Tag - Zonaeuro

Chat control, l’Europa si spacca sulla sorveglianza di massa nel nome dei minori. Da aprile stop alla scansione dei messaggi
L’Europa si è spaccata sulla “sorveglianza di massa”, per citare le parole del Parlamento europeo a proposito del regolamento Csar (Child sexual abuse regulation). Lo scopo è consentire la scansione dei messaggi degli utenti in chat e via mail, da parte delle piattaforme tecnologiche, per contrastare la piaga della pedopornografia online in costante aumento. Dunque posta elettronica al setaccio, ma anche i messaggini via Whatsapp, Messenger, Instagram, Signal, Telegram. In gioco c’è il diritto alla riservatezza di 450 milioni di europei. Anche per l’importanza della posta in palio, il 16 marzo, è saltato l’accordo tra il Parlamento e i governi Ue riuniti nel Consiglio: dopo i negoziati aperti 4 giorni prima, il trilogo è ufficialmente fallito. Cosa è successo? “Con la loro mancanza di flessibilità, gli Stati membri hanno deliberatamente accettato che il regolamento provvisorio scadrà ad aprile”, ha dichiarato la relatrice tedesca del Parlamento Ue Birgit Sippel (S&D, socialisti e democratici). Risultato? “La scansione volontaria per contrastare la diffusione online di materiale pedopornografico da parte dei fornitori non sarà più possibile”. In sostanza, il Consiglio Ue ha ritenuto troppo blandi i controlli autorizzati dal Parlamento, al punto da preferirne l’azzeramento e far saltare i negoziati con Strasburgo. Secondo fonti del Parlamento Ue, molto raramente i governi Ue in senso al Consiglio hanno assunto posizioni così rigide. Potenzialmente, lo stop alla scansione dei messaggi è un vulnus nella lotta ai crimini sessuali contro i minori. Gli attivisti dei diritti digitali, invece, tirano un sospiro di sollievo. Anche il Movimento 5 stelle gioisce con Gaetano Pedullà: “Proteggere i bambini è un dovere sacrosanto, ma per una volta salutiamo con favore l’opposizione degli Stati Membri che non ha permesso al chat control I di entrare in vigore. La protezione dei minori non può trasformarsi in un sistema di sorveglianza di massa sui cittadini europei, con la fine della privacy e del diritto alla comunicazione riservata”. LA SCANSIONE DEI MESSAGGI IN DEROGA AI DIRITTI SULLA PRIVACY: TRATTATIVE IN CORSO SUL REGOLAMENTO DEFINITIVO Lo scontro tra il Parlamento e i governi riguarda la deroga alla direttiva ePrivacy del 2002. Il provvedimento europeo impedirebbe da 24 anni intrusioni nei messaggi privati online, nel nome della riservatezza. Ma dal 2021 vige una deroga per combattere gli abusi sessuali online a danno dei minori, in vertiginoso aumento. In virtù dell’eccezione, la piattaforme digitali possono accedere ai messaggi degli utenti segnalando alle forze dell’ordine i casi di presunte molestie sessuali. Facebook già scansiona le comunicazioni a caccia di materiali pedopornografici: il 95% delle segnalazioni giunge dal colosso di Zuckerberg. Ma la scelta delle piattaforme di guardare dallo “spioncino” è volontaria, nessun obbligo di legge. La deroga alla tutela della privacy è stata prorogata nel 2024 e scadrà ad aprile 2026. Poi alt alla scansione dei contenuti: la Commissione europea invece ne aveva caldeggiato la prosecuzione con il testo proposto ufficialmente il 19 dicembre 2025, ammonendo sui rischi in caso di stop: “Ciò renderebbe più facile per i predatori la diffusione di materiale pedopornografico, la loro impunità e l’adescamento di bambini nell’Ue. L’individuazione proattiva da parte dei fornitori di servizi online è stata fondamentale per oltre 15 anni nel salvare i bambini da abusi in corso e nel portare i colpevoli davanti alla giustizia”. In realtà alle piattaforme è permesso accedere ai messaggi non da 15 anni bensì da 5, con l’entrata in vigore della deroga nel 2021. L’anno dopo, la Commissione europea ha proposto il regolamento Csar per trasformare la deroga temporanea in legge duratura. Gli attivisti dei diritti digitali – guidati da Patrick Breyer, ex europarlamentare del partito dei pirati tedesco – sono insorti contro il Csar battezzandolo “chat control 2.0”. La versione 1.0, per i difensori della privacy, è la deroga temporanea alle tutele per la riservatezza. LE TRATTATIVE SU CHAT CONTROL: DA UN LATO IL PARLAMENTO, DALL’ALTRA LA COMMISSIONE La proposta di regolamento di palazzo Berlaymont, firmata dalla socialdemocratica svedese Ylva Johansson, è stata già bocciata dal Parlamento europeo a novembre 2023, bollata come “sorveglianza di massa”: la scansione non sarebbe stata facoltativa, per le piattaforme, bensì obbligatoria. Infatti il testo dell’Eurocamera restringe nettamente il perimetro dei controlli sui messaggi. Su “chat control 2.0”, per lungo tempo neppure il Consiglio Europeo ha trovato l’accordo: fino a novembre 2025, quando l’intesa è giunta sul testo firmato dalla presidente danese Mette Frederiksen, socialdemocratica come Johansson. Dopo 3 anni di trattative, i governi hanno trovato la quadra adottando il principio cardine della deroga provvisoria: niente obbligo per le piattaforme di scansionare i messaggi degli utenti (come voleva la Commissione) bensì una scelta volontaria. Un passo indietro rispetto al testo di Palazzo Berlaymont. Ora sono in corso i triloghi per il regolamento definitivo. Ma il fallimento dei negoziati su “chat control 1.0” lascia presagire nuovi ostacoli lungo le trattative per l’approvazione. Da una parte, il Consiglio e la Commissione Ue premono per favorire la scansione dei messaggi contro la pedopornografia online, almeno su base volontaria. Dall’altra, il Parlamento Ue prova a mitigare i controlli delle piattaforme ascoltando le preoccupazioni per la privacy sollevate da giuristi e istituzioni del Vecchio continente. L’11 marzo all’Eurocamera è passato l’emendamento dei Verdi che ha stravolto il testo della Commissione per rinnovare la proroga ai controlli su chat e mail. La modifica restringeva il campo dei controlli solo agli utenti “identificati dall’autorità giudiziaria competente”, sui quali si nutrano “ragionevoli motivi per sospettare l’esistenza di un legame, anche indiretto, con materiale pedopornografico”. Dunque niente controlli indiscriminati su tutti gli utenti. Non solo: esclusi dalla scansione anche i servizi con crittografia end to end, come Whatsapp e Signal. Risultato: l’11 marzo il Parlamento ha rinnova la deroga per consentire i controlli in chat, a costo di depotenziare ampiamente il testo della Commissione Ue. Del resto, il 2 marzo la Commissione Libe aveva già bocciato la proposta di palazzo Berlaymont. Nove giorni dopo, la formulazione in salsa “light” passa a Strasburgo con 458 voti a favore, 103 contrari e 63 astensioni. Dunque una bocciatura trasversale, da destra a sinistra, verso i controlli indiscriminati delle piattaforme tecnologiche (per lo più americane) sui messaggi dei cittadini europei: malgrado lo scopo sia combattere gli abusi sessuali online a danno dei minori. Il Consiglio Ue ha reagito facendo saltare i negoziati del trilogo. Ovvero: meglio nessun controllo, rispetto alla versione alleggerita del parlamento Ue. L'articolo Chat control, l’Europa si spacca sulla sorveglianza di massa nel nome dei minori. Da aprile stop alla scansione dei messaggi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Privacy
