Tag - Zonaeuro

Tocca a due ex banchieri centrali strigliare il mondo dopo le spallate di Trump: chissà se con esiti inattesi
Curiosamente è toccato a due ex banchieri centrali dare la sveglia alla politica internazionale, ancora un po’ rintronata dai colpi ben assestati dal bizzarro quasi ottantenne di Washington. Nel suo discorso di fronte alla fortunata élite mondiale che ogni anno si riunisce a Davos, Mark Carney, ora primo ministro canadese ma già governatore della Banca del Canada e della Banca d’Inghilterra, in un audace intervento ha dichiarato solennemente che l’ordine economico mondiale è morto e che le medie potenze economiche devono trovare nuove strade se non vogliono essere preda dei grandi squali, Usa e Cina. A quest’analisi ha risposto Mario Draghi nel suo recente intervento a Lovanio. I due, amici suppongo, sono perfettamente sulla stessa linea di ragionamento: gli Usa sono diventati, inaspettatamente, da alleati una grande minaccia per l’ordine economico mondiale, e bisogna correre ai ripari con nuove e inedite alleanze non solo di carattere commerciale. L’analisi di Draghi però ha una marcia in più, almeno per noi europei. Nelle due posizioni si possono scorgere alcune differenze. Intanto, il Canada non è la Ue, economicamente parlando. Sembra banale ma occorre ribadirlo. La Ue produce un quarto della ricchezza mondiale, e quindi è una super potenza economica. Non così il Canada che ha un Pil di poco inferiore a quello italiano. Quindi opportunamente Draghi ha invitato le nazioni europee ad abbandonare le posizioni attendiste o rinunciatarie nei confronti dell’aggressore Trump. L’economia dell’Unione è pari a quella degli Usa in termini reali, se non superiore dal punto di vista industriale. Anche la Cina, che ci fa tanta paura, è in fondo un paese ancora in via di sviluppo con un reddito pro capite che è una frazione di quello di molti paesi europei. Di conseguenza, la Ue può esercitare un ruolo economico a livello internazionale che al Canada, nei fatti, non è consentito. Di fronte ad una leadership americana che ha perso la bussola, l’Europa deve essere decisa a sostenere le sue ragioni perché il grande debitore non siamo noi. L’esempio cinese ci può insegnare qualcosa. Non abbiamo le terre rare o non siamo grandi compratori di soia, ma qualcosa possiamo fare per spaventare gli Usa di Trump. Insomma, la Ue deve mostrare i muscoli, anche per Draghi. In secondo luogo, e quasi di sfuggita, Draghi ha citato l’euro come una istituzione europea di grande successo. Qui non ne sarei tanto sicuro. L’euro aveva l’ambizione di essere una moneta globale e non una moneta regionale, come di fatto è. Moneta della seconda zona economica mondiale, avrebbe dovuto essere competitivo nei confronti del dollaro risultando una valida alternativa. E invece questo non è successo. Le ragioni di questo fallimento internazionale della moneta unica andrebbero indagate a fondo. Forse la ragione risiede nel fatto che l’Europa non è il fulcro della finanza internazionale che rimane legata alle borse di Londra e di New York. Abbandonando il campo dell’economia, poi Draghi si è spinto molto in là. Ha invitato gli Stati europei ad abbandonare una visione confederale, per abbracciare una visione federale. Questa piccola variazione linguistica ha un impatto enorme perché significa passare da una coalizione di Stati alla formazione di un singolo Stato. Nel suo discorso Draghi ha introdotto l’idea di un federalismo pragmatico. Diventerà questo binomio un tormentone politico come lo sono stati altri? Nella Prima Repubblica binomi celebri erano il centralismo democratico o le convergenze parallele. Nella seconda, mi viene in mente l’autonomia differenziata. Ora siamo arrivati al federalismo pragmatico di Draghi. Se ho capito bene questo pragmatismo ha due dimensioni. Fare quello che si può, da qui l’intonazione pragmatica ma non rinunciataria. In secondo luogo, creare delle istituzioni europee che abbiano un potere effettivo. Evidentemente per l’ex governatore della Bce quelle attuali non sono all’altezza delle sfide poste dall’ottantenne di Washington, e questo è abbastanza evidente un po’ a tutti. Ma in che direzione andare per creare la nuova Ue? La via indicata da Draghi sarà la strada maestra? Lascio a persone più competenti l’analisi del caso giuridico e istituzionale. Personalmente ho sempre pensato, come molti, che il guaio dell’Europa fosse la carenza di partecipazione democratica. In effetti, abbiamo un’Europa degli Stati, ma non un’Europa dei popoli come spesso si ripete. Questo risulta evidenza considerando il ruolo del tutto secondario del Parlamento europeo. Non so se il federalismo pragmatico di Draghi vada nella direzione, giusta ma un po’ utopica, della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, data la conflittualità degli interessi nazionali, o invece non sia una scorciatoia per dare ancora più potere a istituzioni scarsamente democratiche, per usare un eufemismo. Aspettiamo il progetto Draghi completo, ma se la nuova Europa nascerà sul modello dell’euro, come sembra far intendere, non credo che si farà un grande passo avanti. Come insegnava Karl Popper, il grande filosofo viennese, nelle scienze sociali quello che spesso realmente conta non sono gli effetti previsti delle proprie scelte intenzionali, ma le conseguenze del tutto involontarie e per questo imprevedibili. Può darsi che la goffa, anche se tragica, spallata trumpiana abbia degli esiti inattesi come quello di portare a un’idea diversa di Unione europea, come pure a un diverso ordine economico mondiale che sappia curare le ferite della globalizzazione. Intanto il duetto dei due ex governatori ha dato il la e vedremo poi come continuerà la musica, di qua e di là dell’Atlantico. L'articolo Tocca a due ex banchieri centrali strigliare il mondo dopo le spallate di Trump: chissà se con esiti inattesi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Zonaeuro
