L’offerta è comparsa sul sito dell’Institut français Italia e si rivolge a
infermieri con almeno un anno di esperienza e una conoscenza, almeno intermedia,
del francese. Ad acquisire le capacità degli infermieri italiani saranno alcune
strutture sanitarie di Montréal, tra cui l’Ospedale Santa Cabrini e il Centro di
accoglienza per cure a lungo termine Dante.
Secondo quanto riporta Il Messaggero, i richiedenti devono essere in possesso di
un diploma in scienze infermieristiche o laurea in Infermieristica, conseguiti
in Italia, e di una conoscenza intermedia, al momento dell’assunzione, della
lingua francese e della lingua italiana, con il livello B2 come requisito
minimo.
Lo stipendio proposto è ben al di sopra delle aspettative retributive di un
infermiere in Italia: la retribuzione mensile lorda è compresa tra 4.380 e 8.140
dollari (ossia 2.750-5.120 euro), in base alla posizione e al livello di
esperienza. I candidati assunti saranno accompagnati durante tutta la procedura
di immigrazione, di apprendimento della lingua francese e di trasferimento in
Québec. I corsi per perfezionare la conoscenza della lingua francese sono
gratuiti e, a disposizione dei candidati assunti, saranno offerti biglietti
aerei per il Canada.
La scadenza per inviare le domande è il 15 maggio 2026: le candidature dovranno
essere inviate in lingua francese, dopo essersi iscritti con un nuovo profilo
all’attività “Emplois en santé au Québec – Italie 2026”, indicando le date di
disponibilità per sostenere i colloqui.
L'articolo Il Canada cerca infermieri italiani: stipendi fino a 5mila euro,
biglietti aerei pagati e corsi di francese gratis proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Cervelli in fuga
In una delle aule del Polo B di ingegneria dell’università di Pisa, poco
distante dal soffitto, campeggia ancora un graffito, retaggio del ’68. Raffigura
un ingegnere malconcio con la saccoccia in spalla e con sopra scritto ‘Vieni a
Ingegneria, diventerai un tecnico e girerai il mondo’. “Beh, quella frase fin
dal primo giorno mi era rimasta impressa e da lì il mio obiettivo è stato
raggiungere quel traguardo”. Dopo quasi dieci anni passati all’estero, oggi
Dario Maesano, 36 anni, vive e lavora in Olanda, ma sogna l’Italia. “A volte
devi andare via dall’Italia per apprezzarla davvero”.
Fin da piccolo Dario ha sempre cercato una certa indipendenza. Dal suo paese
vicino Soverato, in Calabria, a 19 anni si è trasferito a Pisa per studiare
ingegneria. Per un breve periodo, subito dopo la laurea, ha vissuto in
Inghilterra, ma dopo mesi di ricerca e senza molte opportunità, “come molti
italiani”, era pronto a fare qualsiasi lavoro.
È la notte del referendum sulla Brexit quando Dario rientra in auto, a casa, in
Italia. I risultati sono ancora in bilico. “Arrivai la mattina presto e il Leave
aveva vinto. Mi rattristò molto”, ricorda. Il giovane ingegnere comincia così a
mandare curriculum in Italia, “anche se non avevo grosse speranze, sentivo
troppi colleghi che, una volta laureati, venivano maltrattati o miseramente
pagati”. Pochi giorni dopo, però, arriva la notizia di un colloquio per un
lavoro a Ryad, in Arabia Saudita, con una rinomata azienda di costruzioni
italiana.
L’impatto con la capitale saudita è immediato. “Quando esci dall’ aeroporto, il
caldo è quasi insostenibile. È qualcosa che non dimentichi”, racconta. “Ero
troppo affascinato dalla diversità del posto, partendo dall’architettura, dal
deserto, il cibo e il clima”. L’Arabia Saudita al tempo, spiega nella sua
intervista al Fatto.it, aveva i ristoranti “con ingresso per single e famiglie:
le donne non potevano guidare e dovevano sempre essere accompagnate dei membri
della famiglia. Quando eri in cantiere e vedevi la polizia religiosa passare per
verificare che tutti i fedeli fossero a pregare. Si aveva l’impressione di
vivere in un mondo parallelo”.
Pochi mesi dopo Dario viene coinvolto in un grosso progetto che prendeva piede
in Iraq, unendosi al dipartimento tecnico che si stava formando per seguire i
lavori di manutenzione della diga di Mosul. “La diga è poco distante dalla
città, la quale al tempo era sotto il controllo dell’Isis. Non una cosa facile
da dire ai tuoi genitori, ma a oggi ancora una delle più belle esperienze
lavorative della mia vita”.
Dopo due anni passati in Iraq a coordinare la squadra di ingegneri locali, e con
il successo del lavoro concluso, Dario vola negli Stati Uniti, prima a Boston,
poi in Florida. “Dopo qualche anno in Medio Oriente, vivere negli Stati Uniti è
stato per me un ritorno a uno stile di vita più familiare”, continua. Nel 2021,
dopo aver girato l’America e aver conosciuto sua moglie, la coppia decide di
andare in Europa. “Considerando gli effetti della Brexit, l’Olanda appariva come
una scelta particolarmente adatta per una coppia di espatriati. Avremmo potuto
scegliere l’Italia – precisa – ma avevo la sensazione che il mio percorso
all’estero non fosse ancora concluso e che questa soluzione fosse più coerente
anche per mia moglie, che all’epoca aveva una conoscenza limitata
dell’italiano”.
Oggi la coppia vive e lavora a Eindhoven. “È un Paese, l’Olanda, tanto piccolo
quanto ricco di opportunità e pioniere in diversi campi, dall’agroalimentare al
tecnologico passando per il settore chimico e quello dei servizi – racconta
Dario –. È oggettivo che rispetto all’Italia, a parità di titolo ed esperienza,
la crescita, le responsabilità e l’aspirazione salariale siano più appetibili
qui”. L’Olanda vanta, inoltre, un equilibrio tra vita e lavoro “molto forte” e
un diverso rapporto tra datore di lavoro e impiegato, “dove i titoli non
esistono e ognuno ha il diritto di parola su tutto”. Escludendo Amsterdam, “che
so essere cara”, il costo della vita sembra poco più alto di quello di una
grande città italiana.
Dario non si è mai pentito di aver lasciato il suo Paese: “Il mio percorso
all’estero mi ha dato tanto, tantissimo. Ho visitato luoghi, città, realtà e
conosciuto persone in diverse parti del mondo con cui sono ancora in contatto”.
“Fossi rimasto in Italia – continua – molto probabilmente sarei finito a Milano
o Roma come tutti i miei coetanei”. Rifarebbe tutto, pur sapendo che, come
quando era piccolo e correva lontano, “lo sguardo era sempre indietro a
controllare dov’erano i miei genitori e la mia casa”.