Commissione Europea
Zonaeuro
Pedopornografia
Ue, il commissario Hansen: “In caso di guerra gli agricoltori sarebbero importanti, guidano mezzi pesanti”. M5s: “Parole assurde”
“In caso di guerra gli agricoltori sarebbero molto importanti. Sanno guidare mezzi pesanti e conoscono benissimo il territorio”. Lo ha detto il Commissario europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale Christophe Hansen durante la sua audizione al Parlamento europeo. Dichiarazioni che non sono piaciute al M5s. “Non volevamo credere alle nostre orecchie” ha commentato Danilo Della Valle, europarlamentare del Movimento, in una nota. “Contestiamo queste parole assurde che dimostrano ancora una volta la vera natura di questa Commissione guerrafondaia”. L'articolo Ue, il commissario Hansen: “In caso di guerra gli agricoltori sarebbero importanti, guidano mezzi pesanti”. M5s: “Parole assurde” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zonaeuro
Parlamento Europeo
Orbán e Fico mettono il veto sul prestito da 90 miliardi all’Ucraina: Ue approva le conclusioni con soli 25 Stati membri
Viktor Orbán e Robert Fico non mollano e bloccano l’impegno europeo di sostegno all’Ucraina, almeno fino a quando Kiev non ripristinerà le forniture di petrolio russo ai due Paesi attraverso l’oleodotto Druzhba danneggiato dai bombardamenti. A niente sono serviti gli appelli degli altri Stati membri, tantomeno le richieste delle istituzioni Ue di rispettare la parola data. E nemmeno l’impegno del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di ripristinare le forniture entro un mese e mezzo, ammorbidendo così le sue posizioni intransigenti sui flussi di petrolio russo verso l’Ue. Così, il Consiglio Ue non ha potuto far altro che approvare le conclusioni in merito solo col sostegno di 25 Stati membri su 27 l’invio del prestito da 90 miliardi a sostegno dell’Ucraina e l’imposizione del ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia. La decisione finale, raccontano fonti di Bruxelles, è arrivata dopo un lungo e concitato dibattito tra i capi di Stato e di governo, la maggior parte dei quali era impegnato a cercare di convincere Budapest e Bratislava a rispettare gli accordi raggiunti lo scorso anno. Orbán, raccontano, ha fatto un breve intervento sostenendo che la propria posizione è “legalmente solida”. Parole alle quali ha replicato il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, che ha definito il suo comportamento “inaccettabile” e “contrario” al principio della leale cooperazione previsto dai Trattati. D’altra parte, il leader ungherese, che tra meno di un mese dovrà affrontare le elezioni parlamentari in patria che lo vedono, almeno stando ai sondaggi, i netto svantaggio sul suo principale avversario, Peter Magyar, lo aveva anticipato in mattinata entrando all’incontro: “La posizione ungherese è molto semplice, siamo pronti a sostenere l’Ucraina quando avremo il nostro petrolio che è bloccato da loro. Fino ad allora non ci sarà alcuna decisione favorevole per l’Ucraina”. Inutili le promesse fatte da Kiev nei giorni scorsi, giudicate dai due Paesi dell’Est Europa “una farsa“: “Noi aspettiamo il petrolio. Tutto il resto è solo una favola. Crediamo solo ai fatti. Il petrolio deve arrivare in Ungheria e poi si aprirà un nuovo capitolo. Fino ad allora non possiamo sostenere alcuna proposta pro-ucraina. Senza quel petrolio tutte le famiglie ungheresi e le aziende andranno in bancarotta. Non è uno scherzo, non è un gioco politico, Volodymyr Zelensky dovrebbe capirlo”. I temi sul tavolo del Consiglio erano tanti, dalla guerra in Iran alla nuova crisi energetica, ma molti leader hanno deciso di lanciare un appello a Ungheria e Slovacchia, prima dell’incontro, affinché tornassero sulle loro posizioni. “Se si dice di impegnarsi su qualcosa, poi quell’impegno deve essere rispettato – ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola – Questo è sempre stato lo spirito del Consiglio europeo, così come lo è lo spirito della leale cooperazione tra le istituzioni. Il Parlamento ha votato sul prestito e la decisione è stata formalizzata anche dal Consiglio, ora ci aspettiamo che venga attuata. Sarà sempre richiesto a tutti coloro che siedono attorno al tavolo” Che il clima, però, non fosse favorevole al raggiungimento dell’unanimità era chiaro a tutti. Tanto che l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, si era detta “non molto ottimista, ma so che il presidente Costa si sta davvero impegnando al massimo per trovare una soluzione con Orbán “. Nel tentativo di sbloccare la situazione, supportando l’Ucraina nel ripristino dei flussi di petrolio, l’Unione europea aveva inviato dei suoi esperti nel Paese di Volodymir Zelensky per valutare le reali condizioni delle pipeline. Uno sforzo inutile, dato che Orbán e Fico hanno deciso di non rinunciare al proprio diritto di veto. X: @GianniRosini L'articolo Orbán e Fico mettono il veto sul prestito da 90 miliardi all’Ucraina: Ue approva le conclusioni con soli 25 Stati membri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zonaeuro
Unione Europea
Volodymyr Zelensky
Viktor Orban
Huaweigate, interrogato per oltre quattro ore Andrea Maellare: è l’ex assistente dell’europarlamentare Martusciello
