carabinieri
fuori casa sua (senza sapere che cosa fosse successo precisamente, ndr) non mi
sembra la cosa migliore da fare. Io poi ho avvisato gli altri amici, non in
quell’istante perché stavamo capendo cosa fosse successo, ma li ho avvisati un
paio d’ore dopo”.
L'articolo “Non curiosavo tra le foto di Chiara Poggi sul suo computer. Io e
Marco siamo ancora amici, ci siamo sentiti 3 settimane fa. Se mi sento una
vittima? Sì”: Andrea Sempio si racconta a Quarto Grado proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Se mi sento addosso l’etichetta del mostro? Per forza, è dura conviverci. Ma so
di avere la coscienza pulita: io non ho ucciso Yara. Vogliamo ripetere gli esami
scientifici con le metodiche di oggi”. Ad affermarlo è Massimo Bossetti, l’uomo
condannato in via definitiva per l’omicidio di Yara Gambirasio, che racconta la
sua storia giudiziaria in una lunga intervista a “Porta a Porta”, nella puntata
andata in onda giovedì 22 gennaio. Parlando dal carcere di Bollate con il
conduttore, Bruno Vespa, l’uomo ribadisce la propria presunta innocenza e
afferma di voler replicare le analisi sul DNA trovato sulla vittima, all’epoca
13enne, scomparsa da Brembate di Sopra (Bergamo) nel novembre 2010 e poi trovata
assassinata nel febbraio 2011. Fu proprio quel materiale biologico a fornire un
primo profilo genetico dell’assassino, identificato inizialmente come “Ignoto 1”
e poi successivamente attribuito a Bossetti.
“QUANDO MI HANNO ARRESTATO NON STAVO SCAPPANDO, C’ERA CARABINIERE CHE MI
INTIMAVA DI FERMARMI”
“Il 26 novembre 2010 (giorno in cui è scomparsa Yara, ndr) per me era un
normalissimo giorno, dove ho sempre svolto le solite cose. Poi ricordo, in un
colloquio con gli avvocati, venni portato a conoscenza, che quel giorno lì
pioveva o forse nevicava e non avevo lavorato. Sicuramente avrò usato il tempo
per fare delle commissioni. E mi ricordo che quel giorno lì ho pagato la delega
per le tasse al commercialista”, racconta l’uomo. Secondo quanto riferisce a
Vespa, infatti, Bossetti non nega di essere passato da quella strada, ma
sostiene di non aver incontrato la 13enne di Brembate di Sopra: “È vero che le
celle telefoniche hanno agganciato anche il telefono di Yara, ma dobbiamo
spiegare bene questi passaggi. L’ultimo aggancio del telefono della povera Yara
è stato alle 18.55 della cella dell’antenna di Brembate Sopra, l’ultimo aggancio
del telefono di Bossetti era alle 17.45, se non erro. Quell’antenna che ha
agganciato i due apparecchi telefonici, è stato accertato dai miei consulenti,
che copre anche il segnale di casa mia, quindi io potevo benissimo essere a casa
mia”, spiega.
Il 55enne, però, ammette di non ricordare precisamente dove si trovasse quel
giorno, anche perché, dopo l’ultimo aggancio delle 17.45, il suo telefono si
sarebbe spento: “All’epoca avevo un telefono obsoleto e la carica della batteria
non era idonea per le cadute accidentali nei cantieri, era prassi che si
spegneva in automatico. Una volta arrivato a casa, non avendo l’adattatore, non
l’ho più acceso perché non mi interessava. L’ho accesso il giorno dopo quando
sono arrivato sul cantiere”. “Faccio presente che i due apparecchi telefonici si
trovavano in due ore incompatibili e in due comuni diversi, uno a Brembate di
Sopra e l’altro a Mapello”, aggiunge ancora.
Nel corso dell’intervista, Bossetti ricorda anche il suo arresto, quando fu
accusato di aver tentato una fuga alla vista delle Forze dell’Ordine: “Fui
intimato dal capo cantiere che mi gridava di scendere. Stavo realizzando la
copertura di un solaio, non faccio neanche in tempo ad avvicinarmi al ponteggio
che vedo sbucare un Carabiniere, un bestione, che mi intima di fermarmi. Gli
faccio notare che i miei stivali erano immersi in un getto di 15-20 centimetri”,
racconta. Poi aggiunge: “Ma poi scusate un attimo dovevo fuggire da chi e da che
cosa? Buttarmi giù da un ponteggio con il rischio di infilzarmi sui pilastri giù
sotto. Non stavo scappando, stavo solo arrivando al ponteggio per scendere dalla
botola al piano inferiore dato che il capo cantiere mi aveva chiamato”.
