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“Ho fatto da solo un ordine da migliaia di dollari per il mio laboratorio. Da ricercatore qui prendo il doppio di stipendio”
“Sulla ricerca gli Usa sono avanti anni luce, sia per fondi che per burocrazia. Se ti serve qualcosa la ordini, non devi chiedere a qualcuno aspettando mesi per un via libera ma sei tu a gestire il tuo budget come meglio credi”. Manuel Bellucci, 31 anni, romano, ha scelto la Purdue University (Indiana), Stati Uniti, per avviare la propria ricerca nel campo della biologia vegetale. “Ho terminato il dottorato presso il Campus Bio-Medico di Roma nel 2024 e un paio di mesi dopo ero già qui in una delle università più all’avanguardia nel il mio campo di ricerca”, racconta a ilfattoquotidiano.it. E arrivare non è stato così difficile: “Ho letto i lavori che avevano pubblicato in materia, ho scritto al professore proponendo la mia ricerca, ho fatto un colloquio e mi hanno preso”. Manuel studia il metabolismo secondario delle piante: “Analizzo come molecole specifiche modulano la risposta delle piante agli stress ambientali”. Manuel ha un contratto annuale che viene rinnovato in base ai risultati ottenuti, ogni sei mesi il lavoro viene controllato dai finanziatori attraverso un report. “Niente è lasciato al caso – spiega – e sei messo in condizione di poter ottenere questi risultati”. E fa un esempio. “Prima di tornare a Roma per le vacanze di Natale ho ordinato strumentazione da decine di migliaia di dollari, in pochi giorni sono state consegnate al mio laboratorio. In Italia, se la richiesta fosse stata approvata, e non è detto che avvenga, probabilmente ci sarebbe voluto un mese e più per questione burocratiche”. Il massiccio investimento in ricerca negli Usa, pari al 3,4% del Pil – in Italia siamo a quasi un terzo con l’1,37% – permette alle università americani di guardare lontano. “Questo è un progetto che dovrebbe durare tra i tre e i quattro anni. In un anno e mezzo sono a tre quarti dall’obiettivo – rivela Manuel – Quindi grazie alle strumentazioni, ma anche personale competente che le sa utilizzare al meglio, ho potuto accorciare i tempi e questo significa tantissimo per una ricerca”. Tanto che il contratto con l’università gli è stato rinnovato fino al 2027. “Sto facendo anche lezioni, vorrei diventare un docente”. Riguardo al costo della vita negli Stati Uniti c’è un mito da sfatare. “Io prendo uno stipendio doppio rispetto un ricercatore in Italia ma non spendo di più. Quando torno a Roma – spiega – vedo che la vita ormai costa quanto quella in Indiana”. Come spesso accade nell’ambiente universitario negli Usa si respira un’aria internazionale: “Lavoro in un ambiente di ricerca con colleghi provenienti da Europa, Cina, Sud America e India. Nonostante il contesto globale complesso, nella mia università non si sono registrate criticità legate ai finanziamenti per la ricerca”. In generale c’è una competizione che si trasforma in risultati: “Spesso chi va fuori dall’Italia in questo campo vuole raggiungere degli obiettivi che da noi magari non avrebbe potuto ottenere o almeno non con queste tempistiche”. E questo anche se bisogna sacrificare qualcosa nel personale: “Sono molto legato alla mia famiglia, quindi è difficile essere in un altro paese che non è il tuo – confida Manuel – però amo anche il mio lavoro e sento che sto facendo qualcosa di importante”. Negli Usa ci sono maggiore fiducia e opportunità per i giovani. “Alla Purdue, dopo un solo anno e mezzo, e da straniero, seguo tre studenti in laboratorio, un piccolo gruppo di ricerca, in Italia non avviene mai, c’è pochissima autonomia a livello universitario e questa cosa deve cambiare se si vuole stare al passo con gli altri”. Il futuro? “L’idea di tornare in Europa c’è. Anche di tornare in Italia potrebbe esserci”, confessa il giovane ricercatore romano. “Sul tema dei cervelli in fuga io sono molto dispiaciuto, sono tanti i giovani che se ne sono andati o se ne stanno andando. Io sono italiano e mi sarebbe piaciuto poter dare il mio contributo nel mio paese”. Certo, qualcosa dovrebbe cambiare. “Serve maggiore investimento in ricerca senza la quale non si accede alla tecnologia del domani e non si migliora la qualità della vita della società”. Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com L'articolo “Ho fatto da solo un ordine da migliaia di dollari per il mio laboratorio. Da ricercatore qui prendo il doppio di stipendio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Usa
Cervelli in fuga
Cervelli in Fuga USA
“In ufficio a Francoforte su 300 sono l’unico italiano. La qualità di vita è imparagonabile rispetto all’Italia e qui tutti fanno sport”
Quando Davide entra negli uffici di Boston Consulting Group a Francoforte è come se si trovasse allo stesso tempo a New York, in Costa Rica, o in India. Lavora con persone da tutto il mondo. Gli italiani non ci sono. “Siamo in 300 in ufficio e io sono l’unico”, racconta. Non lo dice con amarezza, ma con orgoglio. Davide Manco ha 28 anni, è laureato in ingegneria gestionale al Politecnico di Milano e da quasi due anni vive in Germania. Il primo contatto con il mondo della finanza arriva quasi per caso. Durante la triennale viene selezionato per un viaggio a Londra nelle sedi delle grandi banche d’investimento. “Non sapevo nemmeno cosa fossero le bulge brackets (banche d’investimento multinazionali, ndr)”, ammette a ilfattoquotidiano.it. Poi entra nel palazzo di Morgan Stanley: un marmo retroilluminato e una marea di persone con la cravatta lo conquistano. “Capii che avrei voluto lavorare in un posto simile”. Da lì la scelta della magistrale in Financial Engineering, interamente in inglese, e una serie di esperienze all’estero per imparare la lingua. La prima è a Londra, a fare qualsiasi lavoro capiti. “Mi diedero una scopa in mano e mi dissero: ‘Comincia a pulire’. Non mi è pesato, anzi: lì ho capito che non volevo restare in Italia”. Poi il sud dell’Inghilterra e quindi Parigi, per uno scambio universitario. Rientrato a Milano, Davide accelera: finisce gli esami in anticipo, lavora a una dissertation (una sorta di tesi/pubblicazione) e collabora con una professoressa di investment banking. È il primo vero ingresso nel mondo finanziario. Il giorno dopo