Unione Europea
Mario Draghi
Mark Carney
Draghi: “L’ordine globale è defunto, l’Europa si federi o rischia di essere subordinata e deindustrializzata”
Davanti all’Europa c’è un futuro in cui “rischia di diventare, al tempo stesso, subordinata, divisa e deindustrializzata” in un mondo in cui “l’ordine globale è oggi defunto”. Ma questa situazione “non è di per sé la minaccia”, lo è piuttosto “ciò che lo sostituirà”. In questo scenario, quindi, “un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori”. Parola di Mario Draghi che chiede uno scatto in avanti, verso la “federazione” dei Paesi membri. L’ex capo della Bce ed ex presidente del Consiglio ha scattato la sua fotografia sul futuro dell’Unione ricevendo la laurea honoris causa a Leuven, in Belgio. Uno scenario a tinte fosche, se non si troverà una strada per reagire. Un percorso magari tortuoso, ma possibile a suo avviso: “Tra tutti coloro che oggi si trovano stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza – ha detto – Dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare una potenza?”. Draghi ha quindi evidenziato che per diventare una potenza “l’Europa deve passare dalla confederazione alla federazione”. Un passo avanti verso gli Stati Uniti d’Europa: “Dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un soggetto unico. Lo vediamo oggi negli accordi commerciali di successo negoziati con l’India e con l’America Latina”, ha sottolineato. “Agendo insieme, riscopriremo qualcosa che da tempo era sopito: il nostro orgoglio, la nostra fiducia in noi stessi, la nostra fiducia nel nostro futuro. Ed è su queste fondamenta che l’Europa sarà costruita”, ha proseguito Draghi portando ad esempio la postura assunta dall’Ue nei giorni di grande tensione con gli Stati Uniti riguardo alla Groenlandia. “La decisione di resistere anziché accomodare ha richiesto all’Europa di compiere una vera valutazione strategica: mappare le nostre leve, individuare i nostri strumenti e riflettere sulle conseguenze dell’escalation – ha ricordato – La volontà di agire ha imposto chiarezza sulla capacità di agire”. E così, “uniti” di fronte a una “minaccia diretta, ha detto l’ex presidente del Consiglio, “gli europei hanno scoperto una solidarietà che prima sembrava irraggiungibile”. Una “determinazione condivisa” che “ha trovato riscontro nell’opinione pubblica in un modo che nessun comunicato finale di un vertice avrebbe potuto ottenere”. Tra le sfide, ovviamente, la tenuta dell’industria e del commercio: “In questa fase, la strada migliore per l’Europa è quella che sta già percorrendo: concludere accordi con partner affini che offrano diversificazione e rafforzare la nostra posizione nelle catene di approvvigionamento in cui siamo già critici”, ha rimarcato Draghi facendo riferimento alle ultime intese chiuse con il Mercosur e l’India. “È qui che oggi l’Europa esercita il proprio potere. Nel 2023 l’Ue è stata il maggiore esportatore e importatore mondiale di beni e servizi, con importazioni dal resto del mondo pari a 3.600 miliardi di euro. È inoltre il principale partner commerciale di oltre 70 Paesi”, ha rimarcato specificando che l’Unione Europea detiene “posizioni decisive in diverse industrie strategiche”. Tra queste ha menzionato la litografia a ultravioletti estremi, tecnologia necessaria per produrre chip avanzati, che è sostanzialmente un monopolio europeo. Ma non solo: “Produciamo metà degli aerei commerciali del mondo. Progettiamo i motori che alimentano la stragrande maggioranza del trasporto marittimo globale”. In questo contesto, ha concluso, è “sbagliato” pensare agli accordi commerciali principalmente in termini di crescita: “Il loro scopo oggi è strategico: rafforzare la nostra posizione e riallineare le nostre relazioni ora che commercio e sicurezza non coincidono più pienamente. Ma questa è una strategia di contenimento, non un punto di arrivo”. L'articolo Draghi: “L’ordine globale è defunto, l’Europa si federi o rischia di essere subordinata e deindustrializzata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zonaeuro
Unione Europea
Mario Draghi
Perché la nuova Unione dei risparmi e investimenti potrebbe rivelarsi controproducente per famiglie e imprese
