Source - Il Fatto Quotidiano

News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia

Morto Corrado Carnevale: l’ex giudice della Cassazione soprannominato “l’ammazzasentenze” aveva 95 anni
È morto a Roma all’età 95 anni l’ex giudice Corrado Carnevale. Passò alla storia come “l’ammazzasentenze”. Nato a Licata il 9 maggio del 1930, Carnevale ha attraversato oltre mezzo secolo della storia giudiziaria italiana. L’ex magistrato nel 1985, a soli 55 anni, divenne presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione, il più giovane di sempre. Durante la sua presidenza, dal 1985 al 1993, firmò o presiedette l’annullamento di centinaia di sentenze d’appello, circa 500, relative a reati per associazione mafiosa e terroristica. Le sue sentenze si basavano quasi sempre su vizi di forma, errori procedurali o carenze di motivazione, ma alimentarono il sospetto di un atteggiamento indulgente verso imputati eccellenti, soprattutto nei grandi processi di mafia. La fama di “ammazzasentenze” esplose sui giornali dopo alcuni clamorosi annullamenti e scarcerazioni, come quella dell’11 febbraio 1991, quando 43 imputati, tra cui numerosi boss mafiosi, tornarono in libertà per la scadenza dei termini di custodia cautelare. Le polemiche portarono a interpellanze parlamentari, monitoraggi ministeriali e a un’intensa pressione politica e mediatica. Tuttavia, le verifiche disposte negli anni, anche su impulso di ministri come Mino Martinazzoli e Claudio Martelli, non riscontrarono irregolarità formali nel suo operato. Coinvolto successivamente nel processo Andreotti a seguito delle accuse del pentito Gaspare Mutolo, Carnevale fu sospeso dal servizio nel 1993. Condannato in appello nel 2001 per concorso esterno in associazione mafiosa, venne definitivamente assolto nel 2002 dalla Cassazione perché “il fatto non sussiste”. Tornò in servizio nel 2007 in una sezione civile della Cassazione e andò in pensione nel 2013. I funerali si svolgeranno venerdì alle ore 15, nella chiesta di Cristo Re di viale Mazzini a Roma. L'articolo Morto Corrado Carnevale: l’ex giudice della Cassazione soprannominato “l’ammazzasentenze” aveva 95 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Cassazione
Magistrati
Blackout alle Olimpiadi: alle prime gare di curling salta la luce nel palazzetto di Cortina
Cominciano con un breve blackout le Olimpiadi invernali a Cortina. L’incidente tecnico è avvenuto al Cortina Curling Olympic Stadium durante le prime partite del torneo misto di curling, in programma già oggi, quando sono iniziate le gare del round robin dei Giochi, in anticipo rispetto alla cerimonia d’apertura in programma venerdì 6 febbraio. L’interruzione di corrente è durata alcuni minuti (circa otto), durante i quali sia gli atleti – i curler – sia gli spettatori sono rimasti nella penombra. I riflettori che illuminano le corsie si sono spenti e all’interno del palaghiaccio sono rimaste accese solo alcune luci presenti sulle tribune. Gli atleti presenti sul ghiaccio si sono dovuti fermare, nell’imbarazzo generale. Per fortuna la luce ci ha messo poco a tornare, con grande sollievo del pubblico. Era in corso quattro partite: Gran Bretagna contro Norvegia, Canada contro Repubblica Ceca, Svezia contro Corea del Sud ed Estonia contro Svizzera. Non un bel biglietto da visita in vista del grande appuntamento di domani, quando sul rink toccherà al duo italiano composto da Amos Mosaner e Stefania Constantini: i campioni olimpici in carica sfideranno prima la Corea del Sud (ore 10.05) e poi il Canada (ore 19.05) nei loro primi match del round robin. Devono difendere lo storico oro conquistato a Pechino 2022, spinto anche dal tifo di casa. Mosaner sarà poi portabandiera alla cerimonia d’apertura di Cortina. Sperando che non ci siano altri imprevisti. L'articolo Blackout alle Olimpiadi: alle prime gare di curling salta la luce nel palazzetto di Cortina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Olimpiadi Milano-Cortina 2026
