Pochi mesi prima della sua morte, l’ex agente segreto Giulio Gangi scrisse un
memoriale su Emanuela Orlandi e sullo scotto che egli stesso ha pagato per le
sue indagini “indesiderate” sulla Vatican girl: 28 pagine (seguite da una decina
di allegati) da proporre come soggetto per un docu-film per cui aveva pensato
anche a un titolo: “Il Tiro Mancino”. Sottotitolo: “1992-1994 / Servizi &
Segreti. Dietro le quinte di una strana epurazione di Stato”.
Il documento è stato acquisito e in parte pubblicato dal Corriere nelle ultime
ore. Gangi, lo ricordiamo, è venuto a mancare a 62 anni nel 2022 a Roma,
nell’appartamento di un amico all’Infernetto, dopo una vita segnata da molti
tormenti.
CHI ERA L’AGENTE GANGI
Giulio Gangi frequentava la stessa località di villeggiatura della famiglia
Orlandi, Torano, e dei loro cugini, i Meneguzzi. Pare fosse rimasto
piacevolmente colpito da una cugina di Emanuela, Monica. Si era subito offerto
di dare una mano a ritrovare Emanuela sebbene fosse ancora agli inizi della sua
carriera che si rivelerà poi tormentata. Nel giugno del 1983, tre giorni dopo la
scomparsa di Emanuela si presentò a casa della famiglia Orlandi perché
intenzionato a rendersi utile per il ritrovamento della cittadina vaticana.
LA BMW DAVANTI AL SENATO
Fu l’agente Gangi a mettersi per primo sulle tracce dell’auto del mistero.
Parliamo della Bmw dal colore ancora imprecisato: in alcuni lanci dell’Ansa è
nera, in altri atti ufficiali diventa verde tundra. Neanche il modello è stato
chiarito in questi 43 anni. I primi a indicarla furono in quei giorni Alfredo
Sambuco e Bruno Bosco, il vigile e il poliziotto in servizio davanti al Senato
che videro Emanuela Orlandi parlare con il famigerato “Uomo dell’Avon” che
probabilmente le tese la trappola della finta offerta di lavoro. Quest’uomo
aveva parcheggiato la BMW in questione sul marciapiede di Palazzo Madama tant’è
che i due gli ordinano di spostarla. Gangi contattò subito la casa
automobilistica Bmw per rintracciare tutte le auto di quel colore scuro
immatricolate a Roma. Le sue ricerche, come ormai è noto, lo portarono in
un’officina in zona Nomentana che aveva una Bmw scura in riparazione, con il
vetro del finestrino del lato passeggero frantumato. Da lì, su quelle tracce
giunse al residence Mallia, in zona Balduina, come reso anche dall’agente stesso
in un verbale della seconda inchiesta. Al Mallia alloggiava la presunta
proprietaria dell’auto Dolores Brugnoli, e a indicare il suo nome a Gangi fu in
ogni caso il carrozziere dell’officina di cui sopra. Poche settimane fa la
Brugnoli ha confermato questa vicenda alla commissione parlamentare di inchiesta
Orlandi-Gregori. Si legge da un lancio che ha ripreso la sua audizione: “Gangi
andò a dirle di presentarsi immediatamente al commissariato mentre secondo
quanto risulta dagli atti, Gangi era andato a chiederle notizie sulla Bmw che
lei stessa era andata a far riparare l’auto a causa di un finestrino rotto”. Ad
ogni modo queste sue indagini non portarono a nulla di fatto.
A dieci anni da questi fatti, nel 1993, Gangi fu trasferito dal Sisde in un
ufficio, dietro una scrivania del ministero del Tesoro. “Fu messo ai margini del
servizio segreto civile per indagini inopportune”, scrive il Corriere.
IL MEMORIALE
Di seguito ecco alcuni dei passaggi più significativi del memoriale dell’ex 007,
pubblicato dal Corriere. Gangi parte proprio dalle motivazioni del suo
allontanamento dal Sisde. Gangi parla di sé in terza persona quando scrive:
“Questa ricostruzione denuncia il modo utilizzato per ‘eliminare’ l’agente
operativo Giulio Gangi”.
“Quando nei paesi civili si scatena un problema negli organismi di informazione
e sicurezza o, per vari motivi, alcuni agenti non possono più prestare servizio,
si attua nei loro confronti un’equa collocazione, un prepensionamento. In Italia
invece tra il 1993 e il 1994, per raggiungere determinati obiettivi, alcuni
personaggi di potere hanno operato nell’illegalità, massacrando la dignità di
determinati agenti che avevano svolto il loro dovere con passione e rispetto (…)
Forse, un giorno, qualche pentito leale svelerà anche questo mistero”.
L’ARRUOLAMENTO NEI SERVIZI
“Verso la fine del 1982 – prosegue Gangi – il prefetto Vincenzo Parisi,
vicedirettore del Sisde, propose al ventiduenne Giulio Gangi, ben inserito nel
settore cinematografico e discografico, l’arruolamento nel servizio per rilevare
determinati fenomeni che gravitano nel mondo dello spettacolo. In pratica non
deve fare altro che tenere d’occhio l’ambiente dove diversi elementi
delinquenziali e vari personaggi danno sfogo ai loro affari, ai loro sfizi. Per
Gangi la proposta è allettante: continuare a operare nel proprio settore come
ghostwriter e, nello stesso tempo, colpire quei fenomeni che insozzano un mondo
che vive sulla creatività. Così – prosegue il memoriale- nell’aprile 1983, dopo
un esame specifico, Gangi viene assunto direttamente nei ruoli del Sisde e
assegnato al Raggruppamento centro, il fulcro investigativo della capitale. La
contentezza si affloscia immediatamente quando Gangi si accorge che l’ambiente
non ha nulla a che fare con un servizio segreto ma, bensì, con una specie di
polizia municipale che compie operazioni di bassissimo livello. Le poche
operazioni di un certo livello sono frutto dell’interessamento personale di quei
pochi operativi che hanno voglia di lavorare e conoscenze in certi ambiti”.
IL MISTERO DI EMANUELA ORLANDI
Il memoriale procede in terza persona fino ad arrivare al mistero della
cittadina vaticana scompasa: “È il giugno 1983 quando Gangi incappa nella
misteriosa scomparsa di Emanuela Orlandi. Si muove subito, a titolo personale,
in quanto conosce alcuni parenti della scomparsa. È lui che, nei primissimi
giorni, analizza diversi elementi e informa i suoi superiori che si tratta di
una “sparizione per scopi occulti” e non di una semplice scappatella. Anche in
quel caso trova delle resistenze da parte della Direzione e, qualche mese dopo,
nonostante l’apporto del capo reparto Giorgio Criscuolo, abbandona la squadra
che si sta interessando della scomparsa”. La storia è poi nota: il 19 luglio
1993 venne convocato in Procura dalla giudice del caso Orlandi, Adele Rando, che
gli contestò la conduzione delle prime indagini: “In quei giorni – continua
Gangi parlando di sé -ancora in terza persona – l’agente Gangi avverte una
strana attenzione nei suoi confronti. Su indicazioni della Divisione personale,
il neo-direttore della Divisione Sicurezza e Segreteria Speciale, Giovannelli,
ha proposto il suo allontanamento, attraverso un “galleggiante” per aver svolto
“inopportune indagini sul caso Orlandi” e per “aver lavorato nella sicurezza dei
concerti rock”. Cosa sono i galleggianti? Nel gergo “I galleggianti – precisa
Giulio Gangi – sono atti senza intestazione, protocollo e firma dell’estensore,
vietati dalle norme e dichiarati illeciti dal Copaco, il Comitato parlamentare
di controllo sui servizi segreti”.