di Enrico D’Elia e Mario Tiberi In Europa si sta finalizzando l’“Unione dei risparmi e investimenti” per un migliore utilizzo delle ingenti risorse finanziarie accumulate dalle famiglie. L’approccio europeo prevede, tra l’altro, incentivi agli investimenti diretti delle famiglie nelle imprese, sull’esempio dei “Conti di risparmio e investimento” scandinavi, che peraltro ha soprattutto una valenza fiscale. Il presupposto è che i mercati finanziari funzionino in modo efficiente e che le famiglie siano in grado di gestire i propri risparmi meglio degli intermediari ai quali si affidano abitualmente. Purtroppo entrambi questi argomenti sono fallaci e quindi la nuova Unione potrebbe rivelarsi controproducente sia per le famiglie che per le imprese. Se ne è discusso, tra l’altro, in un recente convegno promosso dal Gruppo Federico Caffè e il Cerste, ospitato dal parlamento europeo. In un mercato efficiente, per definizione, nessuno potrebbe guadagnare da un semplice scambio di beni senza trasformazioni, altrimenti in uno stesso momento coesisterebbero più prezzi per lo stesso bene. Ora, se c’è un mercato in cui abbondano (e fanno profitti) proprio i puri intermediari è proprio quello finanziario. È improbabile che le famiglie riescano a gestire efficacemente il proprio patrimonio su mercati di questo tipo, visto che, secondo l’ultima edizione dell’indagine Eurobarometro, solo il 26% delle famiglie europee ha una cultura finanziaria elevata e quasi altrettante ne hanno una insufficiente. I mercati finanziari (e molti altri) funzionano così male perché le informazioni a disposizione di chi vi opera sono fortemente asimmetriche, proprio come accade nello scambio di auto usate. In mercati di questo tipo si verificano almeno due situazioni molto pericolose: la selezione avversa e l’azzardo morale. Il primo fenomeno consiste nel fatto che, quando le caratteristiche dei beni scambiati non sono completamente osservabili, i prezzi non misurano più la loro qualità. Nel caso degli asset finanziari è difficile valutare rischio, affidabilità dell’emittente, rendimenti futuri, liquidità, ecc. In casi simili potrebbero essere esclusi dal mercato proprio coloro che offrono i prodotti migliori a prezzi più elevati, lasciando sulla piazza i peggiori solo perché propongono prezzi più bassi. A loro volta, i risparmiatori più prudenti rischiano di pagare troppo per prodotti scadenti illudendosi che un prezzo elevato segnali una qualità migliore. L’azzardo morale riguarda invece l’incentivo delle parti ad assumersi rischi maggiori dopo la sottoscrizione del contratto. È il tipico caso di un guidatore che si comporta in modo più imprudente contando sull’indennizzo assicurativo. Non si tratta di truffe, ma di comportamenti del tutto fisiologici e legittimi. Le famiglie meno informate e formate potrebbero incorrere in prodotti finanziari che promettono rendimenti elevati ma nascondono rischi difficilmente percepibili, penalizzando invece gli impieghi più sicuri, ma apparentemente meno redditizi. Il problema è letteralmente esploso con la diffusione delle criptovalute e dei derivati. Questa distorsione può indurre le imprese ad emettere titoli ad alto reddito e alto rischio, inadatte ad operatori non professionali, piuttosto che azioni e obbligazioni meno remunerative ma più sicure e dedicate alle famiglie. Purtroppo questo problema non si può risolvere prevedendo delle garanzie pubbliche contro le perdite, perché simili “assicurazioni”, specialmente se generose, possono rendere troppo imprudenti i risparmiatori, facendo scattare il meccanismo dell’azzardo morale. Le tipiche distorsioni dei mercati finanziari possono dunque compromettere la riuscita del piano europeo. Già all’inizio degli anni Settanta, Federico Caffè ammoniva che il mercato finanziario favoriva “non già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori in un quadro istituzionale che di fatto consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi”. Tuttavia, ci sono alcuni provvedimenti che possono attenuare gli effetti delle distorsioni dei mercati finanziari. Uno, già previsto dal piano, è lo sviluppo di servizi di formazione finanziaria e di consulenza davvero indipendenti dedicati a famiglie e imprese. Tra questi dovrebbe figurare una solida agenzia di rating pubblica della Ue, dotata di un organico di alto livello, in grado di analizzare in modo davvero indipendente l’andamento dei mercati finanziari mondiali, senza incorrere nei clamorosi conflitti di interesse di quelle private. Essa dovrebbe fornire gratuitamente e sistematicamente informazioni affidabili a risparmiatori e imprese su attività e strumenti finanziari pubblici e privati. Sarebbe opportuno che il piano della Ue prevedesse simili reti di protezione prima di incentivare gli investimenti delle famiglie e il finanziamento delle imprese fuori dal circuito bancario, nonché l’emissione di titoli di debito comune europeo, anche al di là dell’attuale discutibile piano di riarmo. L'articolo Perché la nuova Unione dei risparmi e investimenti potrebbe rivelarsi controproducente per famiglie e imprese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Zonaeuro
Unione Europea
Risparmio
Investimenti
L’Italia ha un’opportunità per ridefinire la propria politica estera
di Giulio Di Donato Guardando al passato, negli anni dell’equilibrio bipolare pre-Ue il nostro Paese ha saputo sviluppare, tra mille contraddizioni e opacità, una politica estera relativamente e realisticamente autonoma. Con l’ordine internazionale liberale post-1989, espressione dell’unipolarismo statunitense, e con l’Europa di Maastricht, i margini si fanno invece molto più stretti, se non inesistenti. Arriviamo poi ai nostri giorni: il conflitto in Ucraina segna l’inizio di una fase nuova, che sancisce ufficialmente la realtà di un mondo nel quale sono emerse potenze in grado di opporsi all’unilateralismo e al paninterventismo atlantista globale e illimitato. Non è che prima non contassero i rapporti di forza, gli interessi nazionali, ecc.: erano piuttosto coperti da un velo di ipocrisia di matrice liberal-globalista, che mascherava il dominio egemonico di un’unica grande