Olimpiadi
In bilico i negoziati Usa-Iran, saltano i colloqui di venerdì. Trump: “Khamenei dovrebbe essere molto preoccupato”
I colloqui tra Stati Uniti e Iran rischiano di fallire prima ancora di cominciare. Washington, secondo fonti statunitensi ad Axios, avrebbe infatti respinto le ultime richieste di Teheran, facendo saltare l’incontro previsto per venerdì tra l’inviato Usa, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. E a rendere ancora più teso il clima sono le parole di Donald Trump che avverte la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei: “Direi che dovrebbe essere molto preoccupato“, ha detto il presidente Usa in un’intervista a Nbc News. I negoziati, nati per scongiurare un nuovo attacco americano contro il regime, sono pertanto in bilico. “Il divario tra le parti è troppo ampio e non può essere colmato”, ha spiegato un funzionario israeliano a Ynet, al termine di una giornata di incertezze sul formato dei colloqui, sui temi da affrontare, perfino sulla sede dell’incontro. I colloqui però non sarebbero ancora definitivamente saltati. Stando a fonti americane di Axios e Channel 12, Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, dovrebbero recarsi giovedì in Qatar, al termine della tappa di Abu Dhabi per la crisi ucraina, proprio per discutere della situazione con l’Iran. E poi rientrare a Miami senza proseguire per l’Oman dove avrebbero dovuto incontrare gli emissari di Teheran. Tuttavia, hanno sottolineato i funzionari statunitensi, “se gli iraniani sono disposti a tornare al formato originale, gli Stati Uniti sono pronti a incontrarsi già questa settimana o la prossima”. Dopo un mese di minacce da parte di Trump, che prima ha intimato agli ayatollah di cessare la repressione violenta delle proteste e poi ha spostato il focus sul dossier nucleare iraniano, sembrava che i colloqui dovessero tenersi inizialmente venerdì a Istanbul con la partecipazione di altri Paesi arabi e musulmani. Teheran aveva poi chiesto di spostarli in Oman e le agenzie iraniane avevano dato per certo il trasferimento dell’incontro a Muscat, mentre dagli Stati Uniti non era giunta alcuna conferma. “Pensavamo di aver stabilito un formato che era stato approvato in Turchia. Era creato da diversi partner che intendevano prendervi parte. Poi ho visto che gli iraniani non erano d’accordo”, ha spiegato il segretario di Stato Marco Rubio in conferenza stampa a Washington, aggiungendo che la questione della sede era “ancora in via di discussione”. “Se gli iraniani vogliono incontrarci, siamo pronti”, aveva quindi ribadito. Ma, al di là della sede dei colloqui, ad accrescere le distanze tra le rispettive posizioni sarebbe stata soprattutto l’agenda sul tavolo. L’Iran aveva chiesto che i negoziati fossero esclusivamente bilaterali – senza la presenza di Paesi terzi – e si limitassero al solo dossier nucleare e delle scorte di uranio arricchito di cui dispone, mentre gli Stati Uniti hanno insistito per mettere sul tavolo anche il programma dei missili balistici e il finanziamento delle milizie filo-iraniane nella regione, da Hezbollah alla Jihad islamica palestinese fino agli Houthi yemeniti. “Affinché i colloqui con l’Iran portino a qualcosa di significativo, dovrebbero includere certi elementi, a cominciare dalla discussione sui suoi missili balistici, il suo sostegno alle organizzazioni terroristiche nella regione, il programma nucleare e il trattamento riservato alla sua popolazione”, ha ribadito Rubio ricevendo il no della Repubblica islamica: “La questione principale è la questione nucleare iraniana – ha fatto sapere il regime – e una delle richieste più importanti dell’Iran è la revoca delle sanzioni statunitensi”. L'articolo In bilico i negoziati Usa-Iran, saltano i colloqui di venerdì. Trump: “Khamenei dovrebbe essere molto preoccupato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Donald Trump