E poi le amare conclusioni dello 007: “Feci l’errore, e umanamente mi pesa
doverlo dire, di appassionarmi al caso per aiutare una famiglia disperata, che
riceveva risposte aleatorie da chi aveva il dovere di comprendere se dietro
quella presunta ‘scappatella’ poteva nascondersi qualcosa di grave”, ma questa
parte non appartiene al memoriale bensì a un’intervista concessa da Gangi al
giornalista del Corriere Fabrizio Peronaci nel 2014, dal titolo “Io epurato
perché sapevo troppo”. La commissione parlamentare che tornerà a riunirsi la
prossima settimana non è escluso che acquisisca il memoriale-denuncia dello 007.
L'articolo “Mi epurarono perché sapevo troppo su Emanuela Orlandi. Fu una
sparizione per scopi occulti”: il memoriale segreto dell’ex 007 Giulio Gangi
riapre il mistero della Bmw proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Emanuela Orlandi
Il mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi è tutto lì, in quel predatore che
il 22 giugno del 1983 l’avvicina davanti al Senato con la scusa di farle fare un
lavoretto per l’Avon pagato bene, anche troppo. Lei è una ragazzina e chissà
cosa sogna di comprare con quei 375mila lire. Quell’uomo non è stato mai
rintracciato o identificato ma ha fatto intanto sparire la cittadina vaticana di
cui non si hanno notizie da 43 anni. Ieri, nel corso di “Chi l’ha visto” sono
stati aggiunti nuovi elementi sugli ultimi attimi in cui la Orlandi è stata
vista in vita, rimessi in fila dalla giornalista Federica Sciarelli, alla luce
delle nuove indagini su un’amica di Emanuela che frequentava la sua stessa
scuola di musica da cui scomparve quel pomeriggio senza lasciare traccia.
GLI ULTIMI MINUTI DI EMANUELA
Quel pomeriggio, Emanuela Orlandi viene inghiottita lungo i pochi metri che
separano la scuola di musica “Ludovico da Victoria” in piazza Sant’Apollinare
dalla fermata dell’autobus in corso Rinascimento, davanti al Senato. Tutto
accade poco dopo le sette di sera, in una manciata di minuti. Quattro anni dopo,
le sue compagne di scuola, le stesse con cui esce dall’istituto, verranno
intervistate da Corrado Augias in “Telefono Giallo”. Una di loro, Laura
Casagrande, è ora indagata per false dichiarazioni ai pm e l’inchiesta è
tutt’ora in corso. Di quei momenti cruciali ripercorriamo i passi. Per farlo, ci
affidiamo alle interviste dell’epoca mandate in onda ieri da “Chi l’ha visto”.
Nel 1987, un’altra allieva del Da Victoria, Raffaella Monzi, dichiara davanti
alle telecamere che Emanuela quel giorno arrivò in ritardo a lezione “E ci
sembrò strano, lei era molto puntuale”. “Arrivò in aula affannata perché aveva
fatto scale di corsa”: è sempre Raffaella che parla. Poi c’è la testimonianza
del vigile urbano Alfredo Sambuco, in servizio davanti al Senato (dove a
Emanuela fu tesa la trappola) che ha dichiarato di aver visto un uomo con la
valigetta targata Avon parlare con questa ragazzina. Aveva parcheggiato la sua
Bmw verde tundra sul marciapiede tant’è che il vigile gli disse di spostarsi.
SUOR DOLORES E LA RAGAZZA MISTERIOSA
Suor Dolores non c’è più, è morta da anni ma quando venne intervistata all’epoca
ricordava bene che “Emanuela Orlandi chiese di uscire prima da scuola per
telefonare a casa”. Come ormai è risaputo, a casa la Orlandi non trovò sua madre
ma la sorella Federica a cui chiese di poter accettare quel lavoretto così
allettante. La ragazza ne parlò anche con Raffaella Monzi: le chiese un
consiglio sul da farsi mentre uscivano da scuola insieme. “Mi sembrò eccessiva
le dissi, fa un po’ tu”, fu la risposta dell’amica. E poi c’è Laura Casagrande
che 11 giorni dopo la scomparsa andò in questura con sua madre perché a casa
loro arrivò una telefonata da parte di chi diceva di avere in mano Emanuela. A
prendere la telefonata fu sua madre che passò quelli che “Si credeva fossero dei
terroristi internazionali a sua figlia, una bambina di 14 anni che con calma
scrisse tre pagine sotto dettatura. Ma era solo una ragazzina. Potrei pensare
che quella telefonata non c’è mai stata in realtà”, dichiara il fratello di
Emanuela Pietro Orlandi a Chi l’ha visto. Le due ragazze ogni tanto prendevano
il 64 insieme, quel giorno Emanuela avrebbe dovuto prendere il 70 per
raggiungere sua sorella Cristina davanti al “Palazzaccio”, con cui i romani
chiamano la Cassazione. C’è ancora un’altra amica, Mariagrazia Casini: l’ultima
forse ad aver visto in vita Emanuela. Dalle sue testimonianze sappiamo che la
vide alle 19, davanti alla fermata del 70. Lei poi su quell’autobus salì ma
Emanuela “rimase ferma dove si trovava, in attesa di qualcuno. Trovai il suo
atteggiamento molto teso, impaziente, mi salutò distrattamente. Era insieme a
un’altra ragazza poco più bassa di lei, con i capelli corti e ricci”. Le due
ragazze non salirono quel giorno sul bus, stavano aspettando qualcuno? E chi è
la ragazza misteriosa?
UN NUOVO APPUNTO DELLA POLIZIA
Il primo agosto del 1983, un agente della squadra mobile della Polizia, sezione
1, scrive un promemoria. “Per oltre 40 anni queste carte della Questura non sono
mai confluite nel fascicolo della Procura”, spiega la Sciarelli ma adesso salta
fuori grazie alle nuove indagini che hanno portato all’iscrizione della
Casagrande nel registro degli indagati. Da quest’appunto emerge un pezzo
fondamentale del macabro puzzle: “Ho interpellato telefonicamente suor Dolores
per sapere se la ragazza (alla fermata dell’autobus con Emanuela, ndr) fosse
stata identificata. La suora mi ha riferito di aver fatto visionare le schede
scolastiche all’allieva Mariagrazia Casini che ha riconosciuto in Laura
Casagrande la ragazza in compagnia di Emanuela alla fermata”. Cosa accadde dopo
questa dichiarazione? Suor Dolores convocò la Casagrande e le chiese se fosse
lei con Emanuela quel giorno. La ragazza le rispose di essersi recata alla
fermata con Emanuela e di averla lasciata lì, dopo pochi minuti, per proseguire
per Corso Vittorio, dove avrebbe preso il 64.