“LE RICERCHE SUI SITI PORNO LE FACEVAMO IO E MIA MOGLIE IN INTIMITÀ”
Una volta associato il profilo genetico di “Ignoto 1” a quello di Bossetti, gli
inquirenti cominciano ad indagare sul suo computer, scoprendo così che l’uomo
aveva effettuato una serie di ricerche su dei siti pornografici. E sullo stesso
pc, secondo le analisi dell’accusa, sarebbe stato ricercato anche del materiale
pedopornografico: “Assolutamente non vedevamo questi video. Tramite mia moglie
lo usavo quando eravamo in intimità sul divano per tener viva un po’
l’attenzione, andavamo su quei siti pornografici per vedere curiosità e tutto.
Ma né io né mia moglie abbiamo mai fatto una ricerca del genere. Il mio tecnico
ha detto che sono tutte ricerche prodotte in automatico e non generate da un
operatore umano”. Alla richiesta di spiegazioni su come possano comparire dei
risultati di questo tipo durante delle ricerche online, però, Bossetti afferma
di non possedere le giuste competenze informatiche per saperlo: “Non me lo so
spiegare, a livello informatico sono negato”.
“QUEL DNA NON È MIO, NON HO UCCISO YARA. SE RIPETEREMO L’ESAME SCIENTIFICO? CON
LE METODICHE DI OGGI, SÌ”
Fu però la prova del DNA a sancire, secondo i giudici, la colpevolezza del
55enne di Mapello. L’uomo, però, sostiene di aver sempre chiesto di ripetere gli
esami su quel materiale genetico che lui ritiene non appartenergli. Una
richiesta che, a suo avviso, sarebbe stata negata in più occasioni: “Io questo
dato scientifico lo metto in discussione perché non ho avuto la possibilità di
poterlo ripetere. Viene confermato in sentenza definitiva l’esaurimento di
questo campione perché è stato consumato tutto nelle varie consulenze tecniche.
La Cassazione me lo mette nero su bianco”. Secondo Bossetti, però, “Di quei 54
campioni di DNA ce n’erano in gran quantità ed erano custoditi al San Raffaele
di Milano a -80 gradi. Qui si è voluto appositamente non dare la possibilità di
ripetere questo dato scientifico per ordine di un PM che me li ha tolti”,
afferma. E sostiene che, oggi, quei campioni sarebbero “depositati all’ufficio
Corpi di reato, a temperatura ambiente. Non so ancora cosa possa esserci di
utile”.
La speranza del 55enne, che fu arrestato nel 2014, è che con l’evoluzione della
tecnologia scientifica si possa giungere a una verità diversa: “Vogliamo
ripetere l’esame? Con le metodiche di oggi, sì. Io quel DNA ritengo che non sia
il mio. Io Yara non l’ho mai vista, mai conosciuta, mai incontrata. Io Yara non
l’ho uccisa”, racconta ancora l’uomo. Che sostiene di voler includere negli
esami anche gli indumenti indossati dalla 13enne al momento del ritrovamento del
corpo: “Non si sono deteriorati, sono custoditi in maniera integra e ritengo che
si possano trovare ulteriori riscontri. Faccio presente che sul corpo di Yara
sono stati trovati ben 11 DNA e qui che la mia speranza nel richiedere questi
indumenti per replicare un po’ tutto che emerga quanto ancora non è emerso.
Perché la verità non è ancora accertata come dovrebbe essere”, afferma.
Secondo Bossetti, dunque, un nuovo esame del DNA potrebbe dimostrare la sua
presunta innocenza: “Per fugare ogni dubbio, basta fare l’accertamento di un
semplice DNA e vediamo a chi appartiene. L’ho sempre detto, se in quel risultato
venisse fuori che quello è Bossetti, io tacerò per sempre, mi rinchiudete a
vita”.
“LE BUGIE SUL CANTIERE? NON MI PAGAVANO, DOVEVO FARE ALTRI LAVORI PER PORTARE IL
BENESSERE DELLA FAMIGLIA”
Ad un certo punto dell’intervista, inoltre, Vespa menziona alcune bugie che
sarebbero state attribuite al 55enne durante il processo, in particolare sul
cantiere in cui lavorava: “Mi chiamavano il ‘Favola’? È vero, ho detto delle
bugie. Dicevo che avevo un tumore al cervello, ma in realtà non venivo pagato e
per far sì che non mi venisse revocato il contratto, mi è saltato in mente
questa balla tremenda per fare altri lavori. Cosa potevo fare? Non percepivo
soldi, andavo da altri per compensare quando non mi veniva pagato”, dice ancora.