L’obiettivo, infatti, è quello di pianificare un ritorno: con il passare degli
anni, e dopo il Covid, la mancanza di casa è diventata sempre più forte.
“Custodisco gelosamente la mia italianità, ma soprattutto l’essere calabrese. Se
prima l’accento italiano durante il parlato inglese lo ritenessi un difetto –
sorride – oggi non mi vergogno e in alcuni contesti cerco anche di rimarcarlo,
un po’ ironicamente o inavvertitamente”.
Dell’Italia manca il clima, il cibo, il piacere del gusto, la bellezza che ti
circonda e l’ironia della gente che ti coinvolge. Ma a quali condizioni, oggi, a
36 anni, dopo dieci passati all’estero, sceglierebbe di tornare? Dario non cerca
una grande carriera, ma la giusta flessibilità e un lavoro che lo motivi ogni
giorno, spiega. “Mi piace l’idea di lavorare in contesti dinamici, dove i ruoli
possono evolvere nel tempo, al di là dell’età”, sorride. Quello che cerca è,
soprattutto, la vicinanza ai suoi cari. E “ora che ho scoperto che sarò presto
padre, un posto dove questo bambino possa crescere sentendosi amato da una
grande famiglia e una comunità”. Poi, “perché no? – conclude – Non troppo
distante dal Sud”.
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L'articolo “Arabia Saudita, Usa, Olanda: dopo una vita all’estero e con un
figlio in arrivo mi manca casa. E sogno di tornare” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Svezia, agosto 2015. Maurizio Freddo ha poco più di vent’anni e un’idea
abbastanza chiara: abbandonare l’Italia per costruirsi un futuro professionale e
personale che qui non riesce a immaginare. “Sono partito come studente, con un
Erasmus un po’ particolare tra l’Università di Torino e il KTH di Stoccolma”,
racconta a ilfattoquotidiano.it. Un programma di doppia laurea in pianificazione
urbana che prevedeva un semestre in più e un requisito non banale: imparare lo
svedese fino a un livello intermedio. La Svezia non è una scelta casuale.
Maurizio studia sistemi di pianificazione urbana e dei trasporti, in più i paesi
nordici lo affascinano da sempre. Ma c’è anche un’altra spinta, più intima.
“Sono omosessuale, ho fatto coming out molto giovane nella mia città, Casale
Monferrato. Ero stanco di dover lottare sempre con l’omofobia diffusa e con un
clima politico/sociale che non sentivo mio”. Torino non basta a cambiare le
cose. “A un certo punto mi sono chiesto: ‘ma cosa sto a fare qui?’”. Tra le
opzioni di Erasmus ci sono Olanda, Regno Unito, Spagna, Portogallo. Ma Maurizio
sceglie Stoccolma: il nord, il freddo e la neve non lo spaventano e cerca una
realtà che gli sembra più aperta. “Una volta arrivato ho capito subito che era
il posto giusto per me”.
Dopo i corsi universitari arriva una internship gratuita in un comune svedese,
dove scrive la tesi lavorando su un progetto concreto. Il tirocinio si trasforma
in un contratto a tempo determinato, poi prorogato fino al limite massimo di due
anni. Da lì, il passaggio a un altro comune e infine a quello in cui lavora
oggi, sempre nell’area di Stoccolma. “Tornare in Italia non penso che sia
un’opzione. Qui mi trovo bene, penso di poter fare carriera”. Maurizio oggi è un
“Traffic Planner”: analizza flussi di traffico, progetta piste ciclabili,
riorganizza parcheggi e collabora alla redazione dei piani regolatori locali.
Racconta con orgoglio uno dei progetti realizzati: “Abbiamo costruito un
parcheggio coperto per biciclette finanziato con fondi europei. E dopo aver
rifatto le linee degli autobus, l’uso del trasporto pubblico è aumentato del
600%”. Ma ciò che più lo colpisce è il funzionamento del settore pubblico. “In
Svezia il pubblico funziona molto più come un’azienda privata. Non c’è concorso:
vieni assunto in base ai titoli, all’esperienza, ai meriti”.
Gli stipendi sono individuali e negoziabili, persino pubblici. “Nei colloqui di
lavoro ti chiedono quanto vorresti guadagnare. Se voglio farmi un’idea, posso
sapere quanto guadagnano i miei colleghi. E poi c’è una cosa che incentiva a
impegnarsi: se porti risultati, puoi guadagnare di più. In Italia è impossibile,
lo stipendio nel pubblico è fisso”. Un episodio lo ha segnato particolarmente.
“Avevo 24 anni, ero straniero, e ho presentato in Comune un’analisi sui
parcheggi che prevedeva un aumento delle tariffe, ma che avrebbe migliorato la
situazione. Dopo una discussione lunga e animata, hanno approvato la mia
proposta. In Italia non credo che un giovane straniero avrebbe avuto voce in
capitolo”. Il confronto con i coetanei rimasti in Italia è netto. “Molti ex
compagni di studio sono ancora precari dopo dieci anni, con stipendi bassi e
tanto stress. Io da sette anni ho un posto fisso nel pubblico e, se voglio
cambiare, come farò a breve, trovo abbastanza facilmente lavoro”. Anche dal
punto di vista economico, nonostante il costo della vita più alto, il bilancio è
positivo: “Riesco a risparmiare ogni mese e a viaggiare. Il rapporto
salari-affitti, per chi ha un lavoro qualificato, regge”.
La qualità della vita pesa quanto il lavoro. Settimane da 38-39 ore, ferie
abbondanti, smart working fino al 49%. “Se resti troppo in ufficio, i colleghi
si preoccupano: pensano che tu abbia dei problemi”. Il rovescio della medaglia è
sociale. “Gli svedesi sono riservati, farsi amici è difficile. All’inizio c’era
molta solitudine”. Maurizio si integra grazie allo sport che pratica, la
pallavolo, e costruisce una sua rete sociale fatta soprattutto di altri
stranieri. Racconta poi che essere omosessuale in Svezia, non è mai stato un
problema. “Non interessa a nessuno, zero. Al colloquio di lavoro ho detto che
uno dei motivi per cui sono espatriato lì era anche questo. Il mio capo mi
disse: ‘Se dovessero sorgere problemi vieni da me che risolvo tutto’”. Condivide
quindi un aneddoto emblematico: “Una volta dovevo uscire prima da lavoro per un
appuntamento e un collega di una certa età mi consigliò di comprare dei fiori
per la “ragazza” con cui dovevo uscire. Gli dissi che era un uomo. Mi rispose:
‘Beh, compragli dei fiori lo stesso!’”. Maurizio non idealizza la Svezia. La
casa a Stoccolma è cara, la sanità su questioni minori è lenta e la vita può
sembrare noiosa. “Non è tutto oro quello che luccica”. Ma la scelta, a distanza
di quasi undici anni, non è in discussione. “Preferisco una vita sicura e
prevedibile alla precarietà e all’incertezza sul futuro”. Tornare in Italia?