LE TRE VERSIONI
Da questa ricostruzione emerge ancora più chiaramente perché negli anni, le
versioni rese da Laura Casagrande non coincidono. Il 4 agosto 1983 disse cose
diverse ai Carabinieri, ovvero di essere andata di corsa alla fermata del bus da
sola, vedendo che il gruppo di amici, tra cui Emanuela, alle sue spalle. Disse
di essersi affrettata per rientrare verso casa perché il gruppo si attardava a
parlare. Non disse di essersi intrattenuta con la Orlandi ma di averla vista da
lontano, mentre veniva raggiunta da tutto il gruppetto di amici. Poi, non
vedendola più, chiese a un amico dove fosse finita Emanuela (per quale motivo,
verrebbe da chiedersi) ma lui non seppe dirle niente. “Mi sono girata diverse
volte per vedere se il gruppo si era mosso e ho appurato che Emanuela era 20
metri dietro di me con tutti altri. Mi sono rigirata e ho visto solo gli amici:
Emanuela non c’era più”. Questa è dunque la seconda versione completamente
diversa da quella data a Suor Dolores. La commissione di inchiesta
Orlandi-Gregori nei mesi scorsi l’ha interrogata e le ha chiesto se avesse mai
avuto i capelli ricci e scuri: “Sì, ho fatto la permanente ma successivamente a
questi fatti, forse quell’estate o quella dopo”.
L'articolo Emanuela Orlandi, Chi l’ha visto mostra un appunto inedito della
Polizia: “Ho chiesto a suor Dolores, la ragazza misteriosa era Laura Casagrande”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Un sofisticato depistaggio, simile a quello di Ustica”: lo dice senza mezzi
termini il procuratore Giovanni Malerba alla commissione bicamerale di inchiesta
che nei giorni scorsi l’ha audito sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella
Gregori, le due 15enni scomparse a Roma nel 1983.
I DEPISTAGGI E L’AMBIENTE ROMANO
Il magistrato che nel 1997 firmò la requisitoria della seconda inchiesta sulle
sue scomparse, e che ha recapitato tre rogatorie al Vaticano, tutte disattese,
ne chiese anche l’archiviazione. Lasciò molte tracce da approfondire, le stesse
su cui è tornato davanti ai commissari a Palazzo San Macuto. “Nella requisitoria
del ’97 ho usato il termine ‘ambiente romano’. Non volevo rischiare querele ma
la mia sensazione era che l’ambiente fosse un ambiente d’Oltretevere”, in
riferimento al Vaticano. Sui depistaggi, Malerba sembra tirare in ballo
soprattutto quelli della cosiddetta pista turca e dei cinematografi, quando
dice: “Il moltiplicarsi di soggetti rivendicanti il sequestro, sigle come
Turkesh o Phoenix, tutti in possesso di elementi dimostranti un contatto con
Emanuela, ma nessuno in grado di dimostrarne l’esistenza in vita, unito
all’accertata inesistenza di taluni soggetti, rivela tutta la trama di
un’operazione mirata a sviare dall’individuazione dei responsabili e del reale
movente del sequestro. Non battitori liberi ma un’unica regia. La
professionalità mostrata dai sequestratori era di livello tale da non potersi
ritenere che sia stata opera di delinquenti comuni, c’era a monte qualche altro
soggetto e sono portato a escludere che fosse orchestrato per la liberazione di
Agca”, afferma il pm in riferimento all’attentatore turco di Papa Woytyla di cui
fu chiesta la scarcerazione in cambio della cittadina vaticana Orlandi da parte
di fantomatici rapitori. “Il livello di conoscenza di cose italiane e vaticane è
incompatibile con dei dilettanti. Escludo anche la tratta delle bianche — ha
proseguito — e quella familiare. Se i contatti che il Vaticano ha avuto sulla
linea telefonica riservata avessero evidenziato un quadro di responsabilità
della famiglia Orlandi, allora il Vaticano avrebbe tutto l’interesse a farsi
avanti”, ha precisato. Malerba non ha scartato del tutto la pista che coinvolge
la Banda della Magliana, “evidentemente convocata da qualcuno, con un ruolo
nello smaltimento”. (fonte: Repubblica)
VILLA OSIO
Intanto si sono nuovamente fermati gli scavi alla Casa del Jazz, un tempo di
proprietà del boss Enrico Nicoletti. Il cassiere della Magliana, lo ricordiamo,
la comprò dal Vicariato di Roma attraverso la congregazione religiosa degli
Oblati. Un’interruzione che sopraggiunge dopo la scoperta della scalinata di
accesso al tunnel sotterraneo e sigillato da blocchi di cemento. Per procedere
occorrono nuovi permessi per cui si tratta di uno stop di origine burocratica.
Il tunnel, secondo quanto indicato dal sacerdote della congregazione degli
Oblati, padre Domenico Celano, era un tempo accessibile attraverso una botola
collocata dov’è adesso lo studio di registrazione. Fu Enrico Nicoletti a
decidere di “tombare” la zona. “Avevano qualcosa da nascondere per fare un
muro”, osserva Pietro Orlandi a cui in passato un ex criminale avrebbe detto che
i sotterranei di Villa Osio, secondo un magistrato, nascondono i resti di sua
sorella Emanuela Orlandi. I lavori sono partiti su iniziativa privata di un
altro magistrato, Guglielmo Muntoni, ora presidente dell’Osservatorio sulle
politiche per il contrasto alla criminalità economica della Camera di Commercio
di Roma. All’ultimo sopralluogo era presente anche il figlio del giudice
desaparecido Paolo Adinolfi scomparso nel nulla nel luglio del ’94 e i cui
resti, secondo quanto emerso da alcune indagini della Procura, potrebbero essere
stati occultati proprio nei sotterranei di villa Osio.
L'articolo “Emanuela Orlandi? C’è stato un sofisticato depistaggio coordinato da
un’unica regia, simile a quello di Ustica. La pista prevalente porta in
Vaticano”: le rivelazioni del procuratore Malerba alla commissione d’inchiesta
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Questa potrebbe essere la settimana decisiva per gli scavi alla Casa del Jazz di
Roma: dopo i sopralluoghi di pochi giorni fa che hanno segnato la ripresa dei
lavori, si dovrebbe passare alla fase operativa per capire cosa si nasconde da
decenni nei sotterranei di Villa Osio.
LE NOVITÀ
Allo scorso sopralluogo di pochi giorni fa hanno preso parte anche i Vigili del
Fuoco che pare abbiano individuato l’accesso al cunicolo sotto la Casa del Jazz
in viale di Porta Ardeatina. “I vigili del fuoco, durante uno dei loro recenti
sopralluoghi, avrebbero infatti individuato l’apertura del passaggio che dalla
superficie conduce alle catacombe che si troverebbe proprio sotto l’attuale sala
di registrazione nella dependance di Villa Osio” (fonte: Corriere Roma). Gli
ultimi sopralluoghi, coordinati dalla Prefettura, sono serviti a verificare se
sia possibile procedere con gli scavi in sicurezza (dal momento che si era
paventato il rischio di crolli e cedimenti), per consentire l’ingresso nel
tunnel e nel seminterrato collegato alle antiche catacombe romane. Sembra che
l’accesso al cunicolo avvenisse attraverso una scala esterna alla vecchia
dependance; quei gradini portavano a un livello di profondità di circa 15 m in
locali che costituivano la vecchia cantina di caccia. A collegare la villa ai
sotterranei sarebbe questa scala che pare sia stata murata, ostruita (con 64
metri cubi di materiali) e cementata.