E non nega nemmeno di aver detto una bugia a sua moglie su un centro estetico
che frequentava abitualmente: “Sì, questa l’ho ammessa. Era vicino casa di Yara?
Era sul tragitto abitudinario, l’ho sempre negato a mia moglie perché non mi
sembrava opportuno visto le tante situazioni economiche che c’erano”.
“MI SENTO ADDOSSO L’ETICHETTA DEL MOSTRO, MA SO DI AVERE LA COSCIENZA PULITA. IN
CARCERE SCRISSI UNA LETTERA AI GENITORI DI YARA”
Nonostante una condanna definitiva e quasi 12 anni di detenzione, Bossetti
ribadisce dunque la sua presunta innocenza: “Mi sento addosso l’etichetta del
mostro? Per forza. È dura conviverci, ma so di avere la coscienza pulita. So di
essere innocente. Se l’avessi uccisa, non avrei mai avuto il coraggio di
riabbracciare i miei figli”, sostiene ancora l’uomo. Vespa fa quindi un
parallelismo con un altro caso di cronaca nera molto attuale: il delitto di
Garlasco. “Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva e se n’è fatta una
ragione, anche se lui si considera innocente. Perché non ci riesce?”, chiede
infatti il conduttore. “Perché per me è troppo duro immaginare il futuro, non ce
la faccio. Perché dopo tutto quello che ho subito è difficile intravederlo”,
risponde il 55enne.
Al termine dell’intervista, Bossetti confessa di aver tentato in passato di
organizzare un incontro con i genitori di Yara: “Quando mia mamma era ancora in
vita, le chiesi di portare una lettera ai signori Gambirasio. Cosa c’era
scritto? Volevo sapere cosa pensassero di me. E poi gli chiedo un colloquio,
perché guardandomi negli occhi avrebbero capito che non sono l’assassino di
Yara”, conclude.
L'articolo “Ho detto delle bugie, ma quel Dna non è mio. Ho chiesto un colloquio
ai genitori di Yara Gambirasio”. Massimo Bossetti si difende a “Porta a Porta”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se n’è parlato tanto, poi il silenzio: perché gli scavi alla Casa del Jazz di
Roma si sono interrotti?
IL DOCUMENTO INEDITO
Non ha mai smesso di occuparsi della vicenda la giornalista Eleonora Daniele,
conduttrice del programma Rai “Storie Italiane”. Ieri mattina la Daniele ha
mostrato in diretta un documento inedito, consegnato all’avvocato di Pietro
Orlandi, Laura Sgrò, mentre era ospite del programma in studio. Ma prima,
ripercorriamo in breve l’intera vicenda e come si è arrivati a questo momento.
Nel corso del programma sono stati mostrati i calcoli e le valutazioni svolte da
un sacerdote Don Domenico Celano, che sin dall’inizio ha suggerito di
concentrarsi sul tunnel della scala della Casa del Jazz.
VILLA OSIO
Qual è la storia della Casa del Jazz e perché è stata tirata in ballo in queste
oscure vicende? Prima di venire confiscato e diventare un noto polo culturale
romano, Villa Osio era di proprietà di una congregazione religiosa collegata al
Vicariato di Roma, i cosiddetti Oblati. Tale congregazione ha poi venduto la
villa a Enrico Nicoletti, il cassiere del gruppo criminale della Banda della
Magliana. La compravendita fu regolata dal cardinale Ugo Poletti, personaggio
chiave nella storia della scomparsa di Emanuela Orlandi. Il fratello della
cittadina vaticana Pietro Orlandi nei mesi scorsi ha dichiarato che un uomo gli
disse che i resti di sua sorella avrebbero potuto trovarsi proprio bei
sotterranei della Casa del Jazz.
GLI SCAVI
Gli scavi alla Casa del Jazz sono partiti pochi mesi fa da una richiesta di
verifica partita dall’ex giudice Guglielmo Muntoni che è riuscito a recuperare
dei fondi per procedere. Si tratta quindi di un’iniziativa privata. Secondo
Muntoni, quel tunnel tombato potrebbe custodire le tracce di molti segreti. Nel
corso dei primi lavori è stata trovata la scala di accesso alla zona tombata ma
essendo questa colma di detriti, non è possibile analizzare ciò che si trova
alle sue spalle. Quei detriti avrebbero reso impossibili scavi approfonditi
senza rischi strutturali e pericolosi cedimenti.