la laurea ha già un contratto in una piccola boutique di investment banking con l’ufficio davanti al Duomo di Milano. “Dalle finestre vedevo proprio gli uffici di Boston Consulting Group. È buffo pensarci oggi”. Il passo successivo è Deutsche Bank, grazie a un graduate program in wealth management. Qui Davide inizia a gestire patrimoni di persone dal valore di almeno 5 milioni di euro. Viaggia in Italia e nel Nord Europa, seleziona titoli, costruisce portafogli, lavora con family office del lusso e della moda italiana. “All’inizio avevo paura, poi mi sono abituato. Pino piano, ho imparato a gestire grandi masse economiche”. Il Politecnico, dice, gli ha dato una base solida. Ma i limiti del sistema italiano, a un certo punto, emergono: “Mi sono reso conto che, dal punto di vista della carriera e dello stipendio, in Italia le possibilità erano molto ridotte. Gli aumenti erano lenti, il costo della vita a Milano altissimo. Le grandi banche d’investimento pagano 1.800/2.000 euro al mese. Una stanza può costare 1.200 euro. Rimane poco per vivere”. L’occasione arriva quasi per caso, su LinkedIn: una posizione aperta in Boston Consulting Group, area wealth management, a Francoforte. Davide si candida senza grandi speranze: “Mi sembrava impossibile. Meno dell’1% dei candidati riesce a entrare”. Nel mezzo, un intervento delicato alla colonna vertebrale. “Mi chiamano una settimana prima dell’intervento. Chiedo di anticipare il colloquio. Avevo cinque giorni per ripassare tutto ciò che sapevo”. L’operazione ha esito positivo, ma nella testa di Davide un po’ di riposo non è contemplato: dal letto d’ospedale continua a studiare. “Dissi a mia mamma di portarmi le slide di cui avevo bisogno. Non potevo lasciarmi scappare questa opportunità: era un treno che passa una volta nella vita”. In tre settimane arriva l’offerta. “Due mesi dopo ero su un Flixbus per Francoforte, zoppicando, a cercare casa”. Da allora la sua vita cambia radicalmente. “Il primo mese mi dissero che dovevo andare ad Amburgo, Berlino, Monaco e Parigi. In un anno ho preso una trentina di voli”. Viaggi continui, progetti internazionali, riunioni con CEO di banche globali. Ma, del suo lavoro, è la multiculturalità uno degli aspetti che ama di più: “Capisci davvero cosa significa avere a che fare con culture e usanze diverse. È una cosa che non puoi spiegare se non la vivi”. E la qualità della vita in Germania, racconta, non è paragonabile a quella in Italia: “I salari in Germania sono in media almeno il 55% più alti. L’affitto pesa circa il 30% dello stipendio”. La sanità è un altro punto chiave. Dopo l’intervento, Davide deve fare risonanze e Tac. “In Italia ci avrei messo cinque mesi. Qui ho solo aperto un’app: appuntamento dopo due giorni e referto subito consegnato su un QR Code”. Trasporti pubblici, sport, welfare aziendale: tutto contribuisce a una qualità della vita che in Italia non aveva. “Qui lo sport è una cosa culturale. Le aziende ti pagano l’abbonamento per avere accesso a tutte le palestre della città. Non esiste qualcuno che non faccia attività fisica”. Dell’Italia però gli mancano la famiglia, gli amici, il calore umano. Ma non il lavoro. “Non c’è nulla che mi abbia fatto rivalutare l’Italia dal punto di vista professionale. È un Paese ancora troppo legato alla seniority, mentre qui in Germania hai la possibilità di interfacciarti con tutti senza troppe formalità. Non mi sento però ‘uno che è scappato’. Ho solo colto un’opportunità”. E non si vede rientrare a breve. “Mi sento italiano, ma prima ancora sono cittadino europeo, se non del mondo. I confini non mi appartengono. Sono interessato solo alla voglia di vivere”. L'articolo “In ufficio a Francoforte su 300 sono l’unico italiano. La qualità di vita è imparagonabile rispetto all’Italia e qui tutti fanno sport” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cervelli in fuga
Cervelli in Fuga Germania
Francoforte
“In Italia in dieci anni non ho concluso nulla. Qui a Londra ho comprato casa, fatto due figli e ho un bel lavoro”
“Qui se vuoi lavorare troverai sempre un posto con facilità. Certo, con la Brexit qualcosa è cambiato, c’è stata un po’ di flessione con gli stipendi, che rimangono superiori di almeno un terzo rispetto l’Italia, ma la dinamicità del mercato del lavoro non è comparabile con il nostro, dove tutto è immobile o lo sfruttamento è dietro l’angolo”. Marco Perriccioli, 45 anni, napoletano, lavora nelle risorse umane a Londra, dove vive dal 2015. “In dieci anni di lavoro in Italia non ho concluso nulla, in dieci anni a Londra ho comprato casa, ho fatto due figli e ho un lavoro che mi piace. Qui c’è una vera concorrenza al rialzo nel mercato del lavoro e se ti impegni portando a casa i risultati l’azienda te lo riconosce”, osserva, tracciando il bilancio di una parte della sua vita che, dopo aspettative deluse e frustrazioni, lo ha portato lontano dal suo Paese. Dove, peraltro, non tornerebbe. Marco si è laureato in psicologia a Roma, nei primi anni duemila, concludendo anche il dottorato di ricerca nel 2010 mentre faceva il tutor all’università. “Ero uno di quelli della generazione mille euro”, racconta a ilfattoquotidiniano.it. “Dopo alcuni anni in una società di consulenza, che collaborava con un importante istituto di credito, ho aperto la mia partita iva ma lavorare come professionista era davvero dura”. Poi l’azienda ha iniziato a licenziare. Così trova altro, restando nell’ambito delle consulenze. Ma non va bene: arrivavano sempre e solo contratti a termine. Finché nel 2014 rimane senza lavoro. “Sono stato 8 mesi ad inviare e portare curriculum: nulla”, ricorda. Nel 2015 un amico gli consiglia di trasferirsi a Londra. Sono gli anni dell’ultimo grande esodo di massa nella capitale inglese prima della Brexit. “All’inizio per un periodo ho lavorato in un bar e nel frattempo inviato curriculum. Penso seicento in un mese e mezzo. Mi ha chiamato una grande società di consulenza, sono rimasto 8 anni. Facevamo scheduling, lavoravamo per i clienti a progetto in base ad esperienze e competenze”. Marco gestiva 250 persone specializzate in servizi finanziari, lavoratori di banche o società finanziarie. “Due anni fa hanno fatto 19mila tagli, la maggior parte nell’h&r (le risorse umane ndr.), ma in poco