LA “CASSAFORTE” DI NICOLETTI
A dare un sostanziale aiuto ai tecnici nel corso degli scavi è stato un
sacerdote, Don Domenico Celano, che ha instradato le ricerche nella giusta
direzione per trovare in tempi più rapidi l’accesso al cunicolo che venne
tombato dal “cassiere” e boss della Magliana Enrico Nicoletti che acquistò Villa
Osio, il 22 marzo del 1983, dal Vicariato di Roma proprio attraverso gli Oblati,
la congregazione religiosa di cui il prete faceva parte. A regolare la
compravendita fu l’allora vicario, il cardinale Ugo Poletti, uno dei personaggi
più volte entrati nella vicenda della scomparsa di Emanuela Orlandi. Il
seminterrato potrebbe custodire i resti del giudice desaparecido Paolo Adinolfi,
scomparso nel luglio del 1994, ma anche della cittadina vaticana Emanuela
Orlandi. A indicare Villa Osio come luogo di sepoltura del giudice Adinolfi fu
un collaboratore di giustizia che anni fa lo raccontò al giudice Guglielmo
Muntoni, lo stesso che ha reperito fondi provati pur di scavare sotto la villa
romana. Adinolfi, che lavorava per la sezione fallimentare del tribunale di
Roma, indagò su grosse operazioni finanziarie illecite gestite anche da
Nicoletti e dalla Banda che avevano portato al crollo di colossi come Fiscom e
Ambra Assicurazioni. Da un’intervista di Muntoni: “Questa attività non è solo
sul giudice Adinolfi. L’obiettivo è capire cosa si possa nascondere nell’antica
e storica galleria che è sotto la Casa Jazz che trovammo trent’anni fa
interrata. L’idea è che sia stata interrata per nascondere qualcosa ma c’è anche
una botola di acceso che permetteva un recupero. Potremmo trovare dei corpi e
uno dei corpi ipotizzati è quello del giudice Paolo Adinolfi: è una cosa che
chiedo da 29 anni”. Nicoletti ha poi anche modificato da un punto di vista
architettonico, tombando la cantina di caccia sotterranea in cui, possano
esserci anche tasselli che potrebbero portare a delle risposte sulla vicenda
della scomparsa di Emanuela, avvenuta nel 1983. “Tempo fa un ex criminale, a
Como, mi disse che secondo un magistrato il corpo di mia sorella si sarebbe
potuto trovare lì – ha dichiarato il fratello dell’allora quindicenne scomparsa,
Pietro Orlandi e che quei seminterrati erano utilizzati da Enrico de Pedis
(leader della Badante, ndr) per nascondere molti segreti”.
IL DOCUMENTO INEDITO
Il 3 febbraio, noi di FqMagazine abbiamo pubblicato in esclusiva un documento
inedito di don Domenico Celano (consegnato alla conduttrice televisiva e
giornalista Eleonora Daniele) che si rifà ai suoi ricordi della villa risalenti
al 1983, anno della cessione a Nicoletti. A quanto pare il tunnel che è al di
sotto della classica cantina di caccia della villa darebbe accesso ad altri
tunnel. Tale ricostruzione è perfettamente sovrapponibile alla mappatura fatta
dagli speleologi. Don Celano chiude la sua disamina tecnica racchiusa nel
documento con una riflessione: “Nonostante mi abbiano detto di non
intromettersi, di non espormi, ho deciso comunque di farmi avanti e raccontare
tutto”.
L'articolo Emanuela Orlandi, “trovato il punto d’accesso ai sotterranei della
Casa del Jazz: si trova proprio sotto la sala di registrazione” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Uno scenario di indagine univoco non è mai emerso dal mistero di Emanuela
Orlandi. La vicenda della cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983
all’uscita dalla scuola di musica nella Basilica di Sant’Apollinare, è stata
inquinata da teorie e depistaggi incredibilmente complessi. Ma pochi elementi
certi ci sono. Il primo: alla 15enne fu fatta un’offerta di lavoro per conto di
una ditta di cosmetici (il cui personale poi ha smentito questo genere di
reclutamento), l’Avon. Ne abbiamo certezza perché fu lei stessa a dirlo a sua
sorella Federica a cui telefonò quel giorno dalla scuola, prima di sparire nel
nulla. Il secondo tassello certo: la ragazzina fu fermata, prima di entrare a
scuola, quando scese dal bus, davanti al Senato da un uomo ben vestito, sulla
trentina, munito di valigetta targata Avon. E infine: quell’uomo era a bordo di
una Bmw di colore scuro che parcheggiò in malo modo sul marciapiede, davanti al
Senato, tanto da essere notato da un vigile e un poliziotto in servizio, Alfredo
Sambuco e Bruno Bosco, le cui testimonianze su questi fatti sono state all’epoca
verbalizzate dalle forze dell’ordine e riprese dall’Ansa. In un altro lancio
dell’agenzia di quei giorni, pubblicato in esclusiva da FqMagazine lo scorso
marzo, i due dissero di aver visto quest’uomo prima e dopo l’uscita di Emanuela
Orlandi da scuola.
LA BMW
E proprio per cercare di andare a fondo del mistero nel mistero della Bmw, più
volte riemersa negli anni, ieri la commissione bicamerale di inchiesta
Orlandi-Gregori ha convocato Dolores Brugnoli. La donna è stata convocata in
quanto sul suo conto aveva reso dichiarazioni l’ex super testimone Sabina
Minardi, ora deceduta, secondo cui “Brugnoli era una frequentatrice di ambienti
vicini all’ex membro della banda della Magliana Renatino De Pedis. (…) La donna
era stata individuata sul luogo del sequestro dall’ex agente dei servizi, Giulio
Gangi, conoscente già delle famiglie Orlandi e Meneguzzi, anche lui defunto”.
(fonte: Ansa).
Gangi, lo ricordiamo, frequentava la stessa località di villeggiatura della
famiglia Orlandi e dei loro cugini, i Meneguzzi, e per questo si era subito
offerto di dare una mano a ritrovare Emanuela sebbene fosse ancora agli inizi
della sua carriera che si rivelerà poi tormentata. La donna ha sostenuto davanti
alla commissione che le fu prestata una Bmw ma era “gialla” mentre qui
inquirenti di allora sospettavano di una Bmw di colore scuro, verde tundra nella
fattispecie. Secondo quanto riporta sempre l’Ansa, la Brugnoli “Non ha convinto
la commissione. La donna in Commissione ha cercato spesso di evadere e liquidare
le domande con molti “non ricordo” soprattutto in relazione alla famosa Bmw la
cui presenza sul presunto luogo della scomparsa di Emanuela, cioè nelle
vicinanze della scuola di musica in piazza Sant’Apollinare”. (Fonte: Ansa)
L’INCONTRO ALLA BALDUINA
La Brugnoli è stata protagonista negli anni anche di un altro tassello di questo
enigma, nella stessa estate del 1983 quando il giovane Gangi le si presentò
davanti al residence Mallia dove alloggiava, in zona Balduina, come reso anche
dall’agente stesso in un verbale della seconda inchiesta. Lo 007 aveva
contattato la casa automobilistica Bmw per rintracciare tutte le auto di quel
colore scuro immatricolate a Roma. Le sue ricerche, come ormai è noto, lo
portarono in un’officina in zona Nomentana che aveva una Bmw scura in
riparazione, con il vetro del finestrino del lato passeggero frantumato e da lì,
su quelle tracce giunse al Mallia, come riporta il giornalista Fabrizio Peronaci
sul Corriere. La Brugnoli ieri ha confermato questa vicenda e ha detto che
“Gangi andò a dirle di presentarsi immediatamente al commissariato mentre
secondo quanto risulta dagli atti, Gangi era andato a chiederle notizie sulla
Bmw che lei stessa era andata a far riparare l’auto a causa di un finestrino
rotto”. (fonte: Ansa). A dare indicazioni a Gangi fu in ogni caso il carrozziere
dell’officina di cui sopra.