Mondo
Usa
La Procura di Roma indaga sull’appalto dell’elisoccorso: “Meno mezzi di quelli previsti dal bando”
La Procura di Roma sta indagando sul servizio di elisoccorso a Roma e nel Lazio. Si tratta di uno dei settori più delicati in capo all’Ares 118, l’unità operativa della Regione Lazio a cui si affidano quasi 6 milioni di persone. Nel Lazio il servizio è gestito, dalla fine del 2024, dalla società Elifriulia spa, subentrata a Elitaliana. Quest’ultima società, dopo quasi 20 anni – tra continue proroghe e decine di ricorsi a Tar e Consiglio di Stato – ha dovuto definitivamente lasciare il campo all’azienda vincitrice del bando. Che però, secondo i pm, potrebbe aver commesso un errore. Il fascicolo è ancora esplorativo, non ci sono indagati, l’ipotesi è inadempimento in pubbliche forniture. In pratica, a quanto risulta al Fatto, Elifriulia da luglio 2025 avrebbe messo a disposizione del servizio nel Lazio soltanto tre elicotteri, contro i quattro previsti negli accordi con Ares 118. Di norma, infatti, gli elicotteri vanno spesso in manutenzione, dunque bisogna sempre tenerne uno di “riserva” in officina per far sì che, al rientro di una delle macchine “titolari” possa essere utilizzato il muletto e tenerne sempre operative tre. Questo finché Elifriulia non ha deciso di partecipare a un bando simile in Regione Basilicata, mettendo però a disposizione non un ulteriore elicottero, bensì quello che nel Lazio era considerato di riserva. Nelle scorse settimane la Guardia di Finanza ha acquisito gli atti relativi al contratto tra Ares 118 e Elifriulia. Presto sarà consegnata un’informativa in Procura. Nel frattempo il contratto con Elifriulia è stato mantenuto in essere, anche se la Regione Lazio ha deciso di applicare penali molto severe, così da non lasciare scoperto il servizio. In base anche all’evoluzione dell’inchiesta saranno presi ulteriori provvedimenti. L’indagine nasce da una segnalazione della stessa Ares 118, che ha anche inviato la documentazione all’Autorità Anticorruzione. Nella foto: immagine di repertorio L'articolo La Procura di Roma indaga sull’appalto dell’elisoccorso: “Meno mezzi di quelli previsti dal bando” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Roma
Giustizia
Procura di Roma
Vannacci: “Il mio partito al 4%? Mica male. Salvini? Lealtà non vuol dire obbedienza cieca”
“Nei giorni pari la Lega si opponeva all’invio di armi in Ucraina, nei giorni dispari vota a favore dell’invio. Nei giorni pari si professa identitaria, in quelli dispari liberale e progressista, come vuole Zaia. Ecco perché me ne sono andato”. Lo ha detto l’ex generale Roberto Vannacci, in conferenza stampa a Modena, dopo l’addio al Carroccio. “Il mio partito viene dato al 4,2% dai sondaggisti? Mica male per un soggetto politico che ancora non esiste”. L'articolo Vannacci: “Il mio partito al 4%? Mica male. Salvini? Lealtà non vuol dire obbedienza cieca” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Roberto Vannacci
Molto l’ex magistrato Corrado Carnevali: è stato procuratore aggiunto a Milano
È morto martedì l’ex magistrato Corrado Carnevali. Bolognese, ha lavorato tanti anni a Milano dove è stato anche procuratore aggiunto della Repubblica. Nella sua carriera è stato sia giudice che pm. Dopo l’omicidio del magistrato Emilio Alessandrini ha indagato sul terrorismo rosso. Per circa venti anni è stato un punto di riferimento della Procura di Milano dove si è occupato anche di reati contro la pubblica amministrazione. La sua carriera si è conclusa a Monza dove è stato procuratore della Repubblica. L'articolo Molto l’ex magistrato Corrado Carnevali: è stato procuratore aggiunto a Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Magistrati
Calenda candidato sindaco di Roma per il centrodestra? Lui risponde così: “C’è la possibilità che conquisti Marte?”
