Arriva in consiglio dei ministri il decreto legislativo che recepisce la
direttiva europea 2023/970 sulla parità di retribuzione tra uomini e donne:
dovrebbe segnare un passo importante verso il rafforzamento della trasparenza
salariale e la riduzione del gender pay gap. La bozza, composta da 16 articoli,
è una cornice che andrà poi riempita, ma riguarda tutti i lavoratori e tutte le
categorie, compresi i rapporti a termine, il lavoro domestico, l’apprendistato,
i contratti in somministrazione e il lavoro intermittente. L’obiettivo è
garantire che due persone che fanno lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore
guadagnino la stessa cifra, indipendentemente dal genere, attraverso nuovi
obblighi e meccanismi di controllo. Ma le aziende con più di 250 dipendenti
avranno tempo fino al giugno 2027 prima di diffondere i primi dati sul divario
retributivo, cosa che da allora dovranno fare ogni anno. Per le imprese più
piccole, l’obbligo di comunicazione avrà invece cadenza triennale. Quelle sotto
i 100 dipendenti non avranno obblighi di comunicazione.
Ecco le principali novità previste. Innanzitutto le aziende saranno tenute a
fornire informazioni retributive già nella fase di selezione del personale. Gli
annunci di lavoro dovranno contenere dettagli chiari sul trattamento economico
offerto per la posizione e ai candidati non potranno essere richieste
informazioni riguardo ai salari percepiti nei lavori precedenti. Questo per
garantire che i datori di lavoro non possano discriminare in fase di assunzione
sulla base delle retribuzioni precedenti dei candidati.
I lavoratori avranno poi il diritto di conoscere le retribuzioni medie dei
colleghi che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, disaggregate
per genere. Qualora le informazioni ricevute siano ritenute imprecise o
incomplete, “i lavoratori hanno il diritto di richiedere, personalmente o
tramite i loro rappresentanti, ulteriori chiarimenti riguardo ai dati forniti.
La risposta deve essere motivata”. E se una differenza salariale non
giustificata tra uomini e donne supera il 5%, i datori di lavoro dovranno
intervenire per correggerla. In particolare, dovranno collaborare con i
rappresentanti dei lavoratori per adottare misure correttive che possano ridurre
o eliminare il divario. In Italia al momento le differenze sono particolarmente
evidenti in settori come quello finanziario (dove il gap arriva al 32%), ma
anche nel commercio (23,7%) e nella manifattura (20%).
Per la prima volta, il decreto stabilisce anche un set di indicatori per
monitorare non solo la parte fissa della retribuzione, ma anche quella
complementare (bonus, premi, ecc.). Questa distinzione è particolarmente
rilevante, visto che spesso il gender pay gap si manifesta proprio nelle
componenti variabili della retribuzione, che possono essere più difficili da
monitorare senza un sistema di indicatori chiaro.
Si prevede la creazione di un comitato di monitoraggio, che avrà il compito di
raccogliere e analizzare i dati sul divario retributivo di genere e promuovere
azioni correttive a livello nazionale. Si occuperà di pubblicare periodicamente
i dati, fornendo un quadro trasparente della situazione in Italia.
L’articolo 4 stabilisce che i contratti collettivi di lavoro devono assicurare
sistemi di determinazione delle retribuzioni “fondati su criteri oggettivi e
neutri rispetto al genere, idonei a garantire la parità di retribuzione per uno
stesso lavoro o per un lavoro di pari valore”. E il successivo articolo 6
dispone che datori di lavoro “rendono facilmente accessibili ai lavoratori i
criteri utilizzati per determinare la retribuzione ed i livelli retributivi,
elaborati sulla base dell’articolo 4, nonché quelli stabiliti per la
progressione economica dei lavoratori”.
I rappresentanti dei datori di lavoro invitati al tavolo di confronto al
ministero per la presentazione dello schema di decreto temono contenziosi e
puntano a restringere l’applicazione del provvedimento.
L'articolo Arriva il decreto sulla parità salariale: i lavoratori potranno
conoscere gli stipendi medi dei colleghi divisi per genere proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Trasparenza
Per la commissaria Kaja Kallas, alla diplomazia europea serve “un lato
silenzioso”. Ma invece di abbassare il volume, sui messaggini scambiati in chat
dalla alte cariche politiche è calata totale oscurità. Ieri, al Parlamento Ue,
l’Alta rappresentante ha risposto e ad una lista di domande sulla chat della
piattaforma Signal, cui partecipano i ministeri degli Esteri dei 27 Paesi
europei. Ad amministrare il gruppo, per condividere informazioni al massimo
livello della diplomazia del Vecchio continente, è la stessa Kallas. L’esponente
estone ha minimizzato: “la chat è informale”, con messaggi spensierati come
selfie o foto di cagnolini, l’unico scopo è “coordinare” il lavoro. Dunque
nessuna informazione riservata, zero rischi per la sicurezza informatica.