LA BMW NEL PARCHEGGIO DI VILLA BORGHESE
La Bmw scura è stata al centro anche di una delle ultime audizioni della
commissione, quella del giornalista e scrittore Antonio Parisi, lo scorso 20
gennaio. Fu lui, nel 1995, a ritrovare una BMW scura, abbandonata nel parcheggio
di Villa Borghese a Roma. Parisi, ex segretario del Fronte Monarchico giovanile,
dal 2020 Patriarcadella Chiesa Ortodossa in Italia, ha raccontato ai commissari
che secondo le sue ricerche l’auto da lui ritrovata “coinciderebbe con quella di
cui aveva parlato ai magistrati nel corso della seconda inchiesta della Procura
di Roma Sabrina Minardi, ex amante di Renatino de Pedis e quindi chiamando in
causa il presunto ruolo della Banda della Magliana nel caso”. (fonte: Ansa). Dal
Lancio dell’Ansa si legge ancora che Parisi ha fornito alla commissione una sua
documentazione da cui si evince che l’auto ritrovata sarebbe risultata anche di
proprietà del noto faccendiere Flavio Carboni, indagato e poi assolto nel
processo di primo grado sulla morte del “banchiere di Dio” Roberto Calvi.
L'articolo Emanuela Orlandi e il mistero della Bmw, convocata in commissione
Dolores Brugnoli: “La mia auto era gialla” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Chiunque abbia informazioni sulla Casa del Jazz mi contatti, o parli con Pietro
Orlandi: riporteremo tutto alla Procura di Roma”: a lanciare l’appello accorato
è l’avvocata Laura Sgrò, la legale che affianca la famiglia Orlandi nella
ricerca della verità sulla cittadina vaticana Emanuela Orlandi, scomparsa il 22
giugno del 1983. Noi di FqMagazine abbiamo avuto modo di visionare in esclusiva
il documento che è stato consegnato da un sacerdote a Eleonora Daniele,
conduttrice del programma Rai “Storie italiane”. A mettere nero su bianco quanto
sa sugli scavi nei sotterranei della Casa del Jazz è stato don Domenico Celano.
Il sacerdote appartiene alla congregazione religiosa degli Oblati, la stessa che
ha gestito la compravendita di Villa Osio, anni fa, al cassiere della Banda
della Magliana Enrico Nicoletti.
L’immobile era di proprietà del vicariato di Roma. Nicoletti, una volta
acquisita la villa, ha tombato i sotterranei che, secondo l’ex giudice Guglielmo
Muntoni potrebbero costudire molti torbidi segreti. Quel tunnel era come una
cassaforte per i criminali romani. Secondo Muntoni potrebbe nascondere i resti
del giudice Paolo Adinolfi, scomparso nel ’94. E a Pietro Orlandi è stato detto
da una fonte che potrebbe nascondere anche quelli di sua sorella Emanuela. La
villa fu confiscata a Nicoletti nel 1996. Dopo una lunga pausa a causa del
rischio di cedimenti strutturali, il prefetto di Roma Lamberto Giannini ha
assicurato che a breve gli scavi potranno procedere in tutta sicurezza. A
indicare il punto di accesso al tunnel è stato proprio don Domenico che,
conoscendo benissimo Villa Osio, ha prodotto diverse piantine, un plastico e
questo documento di cui riportiamo solo alcuni punti essenziali, in attesa che
la Procura possa analizzarlo.
Il documento di don Celano si rifà ai suoi ricordi della villa risalenti al
1983, anno della cessione a Nicoletti. A quanto pare il tunnel che è al di sotto
della classica cantina di caccia della villa darebbe accesso ad altri tunnel.
Tale ricostruzione è perfettamente sovrapponibile alla mappatura fatta dagli
speleologi. Don Domenico nel ’97 fu chiamato dalle autorità, dopo il sequestro
della villa, per una ricognizione. A condurre l’operazione erano uomini del
Sismi. Il tunnel, disse già all’epoca il sacerdote, era situato sotto l’attuale
sala di registrazione della casa del jazz. A collegare la villa ai sotterranei
sarebbe una scala interrata di circa 15 metri, che pare sia stata murata,
ostruita (con 64 metri cubi di materiali) e cementata, in base a quanto è
scritto in questo documento almeno. Don Celano chiude la sua accurata disamina
tecnica con una riflessione profonda: nonostante gli abbiano detto di non
intromettersi, di non esporsi, ha deciso comunque di farsi avanti e raccontare
tutto.
L'articolo Emanuela Orlandi, ecco in esclusiva il documento inedito che don
Celano ha consegnato in diretta a Eleonora Daniele: “Sotto la Casa del Jazz una
rete di tunnel” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Come ogni anno anche ieri, 24 gennaio, Pietro Orlandi è sceso in piazza a Roma
per ricordare sua sorella Emanuela, scomparsa nel 1983, nel giorno del suo
compleanno. Il 14 gennaio, la cittadina vaticana avrebbe compiuto 58 anni di cui
gli ultimi 43, avvolti in un oscuro mistero legato a scenari internazionali di
ogni sorta.
“Se siete qui è perché avete un forte senso di giustizia e non siete qui solo
per Emanuela, questo incontro non è solo per lei ma per tutte le persone che
vivono un’ingiustizia”, ha detto Orlandi alle persone radunatesi in Piazza
Risorgimento sotto la pioggia.
“Ci sono tre inchieste aperte da tre anni, c’è chi vorrebbe fare qualcosa ma
sembrano impantanati. C’è questa volontà di spostare l’attenzione da parte
dell’inchiesta vaticana”, ha detto in riferimento alla pista parentale che
coinvolge Mario Meneguzzi, zio di Emanuela Orlandi. Una pista già archiviata
dagli inquirenti con un nulla di fatto, all’epoca delle prime indagini.