IL GIUDICE DESAPARECIDO
In quella galleria interrata potrebbero, ma è soltanto un’ipotesi, esserci i
resti del giudice desaparecido Paolo Adinolfi, scomparso nel 1994. Adinolfi era
da poco diventato giudice della Corte d’appello, ma la sua carriera si era
costruita in gran parte nella sezione Fallimentare del tribunale di Roma. Il 2
luglio 1994 il magistrato lasciò la sua abitazione di via della Farnesina. Da
quel momento, di lui non si è saputo più nulla. La sua automobile venne trovata
poco dopo nel quartiere del Villaggio Olimpico. Col tempo si sono moltiplicate
le ipotesi. Tra le piste seguite, anche un possibile legame con i fallimenti
Fiscom e Ambra Assicurazioni, due procedimenti complessi che Adinolfi aveva
seguito da giudice fallimentare. Il primo portò alla condanna, di Nicoletti.
LA LETTERA INEDITA
Un contributo importante è stato dato in questi mesi alla ditta che sta
provvedendo a condurre i lavori da Don Domenico Celano. Il sacerdote ha prodotto
delle piantine e persino un plastico manufatto della villa romana. Ieri è stata
mostrata seconda lettera inedita di Don Domenico, accompagnata da un’ulteriore
piantina. La Daniele ha poi consegnato in diretta un documento alla sua ospite
Laura Sgrò. Si tratta di “quella che per Don Domenico è la chiusura della
disamina e dell’analisi che lui avrebbe fatto, poiché questa lettera lui non
l’ha dato a nessun altro se non al giudice Guglielmo Muntoni, o meglio: l’ha
data ad un’altra persona che diciamo vicina a Muntoni, e che collaborava qui
agli scavi nei primi giorni”, ha spiegato. La conduttrice ha poi ricordato: “Non
ci dobbiamo dimenticare che Don Domenico in tutta questa faccenda, già al tempo,
quando disegnò nella prima piantina della casina di Villa “Arturo Osio”, pose
attenzione alla volta adiacente alle scale, adiacenti al muro dove poi ci sono i
campi da tennis”. Un passaggio rafforzato dalla nuova lettera, in cui si
sottolineano i rischi legati agli scavi e i costi elevati dell’operazione. Ma
c’è anche un altro documento del 1997 recuperato dall’inviato di “Storie
Italiane” Gianluca Semprini, nel quale si legge che una parte degli scavi è
stata sostanzialmente evitata per anni: “Perché scrivere una cosa del genere
quando lì, e lo spiega bene Don Domenico in questa lettera che vi stiamo facendo
vedere, ci sarebbero metri cubi di detriti? Chi gli ha messi quei detriti?
Perché? Che cosa c’è lì sotto? Perché non si va ancora a scavare?“, ha incalzato
la conduttrice.
LA CONSEGNA ALL’AVVOCATA SGRÒ
Rivolgendosi all’avvocata Sgrò, rappresentante legale di Pietro Orlandi,
Eleonora Daniele ha chiesto: “Ora, avete presentato un’istanza (in Procura,
ndr)proprio su cosa si sta facendo alla Casa del Jazz. Le posso chiedere
esattamente come vi siete mossi?”. La risposta della Sgrò: “Noi abbiamo raccolto
tutto quello che abbiamo avuto nella disponibilità, quindi anche le
dichiarazioni di Don Domenico che sono state molto importanti, partendo anche
dalla scomparsa del dottor Adinolfi, spiegando tutte le informazioni in nostro
possesso al pubblico ministero”. E riferendosi al documento ricevuto dalla
giornalista: “Sarà mia cura trasferirlo alla procura di Roma, lo faccio
volentieri. Perché a mio avviso l’unico destinatario che ha anche mezzi
economici per poter fare un’operazione del genere è solo la procura”.
L'articolo Emanuela Orlandi, perché gli scavi alla Casa del Jazz si sono
interrotti? Eleonora Daniele mostra in diretta una lettera inedita proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Avevo la sensazione che stesse per arrivare la fine”. Con questa dichiarazione
Elizabeth Smart descrive, a oltre vent’anni di distanza, l’inizio della sua
prigionia. Rapita a 14 anni dalla sua camera da letto a Salt Lake City il 5
giugno 2002, Smart è oggi un’avvocatessa impegnata nel sostegno alle vittime di
violenza sessuale. La sua storia, segnata da nove mesi di abusi e fanatismo
religioso, torna al centro dell’attenzione pubblica con il documentario Netflix
“Kidnapped: il caso Elizabeth Smart”.
