“Qui se vuoi lavorare troverai sempre un posto con facilità. Certo, con la
Brexit qualcosa è cambiato, c’è stata un po’ di flessione con gli stipendi, che
rimangono superiori di almeno un terzo rispetto l’Italia, ma la dinamicità del
mercato del lavoro non è comparabile con il nostro, dove tutto è immobile o lo
sfruttamento è dietro l’angolo”. Marco Perriccioli, 45 anni, napoletano, lavora
nelle risorse umane a Londra, dove vive dal 2015. “In dieci anni di lavoro in
Italia non ho concluso nulla, in dieci anni a Londra ho comprato casa, ho fatto
due figli e ho un lavoro che mi piace. Qui c’è una vera concorrenza al rialzo
nel mercato del lavoro e se ti impegni portando a casa i risultati l’azienda te
lo riconosce”, osserva, tracciando il bilancio di una parte della sua vita che,
dopo aspettative deluse e frustrazioni, lo ha portato lontano dal suo Paese.
Dove, peraltro, non tornerebbe.
Marco si è laureato in psicologia a Roma, nei primi anni duemila, concludendo
anche il dottorato di ricerca nel 2010 mentre faceva il tutor all’università.
“Ero uno di quelli della generazione mille euro”, racconta a
ilfattoquotidiniano.it. “Dopo alcuni anni in una società di consulenza, che
collaborava con un importante istituto di credito, ho aperto la mia partita iva
ma lavorare come professionista era davvero dura”. Poi l’azienda ha iniziato a
licenziare. Così trova altro, restando nell’ambito delle consulenze. Ma non va
bene: arrivavano sempre e solo contratti a termine. Finché nel 2014 rimane senza
lavoro. “Sono stato 8 mesi ad inviare e portare curriculum: nulla”, ricorda. Nel
2015 un amico gli consiglia di trasferirsi a Londra. Sono gli anni dell’ultimo
grande esodo di massa nella capitale inglese prima della Brexit. “All’inizio per
un periodo ho lavorato in un bar e nel frattempo inviato curriculum. Penso
seicento in un mese e mezzo. Mi ha chiamato una grande società di consulenza,
sono rimasto 8 anni. Facevamo scheduling, lavoravamo per i clienti a progetto in
base ad esperienze e competenze”. Marco gestiva 250 persone specializzate in
servizi finanziari, lavoratori di banche o società finanziarie. “Due anni fa
hanno fatto 19mila tagli, la maggior parte nell’h&r (le risorse umane ndr.), ma
in poco tempo ho trovato lavoro in un’altra azienda competitor”.
La sua storia si intreccia con quella di sua moglie, avvocato. “Mi ha raggiunto
proprio nei giorni della Brexit – ricorda – dopo due mesi è entrata come
consulente legale in un sindacato. Ha dovuto studiare il diritto inglese ma le
hanno riconosciuto sia il titolo di studio, sia parte della pratica fatta in
Italia per l’abilitazione in Inghilterra”. Oggi lavora in un grande studio
legale della capitale. “I nostri figli sono nati nel 2019 e nel 2023. Crescere
una famiglia senza i nonni pesa, solo la loro assenza fa capire quanto possano
essere centrali nella quotidianità”, confida. “Però riusciamo a farlo da soli e
in qualche modo le leggi ti aiutano. In Italia ad esempio non avrei potuto
prendere tre mesi di paternità al primo figlio, pagato, mentre qui c’è lo shared
parental leave: la madre ha 12 mesi, di cui i primi 9 hanno un contributo
statale e le aziende tendono a garantirti lo stipendio pieno, per poi decrescere
negli ultimi mesi. Questi ultimi – evidenzia Marco – si possono dividere con il
partner. Al secondo figlio per esempio ne ho presi quattro. L’attenzione che
viene data alle famiglie è qualcosa che dovremmo ripensare in Italia”. Su altre
cose, però, c’è il rovescio della medaglia. “Gli asili non sono pubblici come in
Italia. Lo Stato qui ti aiuta in piccola parte ma sei obbligato a sceglierne uno
vicino casa e i prezzi sono molto elevati, quasi come un secondo affitto certe
volte”.
Soppesati pro e contro il piatto della bilancia non pende verso l’Italia. “Sia
io che mia moglie non torneremmo in Italia in età lavorativa, forse per la
pensione”, conclude Marco. “Il nostro è un paese meraviglioso, dove passare ad
esempio le vacanze è bellissimo. Però per molti motivi il nostro mercato del
lavoro è rimasto congelato, non ci sono reali ascensori sociali, neanche
studiare basta più ormai, ci sono molti problemi a più livelli ed è il motivo
per cui sono andati via in tanti negli ultimi anni. Per il futuro bisognerà
vedere i nostri figli cosa decideranno per loro stessi. Noi per ora siamo felici
qui”.