LAURA CASAGRANDE INDAGATA “PER FALSE INFORMAZIONI AI PM”
Orlandi è poi intervenuto sull’ultimo colpo di scena della Procura di Roma,
l’iscrizione nel registro degli indagati di un’amica di Emanuela: Laura
Casagrande, per “false informazioni ai pm”. “L’indagine su Laura Casagrande
nasce dalla commissione a cui lei ha raccontato delle cose in modo molto
strano”, ha detto il fratello della cittadina scomparsa”. Laura frequentava la
stessa scuola di musica di Emanuela Orlandi che aveva sede presso la Basilica di
Sant’Apollinare a Roma. La stessa scuola da cui Emanuela scomparve il 22 giugno
del 1983. Poche settimane dopo, i presunti rapitori telefonarono proprio a casa
sua perché trovarono il suo numero nel taschino dei jeans della Orlandi. Era
scritto anche sul suo libro di solfeggio. La Casagrande disse all’epoca che le
due ragazze si scambiarono i numeri in vista delle vacanze estive. Interrogata
dalla bicamerale di inchiesta che sta indagando sul caso, la donna ha dichiarato
di non ricordare più nulla di quanto avvenne all’epoca.
“Io non so perché e dubito che si possa indagare una persona perché “non
ricorda” la procura avrà i suoi motivi. Non penso nemmeno che la Casagrande che
ormai è una signora ma all’epoca era solo una ragazzina, possa essere stata
complice di chi ha rapito Emanuela ma potrebbe aver fatto da “gancio”, anche
involontariamente per portare Emanuela in mano a qualcuno. Avrà visto qualcosa
ma si sarà messa paura, forse è stata minacciata. Ma in questi 43 anni questa
persona ha sempre generato sospetti. All’epoca l’unica pista era quella del
terrorismo internazionale. Quindi a chiamare a casa Casagrande erano stati i
terroristi, si pensava. Quindi è strano che quando telefonarono a casa sua, la
madre che rispose al telefono, passò loro Laura che aveva solo 15 anni. Dietro
questa storia c’è qualcosa di strano. Non porterà alla verità ma potrebbe essere
un tassello importante per capire la “manovalanza” coinvolta nel rapimento di
Emanuela”.
IL PORTATORE DI LUCE
Pietro ha poi tirato in ballo una lettera, già nota, che arrivò il 25 luglio del
1983 al loro avvocato Gennaro Egidio. “Era firmata dal “portatore di luce” e
dentro c’era scritto che dietro la scomparsa di Emanuela c’era un piccolo gruppo
di creditori a cui erano stati sottratti dei soldi. Parliamo dei soldi che si
persero nel crack del Banco Ambrosiano e della questione della morte di Roberto
Calvi. Strano che il Vaticano ci avesse suggerito un avvocato che si era
occupato di quella questione. Uno dei piccoli creditori era l’Eni.
Quando si parla dei soldi di Calvi non si parla dei suoi soldi ma anche dei
soldi del narcotraffico legati al Sud America, non erano pochi spicci. Ne ha
parlato in tempo più recenti anche monsignor Angelo Balda, membro di Cosea
(coinvolto in Vatileaks 2, ndr) e disse che il rapimento di Emanuela era
collegato alla sottrazione di soldi che andarono a finire in Polonia. Si tratta
di gruppi di credito finanziario diverso. Questa è una pista che non viene
approfondita abbastanza, è rimasta sospesa. E poi l’appello a Papa Leone: “Non
ha detto una parola su Emanuela, così come ha fatto Ratzinger. Così gli hanno
detto di fare, devono fingere. Il loro atteggiamento ha fatto capire alla gente
che nascondono qualcosa su mia sorella, che hanno delle responsabilità. Mi
sembra chiaro che nascondono qualcosa, spero la Procura faccia un passo avanti”.
LA VITTIMIZZAZIONE SECONDARIA
Nel corso dell’incontro è intervenuta l’avvocato di Pietro Orlandi Laura Sgrò.
“Emanuela Orlandi è stata vittima di sequestro – ha dichiarato – e forse di
qualcos’altro ma insieme a lei ci sono altre vittime: i suoi fratelli, le sue
sorelle, tutta la sua famiglia. Trovo vergognoso quello che è successo negli
ultimi tempi, parlo come avvocato e come donna. Andare a scarnificare la vita
dei familiari delle vittime per cercare del torbido dove non c’è (in merito
probabilmente ai servizi che si sono concentrati sulla figura dello zio di
Emanuela, ndr), mortificare chi soffre da 43 anni non è giornalismo investigo né
libertà di espressione. Si chiama vittimizzazione secondaria. Loro sono vittime,
non devono giustificare nulla. Mi sono indignata per quello che ho visto. Ho
letto una valanga di odio contro la famiglia, montano odio contro chi soffre”.
L'articolo “Ci sono tre inchieste aperte da tre anni, c’è chi vorrebbe fare
qualcosa ma sembrano impantanati. C’è questa volontà di spostare l’attenzione da
parte dell’inchiesta vaticana”: il sit-in di Pietro Orlandi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Se n’è parlato tanto, poi il silenzio: perché gli scavi alla Casa del Jazz di
Roma si sono interrotti?
IL DOCUMENTO INEDITO
Non ha mai smesso di occuparsi della vicenda la giornalista Eleonora Daniele,
conduttrice del programma Rai “Storie Italiane”. Ieri mattina la Daniele ha
mostrato in diretta un documento inedito, consegnato all’avvocato di Pietro
Orlandi, Laura Sgrò, mentre era ospite del programma in studio. Ma prima,
ripercorriamo in breve l’intera vicenda e come si è arrivati a questo momento.
Nel corso del programma sono stati mostrati i calcoli e le valutazioni svolte da
un sacerdote Don Domenico Celano, che sin dall’inizio ha suggerito di
concentrarsi sul tunnel della scala della Casa del Jazz.
VILLA OSIO
Qual è la storia della Casa del Jazz e perché è stata tirata in ballo in queste
oscure vicende? Prima di venire confiscato e diventare un noto polo culturale
romano, Villa Osio era di proprietà di una congregazione religiosa collegata al
Vicariato di Roma, i cosiddetti Oblati. Tale congregazione ha poi venduto la
villa a Enrico Nicoletti, il cassiere del gruppo criminale della Banda della
Magliana. La compravendita fu regolata dal cardinale Ugo Poletti, personaggio
chiave nella storia della scomparsa di Emanuela Orlandi. Il fratello della
cittadina vaticana Pietro Orlandi nei mesi scorsi ha dichiarato che un uomo gli
disse che i resti di sua sorella avrebbero potuto trovarsi proprio bei
sotterranei della Casa del Jazz.
GLI SCAVI
Gli scavi alla Casa del Jazz sono partiti pochi mesi fa da una richiesta di
verifica partita dall’ex giudice Guglielmo Muntoni che è riuscito a recuperare
dei fondi per procedere. Si tratta quindi di un’iniziativa privata. Secondo
Muntoni, quel tunnel tombato potrebbe custodire le tracce di molti segreti. Nel
corso dei primi lavori è stata trovata la scala di accesso alla zona tombata ma
essendo questa colma di detriti, non è possibile analizzare ciò che si trova
alle sue spalle. Quei detriti avrebbero reso impossibili scavi approfonditi
senza rischi strutturali e pericolosi cedimenti.
