“Sulla ricerca gli Usa sono avanti anni luce, sia per fondi che per burocrazia.
Se ti serve qualcosa la ordini, non devi chiedere a qualcuno aspettando mesi per
un via libera ma sei tu a gestire il tuo budget come meglio credi”. Manuel
Bellucci, 31 anni, romano, ha scelto la Purdue University (Indiana), Stati
Uniti, per avviare la propria ricerca nel campo della biologia vegetale. “Ho
terminato il dottorato presso il Campus Bio-Medico di Roma nel 2024 e un paio di
mesi dopo ero già qui in una delle università più all’avanguardia nel il mio
campo di ricerca”, racconta a ilfattoquotidiano.it. E arrivare non è stato così
difficile: “Ho letto i lavori che avevano pubblicato in materia, ho scritto al
professore proponendo la mia ricerca, ho fatto un colloquio e mi hanno preso”.
Manuel studia il metabolismo secondario delle piante: “Analizzo come molecole
specifiche modulano la risposta delle piante agli stress ambientali”.
Manuel ha un contratto annuale che viene rinnovato in base ai risultati
ottenuti, ogni sei mesi il lavoro viene controllato dai finanziatori attraverso
un report. “Niente è lasciato al caso – spiega – e sei messo in condizione di
poter ottenere questi risultati”. E fa un esempio. “Prima di tornare a Roma per
le vacanze di Natale ho ordinato strumentazione da decine di migliaia di
dollari, in pochi giorni sono state consegnate al mio laboratorio. In Italia, se
la richiesta fosse stata approvata, e non è detto che avvenga, probabilmente ci
sarebbe voluto un mese e più per questione burocratiche”. Il massiccio
investimento in ricerca negli Usa, pari al 3,4% del Pil – in Italia siamo a
quasi un terzo con l’1,37% – permette alle università americani di guardare
lontano. “Questo è un progetto che dovrebbe durare tra i tre e i quattro anni.
In un anno e mezzo sono a tre quarti dall’obiettivo – rivela Manuel – Quindi
grazie alle strumentazioni, ma anche personale competente che le sa utilizzare
al meglio, ho potuto accorciare i tempi e questo significa tantissimo per una
ricerca”. Tanto che il contratto con l’università gli è stato rinnovato fino al
2027. “Sto facendo anche lezioni, vorrei diventare un docente”.
Riguardo al costo della vita negli Stati Uniti c’è un mito da sfatare. “Io
prendo uno stipendio doppio rispetto un ricercatore in Italia ma non spendo di
più. Quando torno a Roma – spiega – vedo che la vita ormai costa quanto quella
in Indiana”. Come spesso accade nell’ambiente universitario negli Usa si respira
un’aria internazionale: “Lavoro in un ambiente di ricerca con colleghi
provenienti da Europa, Cina, Sud America e India. Nonostante il contesto globale
complesso, nella mia università non si sono registrate criticità legate ai
finanziamenti per la ricerca”. In generale c’è una competizione che si trasforma
in risultati: “Spesso chi va fuori dall’Italia in questo campo vuole raggiungere
degli obiettivi che da noi magari non avrebbe potuto ottenere o almeno non con
queste tempistiche”. E questo anche se bisogna sacrificare qualcosa nel
personale: “Sono molto legato alla mia famiglia, quindi è difficile essere in un
altro paese che non è il tuo – confida Manuel – però amo anche il mio lavoro e
sento che sto facendo qualcosa di importante”.
Negli Usa ci sono maggiore fiducia e opportunità per i giovani. “Alla Purdue,
dopo un solo anno e mezzo, e da straniero, seguo tre studenti in laboratorio, un
piccolo gruppo di ricerca, in Italia non avviene mai, c’è pochissima autonomia a
livello universitario e questa cosa deve cambiare se si vuole stare al passo con
gli altri”. Il futuro? “L’idea di tornare in Europa c’è. Anche di tornare in
Italia potrebbe esserci”, confessa il giovane ricercatore romano. “Sul tema dei
cervelli in fuga io sono molto dispiaciuto, sono tanti i giovani che se ne sono
andati o se ne stanno andando. Io sono italiano e mi sarebbe piaciuto poter dare
il mio contributo nel mio paese”. Certo, qualcosa dovrebbe cambiare. “Serve
maggiore investimento in ricerca senza la quale non si accede alla tecnologia
del domani e non si migliora la qualità della vita della società”.
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L'articolo “Ho fatto da solo un ordine da migliaia di dollari per il mio
laboratorio. Da ricercatore qui prendo il doppio di stipendio” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Cervelli in fuga
Quando Davide entra negli uffici di Boston Consulting Group a Francoforte è come
se si trovasse allo stesso tempo a New York, in Costa Rica, o in India. Lavora
con persone da tutto il mondo. Gli italiani non ci sono. “Siamo in 300 in
ufficio e io sono l’unico”, racconta. Non lo dice con amarezza, ma con orgoglio.
Davide Manco ha 28 anni, è laureato in ingegneria gestionale al Politecnico di
Milano e da quasi due anni vive in Germania. Il primo contatto con il mondo
della finanza arriva quasi per caso. Durante la triennale viene selezionato per
un viaggio a Londra nelle sedi delle grandi banche d’investimento. “Non sapevo
nemmeno cosa fossero le bulge brackets (banche d’investimento multinazionali,
ndr)”, ammette a ilfattoquotidiano.it. Poi entra nel palazzo di Morgan Stanley:
un marmo retroilluminato e una marea di persone con la cravatta lo conquistano.
“Capii che avrei voluto lavorare in un posto simile”. Da lì la scelta della
magistrale in Financial Engineering, interamente in inglese, e una serie di
esperienze all’estero per imparare la lingua.
La prima è a Londra, a fare qualsiasi lavoro capiti. “Mi diedero una scopa in
mano e mi dissero: ‘Comincia a pulire’. Non mi è pesato, anzi: lì ho capito che
non volevo restare in Italia”. Poi il sud dell’Inghilterra e quindi Parigi, per
uno scambio universitario. Rientrato a Milano, Davide accelera: finisce gli
esami in anticipo, lavora a una dissertation (una sorta di tesi/pubblicazione) e
collabora con una professoressa di investment banking. È il primo vero ingresso
nel mondo finanziario. Il giorno dopo la laurea ha già un contratto in una
piccola boutique di investment banking con l’ufficio davanti al Duomo di Milano.
“Dalle finestre vedevo proprio gli uffici di Boston Consulting Group. È buffo
pensarci oggi”.