Oltre quattro ore. Tanto è durato l’interrogatorio di Andrea Maellare, l’ex assistente dell’europarlamentare di Forza Italia Fulvio Martusciello coinvolto dalla Procura federale del Belgio nel cosiddetto scandalo Huaweigate. Nei giorni scorsi, Maellare ha ricevuto un avviso di garanzia e un invito a farsi interrogare perché è indagato nell’ambito dell’inchiesta “5G” per associazione a delinquere, corruzione pubblica, falsificazione di atti, utilizzo di documenti falsificati e riciclaggio di denaro. Contattato al termine dell’interrogatorio da Ilfattoquotidiano.it, l’avvocato Sabrina Rondinelli ha spiegato che “il mio assistito ha risposto a tutte le domande della polizia in relazione al fascicolo 5G”. “Il dottore Andrea Maellare – ha aggiunto – si è dichiarato estraneo ai fatti con prove a sua difesa che abbiamo depositato oggi e posso dire che lui è vittima di questa vicenda. Faccio presente che è un ragazzo che si è fatto da solo, con la passione per la politica e si trova nel suo lavoro solo per meritocrazia. Sto valutando azioni a tutela della sua immagine”. Sul contenuto dell’interrogatorio non trapela nulla, ma è chiaro che l’interesse degli investigatori della polizia federale belga è tutto sul rapporto tra l’ex assistente e Martusciello il cui nome è apparso, sin da subito, al centro dell’inchiesta esplosa l’anno scorso. Ed è probabilmente su questo punto che ruotano le prove depositate dall’avvocato Rondinelli a difesa di Maellare. Intanto, alcune fonti da Bruxelles interne ai palazzi del Parlamento europeo confermano che, dopo i rinvii delle scorse settimane, la Commissione Giuridica (Juri) ha ricalendarizzato l’audizione dell’europarlamentare di Forza Italia in merito alla richiesta di revoca dell’immunità presentata nei suoi confronti dall’autorità giudiziaria belga. Martusciello dovrebbe comparire il 24 marzo, quando si difenderà dalle accuse presentate dalla Procura federale e discuterà la sua memoria difensiva che è già agli atti della Commissione giuridica. Lo scandalo Huaweigate è diventato di dominio pubblico dopo i 21 blitz eseguiti l’anno scorso dagli agenti belgi, portoghesi e francesi su mandato della Procura federale belga. Il presunto giro di mazzette partite da Huawei per finire nelle tasche di europarlamentari sarebbe collegato alla corsa dei colossi delle tlc ad accaparrarsi bandi per lo sviluppo della rete 5G in Europa. Da parte degli Stati Uniti e di anime della politica europea si chiedeva l’esclusione delle società cinesi per motivi di sicurezza interna. Cosa che poi è avvenuta. Per evitarla, è la tesi della Procura, i lobbisti di Huawei spingevano alcuni europarlamentari, dietro ricompensa, a fare pressione sulle istituzioni affinché non escludessero le aziende di Pechino, arrivando a parlare di “razzismo tecnologico”. Tesi, questa della Procura federale, che sarebbe supportata da una lettera datata gennaio 2021 nella quale il primo firmatario, Martusciello appunto, e altri eurodeputati si appellavano direttamente alla Commissione. L’accordo sarebbe consistito in 15 mila euro di compenso all’autore delle lettere e 1.500 euro ai restanti europarlamentari cofirmatari. Agli atti dell’inchiesta sarebbero finiti anche diversi messaggi e mail, ma anche alcuni bonifici con i quali gli investigatori hanno tracciato i movimenti di denaro che sarebbe stato versato da Huawei. Dopo essere transitati sui conti di due società, una belga e una inglese, infatti, questi soldi rappresenterebbero le famose “mazzette” su cui indaga la Procura federale. Mazzette che, una volta arrivate sui conti correnti di alcuni assistenti parlamentari, avrebbero così chiuso il cerchio del presunto “patto corruttivo”. L'articolo Huaweigate, interrogato per oltre quattro ore Andrea Maellare: è l’ex assistente dell’europarlamentare Martusciello proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zonaeuro
Parlamento Europeo
Forza Italia
Huawei
Tridico (Parlamento Ue): “Tassare gli extraprofitti di aziende energetiche e produttori di armi per aiutare chi è danneggiato dai rincari”
Alla prossima plenaria di Strasburgo proporrà che i Paesi Ue tassino gli extraprofitti delle aziende energetiche e dei produttori di armi e usino le risorse per aiutare cittadini e piccole imprese che stanno pagando il conto della guerra con l’Iran scatenata da Donald Trump. Con cui lo scorso anno Ursula von der Leyen ha sottoscritto accordi “sciagurati, contro gli interessi dell’Europa”. In parallelo, Pasquale Tridico continua a sostenere la necessità di tassare Big Tech e grandi patrimoni per alleggerire il carico fiscale su lavoro e classe media. L’economista, ex presidente Inps, oggi europarlamentare M5s e presidente della sottocommissione fiscale del Parlamento europeo, è il padrone di casa della quarta edizione dell’EU Tax Symposium in corso a Bruxelles, dedicato al futuro della tassazione in un mondo che vede allargarsi sempre di più le disuguaglianze. Domanda. L’aumento dei prezzi dell’energia causato dall’offensiva di Usa e Israele contro l’Iran si fa sentire nelle tasche dei cittadini europei. Ma molti Paesi, a partire dall’Italia, non hanno risorse per intervenire con aiuti corposi. Come uscirne? Risposta. Anche in questo caso abbiamo non solo aumenti dei prezzi dovuti ai maggiori costi, ma anche alla speculazione. Qualcuno la definisce inflazione “da scusa”: in un clima in cui sembra che i costi aumentino per tutti, alcune imprese aumentano i prezzi in modo ingiustificato e così aumentano i propri margini. Questo porta a un impoverimento della classe media, dei lavoratori, dei pensionati e di chi vive di reddito da lavoro. La nostra proposta è quella di una tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche, petrolifere e anche delle aziende legate alla produzione di armi. Poi queste risorse andrebbero redistribuite a cittadini e imprese che si trovano a fronteggiare aumenti di spesa per gas, luce, benzina o diesel. D. Dovrebbe essere una misura europea? In Italia il governo Draghi aveva provato a introdurne una nel 2022, ma non ha funzionato granché: il gettito è stato molto inferiore al previsto. R. Non ha funzionato perché non c’era una vera volontà politica. Era scritta male, ma non perché chi l’ha scritta non fosse capace: alla base c’era un’ambiguità. Noi come M5s presenteremo una proposta al Parlamento europeo, nella prossima plenaria a Strasburgo. E domani ne discuterò durante il Tax Symposium con il Nobel Joseph Stiglitz. Poi saranno ovviamente i Paesi membri a dover legiferare. Ma se l’idea sarà sostenuta da una maggioranza forte all’Europarlamento questo conterà. Così come, in negativo, contano le mozioni approvate dal Parlamento su invio di armi e finanziamento della guerra. D. Ma come si misurano concretamente gli extraprofitti? R. Bisogna guardare a un periodo storico, ad esempio gli ultimi cinque anni, e analizzare l’andamento dei profitti delle aziende. Poi si confrontano gli aumenti di prezzo recenti con i profitti realizzati. Se i profitti crescono in modo proporzionale ai costi può essere giustificato. Ma