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L'articolo “In Italia in dieci anni non ho concluso nulla. Qui a Londra ho
comprato casa, fatto due figli e ho un bel lavoro” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Cervelli in Fuga Regno Unito
Quando inizi a correre senza averlo mai fatto prima la sensazione è che il fiato
si spezzi. I polmoni ti abbandonano, la bocca si spalanca in uno spasimo che
asciuga le fauci, il sudore imperlina la fronte. All’inizio è così, solo
all’inizio. Poi c’è chi desiste e c’è chi prosegue. Chi non smette, giorno dopo
giorno impara a respirare e smette di soffrire. Damiano Lupi ha deciso di
resistere ed è partito. Secondo lui, emigrare e correre hanno in comune una
postura esistenziale: a Londra, dove abita da più di dieci anni e “sembra che
tutti corrano”, la definirebbero “embrace the pain”. Abbraccia il dolore e
migliorerai.
La prima corsa Damiano la fa da Roma a Leeds, mentre è iscritto a Matematica
alla Sapienza, per l’Erasmus. È una 400 metri: pochi mesi, velocità di
esecuzione, un giro completo della pista. Al suo ritorno prosegue gli studi, ma
ora sa che il suo futuro è in Inghilterra. All’Università di Warwick, a
Coventry, ci arriva che ha già imparato la resistenza: ritmo moderato, grandi
percorrenze, routine ferrea. È il suo dottorato: quattro anni dopo è pronto a
entrare nel mondo della finanza.
Londra va veloce e spesso lascia indietro. Damiano ci arriva per caso e per caso
trova il suo primo lavoro. È il momento della staffetta: la programmazione
prestata ai portafogli di banche di investimento e hedge funds. Poi c’è il boom
del data science, il testimone del codice passa all’antiriciclaggio e alla fraud
detection. Ancora oggi il suo principale impegno riguarda l’individuazione di
frodi finanziarie, soprattutto a bassa latenza, in tempo reale. Attualmente
lavora per un operatore leader nelle carte di credito, dove svolge la stessa
mansione, ma sui pagamenti da banca a banca.
Il segreto è la tenuta: gestire l’energia, affrontare la fatica, accettare il
ritmo imposto dalla città. Intorno a lui, atleti visibili e invisibili: colleghi
di ogni luogo, allenati a cercare il senso della vita nella disciplina: “Qui –
racconta – corrono tutti. È una forma di meditazione collettiva. Si sceglie un
obiettivo, ci si allena, si soffre, non ci si lamenta”. È questa la lezione
inglese che Damiano ha imparato: la serenità nello sforzo. Un’idea di felicità
che passa dalla consapevolezza dei propri limiti, non dalla loro negazione.
Il suo quartiere, Greenwich, è un insieme di vie in cui le famiglie si
somigliano: coppie di expat, lingue diverse che si incontrano, bambini che
crescono poliglotti, pendolari che prendono lo stesso treno verso il centro. A
casa, l’allenamento continua. La moglie, anche lei professionista nella finanza,
un figlio piccolo che parla tre lingue, una seconda bimba in arrivo: “Siamo
entrambi expat, quindi nessuno dei due è a casa, e forse per questo stiamo
bene”. Come se l’estraneità condivisa fosse un senso di appartenenza: “Mia
moglie è turca, io sono italiano, essere entrambi altrove ci permette di essere
entrambi a casa: la nostra”.
Damiano del resto è sempre “più inglese”. Lo racconta ridendo, e mentre ride un
po’ di accento romano riaffiora. Ricostruire la propria identità è la corsa
ostacoli che non finisce mai: lo scatto di entusiasmo, il salto fuori dalla
propria comfort zone, la depressione del rettilineo, la felicità alla prima
svolta, la malinconia di non avere prospettive di rientro. Formare una famiglia
a Londra ha contribuito a fargli sentire la città come la sua vera “casa”, ma la
prima non si dimentica: “Non so dire come sarebbe vivere in Italia da adulto, i
miei ricordi sono adolescenziali, e forse per questo condizionati. Ciò che mi
manca di più sono le persone della mia vecchia vita”.
Lupi non ha intenzione di rientrare in Italia: “L’ho realizzato dopo un po’. Ho
pensato: ‘Ah, ok, ma adesso sto qui, lavoro qui, che faccio? Non ho più
prospettive di rientrare'”. Ciò che meno gli manca, spiega, è una certa
insoddisfazione di fondo. Secondo Damiano, in Italia ci si lamenta, e spesso:
“C’è un senso di impotenza, comprensibile per ragioni politiche, che diventa un
circolo vizioso: forse dall’Inghilterra potremmo imparare a guardare il
bicchiere mezzo pieno”.
A Londra il bicchiere mezzo pieno spesso è un boccale di birra: Damiano ha
imparato la cultura del pub e il gusto del Sunday roast, l’ironia british e la
tolleranza al maltempo. E ha iniziato a correre davvero: “Non mi piaceva nemmeno
ma ho iniziato a farlo sempre di più. Faccio la 10 km una volta all’anno, niente
di che rispetto alla media inglese”. Eppure diventare adulto in Inghilterra è
stata una marcia: un piede sempre a terra, andatura costante e sostenuta, non
avere più bisogno di scattare.
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lamenta. In Italia insoddisfazione e senso di impotenza” proviene da Il Fatto
Quotidiano.