Il passo successivo è Deutsche Bank, grazie a un graduate program in wealth
management. Qui Davide inizia a gestire patrimoni di persone dal valore di
almeno 5 milioni di euro. Viaggia in Italia e nel Nord Europa, seleziona titoli,
costruisce portafogli, lavora con family office del lusso e della moda italiana.
“All’inizio avevo paura, poi mi sono abituato. Pino piano, ho imparato a gestire
grandi masse economiche”. Il Politecnico, dice, gli ha dato una base solida. Ma
i limiti del sistema italiano, a un certo punto, emergono: “Mi sono reso conto
che, dal punto di vista della carriera e dello stipendio, in Italia le
possibilità erano molto ridotte. Gli aumenti erano lenti, il costo della vita a
Milano altissimo. Le grandi banche d’investimento pagano 1.800/2.000 euro al
mese. Una stanza può costare 1.200 euro. Rimane poco per vivere”.
L’occasione arriva quasi per caso, su LinkedIn: una posizione aperta in Boston
Consulting Group, area wealth management, a Francoforte. Davide si candida senza
grandi speranze: “Mi sembrava impossibile. Meno dell’1% dei candidati riesce a
entrare”. Nel mezzo, un intervento delicato alla colonna vertebrale. “Mi
chiamano una settimana prima dell’intervento. Chiedo di anticipare il colloquio.
Avevo cinque giorni per ripassare tutto ciò che sapevo”. L’operazione ha esito
positivo, ma nella testa di Davide un po’ di riposo non è contemplato: dal letto
d’ospedale continua a studiare. “Dissi a mia mamma di portarmi le slide di cui
avevo bisogno. Non potevo lasciarmi scappare questa opportunità: era un treno
che passa una volta nella vita”. In tre settimane arriva l’offerta. “Due mesi
dopo ero su un Flixbus per Francoforte, zoppicando, a cercare casa”. Da allora
la sua vita cambia radicalmente. “Il primo mese mi dissero che dovevo andare ad
Amburgo, Berlino, Monaco e Parigi. In un anno ho preso una trentina di voli”.
Viaggi continui, progetti internazionali, riunioni con CEO di banche globali.
Ma, del suo lavoro, è la multiculturalità uno degli aspetti che ama di più:
“Capisci davvero cosa significa avere a che fare con culture e usanze diverse. È
una cosa che non puoi spiegare se non la vivi”. E la qualità della vita in
Germania, racconta, non è paragonabile a quella in Italia: “I salari in Germania
sono in media almeno il 55% più alti. L’affitto pesa circa il 30% dello
stipendio”. La sanità è un altro punto chiave. Dopo l’intervento, Davide deve
fare risonanze e Tac. “In Italia ci avrei messo cinque mesi. Qui ho solo aperto
un’app: appuntamento dopo due giorni e referto subito consegnato su un QR Code”.
Trasporti pubblici, sport, welfare aziendale: tutto contribuisce a una qualità
della vita che in Italia non aveva. “Qui lo sport è una cosa culturale. Le
aziende ti pagano l’abbonamento per avere accesso a tutte le palestre della
città. Non esiste qualcuno che non faccia attività fisica”. Dell’Italia però gli
mancano la famiglia, gli amici, il calore umano. Ma non il lavoro. “Non c’è
nulla che mi abbia fatto rivalutare l’Italia dal punto di vista professionale. È
un Paese ancora troppo legato alla seniority, mentre qui in Germania hai la
possibilità di interfacciarti con tutti senza troppe formalità. Non mi sento
però ‘uno che è scappato’. Ho solo colto un’opportunità”. E non si vede
rientrare a breve. “Mi sento italiano, ma prima ancora sono cittadino europeo,
se non del mondo. I confini non mi appartengono. Sono interessato solo alla
voglia di vivere”.
L'articolo “In ufficio a Francoforte su 300 sono l’unico italiano. La qualità di
vita è imparagonabile rispetto all’Italia e qui tutti fanno sport” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Qui se vuoi lavorare troverai sempre un posto con facilità. Certo, con la
Brexit qualcosa è cambiato, c’è stata un po’ di flessione con gli stipendi, che
rimangono superiori di almeno un terzo rispetto l’Italia, ma la dinamicità del
mercato del lavoro non è comparabile con il nostro, dove tutto è immobile o lo
sfruttamento è dietro l’angolo”. Marco Perriccioli, 45 anni, napoletano, lavora
nelle risorse umane a Londra, dove vive dal 2015. “In dieci anni di lavoro in
Italia non ho concluso nulla, in dieci anni a Londra ho comprato casa, ho fatto
due figli e ho un lavoro che mi piace. Qui c’è una vera concorrenza al rialzo
nel mercato del lavoro e se ti impegni portando a casa i risultati l’azienda te
lo riconosce”, osserva, tracciando il bilancio di una parte della sua vita che,
dopo aspettative deluse e frustrazioni, lo ha portato lontano dal suo Paese.
Dove, peraltro, non tornerebbe.
Marco si è laureato in psicologia a Roma, nei primi anni duemila, concludendo
anche il dottorato di ricerca nel 2010 mentre faceva il tutor all’università.
“Ero uno di quelli della generazione mille euro”, racconta a
ilfattoquotidiniano.it. “Dopo alcuni anni in una società di consulenza, che
collaborava con un importante istituto di credito, ho aperto la mia partita iva
ma lavorare come professionista era davvero dura”. Poi l’azienda ha iniziato a
licenziare. Così trova altro, restando nell’ambito delle consulenze. Ma non va
bene: arrivavano sempre e solo contratti a termine. Finché nel 2014 rimane senza
lavoro. “Sono stato 8 mesi ad inviare e portare curriculum: nulla”, ricorda. Nel
2015 un amico gli consiglia di trasferirsi a Londra. Sono gli anni dell’ultimo
grande esodo di massa nella capitale inglese prima della Brexit. “All’inizio per
un periodo ho lavorato in un bar e nel frattempo inviato curriculum. Penso
seicento in un mese e mezzo. Mi ha chiamato una grande società di consulenza,
sono rimasto 8 anni. Facevamo scheduling, lavoravamo per i clienti a progetto in
base ad esperienze e competenze”. Marco gestiva 250 persone specializzate in
servizi finanziari, lavoratori di banche o società finanziarie. “Due anni fa
hanno fatto 19mila tagli, la maggior parte nell’h&r (le risorse umane ndr.), ma
in poco tempo ho trovato lavoro in un’altra azienda competitor”.