se i profitti aumentano molto più dei costi, allora siamo di fronte a extraprofitti. Ci sono analisi della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale che mostrano come negli ultimi anni l’inflazione sia stata in gran parte determinata dall’offerta. Ovvero dai gruppi che offrono prodotti sul mercato in settori molto concentrati o quasi monopolistici, come l’energia o l’industria degli armamenti. D. Passiamo alla fiscalità internazionale. L’Ocse ha formalizzato l’accordo “side by side” che di fatto esonera le multinazionali Usa gli Stati Uniti dalla tassa minima globale del 15%. La Commissione Ue sostiene che è un compromesso equilibrato perché resta in vigore la minimum tax domestica. Ma le ong per la giustizia fiscale ed economisti come Gabriel Zucman parlano di una resa. Lei come lo interpreta? R. Tutti gli accordi che la Commissione europea ha concluso con gli Stati Uniti nel 2025 sono stati contro gli interessi dell’Europa. Lo abbiamo visto con l’accordo di luglio sui dazi al 15% sui prodotti europei, con il fallimento del Pillar 1 sulla tassazione dei servizi digitali e ora con la Global Minimum Tax. Gli Stati Uniti sostengono di avere già una loro minimum tax nazionale intorno al 14%, che però non considera molti crediti d’imposta. Di fatto la tassazione effettiva può scendere anche al 10-12%. Questo crea uno squilibrio tra le imprese europee e quelle americane. L’accordo su misura permette agli Stati Uniti di restare fuori dal Pillar 2: è stato accettato dalla Commissione in modo sciagurato. D. Von der Leyen aveva leve negoziali per ottenere qualcosa di meglio? R. Io penso di sì. L’Europa ha un grande vantaggio: un mercato unico di 450 milioni di consumatori. È il mercato maturo più grande al mondo, il mercato più grande anche per gli Stati Uniti per quanto riguarda i servizi digitali: lo dovremmo far valere. Ad esempio, noi avevamo proposto una Digital Service Tax europea sulle grandi piattaforme digitali. I settori tradizionali, quelli con molti lavoratori, sono già molto tassati. Pensiamo all’industria manifatturiera: con un salario lordo di 40mila euro, tra imposte e contributi il lavoratore porta a casa meno della metà. I grandi gruppi digitali che sostituiscono lavoro con tecnologia invece hanno costi marginali molto bassi e grandi fatturati. D. La Ue discute da tempo dell’introduzione di nuove “risorse proprie”, cioè tasse che contribuiscano al bilancio comune e in prospettiva a ripagare i prestiti contratti per il Next generation Eu. Si era parlato anche di una Digital service tax ad hoc, ma non se n’è fatto nulla. L’anno scorso la presidenza polacca del Consiglio Ue, riprendendole proposte dell’economista Gabriel Zucman, ha ipotizzato una tassa sugli ultra-ricchi: come funzionerebbe? R. Sarebbe una tassa minima del 2-3% sui patrimoni sopra i 100 milioni di euro. In Europa parliamo di poche centinaia di persone, circa 521 individui, 76 dei quali in Italia. Gli studi mostrano che il top 1% della distribuzione del reddito paga in proporzione meno tasse di un lavoratore medio, quindi si tratta di una misura di equità. Una misura di questo tipo potrebbe generare fino a 120 miliardi di euro a livello europeo. E servirebbe anche per ristabilire fiducia tra cittadini e istituzioni: se vogliamo mantenere il welfare europeo dobbiamo ridurre la pressione fiscale su lavoratori e piccole imprese e aumentarla sulle grandi corporation e sui patrimoni più elevati. D. Tra le proposte della Commissione c’era anche quella di incamerare una parte dei proventi delle aste delle quote di emissione nell’ambito del sistema Ets. Che ora il governo italiano vorrebbe eliminare. R. La transizione ecologica non va fermata: se noi continuiamo a rinviare il raggiungimento degli obiettivi, paesi che stanno facendo grandi investimenti in questo settore, per esempio la Cina, ci lasceranno indietro. In ogni caso la richiesta di Giorgia Meloni è già stata bocciata da otto Paesi secondo cui non va nella giusta direzione. Non c’è consenso, al Consiglio Ue non passerà. Anche il governo Merz, di solito abbastanza in linea con le proposte della Meloni, si è chiamato fuori. L'articolo Tridico (Parlamento Ue): “Tassare gli extraprofitti di aziende energetiche e produttori di armi per aiutare chi è danneggiato dai rincari” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zonaeuro
Parlamento Europeo
Tassazione
Pasquale Tridico
Unicredit alle porte di Commerzbank. Merz: “Vogliamo l’indipendenza della nostra banca, ma la risposta sta a lei”
“Unicredit è tenuta a fare un’offerta di acquisizione, avendo superato la soglia del 30%. Questo è prescritto dal diritto commerciale. Adesso la questione compete ai due soggetti interessati. L’opinione politica del governo è chiara: vogliamo mantenere l’indipendenza di Commerzbank. Ma adesso Commerzbank deve dare una risposta e tutto il resto si vedrà nelle prossime settimane e mesi”. Se non come un’apertura, che non c’è, il commento del cancelliere tedesco Friedrich Merz, all’ultima mossa di Unicredit a Francoforte suona almeno come un “non siamo d’accordo, ma se la vedano loro”. La banca italiana ha lanciato un’offerta pubblica volontaria di scambio per superare il 30% dell’istituto tedesco che già possiede e avere anche più flessibilità rispetto ai piani di acquisto di azioni proprie di Commerzbank, che comportano fluttuazioni degli italiani da una parte all’altra della soglia rilevante del 30 per cento appunto. “Non puntiamo al controllo, ma a un dialogo costruttivo con Commerzbank e gli altri stakeholder”, ha detto l’amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, presentando l’operazione agli analisti. “È giunto il momento di dialogare. Ci auguriamo quindi che questa offerta ribadisca questo messaggio e la nostra costante disponibilità al dialogo con la dirigenza di Commerzbank. Rimaniamo convinti del notevole valore che una soluzione concordata potrebbe generare”, ha aggiunto il banchiere spiegando che l’operazione “non presenta svantaggi rispetto all’obiettivo di stimolare un dialogo costruttivo. Il nostro obiettivo con questa operazione è superare la soglia del 30%. Possiamo raggiungerlo solo con un’offerta pubblica di acquisto volontaria che, come previsto dalla legge tedesca, è un’offerta a tutti gli azionisti per il 100% delle azioni. La nostra aspettativa, tuttavia, è di non superare di molto il 30%”. Resta ovviamente ferma la premessa alla base dell’ingresso di Unicredit in Commerzbank: “Credo che una fusione non solo aggiungerebbe molto valore