potenza, oggi costretta a confrontarsi con altre potenze che le contendono il primato. Quel che è certo è che l’alternativa a una condizione di equilibrio di potenza non è l’integrazione cosmopolitica post-sovrana, bensì il dominio unipolare di un’unica potenza: occorre quindi che una potenza arresti, limiti e contenga l’altra, poiché un potere privo di bilanciamenti tende inevitabilmente a esondare. Quello con cui ci confrontiamo è certamente uno scenario denso di rischi, ma anche di opportunità, se l’obiettivo è restituire nuova vitalità all’iniziativa autonoma dei singoli Paesi europei, anche e soprattutto nel loro rapporto reciproco, in vista di un profondo ripensamento del processo di integrazione europea, da smontare e ricostruire daccapo su basi nuove e più ristrette. Ad esempio, l’Italia, assieme a un nucleo ristretto di Paesi europei (nucleo che ovviamente non comprende i baltici), mentre condanna le ingerenze di Trump nei confronti della Groenlandia (a cui, per varie ragioni, non può essere concessa alcuna legittimazione) dovrebbe adoperarsi più o meno sotterraneamente e in modalità “Prima Repubblica”, in una chiave cioè realistica e consapevole dello stato dei rapporti di forza, per ricostruire i rapporti con la Russia, provando a sfruttare le opportunità del nuovo indirizzo di cui tu scrivi. Ma per fare questo bisognerebbe avere chiaro il senso dei propri interessi strategici e disporre di quella capacità di analisi e di visione che oggi manca alla classe dirigente italiana ed europea. L’Italia, intanto, potrebbe farlo direttamente, senza accontentarsi di essere semplicemente graziata dai dazi di Trump, se l’obiettivo è attribuire al tema dell’interesse nazionale un significato di più ampio respiro e restituire al nostro Paese la capacità di svolgere una propria funzione storica nel mondo, nel nome di una prospettiva autenticamente internazionalistica. La prospettiva a cui guardare è dunque quella della ricerca di un equilibrio valido soprattutto tra gli “Stati sovrani egemoni”, chiamati a misurarsi con la necessità di coesistere pacificamente e di cooperare di fronte ad alcune grandi sfide comuni che, pur incrociandola, trascendono la dimensione ineludibile degli interessi nazionali. Si tratta di un modello di ordine che, pur essendo precario, imperfetto e attraversato da molteplici tensioni, resta comunque quello che meglio riflette e valorizza la complessità e la varietà del mondo, contro ogni tentativo di riduzione del diverso all’uno. In generale, per quanto aspra, carica di insidie e spesso difficile da sostenere, la logica dell’equilibrio (oggi solo competitivo) di potenza appare preferibile al manicheismo della contrapposizione tra democrazie e autocrazie, alla retorica dello “scontro di civiltà”, nonché ai tentativi di reductio ad Hitlerum dei leader delle altre potenze continentali, con i quali, proprio in ragione di tale rappresentazione, non sarebbe possibile avviare alcun vero negoziato dopo una fase di burrasca. Risulta infatti più produttivo operare sul terreno del riequilibrio, per quanto conflittuale, piuttosto che su quello di un unipolarismo ideologicamente suprematista, che restringe gli spazi della mediazione politica e giuridica e rende più concreto il rischio di una guerra di magnitudo estrema. La politica estera statunitense, da sempre oscillante tra isolazionismo imperiale e interventismo globale, ragiona oggi in termini di allineamenti contingenti piuttosto che di alleanze strutturali e sembra assestarsi, pur tra mille contraddizioni e incertezze (anche in ragione di evidenti contrasti interni, come quelli tra l’anima neocon di Marco Rubio e quella MAGA di J.D. Vance) sulla linea “versione aggiornata della Dottrina Monroe/equilibrio competitivo di potenza, politiche di contenimento nei confronti dell’ascesa cinese/tentativi di decoupling tra Cina e Russia”. L’obiettivo resta, insomma, quello di affermare, questa volta senza infingimenti retorici, l’America First, all’interno però di un quadro delle relazioni internazionali riconosciuto come costitutivamente pluralistico e conflittuale, che tuttavia non contempla l’ipotesi di uno scontro aperto e totale tra le grandi potenze. Se questo è lo scenario, l’iniziativa politica italiana ed europea, ristretta a un nucleo di “nazioni apparentate”, dovrebbe svolgere una funzione di dialogo e mediazione tra aree diverse, promuovendo condizioni e ragioni di cooperazione piuttosto che di conflitto. Si tratterebbe, cioè, di lavorare sul terreno dell’equilibrio di potenza, puntellandolo con elementi crescenti di pace, giustizia e progresso, imprimendo dinamicità a questi stessi equilibri con il necessario supporto di nuove e più consistenti dosi di energia politica e spirituale, operanti tanto in basso quanto in alto, per spingere la realtà oltre il ventaglio delle possibilità finora intraviste e introdurre, in un mondo sempre più attraversato dal senso dell’ineluttabile e povero di aperture verso l’alto e in avanti, un principio nuovo di speranza, fiducia e fraternità. L'articolo L’Italia ha un’opportunità per ridefinire la propria politica estera proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Zonaeuro
Unione Europea
Guerra Russia Ucraina
Mes destinato ai prestiti per la difesa comune: “Sfruttare il potenziale del fondo”. Si riapre il dibattito politico