tempo ho trovato lavoro in un’altra azienda competitor”. La sua storia si intreccia con quella di sua moglie, avvocato. “Mi ha raggiunto proprio nei giorni della Brexit – ricorda – dopo due mesi è entrata come consulente legale in un sindacato. Ha dovuto studiare il diritto inglese ma le hanno riconosciuto sia il titolo di studio, sia parte della pratica fatta in Italia per l’abilitazione in Inghilterra”. Oggi lavora in un grande studio legale della capitale. “I nostri figli sono nati nel 2019 e nel 2023. Crescere una famiglia senza i nonni pesa, solo la loro assenza fa capire quanto possano essere centrali nella quotidianità”, confida. “Però riusciamo a farlo da soli e in qualche modo le leggi ti aiutano. In Italia ad esempio non avrei potuto prendere tre mesi di paternità al primo figlio, pagato, mentre qui c’è lo shared parental leave: la madre ha 12 mesi, di cui i primi 9 hanno un contributo statale e le aziende tendono a garantirti lo stipendio pieno, per poi decrescere negli ultimi mesi. Questi ultimi – evidenzia Marco – si possono dividere con il partner. Al secondo figlio per esempio ne ho presi quattro. L’attenzione che viene data alle famiglie è qualcosa che dovremmo ripensare in Italia”. Su altre cose, però, c’è il rovescio della medaglia. “Gli asili non sono pubblici come in Italia. Lo Stato qui ti aiuta in piccola parte ma sei obbligato a sceglierne uno vicino casa e i prezzi sono molto elevati, quasi come un secondo affitto certe volte”. Soppesati pro e contro il piatto della bilancia non pende verso l’Italia. “Sia io che mia moglie non torneremmo in Italia in età lavorativa, forse per la pensione”, conclude Marco. “Il nostro è un paese meraviglioso, dove passare ad esempio le vacanze è bellissimo. Però per molti motivi il nostro mercato del lavoro è rimasto congelato, non ci sono reali ascensori sociali, neanche studiare basta più ormai, ci sono molti problemi a più livelli ed è il motivo per cui sono andati via in tanti negli ultimi anni. Per il futuro bisognerà vedere i nostri figli cosa decideranno per loro stessi. Noi per ora siamo felici qui”. Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com L'articolo “In Italia in dieci anni non ho concluso nulla. Qui a Londra ho comprato casa, fatto due figli e ho un bel lavoro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cervelli in fuga
Cervelli in Fuga Regno Unito
“In Olanda ho trovato lavoro a 40 anni, pentito di non essere partito prima. Qui senso di civiltà e gentilezza che in Italia mancano”
“In questi anni ho visto tanti italiani venire qui in Olanda con l’idea di trasferirsi o con buoni propositi. Non mi sento di consigliare un Paese in particolare, ma sono sicuro che in nord Europa ci siano grandi opportunità”. Quando guarda indietro, tira il fiato e capisce come si è realizzato in Olanda, dove Mauro è arrivato a 40 anni e per questo spesso si rammarica di “non esser partito prima”. Dopo dieci anni ad Amsterdam il confronto è inevitabile: “Mi fa tristezza vedere il nostro come un Paese che regredisce. Forse avremmo bisogno di un bagno di umiltà”. Originario di Pescara, Mauro Rizzello inizia la sua storia lavorativa nel ‘97, con quella che lui definisce, un’occasione unica: il primo impiego, da neodiplomato, come perito tecnico industriale in un’azienda farmaceutica della città, che aveva appena concluso una joint venture con un una multinazionale Usa. “Ero giovane, i turni non erano un problema, anzi, mi concedevano molto tempo libero”, ricorda. I primi cinque anni passano senza problemi e, grazie all’ottimo contratto e stipendio, a 25 anni compra casa. Le cose cambiano il sesto anno, quando, tra turni rimescolati, concorrenza globale e colleghi disperati per l’ambiente sempre più teso, Mauro decide di dare le dimissioni: lascia quello che tutti i suoi amici vedono come un lavoro sicuro, una miniera d’oro, per cambiare vita. È il 2009 quando parte per il Canada. “Avevo 35 anni, età massima per accedere al working holiday visa di sei mesi – racconta –. Un’esperienza che mi segnò profondamente”. Quando rientra in Italia allo scadere del visto, a Mauro sembra di tornare indietro nel tempo. L’idea era quella di affrontare la scalata burocratica che lo avrebbe riportato in Canada ma, grazie a un amico che gli segnala un nuovo progetto a Brescia si apre subito una porta interessante come responsabile di magazzino per la privatizzazione delle cucine all’interno agli Spedali civili di Brescia. “Era la prima struttura al mondo, in un centro grandi cotture, a sperimentare la cucina sottovuoto”. Un’ottima posizione con molti benefici a seguito. Eppure, nei cinque anni di lavoro a Brescia per Mauro il pensiero per il Canada non viene mai meno. “Mi mancava quel senso di civiltà, quell’integrazione sociale, quella gentilezza delle persone che in Italia mi sembravano lontane anni luce”. Così nel 2015 arriva la decisione di lasciare l’Italia nuovamente: partendo da Brescia con “la macchina carica”, a dicembre, a 40 anni, Mauro è ad Amsterdam. La capitale olandese è una città “multiculturale” e lui si sentire subito a casa. “Certo, all’inizio non è stato facile, su questo devo essere onesto”, ricorda. “La carenza di abitazioni in Olanda è il problema più grande, ma dopo un anno e mezzo avevo già comprato casa”. Dopo essersi iscritto a una scuola ROC (l’equivalente del “nostro istituto professionale”), Mauro comincia a studiare l’olandese; contestualmente, i funzionari statali lo aiutano a inserirsi nel mondo del lavoro con la traduzione del curriculum e, “fondamentale qui in Olanda”, con la creazione del profilo su Linkedin. Nel settore tecnico sicuramente questo “è il mezzo migliore per trovare lavoro – continua Mauro –. Ricevo proposte quasi ogni giorno”. Ed è proprio grazie alla piattaforma che Mauro approda in un brand di automotive particolarmente innovativo: “Sono stati loro a trovarmi”, racconta. I primi cinque anni lavorando come servizio tecnico sono “incredibili”: “Dopo un mese ho potuto comprare casa, a 7 minuti di bici dalla sede di lavoro e con un bonus di 90 euro al mese come incentivo a utilizzare la bicicletta”. Dopo tre anni è accettata la richiesta di lavorare quattro giorni alla settimana invece di cinque. In Olanda è cosa piuttosto normale poter scegliere