L’Europa si è spaccata sulla “sorveglianza di massa”, per citare le parole del
Parlamento europeo a proposito del regolamento Csar (Child sexual abuse
regulation). Lo scopo è consentire la scansione dei messaggi degli utenti in
chat e via mail, da parte delle piattaforme tecnologiche, per contrastare la
piaga della pedopornografia online in costante aumento. Dunque posta elettronica
al setaccio, ma anche i messaggini via Whatsapp, Messenger, Instagram, Signal,
Telegram. In gioco c’è il diritto alla riservatezza di 450 milioni di europei.
Anche per l’importanza della posta in palio, il 16 marzo, è saltato l’accordo
tra il Parlamento e i governi Ue riuniti nel Consiglio: dopo i negoziati aperti
4 giorni prima, il trilogo è ufficialmente fallito. Cosa è successo? “Con la
loro mancanza di flessibilità, gli Stati membri hanno deliberatamente accettato
che il regolamento provvisorio scadrà ad aprile”, ha dichiarato la relatrice
tedesca del Parlamento Ue Birgit Sippel (S&D, socialisti e democratici).
Risultato? “La scansione volontaria per contrastare la diffusione online di
materiale pedopornografico da parte dei fornitori non sarà più possibile”. In
sostanza, il Consiglio Ue ha ritenuto troppo blandi i controlli autorizzati dal
Parlamento, al punto da preferirne l’azzeramento e far saltare i negoziati con
Strasburgo. Secondo fonti del Parlamento Ue, molto raramente i governi Ue in
senso al Consiglio hanno assunto posizioni così rigide.
Potenzialmente, lo stop alla scansione dei messaggi è un vulnus nella lotta ai
crimini sessuali contro i minori. Gli attivisti dei diritti digitali, invece,
tirano un sospiro di sollievo. Anche il Movimento 5 stelle gioisce con Gaetano
Pedullà: “Proteggere i bambini è un dovere sacrosanto, ma per una volta
salutiamo con favore l’opposizione degli Stati Membri che non ha permesso al
chat control I di entrare in vigore. La protezione dei minori non può
trasformarsi in un sistema di sorveglianza di massa sui cittadini europei, con
la fine della privacy e del diritto alla comunicazione riservata”.
LA SCANSIONE DEI MESSAGGI IN DEROGA AI DIRITTI SULLA PRIVACY: TRATTATIVE IN
CORSO SUL REGOLAMENTO DEFINITIVO
Lo scontro tra il Parlamento e i governi riguarda la deroga alla direttiva
ePrivacy del 2002. Il provvedimento europeo impedirebbe da 24 anni intrusioni
nei messaggi privati online, nel nome della riservatezza. Ma dal 2021 vige una
deroga per combattere gli abusi sessuali online a danno dei minori, in
vertiginoso aumento. In virtù dell’eccezione, la piattaforme digitali possono
accedere ai messaggi degli utenti segnalando alle forze dell’ordine i casi di
presunte molestie sessuali. Facebook già scansiona le comunicazioni a caccia di
materiali pedopornografici: il 95% delle segnalazioni giunge dal colosso di
Zuckerberg. Ma la scelta delle piattaforme di guardare dallo “spioncino” è
volontaria, nessun obbligo di legge. La deroga alla tutela della privacy è stata
prorogata nel 2024 e scadrà ad aprile 2026. Poi alt alla scansione dei
contenuti: la Commissione europea invece ne aveva caldeggiato la prosecuzione
con il testo proposto ufficialmente il 19 dicembre 2025, ammonendo sui rischi in
caso di stop: “Ciò renderebbe più facile per i predatori la diffusione di
materiale pedopornografico, la loro impunità e l’adescamento di bambini nell’Ue.
L’individuazione proattiva da parte dei fornitori di servizi online è stata
fondamentale per oltre 15 anni nel salvare i bambini da abusi in corso e nel
portare i colpevoli davanti alla giustizia”. In realtà alle piattaforme è
permesso accedere ai messaggi non da 15 anni bensì da 5, con l’entrata in vigore
della deroga nel 2021. L’anno dopo, la Commissione europea ha proposto il
regolamento Csar per trasformare la deroga temporanea in legge duratura. Gli
attivisti dei diritti digitali – guidati da Patrick Breyer, ex europarlamentare
del partito dei pirati tedesco – sono insorti contro il Csar battezzandolo “chat
control 2.0”. La versione 1.0, per i difensori della privacy, è la deroga
temporanea alle tutele per la riservatezza.
LE TRATTATIVE SU CHAT CONTROL: DA UN LATO IL PARLAMENTO, DALL’ALTRA LA
COMMISSIONE
La proposta di regolamento di palazzo Berlaymont, firmata dalla
socialdemocratica svedese Ylva Johansson, è stata già bocciata dal Parlamento
europeo a novembre 2023, bollata come “sorveglianza di massa”: la scansione non
sarebbe stata facoltativa, per le piattaforme, bensì obbligatoria. Infatti il
testo dell’Eurocamera restringe nettamente il perimetro dei controlli sui
messaggi. Su “chat control 2.0”, per lungo tempo neppure il Consiglio Europeo ha
trovato l’accordo: fino a novembre 2025, quando l’intesa è giunta sul testo
firmato dalla presidente danese Mette Frederiksen, socialdemocratica come
Johansson. Dopo 3 anni di trattative, i governi hanno trovato la quadra
adottando il principio cardine della deroga provvisoria: niente obbligo per le
piattaforme di scansionare i messaggi degli utenti (come voleva la Commissione)
bensì una scelta volontaria. Un passo indietro rispetto al testo di Palazzo
Berlaymont. Ora sono in corso i triloghi per il regolamento definitivo. Ma il
fallimento dei negoziati su “chat control 1.0” lascia presagire nuovi ostacoli
lungo le trattative per l’approvazione.
Da una parte, il Consiglio e la Commissione Ue premono per favorire la scansione
dei messaggi contro la pedopornografia online, almeno su base volontaria.
Dall’altra, il Parlamento Ue prova a mitigare i controlli delle piattaforme
ascoltando le preoccupazioni per la privacy sollevate da giuristi e istituzioni
del Vecchio continente. L’11 marzo all’Eurocamera è passato l’emendamento dei
Verdi che ha stravolto il testo della Commissione per rinnovare la proroga ai
controlli su chat e mail. La modifica restringeva il campo dei controlli solo
agli utenti “identificati dall’autorità giudiziaria competente”, sui quali si
nutrano “ragionevoli motivi per sospettare l’esistenza di un legame, anche
indiretto, con materiale pedopornografico”. Dunque niente controlli
indiscriminati su tutti gli utenti. Non solo: esclusi dalla scansione anche i
servizi con crittografia end to end, come Whatsapp e Signal. Risultato: l’11
marzo il Parlamento ha rinnova la deroga per consentire i controlli in chat, a
costo di depotenziare ampiamente il testo della Commissione Ue. Del resto, il 2
marzo la Commissione Libe aveva già bocciato la proposta di palazzo Berlaymont.