agli azionisti, ma anche alla Germania, all’Europa, ai clienti e alle persone che lavorano presso Commerzbank e Unicredit”, dice Orcel. E, almeno a parole, l’Europa lo sostiene. “Per rendere l’Unione del risparmio e degli investimenti un successo”, fanno sapere da Bruxelles senza entrare nel merito del caso specifico, “abbiamo bisogno di banche forti, perché sono intermediari chiave nei mercati dei capitali”, mentre le nostre banche “non hanno raggiunto una scala sufficiente per essere competitive sul piano internazionale”. Invece “il consolidamento nel settore bancario attraverso fusioni domestiche e transfrontaliere contribuirebbe a migliorare l’efficienza e la redditività delle banche”. Ma Commerzbank non apre. “Non ci sono le basi per i colloqui”, manda a dire il numero uno Bettina Orlopp, che si ribadisce convinta “della forza e del potenziale della nostra strategia, che punta sull’autonomia e sulla crescita redditizia”. E protesta perché “di fatto” non c’è “alcun premio per i nostri azionisti”. In ogni caso il consiglio di amministrazione e il consiglio di Sorveglianza di Commerzbank “esamineranno attentamente” l’offerta una volta pubblicata, “agendo nel migliore interesse della banca, dei suoi azionisti, dei dipendenti e dei clienti”. Intanto il capo del consiglio di fabbrica della banca, Sascha Ubel annuncia un’azione di difesa “con tutte le nostre forze e i nostri mezzi” di fronte a quello che definisce come “il passo successivo della spudoratezza” che, “non è solo un passo non concordato, ma ostile”. E così il portavoce del ministero delle Finanze tedesco, cui fa capo il 12% della banca, ha buon gioco a sottolineare che “un’acquisizione ostile non sarebbe accettabile” e quello di Unicredit “è un annuncio, di cui prendiamo atto, non ancora una proposta”. I base ai dettagli dell’operazione forniti dalla banca, Unicredit prevede che la propria offerta sarà pari a 0,485 azioni proprie per ogni azione Commerzbank, il che implica un prezzo di 30,8 euro per azione (32,1 euro a +8,6% la chiusura in Borsa) della banca tedesca, ovvero un premio del 4% rispetto alla chiusura del 13 marzo. ll rapporto di cambio sarà determinato dalla BaFin, l’autorità di vigilanza finanziaria tedesca, nei prossimi giorni sulla base del prezzo medio ponderato per i volumi degli ultimi tre mesi delle azioni delle due banche. Si prevede che l’offerta sia formalmente avviata all’inizio di maggio, con un periodo di adesione di quattro settimane. Per Standard & Poor’s l’offerta “è la conferma che UniCredit continua a perseguire un accordo più ampio e trasformativo con Commerzbank”, tanto che non si esclude che “i termini dell’offerta di scambio possano cambiare prima della chiusura dell’operazione, prevista per giugno”. In particolare “se le discussioni che UniCredit intende avviare con tutti gli stakeholder di Commerzbank dovessero tradursi in un sostegno a un accordo di più ampia portata”. L'articolo Unicredit alle porte di Commerzbank. Merz: “Vogliamo l’indipendenza della nostra banca, ma la risposta sta a lei” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zonaeuro
Germania
Unicredit
Banche Europee
“Huaweigate”, indagato Andrea Maellare: è un altro assistente parlamentare del forzista Martusciello. Martedì l’interrogatorio
La Procura federale del Belgio scrive un altro capitolo nel cosiddetto scandalo Huaweigate. E rischia di farlo a pochi giorni dall’audizione dell’europarlamentare di Forza Italia Fulvio Martusciello davanti alla Commissione Juri in merito alla richiesta di revoca dell’immunità presentata nei suoi confronti dall’autorità giudiziaria belga. Quest’ultima sospetta il coinvolgimento del politico italiano nel presunto giro di mazzette che da Huawei passavano nelle mani di lobbisti e assistenti parlamentari per poi finire nelle tasche anche di europarlamentari. Nell’inchiesta, però, c’è un nuovo indagato al quale, nei giorni scorsi, la polizia ha notificato un invito a essere interrogato. Si tratta di Andrea Maellare, 30 anni, di Soverato (Catanzaro), cresciuto tra le fila di Forza Italia Giovani sino a diventare coordinatore regionale e vice delegato nazionale. Ruoli che, nel tempo, lo hanno messo in contatto con i big del partito: dal defunto presidente Silvio Berlusconi all’attuale segretario nazionale e ministro degli Esteri Antonio Tajani, passando dai vertici calabresi di Forza Italia. Ma anche con l’europarlamentare campano Fulvio Martusciello del quale, nel 2019, era diventato stagista. Maellare, insomma, è stato un enfant prodige della politica azzurra e, nel 2020, dopo uno stage di 7 mesi, a soli 24 anni è diventato il più giovane assistente parlamentare in Europa. Ovviamente di Martusciello. Oggi di anni ne ha 30 e ha ricevuto un avviso di garanzia in seguito al quale martedì “sarà interrogato, – si legge nell’atto – in qualità di sospettato”, per reati gravissimi e punibili “con la reclusione”. Andrea Maellare, infatti, rischia il carcere per associazione a delinquere, corruzione pubblica, falsificazione di atti, utilizzo di documenti falsificati e riciclaggio di denaro. Oltre all’elenco dei reati contestati, nell’avviso di citazione c’è scritto che sebbene l’indagato “non sia privato della libertà”, la sua posizione potrebbe cambiare dopo l’interrogatorio. Testualmente, infatti, si legge: “Tuttavia tenete presente che il pubblico ministero, a seconda delle circostanze, può disporre l’arresto nell’ambito delle indagini”. Ed è per questo motivo che l’autorità giudiziaria belga consiglia a Maellare di presentarsi, accompagnato da un avvocato, martedì alle 9 negli uffici della polizia federale dove potrà decidere se “fare una dichiarazione, rispondere alle domande poste oppure rimanere in silenzio”. Lo scandalo Huaweigate è diventato di dominio pubblico l’anno scorso dopo i 21 blitz compiuti dagli agenti belgi, portoghesi e francesi su mandato della Procura federale belga. Il presunto giro di mazzette partite da Huawei per finire nelle tasche di europarlamentari sarebbe collegato alla corsa dei colossi delle tlc ad accaparrarsi bandi per lo sviluppo della rete 5G in Europa. Da parte degli Stati Uniti e di anime della politica europea si chiedeva l’esclusione delle società cinesi per motivi di sicurezza interna. Cosa che poi è avvenuta. Per evitarla, è la tesi della Procura, i lobbisti di Huawei spingevano alcuni europarlamentari, dietro ricompensa, a fare pressione sulle istituzioni affinché non escludessero le aziende di Pechino, arrivando a parlare di “razzismo tecnologico”. Tesi, questa