“C’è la possibilità che io conquisti Marte? No, non ho i razzi spaziali“. Con queste parole Carlo Calenda, leader di Azione, ha escluso una sua candidatura a sindaco di Roma, commentando le indiscrezioni circolate nelle ultime ore. “Per essere molto chiari – ha aggiunto – io non mi candiderò a fare il sindaco di Roma, perché Azione si candiderà a essere il polo europeista e liberale, alternativo a questa destra e a questa sinistra che non mettono mai davanti l’interesse del Paese”. Secondo Calenda, la priorità politica è un’altra: “Oggi l’interesse nazionale è partecipare alla costruzione di un’Europa federale nel minor tempo possibile. Questo farà Azione, questo farò io ed è quello che abbiamo promesso ai nostri elettori”. L'articolo Calenda candidato sindaco di Roma per il centrodestra? Lui risponde così: “C’è la possibilità che conquisti Marte?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Carlo Calenda
Minerali critici e terre rare, partnership strategica tra Usa, Ue e Giappone per contrastare lo strapotere cinese
Cinquanta Paesi riuniti a Washington per discutere di minerali critici e della strategia per contrastare il monopolio cinese. Proprio nei minuti in cui Donald Trump e Xi Jinping parlavano al telefono, commentando la “bontà” del loro rapporto e della loro comunicazione. L’incontro, a cui era presente in rappresentanza dell’Italia il ministro degli Esteri Antonio Tajani, è il primo nel suo genere organizzato dall’amministrazione Trump e ha un obiettivo ambizioso: creare un blocco unico di paesi che, grazie ai dazi doganali, possa contrastare il monopolio sulle terre rare di Pechino. Alla fine del vertice gli Stati Uniti, la Ue e il Giappone hanno annunciato una partnership strategica ad hoc per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento, guardando a un più ampio accordo commerciale con partner affini che potrebbe includere prezzi minimi adeguati alle frontiere e sussidi per colmare i differenziali di prezzo. In una dichiarazione congiunta, si afferma che Stati Uniti, Unione europea e Giappone si sono impegnati a concludere un memorandum d’intesa entro 30 giorni. Il vicepresidente JD Vance ha commentato: “Credo che molti di noi abbiano imparato a proprie spese, nell’ultimo anno, quanto le nostre economie dipendano da questi minerali critici. Quella che si presenta a tutti noi è un’opportunità di autosufficienza, che ci permetterà di non dipendere da nessun altro se non da noi stessi per i minerali critici necessari a sostenere le nostre industrie e la crescita”. I minerali critici sono fondamentali per la produzione di una vasta gamma di prodotti, dai motori a reazione agli smartphone e la Cina domina da anni questo mercato. La nuova strategia è stata annunciata dopo che la Cina – che gestisce il 70% dell’estrazione e il 90% della lavorazione delle terre rare a livello mondiale – ha ridotto il flusso di questi elementi in risposta alla guerra dei dazi di Trump. Le due superpotenze hanno raggiunto una tregua di un anno dopo l’incontro dello scorso ottobre tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, concordando una riduzione dei dazi e delle restrizioni sulle terre rare. Tuttavia, le limitazioni imposte dalla Cina restano più severe rispetto a prima dell’insediamento di Trump. “Non vogliamo mai più trovarci nella situazione in cui ci siamo trovati un anno fa”, ha dichiarato il presidente americano. Trump ha anche deciso di iniettare denaro pubblico nel settore. Il Pentagono ha infatti stanziato quasi 5 miliardi di dollari nell’ultimo anno per assicurare l’accesso a questi materiali. “Vogliamo garantire una fornitura diversificata di minerali critici e catene di approvvigionamento sicure e resilienti in tutto il mondo, in modo che tutte le nostre economie possano prosperare senza che