LA NOTTE DEL SEQUESTRO E L’OMBRA DEL “PROFETA”
L’incubo ha inizio nelle prime ore del mattino, nel quartiere di Federal
Heights. Brian David Mitchell fa irruzione nella stanza che Elizabeth condivide
con la sorella Mary Katherine, allora novenne. La bambina assiste alla scena,
immobile per il terrore: vede un uomo armato di coltello minacciare la sorella.
“Se urli, ti uccido”, le dice. Solo alle 4 del mattino Mary Katherine trova il
coraggio di avvisare i genitori, che inizialmente non le credono fino a quando
non notano la finestra della cucina aperta e la zanzariera tagliata. Il rapitore
non è uno sconosciuto: è Mitchell, un ex collaboratore domestico assunto mesi
prima dalla famiglia per rastrellare le foglie. Mitchell, espulso dalla
congregazione mormone perché convinto di essere un profeta, agisce insieme alla
moglie, Wanda Barzee. Sotto lo pseudonimo di “David Immanuel”, l’uomo dichiara
di aver ricevuto da Dio il compito di rapire sette ragazze. Elizabeth è la prima
della lista.
NOVE MESI DI ABUSI: “PENSAVO CHE LA MIA FAMIGLIA NON MI AVREBBE PIÙ VOLUTA”
Condotta per quattro miglia nel bosco in camicia da notte, Elizabeth viene
portata in un accampamento isolato. Qui inizia un calvario fatto di violenze
sessuali ripetute, precedute da un finto rito nuziale. “Venne verso di me e mi
abbracciò, indossava una lunga tunica bianca e un copricapo“, ricorda Smart nel
documentario. “Mi tolse le scarpe e mi lavò la terra dai piedi. Poi mi fece
togliere il pigiama e mi diede una tunica come la sua”. La prigionia è scandita
da torture psicologiche: Mitchell le mostra quotidianamente gli articoli di
giornale che parlano delle ricerche e la incatena a un albero per impedirle la
fuga. “Provavo molta vergogna, mi sentivo sporca e pensavo che se la mia
famiglia fosse venuta a sapere cosa era accaduto non mi avrebbero più voluta”,
racconta la donna evidenziando il trauma subito.
GLI ERRORI INVESTIGATIVI E IL COLPO DI SCENA
Le indagini iniziali si concentrano su Richard Ricci, un pregiudicato che aveva
lavorato per gli Smart, nonostante i dubbi della piccola Mary Katherine. Ricci
morirà per un ictus prima di poter rispondere alle accuse. Un’altra occasione
persa si verifica nell’agosto 2002: fermati in una biblioteca pubblica, i
rapitori convincono un agente di polizia che Elizabeth, velata e silente, sia
loro figlia e che il suo abbigliamento sia dettato da motivi religiosi. La
svolta arriva nell’ottobre 2002, quando Mary Katherine riconosce la voce del
rapitore in quella dell’ex operaio “Immanuel“. Nonostante lo scetticismo
iniziale della polizia, i genitori diffondono un identikit che porta al
riconoscimento di Mitchell da parte dei suoi stessi parenti.
IL RITROVAMENTO E LA GIUSTIZIA TARDIVA
Nel marzo 2003, Elizabeth convince i rapitori a tornare in città, sostenendo che
fosse il volere di Dio. Fermata dalla polizia a Sandy, a sud di Salt Lake City,
la ragazza mantiene inizialmente un atteggiamento cauto per paura delle
ritorsioni dei suoi carcerieri. Alla domanda del poliziotto “Sei Elizabeth?”,
lei risponde in modo evasivo: “Tu lo dici“. L’agente interpreta correttamente il
segnale e la mette in sicurezza, permettendole di ricongiungersi con la
famiglia. Il percorso giudiziario è durato dieci anni, rallentato dai dubbi
sulla sanità mentale di Mitchell. La condanna definitiva arriva solo nel 2010:
ergastolo per Mitchell, attualmente detenuto in un penitenziario di massima
sicurezza nell’Indiana, e 15 anni per Wanda Barzee, rilasciata nel 2018.
Oggi Elizabeth Smart è madre di tre figli e una voce autorevole per chi ha
subito traumi simili: “Voglio che i sopravvissuti sappiano che non sono soli”,
conclude. Il suo caso ha portato anche a un cambiamento legislativo concreto: lo
Stato dello Utah ha sostituito il Rachael Alert con l’Amber Alert, il sistema
nazionale di allerta per i minori scomparsi.
L'articolo “Rapita da un ‘profeta’, pensavo che la mia famiglia non mi avrebbe
più voluta”: i nove mesi d’inferno di Elizabeth Smart e il ritorno alla vita nel
nuovo docufilm di Netflix proviene da Il Fatto Quotidiano.