IL GIUDICE DESAPARECIDO
In quella galleria interrata potrebbero, ma è soltanto un’ipotesi, esserci i
resti del giudice desaparecido Paolo Adinolfi, scomparso nel 1994. Adinolfi era
da poco diventato giudice della Corte d’appello, ma la sua carriera si era
costruita in gran parte nella sezione Fallimentare del tribunale di Roma. Il 2
luglio 1994 il magistrato lasciò la sua abitazione di via della Farnesina. Da
quel momento, di lui non si è saputo più nulla. La sua automobile venne trovata
poco dopo nel quartiere del Villaggio Olimpico. Col tempo si sono moltiplicate
le ipotesi. Tra le piste seguite, anche un possibile legame con i fallimenti
Fiscom e Ambra Assicurazioni, due procedimenti complessi che Adinolfi aveva
seguito da giudice fallimentare. Il primo portò alla condanna, di Nicoletti.
LA LETTERA INEDITA
Un contributo importante è stato dato in questi mesi alla ditta che sta
provvedendo a condurre i lavori da Don Domenico Celano. Il sacerdote ha prodotto
delle piantine e persino un plastico manufatto della villa romana. Ieri è stata
mostrata seconda lettera inedita di Don Domenico, accompagnata da un’ulteriore
piantina. La Daniele ha poi consegnato in diretta un documento alla sua ospite
Laura Sgrò. Si tratta di “quella che per Don Domenico è la chiusura della
disamina e dell’analisi che lui avrebbe fatto, poiché questa lettera lui non
l’ha dato a nessun altro se non al giudice Guglielmo Muntoni, o meglio: l’ha
data ad un’altra persona che diciamo vicina a Muntoni, e che collaborava qui
agli scavi nei primi giorni”, ha spiegato. La conduttrice ha poi ricordato: “Non
ci dobbiamo dimenticare che Don Domenico in tutta questa faccenda, già al tempo,
quando disegnò nella prima piantina della casina di Villa “Arturo Osio”, pose
attenzione alla volta adiacente alle scale, adiacenti al muro dove poi ci sono i
campi da tennis”. Un passaggio rafforzato dalla nuova lettera, in cui si
sottolineano i rischi legati agli scavi e i costi elevati dell’operazione. Ma
c’è anche un altro documento del 1997 recuperato dall’inviato di “Storie
Italiane” Gianluca Semprini, nel quale si legge che una parte degli scavi è
stata sostanzialmente evitata per anni: “Perché scrivere una cosa del genere
quando lì, e lo spiega bene Don Domenico in questa lettera che vi stiamo facendo
vedere, ci sarebbero metri cubi di detriti? Chi gli ha messi quei detriti?
Perché? Che cosa c’è lì sotto? Perché non si va ancora a scavare?“, ha incalzato
la conduttrice.
LA CONSEGNA ALL’AVVOCATA SGRÒ
Rivolgendosi all’avvocata Sgrò, rappresentante legale di Pietro Orlandi,
Eleonora Daniele ha chiesto: “Ora, avete presentato un’istanza (in Procura,
ndr)proprio su cosa si sta facendo alla Casa del Jazz. Le posso chiedere
esattamente come vi siete mossi?”. La risposta della Sgrò: “Noi abbiamo raccolto
tutto quello che abbiamo avuto nella disponibilità, quindi anche le
dichiarazioni di Don Domenico che sono state molto importanti, partendo anche
dalla scomparsa del dottor Adinolfi, spiegando tutte le informazioni in nostro
possesso al pubblico ministero”. E riferendosi al documento ricevuto dalla
giornalista: “Sarà mia cura trasferirlo alla procura di Roma, lo faccio
volentieri. Perché a mio avviso l’unico destinatario che ha anche mezzi
economici per poter fare un’operazione del genere è solo la procura”.
L'articolo Emanuela Orlandi, perché gli scavi alla Casa del Jazz si sono
interrotti? Eleonora Daniele mostra in diretta una lettera inedita proviene da
Il Fatto Quotidiano.
La commissione parlamentare di inchiesta che indaga sulle scomparse di Emanuela
Orlandi e Mirella Gregori ha convocato Ornella Carnazza a Palazzo San Macuto per
domani, giovedì 22 gennaio. La donna è stata legata sentimentalmente fotografo
romano Marco Fassoni Accetti, l’uomo che si è auto-accusato dei rapimenti di
Mirella ed Emanuela ma che non ha mai portato a una svolta concreta in entrambi
i casi. I due hanno anche una figlia che oggi dovrebbe avere circa 34 anni.
L’INTERCETTAZIONE
L’obiettivo della bicamerale è quello di approfondire i riferimenti a Emanuela
Orlandi in una telefonata del 1997. Si tratta di un’intercettazione telefonica
agli atti di un’altra indagine. Lo riporta in questi giorni il Corriere Roma che
pubblica anche il testo della telefonata. Al telefono ci sono Marco Accetti e la
sua convivente dell’epoca, Ornella Carnazza. È il 4 aprile 1997. I due, ormai
alla fine della loro relazione, stanno litigando per l’affidamento della figlia
di cinque anni. “Adesso io comincerò a raccontare per telefono tutte le cose di
una certa ragazza… di tutte le cose che tu hai fatto con questa ragazza.
Parliamo di Emanuela Orlandi e di quello che vuoi fare con lei?” (fonte:
Corriere Roma)
Probabilmente la Carnazza, ma è solo un’ipotesi, sa che il telefono di Accetti è
sotto controllo da parte degli inquirenti. Accetti, in quel periodo, è seguito
dalla polizia per la scomparsa di un ragazzino rom, Bruno Romano. “Io continuo a
dire nomi per telefono se tu non mi fai parlare” lo minaccia la donna e lui
risponde: “Sei pazza!” Ma è solo nel 2013, quando Accetti si auto-accusa dei
casi Orlandi-Gregori, che viene fuori quella frase su cui oggi è puntata
l’attenzione: “Parliamo di Emanuela e di quello che vuoi fare con lei…” Come se
la Carnazza sapesse che l’uomo si stava organizzando per un’uscita pubblica
sulla storia della cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983. Potrebbe
anche darsi, ma è solo un’altra ipotesi, che la donna stesse utilizzando una
vicenda già molto nota per intimidire Accetti, inventando un suo coinvolgimento.
In passato Carnazza è stata interrogata su quella frase intercettata. “Non
ricordo e non so dire a che cosa mi riferissi con quelle espressioni”, ha
dichiarato nel 2013 al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo che ha diretto la
seconda inchiesta sulla Vatican Girl.
LE SOSIA
“Nella sua attività di presunto reclutatore-telefonista-depistatore” riporta
ancora il Corriere Roma, Accetti avrebbe utilizzato pure delle sosia della
Orlandi, portate in contesti pubblici e fotografate. Tra queste, Flaminia
Cruciani condotta nel maggio 1987 a un convegno in Campidoglio, Priscilla
Morini, fotografata nel 1988 davanti al collegio San Giuseppe Istituto De
Merode, la futura attrice di fotoromanzi e Miss Teenager 1982 Ombretta Piccioli,
e la stessa Ornella Carnazza, compagna di Accetti dal 1990 al 1996, adoperata –
stando alle sue dichiarazioni messe agli atti – in quanto vi era in atto il
coinvolgimento dell’allora sovrastante Bonarelli.