Nove giorni dopo, la formulazione in salsa “light” passa a Strasburgo con 458
voti a favore, 103 contrari e 63 astensioni. Dunque una bocciatura trasversale,
da destra a sinistra, verso i controlli indiscriminati delle piattaforme
tecnologiche (per lo più americane) sui messaggi dei cittadini europei: malgrado
lo scopo sia combattere gli abusi sessuali online a danno dei minori. Il
Consiglio Ue ha reagito facendo saltare i negoziati del trilogo. Ovvero: meglio
nessun controllo, rispetto alla versione alleggerita del parlamento Ue.
L'articolo Chat control, l’Europa si spacca sulla sorveglianza di massa nel nome
dei minori. Da aprile stop alla scansione dei messaggi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Zonaeuro
“In caso di guerra gli agricoltori sarebbero molto importanti. Sanno guidare
mezzi pesanti e conoscono benissimo il territorio”. Lo ha detto il Commissario
europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale Christophe Hansen durante la sua
audizione al Parlamento europeo. Dichiarazioni che non sono piaciute al M5s.
“Non volevamo credere alle nostre orecchie” ha commentato Danilo Della Valle,
europarlamentare del Movimento, in una nota. “Contestiamo queste parole assurde
che dimostrano ancora una volta la vera natura di questa Commissione
guerrafondaia”.
L'articolo Ue, il commissario Hansen: “In caso di guerra gli agricoltori
sarebbero importanti, guidano mezzi pesanti”. M5s: “Parole assurde” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Viktor Orbán e Robert Fico non mollano e bloccano l’impegno europeo di sostegno
all’Ucraina, almeno fino a quando Kiev non ripristinerà le forniture di petrolio
russo ai due Paesi attraverso l’oleodotto Druzhba danneggiato dai bombardamenti.
A niente sono serviti gli appelli degli altri Stati membri, tantomeno le
richieste delle istituzioni Ue di rispettare la parola data. E nemmeno l’impegno
del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di ripristinare le forniture entro
un mese e mezzo, ammorbidendo così le sue posizioni intransigenti sui flussi di
petrolio russo verso l’Ue. Così, il Consiglio Ue non ha potuto far altro che
approvare le conclusioni in merito solo col sostegno di 25 Stati membri su 27
l’invio del prestito da 90 miliardi a sostegno dell’Ucraina e l’imposizione del
ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia.
La decisione finale, raccontano fonti di Bruxelles, è arrivata dopo un lungo e
concitato dibattito tra i capi di Stato e di governo, la maggior parte dei quali
era impegnato a cercare di convincere Budapest e Bratislava a rispettare gli
accordi raggiunti lo scorso anno. Orbán, raccontano, ha fatto un breve
intervento sostenendo che la propria posizione è “legalmente solida”. Parole
alle quali ha replicato il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, che ha
definito il suo comportamento “inaccettabile” e “contrario” al principio della
leale cooperazione previsto dai Trattati.
D’altra parte, il leader ungherese, che tra meno di un mese dovrà affrontare le
elezioni parlamentari in patria che lo vedono, almeno stando ai sondaggi, i
netto svantaggio sul suo principale avversario, Peter Magyar, lo aveva
anticipato in mattinata entrando all’incontro: “La posizione ungherese è molto
semplice, siamo pronti a sostenere l’Ucraina quando avremo il nostro petrolio
che è bloccato da loro. Fino ad allora non ci sarà alcuna decisione favorevole
per l’Ucraina”. Inutili le promesse fatte da Kiev nei giorni scorsi, giudicate
dai due Paesi dell’Est Europa “una farsa“: “Noi aspettiamo il petrolio. Tutto il
resto è solo una favola. Crediamo solo ai fatti. Il petrolio deve arrivare in
Ungheria e poi si aprirà un nuovo capitolo. Fino ad allora non possiamo
sostenere alcuna proposta pro-ucraina. Senza quel petrolio tutte le famiglie
ungheresi e le aziende andranno in bancarotta. Non è uno scherzo, non è un gioco
politico, Volodymyr Zelensky dovrebbe capirlo”.
I temi sul tavolo del Consiglio erano tanti, dalla guerra in Iran alla nuova
crisi energetica, ma molti leader hanno deciso di lanciare un appello a Ungheria
e Slovacchia, prima dell’incontro, affinché tornassero sulle loro posizioni. “Se
si dice di impegnarsi su qualcosa, poi quell’impegno deve essere rispettato – ha
dichiarato la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola – Questo è
sempre stato lo spirito del Consiglio europeo, così come lo è lo spirito della
leale cooperazione tra le istituzioni. Il Parlamento ha votato sul prestito e la
decisione è stata formalizzata anche dal Consiglio, ora ci aspettiamo che venga
attuata. Sarà sempre richiesto a tutti coloro che siedono attorno al tavolo”
Che il clima, però, non fosse favorevole al raggiungimento dell’unanimità era
chiaro a tutti. Tanto che l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue,
Kaja Kallas, si era detta “non molto ottimista, ma so che il presidente Costa si
sta davvero impegnando al massimo per trovare una soluzione con Orbán “. Nel
tentativo di sbloccare la situazione, supportando l’Ucraina nel ripristino dei
flussi di petrolio, l’Unione europea aveva inviato dei suoi esperti nel Paese di
Volodymir Zelensky per valutare le reali condizioni delle pipeline. Uno sforzo
inutile, dato che Orbán e Fico hanno deciso di non rinunciare al proprio diritto
di veto.
X: @GianniRosini
L'articolo Orbán e Fico mettono il veto sul prestito da 90 miliardi all’Ucraina:
Ue approva le conclusioni con soli 25 Stati membri proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Oltre quattro ore. Tanto è durato l’interrogatorio di Andrea Maellare, l’ex
assistente dell’europarlamentare di Forza Italia Fulvio Martusciello coinvolto
dalla Procura federale del Belgio nel cosiddetto scandalo Huaweigate. Nei giorni
scorsi, Maellare ha ricevuto un avviso di garanzia e un invito a farsi
interrogare perché è indagato nell’ambito dell’inchiesta “5G” per associazione a
delinquere, corruzione pubblica, falsificazione di atti, utilizzo di documenti
falsificati e riciclaggio di denaro. Contattato al termine dell’interrogatorio
da Ilfattoquotidiano.it, l’avvocato Sabrina Rondinelli ha spiegato che “il mio
assistito ha risposto a tutte le domande della polizia in relazione al fascicolo
5G”.
