È morto a Roma all’età 95 anni l’ex giudice Corrado Carnevale. Passò alla storia
come “l’ammazzasentenze”. Nato a Licata il 9 maggio del 1930, Carnevale ha
attraversato oltre mezzo secolo della storia giudiziaria italiana. L’ex
magistrato nel 1985, a soli 55 anni, divenne presidente della prima sezione
penale della Corte di Cassazione, il più giovane di sempre.
Durante la sua presidenza, dal 1985 al 1993, firmò o presiedette l’annullamento
di centinaia di sentenze d’appello, circa 500, relative a reati per associazione
mafiosa e terroristica. Le sue sentenze si basavano quasi sempre su vizi di
forma, errori procedurali o carenze di motivazione, ma alimentarono il sospetto
di un atteggiamento indulgente verso imputati eccellenti, soprattutto nei grandi
processi di mafia. La fama di “ammazzasentenze” esplose sui giornali dopo alcuni
clamorosi annullamenti e scarcerazioni, come quella dell’11 febbraio 1991,
quando 43 imputati, tra cui numerosi boss mafiosi, tornarono in libertà per la
scadenza dei termini di custodia cautelare. Le polemiche portarono a
interpellanze parlamentari, monitoraggi ministeriali e a un’intensa pressione
politica e mediatica. Tuttavia, le verifiche disposte negli anni, anche su
impulso di ministri come Mino Martinazzoli e Claudio Martelli, non riscontrarono
irregolarità formali nel suo operato.
Coinvolto successivamente nel processo Andreotti a seguito delle accuse del
pentito Gaspare Mutolo, Carnevale fu sospeso dal servizio nel 1993. Condannato
in appello nel 2001 per concorso esterno in associazione mafiosa, venne
definitivamente assolto nel 2002 dalla Cassazione perché “il fatto non
sussiste”. Tornò in servizio nel 2007 in una sezione civile della Cassazione e
andò in pensione nel 2013. I funerali si svolgeranno venerdì alle ore 15, nella
chiesta di Cristo Re di viale Mazzini a Roma.
L'articolo Morto Corrado Carnevale: l’ex giudice della Cassazione soprannominato
“l’ammazzasentenze” aveva 95 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Source - Il Fatto Quotidiano
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Cominciano con un breve blackout le Olimpiadi invernali a Cortina. L’incidente
tecnico è avvenuto al Cortina Curling Olympic Stadium durante le prime partite
del torneo misto di curling, in programma già oggi, quando sono iniziate le gare
del round robin dei Giochi, in anticipo rispetto alla cerimonia d’apertura in
programma venerdì 6 febbraio. L’interruzione di corrente è durata alcuni minuti
(circa otto), durante i quali sia gli atleti – i curler – sia gli spettatori
sono rimasti nella penombra.
I riflettori che illuminano le corsie si sono spenti e all’interno del
palaghiaccio sono rimaste accese solo alcune luci presenti sulle tribune. Gli
atleti presenti sul ghiaccio si sono dovuti fermare, nell’imbarazzo generale.
Per fortuna la luce ci ha messo poco a tornare, con grande sollievo del
pubblico. Era in corso quattro partite: Gran Bretagna contro Norvegia, Canada
contro Repubblica Ceca, Svezia contro Corea del Sud ed Estonia contro Svizzera.
Non un bel biglietto da visita in vista del grande appuntamento di domani,
quando sul rink toccherà al duo italiano composto da Amos Mosaner e Stefania
Constantini: i campioni olimpici in carica sfideranno prima la Corea del Sud
(ore 10.05) e poi il Canada (ore 19.05) nei loro primi match del round robin.
Devono difendere lo storico oro conquistato a Pechino 2022, spinto anche dal
tifo di casa. Mosaner sarà poi portabandiera alla cerimonia d’apertura di
Cortina. Sperando che non ci siano altri imprevisti.
L'articolo Blackout alle Olimpiadi: alle prime gare di curling salta la luce nel
palazzetto di Cortina proviene da Il Fatto Quotidiano.
I colloqui tra Stati Uniti e Iran rischiano di fallire prima ancora di
cominciare. Washington, secondo fonti statunitensi ad Axios, avrebbe infatti
respinto le ultime richieste di Teheran, facendo saltare l’incontro previsto per
venerdì tra l’inviato Usa, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano,
Abbas Araghchi. E a rendere ancora più teso il clima sono le parole di Donald
Trump che avverte la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei: “Direi
che dovrebbe essere molto preoccupato“, ha detto il presidente Usa in
un’intervista a Nbc News.