della Procura federale, che sarebbe supportata da una lettera datata gennaio 2021 nella quale il primo firmatario, Martusciello, e altri eurodeputati si appellavano direttamente alla Commissione. L’accordo sarebbe consistito in 15mila euro di compenso all’autore delle lettere e 1.500 euro ai restanti europarlamentari cofirmatari. Agli atti dell’inchiesta sarebbero finiti anche numerosi messaggi e, soprattutto, i bonifici a riscontro delle somme di denaro versate da Huawei. Dopo essere transitati sui conti di due società, una belga e una inglese, questi soldi rappresenterebbero le famose “mazzette” su cui indaga la Procura federale. Mazzette che, una volta arrivate sui conti correnti di alcuni assistenti parlamentari, avrebbero così chiuso il cerchio del presunto “patto corruttivo”. Ritornando all’interrogatorio di martedì, il calabrese Andrea Maellare non è il primo assistente parlamentare di Martusciello coinvolto nell’inchiesta. Nel marzo 2025, infatti, era stato il turno di Lucia Luciana Simeone destinataria di un mandato di arresto europeo per i reati di associazione per delinquere, corruzione e riciclaggio. Travolta dallo scandalo Huaweigate, dopo qualche giorno di carcere a Secondigliano, Simeone era tornata a casa ai domiciliari concessi dalla Corte di Appello di Napoli. A un mese dall’incarcerazione, il suo mandato di arresto europeo è stato revocato perché il giudice istruttore belga ha “preso atto – avevano spiegato i legali della Simeone – della volontà dell’assistente parlamentare di fornire ogni chiarimento sulla sua posizione”. Un po’ quello che, adesso, sta succedendo ad Andrea Maellare. Nei cui confronti, però, ancora c’è solo un avviso di garanzia e quello che, dalle parti di Bruxelles, chiamano un “invitation a etre entendu”. L'articolo “Huaweigate”, indagato Andrea Maellare: è un altro assistente parlamentare del forzista Martusciello. Martedì l’interrogatorio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zonaeuro
Unione Europea
Forza Italia
Huawei
Ue, tra Ppe ed estrema destra è nata una nuova alleanza: “Messaggi e incontri tra eurodeputati per votare la stretta sull’immigrazione”
Il cordone sanitario intorno all’estrema destra in Ue è ormai ridotto in pezzi. Dopo gli ammiccamenti, i voti che hanno sancito l’ascesa della nuova ‘maggioranza Giorgia‘ a scapito dell’originaria ‘maggioranza Ursula‘, adesso un’inchiesta della Dpa ha svelato che nei giorni precedenti all’ennesimo blitz per inasprire, contro la volontà degli alleati socialisti, la stretta sull’immigrazione c’è stata una contrattazione e un successivo accordo tra il Partito Popolare Europeo di quel Manfred Weber che aveva sempre escluso ogni collaborazione con l’estrema destra, i Conservatori di cui fa parte anche Fratelli d’Italia, i Patrioti che ospitano, tra gli altri, Fidesz, Rassemblement National e Lega e anche quello dei Sovranisti di Alternative für Deutschland. Curioso, quindi, che sia stato proprio il capogruppo tedesco del Ppe a esultare tra i primi dopo l’approvazione della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (Libe) del Parlamento europeo al mandato negoziale sul nuovo regolamento rimpatri. Anche perché, col sostegno dell’estrema destra, i Popolari sono riusciti ad approvare tutti gli emendamenti redatti dal relatore François-Xavier Bellamy, bocciando invece quelli di compromesso presentati da Renew e sostenuti anche da S&D. Un “passo importante” nella direzione giusta, perché “deve essere chiaro che portiamo i migranti illegali fuori dall’Ue”, ha esultato Weber prima di aggiungere che “siamo a favore degli hub per i rimpatri“: “Sulle migrazioni il Ppe e S&D – ha aggiunto – hanno idee diverse su come risolvere il problema. Ed è un bene che si veda. Fa parte della democrazia”. Una lettura che non tiene conto di alcune variabili, la sua. Perché se Weber non sembra avere alcun problema ad abbattere il cordone sanitario che lui stesso si era preso l’impegno di dichiarare sulle formazioni del gruppo dei Patrioti e dei Sovranisti, un altro leader di alto rango della Cdu tedesca, ossia il principale partito europeo all’interno della più grande famiglia europea, del Paese più influente dell’Ue che esprime anche la presidente della Commissione, aveva messo la propria faccia due giorni prima a garanzia dell’impossibilità di creare un’alleanza tra Cdu e AfD: il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Dopo la sconfitta alle elezioni in Baden-Württemberg, alla domanda su una possibile maggioranza alternativa composta dall’Unione Cristiano-Democratica e la formazione di estrema destra aveva risposto: “Non cercherò un’altra maggioranza nel Bundestag“, anche se alcuni media mi sollecitano a farlo. Quel ‘qualcuno’, forse, non sono solo i media e siede invece tra i banchi di Bruxelles. Secondo quanto riporta Dpa, la collaborazione tra il Ppe e AfD, partito largamente maggioritario all’interno del gruppo Europa delle Nazioni Sovrane, che comprende anche Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, è attiva “in modo più stretto di quanto finora noto”. L’agenzia di stampa scrive che esponenti dei Popolari hanno discusso il testo poi approvato in una chat WhatsApp e durante un incontro privato tra eurodeputati di destra. Indiscrezioni che hanno portato Weber a rispondere con un no comment. Dall’inchiesta emerge che i contatti tra le parti sono iniziati dopo che le trattative tra Ppe, Socialisti e liberali su un testo condiviso si erano insabbiate. Oggetto dello scontro, come prevedibile, gli hub per i rimpatri. Così l’attenzione dei Popolari si è spostata sulle forze alternative, ben più aperte a inasprire le regole sull’immigrazione. Tanto che in una chat di gruppo, dicono, sono stati discussi anche emendamenti proposti da AfD, tra cui un rafforzamento dei controlli sull’età dei richiedenti asilo. Un confronto online che il 4 marzo è sfociato in un incontro tra eurodeputati del Ppe e rappresentanti dell’AfD, dei Conservatori e dei Patrioti nel quale sarebbe stata definita la proposta legislativa poi approvata in aula. Dopo l’intesa, nella chat è comparso il messaggio: “Grazie per questa eccellente collaborazione“. Ma non è la prima volta che il Ppe tradisce la maggioranza Ursula preferendole l’appoggio dell’estrema destra. L’ultimo episodio di rilievo risale a novembre quando, con un blitz in Conferenza dei presidenti, proprio Weber ha chiesto e ottenuto, con l’aiuto dell’estrema destra, il blocco di una missione in Italia dell’Eurocamera con focus sullo stato di diritto, la libertà di stampa e la giustizia. Il motivo: non interferire sul processo elettorale in vista del referendum del 22 e 23 marzo. Anche questa volta, gli esponenti coinvolti nell’accordo con l’estrema destra sono di primo piano. Il relatore è infatti François-Xavier Bellamy, vicepresidente del gruppo Ppe e tesoriere del partito. Segno che, nonostante le smentite di Merz, la fronda interna che punta a un’alleanza sempre più strutturata con l’estrema destra è molto nutrita. X: @GianniRosini L'articolo Ue, tra Ppe ed estrema destra è nata una nuova alleanza: “Messaggi e incontri tra eurodeputati per votare la stretta sull’immigrazione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zonaeuro