quante ore lavorare, aggiunge. “Ho sempre trovato grande rispetto negli ambienti lavorativi, avvertendo la volontà di creare spazi multiculturali e piacevoli. Una cosa che, paradossalmente, mi ha messo in difficoltà è rispondere alla fatidica domanda ‘qual è la tua richiesta di stipendio?’, oltre che abituarmi a un confronto aperto o all’avanzare delle richieste all’azienda”. Certo, il costo della vita in Olanda può sembrare più caro, ma vanno fatte le dovute proporzioni. In primis, il Paese produce ed esporta energia, quindi utilizzare l’elettrico “conviene molto rispetto al gas”. In Olanda, inoltre, continua, “non esistono canone TV, bollo auto, pedaggio autostradale e tassa sui passaggi di proprietà”. I datori di lavoro spesso coprono le spese di viaggio e se usi la bici si riducono notevolmente. Ma la vera differenza sono gli stipendi che “qui sono decisamente più alti e ogni anno c’è l’aumento in base all’inflazione”. Oltre all’arricchimento delle conoscenze, lavorare per la multinazionale di automotive è stata anche un’opportunità economica considerando che l’azienda rilascia azioni ai suoi dipendenti in diverse momenti dell’anno. “Avevo 44 anni: spesso pensavo che in Italia a quell’età ero fuori dal mercato del lavoro già da tempo. Mi sembrava di aver fatto un balzo nel futuro”. Poi, visto il coinvolgimento politico del fondatore, cresce il malcontento in azienda, e Mauro si dimette come molti atri suoi colleghi. La decisione di lasciare non è stata molto difficile. “Continuavo a ricevere giornalmente proposte molto interessanti e Bianca, (la sua compagna, recruiter), mi faceva notare come fosse normale qui in Olanda rimettersi in gioco a qualsiasi età”. Oggi, a 51 anni, Mauro lavora per un’azienda giovane che si occupa di trasformare barche e veicoli industriali da diesel a elettrico. L’ambiente è disteso, rilassato, “ci divertiamo molto”, diversi investitori “si sono recentemente avvicinati”. Insomma, nessun pensiero di cambiare aria. In Italia ci torna volentieri in vacanza. Anzi, il prossimo anno lui e Bianca si sposeranno in Puglia, a Polignano a Mare. Ma ogni volta che torna, spiega Mauro, non riesce a non far caso ai problemi, alle strade piene di buche, alla sporcizia, alla maleducazione. “Bisogna prendere atto che non siamo più i migliori produttori di auto e moto, non siamo più i migliori nel campo della moda, non siamo più i grandi costruttori dell’antica Roma. L’Olanda – conclude – mi ha cambiato molto: dopo dieci anni, oggi credo di sentirmi più olandese che italiano”. Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com L'articolo “In Olanda ho trovato lavoro a 40 anni, pentito di non essere partito prima. Qui senso di civiltà e gentilezza che in Italia mancano” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cervelli in fuga
Cervelli in Fuga Olanda
“Un laureato in Germania guadagna l’80% in più di un italiano. Ecco perché vanno all’estero”
Non solo l’obiettivo di stipendi più alti, ma anche “la ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici”. Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha parlato della fuga all’estero dei giovani italiani durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2025-26 dell’università di Messina. Un intervento incentrato sul rendimento della formazione universitaria e sulla centralità del capitale umano. Secondo quanto emerge dai dati del Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes pubblicati a novembre, da gennaio a dicembre 2024 si sono iscritti all’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire) per la sola motivazione “espatrio” 123.376 cittadini italiani e rispetto al 2023 i dati segnano in valore assoluto “34mila partenze in più”. L’aumento riguarda prevalentemente i giovani e i giovani adulti. In particolare, nella classe di età 18-34 anni si rileva un +47,9% rispetto all’anno precedente a cui unire il +38,5% della classe immediatamente successiva (35-49 anni). “Il basso rendimento della formazione universitaria in Italia – ha considerato Panetta – spinge un numero crescente di giovani laureati a emigrare all’estero, un fenomeno che interessa anche il Nord del Paese. Negli anni più recenti, circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero, con incidenze più elevate tra ingegneri e informatici, figure professionali per le quali le imprese italiane segnalano una crescente carenza. Questo andamento – osserva il governatore – non sorprende. Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80 per cento in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30 per cento. Si tratta di divari che si sono ampliati nel corso degli anni”, ha detto Panetta. Una emorragia di idee, energie e innovazione specie proprio in quei settori preziosi per la nostra industria e che non viene compensata dagli stranieri. Ce ne sono pochi che studiano nelle nostre università (meno del 5% del totale degli studenti con pochi esempi virtuosi fra cui Messina) contro il 10% di Francia e Germania e il 23% del Regno Unito. E fra gli immigrati che arrivano pochi sono quelli che hanno un’istruzione superiore. L’istruzione è la chiave quindi. Il governatore rileva come gli interventi possano “essere attuati gradualmente, preservando una gestione prudente delle finanze pubbliche e i progressi compiuti nella riduzione del costo del debito”. C’è un gap da recuperare: le risorse pubbliche destinate all’istruzione sono meno del 4% del Pil, quasi un punto in meno della media dell’Ue e il livello più basso tra le principali economie dell’area dell’euro. Metà del divario rispetto al resto della Ue riflette il minore investimento nell’istruzione universitaria”. La rete degli atenei così potenziata, creerebbe “condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese innovative e all’attrazione di ricercatori e docenti di profilo internazionale”. Inoltre i giovani preferiscono “contesti sociali ritenuti più attrattivi, così come la naturale curiosità verso mondi e stili di vita diversi da quelli di origine”. Si tratta di una “mobilità che favorisce l’accumulazione di esperienze e arricchisce il bagaglio culturale individuale”. Quando, però – avvisa – l’emigrazione riflette le carenze del contesto di partenza, essa si trasforma in una scelta onerosa per chi la compie. E quando i giovani formati nelle nostre università non fanno ritorno nel Paese, la perdita riguarda l’intera collettività”. Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com L'articolo “Un laureato in Germania guadagna l’80% in più di un italiano. Ecco perché vanno all’estero” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cervelli in fuga