La partita, nelle parole ribadite più volte dalla Lega, “è chiusa”. Eppure, ha osservato Tajani, dentro al fondo ci sono “soldi che non possono restare bloccati”. L’Italia potrebbe riaprire il dibattito sul Mes, dossier mai davvero chiuso, con il rischio di riaccendere fratture nella maggioranza. Se fino a poche settimane fa la linea appariva invalicabile ora, nel pieno del confronto sulle garanzie per l’utilizzo degli asset russi congelati, la possibilità di dare al Meccanismo europeo di stabilità una nuova architettura, a fronte di una riforma rimasta bloccata per la mancata ratifica italiana, non sembra più un tabù. Il direttore generale del Mes, Pierre Gramegna, apre alla possibilità di utilizzare il fondo per concedere prestiti destinati a rafforzare la difesa comune. Una svolta, evocata in due interviste a Reuters e alla rivista specializzata Paperjam, pensata soprattutto per i Paesi più esposti sul fianco orientale. “Io l’ho sempre detto: il Mes si può utilizzare”, ha sottolineato il vicepremier Antonio Tajani a margine del vertice del Ppe a Zagabria. Una posizione che contrasta con il silenzio della Lega, storicamente contraria al ricorso a uno strumento a lungo stigmatizzato per le condizioni capestro imposte durante il salvataggio lacrime e sangue della Grecia. Peraltro l’Italia è l’unico membro dell’Eurozona a non aver ratificato le modifiche del 2021. “In tempi di turbolenze che hanno fatto esplodere i costi della difesa per tutti i Paesi” e davanti all’evidenza che “i rapporti tra Europa e Stati Uniti stanno diventando sempre più difficili”, è giusto “sfruttare appieno il potenziale” del Mes, ha evidenziato Gramegna, spiegando che gli strumenti “ci sono” e utilizzarli è “nel miglior interesse” del continente, impegnato ad aiutare l’Ucraina. Con una capacità di intervento superiore ai 430 miliardi di euro, il Meccanismo – ciclicamente al centro del dibattito nelle fasi di crisi – potrebbe così riaccreditarsi come leva della sicurezza comune. Senza imporre, ha assicurato l’ex ministro delle Finanze lussemburghese, riforme macroeconomiche come contropartita. Il punto di partenza resta la riforma varata quattro anni fa, con cui si tentò di riposizionare il Mes da emblema dell’austerità a strumento di stabilizzazione preventiva, attraverso il rafforzamento delle linee di credito precauzionale attivabili in caso di shock. Proprio da questi strumenti – rimasti però inutilizzati durante il Covid – potrebbe ora prendere forma un nuovo salto in avanti. Nel quartier generale di Lussemburgo si lavora per “perfezionare” le linee di credito e renderle “più facili da utilizzare”. L’ipotesi è adattarle per sostenere, su richiesta degli Stati, la spesa per la difesa, trasferendo ai governi le risorse raccolte sui mercati a condizioni favorevoli. E le richieste, ha indicato Gramegna, potrebbero essere “collettive”, così da ridurre il rischio di stigma politico e finanziario a chi decidesse di rivolgersi al fondo. Il nodo resta tuttavia politico. La difesa non rientra esplicitamente nel mandato del Mes e qualsiasi modifica del perimetro operativo richiederebbe un placet unanime del club dell’euro. Un passaggio tutt’altro che scontato, che coinvolgerebbe anche Paesi militarmente neutrali come Irlanda, Cipro o Malta. E che riporterebbe i riflettori sull’Italia. L'articolo Mes destinato ai prestiti per la difesa comune: “Sfruttare il potenziale del fondo”. Si riapre il dibattito politico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zonaeuro
Difesa
MES
La Nato non difende più l’Europa, finita l’alleanza con gli Usa: è ora di cominciare a emanciparsi
La Nato a guida americana ci difende o ci mette in pericolo? Che cosa aspettano gli europei a rivedere i rapporti con la Nato? A causa dell’articolo 5 della Nato invocato dal presidente americano George W. Bush i nostri soldati sono (malauguratamente) andati in guerra in Afghanistan per combattere contro il terrorismo. Tuttavia oggi l’Afghanistan è in mano ai talebani e l’attuale presidente americano Donald Trump ha addirittura deriso e insultato le truppe europee che valorosamente si sono battute nella guerra voluta dagli Stati Uniti: i morti italiani sono stati 52 e 700 i feriti. Tutto questo per soccorrere gli americani in una guerra inutile – perché il terrorismo certamente non si sconfigge con la guerra – che è stata persa. Mark Rutte, il capo della Nato, chiama Trump “paparino” ma Trump vuole conquistare la Groenlandia, territorio danese e quindi europeo: è chiaro che non soccorrerà mai l’Europa in caso di attacco. L’alleanza tra Europa e Usa è già finita. La Nato ormai serve agli americani soprattutto per vendere armi. Per colpa dell’espansione a est della Nato e del tentativo della Nato di mettere le sue basi militari anche in Ucraina, dove è nata la Russia e dove si parla russo, l’Europa e l’Italia soffrono una gravissima crisi economica ed energetica. La Russia prima del febbraio 2022 era un preziosissimo partner commerciale dell’Unione Europea: oggi invece l’Ue, assecondando le pretese della Nato di installare le sue basi militari alla frontiera della Federazione Russa, ha trasformato la Russia, la prima potenza atomica mondiale, da amica a nemica. La Ue si è sparata sui piedi. Gli europei hanno servito l’America bombardando illegalmente la Serbia, intervenendo militarmente in Afghanistan e in Iraq, e poi per difendere l’Ucraina con armi e soldi. L’Europa ha finanziato Kiev per 200 miliardi e i contribuenti europei ne sborseranno altri 90 nei prossimi due anni: ma il