La sua storia si intreccia con quella di sua moglie, avvocato. “Mi ha raggiunto
proprio nei giorni della Brexit – ricorda – dopo due mesi è entrata come
consulente legale in un sindacato. Ha dovuto studiare il diritto inglese ma le
hanno riconosciuto sia il titolo di studio, sia parte della pratica fatta in
Italia per l’abilitazione in Inghilterra”. Oggi lavora in un grande studio
legale della capitale. “I nostri figli sono nati nel 2019 e nel 2023. Crescere
una famiglia senza i nonni pesa, solo la loro assenza fa capire quanto possano
essere centrali nella quotidianità”, confida. “Però riusciamo a farlo da soli e
in qualche modo le leggi ti aiutano. In Italia ad esempio non avrei potuto
prendere tre mesi di paternità al primo figlio, pagato, mentre qui c’è lo shared
parental leave: la madre ha 12 mesi, di cui i primi 9 hanno un contributo
statale e le aziende tendono a garantirti lo stipendio pieno, per poi decrescere
negli ultimi mesi. Questi ultimi – evidenzia Marco – si possono dividere con il
partner. Al secondo figlio per esempio ne ho presi quattro. L’attenzione che
viene data alle famiglie è qualcosa che dovremmo ripensare in Italia”. Su altre
cose, però, c’è il rovescio della medaglia. “Gli asili non sono pubblici come in
Italia. Lo Stato qui ti aiuta in piccola parte ma sei obbligato a sceglierne uno
vicino casa e i prezzi sono molto elevati, quasi come un secondo affitto certe
volte”.
Soppesati pro e contro il piatto della bilancia non pende verso l’Italia. “Sia
io che mia moglie non torneremmo in Italia in età lavorativa, forse per la
pensione”, conclude Marco. “Il nostro è un paese meraviglioso, dove passare ad
esempio le vacanze è bellissimo. Però per molti motivi il nostro mercato del
lavoro è rimasto congelato, non ci sono reali ascensori sociali, neanche
studiare basta più ormai, ci sono molti problemi a più livelli ed è il motivo
per cui sono andati via in tanti negli ultimi anni. Per il futuro bisognerà
vedere i nostri figli cosa decideranno per loro stessi. Noi per ora siamo felici
qui”.
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L'articolo “In Italia in dieci anni non ho concluso nulla. Qui a Londra ho
comprato casa, fatto due figli e ho un bel lavoro” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“In questi anni ho visto tanti italiani venire qui in Olanda con l’idea di
trasferirsi o con buoni propositi. Non mi sento di consigliare un Paese in
particolare, ma sono sicuro che in nord Europa ci siano grandi opportunità”.
Quando guarda indietro, tira il fiato e capisce come si è realizzato in Olanda,
dove Mauro è arrivato a 40 anni e per questo spesso si rammarica di “non esser
partito prima”. Dopo dieci anni ad Amsterdam il confronto è inevitabile: “Mi fa
tristezza vedere il nostro come un Paese che regredisce. Forse avremmo bisogno
di un bagno di umiltà”.
Originario di Pescara, Mauro Rizzello inizia la sua storia lavorativa nel ‘97,
con quella che lui definisce, un’occasione unica: il primo impiego, da
neodiplomato, come perito tecnico industriale in un’azienda farmaceutica della
città, che aveva appena concluso una joint venture con un una multinazionale
Usa. “Ero giovane, i turni non erano un problema, anzi, mi concedevano molto
tempo libero”, ricorda. I primi cinque anni passano senza problemi e, grazie
all’ottimo contratto e stipendio, a 25 anni compra casa. Le cose cambiano il
sesto anno, quando, tra turni rimescolati, concorrenza globale e colleghi
disperati per l’ambiente sempre più teso, Mauro decide di dare le dimissioni:
lascia quello che tutti i suoi amici vedono come un lavoro sicuro, una miniera
d’oro, per cambiare vita. È il 2009 quando parte per il Canada. “Avevo 35 anni,
età massima per accedere al working holiday visa di sei mesi – racconta –.
Un’esperienza che mi segnò profondamente”.
Quando rientra in Italia allo scadere del visto, a Mauro sembra di tornare
indietro nel tempo. L’idea era quella di affrontare la scalata burocratica che
lo avrebbe riportato in Canada ma, grazie a un amico che gli segnala un nuovo
progetto a Brescia si apre subito una porta interessante come responsabile di
magazzino per la privatizzazione delle cucine all’interno agli Spedali civili di
Brescia. “Era la prima struttura al mondo, in un centro grandi cotture, a
sperimentare la cucina sottovuoto”. Un’ottima posizione con molti benefici a
seguito. Eppure, nei cinque anni di lavoro a Brescia per Mauro il pensiero per
il Canada non viene mai meno. “Mi mancava quel senso di civiltà,
quell’integrazione sociale, quella gentilezza delle persone che in Italia mi
sembravano lontane anni luce”. Così nel 2015 arriva la decisione di lasciare
l’Italia nuovamente: partendo da Brescia con “la macchina carica”, a dicembre, a
40 anni, Mauro è ad Amsterdam.
La capitale olandese è una città “multiculturale” e lui si sentire subito a
casa. “Certo, all’inizio non è stato facile, su questo devo essere onesto”,
ricorda. “La carenza di abitazioni in Olanda è il problema più grande, ma dopo
un anno e mezzo avevo già comprato casa”. Dopo essersi iscritto a una scuola ROC
(l’equivalente del “nostro istituto professionale”), Mauro comincia a studiare
l’olandese; contestualmente, i funzionari statali lo aiutano a inserirsi nel
mondo del lavoro con la traduzione del curriculum e, “fondamentale qui in
Olanda”, con la creazione del profilo su Linkedin. Nel settore tecnico
sicuramente questo “è il mezzo migliore per trovare lavoro – continua Mauro –.
Ricevo proposte quasi ogni giorno”. Ed è proprio grazie alla piattaforma che
Mauro approda in un brand di automotive particolarmente innovativo: “Sono stati
loro a trovarmi”, racconta. I primi cinque anni lavorando come servizio tecnico
sono “incredibili”: “Dopo un mese ho potuto comprare casa, a 7 minuti di bici
dalla sede di lavoro e con un bonus di 90 euro al mese come incentivo a
utilizzare la bicicletta”. Dopo tre anni è accettata la richiesta di lavorare
quattro giorni alla settimana invece di cinque.