Italiani all'Estero
Arredatore a Malta. “In Italia volevano fossi una partita Iva finta. Qui ho un vero contratto e i miei capi mi rispettano”
“Qui lavoro con la mia creatività grazie ad un bagaglio professionale che mi sono costruito nel tempo, in Italia continuerei ad essere un precario”. Fabio Ferri, 48 anni, originario del Molise, stylist, creativo, scrittore, oggi lavora come arredatore a Malta. È partito nei primi anni Duemila e ha anche provato a ritornare, ma si è scontrato con un mercato del lavoro che offre spesso contratti sottopagati, quando li offre. “Qui la differenza con l’Italia si vede anche nel rispetto e nel modo in cui i capi si approcciano ai dipendenti, nella maggiore volontà di uscire dalla comfort zone e nel volersi tenere aggiornati anche se si è raggiunti una certa posizione. In Italia spesso il dipendente ne sa molto di più del suo superiore. Resiste un conservatorismo lavorativo e culturale che difficilmente potrà sparire”. Fabio muove i primi passi nel mondo del lavoro a Bologna, dopo la laurea. “Ho iniziato come stylist nelle produzioni per videoclip musicali e come autore per programmi radiofonici”, racconta. “All’epoca non si lavorava molto, e essere giovani era un difetto perché non si aveva abbastanza esperienza”. Così una sera decide di puntare un dito a caso sul mappamondo: Dublino. “Lì ho trovato lavori ben pagati, con contratto. Ho imparato a parlare davvero inglese. La burocrazia già all’epoca era molto snella: le aziende ti aprivano il conto in banca e ti facevano la prenotazione all’agenzia delle entrate per il codice fiscale”. Ed è lì che ha l’occasione per lavorare in una grande produzione hollywoodiana, il film King Arthur, con Clive Owen e Keira Knightley. Fa carriera e viene chiamato per musical e concerti come costumista. “Nel frattempo avevo iniziato una carriera parallela nella moda come brand ambassador per un celebre marchio di moda. Vestivo star, attori, cantanti. Pagato benissimo e trattato ancora meglio”. Rimane cinque anni prima di trasferirsi nuovamente in Italia. “Ho fatto l’errore di pensare che se avessi voluto continuare nel campo della moda non potevo non andare a Milano”. Così Fabio nel 2007 si trasferisce lì. “Ricordo ancora che nonostante le referenze consumai un paio di scarpe per trovare lavoro, al 281 esimo showroom mi offrirono qualcosa: fare una campagna vendita a chiamata, senza contratto. Accettai ma finita la stagione nessuna possibilità di un contratto”. Cambia varie importanti aziende di moda, e dopo diversi contratti precari arriva il tempo indeterminato, ma lo stipendio non gli permette di costruirsi qualcosa di solido in una città sempre più cara. “Vedevo lo stereotipo italiano essere sempre confermato: vai avanti se ti fai raccomandare. È la regola e non l’eccezione”, spiega Fabio. “E l’ho visto quasi solo da noi, non in altri Paesi dove la classe dirigente è più giovane e pragmatica”. Quando pensava fosse arrivata la stabilità, però, inizia quello che oggi si chiamerebbe gaslighting: dopo una scelta di rebranding l’azienda vuole cacciare i dipendenti appartenenti alla comunità lgbtq, che vengono vessati costantemente. “Offese davanti ai clienti, mobbing per farmi licenziare. Se ci fosse stata una legge contro l’omofobia come ce ne sono all’estero, dove insultare una persona della comunità lgbtq è un reato, non sarebbe accaduto”. In Italia, però, una legge ancora non c’è. “Feci causa. Anche da questo punto di vista in Italia le istituzioni non sono incisive. Per l’ennesima volta pensai di aver sbagliato a tornare”. Dopo la brutta esperienza Fabio cambia ambito di lavoro. “Durante un periodo a Barcellona ho frequentato un corso di inglese per diventare insegnante per stranieri in un centro accreditato della Oxford University. Poco dopo sono stato chiamato da una scuola a Malta”. È la prima volta sull’isola. “Lavoravo part time, quindi approfittai per fare altro, ho scritto racconti, pubblicato articoli e ho collaborato con alcuni magazine come fashion editor”. Dopo alcuni anni, vista la sua esperienza, lo richiamano in Italia per insegnare in uno dei più importanti istituti di moda italiani, a Firenze. “Mi offrirono una collaborazione a partita iva, pagato la metà rispetto alle ore lavorate”. Una partita Iva “finta”, visto che pretendevano l’esclusiva e orari d’ufficio. “Poi quando arrivò il lockdown stracciarono tutti i contratti e arrivederci”. A quel punto ritorna a Malta. “Lì non c’erano vere restrizioni, e mi sono reiventato – racconta –. Un imprenditore mi ha fatto un’offerta di lavoro in un campo non mio, basandosi sul mio background professionale. In Italia difficilmente sarebbe accaduto. Mi sono rimboccato le maniche, ho studiato i software tecnici e ora faccio l’arredatore”. Il modus operandi è diverso sull’isola. “Non ci sono solo lati positivi, la vita è diventata cara e gli stipendi sono anche qui al palo, ma le differenze sul mercato del lavoro si notano. Ho un vero contratto, i miei capi mi rispettano”. Come molti expat Fabio vive sentimenti contrastanti per il nostro Paese. “Ci sono cose dell’Italia che mi rendono orgoglioso e per le quali mi commuovo. Veniamo dal paese che ha inventato il gelato, il design, Dante, Giorgio Armani, Giuseppe Verdi. La nostra cultura è ricchissima. E abbiamo una marcia in più, motivo per cui verremo sempre apprezzati all’estero. Ma questa eredità rischia di sfumare perché si tratta di meriti datati. Serve uno scossone culturale”. E conclude: “Anche il fatto che in Italia la comunità lgbtq sia strumentalizzata, come anche i suoi diritti, non aiuta. Ormai non è più neanche un problema religioso. Negli altri Stati si è affrontata la questione in modo pragmatico, tutti hanno diritti e doveri, nessuno escluso”. 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Cervelli in fuga
Cervelli in Fuga Malta
Insegnante di italiano all’Università dell’Alabama: “Fossi rimasto in Italia non so cosa avrei fatto”