presidente ucraino Zelensky – il tiranno che ha trascinato il popolo ucraino alla rovina solo per aprire le porte del suo paese alla Nato, che ha nominato un governo di ministri corrotti, che ha messo fuori legge tutti i partiti di opposizione, e che già prima della guerra aveva portato i suoi capitali nel paradiso (fiscale) di Panama – al Forum di Davos ha avuto la sfrontatezza di dare la colpa agli europei perché sta perdendo la guerra. Gli stupidi politici dell’Unione Europea non solo perdono le guerre seguendo la Nato ma vengono anche sbeffeggiati. Immaginiamoci che cosa accadrà a quello che resta della democrazia europea se e quando l’Ucraina – che non ha mai conosciuto la democrazia – entrerà nella Ue, come vuole il genio della politica europea Ursula von der Leyen. Ursula è sempre andata dietro al tiranno Zelensky. La guerra è persa ma la Ue vuole continuare ad armarsi contro la Russia, la quale però non ha alcuna intenzione di attaccare l’Europa, mentre Trump al contrario vuole conquistare la Groenlandia. L’Ue ha sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare in Ucraina, e sbaglia ancora, sia verso la Russia che verso la Nato e l’America. Gli europei dovrebbero cominciare a riconoscere che la Nato non ha difeso la democrazia ma gli interessi imperiali americani, prima contro il comunismo e dopo contro la Russia. L’America ha sempre avuto il timore di un’Europa forte grazie al rapporto con la Russia: la sua prima preoccupazione era di rompere questa relazione pericolosa grazie all’espansione della Nato a est. La Nato ha sostenuto il Portogallo del dittatore Salazar, ha preparato il colpo di Stato dei Colonnelli in Grecia, ha come socio forte la Turchia di Erdogan, ha alimentato la strategia della tensione in Italia con la creazione della P2 di Lucio Gelli. E’ ora che gli europei riflettano sulle cattive amicizie. La National Security Strategy di Trump spiega che la Nato non deve più espandersi e continuare a minacciare la Russia. Ma le teste d’uovo Giorgia Meloni, Friedrich Merz, Emmanuel Macron, per non parlare dell’impresentabile Kaja Kallas – la ministra degli esteri dell’Ue che voleva addirittura spazzare via la Russia e tramutarla in tante piccole regioni – invece di prendere al volo l’opportunità della svolta di Trump e correre a fare la pace con la Russia, vogliono trasformare l’Ucraina in un “porcospino armato” e continuare la guerra con Mosca come l’ultimo dei giapponesi. La sinistra europea e italiana ha sempre abbracciato le cause perse della Nato e della Ue ed è dunque complice delle loro politiche belliciste e fallimentari. Speriamo che prima o poi, oltre ai 5 Stelle, qualcuno a sinistra si accorga che occorre rivedere tutta la politica internazionale. Le basi militari nel territorio italiano ci difendono o ci trasformano in un potenziale bersaglio? E’ ora di cominciare a emanciparsi dalla Nato americana. L'articolo La Nato non difende più l’Europa, finita l’alleanza con gli Usa: è ora di cominciare a emanciparsi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Usa
Zonaeuro
Guerra Russia Ucraina
Nato
“Sospetti di riciclaggio da parte di aziende legate ad Abramovich”: blitz nella sede di Deutsche Bank
L’Anticrimine federale tedesco ha effettuato un blitz nella sede centrale della Deutsche Bank a Francoforte sul Meno e in una filiale di Berlino. Le indagini degli agenti della Bka, coordinate dalla procura di Francoforte, riguardano “responsabili e dipendenti, per ora ignoti, dell’istituto” sospettati di aver intrattenuto rapporti commerciali con aziende straniere che sarebbero state “utilizzate per effettuare riciclaggio di denaro”. FARO SULLE AZIENDE LEGATE AD ABRAMOVICH Secondo le informazioni dello Spiegel, che ha rivelato le perquisizioni effettuate da una trentina di agenti in borghese della Bka, si tratterebbe di aziende legate all’oligarca Roman Abramovich. L’uomo d’affari russo, ex proprietario del Chelsea, è nella lista dei sanzionati dall’Unione Europea dalla primavera del 2022 a causa dei suoi stretti legami con il presidente russo Vladimir Putin. Gli avvocati di Abramovich, interpellati dal quotidiano tedesco, si sono rifiutati di rilasciare dichiarazioni. “DEUTSCHE BANK NON HA SEGNALATO ATTIVITÀ SOSPETTE” La Deutsche Bank ha invece confermato, su richiesta, che i suoi uffici sono stati toccati da “un’indagine della Procura di Francoforte” e che la banca sta “collaborando pienamente con le autorità”, ma che per il momento non saranno forniti ulteriori dettagli. Secondo le informazioni fornite da Süddeutsche Zeitung, la banca non avrebbe presentato tempestivamente una o più segnalazioni di attività sospette riguardanti le società di Abramovich. IL TITOLO DELLA BANCA SCIVOLA IN BORSA Il governo tedesco non ha voluto commentare, sottolineando però l’impegno dell’esecutivo nella lotta contro i reati fiscali e finanziari. “Abbiamo già avviato diverse misure in questa legislatura, ed è abbastanza chiaro che non si tratta di reati di poco conto – ha detto un portavoce del ministero delle Finanze – Siamo fermamente concentrato su questo aspetto come priorità e continueremo a intervenire”. Giovedì mattina la Deutsche Bank – il cui titolo è subito scivolato del 3% in Borsa – presenterà i dati di bilancio relativi al quarto trimestre e all’intero anno 2025. L'articolo “Sospetti di riciclaggio da parte di aziende legate ad Abramovich”: blitz nella sede di Deutsche Bank proviene da Il Fatto Quotidiano.