Unione Europea
AfD
Ppe
Rincaro carburanti | Tetto ai prezzi di Orbán, taglio delle accise in Slovenia, ispezioni in Francia e “monitoraggio” in Italia: i Paesi Ue in ordine sparso e i rischi del piano sulle riserve petrolifere
La crisi energetica innescata dalla crisi in Medio Oriente e dalla drastica riduzione del traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz ha riportato i prezzi di benzina e diesel sopra la soglia critica dei due euro in diversi Paesi europei. Mentre il petrolio è tornato nuovamente a superare la soglia dei 100 dollari, la comunità internazionale tenta una risposta coordinata. Con il sostegno politico dei Paesi del G7, l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) – che definisce la crisi la più grande interruzione di offerta della storia del mercato petrolifero –, è pronta a coordinare il rilascio di riserve strategiche nazionali fino a 400 milioni di barili. Azione a cui partecipa anche l’Italia con 10 milioni di barili, equivalenti al 13,5% delle nostre scorte di sicurezza. Tutto per garantire stabilità alle forniture. Funzionerà? Secondo la stessa Agenzia, l’efficacia è strettamente legata alla durata del blocco di Hormuz. Questione di matematica: se la chiusura dello Stretto o il rallentamento dei flussi dovessero persistere per settimane o mesi, l’iniziativa dell’Aie rischia di rivelarsi un buco nell’acqua, ha detto all’Adnkronos Francesco Sassi, docente di geopolitica dell’energia all’Università di Oslo. Finché i mercati non coglieranno segni di de-escalation nel conflitto, dunque, la minaccia iraniana dei 200 dollari al barile resta all’ordine del giorno. Né rassicurano le ultime dichiarazioni di Donald Trump: “Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di soldi”. A Bruxelles sono sul tavolo opzioni come un taglio coordinato delle tasse sui carburanti e la reintroduzione del tetto al prezzo del gas per limitare il contagio sui costi dell’elettricità. Ma per ora i singoli Stati Ue si sono mossi in ordine sparso, adottando strategie nazionali che vanno dalla riduzione delle tasse, al controllo dei prezzi, fino alla vigilanza del mercato. In Italia il governo sta studiando l’aggiornamento del meccanismo delle accise mobili, strumento che permetterebbe di ridurre la tassazione sui carburanti compensandola col maggiore gettito Iva incassato dai rincari. Si tratta di rinunciare alla entrate aggiuntive non previste a bilancio per abbassare temporaneamente il prezzo alla pompa. Ma l’attivazione richiede un decreto del ministero dell’Economia d’intesa col ministero dell’Ambiente: sebbene lo strumento sia previsto dalla normativa (misura del 2007 aggiornata nel 2023), la sua attivazione non è automatica. Senza il consolidamento delle attuali condizioni di prezzo su base bimestrale rispetto alle stime del Documento di Economia e Finanza, “il taglio delle accise non può scattare legalmente”, ha spiegato il Mef in Commissione Finanze alla Camera. Così, per ora, la strategia resta quella del monitoraggio. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha disposto un potenziamento dei controlli della Guardia di Finanza lungo la filiera distributiva per stanare speculazioni. Decisamente più radicale le scelte fatte nell’Europa orientale e sud-orientale. In Ungheria Viktor Orbán ha imposto per decreto un tetto massimo ai prezzi, equivalenti a circa 1,51 al litro per la benzina e 1,56 euro per il gasolio. La misura si applica esclusivamente ai veicoli con targa nazionale ed è sostenuta dal rilascio delle riserve petrolifere statali. Non mancano le critiche, con le opposizioni che parlano di misura propagandistica di un governo in difficoltà a un mese dalle elezioni. Quanto ai conti pubblici, l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha avvertito che il peggioramento dei conti esterni e le politiche di sussidio potrebbero portare a un declassamento del rating del Paese. Anche la Croazia, sotto la guida di Andrej Plenković, ha optato per un calmiere amministrativo bloccando i prezzi a circa 1,50 euro per la benzina e 1,55 per il diesel, senza distinzioni di nazionalità, annunciando di voler proteggere famiglie e imprese. Il governo di centrosinistra della Slovenia ha invece scelto la via della riduzione delle accise per attenuare l’impatto dei prezzi internazionali, mantenendo i costi finali tra i più bassi dell’area a circa 1,47 euro per la benzina e 1,53 euro per il diesel. All’estremo opposto sembrano invece posizionarsi, almeno per il momento, le grandi economie dell’Europa occidentale. In Germania il cancelliere Friedrich Merz mantiene una linea attendista, privilegiando la trasparenza del mercato rispetto a interventi diretti sui prezzi che rischiano di distorcere la concorrenza. A Parigi il primo ministro Sébastien Lecornu ha invece escluso l’introduzione di uno scudo per i prezzi a causa dei limitati margini di bilancio, optando invece per un piano straordinario di centinaia di ispezioni presso le stazioni di servizio per prevenire la speculazione. Il governo francese ha definito inconcepibile una riduzione dell’Iva, che avrebbe un costo stimato di circa 17 miliardi di euro. Una soluzione intermedia è stata adottata dal Portogallo del socialdemocratico Luís Montenegro, che ha attivato una valvola di sicurezza fiscale, cioè uno sconto di alcuni centesimi sul diesel finanziato dal gettito Iva extra, con un meccanismo automatico che scatta quando i prezzi aumentano di circa 10 centesimi rispetto ai livelli di riferimento. Scelte differenti che frammentano ancor di più la situazione nei vari i Paesi, dove si registra ormai un divario tra i prezzi medi che si avvicina a 80-90 centesimi per litro di diesel: dalla Slovenia dei 1,5 euro al litro, ai Paesi Bassi dove si superano spesso gli 1,85 euro. Ma non è solo una questione di prezzi ed è per questo che le principali