In Olanda è cosa piuttosto normale poter scegliere quante ore lavorare,
aggiunge. “Ho sempre trovato grande rispetto negli ambienti lavorativi,
avvertendo la volontà di creare spazi multiculturali e piacevoli. Una cosa che,
paradossalmente, mi ha messo in difficoltà è rispondere alla fatidica domanda
‘qual è la tua richiesta di stipendio?’, oltre che abituarmi a un confronto
aperto o all’avanzare delle richieste all’azienda”.
Certo, il costo della vita in Olanda può sembrare più caro, ma vanno fatte le
dovute proporzioni. In primis, il Paese produce ed esporta energia, quindi
utilizzare l’elettrico “conviene molto rispetto al gas”. In Olanda, inoltre,
continua, “non esistono canone TV, bollo auto, pedaggio autostradale e tassa sui
passaggi di proprietà”. I datori di lavoro spesso coprono le spese di viaggio e
se usi la bici si riducono notevolmente. Ma la vera differenza sono gli stipendi
che “qui sono decisamente più alti e ogni anno c’è l’aumento in base
all’inflazione”.
Oltre all’arricchimento delle conoscenze, lavorare per la multinazionale di
automotive è stata anche un’opportunità economica considerando che l’azienda
rilascia azioni ai suoi dipendenti in diverse momenti dell’anno. “Avevo 44 anni:
spesso pensavo che in Italia a quell’età ero fuori dal mercato del lavoro già da
tempo. Mi sembrava di aver fatto un balzo nel futuro”. Poi, visto il
coinvolgimento politico del fondatore, cresce il malcontento in azienda, e Mauro
si dimette come molti atri suoi colleghi. La decisione di lasciare non è stata
molto difficile. “Continuavo a ricevere giornalmente proposte molto interessanti
e Bianca, (la sua compagna, recruiter), mi faceva notare come fosse normale qui
in Olanda rimettersi in gioco a qualsiasi età”. Oggi, a 51 anni, Mauro lavora
per un’azienda giovane che si occupa di trasformare barche e veicoli industriali
da diesel a elettrico. L’ambiente è disteso, rilassato, “ci divertiamo molto”,
diversi investitori “si sono recentemente avvicinati”. Insomma, nessun pensiero
di cambiare aria.
In Italia ci torna volentieri in vacanza. Anzi, il prossimo anno lui e Bianca si
sposeranno in Puglia, a Polignano a Mare. Ma ogni volta che torna, spiega Mauro,
non riesce a non far caso ai problemi, alle strade piene di buche, alla
sporcizia, alla maleducazione. “Bisogna prendere atto che non siamo più i
migliori produttori di auto e moto, non siamo più i migliori nel campo della
moda, non siamo più i grandi costruttori dell’antica Roma. L’Olanda – conclude –
mi ha cambiato molto: dopo dieci anni, oggi credo di sentirmi più olandese che
italiano”.
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L'articolo “In Olanda ho trovato lavoro a 40 anni, pentito di non essere partito
prima. Qui senso di civiltà e gentilezza che in Italia mancano” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Non solo l’obiettivo di stipendi più alti, ma anche “la ricerca di ambienti di
lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti
stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più
dinamici”. Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha parlato della
fuga all’estero dei giovani italiani durante la cerimonia di inaugurazione
dell’anno accademico 2025-26 dell’università di Messina. Un intervento
incentrato sul rendimento della formazione universitaria e sulla centralità del
capitale umano. Secondo quanto emerge dai dati del Rapporto Italiani nel Mondo
2025 della Fondazione Migrantes pubblicati a novembre, da gennaio a dicembre
2024 si sono iscritti all’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire) per la
sola motivazione “espatrio” 123.376 cittadini italiani e rispetto al 2023 i dati
segnano in valore assoluto “34mila partenze in più”. L’aumento riguarda
prevalentemente i giovani e i giovani adulti. In particolare, nella classe di
età 18-34 anni si rileva un +47,9% rispetto all’anno precedente a cui unire il
+38,5% della classe immediatamente successiva (35-49 anni).
“Il basso rendimento della formazione universitaria in Italia – ha considerato
Panetta – spinge un numero crescente di giovani laureati a emigrare all’estero,
un fenomeno che interessa anche il Nord del Paese. Negli anni più recenti, circa
un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero, con
incidenze più elevate tra ingegneri e informatici, figure professionali per le
quali le imprese italiane segnalano una crescente carenza. Questo andamento –
osserva il governatore – non sorprende. Un giovane laureato in Germania guadagna
in media l’80 per cento in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale
rispetto alla Francia è del 30 per cento. Si tratta di divari che si sono
ampliati nel corso degli anni”, ha detto Panetta.
Una emorragia di idee, energie e innovazione specie proprio in quei settori
preziosi per la nostra industria e che non viene compensata dagli stranieri. Ce
ne sono pochi che studiano nelle nostre università (meno del 5% del totale degli
studenti con pochi esempi virtuosi fra cui Messina) contro il 10% di Francia e
Germania e il 23% del Regno Unito. E fra gli immigrati che arrivano pochi sono
quelli che hanno un’istruzione superiore. L’istruzione è la chiave quindi. Il
governatore rileva come gli interventi possano “essere attuati gradualmente,
preservando una gestione prudente delle finanze pubbliche e i progressi compiuti
nella riduzione del costo del debito”. C’è un gap da recuperare: le risorse
pubbliche destinate all’istruzione sono meno del 4% del Pil, quasi un punto in
meno della media dell’Ue e il livello più basso tra le principali economie
dell’area dell’euro. Metà del divario rispetto al resto della Ue riflette il
minore investimento nell’istruzione universitaria”. La rete degli atenei così
potenziata, creerebbe “condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese
innovative e all’attrazione di ricercatori e docenti di profilo internazionale”.
Inoltre i giovani preferiscono “contesti sociali ritenuti più attrattivi, così
come la naturale curiosità verso mondi e stili di vita diversi da quelli di
origine”. Si tratta di una “mobilità che favorisce l’accumulazione di esperienze
e arricchisce il bagaglio culturale individuale”. Quando, però – avvisa –
l’emigrazione riflette le carenze del contesto di partenza, essa si trasforma in
una scelta onerosa per chi la compie. E quando i giovani formati nelle nostre
università non fanno ritorno nel Paese, la perdita riguarda l’intera
collettività”.