“Solo per le vacanze. O forse come consulente, ma dovrebbe essere una grande
opportunità”. Per ora, il suo futuro continua a parlare svedese.
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L'articolo “Lavoro nel pubblico a Stoccolma e ho negoziato il mio stipendio. Se
resti troppo in ufficio pensano che tu abbia dei problemi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Prima di tutto non sono un cervello, e poi non sono fuggito”. Roberto
Baccarini, per prima cosa, prende le distanze da qualsiasi definizione. Eppure
la sua storia – pensionato italiano, ex ingegnere meccanico, da quasi otto anni
residente a Praga con la moglie – si inserisce perfettamente nel racconto di
un’Italia che, anche nella terza età, fatica a trattenere i propri cittadini.
Non per disperazione, ma per confronto. Per una vita ha lavorato in ambito
tecnico e commerciale, prima in multinazionali, poi come imprenditore in proprio
per oltre quindici anni. Quando è arrivata la pensione, non c’era nessun
progetto di emigrazione. La svolta è stata familiare.
“Quando nostra figlia si è trasferita a Praga abbiamo iniziato con anni di
avanti e indietro. Una settimana qui, poi di nuovo in Italia. A un certo punto,
nel 2018, ci siamo detti che eravamo stufi di vivere con le valigie sempre in
mano”. La decisione di fermarsi nasce per prova. Prima una casa piccolissima,
poi un po’ più grande, infine la stabilità. “La casa bella che ci eravamo
costruiti in tanti anni in Italia è rimasta lì. Qui viviamo con mobili più
semplici, una casa meno prestigiosa. Ma ci stiamo benissimo”. A fare la
differenza sono i nipoti: “Sono un’attrazione fenomenale. Vederli crescere
ripaga tutto”.
È da qui che il racconto diventa politico, anche senza volerlo. Perché vivere a
Praga, da anziani, significa confrontarsi con un modello di Stato molto diverso
da quello italiano. “La differenza principale è la semplicità. In Italia tutto è
più complesso, soprattutto dal punto di vista fiscale e sanitario”. Roberto
parla per esperienza diretta. “Qui abbiamo un medico di famiglia che segue me e
mia moglie. Parliamo in inglese, ma il rapporto è personale. È sempre informato
su tutto, anche quando andiamo da uno specialista: sono loro a interloquire tra
medici, a guidare il nostro percorso di cura”. Il risultato è un sistema che
solleva il cittadino dall’ansia organizzativa. “Noi anziani siamo un po’ ansiosi
per definizione. In Italia anche solo una visita o una ricetta diventano una
fonte di preoccupazione. Qui no. È lo Stato che si prende carico di tutto. Ed è
gratuito, comprese la maggior parte delle medicine”. Lo stesso vale per il
fisco. “Non ha inciso sulla decisione di trasferirci, ma è stata una
gradevolissima sorpresa”. In Italia, racconta, la tassazione complessiva sulla
pensione superava il 30%. “Qui non arriviamo al 10%. È una bella differenza”. Un
vantaggio in parte compensato dai costi legati alla casa rimasta in Italia, ora
seconda abitazione, ma che non cambia il quadro generale.
Praga, nel frattempo, è cambiata. “C’è stata una forte inflazione dopo il Covid.
I salari sono cresciuti molto, anche per lavori che non richiedono qualifiche
particolari”. Le multinazionali arrivano, attirate da una burocrazia semplice e
da una pubblica amministrazione che Roberto definisce corretta: “Non solo
funziona, ma lo fa con un senso di equità e trasparenza di fondo che in Italia
spesso manca”. I trasporti sono un altro esempio concreto. “Dai 65 anni in su
sono gratuiti per tutti, cittadini di qualsiasi Paese. Basta mostrare un
documento”. Puntuali, frequenti, efficienti. “All’inizio era piacevolmente
insolito per noi, poi è diventata normalità”. Anche l’auto non è un problema:
“Paghiamo 15 euro l’anno per parcheggiare la nostra auto tranquillamente in
strada, sotto casa. Non temiamo nulla, Praga è una delle città più sicure
d’Europa”. Sul piano umano, l’impatto è stato più graduale. “I cechi sono molto
riservati, più dei liguri o dei napoletani come mia moglie”, dice sorridendo.
“Ma quando entri in confidenza scopri una grande sincerità”.
Da ingegnere, Roberto è affascinato dalla storia industriale del Paese e dalla
sua capacità di ricostruirsi: “I cechi hanno avuto modo di sviluppare una
cultura industriale abbastanza unica in Europa. Di questo c’è testimonianza in
un magnifico museo della tecnologia a due passi da casa mia, che fa vedere
quello di cui erano capaci prima che il tutto fosse asservito a una
programmazione non di casa loro, dopo il 1948, quando i russi vennero qui a
dettare il loro volere. Questo mi ha dato modo di conoscere e di apprezzare i
cechi, che sono tutt’altro che ottusi, malgrado certi pregiudizi che ci possono
essere in campo europeo”. La multiculturalità, in famiglia, è un valore
praticato. Figli e nipoti vivono tra Svizzera, Canada, Irlanda e Repubblica Ceca
stessa. “Cerco di insegnare loro che la diversità è parte dell’evoluzione.
L’inglese qui lo imparano dall’asilo. È un vantaggio enorme”. Anche le
istituzioni italiane all’estero aiutano. “Il Consolato funziona benissimo,
l’Istituto di Cultura è attivo, aperto, presente. Quando ho proposto una
conferenza su protesi biomeccaniche mi hanno sostenuto senza chiedere nulla in
cambio”. Dell’Italia gli manca il mare, ammette. “Quel tipo di bellezza
spettacolare qui non c’è, ma Praga è una città magnifica. E poi l’Italia me la
sono goduta per tanti anni”. Tornare? “Non lo escludo in assoluto, ma più
andiamo avanti, più abbiamo bisogno di un supporto per la vecchiaia. E qui poi
abbiamo nostra figlia. Ma nella vita mai direi mai”.
Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o
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L'articolo “Siamo a Praga perché vogliamo vedere crescere i nostri nipoti. Qui è
tutto più semplice rispetto all’Italia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Forse non sono un canonico cervello in fuga, ma in Italia non penso di
tornare”. Mattia Garau ha 44 anni e da quasi dieci vive a Bonn, nella Germania
occidentale. A portarlo lontano da Villa Bartolomea, il comune in provincia di
Verona dove è nato, è stato prima di tutto l’amore. “Mia moglie è tedesca, e nel
2016, dopo una storia a distanza, ho deciso di trasferirmi da lei. All’inizio
l’ho presa come una lunga vacanza, sono psicologo e potevo continuare a lavorare
online – racconta a ilfattoquotidiano.it – ma piano piano ho deciso di rimanere,
per quanto appena arrivato non parlassi neanche una parola di tedesco”. Per
impararlo Mattia si affida ai corsi messi a disposizione dal Ministero regionale
per la famiglia e integrazione, che spiega essere pensati “per persone che hanno
una realtà migratoria alle spalle europea o extraeuropea che sia. Quando ho
iniziato, con me c’erano molte persone provenienti dalla Siria, ad esempio. Ma
anche da Iran, Nordafrica, Ucraina o Sudamerica, e questa varietà di origini la
si vede e sente tutti i giorni per le strade di Bonn, dove opera tra l’altro una
sede delle Nazioni Unite”.
Imparare la lingua, per Mattia, non è solo questione di comunicazione: per
esercitare come psicoterapeuta ha bisogno di una certificazione B2. Prima,
mentre consolida le competenze linguistiche, lavora come assistente a domicilio
per aiutare nella vita autonoma le persone con disabilità. Ed è proprio mentre è
impiegato come lavoratore dipendente che la famiglia si allarga e arriva la
prima figlia, un momento di gioia che mette in luce le differenze tra Italia e
Germania. “In Italia la paternità, ad oggi, è di circa due settimane. Noi
abbiamo avuto a disposizione 14 mesi da dividerci, con la possibilità di
usufruirne anche sotto forma di part-time, lavorando la mattina e venendo
coperti economicamente nel pomeriggio”, spiega ripercorrendo i primi mesi di
vita delle due figlie, gestiti senza problemi pur in assenza delle famiglie di
origine. Dopo c’è stata la possibilità di inserire le bambine in un Tagesmutter,
una sorta di asilo domiciliare a ore, in attesa di un posto nella scuola
dell’infanzia.
E man mano che le figlie crescono la sensazione sempre più forte è quella di un
paese a misura di famiglie. “Non si tratta solo di congedi familiari o assegni,
anche la presenza di infrastrutture è rilevante. È vero, ci sono problemi,”
ammette riferendosi ad esempio alle ferrovie non così efficienti, “ma a poche
centinaia di metri da casa abbiano tutti i servizi che ci servono, e anche di
più. Penso – precisa – alla piscina o al parco giochi. Lo stesso cortile della
scuola elementare, quando questa è chiusa, diventa un parchetto per i bimbi”.
Quel che emerge dal racconto di Mattia è una Paese che pensa alle famiglie.
“Un’altra componente importante è quella che riguarda il tempo libero”, spiega
ancora. “Adesso a Bonn inizieranno tre settimane di Festival del Libro, con
occasioni di letture ad alta voce per i bambini piccoli, oppure letture con
discussione per bambini più grandi. Ma sono tante anche le attività per famiglie
pensate nei musei”. In generale, l’offerta culturale è ampia e dà la possibilità
a genitori e piccoli di sapere cosa fare anche nei fine settimana o durante le
vacanze.
In mezzo a tutto questo, ottenuta la certificazione linguistica, Mattia ha avuto
modo di riprendere anche il lavoro di psicoterapeuta, soprattutto coordinandosi
grazie ad altri professionisti italiani emigrati in Germania con cui ha fondato
psicologoitalianogermania.de. “Al momento siamo circa una decina, sparsi quasi
su tutto il territorio tedesco. Abbiamo creato questo network in grado di
fornire servizi di psicoterapia – anche in presenza – in lingua italiana a
connazionali e non,” racconta, spiegando come in un paese così interculturale
abbia avuto modo anche di lavorare con chi non è nato in Italia ma parla la
lingua. “Penso, ad esempio, a persone originarie del Nordafrica che durante il
loro percorso migratorio hanno lavorato anche in Italia: per loro interfacciarsi
con un terapeuta in lingua italiana è più facile che farlo in tedesco”, creando
di fatto un’opportunità in più in un paese dove la salute psichica è considerata
fin dalla più tenera età. “Già all’asilo, se ci sono problemi, gli insegnanti
segnalano alle famiglie la possibilità di farsi seguire. Poi, certo, la scelta è
del singolo, nessuno è obbligato, ma il consiglio arriva”.
In Germania la presenza di italiani – espatriati o figli di immigrati – è
sensibile, tanto che a scuola le figlie hanno la possibilità di frequentare due
ore di italiano a settimana. “Si tratta di corsi istituiti dal Ministero
regionale dell’istruzione, ma valgono per tutte le lingue straniere: se ci sono
famiglie con origini non tedesche possono far richiesta di attivare corsi ad hoc
per i figli, affinché imparino la lingua madre. Ce ne sono di italiano, di
spagnolo, di ucraino, di arabo a seconda delle necessità e delle comunità che lo
richiedono”. Una sorta di ponte tra culture, a cui Mattia e altre famiglie hanno
aggiunto “L’aperitivo Italiano”, un’occasione informale per incontrarsi e far
vivere a loro e ai bambini qualche momento di italianità pur essendo nati e
cresciuti altrove. La mancanza del paese natale, di casa, degli affetti si
sente, ma per Mattia ragioni per tornare indietro non ce ne sono. In questa
Germania a misura di famiglie lui e la sua hanno trovato la loro dimensione.
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L'articolo Psicologo a Bonn. “La Germania è un Paese per famiglie. Qui abbiamo
14 mesi di congedo da dividerci” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fare figli lontano dall’Italia, per molti expat, è più semplice che farli a
casa. Più aiuti statali, un welfare più capillare, una divisione del carico
della cura più equo. È il quadro che emerge da “Crescere expat. Famiglie
italiane in giro per il mondo” di Eleonora Voltolina, pubblicato da Tau editrice
con la Fondazione Migrantes. Negli ultimi vent’anni oltre 15mila minorenni sono
partiti con le loro famiglie e almeno 25mila bambini italiani nascono ogni anno
all’estero. Le ragioni sono strutturali: dagli sgravi fiscali ai bonus bebè,
dagli assegni di sostegno economico ai contributi per le spese del nido. Fino a
un congedo eguale o quasi: basti pensare che in Spagna è di 16 settimane non
trasferibili e retribuite al 100% dello stipendio. Mentre in Italia, appena
pochi giorni fa, la proposta di congedo parentale paritario è stata bocciata
dalla maggioranza di destra in commissione Bilancio della Camera. E molte
decidono di partire, non solo per motivi economici. “La situazione in Italia
intristisce ma non stupisce”, sottolinea Voltolina al fattoquotidiano.it. “Come
ci ha raccontato nel lavoro di ricerca un’expat in Belgio, le madri in Italia
sono ancora discriminate”.