“Il dottore Andrea Maellare – ha aggiunto – si è dichiarato estraneo ai fatti
con prove a sua difesa che abbiamo depositato oggi e posso dire che lui è
vittima di questa vicenda. Faccio presente che è un ragazzo che si è fatto da
solo, con la passione per la politica e si trova nel suo lavoro solo per
meritocrazia. Sto valutando azioni a tutela della sua immagine”.
Sul contenuto dell’interrogatorio non trapela nulla, ma è chiaro che l’interesse
degli investigatori della polizia federale belga è tutto sul rapporto tra l’ex
assistente e Martusciello il cui nome è apparso, sin da subito, al centro
dell’inchiesta esplosa l’anno scorso. Ed è probabilmente su questo punto che
ruotano le prove depositate dall’avvocato Rondinelli a difesa di Maellare.
Intanto, alcune fonti da Bruxelles interne ai palazzi del Parlamento europeo
confermano che, dopo i rinvii delle scorse settimane, la Commissione Giuridica
(Juri) ha ricalendarizzato l’audizione dell’europarlamentare di Forza Italia in
merito alla richiesta di revoca dell’immunità presentata nei suoi confronti
dall’autorità giudiziaria belga. Martusciello dovrebbe comparire il 24 marzo,
quando si difenderà dalle accuse presentate dalla Procura federale e discuterà
la sua memoria difensiva che è già agli atti della Commissione giuridica.
Lo scandalo Huaweigate è diventato di dominio pubblico dopo i 21 blitz eseguiti
l’anno scorso dagli agenti belgi, portoghesi e francesi su mandato della Procura
federale belga. Il presunto giro di mazzette partite da Huawei per finire nelle
tasche di europarlamentari sarebbe collegato alla corsa dei colossi delle tlc ad
accaparrarsi bandi per lo sviluppo della rete 5G in Europa. Da parte degli Stati
Uniti e di anime della politica europea si chiedeva l’esclusione delle società
cinesi per motivi di sicurezza interna. Cosa che poi è avvenuta. Per evitarla, è
la tesi della Procura, i lobbisti di Huawei spingevano alcuni europarlamentari,
dietro ricompensa, a fare pressione sulle istituzioni affinché non escludessero
le aziende di Pechino, arrivando a parlare di “razzismo tecnologico”. Tesi,
questa della Procura federale, che sarebbe supportata da una lettera datata
gennaio 2021 nella quale il primo firmatario, Martusciello appunto, e altri
eurodeputati si appellavano direttamente alla Commissione. L’accordo sarebbe
consistito in 15 mila euro di compenso all’autore delle lettere e 1.500 euro ai
restanti europarlamentari cofirmatari. Agli atti dell’inchiesta sarebbero finiti
anche diversi messaggi e mail, ma anche alcuni bonifici con i quali gli
investigatori hanno tracciato i movimenti di denaro che sarebbe stato versato da
Huawei. Dopo essere transitati sui conti di due società, una belga e una
inglese, infatti, questi soldi rappresenterebbero le famose “mazzette” su cui
indaga la Procura federale. Mazzette che, una volta arrivate sui conti correnti
di alcuni assistenti parlamentari, avrebbero così chiuso il cerchio del presunto
“patto corruttivo”.
L'articolo Huaweigate, interrogato per oltre quattro ore Andrea Maellare: è l’ex
assistente dell’europarlamentare Martusciello proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alla prossima plenaria di Strasburgo proporrà che i Paesi Ue tassino gli
extraprofitti delle aziende energetiche e dei produttori di armi e usino le
risorse per aiutare cittadini e piccole imprese che stanno pagando il conto
della guerra con l’Iran scatenata da Donald Trump. Con cui lo scorso anno Ursula
von der Leyen ha sottoscritto accordi “sciagurati, contro gli interessi
dell’Europa”. In parallelo, Pasquale Tridico continua a sostenere la necessità
di tassare Big Tech e grandi patrimoni per alleggerire il carico fiscale su
lavoro e classe media. L’economista, ex presidente Inps, oggi europarlamentare
M5s e presidente della sottocommissione fiscale del Parlamento europeo, è il
padrone di casa della quarta edizione dell’EU Tax Symposium in corso a
Bruxelles, dedicato al futuro della tassazione in un mondo che vede allargarsi
sempre di più le disuguaglianze.
Domanda. L’aumento dei prezzi dell’energia causato dall’offensiva di Usa e
Israele contro l’Iran si fa sentire nelle tasche dei cittadini europei. Ma molti
Paesi, a partire dall’Italia, non hanno risorse per intervenire con aiuti
corposi. Come uscirne?
Risposta. Anche in questo caso abbiamo non solo aumenti dei prezzi dovuti ai
maggiori costi, ma anche alla speculazione. Qualcuno la definisce inflazione “da
scusa”: in un clima in cui sembra che i costi aumentino per tutti, alcune
imprese aumentano i prezzi in modo ingiustificato e così aumentano i propri
margini. Questo porta a un impoverimento della classe media, dei lavoratori, dei
pensionati e di chi vive di reddito da lavoro. La nostra proposta è quella di
una tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche, petrolifere e anche
delle aziende legate alla produzione di armi. Poi queste risorse andrebbero
redistribuite a cittadini e imprese che si trovano a fronteggiare aumenti di
spesa per gas, luce, benzina o diesel.
D. Dovrebbe essere una misura europea? In Italia il governo Draghi aveva provato
a introdurne una nel 2022, ma non ha funzionato granché: il gettito è stato
molto inferiore al previsto.
R. Non ha funzionato perché non c’era una vera volontà politica. Era scritta
male, ma non perché chi l’ha scritta non fosse capace: alla base c’era
un’ambiguità. Noi come M5s presenteremo una proposta al Parlamento europeo,
nella prossima plenaria a Strasburgo. E domani ne discuterò durante il Tax
Symposium con il Nobel Joseph Stiglitz. Poi saranno ovviamente i Paesi membri a
dover legiferare. Ma se l’idea sarà sostenuta da una maggioranza forte
all’Europarlamento questo conterà. Così come, in negativo, contano le mozioni
approvate dal Parlamento su invio di armi e finanziamento della guerra.