questi elementi possano mai essere utilizzati, nel peggiore dei casi, come strumento di pressione contro di noi, o senza che si verifichino altre interruzioni del mercato che potrebbero minare la nostra sicurezza economica collettiva”, ha detto il segretario di Stato, Marco Rubio. Secondo il capo della diplomazia di Washington, questo piano aiuterà l’Occidente a superare il problema di accesso alle materie prime critiche: “Ognuno di voi ha un ruolo da svolgere, ed è per questo che siamo grati per la vostra presenza a questo incontro che, spero, porterà non solo ad altri incontri, ma anche ad azioni concrete”. Solo due giorni fa Trump ha annunciato il Progetto Vault, un piano per la creazione di una riserva strategica di elementi rari, finanziato con un prestito di 10 miliardi di dollari dalla U.S. Export-Import Bank e con quasi 1,67 miliardi di dollari di capitale privato. La strategia delle scorte potrebbe contribuire a creare un sistema di prezzi “più organico” che escluda la Cina, che ha sfruttato il suo dominio per influenzare il mercato con prodotti a prezzi inferiori al fine di indebolire la concorrenza. “Lanciamo quello che sarà conosciuto come Project Vault per garantire che le aziende e i lavoratori americani non subiscano mai danni a causa di eventuali carenze”, queste le parole di Trump alla Casa Bianca, affiancato dalla ceo di General Motors, Mary Barra, e dall’imprenditore del settore minerario, Robert Friedland. La riserva, una novità assoluta per il settore civile statunitense, sarà formata da terre rare e minerali critici come gallio e cobalto, fondamentali per la produzione di batterie, smartphone, motori per jet, radar e veicoli elettrici. L’obiettivo è attenuare l’impatto di improvvise interruzioni delle forniture e di conseguenti forti oscillazioni dei prezzi, in un contesto globale sempre più contraddistinto da crescenti tensioni. Il progetto coinvolge già più di una decina di grandi gruppi industriali, tra cui Gm, Stellantis, Boeing, Corning, Ge Vernova e Google. Parallelamente, l’Amministrazione sta proseguendo la strategia diplomatica legata alle materie prime. Gli Stati Uniti hanno già siglato accordi di cooperazione con Australia, Giappone, Malesia e altri Paesi e puntano ad ampliare ulteriormente la rete. L'articolo Minerali critici e terre rare, partnership strategica tra Usa, Ue e Giappone per contrastare lo strapotere cinese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump
Economia
Stati Uniti
Xi Jinping
Vannacci attacca Salvini: “È lui il traditore. Su armi a Kiev e legge Fornero si mette in posizione prona”
Fresco di divorzio dalla Lega, Roberto Vannacci sceglie un evento a Modena sulla remigrazione come prima uscita pubblica per lanciare il suo nuovo partito Futuro Nazionale. Ed è a Matteo Salvini che il generale dedica le sue prime parole, tutt’altro che concilianti: “Io sleale? È lui che ha tradito le promesse“, incalza Vannacci in un colloquio con Repubblica prima della conferenza. “È stato Matteo Salvini, o meglio il suo partito, che continua a promuovere determinate idee e concetti e poi allo stato dei fatti quando si tratta di votarli va in un’altra direzione“. Così elenca i temi da lui contestati: “Non solo sulle armi all’Ucraina, ma anche sulla legge Fornero. Salvini è quello che per anni ha detto che andava demolita invece poi china il capo, si mette in posizione prona in una coalizione che invece la promuove e la conferma”. Arrivato a Modena, l’europarlamentare spiega i motivi della sua decisione di dire addio alla Lega che lo ha candidato nel 2024 e del quale era stato nominato meno di un anno fa anche vicesegretario: “Lealtà non vuol dire obbedienza cieca e assoluta, onore non vuol dire immobilismo, disciplina non significa rifiutarsi di pensare. Io sono rimasto fedele: sono stato eletto non perché ero un politico, ma perché avevo scritto un libro” su certi valori. Il riferimento evidente è alle parole di ieri di Salvini: “Siamo abituati a pensare che parole come onore, disciplina e lealtà abbiano un significato preciso, specie per chi ha indossato una divisa”, aveva scritto in un posto il vicepremier che lo ha definito un “ingrato“. “La Lega mi aveva portato come persona che portava principi, valori e ideali. Nel momento in cui non vengono rispettati non rimango in un contenitore che tradisce la mia identità“, spiega l’ex paracadutista in conferenza stampa. “Io non ho preso nessun taxi. Evidentemente il taxi ha cambiato direzione, a me interessa arrivare alla meta. Sono sceso da questo taxi, procedo a piedi con lo zaino, bussola e cartina”, ha aggiunto. Così lancia il suo Futuro Nazionale: “Un partito come quello che mi approccio a fondare – precisa – è interlocutore naturale della destra. Presenta principi valori e ideali portati avanti. Forse qualcuno se n’è dimenticato, che predica qualcosa e poi vota altro”. Così dice che con il suo nuovo partito vuole fungere “da sveglia, adunata del mattino” per il centrodestra. Forse con gli squilli di tromba “qualcuno si sveglia e dice ‘abbiamo preso una direzione sbagliata meglio tornare sui passi che avevamo promesso agli elettori'”, ha aggiunto. Cita anche le stime del primo sondaggio di YouTrend per SkyTg24: “Presentava qualcosa che ancora non esiste al 4,2%, mica male come rampa di lancio. Significa che c’è qualcuno che apprezza i valori del mio partito che ho specificato nel mio manifesto”, commenta. L'articolo Vannacci attacca Salvini: “È lui il traditore. Su armi a Kiev e legge Fornero si mette in posizione prona” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Lega
Roberto Vannacci
Matteo Salvini
Palazzo Chigi dimezza lo smart working dei dipendenti. Scontro con il Mef (dove i privilegi restano). E i funzionari si rivolgono allo sportello del lavoro
C’è una trincea nel centro di Roma, tra Largo Chigi e via XX Settembre. Da una parte la Presidenza del Consiglio, dall’altra il Ministero dell’Economia e delle Finanze. In mezzo, una guerra di posizione che sembra ruotare attorno ai privilegi dei privilegiati — smart working, indennità, previdenza, welfare — e che invece rivela chi ha davvero il potere di imporli dentro la macchina dello Stato. Spoiler: il potere non appartiene a chi è chiamato a prendere decisioni politiche, ma a di chi stabilisce quanto quelle decisioni possono costare. Giovedì il Consiglio dei ministri è chiamato a discutere il decreto sicurezza dopo i fatti di Torino. Ma in fondo all’ordine del giorno c’è un punto destinato ad accendere un altro tipo di scontro, meno visibile ma rivelatore, che mette a nudo una frattura profonda tra gli apparati centrali dello Stato. Sul tavolo del Cdm arriva infatti anche il rinnovo del contratto collettivo 2019-2021 dei circa 3.100 dipendenti della Presidenza del Consiglio, tra 2.100 di ruolo e circa mille in comando da altre amministrazioni. Una platea ampia, che comprende il personale distribuito in oltre venti dipartimenti, compreso quello della Protezione civile, il primo a proclamare lo stato di agitazione. Il contratto porta aumenti medi intorno ai 50,0 euro netti al mese, senza recuperare l’inflazione accumulata. A far deflagrare lo scontro interno, però, è stata un’altra scelta: il dimezzamento del lavoro agile, da due a un giorno a settimana, deciso unilateralmente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. La misura ha fatto scattare lo stato di agitazione e aperto la strada al tentativo di conciliazione davanti alla Direzione provinciale del lavoro. Una scena inedita per Palazzo Chigi, con dirigenti e funzionari pronti a percorrere gli stessi canali di tutela