Per raccontare cosa significhi crescere figli lontano dall’Italia, Eleonora
Voltolina ha interpellato più di 1200 famiglie in cinquanta Paesi. Un
questionario di duecento domande che alterna risposte chiuse e spazi di
racconto, messo a punto con la ricercatrice della Fondazione Migrantes Delfina
Licata. Poi, in un secondo momento, ha condotto trentuno interviste: storie
individuali che nel libro diventano esempi di un fenomeno collettivo. Andrea,
che in Svezia è diventato padre a 28 anni, mentre in Italia abbiamo i neo-papà
più vecchi d’Europa, con un’età media di 36 anni. Alessandra, partita per la
Germania con un’idea precisa: diventare madre dove il lavoro non fosse un
ostacolo. Lorenzo, che a Barcellona ha una famiglia italo-catalana, perché la
compagna e madre dei suoi figli è del posto. Giulia, che ha attraversato tre
Paesi e racconta due differenti approcci culturali alla maternità. Storie
diverse, accomunate dallo stesso interrogativo: dove è più semplice diventare
genitori? “Quando si fa ricerca bisogna formulare domande capaci di mettere in
discussione le proprie convinzioni”, spiega l’autrice. “Bisogna lasciare spazio
alla sorpresa”. A guidarla, un doppio sguardo: quello della giornalista e della
madre expat. Un vantaggio, perché molte domande nascono dalla sua esperienza. Ma
anche una responsabilità: “È importante mantenere comunque una distanza
metodologica”.
Il libro tiene insieme dati e storie, racconto e analisi. Un approccio che, come
sottolinea nella prefazione Maria Chiara Prodi, segretaria generale del
Consiglio generale degli italiani all’estero e a sua volta italiana con figli a
Parigi, serve a “costruire finalmente delle autostrade di senso in cui
ritrovarci e riconoscerci”. Per questo i lettori ideali del saggio sono
innanzitutto gli expat, “per una volta protagonisti”. Ma non solo: “Penso sia
perfetto per le famiglie di chi ha persone all’estero, perché è un libro che in
qualche modo onora proprio questi legami”. E anche per chi intende trasferirsi e
ha già figli, perché attraverso le esperienze raccolte può individuare i temi
che dovrà affrontare, come la scelta della scuola, la lingua e l’organizzazione
dei rapporti familiari. Ma anche per chi, semplicemente, non sa cosa significhi
andare lontano da casa. E non può comprenderne le difficoltà, anche quando hai
il privilegio di un passaporto italiano e di un curriculum prestigioso.
“Crescere expat”, infatti, non è solo welfare efficiente, congedi equi, salari
migliori. Significa non avere gli amici e i parenti vicini, districarsi in
sistemi burocratici differenti, mettere in conto che i propri figli saranno
figli di un mondo diverso dal proprio. Accettare che studino un’altra storia,
parlino in un’altra lingua. E in definitiva, fare costantemente bilanci:
“Facciamo bene a stare qui?”. Per ora, sì.
Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o
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L'articolo Fare figli all’estero è più facile che in Italia: storie di famiglie
expat tra welfare efficiente e salari più alti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando Giacomo Capuzzo parla del suo lavoro, usa spesso una parola che in
Italia, nel mondo della ristorazione, sembra quasi sconosciuta: lucidità. “Io
lavoro 4 giorni a settimana, 10 ore al giorno. Lavoro tanto, ma non sono mai
stanco. E soprattutto sono sempre lucido”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Ha
28 anni, è un cuoco e da due anni vive a Copenaghen. Lavora da Popl, ristorante
innovativo legato al Noma, punto di riferimento mondiale della cucina
contemporanea. Non se n’è andato dall’Italia per inseguire una moda, ma perché,
a un certo punto, ha avuto il tempo di fermarsi e guardarsi intorno.
Dopo il liceo scientifico, Giacomo si iscrive all’università, Scienze e
tecnologie alimentari. Resiste due anni. “Era troppo tecnica, troppo teorica per
quello che piaceva a me”. Sceglie quindi un corso post diploma a Cernobbio, 6
mesi di formazione più 3 di stage. È lì che entra davvero in contatto con il
mondo della ristorazione. “La cosa più bella era parlare con gli esperti del
settore”. Lo stage lo porta in un celebre locale a Milano. “Ero un novizio.
Avevo visto lo chef in televisione, mi era piaciuto e ho chiesto di poter
lavorare lì”. Solo dopo capisce quanto quella scelta sia stata determinante,
visto che ha ricevuto delle “basi imprescindibili”. Gli viene anche offerta la
possibilità di restare, ma Giacomo non coglie subito il peso di
quell’opportunità. Poco dopo arriva il Covid, che azzera tutto. “Ha chiuso
completamente la mia possibilità di lavorare”.
È lo spartiacque. Con la sua ragazza decide di partire per la Svezia, una delle
poche destinazioni raggiungibili in quel momento. Finiscono a lavorare in una
farm fuori Göteborg per 7 mesi. “È stato il mio primo vero approccio alla vita
all’estero”. Poi al ristorante stellato Project. Da lì, una borsa di studio per
l’accademia MAD a Copenaghen, sponsorizzata dal Noma. “Era un ambiente dove
parlavi con esperti, capivi davvero come funziona questo mondo”. Da quel
momento, la geografia della sua vita diventa mobile: Copenaghen, Helsinki,
Bangkok, Kuala Lumpur. In Asia segue uno chef che apre un locale a Bangkok e uno
in Malesia, che l’anno dopo ottiene una stella Michelin. “Di vivere in
Thailandia però, a lungo termine, non me la sentivo. Troppo caotica”.
La domanda diventa inevitabile: dove si vive meglio? La risposta è Copenaghen.
Oggi Giacomo lavora da Popl, ma non come “semplice” cuoco. Il suo ruolo è Chef
di ricerca e sviluppo. “Mi occupo di creare nuovi piatti, studiare i menu,
cercare fornitori, parlare con le farm, programmare le produzioni”. Il
ristorante utilizza solo materie prime biologiche danesi e lavora moltissimo
sulla stagionalità e sulla conservazione. “Fermentazioni, sottaceti,
essiccazioni. Conserviamo frutta e verdura per l’inverno. Questa è una parte
centrale del mio lavoro”. Una figura quasi inesistente in Italia. “Da noi è
insolita, soprattutto per ragioni economiche. Avere una persona che non produce
direttamente ricchezza viene visto come un peso”. In Danimarca il ragionamento è
opposto. “Qui capiscono che investire in ricerca e sviluppo è il motore
dell’azienda. Se hai sempre idee nuove, cresci”. Giacomo stesso è la prova di
questo approccio. “Sono entrato come chef de partie. Ho detto allo chef che mi
sarebbe piaciuto provare questo ruolo. Mi ha detto di tentare. Ho dimostrato le
mie capacità e mi hanno dato la posizione”. Il confronto con l’Italia è netto,
soprattutto sui ritmi. “In Italia lavoravo 5 giorni a settimana, 10/11 ore al
giorno. Sono cose disumane. Non so perché non ci sia un sindacato che
intervenga”. Il problema, dice, è strutturale. “Numericamente ed economicamente
non sta in piedi questo tipo di ristorazione”. E aggiunge: “Lavori così tanto
che non hai nemmeno il tempo di pensare. Non ti accorgi del loop in cui sei
finito”.