I negoziati, nati per scongiurare un nuovo attacco americano contro il regime,
sono pertanto in bilico. “Il divario tra le parti è troppo ampio e non può
essere colmato”, ha spiegato un funzionario israeliano a Ynet, al termine di una
giornata di incertezze sul formato dei colloqui, sui temi da affrontare, perfino
sulla sede dell’incontro. I colloqui però non sarebbero ancora definitivamente
saltati. Stando a fonti americane di Axios e Channel 12, Witkoff e il genero di
Trump, Jared Kushner, dovrebbero recarsi giovedì in Qatar, al termine della
tappa di Abu Dhabi per la crisi ucraina, proprio per discutere della situazione
con l’Iran. E poi rientrare a Miami senza proseguire per l’Oman dove avrebbero
dovuto incontrare gli emissari di Teheran. Tuttavia, hanno sottolineato i
funzionari statunitensi, “se gli iraniani sono disposti a tornare al formato
originale, gli Stati Uniti sono pronti a incontrarsi già questa settimana o la
prossima”.
Dopo un mese di minacce da parte di Trump, che prima ha intimato agli ayatollah
di cessare la repressione violenta delle proteste e poi ha spostato il focus sul
dossier nucleare iraniano, sembrava che i colloqui dovessero tenersi
inizialmente venerdì a Istanbul con la partecipazione di altri Paesi arabi e
musulmani. Teheran aveva poi chiesto di spostarli in Oman e le agenzie iraniane
avevano dato per certo il trasferimento dell’incontro a Muscat, mentre dagli
Stati Uniti non era giunta alcuna conferma. “Pensavamo di aver stabilito un
formato che era stato approvato in Turchia. Era creato da diversi partner che
intendevano prendervi parte. Poi ho visto che gli iraniani non erano d’accordo”,
ha spiegato il segretario di Stato Marco Rubio in conferenza stampa a
Washington, aggiungendo che la questione della sede era “ancora in via di
discussione”. “Se gli iraniani vogliono incontrarci, siamo pronti”, aveva quindi
ribadito.
Ma, al di là della sede dei colloqui, ad accrescere le distanze tra le
rispettive posizioni sarebbe stata soprattutto l’agenda sul tavolo. L’Iran aveva
chiesto che i negoziati fossero esclusivamente bilaterali – senza la presenza di
Paesi terzi – e si limitassero al solo dossier nucleare e delle scorte di uranio
arricchito di cui dispone, mentre gli Stati Uniti hanno insistito per mettere
sul tavolo anche il programma dei missili balistici e il finanziamento delle
milizie filo-iraniane nella regione, da Hezbollah alla Jihad islamica
palestinese fino agli Houthi yemeniti. “Affinché i colloqui con l’Iran portino a
qualcosa di significativo, dovrebbero includere certi elementi, a cominciare
dalla discussione sui suoi missili balistici, il suo sostegno alle
organizzazioni terroristiche nella regione, il programma nucleare e il
trattamento riservato alla sua popolazione”, ha ribadito Rubio ricevendo il no
della Repubblica islamica: “La questione principale è la questione nucleare
iraniana – ha fatto sapere il regime – e una delle richieste più importanti
dell’Iran è la revoca delle sanzioni statunitensi”.
L'articolo In bilico i negoziati Usa-Iran, saltano i colloqui di venerdì. Trump:
“Khamenei dovrebbe essere molto preoccupato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Procura di Roma sta indagando sul servizio di elisoccorso a Roma e nel Lazio.
Si tratta di uno dei settori più delicati in capo all’Ares 118, l’unità
operativa della Regione Lazio a cui si affidano quasi 6 milioni di persone. Nel
Lazio il servizio è gestito, dalla fine del 2024, dalla società Elifriulia spa,
subentrata a Elitaliana. Quest’ultima società, dopo quasi 20 anni – tra continue
proroghe e decine di ricorsi a Tar e Consiglio di Stato – ha dovuto
definitivamente lasciare il campo all’azienda vincitrice del bando. Che però,
secondo i pm, potrebbe aver commesso un errore. Il fascicolo è ancora
esplorativo, non ci sono indagati, l’ipotesi è inadempimento in pubbliche
forniture. In pratica, a quanto risulta al Fatto, Elifriulia da luglio 2025
avrebbe messo a disposizione del servizio nel Lazio soltanto tre elicotteri,
contro i quattro previsti negli accordi con Ares 118. Di norma, infatti, gli
elicotteri vanno spesso in manutenzione, dunque bisogna sempre tenerne uno di
“riserva” in officina per far sì che, al rientro di una delle macchine
“titolari” possa essere utilizzato il muletto e tenerne sempre operative tre.