D. Ma come si misurano concretamente gli extraprofitti?
R. Bisogna guardare a un periodo storico, ad esempio gli ultimi cinque anni, e
analizzare l’andamento dei profitti delle aziende. Poi si confrontano gli
aumenti di prezzo recenti con i profitti realizzati. Se i profitti crescono in
modo proporzionale ai costi può essere giustificato. Ma se i profitti aumentano
molto più dei costi, allora siamo di fronte a extraprofitti. Ci sono analisi
della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale che mostrano
come negli ultimi anni l’inflazione sia stata in gran parte determinata
dall’offerta. Ovvero dai gruppi che offrono prodotti sul mercato in settori
molto concentrati o quasi monopolistici, come l’energia o l’industria degli
armamenti.
D. Passiamo alla fiscalità internazionale. L’Ocse ha formalizzato l’accordo
“side by side” che di fatto esonera le multinazionali Usa gli Stati Uniti dalla
tassa minima globale del 15%. La Commissione Ue sostiene che è un compromesso
equilibrato perché resta in vigore la minimum tax domestica. Ma le ong per la
giustizia fiscale ed economisti come Gabriel Zucman parlano di una resa. Lei
come lo interpreta?
R. Tutti gli accordi che la Commissione europea ha concluso con gli Stati Uniti
nel 2025 sono stati contro gli interessi dell’Europa. Lo abbiamo visto con
l’accordo di luglio sui dazi al 15% sui prodotti europei, con il fallimento del
Pillar 1 sulla tassazione dei servizi digitali e ora con la Global Minimum Tax.
Gli Stati Uniti sostengono di avere già una loro minimum tax nazionale intorno
al 14%, che però non considera molti crediti d’imposta. Di fatto la tassazione
effettiva può scendere anche al 10-12%. Questo crea uno squilibrio tra le
imprese europee e quelle americane. L’accordo su misura permette agli Stati
Uniti di restare fuori dal Pillar 2: è stato accettato dalla Commissione in modo
sciagurato.
D. Von der Leyen aveva leve negoziali per ottenere qualcosa di meglio?
R. Io penso di sì. L’Europa ha un grande vantaggio: un mercato unico di 450
milioni di consumatori. È il mercato maturo più grande al mondo, il mercato più
grande anche per gli Stati Uniti per quanto riguarda i servizi digitali: lo
dovremmo far valere. Ad esempio, noi avevamo proposto una Digital Service Tax
europea sulle grandi piattaforme digitali. I settori tradizionali, quelli con
molti lavoratori, sono già molto tassati. Pensiamo all’industria manifatturiera:
con un salario lordo di 40mila euro, tra imposte e contributi il lavoratore
porta a casa meno della metà. I grandi gruppi digitali che sostituiscono lavoro
con tecnologia invece hanno costi marginali molto bassi e grandi fatturati.
D. La Ue discute da tempo dell’introduzione di nuove “risorse proprie”, cioè
tasse che contribuiscano al bilancio comune e in prospettiva a ripagare i
prestiti contratti per il Next generation Eu. Si era parlato anche di una
Digital service tax ad hoc, ma non se n’è fatto nulla. L’anno scorso la
presidenza polacca del Consiglio Ue, riprendendole proposte dell’economista
Gabriel Zucman, ha ipotizzato una tassa sugli ultra-ricchi: come funzionerebbe?
R. Sarebbe una tassa minima del 2-3% sui patrimoni sopra i 100 milioni di euro.
In Europa parliamo di poche centinaia di persone, circa 521 individui, 76 dei
quali in Italia. Gli studi mostrano che il top 1% della distribuzione del
reddito paga in proporzione meno tasse di un lavoratore medio, quindi si tratta
di una misura di equità. Una misura di questo tipo potrebbe generare fino a 120
miliardi di euro a livello europeo. E servirebbe anche per ristabilire fiducia
tra cittadini e istituzioni: se vogliamo mantenere il welfare europeo dobbiamo
ridurre la pressione fiscale su lavoratori e piccole imprese e aumentarla sulle
grandi corporation e sui patrimoni più elevati.
D. Tra le proposte della Commissione c’era anche quella di incamerare una parte
dei proventi delle aste delle quote di emissione nell’ambito del sistema Ets.
Che ora il governo italiano vorrebbe eliminare.
R. La transizione ecologica non va fermata: se noi continuiamo a rinviare il
raggiungimento degli obiettivi, paesi che stanno facendo grandi investimenti in
questo settore, per esempio la Cina, ci lasceranno indietro. In ogni caso la
richiesta di Giorgia Meloni è già stata bocciata da otto Paesi secondo cui non
va nella giusta direzione. Non c’è consenso, al Consiglio Ue non passerà. Anche
il governo Merz, di solito abbastanza in linea con le proposte della Meloni, si
è chiamato fuori.
L'articolo Tridico (Parlamento Ue): “Tassare gli extraprofitti di aziende
energetiche e produttori di armi per aiutare chi è danneggiato dai rincari”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Unicredit è tenuta a fare un’offerta di acquisizione, avendo superato la soglia
del 30%. Questo è prescritto dal diritto commerciale. Adesso la questione
compete ai due soggetti interessati. L’opinione politica del governo è chiara:
vogliamo mantenere l’indipendenza di Commerzbank. Ma adesso Commerzbank deve
dare una risposta e tutto il resto si vedrà nelle prossime settimane e mesi”. Se
non come un’apertura, che non c’è, il commento del cancelliere tedesco Friedrich
Merz, all’ultima mossa di Unicredit a Francoforte suona almeno come un “non
siamo d’accordo, ma se la vedano loro”.
La banca italiana ha lanciato un’offerta pubblica volontaria di scambio per
superare il 30% dell’istituto tedesco che già possiede e avere anche più
flessibilità rispetto ai piani di acquisto di azioni proprie di Commerzbank, che
comportano fluttuazioni degli italiani da una parte all’altra della soglia
rilevante del 30 per cento appunto. “Non puntiamo al controllo, ma a un dialogo
costruttivo con Commerzbank e gli altri stakeholder”, ha detto l’amministratore
delegato di Unicredit, Andrea Orcel, presentando l’operazione agli analisti. “È
giunto il momento di dialogare. Ci auguriamo quindi che questa offerta ribadisca
questo messaggio e la nostra costante disponibilità al dialogo con la dirigenza
di Commerzbank. Rimaniamo convinti del notevole valore che una soluzione
concordata potrebbe generare”, ha aggiunto il banchiere spiegando che
l’operazione “non presenta svantaggi rispetto all’obiettivo di stimolare un
dialogo costruttivo. Il nostro obiettivo con questa operazione è superare la
soglia del 30%. Possiamo raggiungerlo solo con un’offerta pubblica di acquisto
volontaria che, come previsto dalla legge tedesca, è un’offerta a tutti gli
azionisti per il 100% delle azioni. La nostra aspettativa, tuttavia, è di non
superare di molto il 30%”.