All’estero, invece, la crescita è stata rapida. “Se sei bravo e hai voglia di
fare, cresci. E insieme alla crescita aumenta anche lo stipendio”. Ma non è solo
una questione economica. “Se vuoi che il ristorante funzioni sempre al massimo,
i dipendenti devono essere riposati. Non è lavorando 20 ore al giorno che ti
vengono le idee geniali”. Il contesto multiculturale è un altro valore chiave.
“Nel mio team ci sono più di dieci nazionalità. Parliamo solo inglese”.
Condivide il lavoro quotidiano con persone di culture, cucine e tradizioni
diverse. “Sono piccole cose che ti arricchiscono tantissimo”. Anche la città
contribuisce. “Copenaghen è super vivibile, sicura, la giri in bici. Se la mia
ragazza torna a casa alle 3 di notte, non rischia nulla e io sono sereno”. Il
rapporto salari–affitti resta migliore che in Italia. “Vivo in centro, a 8
minuti dal ristorante, in una casa nuova. A Milano non potrei permettermela”. La
sanità è efficiente, anche se “più fredda a livello umano”. I servizi funzionano
e il tempo libero esiste davvero.
L’Italia però non è sparita dall’orizzonte. Giacomo non esclude un ritorno, ma a
una condizione. “Non tornerei mai a fare il dipendente. Tornerei solo per fare
qualcosa di mio”. Il sogno è chiaro: “Un piccolo farm to table, un agriturismo
con stanze, dove quello che coltivi lo mangi”. Per ora resta in Danimarca. Non
perché l’Italia non gli manchi, ma perché, oggi, non è ancora pronta a offrirgli
quello che ha trovato altrove.
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L'articolo Chef a Copenaghen. “Non è lavorando 20 ore al giorno che arrivano
idee geniali. Qui sanno che i dipendenti devono riposare” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Non mi sono mai pentita un momento di essere andata via. In Germania ho trovato
la meritocrazia, in Sicilia se non avevi conoscenze non lavoravi neanche”.
Quando torna con la mente a nove anni fa e alla decisione di abbandonare
l’Italia, Concettina Sbaudo, 38enne, per tutti Ketty, parla con un tono deciso e
assertivo. Ha trovato una nuova casa in una cittadina vicino Düsseldorf, a più
di duemila chilometri dalla sua terra d’origine, la provincia di Siracusa. Tanto
bella quanto incapace di far decollare la sua carriera. “Dopo essermi diplomata
all’alberghiero sono passata da un’azienda all’altra, sempre in maniera
precaria”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Ha lavorato come cameriera e cuoca.
Poi commessa per una grande catena di abbigliamento. “Ero vice-responsabile con
un contratto part-time, ma lavoravo 12 ore al giorno e mi pagavano 900 euro al
mese, metà a rate e metà in nero”.
Una condizione che definisce “disperata”. E da cui aveva provato a scappare, già
prima di prendere un volo di sola andata per la Germania, accarezzando l’idea di
trasferirsi in Inghilterra. “Il mio sogno era andare via – confessa –. Poi ho
conosciuto mio marito Andrea, abbiamo avuto una figlia e trovato lavoro in
Sicilia. Siamo rimasti”. La permanenza, però, è durata poco: “Non eravamo mai a
casa e non guadagnavamo molto”. Ketty ha inviato centinaia di curriculum anche
in Nord Italia ma, dice, “ho ricevuto una sola risposta, negativa, di una
società milanese”. Poi, insieme al marito, hanno fatto le valigie e salutato la
loro isola. “Lui è partito tre mesi prima, poi io l’ho raggiunto con nostra
figlia di 11 mesi”.
I due hanno trovato subito un’occupazione. In un primo periodo, Ketty è stata
impiegata in un’attività che si occupava della consegna di pacchi, poi per
quattro anni in una mensa aziendale. Con l’arrivo del Covid è passata a
un’occupazione serale e, dopo poco tempo, ha optato per il doppio lavoro. “Ho
trovato un annuncio per lavare i piatti e quando mi sono presentata al colloquio
mi hanno detto che cercavano una cuoca. Ho accettato e in meno di un anno mi
hanno proposto una promozione”. Oggi, coordina le cucine di quindici asili nido
per le regioni Ruhr e Düsseldorf. Lui, invece, lavora in un’azienda nel reparto
packaging. In Germania, hanno avuto la possibilità di “iniziare una scalata
gerarchica che in Italia non sarebbe possibile”, spiega Ketty. Nonostante le
iniziali difficoltà linguistiche (“il tedesco è complicato, ci ho messo un po’
di anni a impararlo”), entrambi sono stati accolti in un ambiente positivo:
“Immaginavo il tedesco come una persona fredda e severa. Invece la maggior parte
delle volte sono tutti gentili e comprensivi. In nove anni, solo una persona è
stata orribile con me”, racconta ancora lei.
Un rispetto che si riflette anche nella quotidianità: “Il primo shock culturale
è stato che a nessuno importa chi sei. Puoi anche uscire in pigiama e nessuno ti
guarda e ti giudica. Da siciliana sono rimasta spiazzata, noi siamo abituati a
truccarci anche per buttare l’immondizia perché altrimenti la vicina sparla”,
evidenzia ridendo Ketty. Che poi esalta la grande quantità di parchi giochi per
i bambini, la domenica come giorno totale di riposo (“i supermercati sono
chiusi”) da dedicare alla famiglia e l’autonomia che viene lasciata ai minori.
“Già a sei anni prendono il treno per andare a scuola da soli. In terza
elementare mia figlia è andata in viaggio d’istruzione con pernottamento e senza
cellulare per telefonare. Dalla scuola mi hanno detto: ‘Se ci sono brutte
notizie avvertiamo noi’”.
In Germania, come in tutti i luoghi, ci sono pro e contro. “Qui è tutto iper
burocratico, è l’aspetto più stressante. E a livello sociale sei sola. Conosci
tanta gente, ma non fai mai amicizia come la intendiamo noi: tutti ti parlano,
ti rispettano, ma ognuno pensa alla sua vita – rivela –. C’è molta frenesia e i
ritmi sono assurdi dalla mattina alla sera, ma non soffriamo questa situazione.