Questo finché Elifriulia non ha deciso di partecipare a un bando simile in
Regione Basilicata, mettendo però a disposizione non un ulteriore elicottero,
bensì quello che nel Lazio era considerato di riserva.
Nelle scorse settimane la Guardia di Finanza ha acquisito gli atti relativi al
contratto tra Ares 118 e Elifriulia. Presto sarà consegnata un’informativa in
Procura. Nel frattempo il contratto con Elifriulia è stato mantenuto in essere,
anche se la Regione Lazio ha deciso di applicare penali molto severe, così da
non lasciare scoperto il servizio. In base anche all’evoluzione dell’inchiesta
saranno presi ulteriori provvedimenti. L’indagine nasce da una segnalazione
della stessa Ares 118, che ha anche inviato la documentazione all’Autorità
Anticorruzione.
Nella foto: immagine di repertorio
L'articolo La Procura di Roma indaga sull’appalto dell’elisoccorso: “Meno mezzi
di quelli previsti dal bando” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Nei giorni pari la Lega si opponeva all’invio di armi in Ucraina, nei giorni
dispari vota a favore dell’invio. Nei giorni pari si professa identitaria, in
quelli dispari liberale e progressista, come vuole Zaia. Ecco perché me ne sono
andato”. Lo ha detto l’ex generale Roberto Vannacci, in conferenza stampa a
Modena, dopo l’addio al Carroccio. “Il mio partito viene dato al 4,2% dai
sondaggisti? Mica male per un soggetto politico che ancora non esiste”.
L'articolo Vannacci: “Il mio partito al 4%? Mica male. Salvini? Lealtà non vuol
dire obbedienza cieca” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morto martedì l’ex magistrato Corrado Carnevali. Bolognese, ha lavorato tanti
anni a Milano dove è stato anche procuratore aggiunto della Repubblica. Nella
sua carriera è stato sia giudice che pm.
Dopo l’omicidio del magistrato Emilio Alessandrini ha indagato sul terrorismo
rosso. Per circa venti anni è stato un punto di riferimento della Procura di
Milano dove si è occupato anche di reati contro la pubblica amministrazione. La
sua carriera si è conclusa a Monza dove è stato procuratore della Repubblica.
L'articolo Molto l’ex magistrato Corrado Carnevali: è stato procuratore aggiunto
a Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
“C’è la possibilità che io conquisti Marte? No, non ho i razzi spaziali“. Con
queste parole Carlo Calenda, leader di Azione, ha escluso una sua candidatura a
sindaco di Roma, commentando le indiscrezioni circolate nelle ultime ore. “Per
essere molto chiari – ha aggiunto – io non mi candiderò a fare il sindaco di
Roma, perché Azione si candiderà a essere il polo europeista e liberale,
alternativo a questa destra e a questa sinistra che non mettono mai davanti
l’interesse del Paese”. Secondo Calenda, la priorità politica è un’altra: “Oggi
l’interesse nazionale è partecipare alla costruzione di un’Europa federale nel
minor tempo possibile. Questo farà Azione, questo farò io ed è quello che
abbiamo promesso ai nostri elettori”.
L'articolo Calenda candidato sindaco di Roma per il centrodestra? Lui risponde
così: “C’è la possibilità che conquisti Marte?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinquanta Paesi riuniti a Washington per discutere di minerali critici e della
strategia per contrastare il monopolio cinese. Proprio nei minuti in cui Donald
Trump e Xi Jinping parlavano al telefono, commentando la “bontà” del loro
rapporto e della loro comunicazione. L’incontro, a cui era presente in
rappresentanza dell’Italia il ministro degli Esteri Antonio Tajani, è il primo
nel suo genere organizzato dall’amministrazione Trump e ha un obiettivo
ambizioso: creare un blocco unico di paesi che, grazie ai dazi doganali, possa
contrastare il monopolio sulle terre rare di Pechino. Alla fine del vertice gli
Stati Uniti, la Ue e il Giappone hanno annunciato una partnership strategica ad
hoc per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento, guardando a
un più ampio accordo commerciale con partner affini che potrebbe includere
prezzi minimi adeguati alle frontiere e sussidi per colmare i differenziali di
prezzo. In una dichiarazione congiunta, si afferma che Stati Uniti, Unione
europea e Giappone si sono impegnati a concludere un memorandum d’intesa entro
30 giorni.