Resta ovviamente ferma la premessa alla base dell’ingresso di Unicredit in
Commerzbank: “Credo che una fusione non solo aggiungerebbe molto valore agli
azionisti, ma anche alla Germania, all’Europa, ai clienti e alle persone che
lavorano presso Commerzbank e Unicredit”, dice Orcel. E, almeno a parole,
l’Europa lo sostiene. “Per rendere l’Unione del risparmio e degli investimenti
un successo”, fanno sapere da Bruxelles senza entrare nel merito del caso
specifico, “abbiamo bisogno di banche forti, perché sono intermediari chiave nei
mercati dei capitali”, mentre le nostre banche “non hanno raggiunto una scala
sufficiente per essere competitive sul piano internazionale”. Invece “il
consolidamento nel settore bancario attraverso fusioni domestiche e
transfrontaliere contribuirebbe a migliorare l’efficienza e la redditività delle
banche”.
Ma Commerzbank non apre. “Non ci sono le basi per i colloqui”, manda a dire il
numero uno Bettina Orlopp, che si ribadisce convinta “della forza e del
potenziale della nostra strategia, che punta sull’autonomia e sulla crescita
redditizia”. E protesta perché “di fatto” non c’è “alcun premio per i nostri
azionisti”. In ogni caso il consiglio di amministrazione e il consiglio di
Sorveglianza di Commerzbank “esamineranno attentamente” l’offerta una volta
pubblicata, “agendo nel migliore interesse della banca, dei suoi azionisti, dei
dipendenti e dei clienti”. Intanto il capo del consiglio di fabbrica della
banca, Sascha Ubel annuncia un’azione di difesa “con tutte le nostre forze e i
nostri mezzi” di fronte a quello che definisce come “il passo successivo della
spudoratezza” che, “non è solo un passo non concordato, ma ostile”. E così il
portavoce del ministero delle Finanze tedesco, cui fa capo il 12% della banca,
ha buon gioco a sottolineare che “un’acquisizione ostile non sarebbe
accettabile” e quello di Unicredit “è un annuncio, di cui prendiamo atto, non
ancora una proposta”.
I base ai dettagli dell’operazione forniti dalla banca, Unicredit prevede che la
propria offerta sarà pari a 0,485 azioni proprie per ogni azione Commerzbank, il
che implica un prezzo di 30,8 euro per azione (32,1 euro a +8,6% la chiusura in
Borsa) della banca tedesca, ovvero un premio del 4% rispetto alla chiusura del
13 marzo. ll rapporto di cambio sarà determinato dalla BaFin, l’autorità di
vigilanza finanziaria tedesca, nei prossimi giorni sulla base del prezzo medio
ponderato per i volumi degli ultimi tre mesi delle azioni delle due banche. Si
prevede che l’offerta sia formalmente avviata all’inizio di maggio, con un
periodo di adesione di quattro settimane.
Per Standard & Poor’s l’offerta “è la conferma che UniCredit continua a
perseguire un accordo più ampio e trasformativo con Commerzbank”, tanto che non
si esclude che “i termini dell’offerta di scambio possano cambiare prima della
chiusura dell’operazione, prevista per giugno”. In particolare “se le
discussioni che UniCredit intende avviare con tutti gli stakeholder di
Commerzbank dovessero tradursi in un sostegno a un accordo di più ampia
portata”.
L'articolo Unicredit alle porte di Commerzbank. Merz: “Vogliamo l’indipendenza
della nostra banca, ma la risposta sta a lei” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Procura federale del Belgio scrive un altro capitolo nel cosiddetto scandalo
Huaweigate. E rischia di farlo a pochi giorni dall’audizione
dell’europarlamentare di Forza Italia Fulvio Martusciello davanti alla
Commissione Juri in merito alla richiesta di revoca dell’immunità presentata nei
suoi confronti dall’autorità giudiziaria belga. Quest’ultima sospetta il
coinvolgimento del politico italiano nel presunto giro di mazzette che da Huawei
passavano nelle mani di lobbisti e assistenti parlamentari per poi finire nelle
tasche anche di europarlamentari. Nell’inchiesta, però, c’è un nuovo indagato al
quale, nei giorni scorsi, la polizia ha notificato un invito a essere
interrogato. Si tratta di Andrea Maellare, 30 anni, di Soverato (Catanzaro),
cresciuto tra le fila di Forza Italia Giovani sino a diventare coordinatore
regionale e vice delegato nazionale. Ruoli che, nel tempo, lo hanno messo in
contatto con i big del partito: dal defunto presidente Silvio Berlusconi
all’attuale segretario nazionale e ministro degli Esteri Antonio Tajani,
passando dai vertici calabresi di Forza Italia. Ma anche con l’europarlamentare
campano Fulvio Martusciello del quale, nel 2019, era diventato stagista.
Maellare, insomma, è stato un enfant prodige della politica azzurra e, nel 2020,
dopo uno stage di 7 mesi, a soli 24 anni è diventato il più giovane assistente
parlamentare in Europa. Ovviamente di Martusciello.
Oggi di anni ne ha 30 e ha ricevuto un avviso di garanzia in seguito al quale
martedì “sarà interrogato, – si legge nell’atto – in qualità di sospettato”, per
reati gravissimi e punibili “con la reclusione”. Andrea Maellare, infatti,
rischia il carcere per associazione a delinquere, corruzione pubblica,
falsificazione di atti, utilizzo di documenti falsificati e riciclaggio di
denaro. Oltre all’elenco dei reati contestati, nell’avviso di citazione c’è
scritto che sebbene l’indagato “non sia privato della libertà”, la sua posizione
potrebbe cambiare dopo l’interrogatorio. Testualmente, infatti, si legge:
“Tuttavia tenete presente che il pubblico ministero, a seconda delle
circostanze, può disporre l’arresto nell’ambito delle indagini”. Ed è per questo
motivo che l’autorità giudiziaria belga consiglia a Maellare di presentarsi,
accompagnato da un avvocato, martedì alle 9 negli uffici della polizia federale
dove potrà decidere se “fare una dichiarazione, rispondere alle domande poste
oppure rimanere in silenzio”.
Lo scandalo Huaweigate è diventato di dominio pubblico l’anno scorso dopo i 21
blitz compiuti dagli agenti belgi, portoghesi e francesi su mandato della
Procura federale belga. Il presunto giro di mazzette partite da Huawei per
finire nelle tasche di europarlamentari sarebbe collegato alla corsa dei colossi
delle tlc ad accaparrarsi bandi per lo sviluppo della rete 5G in Europa. Da
parte degli Stati Uniti e di anime della politica europea si chiedeva
l’esclusione delle società cinesi per motivi di sicurezza interna. Cosa che poi
è avvenuta. Per evitarla, è la tesi della Procura, i lobbisti di Huawei
spingevano alcuni europarlamentari, dietro ricompensa, a fare pressione sulle
istituzioni affinché non escludessero le aziende di Pechino, arrivando a parlare
di “razzismo tecnologico”. Tesi, questa della Procura federale, che sarebbe
supportata da una lettera datata gennaio 2021 nella quale il primo firmatario,
Martusciello, e altri eurodeputati si appellavano direttamente alla Commissione.