Quando Alessandro ha lasciato l’Italia, nel 2013, lo ha fatto per due ragioni: la necessità economica, in primis, e il desiderio di vivere una vita diversa, in cui “poter esprimermi e fare qualcosa di bello”. Dopo i primi mesi in Inghilterra, arriva la decisione di partire per gli Stati Uniti, dove viene pagato per studiare (“piuttosto incredibile”), impara l’inglese, ottiene un dottorato e diventa insegnante. “In Italia si tende a pensare che il lavoro sia una via crucis giornaliera da sopportare fino alla pensione. Qui ho un impiego entusiasmante. E sto bene”. Nato a Galatina, in Salento, orgogliosamente meridionale, Alessandro Martina, 44 anni, si è trasferito a Bologna quando ne aveva 14. Frequenta il liceo, si laurea in Filosofia e ottiene una certificazione come insegnante di lingua italiana all’Università per Stranieri di Siena. Eppure, ricorda, “non trovavo un lavoro che non fosse nella ristorazione o nei supermercati”. Dai 30 ai 33 anni, l’unico lavoro stabile per Alessandro è in un McDonald’s a San Lazzaro, Bologna. “Facevo lezioni private la mattina e andavo a lavorare il pomeriggio o la sera. Lo stipendio non mi permetteva neppure di affittare un monolocale, dovevo condividere la casa con giovani matricole”, racconta nella sua intervista a ilfattoquotidiano.it. Da questa situazione e con questo stato d’animo matura la decisione di partire, cambiare aria, provare una possibilità all’estero: “Famiglia e amici credo non abbiano capito la mia scelta”. Il giorno della partenza Alessandro prova un misto di inquietudine e speranza. Dopo un primo periodo in Inghilterra, a Manchester, prende un volo per New York e si stabilisce a Morgantown, nella Virginia occidentale. Gli Stati Uniti sono una terra ancora da esplorare: per molti versi l’idea romantica del sogno americano, spiega Alessandro, rimane viva in lui. La diversità culturale e geografica, la capacità di aprirsi e dare opportunità è “incredibile”, aggiunge. In Italia, ricorda, ha provato ad ottenere un prestito in banca per aprire una libreria: dopo mille fideiussioni era risultato impossibile accedere al credito. Ecco, in America è “l’esatto opposto”, dice. D’altronde, molti tra parenti e amici si staranno ancora chiedendo perché uno come lui non si sia adattato, accettando un lavoro non soddisfacente, rimanendo precario per dieci anni nella scuola, aspettando un posto fisso che prima o poi arriverà. Oggi, al contrario, l’audacia di Alessandro, i sacrifici, le borse di studio messe a disposizione dagli atenei USA e il dottorato conseguito, lo hanno portato a diventare insegnante di italiano all’Università dell’Alabama. Insomma, in America investire in se stessi è possibile e auspicabile. “Si dice che si lavora tanto in negli USA?” “Sciocchezze”, risponde lui. “In Italia si lavorano sette o otto ore con l’ansia e la frenesia di finire il proprio turno e fuggire verso casa. Si è completamente nevrotici riguardo al lavoro. Negli Stati Uniti (quelli che conosco io) si mangia una buona colazione e si va al lavoro contenti di incontrare i propri colleghi, ci si prendono alcune pause durante il giorno perché le aziende desiderano che vi sia un buon clima lavorativo. È alla base del loro successo”. Più che gli affetti, che non mancano davvero (“forse sono io ad essere un po’ strano”), ad Alessandro manca il suo mare (Santa Maria al Bagno, Santa Caterina, Otranto), così come la terra rossa, gli ulivi. Per uno come lui, riflessivo, che rimugina continuamente come il Dedalus di Joyce, può arrivare addirittura il pentimento per “aver lasciato la mia prima fidanzatina delle medie”, sorride. Ma pentirsi di essere andato via, quello mai. “Fossi rimasto in Italia – risponde sinceramente – non so cosa avrei fatto”. Il discorso vira poi su una questione molto tagliente. All’estero Alessandro ha capito che “i meridionali in Italia sono fortemente discriminati e che esiste una Questione meridionale irrisolta”. La rappresentazione dei meridionali nei media e nella cultura è, continua, “incredibilmente discriminatoria”. “In Italia – aggiunge – mi vergognavo del Sud, della nostra mancanza di infrastrutture e della mafia. In America ho visto gli italoamericani del Sud e ne sono stato orgoglioso: ricchi, intelligenti, di successo. Come mai, mi chiedevo, questi meridionali riescono, come comunità e non solo come individui, ad avere successo?” In Italia Alessandro confessa di aver trovato “discriminazione” nel Nord verso i meridionali. “Quando ero ragazzo, trasferito a Bologna per fare il liceo classico al seguito di mia madre, non capivo perché il mio accento e la mia cultura fossero risibili, mentre l’accento di un torinese o di un veneto e la loro cultura, pur caricaturabili, fossero comunque rispettabili. Sono cose che influenzano fortemente la tua vita”, chiarisce. “Nessuno mi ha spiegato che la questione fosse non culturale, ma storica e politica. Gramsci l’aveva capito”. Al di là delle questioni economiche, tornare in Italia oggi probabilmente provocherebbe un disagio linguistico e culturale. Se in America Alessandro ha una lingua e una cultura riconosciuta, seppur di transizione, “chi sono io – si chiede – nell’Italia del Nord con la mia lingua e cultura italiana?”. Stesso discorso se dovesse tornare a vivere al Sud, dove sarebbe solo memoria, non riuscirebbe, a detta sua, ad integrarsi. D’altronde, sono passati più di 30 anni: “Sarei un animale quasi esotico – conclude –. Se mai ci tornassi sarebbe per provare a spiegare la diaspora e la Questione meridionale. Ma, questa, è un’altra storia”. L'articolo Insegnante di italiano all’Università dell’Alabama: “Fossi rimasto in Italia non so cosa avrei fatto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Stati Uniti
Cervelli in fuga
Meridione
Ingegnere in Portogallo. “Qui la mia vita è decollata. In Italia dopo la laurea mi hanno offerto un lavoro da 450 euro al mese”