Il vicepresidente JD Vance ha commentato: “Credo che molti di noi abbiano
imparato a proprie spese, nell’ultimo anno, quanto le nostre economie dipendano
da questi minerali critici. Quella che si presenta a tutti noi è un’opportunità
di autosufficienza, che ci permetterà di non dipendere da nessun altro se non da
noi stessi per i minerali critici necessari a sostenere le nostre industrie e la
crescita”. I minerali critici sono fondamentali per la produzione di una vasta
gamma di prodotti, dai motori a reazione agli smartphone e la Cina domina da
anni questo mercato.
La nuova strategia è stata annunciata dopo che la Cina – che gestisce il 70%
dell’estrazione e il 90% della lavorazione delle terre rare a livello mondiale –
ha ridotto il flusso di questi elementi in risposta alla guerra dei dazi di
Trump. Le due superpotenze hanno raggiunto una tregua di un anno dopo l’incontro
dello scorso ottobre tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, concordando
una riduzione dei dazi e delle restrizioni sulle terre rare. Tuttavia, le
limitazioni imposte dalla Cina restano più severe rispetto a prima
dell’insediamento di Trump. “Non vogliamo mai più trovarci nella situazione in
cui ci siamo trovati un anno fa”, ha dichiarato il presidente americano.
Trump ha anche deciso di iniettare denaro pubblico nel settore. Il Pentagono ha
infatti stanziato quasi 5 miliardi di dollari nell’ultimo anno per assicurare
l’accesso a questi materiali.
“Vogliamo garantire una fornitura diversificata di minerali critici e catene di
approvvigionamento sicure e resilienti in tutto il mondo, in modo che tutte le
nostre economie possano prosperare senza che questi elementi possano mai essere
utilizzati, nel peggiore dei casi, come strumento di pressione contro di noi, o
senza che si verifichino altre interruzioni del mercato che potrebbero minare la
nostra sicurezza economica collettiva”, ha detto il segretario di Stato, Marco
Rubio. Secondo il capo della diplomazia di Washington, questo piano aiuterà
l’Occidente a superare il problema di accesso alle materie prime critiche:
“Ognuno di voi ha un ruolo da svolgere, ed è per questo che siamo grati per la
vostra presenza a questo incontro che, spero, porterà non solo ad altri
incontri, ma anche ad azioni concrete”.
Solo due giorni fa Trump ha annunciato il Progetto Vault, un piano per la
creazione di una riserva strategica di elementi rari, finanziato con un prestito
di 10 miliardi di dollari dalla U.S. Export-Import Bank e con quasi 1,67
miliardi di dollari di capitale privato. La strategia delle scorte potrebbe
contribuire a creare un sistema di prezzi “più organico” che escluda la Cina,
che ha sfruttato il suo dominio per influenzare il mercato con prodotti a prezzi
inferiori al fine di indebolire la concorrenza. “Lanciamo quello che sarà
conosciuto come Project Vault per garantire che le aziende e i lavoratori
americani non subiscano mai danni a causa di eventuali carenze”, queste le
parole di Trump alla Casa Bianca, affiancato dalla ceo di General Motors, Mary
Barra, e dall’imprenditore del settore minerario, Robert Friedland. La riserva,
una novità assoluta per il settore civile statunitense, sarà formata da terre
rare e minerali critici come gallio e cobalto, fondamentali per la produzione di
batterie, smartphone, motori per jet, radar e veicoli elettrici. L’obiettivo è
attenuare l’impatto di improvvise interruzioni delle forniture e di conseguenti
forti oscillazioni dei prezzi, in un contesto globale sempre più contraddistinto
da crescenti tensioni. Il progetto coinvolge già più di una decina di grandi
gruppi industriali, tra cui Gm, Stellantis, Boeing, Corning, Ge Vernova e
Google. Parallelamente, l’Amministrazione sta proseguendo la strategia
diplomatica legata alle materie prime. Gli Stati Uniti hanno già siglato accordi
di cooperazione con Australia, Giappone, Malesia e altri Paesi e puntano ad
ampliare ulteriormente la rete.