L’accordo sarebbe consistito in 15mila euro di compenso all’autore delle lettere
e 1.500 euro ai restanti europarlamentari cofirmatari. Agli atti dell’inchiesta
sarebbero finiti anche numerosi messaggi e, soprattutto, i bonifici a riscontro
delle somme di denaro versate da Huawei. Dopo essere transitati sui conti di due
società, una belga e una inglese, questi soldi rappresenterebbero le famose
“mazzette” su cui indaga la Procura federale. Mazzette che, una volta arrivate
sui conti correnti di alcuni assistenti parlamentari, avrebbero così chiuso il
cerchio del presunto “patto corruttivo”.
Ritornando all’interrogatorio di martedì, il calabrese Andrea Maellare non è il
primo assistente parlamentare di Martusciello coinvolto nell’inchiesta. Nel
marzo 2025, infatti, era stato il turno di Lucia Luciana Simeone destinataria di
un mandato di arresto europeo per i reati di associazione per delinquere,
corruzione e riciclaggio. Travolta dallo scandalo Huaweigate, dopo qualche
giorno di carcere a Secondigliano, Simeone era tornata a casa ai domiciliari
concessi dalla Corte di Appello di Napoli. A un mese dall’incarcerazione, il suo
mandato di arresto europeo è stato revocato perché il giudice istruttore belga
ha “preso atto – avevano spiegato i legali della Simeone – della volontà
dell’assistente parlamentare di fornire ogni chiarimento sulla sua posizione”.
Un po’ quello che, adesso, sta succedendo ad Andrea Maellare. Nei cui confronti,
però, ancora c’è solo un avviso di garanzia e quello che, dalle parti di
Bruxelles, chiamano un “invitation a etre entendu”.
L'articolo “Huaweigate”, indagato Andrea Maellare: è un altro assistente
parlamentare del forzista Martusciello. Martedì l’interrogatorio proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il cordone sanitario intorno all’estrema destra in Ue è ormai ridotto in pezzi.
Dopo gli ammiccamenti, i voti che hanno sancito l’ascesa della nuova
‘maggioranza Giorgia‘ a scapito dell’originaria ‘maggioranza Ursula‘, adesso
un’inchiesta della Dpa ha svelato che nei giorni precedenti all’ennesimo blitz
per inasprire, contro la volontà degli alleati socialisti, la stretta
sull’immigrazione c’è stata una contrattazione e un successivo accordo tra il
Partito Popolare Europeo di quel Manfred Weber che aveva sempre escluso ogni
collaborazione con l’estrema destra, i Conservatori di cui fa parte anche
Fratelli d’Italia, i Patrioti che ospitano, tra gli altri, Fidesz, Rassemblement
National e Lega e anche quello dei Sovranisti di Alternative für Deutschland.
Curioso, quindi, che sia stato proprio il capogruppo tedesco del Ppe a esultare
tra i primi dopo l’approvazione della commissione Libertà civili, giustizia e
affari interni (Libe) del Parlamento europeo al mandato negoziale sul nuovo
regolamento rimpatri. Anche perché, col sostegno dell’estrema destra, i Popolari
sono riusciti ad approvare tutti gli emendamenti redatti dal relatore
François-Xavier Bellamy, bocciando invece quelli di compromesso presentati da
Renew e sostenuti anche da S&D. Un “passo importante” nella direzione giusta,
perché “deve essere chiaro che portiamo i migranti illegali fuori dall’Ue”, ha
esultato Weber prima di aggiungere che “siamo a favore degli hub per i
rimpatri“: “Sulle migrazioni il Ppe e S&D – ha aggiunto – hanno idee diverse su
come risolvere il problema. Ed è un bene che si veda. Fa parte della
democrazia”.
Una lettura che non tiene conto di alcune variabili, la sua. Perché se Weber non
sembra avere alcun problema ad abbattere il cordone sanitario che lui stesso si
era preso l’impegno di dichiarare sulle formazioni del gruppo dei Patrioti e dei
Sovranisti, un altro leader di alto rango della Cdu tedesca, ossia il principale
partito europeo all’interno della più grande famiglia europea, del Paese più
influente dell’Ue che esprime anche la presidente della Commissione, aveva messo
la propria faccia due giorni prima a garanzia dell’impossibilità di creare
un’alleanza tra Cdu e AfD: il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Dopo la
sconfitta alle elezioni in Baden-Württemberg, alla domanda su una possibile
maggioranza alternativa composta dall’Unione Cristiano-Democratica e la
formazione di estrema destra aveva risposto: “Non cercherò un’altra maggioranza
nel Bundestag“, anche se alcuni media mi sollecitano a farlo.
Quel ‘qualcuno’, forse, non sono solo i media e siede invece tra i banchi di
Bruxelles. Secondo quanto riporta Dpa, la collaborazione tra il Ppe e AfD,
partito largamente maggioritario all’interno del gruppo Europa delle Nazioni
Sovrane, che comprende anche Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, è attiva “in
modo più stretto di quanto finora noto”. L’agenzia di stampa scrive che
esponenti dei Popolari hanno discusso il testo poi approvato in una chat
WhatsApp e durante un incontro privato tra eurodeputati di destra. Indiscrezioni
che hanno portato Weber a rispondere con un no comment.
Dall’inchiesta emerge che i contatti tra le parti sono iniziati dopo che le
trattative tra Ppe, Socialisti e liberali su un testo condiviso si erano
insabbiate. Oggetto dello scontro, come prevedibile, gli hub per i rimpatri.
Così l’attenzione dei Popolari si è spostata sulle forze alternative, ben più
aperte a inasprire le regole sull’immigrazione. Tanto che in una chat di gruppo,
dicono, sono stati discussi anche emendamenti proposti da AfD, tra cui un
rafforzamento dei controlli sull’età dei richiedenti asilo. Un confronto online
che il 4 marzo è sfociato in un incontro tra eurodeputati del Ppe e
rappresentanti dell’AfD, dei Conservatori e dei Patrioti nel quale sarebbe stata
definita la proposta legislativa poi approvata in aula. Dopo l’intesa, nella
chat è comparso il messaggio: “Grazie per questa eccellente collaborazione“.