Ci siamo integrati bene”. Dell’Italia e della loro Sicilia, Ketty e il marito
non hanno nostalgia: “Quando torniamo, devo dire la verità, è per un certo
obbligo. Non abbiamo mai sentito la mancanza della nostra terra. Da quando vivo
all’estero, la mia paura più grande è sempre stata ricevere una brutta chiamata
che riguardasse la famiglia”.
Essere italiani, e lei lo sa bene, all’estero rimane quasi un passepartout:
“Siamo ben visti e abbiamo una marcia in più. Ma in Germania sono riuscita a non
sentirmi in difetto. In quanto persona, donna, professionista. Ai colloqui in
Italia, la prima domanda che mi facevano era se fossi sposata – ricorda con
amarezza –. Diversi anni fa, dopo essermi diplomata, la situazione era orribile:
ho subito stalking e mobbing”. Adesso il quadro sta pian piano cambiando, ma c’è
ancora molta strada da percorrere. “Qui però ho una certezza – chiosa Ketty
riferendosi alla sua vita nella regione della Ruhr –. Ciò che mi rende felice
non sono tanto le cifre che riesco a guadagnare (il quadruplo rispetto
all’Italia), ma la consapevolezza che i miei superiori mi incitano a dare il
meglio, mi difendono e mi apprezzano”.
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L'articolo “In Italia ero disperata: lavoravo 12 ore al giorno per 900 euro al
mese. Qui in Germania i miei capi mi stimolano a dare il meglio” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Non partono più solo i figli e i nipoti. Ora partono anche i nonni. Sono oltre
184mila gli over 75 residenti formalmente nel Mezzogiorno ma che vivono
stabilmente al Centro-Nord, quasi il doppio rispetto ai circa 96mila del 2002.
Una migrazione silenziosa, spesso invisibile nelle statistiche ufficiali, fatta
di anziani che lasciano le proprie case per ricongiungersi con le famiglie
emigrate o per avere accesso a servizi sanitari migliori. A dirlo è il rapporto
di Svimez e Save the Children “Un Paese, due emigrazioni. Freedom to move, right
to stay”.
Secondo le stime del report, la crescita dei cosiddetti “nonni con la valigia”
riflette due dinamiche intrecciate: il ricongiungimento familiare con figli e
nipoti emigrati e la difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel
Mezzogiorno, dove l’offerta sanitaria e assistenziale resta più debole rispetto
al resto del Paese. Una mobilità “sommersa”, che segue la grande fuga dei
giovani laureati e ne rappresenta una conseguenza diretta.
Dal 2002 al 2024, quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno
per trasferirsi al Centro-Nord, con una perdita netta di circa 270mila giovani
qualificati. A questi si aggiungono oltre 63mila laureati meridionali emigrati
all’estero, per una perdita netta di altri 45mila talenti. Complessivamente,
quasi un milione di giovani under 35 ha trasferito la residenza dal Sud al
Centro-Nord nello stesso periodo, con una perdita netta di oltre 500mila
residenti nella fascia 25-34 anni, di cui circa 270mila laureati.
Il fenomeno si intensifica nel tempo. La quota di laureati tra i migranti
meridionali è triplicata: dal 20% nel 2002 a quasi il 60% nel 2024. Nel solo
ultimo anno analizzato, circa 23mila giovani laureati hanno lasciato il Sud per
il Centro-Nord e oltre 8mila hanno scelto l’estero. Secondo la Svimez, il titolo
di studio avanzato è diventato “un potente fattore propulsivo” della mobilità,
alimentando “una dinamica di progressivo svuotamento selettivo del capitale
umano più qualificato”, che compromette le prospettive di sviluppo del
Mezzogiorno.
La fuga è sempre più femminile e qualificata. Dal 2002 al 2024, 195mila laureate
hanno lasciato il Sud per il Centro-Nord, 42mila in più rispetto agli uomini.
Oggi quasi il 70% delle giovani donne meridionali che emigrano verso il
Centro-Nord ha una laurea, contro il 50,7% degli uomini. La mobilità femminile,
sottolinea il report, è “sempre più concentrata sui profili a elevata
istruzione”, rafforzando il carattere selettivo della perdita di capitale umano.
PER IL CENTRO-NORD SALDO NETTO POSITIVO DI 270MILA LAUREATI
Il Centro-Nord continua ad attrarre giovani qualificati dal Mezzogiorno,
registrando un saldo netto positivo di circa 270mila laureati. Ma allo stesso
tempo perde i propri talenti verso l’estero. Tra il 2002 e il 2024, 154mila
laureati hanno lasciato il Centro-Nord per trasferirsi fuori dall’Italia, con un
saldo negativo di oltre 95mila giovani altamente qualificati. Nel solo 2024,
quasi 38mila giovani under 35 centro-settentrionali si sono trasferiti
all’estero, di cui circa 21mila laureati.
La mobilità non aspetta più la laurea. Nell’anno accademico 2024-2025, sono
70mila i giovani del Sud che studiano in un ateneo del Centro-Nord, oltre il 13%
del totale. La percentuale sale al 21% nelle discipline STEM. Una scelta che
spesso diventa definitiva. A tre anni dalla laurea, l’88,5% dei laureati negli
atenei del Centro-Nord lavora nella stessa area, mentre tra chi si laurea al Sud
meno del 70% trova lavoro nel territorio di origine. “L’immatricolazione in un
ateneo del Centro-Nord diventa il primo passo di una traiettoria di mobilità di
medio-lungo periodo”, evidenzia il report.
FATTORE ECONOMICO DETERMINANTE
Il fattore economico resta determinante. I laureati italiani che lavorano
all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti al mese in più rispetto a chi
resta in Italia. Anche restando nel Paese, il divario territoriale è evidente:
nel Mezzogiorno la retribuzione media è di 1.579 euro netti mensili, contro i
1.735 euro del Nord-Ovest. Il divario aumenta ulteriormente considerando il
genere: una laureata del Sud guadagna in media 1.487 euro al mese, contro i
1.862 euro di un laureato del Nord-Ovest.
La fuga dei laureati comporta anche una perdita economica enorme. La Svimez
stima in circa 6,8 miliardi di euro l’anno il costo dell’emigrazione interna dei
giovani laureati dal Mezzogiorno, a cui si aggiungono 1,1 miliardi annui persi
per le migrazioni estere. “Questo meccanismo trasferisce ogni anno una quota
rilevante dell’investimento pubblico dal Mezzogiorno verso le aree più forti del
Paese”, sottolinea il report.