IL GENDARME VATICANO
Raul Bonarelli, lo ricordiamo, era un dipendente della gendarmeria vaticana
indagato per il caso Orlandi-Gregori e soprattutto in merito alla vicenda di
Mirella. L’agente della polizia vaticana, inizialmente fu identificato dalla
madre della Gregori che lo vide al fianco di Papa Giovanni Paolo II in visita
alla Parrocchia del suo quartiere. In lui riconobbe lo stesso uomo che aveva
intravisto parlare con sua figlia, al bar sotto casa. Ma quando fu convocata per
il riconoscimento smentì tutto. Bonarelli, intanto, telefonò ai suoi superiori
in Vaticano e venne intercettato mentre chiedeva loro cosa riferire ma non su
Mirella Gregori, bensì su Emanuela Orlandi per cui credeva di essere stato
convocato in Procura. Le indagini a suo carico sono state archiviate nel 2009.
IL PASSATO DI ACCETTI
Il fotografo romano è noto per essersi autoaccusato nel 2013 del rapimento sia
di Mirella Gregori sia di Emanuela Orlandi, senza portare mai a una svolta su
entrambe le scomparse. In un confronto televisivo con il fratello della
cittadina vaticana Pietro Orlandi, quest’ultimo disse al fotografo che secondo
lui non aveva mai incontrato o conosciuto Emanuela. Oggi, il fratello della
cittadina vaticana commenta così a FqMagazine l’intercettazione: “Quella
intercettazione e quelle parole sono per me la dimostrazione che lui non ha
avuto quel ruolo che tenta di accreditarsi nella storia di Emanuela, dal momento
che la sua all’epoca compagna utilizza un verbo al futuro, dicendo “Quello che
vuoi fare” e non “Quello che hai fatto”.
Accetti si è “infilato” anche nel caso dell’omicidio irrisolto di Katty Skerl,
la 17enne ritrovata senza vita a Grottaferrata nel 1984. Nel 2105 ha annunciato
ai magistrati romani, che però non gli hanno creduto considerati i suoi
trascorsi, che il loculo della Skerl al Verano era vuoto e che la bara era stata
trafugata, cosa che poi è risultata vera. L’unico crimine che è stato attribuito
a Accetti dalla giustizia italiana è l’investimento del corpo del piccolo Josè
Garramon, il figlio di un diplomatico uruguaiano, il cui corpo esanime fu
ritrovato nella pineta di Ostia dopo essere stato ucciso a soli 12 anni nel
1983, lo stesso anno della scomparsa di Mirella e di Emanuela. In tempi più
recenti, l’uomo ha fatto anche ritrovare agli inquirenti un flauto, identico a
quello che suonava Emanuela Orlandi, in un capannone dismesso dei fratelli De
Laurentiis a Roma. Nonostante fosse uguale a quello della ragazza le analisi non
stabilirono mai che era proprio quello della cittadina vaticana scomparsa
(fonte: Adnkronos)
ACCETTI IN COMMISSIONE
Si è discusso molto su una sua eventuale convocazione, negli uffici di
presidenza della Commissione con membri che volevano ascoltarlo, ed altri che
non ritenevano l’uomo attendibile come già peraltro sostenuto dalla procura di
Roma nell’ambito della seconda inchiesta sul caso della ragazzina vaticana. Ora
la Commissione ha deciso per la convocazione, prevista il 29 gennaio. Lo stesso
presidente della Commissione di inchiesta, senatore Andrea De Priamo, in diverse
interviste, aveva espresso i suoi dubbi sul reale coinvolgimento di Accetti nei
due casi Orlandi-Gregori anche tenendo conto che la procura di Roma lo ritenne
inattendibile. (fonte: Ansa). Ma la
Commissione di inchiesta prosegue il lavoro su tutte le piste a quanto si
apprende, anche per questo ha deciso di ascoltare in audizione il fotografo
romano dal passato controverso. Accetti in passato ha prodotto anche due
memoriali, il primo presentato in Procura nel 2013 e il secondo alla presidenza
della Bicamerale nel maggio 2024.
L'articolo “Attento, adesso comincerò a raccontare tutte le cose che tu hai
fatto con Emanuela Orlandi”: l’audio choc della telefonata tra Ornella Carnazza
e Marco Fassoni Accetti proviene da Il Fatto Quotidiano.
La comunicazione ufficiale ancora non è arrivata ma secondo quanto riportato
dall’Ansa, la Commissione bicamerale di inchiesta che indaga sulle scomparse di
Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi ha formalmente convocato Marco Fassoni
Accetti per il 29 gennaio.
CHI È ACCETTI
Il fotografo romano è noto per essersi autoaccusato nel 2013 del rapimento sia
di Mirella Gregori sia di Emanuela Orlandi, senza portare mai a una svolta su
entrambe le scomparse. In un confronto televisivo con il fratello della
cittadina vaticana Pietro Orlandi, quest’ultimo disse al fotografo che secondo
lui non aveva mai incontrato o conosciuto Emanuela. Accetti si è “infilato”
anche nel caso dell’omicidio irrisolto di Katty Skerl, la 17enne ritrovata senza
vita a Grottaferrata nel 1984. Accetti nel 2105 ha annunciato ai magistrati
romani, che però non gli hanno creduto considerati i suoi trascorsi, che il
loculo della Skerl al Verano era vuoto e che la bara era stata trafugata, cosa
che poi è risultata vera. L’unico crimine che è stato attribuito a Accetti dalla
giustizia italiana è l’investimento del corpo del piccolo Josè Garramon, il
figlio di un diplomatico uruguaiano, il cui corpo esanime fu ritrovato nella
pineta di Ostia dopo essere stato ucciso a soli 12 anni nel 1983, lo stesso anno
della scomparsa di Mirella e di Emanuela. In tempi più recenti, l’uomo ha fatto
anche ritrovare agli inquirenti un flauto, identico a quello che suonava
Emanuela Orlandi, in un capannone dismesso dei fratelli De Laurentiis a Roma.
Nonostante fosse uguale a quello della ragazza le analisi non stabilirono mai
che era proprio quello della cittadina vaticana scomparsa (fonte: Adnkronos)
I DUBBI SULLA CONVOCAZIONE
Si è discusso molto su una sua eventuale convocazione, negli uffici di
presidenza della Commissione con membri che volevano ascoltarlo, ed altri che
non ritenevano l’uomo attendibile come già peraltro sostenuto dalla procura di
Roma nell’ambito della seconda inchiesta sul caso della ragazzina vaticana. Ora
la Commissione ha deciso per la convocazione. Lo stesso presidente della
Commissione di inchiesta, senatore Andrea De Priamo, in diverse interviste,
aveva espresso i suoi dubbi sul reale coinvolgimento di Accetti nei due casi
Orlandi-Gregori anche tenendo conto che la procura di Roma lo ritenne
inattendibile. (fonte: Ansa). La Commissione di inchiesta prosegue il lavoro su
tutte le piste a quanto si apprende, anche per questo ha deciso di ascoltare in
audizione il fotografo romano dal passato controverso. Accetti in passato ha
fatto avere alla Commissione anche una sua memoria.
L'articolo Emanuela Orlandi, “convocato in Commissione d’inchiesta Marco Fassoni
Accetti, l’uomo che si auto-accusò del rapimento” proviene da Il Fatto
Quotidiano.