Ma non è la prima volta che il Ppe tradisce la maggioranza Ursula preferendole
l’appoggio dell’estrema destra. L’ultimo episodio di rilievo risale a novembre
quando, con un blitz in Conferenza dei presidenti, proprio Weber ha chiesto e
ottenuto, con l’aiuto dell’estrema destra, il blocco di una missione in Italia
dell’Eurocamera con focus sullo stato di diritto, la libertà di stampa e la
giustizia. Il motivo: non interferire sul processo elettorale in vista del
referendum del 22 e 23 marzo. Anche questa volta, gli esponenti coinvolti
nell’accordo con l’estrema destra sono di primo piano. Il relatore è infatti
François-Xavier Bellamy, vicepresidente del gruppo Ppe e tesoriere del partito.
Segno che, nonostante le smentite di Merz, la fronda interna che punta a
un’alleanza sempre più strutturata con l’estrema destra è molto nutrita.
X: @GianniRosini
L'articolo Ue, tra Ppe ed estrema destra è nata una nuova alleanza: “Messaggi e
incontri tra eurodeputati per votare la stretta sull’immigrazione” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
La crisi energetica innescata dalla crisi in Medio Oriente e dalla drastica
riduzione del traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz ha riportato i prezzi
di benzina e diesel sopra la soglia critica dei due euro in diversi Paesi
europei. Mentre il petrolio è tornato nuovamente a superare la soglia dei 100
dollari, la comunità internazionale tenta una risposta coordinata. Con il
sostegno politico dei Paesi del G7, l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie)
– che definisce la crisi la più grande interruzione di offerta della storia del
mercato petrolifero –, è pronta a coordinare il rilascio di riserve strategiche
nazionali fino a 400 milioni di barili. Azione a cui partecipa anche l’Italia
con 10 milioni di barili, equivalenti al 13,5% delle nostre scorte di sicurezza.
Tutto per garantire stabilità alle forniture. Funzionerà? Secondo la stessa
Agenzia, l’efficacia è strettamente legata alla durata del blocco di Hormuz.
Questione di matematica: se la chiusura dello Stretto o il rallentamento dei
flussi dovessero persistere per settimane o mesi, l’iniziativa dell’Aie rischia
di rivelarsi un buco nell’acqua, ha detto all’Adnkronos Francesco Sassi, docente
di geopolitica dell’energia all’Università di Oslo. Finché i mercati non
coglieranno segni di de-escalation nel conflitto, dunque, la minaccia iraniana
dei 200 dollari al barile resta all’ordine del giorno. Né rassicurano le ultime
dichiarazioni di Donald Trump: “Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di
petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un
sacco di soldi”.
A Bruxelles sono sul tavolo opzioni come un taglio coordinato delle tasse sui
carburanti e la reintroduzione del tetto al prezzo del gas per limitare il
contagio sui costi dell’elettricità. Ma per ora i singoli Stati Ue si sono mossi
in ordine sparso, adottando strategie nazionali che vanno dalla riduzione delle
tasse, al controllo dei prezzi, fino alla vigilanza del mercato. In Italia il
governo sta studiando l’aggiornamento del meccanismo delle accise mobili,
strumento che permetterebbe di ridurre la tassazione sui carburanti
compensandola col maggiore gettito Iva incassato dai rincari. Si tratta di
rinunciare alla entrate aggiuntive non previste a bilancio per abbassare
temporaneamente il prezzo alla pompa. Ma l’attivazione richiede un decreto del
ministero dell’Economia d’intesa col ministero dell’Ambiente: sebbene lo
strumento sia previsto dalla normativa (misura del 2007 aggiornata nel 2023), la
sua attivazione non è automatica. Senza il consolidamento delle attuali
condizioni di prezzo su base bimestrale rispetto alle stime del Documento di
Economia e Finanza, “il taglio delle accise non può scattare legalmente”, ha
spiegato il Mef in Commissione Finanze alla Camera. Così, per ora, la strategia
resta quella del monitoraggio. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha disposto
un potenziamento dei controlli della Guardia di Finanza lungo la filiera
distributiva per stanare speculazioni.
Decisamente più radicale le scelte fatte nell’Europa orientale e sud-orientale.
In Ungheria Viktor Orbán ha imposto per decreto un tetto massimo ai prezzi,
equivalenti a circa 1,51 al litro per la benzina e 1,56 euro per il gasolio. La
misura si applica esclusivamente ai veicoli con targa nazionale ed è sostenuta
dal rilascio delle riserve petrolifere statali. Non mancano le critiche, con le
opposizioni che parlano di misura propagandistica di un governo in difficoltà a
un mese dalle elezioni. Quanto ai conti pubblici, l’agenzia di rating Standard &
Poor’s ha avvertito che il peggioramento dei conti esterni e le politiche di
sussidio potrebbero portare a un declassamento del rating del Paese. Anche la
Croazia, sotto la guida di Andrej Plenković, ha optato per un calmiere
amministrativo bloccando i prezzi a circa 1,50 euro per la benzina e 1,55 per il
diesel, senza distinzioni di nazionalità, annunciando di voler proteggere
famiglie e imprese. Il governo di centrosinistra della Slovenia ha invece scelto
la via della riduzione delle accise per attenuare l’impatto dei prezzi
internazionali, mantenendo i costi finali tra i più bassi dell’area a circa 1,47
euro per la benzina e 1,53 euro per il diesel.
All’estremo opposto sembrano invece posizionarsi, almeno per il momento, le
grandi economie dell’Europa occidentale. In Germania il cancelliere Friedrich
Merz mantiene una linea attendista, privilegiando la trasparenza del mercato
rispetto a interventi diretti sui prezzi che rischiano di distorcere la
concorrenza. A Parigi il primo ministro Sébastien Lecornu ha invece escluso
l’introduzione di uno scudo per i prezzi a causa dei limitati margini di
bilancio, optando invece per un piano straordinario di centinaia di ispezioni
presso le stazioni di servizio per prevenire la speculazione. Il governo
francese ha definito inconcepibile una riduzione dell’Iva, che avrebbe un costo
stimato di circa 17 miliardi di euro. Una soluzione intermedia è stata adottata
dal Portogallo del socialdemocratico Luís Montenegro, che ha attivato una
valvola di sicurezza fiscale, cioè uno sconto di alcuni centesimi sul diesel
finanziato dal gettito Iva extra, con un meccanismo automatico che scatta quando
i prezzi aumentano di circa 10 centesimi rispetto ai livelli di riferimento.