Zonaeuro
Riciclaggio
Deutsche Bank
Roman Abramovich
Fatta l’Europa, ora bisogna fare gli europei: l’Ue al bivio si gioca la sua unità
“Purtroppo si è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani” pare lamentasse Massimo d’Azeglio. Era stato presedente del Consiglio del Regno di Sardegna e, nel 1860, fu il primo governatore della Provincia di Milano dopo l’unificazione. Massone e cattolico, patriota e federalista, morì nel 1866 dopo aver colto con lucidità profetica il divario tra istituzioni e identità collettiva. A oltre sessant’anni dai Trattati di Roma, possiamo applicare la medesima riflessione al progetto europeo. Abbiamo costruito una Europa istituzionale, senza forgiare una coscienza europea condivisa. Una costruzione basata quasi esclusivamente su dogmi economici neoliberisti, sul modello finanzcapitalista dell’America reaganiana e post reaganiana. L’Europa delle istituzioni, soprattutto finanziarie, non dei popoli. L’Unione Europea è un esperimento politico senza precedenti: una unione di Stati sovrani legati da trattati, regolamenti e direttive. Abbiamo una moneta comune, un parlamento eletto, una bandiera e perfino un inno. E l’anomalia di una lingua comune, l’inglese, che non appartiene a nessuno dei 27 stati. Quando i cittadini si interrogano sulla propria identità, rispondono quasi invariabilmente di essere francesi, tedeschi, italiani o polacchi. L’aggettivo “europeo” rimane un’appendice burocratica, privo della carica emotiva che accompagna l’appartenenza nazionale. Le cause di questa mancata costruzione identitaria sono molte. In primis, l’Europa è stata edificata sull’economia: il mercato comune, la libera circolazione, l’unione monetaria, la concorrenza. La dimensione culturale e politica è subalterna, quasi accessoria. Inoltre, c’è un enorme deficit democratico: le istituzioni europee sono distanti, tecniche, incomprensibili ai cittadini. E, soprattutto, le decisioni importanti nascono senza un mandato popolare diretto ed esplicito. Bruxelles è percepita una capitale straniera, non il cuore di una patria condivisa. Strasburgo: una costosa assurdità. Manca del tutto una narrazione comune. Ogni nazione possiede i propri miti fondativi, i propri eroi, le proprie date simboliche. L’Europa fatica a costruire un immaginario collettivo che trascenda le singole storie nazionali. Il 9 maggio, Festa dell’Europa, passa del tutto inosservato, mentre le ricorrenze nazionali mantengono intatta la loro forza evocativa. Questa distanza è aumentata vertiginosamente con la pandemia e, poi, con la guerra ucraina. Durante la pandemia, furono cubani e russi i primi ad aiutarci in modo concreto e umano, non i fratelli dell’Unione. La russofobia non è un sentimento condiviso ma divisivo. Non basta dire al popolo europeo che “sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese” (cit. Herman Göring). È velleitario ostinarsi a pensare che possa funzionare con gli europei senza identità. Oggi l’Europa si trova di fronte a un bivio. Può costruire con la guerra ciò che la finanza non è stata in grado di costruire. Può cedere alla tentazione di creare la propria identità sulla logica antica della contrapposizione militare, rinnegando se stessa. Oppure può tentare la via più difficile: dimostrare che un’identità collettiva può nascere dalla pace, dalla cooperazione, dalla condivisione di valori. Sarebbe una rivoluzione antropologica, un superamento della tragica lezione della storia. D’Azeglio sapeva che le nazioni non nascono dai decreti né dalle direttive, ma dalla paziente tessitura di legami simbolici, linguistici ed emotivi. La lunga pace del dopoguerra ha prodotto un barlume di identità italiana, a forza di televisione in lingua italiana, di Festival di Sanremo della canzone italiana, di vittoria della nazionale italiana di calcio, festeggiata da un partigiano come Presidente. Assai più delle guerre coloniali e delle due guerre mondiali. L’Europa, se vorrà sopravvivere come soggetto geopolitico, dovrà finalmente imparare a fare gli europei. Come scrisse Kant nel suo “Progetto per la pace perpetua” (1795) la vera sfida non è vincere le guerre, ma renderle obsolete. L’Europa, se saprà fare gli europei senza bisogno di campi di battaglia, avrà compiuto un miracolo politico senza precedenti. Scegliere il campo di battaglia, invece, potrebbe condurre alla disgregazione della Unione e, se penso ai miei frattali, produrre effetti cascata in parecchi stati nazionali. L'articolo Fatta l’Europa, ora bisogna fare gli europei: l’Ue al bivio si gioca la sua unità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Zonaeuro
Unione Europea
L’Ue contro X: nuova indagine sui deepfake sessuali generati da Grok
La Commissione Europea si scaglia di nuovo contro X per una presunta violazione delle norme sui servizi digitali nell’ambito della diffusione di contenuti illegali, come immagini sessualmente espliciti manipolate con l’intelligenza artificiale. La nuova indagine formale avviata contro il social di Elon Musk è un’estensione del procedimento attivo dal 2023 e dovrà valutare se X abbia mitigato i rischi legati all’integrazione di Grok, il programma interno del social che fornisce risposte agli utenti e genera immagini su richiesta. “I deepfake sessuali non consensuali di donne e bambini sono una forma violenta e inaccettabile di degradazione”, ha tuonato la vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen chiarendo che l’indagine è testa a stabilire se X abbia “rispettato i propri obblighi giuridici ai sensi del Digital Service Act o se ha trattato i diritti dei cittadini europei, compresi quelli di donne e bambini, come danni collaterali del proprio servizio”. L’indagine servirà nel dettaglio a verificare se X abbia adempiuto agli obblighi previsti dalle regole del Dsa in materia di valutazione e mitigazione dei rischi sistemici, inclusi quelli legati alla diffusione di contenuti illegali, agli effetti negativi connessi alla violenza di genere e alle gravi conseguenze sul benessere fisico e mentale derivanti dall’uso delle funzionalità di Grok sulla piattaforma. Bruxelles esaminerà inoltre se l’azienda abbia effettuato e trasmesso alla Commissione una valutazione ad hoc dei rischi prima del dispiegamento di funzionalità con un impatto critico sul profilo di rischio del servizio. Parallelamente, la Commissione ha esteso il procedimento formale aperto nel dicembre 2023 per accertare se X abbia correttamente valutato e mitigato tutti i rischi sistemici associati ai propri sistemi di raccomandazione, incluso l’impatto del recente passaggio annunciato a un sistema di raccomandazione basato su Grok. Se confermate, le carenze costituirebbero violazioni del Digital Services Act. Nell’ambito dell’istruttoria, la Commissione continuerà a raccogliere prove, anche tramite richieste di informazioni, interviste o ispezioni, e potrà imporre misure provvisorie in assenza di adeguamenti significativi del servizio. Bruxelles potrà inoltre adottare una decisione di non conformità o accettare eventuali impegni correttivi presentati da X. Con l’apertura del procedimento, le autorità nazionali degli Stati membri vengono sollevate dalle competenze di vigilanza sulle presunte violazioni. La nuova indagine si inserisce nel quadro del procedimento avviato da Bruxelles il 18 dicembre 2023 su X, che riguarda anche il funzionamento del meccanismo di notifica e azione, le misure di contrasto ai contenuti illegali e i rischi legati ai sistemi di raccomandazione. Per altre violazioni, tra cui l’uso di design ingannevole, la scarsa trasparenza pubblicitaria e l’insufficiente accesso ai dati per i ricercatori, la Commissione ha già adottato il 5 dicembre 2025 una decisione di non conformità, infliggendo a X una sanzione di 120 milioni di euro. L'articolo L’Ue contro X: nuova indagine sui deepfake sessuali generati da Grok proviene da Il Fatto Quotidiano.