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L'articolo “Un laureato in Germania guadagna l’80% in più di un italiano. Ecco
perché vanno all’estero” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Qui lavoro con la mia creatività grazie ad un bagaglio professionale che mi
sono costruito nel tempo, in Italia continuerei ad essere un precario”. Fabio
Ferri, 48 anni, originario del Molise, stylist, creativo, scrittore, oggi lavora
come arredatore a Malta. È partito nei primi anni Duemila e ha anche provato a
ritornare, ma si è scontrato con un mercato del lavoro che offre spesso
contratti sottopagati, quando li offre. “Qui la differenza con l’Italia si vede
anche nel rispetto e nel modo in cui i capi si approcciano ai dipendenti, nella
maggiore volontà di uscire dalla comfort zone e nel volersi tenere aggiornati
anche se si è raggiunti una certa posizione. In Italia spesso il dipendente ne
sa molto di più del suo superiore. Resiste un conservatorismo lavorativo e
culturale che difficilmente potrà sparire”.
Fabio muove i primi passi nel mondo del lavoro a Bologna, dopo la laurea. “Ho
iniziato come stylist nelle produzioni per videoclip musicali e come autore per
programmi radiofonici”, racconta. “All’epoca non si lavorava molto, e essere
giovani era un difetto perché non si aveva abbastanza esperienza”. Così una sera
decide di puntare un dito a caso sul mappamondo: Dublino. “Lì ho trovato lavori
ben pagati, con contratto. Ho imparato a parlare davvero inglese. La burocrazia
già all’epoca era molto snella: le aziende ti aprivano il conto in banca e ti
facevano la prenotazione all’agenzia delle entrate per il codice fiscale”. Ed è
lì che ha l’occasione per lavorare in una grande produzione hollywoodiana, il
film King Arthur, con Clive Owen e Keira Knightley. Fa carriera e viene chiamato
per musical e concerti come costumista. “Nel frattempo avevo iniziato una
carriera parallela nella moda come brand ambassador per un celebre marchio di
moda. Vestivo star, attori, cantanti. Pagato benissimo e trattato ancora
meglio”. Rimane cinque anni prima di trasferirsi nuovamente in Italia.
“Ho fatto l’errore di pensare che se avessi voluto continuare nel campo della
moda non potevo non andare a Milano”. Così Fabio nel 2007 si trasferisce lì.
“Ricordo ancora che nonostante le referenze consumai un paio di scarpe per
trovare lavoro, al 281 esimo showroom mi offrirono qualcosa: fare una campagna
vendita a chiamata, senza contratto. Accettai ma finita la stagione nessuna
possibilità di un contratto”. Cambia varie importanti aziende di moda, e dopo
diversi contratti precari arriva il tempo indeterminato, ma lo stipendio non gli
permette di costruirsi qualcosa di solido in una città sempre più cara. “Vedevo
lo stereotipo italiano essere sempre confermato: vai avanti se ti fai
raccomandare. È la regola e non l’eccezione”, spiega Fabio. “E l’ho visto quasi
solo da noi, non in altri Paesi dove la classe dirigente è più giovane e
pragmatica”.
Quando pensava fosse arrivata la stabilità, però, inizia quello che oggi si
chiamerebbe gaslighting: dopo una scelta di rebranding l’azienda vuole cacciare
i dipendenti appartenenti alla comunità lgbtq, che vengono vessati
costantemente. “Offese davanti ai clienti, mobbing per farmi licenziare. Se ci
fosse stata una legge contro l’omofobia come ce ne sono all’estero, dove
insultare una persona della comunità lgbtq è un reato, non sarebbe accaduto”. In
Italia, però, una legge ancora non c’è. “Feci causa. Anche da questo punto di
vista in Italia le istituzioni non sono incisive. Per l’ennesima volta pensai di
aver sbagliato a tornare”. Dopo la brutta esperienza Fabio cambia ambito di
lavoro. “Durante un periodo a Barcellona ho frequentato un corso di inglese per
diventare insegnante per stranieri in un centro accreditato della Oxford
University. Poco dopo sono stato chiamato da una scuola a Malta”. È la prima
volta sull’isola. “Lavoravo part time, quindi approfittai per fare altro, ho
scritto racconti, pubblicato articoli e ho collaborato con alcuni magazine come
fashion editor”. Dopo alcuni anni, vista la sua esperienza, lo richiamano in
Italia per insegnare in uno dei più importanti istituti di moda italiani, a
Firenze. “Mi offrirono una collaborazione a partita iva, pagato la metà rispetto
alle ore lavorate”. Una partita Iva “finta”, visto che pretendevano l’esclusiva
e orari d’ufficio. “Poi quando arrivò il lockdown stracciarono tutti i contratti
e arrivederci”.
A quel punto ritorna a Malta. “Lì non c’erano vere restrizioni, e mi sono
reiventato – racconta –. Un imprenditore mi ha fatto un’offerta di lavoro in un
campo non mio, basandosi sul mio background professionale. In Italia
difficilmente sarebbe accaduto. Mi sono rimboccato le maniche, ho studiato i
software tecnici e ora faccio l’arredatore”. Il modus operandi è diverso
sull’isola. “Non ci sono solo lati positivi, la vita è diventata cara e gli
stipendi sono anche qui al palo, ma le differenze sul mercato del lavoro si
notano. Ho un vero contratto, i miei capi mi rispettano”.
Come molti expat Fabio vive sentimenti contrastanti per il nostro Paese. “Ci
sono cose dell’Italia che mi rendono orgoglioso e per le quali mi commuovo.
Veniamo dal paese che ha inventato il gelato, il design, Dante, Giorgio Armani,
Giuseppe Verdi. La nostra cultura è ricchissima. E abbiamo una marcia in più,
motivo per cui verremo sempre apprezzati all’estero. Ma questa eredità rischia
di sfumare perché si tratta di meriti datati. Serve uno scossone culturale”. E
conclude: “Anche il fatto che in Italia la comunità lgbtq sia strumentalizzata,
come anche i suoi diritti, non aiuta. Ormai non è più neanche un problema
religioso. Negli altri Stati si è affrontata la questione in modo pragmatico,
tutti hanno diritti e doveri, nessuno escluso”.
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L'articolo Arredatore a Malta. “In Italia volevano fossi una partita Iva finta.
Qui ho un vero contratto e i miei capi mi rispettano” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Quando Alessandro ha lasciato l’Italia, nel 2013, lo ha fatto per due ragioni:
la necessità economica, in primis, e il desiderio di vivere una vita diversa, in
cui “poter esprimermi e fare qualcosa di bello”. Dopo i primi mesi in
Inghilterra, arriva la decisione di partire per gli Stati Uniti, dove viene
pagato per studiare (“piuttosto incredibile”), impara l’inglese, ottiene un
dottorato e diventa insegnante. “In Italia si tende a pensare che il lavoro sia
una via crucis giornaliera da sopportare fino alla pensione. Qui ho un impiego
entusiasmante. E sto bene”.