Scelte differenti che frammentano ancor di più la situazione nei vari i Paesi,
dove si registra ormai un divario tra i prezzi medi che si avvicina a 80-90
centesimi per litro di diesel: dalla Slovenia dei 1,5 euro al litro, ai Paesi
Bassi dove si superano spesso gli 1,85 euro. Ma non è solo una questione di
prezzi ed è per questo che le principali economie sarebbero più caute nelle
soluzioni da adottare. Perché se da un lato calmierare i prezzi e tagliare le
tasse offra un sollievo immediato a famiglie e aziende, gli esperti mettono in
guardia sui rischi strutturali. Perché le misure non solo pesano sulle finanze
pubbliche ma rischiano di incentivare i consumi di combustibili fossili,
ritardando la transizione energetica e mantenendo le economie europee
vulnerabili alle continue instabilità geopolitiche, compresa l’incognita sulle
intenzioni di Donald Trump per le sanzioni alla Russia, che si offre di colmare
il vuoto lasciato dal blocco delle forniture provenienti dal Golfo Persico,
ovviamente a prezzi correnti. La Commissione Ue ha esortato a far rispettare
rigorosamente il tetto al prezzo del petrolio russo, avvertendo che tornare a
dipendere dall’energia russa sarebbe un “errore strategico”. Errore che il
presidente ucraino Volodymyr Zelensky tenterà di scongiurare anche nei prossimi
giorni, durante la visita ad alcuni Paesi Ue, da Parigi a Madrid. Ma il
conflitto in Medio Oriente ha messo anche il dossier ucraino in diretta
concorrenza con la pompa di benzina.
L'articolo Rincaro carburanti | Tetto ai prezzi di Orbán, taglio delle accise in
Slovenia, ispezioni in Francia e “monitoraggio” in Italia: i Paesi Ue in ordine
sparso e i rischi del piano sulle riserve petrolifere proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il Parlamento europeo con 367 voti favorevoli, 166 contrari e 84 astensioni ha
approvato il Rapporto della Commissione Hous, una relazione che contiene le
raccomandazioni alla Commissione e agli Stati membri per affrontare l’aumento
dei prezzi delle case e la carenza di alloggi accessibili.
Il rapporto parte da una constatazione condivisibile: milioni di cittadini
europei vivono in condizioni abitative precarie. Negli ultimi anni i canoni di
locazione sono aumentati in media di oltre il 30%, con una incidenza sui redditi
del 40%, mentre la disponibilità di abitazioni pubbliche continua a diminuire.
Una situazione che si abbatte soprattutto su giovani, famiglie e persone
vulnerabili, afflitte da una povertà strutturale, anche quando lavorano,
rendendo difficile l’accesso alla casa e aggravando disuguaglianze sociali già
profonde.
Il documento non ha recepito gli impegni concreti derivanti dalle proposte
avanzate dai movimenti sociali, dalle forze politiche di sinistra e dai governi
europei progressisti per affrontare la crisi strutturale dell’abitare in Europa.
Eppure i numeri a livello europeo sono allarmanti: 1,2 milioni di persone sono
senza casa in Europa, tra cui 400.000 bambini, mentre 20 milioni di persone
vivono in condizioni abitative inadeguate. Un rapporto, quello approvato che non
prevede neanche le misure necessarie per raggiungere gli obiettivi stabiliti
dalla Risoluzione del Parlamento europeo sulla casa approvata il 21 gennaio
2021: a) porre fine alla condizione di senza casa, b) garantire che il costo
dell’abitare non superi il 30% del reddito entro il 2030.
Pur riferendosi alla necessità di dotare gli Stati membri di alloggi dignitosi,
sostenibili e accessibili, il documento resta tutto interno ad un approccio che
guarda al mercato e alla finanza immobiliare, senza affrontare il fabbisogno
abitativo di chi è escluso dal mercato. Eppure nelle premesse sono ben presenti
i dati sulla precarietà abitativa e sulle criticità derivanti dalla mancanza di
un numero adeguato di alloggi di edilizia pubblica a canone sociale e di alloggi
sociali ad affitti, effettivamente, calmierati. Senza tenere conto dei dati pur
citati della sofferenza abitativa il testo nelle indicazioni programmatiche
propone in particolare incentivi agli investimenti, semplificazioni burocratiche
e tutele per i proprietari. In altre parole, lungi dall’affrontare efficacemente
e concretamente il fabbisogno reale si propone un intervento che punta a
sostenere il settore edilizio e la finanza immobiliare, ma che lascia in un
ambito di esclusione sociale perenne chi una casa non può permettersela, ed
omette del tutto il tema della povertà e dell’accesso per i poveri ad una
abitazione stabile. Un documento, quindi, che semplicemente omette la questione
della povertà derubricandola a soli dati statistici.
Le linee guida sulla casa approvate dal Parlamento europeo rappresentano una
profonda delusione per chi, in Europa, vive ogni giorno la sofferenza abitativa.
Di fronte a una crisi che colpisce milioni di persone, l’Europa sceglie di non
ascoltare chi è in difficoltà e di non affrontare le cause strutturali della
vasta precarietà abitativa. Il risultato è un testo che di fatto serve più per
compiacere il settore immobiliare che per garantire il diritto alla casa.
Nonostante la retorica, ampiamente usata, sulla “priorità sociale”, il documento
non offre risposte concrete alle famiglie sfrattate, ai giovani esclusi dal
mercato, alle persone che vivono in alloggi inadeguati, ai nuclei che attendono
da anni un alloggio pubblico, ai senza fissa dimora.
In tale contesto non si può non segnalare come il voto degli europarlamentari
italiani abbia visto una evidente divisione tra i gruppi di sinistra, una
divisione programmatica e culturale. Al voto gli europarlamentari di M5S,
Sinistra Italiana e Verdi, hanno votato contro, mentre quelli del Pd a hanno
votato a favore. Pd che dimostra come non si sia ancora affrancato da una
impostazione di politiche abitative liberiste, che sono le responsabili della
crisi abitativa attuale. Continuando ancora a credere che il mercato e i
privati, soprattutto la finanza immobiliare, possano rappresentare una risposta.
Del resto un atteggiamento ben presente nelle amministrazioni locali
progressiste che sostengono una rigenerazione urbana, social housing e student
hotel, appaltati a privati, che sta creando forti contrasti con comitati di
cittadini, come a Roma, Napoli, Milano.
Ad un Parlamento europeo che ha dimostrato tutta la sua subalternità alle lobby
del mattone e dei fondi immobiliari, mantenendo una visione della casa meramente
mercantile e non come diritto fondamentale della persona, i movimenti per
l’abitare rilanciano da subito con le iniziative che svolgeranno in Italia e
Europa nelle giornate del Global Housing Action Days, dal 23 al 29 marzo 2026.
L'articolo Il Piano casa europeo è una profonda delusione proviene da Il Fatto
Quotidiano.