di categorie ben più fragili e sottorappresentate. Il lavoro agile diventa così il detonatore di un malessere che covava da tempo per varie ragioni (economiche, di welfare, di benessere organizzativo, ecc.). La linea ufficiale è quella dell’austerità esemplare: più presenza, meno flessibilità, “per dare il segnale”. Una linea che, nella lettura interna, viene ricondotta all’indirizzo generale del Dipartimento della Funzione Pubblica guidato dal ministro Paolo Zangrillo, che, improvvisamente, con una brusca retromarcia rispetto alle sue stesse posizioni espresse in passato, è tornato a spingere sulla prevalenza del lavoro in presenza dopo la stagione emergenziale. Una cornice ampia, che lascia margini di interpretazione. È proprio su quei margini che si consuma lo strappo. Perché altrove quella cornice viene applicata con flessibilità, mentre a Palazzo Chigi assume la forma di una regola rigida, quasi notarile. La gestione della partita scivola interamente sul piano amministrativo, sotto la regia del segretariato generale guidato da Carlo Deodato. La riduzione del lavoro agile viene comunicata come atto tecnico già definito, senza una mediazione preventiva, senza una plausibile motivazione e senza un’assunzione di responsabilità politica esplicita. In questo passaggio pesa anche la scelta di defilarsi del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che non si è intestato politicamente la decisione, lasciando che la misura fosse percepita come “inevitabile”. Una gestione che ha contribuito a trasformare una modifica organizzativa in una crisi aperta. Il punto è che quella rigidità vale solo per alcuni dipendenti pubblici basti pensare a quanto accade in altri ministeri o nelle regioni ed in altri enti pubblici in cui lo smart working è ampiamente riconosciuto e applicato. In particolare a poche centinaia di metri, al Ministero dell’Economia e delle Finanze, lo scenario è opposto. Qui il lavoro agile continua a spingersi fino a dieci giorni al mese, affiancato dal co-working nelle sedi territoriali. A questo si aggiungono indennità aggiuntive per il personale impegnato nell’attività pre-legislativa, maggiorazioni legate alla reperibilità e un sistema di welfare strutturato che comprende previdenza integrativa, anticipazioni sul Tfr e sovvenzioni assistenziali (polizza sanitaria per i dipendenti). Tutto normato, tutto finanziato. Tutte misure che, spesso, gli altri ministeri, compreso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, non riconoscono al proprio personale. Due palazzi dello stesso Stato, due regimi amministrativi diversi. È qui che la vertenza di Palazzo Chigi smette di essere una questione organizzativa e diventa uno scontro di potere. La Funzione Pubblica può orientare e coordinare, ma la decisione finale resta altrove. È al MEF che si bollinano i contratti, si certificano le coperture e si stabilisce cosa è sostenibile e cosa no. Quando l’indirizzo politico-amministrativo entra in collisione con il controllo dei cordoni della borsa, l’esito è già scritto e, spesso, quello che vale per un’amministrazione non vale per un’altra. La contesa sul lavoro agile diventa il simbolo di una frattura più ampia che attraversa l’amministrazione centrale dello Stato. Una guerra tra apparati che parla di privilegi solo in superficie. Sotto, racconta una verità più semplice e più brutale: nella macchina pubblica il potere reale non sta dove si prendono le decisioni politiche, ma dove si decide quanto costano, magari interpretando le norme in maniera non sempre omogenea. L'articolo Palazzo Chigi dimezza lo smart working dei dipendenti. Scontro con il Mef (dove i privilegi restano). E i funzionari si rivolgono allo sportello del lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Palazzo Chigi
Palazzi & Potere
Casta