“Ho molti dubbi sull’idea di tornare in Italia. Sono fiero di essermene andato per costruirmi un futuro migliore. Ora la mia casa non è più l’Italia”. Ha le idee chiare Luca Golinelli, 28 anni, che nel 2023 è partito per il Portogallo. E che, da allora, non ha intenzione di tornare. Per gran parte della sua vita, il nuoto agonistico è stata una colonna portante, una passione che ha poi scelto di abbandonare in quinta liceo per dedicarsi con determinazione agli studi universitari. A ridosso dalla data di laurea, spinto da un grande entusiasmo, Luca inizia la ricerca di un lavoro. Tuttavia, l’impatto con il mercato italiano è “un po’ disarmante”, specialmente quando, tra tanti rifiuti, “mi è stata offerta una proposta di stage a 450 euro al mese”: dopo cinque anni di ingegneria, di cui uno di Erasmus trascorso all’estero, una magistrale al Politecnico di Milano e con un inglese fluente, “ammetto che le mie aspettative erano diverse”, ricorda. L’impiego alla fine arriva, in un’azienda di medie dimensioni in provincia di Bologna: ma la percezione delle dinamiche aziendali, l’idea di “una cultura tradizionalista” e di “un ambiente di lavoro poco moderno” lo spingono a cercare nuove opportunità all’estero. Una ricerca l’ha portato, poco dopo, a essere selezionato per un graduate program a Lisbona presso una multinazionale tedesca. Considerata l’assunzione con un contratto a tempo indeterminato e con uno stipendio più alto rispetto a quello italiano, considerato il costo della vita inferiore e l’opportunità di fare carriera, la scelta di trasferirsi è stata quasi naturale. Oggi Luca lavora in un’azienda che permette flessibilità di orario, possibilità di lavoro da remoto e nessun vincolo alla timbratura del cartellino. La sede è a 10 minuti da casa: lavorando a progetti e non a ore, il risultato è molto più importante dell’orario di entrata o di uscita. “È un rapporto che si basa sulla fiducia e non sul controllo”, spiega nella sua intervista al fatto.it. Il Portogallo, pur con le sue sfide, ha recentemente introdotto “incentivi fiscali vantaggiosi per i giovani”, spiega Luca (“con l’IRS Jovem il primo anno la tassazione è esente sull’imponibile al 100%”). L’atteggiamento generale delle persone è “più rilassato”, anche in ambito lavorativo, ma non per questo “meno produttivo”. Dopo il lavoro, spesso se il tempo è bello si va a vedere il tramonto sull’oceano, oppure si pratica sport. In Italia, avendo scelto di vivere a Ravenna e lavorare in provincia di Bologna, ricorda il giovane romagnolo, “mi svegliavo alle 6.45 per timbrare il cartellino alle 8, tornavo a casa per le 18.00 nel caos del traffico dell’orario di punta”. La posizione in cui Luca è stato assunto, il graduate program, prevede tre rotazioni da otto mesi l’una in diversi dipartimenti: uno schema che permette di conoscere diverse mansioni e ampliare il network. Tra le rotazioni, una è obbligatoriamente da svolgere all’estero. Così Luca ha lavorato per otto mesi nel 2025 in Asia, a Bangkok, con un nuovo manager, occupandosi del mercato dell’Asia Pacific. Da settembre Luca è “felicemente” tornato a Lisbona, portandosi dietro un’esperienza internazionale che ha rappresentato per il 28enne originario di Ravenna una “svolta tangibile”, che gli ha offerto un contesto di meritocrazia, inclusione e innovazione sul piano lavorativo. E che gli sta permettendo di sviluppare pienamente, aggiunge, il suo potenziale, in un ambiente “dinamico, multiculturale e rispettoso”. “Parlando con colleghi che lavorano in altri Paesi – continua lui – ho avuto modo di comprendere le differenze tra vari aspetti legati al mercato del lavoro, sia in Europa che in Asia”. Parliamo di congedo di paternità e maternità, salari, giorni di ferie e una serie di benefit contrattuali che variano da zona a zona: se a livello contrattuale l’Italia “non si difende male” (“a parte il congedo parentale”), sul rapporto stipendi-costo della vita “non c’è paragone rispetto all’estero, specialmente al nord Europa”. Questi due anni all’estero, inclusi gli otto mesi a Bangkok, hanno profondamente plasmato l’animo di Luca, che oggi porta con sé un mix di abitudini e modi di pensare italiani, portoghesi e thailandesi che hanno arricchito la sua identità “ben oltre le mie origini”. Certo, per uno come lui, legato a famiglia e amici, mancano gli affetti. Ma anche il cibo e la bellezza diffusa del nostro Paese. Lasciare l’Italia è stata una scelta impegnativa: la vita che conduce oggi Luca è più complicata ma decisamente più appagante di quella precedente. “La mia vita è letteralmente decollata da quando sono partito”, aggiunge. Va messo, però, in chiaro una cosa: andare all’estero rappresenta un percorso arricchente, ma non privo di difficoltà, spiega nel suo ragionamento. È cruciale, quindi, fare una riflessione onesta: “Vivere all’estero e stare lontani dalla propria famiglia comporta inevitabilmente nuove sfide, ma può essere un percorso estremamente formativo e arricchente”. Per ora Luca non ha intenzione di tornare. Anzi. È “fermamente convinto” di proseguire il suo percorso all’estero, che sia in Portogallo o altrove. “In Italia c’è poca attenzione verso i giovani – continua –. Ognuno con le sue motivazioni, quasi la metà dei miei ex colleghi di università lavorano all’estero. E questo – conclude – fa pensare”. 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Cervelli in fuga
Cervelli in Fuga Portogallo
Architetto in Svizzera: “In Italia ci sentiamo più furbi, qui il rispetto delle regole è rigoroso. E chi sbaglia, paga”
Le case ci capitano, si scelgono, ci cambiano e si cambiano. La casa di Teodoro Rossolino fino al 2013 era a Caserta. Poi, proprio lui che le case le progetta, ha deciso di cambiare la propria. A 45 anni sceglie di spostarsi in Svizzera, a più di mille chilometri da quella di origine. “È iniziato così il mio secondo tempo: volevo trovare il mio posto nel mondo”, racconta con orgoglio. Quando parla, Teodoro affastella tante parole, corre tra i concetti e ricorda ogni dettaglio. Ha tanto da dire. Poi si ferma e si emoziona: “Dopo molti mesi mi hanno raggiunto mia moglie e mia figlia, che aveva solo un anno e mezzo. Non è stato facile stare lontano da loro”, racconta. Oggi in famiglia sono in quattro: “Il piccolino, Matteo, quando parla italiano ha l’accento francese. Fabiana invece non ha inflessioni. Ma il mio più grande orgoglio è essere riuscito a insegnare loro anche il dialetto napoletano”. La famiglia Rossolino abita a Nyon. Oggi Teodoro lavora nell’amministrazione comunale come responsabile dell’urbanistica del privato e del pubblico