KALLAS COME URSULA SUI VACCINI: “MESSAGGI INFORMALI”. DUNQUE ZERO TRASPARENZA
Argomenti identici a quelli di Ursula von der Leyen, quando trattò con il ceo di
Pfizer Albert Bourla il prezzo dei vaccini in piena pandemia, via sms. Nessuna
ha potuto leggerli, malgrado la Corte di Giustizia europea abbia bocciato il
rifiuto della Commissione a rivelarli al pubblico. Fu il New York Times a
chiedere l’accesso a quei messaggi, ma Ursula disse no. Dunque il negoziato
sulle fiale contro il Covid resta in buona parte all’ombra, malgrado l’indubbio
interesse pubblico. Idem per i messaggi nella chat di Kaja Kallas: i ministri
affrontano dossier sulla guerra in Ucraina, a Gaza, i dazi di Trump, ma in chat
nulla di serio. Una versione a prova di smentita – come quella sui vaccini della
Commissione Ue – perché i messaggi potrebbero essere stati cancellati. Di sicuro
non vengono archiviati, a sentire Kallas: “Ogni documento – ha spiegato – lo
gestiamo attraverso i canali ufficiali, c’è un contrassegno per questo, ma se
parlo con qualcuno nel corridoio, non c’è un contrassegno. Se chiamo qualcuno,
non c’è un contrassegno, la diplomazia ha bisogno anche del lato silenzioso”.
Eppure i ministeri degli esteri di Svezia e Danimarca hanno archiviato alcuni
messaggi nella chat di Kallas, come rivelato dalla testata Dagens Nyhete. Dunque
non potevano essere solo selfie e gattini. Diversi giornalisti hanno presentato
richieste di accesso agli atti ai ministeri dei loro governi, per leggere i
messaggi. Ma il rifiuto è prassi e la trasparenza negata.
I PRECEDENTI E L’OBBLIGO DELLA REGISTRAZIONE: NUOVA INDAGINE SUL MESSAGGIO
SIGNAL DI MACRON
Eppure le leggi prevedono l’archiviazione di ogni informazione che influisce sui
processi decisionali, inclusi i messaggi istantanei. Il Mediatore europeo lo ha
ribadito già due volte: nel 2020 per “messaggini” inviati da Donald Tusk (come
presidente del Consiglio Ue) durante i negoziati sul debito della Grecia; nel
2022, per gli sms di von der Leyen al ceo di Pfizer Albert Bourla. Ma Ursula ci
è ricascata: il 19 settembre la mediatrice Teresa Anjinho ha aperto un’indagine
sul messaggio inviatole da Macron, rivelato da Politico. Secondo la testata
brussellese, Macron avrebbe “tentato di far saltare un accordo commerciale con
il gruppo dei paesi latinoamericani del Mercosur, in lavorazione da due
decenni”. Altro che messaggini spensierati. La testata Follow the money aveva
chiesto l’accesso a quel messaggio rimediando il rifiuto della Commissione. E
ora Anjinho indaga sulle ragioni del diniego e le regole Ue per l’archiviazione
di messaggi istantanei. Per stilare il verdetto non potrà leggere il messaggio
Signal, subito cancellato: lo prevede il protocollo ufficiale di Bruxelles per i
messaggi su Signal.
IL CASO HEGSETH E L’APP DI SATO FRANCESE
Giova ricordare la graticola di Hegseth. Il capo del Pentagono rischiò le
dimissioni, per aver condiviso informazioni sui piani militari degli americani
in Yemen in una chat Signal. Per errore, nel gruppo era stato incluso il
giornalista di The Atlantic Jeffrey Goldberg. Del resto la diplomazia ricorre
sempre più spesso ai messaggi istantanei, al riparo da sguardi indiscreti e
senza l’onere di registrare nulla, tanto il messaggio si può cancellare con la
giustificazione: nulla di importante, solo informazioni di servizio.
Sottovalutando perfino i rischi di sicurezza informatica: Signal è la miglior
soluzione, gli esperti concordano, ma ha pur sempre base negli Usa.
Ieri anche l’europarlamentare 5 stelle Pasquale Tridico ha interrogato Kallas
sulla chat Signal. E’ preoccupato e cita proprio l‘affaire Hegseth: “Siamo
sicuri che nessun documento europeo sia mai stato condiviso su Signal mettendo
così a rischio la sicurezza europea? Noi crediamo che i funzionari e i dirigenti
dell’UE debbano scambiarsi informazioni riservate attraverso i canali ufficiali
e se l’e-mail è adesso considerata uno strumento obsoleto allora l’Ue crei un
suo nuovo sistema di messaggeria che garantisca la privacy e la sicurezza
informatica al 100%”.
Tridico indica la via scelta dalla Francia. Per tutelare riservatezza e
sovranità, Parigi ha imposto l’obbligo di comunicare con l’app di Stat Tchap,
per alte cariche e funzionari pubblici. Vietato Signal. Anche l’Italia lavora ad
una chat di Stato con il progetto affidato all’Istituto poligrafico e zecca
dello Stato, ma intanto si usa Signal, specie al ministero della Giustizia. Il
19 gennaio, la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi invitava i colleghi a
condividere informazioni su Almasri con l’app a stelle e strisce: “Meglio chat
su Signal. Niente per mail o protocollo”. Informazioni troppo riservate per i
canali ufficiali. In Europa almeno non lo dicono: su Signal niente di
importante, giura Kallas. Ma a Bartolozzi nessuno chiede conto.
L'articolo Kaja Kallas: “La chat sull’app Signal è il lato silenzioso della
diplomazia europea”. Tridico (M5s): “Sicurezza a rischio” proviene da Il Fatto
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