Nato a Galatina, in Salento, orgogliosamente meridionale, Alessandro Martina, 44
anni, si è trasferito a Bologna quando ne aveva 14. Frequenta il liceo, si
laurea in Filosofia e ottiene una certificazione come insegnante di lingua
italiana all’Università per Stranieri di Siena. Eppure, ricorda, “non trovavo un
lavoro che non fosse nella ristorazione o nei supermercati”.
Dai 30 ai 33 anni, l’unico lavoro stabile per Alessandro è in un McDonald’s a
San Lazzaro, Bologna. “Facevo lezioni private la mattina e andavo a lavorare il
pomeriggio o la sera. Lo stipendio non mi permetteva neppure di affittare un
monolocale, dovevo condividere la casa con giovani matricole”, racconta nella
sua intervista a ilfattoquotidiano.it. Da questa situazione e con questo stato
d’animo matura la decisione di partire, cambiare aria, provare una possibilità
all’estero: “Famiglia e amici credo non abbiano capito la mia scelta”.
Il giorno della partenza Alessandro prova un misto di inquietudine e speranza.
Dopo un primo periodo in Inghilterra, a Manchester, prende un volo per New York
e si stabilisce a Morgantown, nella Virginia occidentale. Gli Stati Uniti sono
una terra ancora da esplorare: per molti versi l’idea romantica del sogno
americano, spiega Alessandro, rimane viva in lui. La diversità culturale e
geografica, la capacità di aprirsi e dare opportunità è “incredibile”, aggiunge.
In Italia, ricorda, ha provato ad ottenere un prestito in banca per aprire una
libreria: dopo mille fideiussioni era risultato impossibile accedere al credito.
Ecco, in America è “l’esatto opposto”, dice.
D’altronde, molti tra parenti e amici si staranno ancora chiedendo perché uno
come lui non si sia adattato, accettando un lavoro non soddisfacente, rimanendo
precario per dieci anni nella scuola, aspettando un posto fisso che prima o poi
arriverà. Oggi, al contrario, l’audacia di Alessandro, i sacrifici, le borse di
studio messe a disposizione dagli atenei USA e il dottorato conseguito, lo hanno
portato a diventare insegnante di italiano all’Università dell’Alabama.
Insomma, in America investire in se stessi è possibile e auspicabile. “Si dice
che si lavora tanto in negli USA?” “Sciocchezze”, risponde lui. “In Italia si
lavorano sette o otto ore con l’ansia e la frenesia di finire il proprio turno e
fuggire verso casa. Si è completamente nevrotici riguardo al lavoro. Negli Stati
Uniti (quelli che conosco io) si mangia una buona colazione e si va al lavoro
contenti di incontrare i propri colleghi, ci si prendono alcune pause durante il
giorno perché le aziende desiderano che vi sia un buon clima lavorativo. È alla
base del loro successo”.
Più che gli affetti, che non mancano davvero (“forse sono io ad essere un po’
strano”), ad Alessandro manca il suo mare (Santa Maria al Bagno, Santa Caterina,
Otranto), così come la terra rossa, gli ulivi. Per uno come lui, riflessivo, che
rimugina continuamente come il Dedalus di Joyce, può arrivare addirittura il
pentimento per “aver lasciato la mia prima fidanzatina delle medie”, sorride. Ma
pentirsi di essere andato via, quello mai. “Fossi rimasto in Italia – risponde
sinceramente – non so cosa avrei fatto”.
Il discorso vira poi su una questione molto tagliente. All’estero Alessandro ha
capito che “i meridionali in Italia sono fortemente discriminati e che esiste
una Questione meridionale irrisolta”. La rappresentazione dei meridionali nei
media e nella cultura è, continua, “incredibilmente discriminatoria”. “In Italia
– aggiunge – mi vergognavo del Sud, della nostra mancanza di infrastrutture e
della mafia. In America ho visto gli italoamericani del Sud e ne sono stato
orgoglioso: ricchi, intelligenti, di successo. Come mai, mi chiedevo, questi
meridionali riescono, come comunità e non solo come individui, ad avere
successo?”
In Italia Alessandro confessa di aver trovato “discriminazione” nel Nord verso i
meridionali. “Quando ero ragazzo, trasferito a Bologna per fare il liceo
classico al seguito di mia madre, non capivo perché il mio accento e la mia
cultura fossero risibili, mentre l’accento di un torinese o di un veneto e la
loro cultura, pur caricaturabili, fossero comunque rispettabili. Sono cose che
influenzano fortemente la tua vita”, chiarisce. “Nessuno mi ha spiegato che la
questione fosse non culturale, ma storica e politica. Gramsci l’aveva capito”.
Al di là delle questioni economiche, tornare in Italia oggi probabilmente
provocherebbe un disagio linguistico e culturale. Se in America Alessandro ha
una lingua e una cultura riconosciuta, seppur di transizione, “chi sono io – si
chiede – nell’Italia del Nord con la mia lingua e cultura italiana?”. Stesso
discorso se dovesse tornare a vivere al Sud, dove sarebbe solo memoria, non
riuscirebbe, a detta sua, ad integrarsi. D’altronde, sono passati più di 30
anni: “Sarei un animale quasi esotico – conclude –. Se mai ci tornassi sarebbe
per provare a spiegare la diaspora e la Questione meridionale. Ma, questa, è
un’altra storia”.
L'articolo Insegnante di italiano all’Università dell’Alabama: “Fossi rimasto in
Italia non so cosa avrei fatto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ho molti dubbi sull’idea di tornare in Italia. Sono fiero di essermene andato
per costruirmi un futuro migliore. Ora la mia casa non è più l’Italia”. Ha le
idee chiare Luca Golinelli, 28 anni, che nel 2023 è partito per il Portogallo. E
che, da allora, non ha intenzione di tornare.
Per gran parte della sua vita, il nuoto agonistico è stata una colonna portante,
una passione che ha poi scelto di abbandonare in quinta liceo per dedicarsi con
determinazione agli studi universitari. A ridosso dalla data di laurea, spinto
da un grande entusiasmo, Luca inizia la ricerca di un lavoro. Tuttavia,
l’impatto con il mercato italiano è “un po’ disarmante”, specialmente quando,
tra tanti rifiuti, “mi è stata offerta una proposta di stage a 450 euro al
mese”: dopo cinque anni di ingegneria, di cui uno di Erasmus trascorso
all’estero, una magistrale al Politecnico di Milano e con un inglese fluente,
“ammetto che le mie aspettative erano diverse”, ricorda.