L'articolo Minerali critici e terre rare, partnership strategica tra Usa, Ue e
Giappone per contrastare lo strapotere cinese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fresco di divorzio dalla Lega, Roberto Vannacci sceglie un evento a Modena sulla
remigrazione come prima uscita pubblica per lanciare il suo nuovo partito Futuro
Nazionale. Ed è a Matteo Salvini che il generale dedica le sue prime parole,
tutt’altro che concilianti: “Io sleale? È lui che ha tradito le promesse“,
incalza Vannacci in un colloquio con Repubblica prima della conferenza. “È stato
Matteo Salvini, o meglio il suo partito, che continua a promuovere determinate
idee e concetti e poi allo stato dei fatti quando si tratta di votarli va in
un’altra direzione“.
Così elenca i temi da lui contestati: “Non solo sulle armi all’Ucraina, ma anche
sulla legge Fornero. Salvini è quello che per anni ha detto che andava demolita
invece poi china il capo, si mette in posizione prona in una coalizione che
invece la promuove e la conferma”. Arrivato a Modena, l’europarlamentare spiega
i motivi della sua decisione di dire addio alla Lega che lo ha candidato nel
2024 e del quale era stato nominato meno di un anno fa anche vicesegretario:
“Lealtà non vuol dire obbedienza cieca e assoluta, onore non vuol dire
immobilismo, disciplina non significa rifiutarsi di pensare. Io sono rimasto
fedele: sono stato eletto non perché ero un politico, ma perché avevo scritto un
libro” su certi valori. Il riferimento evidente è alle parole di ieri di
Salvini: “Siamo abituati a pensare che parole come onore, disciplina e lealtà
abbiano un significato preciso, specie per chi ha indossato una divisa”, aveva
scritto in un posto il vicepremier che lo ha definito un “ingrato“.
“La Lega mi aveva portato come persona che portava principi, valori e ideali.
Nel momento in cui non vengono rispettati non rimango in un contenitore che
tradisce la mia identità“, spiega l’ex paracadutista in conferenza stampa. “Io
non ho preso nessun taxi. Evidentemente il taxi ha cambiato direzione, a me
interessa arrivare alla meta. Sono sceso da questo taxi, procedo a piedi con lo
zaino, bussola e cartina”, ha aggiunto. Così lancia il suo Futuro Nazionale: “Un
partito come quello che mi approccio a fondare – precisa – è interlocutore
naturale della destra. Presenta principi valori e ideali portati avanti. Forse
qualcuno se n’è dimenticato, che predica qualcosa e poi vota altro”. Così dice
che con il suo nuovo partito vuole fungere “da sveglia, adunata del mattino” per
il centrodestra. Forse con gli squilli di tromba “qualcuno si sveglia e dice
‘abbiamo preso una direzione sbagliata meglio tornare sui passi che avevamo
promesso agli elettori'”, ha aggiunto. Cita anche le stime del primo sondaggio
di YouTrend per SkyTg24: “Presentava qualcosa che ancora non esiste al 4,2%,
mica male come rampa di lancio. Significa che c’è qualcuno che apprezza i valori
del mio partito che ho specificato nel mio manifesto”, commenta.
L'articolo Vannacci attacca Salvini: “È lui il traditore. Su armi a Kiev e legge
Fornero si mette in posizione prona” proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una trincea nel centro di Roma, tra Largo Chigi e via XX Settembre. Da una
parte la Presidenza del Consiglio, dall’altra il Ministero dell’Economia e delle
Finanze. In mezzo, una guerra di posizione che sembra ruotare attorno ai
privilegi dei privilegiati — smart working, indennità, previdenza, welfare — e
che invece rivela chi ha davvero il potere di imporli dentro la macchina dello
Stato. Spoiler: il potere non appartiene a chi è chiamato a prendere decisioni
politiche, ma a di chi stabilisce quanto quelle decisioni possono costare.
Giovedì il Consiglio dei ministri è chiamato a discutere il decreto sicurezza
dopo i fatti di Torino. Ma in fondo all’ordine del giorno c’è un punto destinato
ad accendere un altro tipo di scontro, meno visibile ma rivelatore, che mette a
nudo una frattura profonda tra gli apparati centrali dello Stato. Sul tavolo del
Cdm arriva infatti anche il rinnovo del contratto collettivo 2019-2021 dei circa
3.100 dipendenti della Presidenza del Consiglio, tra 2.100 di ruolo e circa
mille in comando da altre amministrazioni.