e un giorno a settimana con un collega si dedica ad altri progetti in uno studio di architettura. Dal punto di vista professionale, spiega, la scelta di spostarsi si è rivelata quella giusta: “In Svizzera l’architetto ha un ruolo fondamentale nella costruzione. Si occupa anche dell’esecuzione dei lavori. A differenza dell’Italia, dove si fa la direzione lavori e l’ingegnere si occupa dei calcoli, qui il progetto viene depositato al comune già studiando i dettagli, inclusi gli aspetti termici e climatici”. Oggi, racconta, si sente più apprezzato e riconosciuto. “Qui c’è rispetto per tutti, aldilà del titolo. A nessuno interessa che tu sia dottore, architetto, professore, ed è facile che il figlio del chirurgo faccia il falegname e viceversa”. Rispetto e riconoscimento dei meriti, secondo Teodoro, vanno di pari passo. “La meritocrazia è una componente fondamentale e c’è riconoscenza per il lavoro svolto. In Campania il mio lavoro era sminuito e non veniva pagato in modo soddisfacente, in Svizzera si viene apprezzati per quello che si è e per il potenziale che si può offrire”, sottolinea. A questo si aggiunge una generale fiducia per il prossimo: “A me inizialmente erano sembrati ingenui, naïf. In Italia forse ci sentiamo più furbi. Qui c’è molta fiducia nelle persone. Tuttavia, se si sbaglia, si paga”. Questa correttezza, questo equilibrio, si riflettono anche nei rapporti d’amicizia: “Si dice che gli svizzeri siano freddi, ma preferisco la loro ‘freddezza’ all’ipocrisia che ho riscontrato in alcune amicizie passate. Dopo un periodo iniziale in cui prendono le distanze per capire chi sei, sono molto aperti e leali”. Le differenze culturali partono dall’infanzia e dalla scuola. L’educazione civica in Svizzera viene insegnata ai bambini fin da piccoli. “I miei figli da sempre ringraziano con la mano le auto che si fermano per far attraversare. Non gliel’ho insegnato io, l’hanno imparato dagli insegnanti”, racconta. “Il rispetto delle regole è molto rigoroso. Da me la segnaletica era considerata quasi un accessorio. I miei figli quando torniamo in Campania si stupiscono nel vedere rifiuti per terra o che tenga loro la mano quando attraversiamo: in Svizzera non è necessario”. Le scuole, secondo quanto ha potuto vedere Teodoro, contribuiscono molto a questo: “Gli istituti in cui vanno i miei bambini, ad esempio, collaborano con la polizia per far fare agli studenti i corsi di sicurezza”. Eppure la sua terra gli manca: gli amici e la famiglia, il caos e il calore. “L’Italia è una terra di contraddizioni, di pregi e difetti. E noi siamo come lei: poliedrici e flessibili. Siamo come dei jolly, siamo versatili, e questo viene apprezzato anche all’estero”. Per questo torna ogni volta che può, anche con i figli. “Fabiana ama Napoli e sa tutte le imprecazioni locali. Ho portato anche i miei colleghi svizzeri, per loro le nostre città sono come frullatori, si sono divertiti. Giravamo in taxi e notavano che l’autista faceva un poco le marachelle… ‘Ma com’è? Questo sta passando con il rosso?’ ‘No, ma vedete – gli dicevo io – ‘da noi anche il rosso è relativo’”. Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com L'articolo Architetto in Svizzera: “In Italia ci sentiamo più furbi, qui il rispetto delle regole è rigoroso. E chi sbaglia, paga” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cervelli in fuga
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Architettura
Fuga dall’Italia: 630mila giovani hanno lasciato il nostro Paese dal 2011 al 2024
Fuga dall’Italia. Sono 630mila i giovani tra i 18 e i 34 anni che hanno lasciato il nostro Paese tra il 2011 e il 2024. Se si restringe il periodo di riferimento solo al 2024, si contano 78mila partenze. A raccontarlo è il Rapporto Cnel 2025 “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”, presentato oggi a Villa Lubin, a Roma, dal presidente del Cnel, Renato Brunetta, e curato da Valentina Ferraris e Luca Paolazzi (Ref). Il rapporto mette il relazione le variabili socio demografiche con il valore economico del capitale umano della fascia under 35. Seguendo questa logica, la ricerca stabiliscono che il valore del capitale umano espatriato dal 2011 al 2024 ammonta a circa 159 miliardi di euro. Una stima in cui rientrano gli ostacoli alle pari opportunità, così come le disuguaglianze sociali nel nostro Paese. Innanzitutto, di genere: la quota femminile delle persone espatriate nel 2024 è il 48,1%, in aumento rispetto al 46,6% medio dell’intero periodo. Le destinazioni dei giovani emigranti sono soprattutto altre nazioni europee. Prima destinazione dei giovani italiani è il Regno Unito, con una quota pari al 26,5%. La seconda è la Germania e a seguire Svizzera, Francia e Spagna. E chi viene in Italia invece? Pochissime persone, soltanto l’1,9% di chi arriva dall’estero. Come destinazione, il nostro Paese è preceduto da Danimarca e Svezia, che sono però molto più piccole per popolazione ed economia. Alti anche i dati della migrazione interna: nel periodo 2011-24 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, al netto di quelli che sono arrivati, 484mila giovani italiani. 240mila sono andati nel Nord-Ovest dal resto d’Italia, 163mila nel Nord-Est e 80mila nel Centro. Il deflusso record è quello della Campania, pari a 158mila, poi Sicilia con 116mila e Puglia con 103mila. L’afflusso più alto è stato in Lombardia, con 192mila, seguito dall’Emilia-Romagna (106mila) e Piemonte (41mila). Il giovane capitale umano trasferito nel 2011-24 dal Mezzogiorno al Nord corrisponde a un valore di 147 miliardi di euro, di cui 79 miliardi relativo al trasferimento dei giovani laureati, 55 a quello dei diplomati e 14 a quello dei non diplomati. La Lombardia è la regione che ha ricevuto più capitale umano giovane dai movimenti interni, pari a 76 miliardi, seguita dall’Emilia-Romagna con 41 miliardi, dal Lazio con 17 e dal Piemonte con 15. La Campania è la regione che ha perso più capitale umano giovane dai movimenti interni: 59 miliardi. Poi viene la Sicilia con 44 miliardi, la Puglia con 40 e la Calabria con 24. L'articolo Fuga dall’Italia: 630mila giovani hanno lasciato il nostro Paese dal 2011 al 2024 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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