La migrazione è ormai parte delle aspettative di vita. Oltre un terzo degli
adolescenti meridionali considera importante trasferirsi in futuro in un’altra
città e il 38,2% valuta positivamente l’idea di vivere all’estero. Secondo la
Svimez, le migrazioni dei giovani laureati “rappresentano sempre più spesso una
risposta obbligata alla carenza di opportunità economiche, occupazionali e
sociali nei territori di origine”.
Così, mentre i giovani partono per costruirsi un futuro, i nonni li seguono. E
la fuga dal Sud non è più solo una questione di lavoro, ma di intere famiglie
che si spostano, lasciando dietro di sé territori sempre più svuotati.
L'articolo Dal Sud partono anche i nonni: raddoppiati gli over 75 che seguono
figli e nipoti. In vent’anni emigrati 350mila giovani laureati proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Scegliere di sentirsi a casa in un luogo lontano ti costringe a confrontarti con
un sentimento che spesso si vorrebbe evitare: la solitudine. Francesca Moja, che
a Milano insegnava italiano agli stranieri, lo sa bene. Sa quanto sia importante
conoscere una lingua per diventare cittadini, sa quanto sia spaventoso non avere
nessuno a cui chiedere una mano. Per questo, quando ha deciso di lasciare Milano
e si è trasferita a Lisbona, una delle prime cose che ha fatto è stata creare
una rete di donne espatriate di ogni nazionalità, grazie a un semplice gruppo
whatsapp. “Di giorno in giorno diventavamo sempre di più. Ora ci sono più di
trecento iscritte. Organizziamo cene, ci aiutiamo a vicenda, e nel tempo si sono
aggiunte anche tante donne di qui”, racconta. Mentre parla spesso ride, dopo 9
anni non ha perso l’entusiasmo: “Grazie al passaparola tante persone che non
avevano nessuno ora non si sentono più sole”.
A Lisbona Francesca è arrivata a trentatré anni, con due bambine piccole, Teresa
e Marta, e il marito Andrea, ingegnere informatico. In Italia insegnava anche
inglese nelle scuole medie e superiori, sempre con contratti annuali. Ogni
giugno salutava una classe e ricominciava da capo, tra graduatorie, supplenze e
Naspi estive. Quando dal Portogallo è arrivata una proposta di lavoro, non hanno
avuto dubbi, nonostante non conoscessero la città. I primi mesi sono stati un
corpo a corpo con la lingua. Il portoghese le sembrava familiare, poi si è
rivelato difficile. Francesca ha imparato lavorando come guida turistica per
italiani, passando le giornate immersa in una lingua che non padroneggiava. Dopo
quattro anni si è candidata per un posto nel municipio di Belém, uno dei
quartieri con la più alta concentrazione di ambasciate. Prima come volontaria,
poi come dipendente. Oggi lavora tra cultura e azione sociale: “A marzo stiamo
organizzando la Festa della Primavera, in un parco qui vicino. Arriveranno
sessanta bambini di una scuola di musica rumena, canteranno con i vestiti
tradizionali. Ci saranno i laboratori, le musiche tipiche. Un modo per far
incontrare le diverse comunità”.
Nel municipio è una delle poche straniere. Il lunedì e il martedì mattina tiene
corsi gratuiti di italiano per gli abitanti del quartiere. Pensionati, adulti,
appassionati che vogliono studiare la letteratura e la storia dell’Italia. “Qui
ci adorano”, racconta. “La immaginano romantica, luminosa. Conoscono città che
io stessa non ho mai visto”. È un contesto diverso da quello in cui operava come
insegnante di italiano ai rifugiati, quando la lingua serve per chiedere un
documento o un farmaco, ma che unisce i diversi lati della sua formazione. Dal
percorso universitario in Lingue e letterature straniere, dalla laurea e dalla
specializzazione a Milano, dagli anni da pendolare tra Gallarate e l’università,
dall’Erasmus a Malta che l’ha portata a studiare anche il maltese e a dedicarci
la tesi, Francesca porta con sé l’idea che la lingua sia uno strumento politico
prima ancora che culturale.
Quando si trasferiscono, Teresa e Marta hanno due e quattro anni: crescere
altrove significa scoprirsi contemporaneamente figli e alunni di due Paesi
diversi. La scuola portoghese, secondo Francesca, conserva tratti che in Italia
sembrano lontani: l’insegnante unico, docenti anziani, un’idea di autorità che
raramente viene messa in discussione. I libri sono gratuiti, ogni studente
riceve un computer, le gite scolastiche sono frequenti. Le bambine studiano una
storia diversa, fatta di navigatori e imperi marittimi. Garibaldi e Dante cedono
il posto a Vasco Da Gama e Afonso Henriques. Ma a casa Francesca, con libri e
racconti serali, condivide con le bambine anche la cultura italiana.
Lisbona le ha insegnato la lentezza. Una lentezza che a volte la affascina, a
volte la indispettisce. Gli uffici aprono tardi, le pause spezzano la giornata.
Una calma disturbata da alcune contraddizioni: stipendi bassi, affitti
altissimi, un centro storico svuotato e consegnato agli affitti brevi. Negli
ultimi anni la città ha attirato nomadi digitali, pensionati stranieri,
lavoratori da remoto: “Molti vivono qui senza entrare davvero in relazione con
il contesto. Così la città rischia di perdere la sua storia. Le famiglie
portoghesi vengono spinte fuori”. Anche la sanità vive gli stessi problemi. Le
università formano medici apprezzati in tutta Europa, che poi partono per
cercare stipendi più alti. Chi può stipula un’assicurazione privata, per evitare
ore di attesa al pronto soccorso: “È un sistema che regge a fatica, come in
Italia”.
Eppure non pensa al ritorno. “Qui ci mettono molto a darti confidenza, ma poi ti
prendono a cuore per sempre. Ho una vicina anziana che quando non mi vede in
giro per un po’ viene a suonare a casa per sapere se va tutto bene. Sono piccoli
gesti che in una grande città fanno la differenza”. Oggi Francesca continua a
organizzare eventi e occasioni di incontro. Donne che arrivano sole e trovano un
gruppo, pensionati che cercano compagnia, quartieri che si raccontano attraverso
le culture che li abitano. Il suo trasferimento è stata una traduzione: portare
con sé ciò che si è stati, imparare a dirlo in un’altra lingua. Una passeggiata
sul fiume, la torre di Belém che appare all’improvviso, il sole sull’acqua:
ricorda con precisione il momento in cui ha capito di aver fatto la scelta
giusta. Pensare: “Ce l’ho fatta, vivo qui”. E realizzare di averlo fatto in
portoghese.
L'articolo “A Lisbona libri gratis e molte gite per i miei figli a scuola. Ma
anche qui, come in Italia, il sistema regge a fatica” proviene da Il Fatto
Quotidiano.