Una platea ampia, che comprende il personale distribuito in oltre venti
dipartimenti, compreso quello della Protezione civile, il primo a proclamare lo
stato di agitazione. Il contratto porta aumenti medi intorno ai 50,0 euro netti
al mese, senza recuperare l’inflazione accumulata. A far deflagrare lo scontro
interno, però, è stata un’altra scelta: il dimezzamento del lavoro agile, da due
a un giorno a settimana, deciso unilateralmente dalla Presidenza del Consiglio
dei Ministri.
La misura ha fatto scattare lo stato di agitazione e aperto la strada al
tentativo di conciliazione davanti alla Direzione provinciale del lavoro. Una
scena inedita per Palazzo Chigi, con dirigenti e funzionari pronti a percorrere
gli stessi canali di tutela di categorie ben più fragili e sottorappresentate.
Il lavoro agile diventa così il detonatore di un malessere che covava da tempo
per varie ragioni (economiche, di welfare, di benessere organizzativo, ecc.).
La linea ufficiale è quella dell’austerità esemplare: più presenza, meno
flessibilità, “per dare il segnale”. Una linea che, nella lettura interna, viene
ricondotta all’indirizzo generale del Dipartimento della Funzione Pubblica
guidato dal ministro Paolo Zangrillo, che, improvvisamente, con una brusca
retromarcia rispetto alle sue stesse posizioni espresse in passato, è tornato a
spingere sulla prevalenza del lavoro in presenza dopo la stagione emergenziale.
Una cornice ampia, che lascia margini di interpretazione.
È proprio su quei margini che si consuma lo strappo. Perché altrove quella
cornice viene applicata con flessibilità, mentre a Palazzo Chigi assume la forma
di una regola rigida, quasi notarile. La gestione della partita scivola
interamente sul piano amministrativo, sotto la regia del segretariato generale
guidato da Carlo Deodato. La riduzione del lavoro agile viene comunicata come
atto tecnico già definito, senza una mediazione preventiva, senza una plausibile
motivazione e senza un’assunzione di responsabilità politica esplicita.
In questo passaggio pesa anche la scelta di defilarsi del sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che non si è intestato politicamente
la decisione, lasciando che la misura fosse percepita come “inevitabile”. Una
gestione che ha contribuito a trasformare una modifica organizzativa in una
crisi aperta.
Il punto è che quella rigidità vale solo per alcuni dipendenti pubblici basti
pensare a quanto accade in altri ministeri o nelle regioni ed in altri enti
pubblici in cui lo smart working è ampiamente riconosciuto e applicato. In
particolare a poche centinaia di metri, al Ministero dell’Economia e delle
Finanze, lo scenario è opposto. Qui il lavoro agile continua a spingersi fino a
dieci giorni al mese, affiancato dal co-working nelle sedi territoriali. A
questo si aggiungono indennità aggiuntive per il personale impegnato
nell’attività pre-legislativa, maggiorazioni legate alla reperibilità e un
sistema di welfare strutturato che comprende previdenza integrativa,
anticipazioni sul Tfr e sovvenzioni assistenziali (polizza sanitaria per i
dipendenti). Tutto normato, tutto finanziato. Tutte misure che, spesso, gli
altri ministeri, compreso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, non
riconoscono al proprio personale.
Due palazzi dello stesso Stato, due regimi amministrativi diversi. È qui che la
vertenza di Palazzo Chigi smette di essere una questione organizzativa e diventa
uno scontro di potere. La Funzione Pubblica può orientare e coordinare, ma la
decisione finale resta altrove. È al MEF che si bollinano i contratti, si
certificano le coperture e si stabilisce cosa è sostenibile e cosa no. Quando
l’indirizzo politico-amministrativo entra in collisione con il controllo dei
cordoni della borsa, l’esito è già scritto e, spesso, quello che vale per
un’amministrazione non vale per un’altra.
La contesa sul lavoro agile diventa il simbolo di una frattura più ampia che
attraversa l’amministrazione centrale dello Stato. Una guerra tra apparati che
parla di privilegi solo in superficie. Sotto, racconta una verità più semplice e
più brutale: nella macchina pubblica il potere reale non sta dove si prendono le
decisioni politiche, ma dove si decide quanto costano, magari interpretando le
norme in maniera non sempre omogenea.
L'articolo Palazzo Chigi dimezza lo smart working dei dipendenti. Scontro con il
Mef (dove i privilegi restano). E i funzionari si rivolgono allo sportello del
lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.