economie sarebbero più caute nelle soluzioni da adottare. Perché se da un lato calmierare i prezzi e tagliare le tasse offra un sollievo immediato a famiglie e aziende, gli esperti mettono in guardia sui rischi strutturali. Perché le misure non solo pesano sulle finanze pubbliche ma rischiano di incentivare i consumi di combustibili fossili, ritardando la transizione energetica e mantenendo le economie europee vulnerabili alle continue instabilità geopolitiche, compresa l’incognita sulle intenzioni di Donald Trump per le sanzioni alla Russia, che si offre di colmare il vuoto lasciato dal blocco delle forniture provenienti dal Golfo Persico, ovviamente a prezzi correnti. La Commissione Ue ha esortato a far rispettare rigorosamente il tetto al prezzo del petrolio russo, avvertendo che tornare a dipendere dall’energia russa sarebbe un “errore strategico”. Errore che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky tenterà di scongiurare anche nei prossimi giorni, durante la visita ad alcuni Paesi Ue, da Parigi a Madrid. Ma il conflitto in Medio Oriente ha messo anche il dossier ucraino in diretta concorrenza con la pompa di benzina. L'articolo Rincaro carburanti | Tetto ai prezzi di Orbán, taglio delle accise in Slovenia, ispezioni in Francia e “monitoraggio” in Italia: i Paesi Ue in ordine sparso e i rischi del piano sulle riserve petrolifere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zonaeuro
Benzina
Prezzi Benzina
Benzinai
Il Piano casa europeo è una profonda delusione
Il Parlamento europeo con 367 voti favorevoli, 166 contrari e 84 astensioni ha approvato il Rapporto della Commissione Hous, una relazione che contiene le raccomandazioni alla Commissione e agli Stati membri per affrontare l’aumento dei prezzi delle case e la carenza di alloggi accessibili. Il rapporto parte da una constatazione condivisibile: milioni di cittadini europei vivono in condizioni abitative precarie. Negli ultimi anni i canoni di locazione sono aumentati in media di oltre il 30%, con una incidenza sui redditi del 40%, mentre la disponibilità di abitazioni pubbliche continua a diminuire. Una situazione che si abbatte soprattutto su giovani, famiglie e persone vulnerabili, afflitte da una povertà strutturale, anche quando lavorano, rendendo difficile l’accesso alla casa e aggravando disuguaglianze sociali già profonde. Il documento non ha recepito gli impegni concreti derivanti dalle proposte avanzate dai movimenti sociali, dalle forze politiche di sinistra e dai governi europei progressisti per affrontare la crisi strutturale dell’abitare in Europa. Eppure i numeri a livello europeo sono allarmanti: 1,2 milioni di persone sono senza casa in Europa, tra cui 400.000 bambini, mentre 20 milioni di persone vivono in condizioni abitative inadeguate. Un rapporto, quello approvato che non prevede neanche le misure necessarie per raggiungere gli obiettivi stabiliti dalla Risoluzione del Parlamento europeo sulla casa approvata il 21 gennaio 2021: a) porre fine alla condizione di senza casa, b) garantire che il costo dell’abitare non superi il 30% del reddito entro il 2030. Pur riferendosi alla necessità di dotare gli Stati membri di alloggi dignitosi, sostenibili e accessibili, il documento resta tutto interno ad un approccio che guarda al mercato e alla finanza immobiliare, senza affrontare il fabbisogno abitativo di chi è escluso dal mercato. Eppure nelle premesse sono ben presenti i dati sulla precarietà abitativa e sulle criticità derivanti dalla mancanza di un numero adeguato di alloggi di edilizia pubblica a canone sociale e di alloggi sociali ad affitti, effettivamente, calmierati. Senza tenere conto dei dati pur citati della sofferenza abitativa il testo nelle indicazioni programmatiche propone in particolare incentivi agli investimenti, semplificazioni burocratiche e tutele per i proprietari. In altre parole, lungi dall’affrontare efficacemente e concretamente il fabbisogno reale si propone un intervento che punta a sostenere il settore edilizio e la finanza immobiliare, ma che lascia in un ambito di esclusione sociale perenne chi una casa non può permettersela, ed omette del tutto il tema della povertà e dell’accesso per i poveri ad una abitazione stabile. Un documento, quindi, che semplicemente omette la questione della povertà derubricandola a soli dati statistici. Le linee guida sulla casa approvate dal Parlamento europeo rappresentano una profonda delusione per chi, in Europa, vive ogni giorno la sofferenza abitativa. Di fronte a una crisi che colpisce milioni di persone, l’Europa sceglie di non ascoltare chi è in difficoltà e di non affrontare le cause strutturali della vasta precarietà abitativa. Il risultato è un testo che di fatto serve più per compiacere il settore immobiliare che per garantire il diritto alla casa. Nonostante la retorica, ampiamente usata, sulla “priorità sociale”, il documento non offre risposte concrete alle famiglie sfrattate, ai giovani esclusi dal mercato, alle persone che vivono in alloggi inadeguati, ai nuclei che attendono da anni un alloggio pubblico, ai senza fissa dimora. In tale contesto non si può non segnalare come il voto degli europarlamentari italiani abbia visto una evidente divisione tra i gruppi di sinistra, una divisione programmatica e culturale. Al voto gli europarlamentari di M5S, Sinistra Italiana e Verdi, hanno votato contro, mentre quelli del Pd a hanno votato a favore. Pd che dimostra come non si sia ancora affrancato da una impostazione di politiche abitative liberiste, che sono le responsabili della crisi abitativa attuale. Continuando ancora a credere che il mercato e i privati, soprattutto la finanza immobiliare, possano rappresentare una risposta. Del resto un atteggiamento ben presente nelle amministrazioni locali progressiste che sostengono una rigenerazione urbana, social housing e student hotel, appaltati a privati, che sta creando forti contrasti con comitati di cittadini, come a Roma, Napoli, Milano. Ad un Parlamento europeo che ha dimostrato tutta la sua subalternità alle lobby del mattone e dei fondi immobiliari, mantenendo una visione della casa meramente mercantile e non come diritto fondamentale della persona, i movimenti per l’abitare rilanciano da subito con le iniziative che svolgeranno in Italia e Europa nelle giornate del Global Housing Action Days, dal 23 al 29 marzo 2026. L'articolo Il Piano casa europeo è una profonda delusione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Diritto alla Casa
Zonaeuro
Parlamento Europeo