Commissione Europea
Zonaeuro
X - Twitter
I vertici Ue sono nani che si credono giganti: meglio guardare a questo spettacolo senza ansie o paure
di Stefano Briganti L’Unione Europea entra nel 2026 nuda come il re della fiaba di Andersen “I vestiti dell’imperatore”. I rutilanti vestiti che i suoi asserviti sarti hanno tessuto sono quelli che si ritrovano nei discorsi del sovrano-presidente della Commissione europea. Parole come “democrazia”, ”rispetto della Carta delle Nazioni”, “lotta contro chi viola le norme basilari del diritto internazionale”, “rispetto del diritto di autodeterminazione dei popoli e dei diritti umani”. Sulle spalle il mantello di broccato, “l’Europa si riconosce nei valori occidentali e nello stato di diritto”. Tutti alla corte del Re applaudono concentrati ad autocelebrarsi lodandosi e ammirandosi per rettitudine morale per la loro ferma capacità di condannare senza appelli chi viola il diritto internazionale, quello umano e quello all’autodeterminazione. I popoli sotto la torre d’avorio di Bruxelles osservano il sovrano e si accorgono che lui e la sua corte tuonano oppure tacciono o al massimo esalano dei pallidi rimbrotti di fronte a casi di violazione dei diritti. Ecco allora che una parte del popolo vede che il re è in effetti nudo perché quei vestiti sontuosi li indossa o li toglie a seconda di come gli conviene fare. Se questa nudità viene proclamata a gran voce, il sovrano si indispettisce e si adopera per tacitare i contestatori. Ma non basta, perché addirittura un altro sovrano, che come la corte europea dice di riconoscersi nei valori occidentali e anzi è venerato dalla corte di Bruxelles come il custode di tali valori, si rivolge al mondo e del sovrano Ue dice: “il suo declino economico è addirittura eclissato dalla reale e più chiara prospettiva di una erosione della sua civilizzazione. Il problema più grande che ha di fronte l’Europa include le attività dell’Unione Europea e di altre strutture sovranazionali che minano la libertà politica e sovrana, la censura della liberta di parola e la soppressione delle opposizioni, la voragine delle nascite e la perdita di identità nazionali. Se tale corso dovesse continuare il continente sarà irriconoscibile nel giro di 20 anni” (National security strategy Usa). Così, addirittura un sovrano al quale l’Europa ha sempre chinato il capo e baciato la mano, bastonandola come un giullare afferma: “Guardate, il re è nudo!”. Questi nani ormai denudati cercano allora di mostrarsi giganti. Come nei giochi di ombre un gattino può apparire una tigre feroce se illuminato da dietro, così questi nani usano le fanfare militari, le trombe di guerre più grandi di loro e gonfiando il gracile petto si proiettano sul muro della geopolitica come dei bellicosi e nerboruti giganti. Credo sia giunto il momento di iniziare a guardare allo spettacolo dei nostri nani e ballerine impegnandoci a distaccarci dalle ansie, dalle paure e dallo smarrimento che la corte del re di Bruxelles e dei suoi araldi hanno fatto crescere e continuano ad alimentare in noi. E’ giunto il momento di sedersi in platea come spettatori paganti e godere le impareggiabili capriole, i contorsionismi stupefacenti della coorte di caricature morali e politiche mentre danno uno spettacolo cangiante e imprevedibile. Giocolieri che fanno roteare formidabili parole suadenti o minacciose come fossero birilli e palle di legno che ad ogni giro cambiano direzione e colore. Pagliacci che marciando impettiti si pestano i piedi e indossano maschere piangenti o spaventevoli a seconda della piroetta che l’impresario, dietro le quinte, obbliga loro a fare. Nani che trascinano cannoni e camminando sui trampoli per sembrare più grandi di ciò che sono, seguono una improbabile regina che porta un vessillo con su scritto: “Alla guerra!”. Osserviamo gli sgraziati passi di ballerine che con le étoile della Scala hanno in comune solo il tutù. Loro si credono leggiadre e come tali si muovono malamente imbellettate e ad ogni rovinosa caduta si rialzano rivolgendosi sorridenti al pubblico oppure digrignando i denti verso una presenza nascosta dietro le quinte. Alla fine, forse, una risata li seppellirà. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo I vertici Ue sono nani che si credono giganti: meglio guardare a questo spettacolo senza ansie o paure proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Zonaeuro
Unione Europea