L’impiego alla fine arriva, in un’azienda di medie dimensioni in provincia di
Bologna: ma la percezione delle dinamiche aziendali, l’idea di “una cultura
tradizionalista” e di “un ambiente di lavoro poco moderno” lo spingono a cercare
nuove opportunità all’estero. Una ricerca l’ha portato, poco dopo, a essere
selezionato per un graduate program a Lisbona presso una multinazionale tedesca.
Considerata l’assunzione con un contratto a tempo indeterminato e con uno
stipendio più alto rispetto a quello italiano, considerato il costo della vita
inferiore e l’opportunità di fare carriera, la scelta di trasferirsi è stata
quasi naturale. Oggi Luca lavora in un’azienda che permette flessibilità di
orario, possibilità di lavoro da remoto e nessun vincolo alla timbratura del
cartellino. La sede è a 10 minuti da casa: lavorando a progetti e non a ore, il
risultato è molto più importante dell’orario di entrata o di uscita. “È un
rapporto che si basa sulla fiducia e non sul controllo”, spiega nella sua
intervista al fatto.it.
Il Portogallo, pur con le sue sfide, ha recentemente introdotto “incentivi
fiscali vantaggiosi per i giovani”, spiega Luca (“con l’IRS Jovem il primo anno
la tassazione è esente sull’imponibile al 100%”). L’atteggiamento generale delle
persone è “più rilassato”, anche in ambito lavorativo, ma non per questo “meno
produttivo”. Dopo il lavoro, spesso se il tempo è bello si va a vedere il
tramonto sull’oceano, oppure si pratica sport. In Italia, avendo scelto di
vivere a Ravenna e lavorare in provincia di Bologna, ricorda il giovane
romagnolo, “mi svegliavo alle 6.45 per timbrare il cartellino alle 8, tornavo a
casa per le 18.00 nel caos del traffico dell’orario di punta”.
La posizione in cui Luca è stato assunto, il graduate program, prevede tre
rotazioni da otto mesi l’una in diversi dipartimenti: uno schema che permette di
conoscere diverse mansioni e ampliare il network. Tra le rotazioni, una è
obbligatoriamente da svolgere all’estero. Così Luca ha lavorato per otto mesi
nel 2025 in Asia, a Bangkok, con un nuovo manager, occupandosi del mercato
dell’Asia Pacific. Da settembre Luca è “felicemente” tornato a Lisbona,
portandosi dietro un’esperienza internazionale che ha rappresentato per il
28enne originario di Ravenna una “svolta tangibile”, che gli ha offerto un
contesto di meritocrazia, inclusione e innovazione sul piano lavorativo. E che
gli sta permettendo di sviluppare pienamente, aggiunge, il suo potenziale, in un
ambiente “dinamico, multiculturale e rispettoso”.
“Parlando con colleghi che lavorano in altri Paesi – continua lui – ho avuto
modo di comprendere le differenze tra vari aspetti legati al mercato del lavoro,
sia in Europa che in Asia”. Parliamo di congedo di paternità e maternità,
salari, giorni di ferie e una serie di benefit contrattuali che variano da zona
a zona: se a livello contrattuale l’Italia “non si difende male” (“a parte il
congedo parentale”), sul rapporto stipendi-costo della vita “non c’è paragone
rispetto all’estero, specialmente al nord Europa”.
Questi due anni all’estero, inclusi gli otto mesi a Bangkok, hanno profondamente
plasmato l’animo di Luca, che oggi porta con sé un mix di abitudini e modi di
pensare italiani, portoghesi e thailandesi che hanno arricchito la sua identità
“ben oltre le mie origini”. Certo, per uno come lui, legato a famiglia e amici,
mancano gli affetti. Ma anche il cibo e la bellezza diffusa del nostro Paese.
Lasciare l’Italia è stata una scelta impegnativa: la vita che conduce oggi Luca
è più complicata ma decisamente più appagante di quella precedente. “La mia vita
è letteralmente decollata da quando sono partito”, aggiunge. Va messo, però, in
chiaro una cosa: andare all’estero rappresenta un percorso arricchente, ma non
privo di difficoltà, spiega nel suo ragionamento. È cruciale, quindi, fare una
riflessione onesta: “Vivere all’estero e stare lontani dalla propria famiglia
comporta inevitabilmente nuove sfide, ma può essere un percorso estremamente
formativo e arricchente”.
Per ora Luca non ha intenzione di tornare. Anzi. È “fermamente convinto” di
proseguire il suo percorso all’estero, che sia in Portogallo o altrove. “In
Italia c’è poca attenzione verso i giovani – continua –. Ognuno con le sue
motivazioni, quasi la metà dei miei ex colleghi di università lavorano
all’estero. E questo – conclude – fa pensare”.
L'articolo Ingegnere in Portogallo. “Qui la mia vita è decollata. In Italia dopo
la laurea mi hanno offerto un lavoro da 450 euro al mese” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Le case ci capitano, si scelgono, ci cambiano e si cambiano. La casa di Teodoro
Rossolino fino al 2013 era a Caserta. Poi, proprio lui che le case le progetta,
ha deciso di cambiare la propria. A 45 anni sceglie di spostarsi in Svizzera, a
più di mille chilometri da quella di origine. “È iniziato così il mio secondo
tempo: volevo trovare il mio posto nel mondo”, racconta con orgoglio. Quando
parla, Teodoro affastella tante parole, corre tra i concetti e ricorda ogni
dettaglio. Ha tanto da dire. Poi si ferma e si emoziona: “Dopo molti mesi mi
hanno raggiunto mia moglie e mia figlia, che aveva solo un anno e mezzo. Non è
stato facile stare lontano da loro”, racconta. Oggi in famiglia sono in quattro:
“Il piccolino, Matteo, quando parla italiano ha l’accento francese. Fabiana
invece non ha inflessioni. Ma il mio più grande orgoglio è essere riuscito a
insegnare loro anche il dialetto napoletano”.
La famiglia Rossolino abita a Nyon. Oggi Teodoro lavora nell’amministrazione
comunale come responsabile dell’urbanistica del privato e del pubblico e un
giorno a settimana con un collega si dedica ad altri progetti in uno studio di
architettura. Dal punto di vista professionale, spiega, la scelta di spostarsi
si è rivelata quella giusta: “In Svizzera l’architetto ha un ruolo fondamentale
nella costruzione. Si occupa anche dell’esecuzione dei lavori. A differenza
dell’Italia, dove si fa la direzione lavori e l’ingegnere si occupa dei calcoli,
qui il progetto viene depositato al comune già studiando i dettagli, inclusi gli
aspetti termici e climatici”. Oggi, racconta, si sente più apprezzato e
riconosciuto. “Qui c’è rispetto per tutti, aldilà del titolo. A nessuno
interessa che tu sia dottore, architetto, professore, ed è facile che il figlio
del chirurgo faccia il falegname e viceversa”.
Rispetto e riconoscimento dei meriti, secondo Teodoro, vanno di pari passo. “La
meritocrazia è una componente fondamentale e c’è riconoscenza per il lavoro
svolto. In Campania il mio lavoro era sminuito e non veniva pagato in modo
soddisfacente, in Svizzera si viene apprezzati per quello che si è e per il
potenziale che si può offrire”, sottolinea. A questo si aggiunge una generale
fiducia per il prossimo: “A me inizialmente erano sembrati ingenui, naïf. In
Italia forse ci sentiamo più furbi. Qui c’è molta fiducia nelle persone.
Tuttavia, se si sbaglia, si paga”. Questa correttezza, questo equilibrio, si
riflettono anche nei rapporti d’amicizia: “Si dice che gli svizzeri siano
freddi, ma preferisco la loro ‘freddezza’ all’ipocrisia che ho riscontrato in
alcune amicizie passate. Dopo un periodo iniziale in cui prendono le distanze
per capire chi sei, sono molto aperti e leali”.
Le differenze culturali partono dall’infanzia e dalla scuola. L’educazione
civica in Svizzera viene insegnata ai bambini fin da piccoli. “I miei figli da
sempre ringraziano con la mano le auto che si fermano per far attraversare. Non
gliel’ho insegnato io, l’hanno imparato dagli insegnanti”, racconta. “Il
rispetto delle regole è molto rigoroso. Da me la segnaletica era considerata
quasi un accessorio. I miei figli quando torniamo in Campania si stupiscono nel
vedere rifiuti per terra o che tenga loro la mano quando attraversiamo: in
Svizzera non è necessario”. Le scuole, secondo quanto ha potuto vedere Teodoro,
contribuiscono molto a questo: “Gli istituti in cui vanno i miei bambini, ad
esempio, collaborano con la polizia per far fare agli studenti i corsi di
sicurezza”.
Eppure la sua terra gli manca: gli amici e la famiglia, il caos e il calore.
“L’Italia è una terra di contraddizioni, di pregi e difetti. E noi siamo come
lei: poliedrici e flessibili. Siamo come dei jolly, siamo versatili, e questo
viene apprezzato anche all’estero”. Per questo torna ogni volta che può, anche
con i figli. “Fabiana ama Napoli e sa tutte le imprecazioni locali. Ho portato
anche i miei colleghi svizzeri, per loro le nostre città sono come frullatori,
si sono divertiti. Giravamo in taxi e notavano che l’autista faceva un poco le
marachelle… ‘Ma com’è? Questo sta passando con il rosso?’ ‘No, ma vedete – gli
dicevo io – ‘da noi anche il rosso è relativo’”.
Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o
per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a
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L'articolo Architetto in Svizzera: “In Italia ci sentiamo più furbi, qui il
rispetto delle regole è rigoroso. E chi sbaglia, paga” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Fuga dall’Italia. Sono 630mila i giovani tra i 18 e i 34 anni che hanno lasciato
il nostro Paese tra il 2011 e il 2024. Se si restringe il periodo di riferimento
solo al 2024, si contano 78mila partenze. A raccontarlo è il Rapporto Cnel 2025
“L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati”, presentato oggi a
Villa Lubin, a Roma, dal presidente del Cnel, Renato Brunetta, e curato da
Valentina Ferraris e Luca Paolazzi (Ref).
Il rapporto mette il relazione le variabili socio demografiche con il valore
economico del capitale umano della fascia under 35. Seguendo questa logica, la
ricerca stabiliscono che il valore del capitale umano espatriato dal 2011 al
2024 ammonta a circa 159 miliardi di euro. Una stima in cui rientrano gli
ostacoli alle pari opportunità, così come le disuguaglianze sociali nel nostro
Paese. Innanzitutto, di genere: la quota femminile delle persone espatriate nel
2024 è il 48,1%, in aumento rispetto al 46,6% medio dell’intero periodo.
Le destinazioni dei giovani emigranti sono soprattutto altre nazioni europee.
Prima destinazione dei giovani italiani è il Regno Unito, con una quota pari al
26,5%. La seconda è la Germania e a seguire Svizzera, Francia e Spagna. E chi
viene in Italia invece? Pochissime persone, soltanto l’1,9% di chi arriva
dall’estero. Come destinazione, il nostro Paese è preceduto da Danimarca e
Svezia, che sono però molto più piccole per popolazione ed economia.
Alti anche i dati della migrazione interna: nel periodo 2011-24 si sono
trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, al netto di quelli che sono arrivati,
484mila giovani italiani. 240mila sono andati nel Nord-Ovest dal resto d’Italia,
163mila nel Nord-Est e 80mila nel Centro. Il deflusso record è quello della
Campania, pari a 158mila, poi Sicilia con 116mila e Puglia con 103mila.
L’afflusso più alto è stato in Lombardia, con 192mila, seguito
dall’Emilia-Romagna (106mila) e Piemonte (41mila).
Il giovane capitale umano trasferito nel 2011-24 dal Mezzogiorno al Nord
corrisponde a un valore di 147 miliardi di euro, di cui 79 miliardi relativo al
trasferimento dei giovani laureati, 55 a quello dei diplomati e 14 a quello dei
non diplomati. La Lombardia è la regione che ha ricevuto più capitale umano
giovane dai movimenti interni, pari a 76 miliardi, seguita dall’Emilia-Romagna
con 41 miliardi, dal Lazio con 17 e dal Piemonte con 15. La Campania è la
regione che ha perso più capitale umano giovane dai movimenti interni: 59
miliardi. Poi viene la Sicilia con 44 miliardi, la Puglia con 40 e la Calabria
con 24.
L'articolo Fuga dall’Italia: 630mila giovani hanno lasciato il nostro Paese dal
2011 al 2024 proviene da Il Fatto Quotidiano.