Scegliere di sentirsi a casa in un luogo lontano ti costringe a confrontarti con
un sentimento che spesso si vorrebbe evitare: la solitudine. Francesca Moja, che
a Milano insegnava italiano agli stranieri, lo sa bene. Sa quanto sia importante
conoscere una lingua per diventare cittadini, sa quanto sia spaventoso non avere
nessuno a cui chiedere una mano. Per questo, quando ha deciso di lasciare Milano
e si è trasferita a Lisbona, una delle prime cose che ha fatto è stata creare
una rete di donne espatriate di ogni nazionalità, grazie a un semplice gruppo
whatsapp. “Di giorno in giorno diventavamo sempre di più. Ora ci sono più di
trecento iscritte. Organizziamo cene, ci aiutiamo a vicenda, e nel tempo si sono
aggiunte anche tante donne di qui”, racconta. Mentre parla spesso ride, dopo 9
anni non ha perso l’entusiasmo: “Grazie al passaparola tante persone che non
avevano nessuno ora non si sentono più sole”.
A Lisbona Francesca è arrivata a trentatré anni, con due bambine piccole, Teresa
e Marta, e il marito Andrea, ingegnere informatico. In Italia insegnava anche
inglese nelle scuole medie e superiori, sempre con contratti annuali. Ogni
giugno salutava una classe e ricominciava da capo, tra graduatorie, supplenze e
Naspi estive. Quando dal Portogallo è arrivata una proposta di lavoro, non hanno
avuto dubbi, nonostante non conoscessero la città. I primi mesi sono stati un
corpo a corpo con la lingua. Il portoghese le sembrava familiare, poi si è
rivelato difficile. Francesca ha imparato lavorando come guida turistica per
italiani, passando le giornate immersa in una lingua che non padroneggiava. Dopo
quattro anni si è candidata per un posto nel municipio di Belém, uno dei
quartieri con la più alta concentrazione di ambasciate. Prima come volontaria,
poi come dipendente. Oggi lavora tra cultura e azione sociale: “A marzo stiamo
organizzando la Festa della Primavera, in un parco qui vicino. Arriveranno
sessanta bambini di una scuola di musica rumena, canteranno con i vestiti
tradizionali. Ci saranno i laboratori, le musiche tipiche. Un modo per far
incontrare le diverse comunità”.
Nel municipio è una delle poche straniere. Il lunedì e il martedì mattina tiene
corsi gratuiti di italiano per gli abitanti del quartiere. Pensionati, adulti,
appassionati che vogliono studiare la letteratura e la storia dell’Italia. “Qui
ci adorano”, racconta. “La immaginano romantica, luminosa. Conoscono città che
io stessa non ho mai visto”. È un contesto diverso da quello in cui operava come
insegnante di italiano ai rifugiati, quando la lingua serve per chiedere un
documento o un farmaco, ma che unisce i diversi lati della sua formazione. Dal
percorso universitario in Lingue e letterature straniere, dalla laurea e dalla
specializzazione a Milano, dagli anni da pendolare tra Gallarate e l’università,
dall’Erasmus a Malta che l’ha portata a studiare anche il maltese e a dedicarci
la tesi, Francesca porta con sé l’idea che la lingua sia uno strumento politico
prima ancora che culturale.
Quando si trasferiscono, Teresa e Marta hanno due e quattro anni: crescere
altrove significa scoprirsi contemporaneamente figli e alunni di due Paesi
diversi. La scuola portoghese, secondo Francesca, conserva tratti che in Italia
sembrano lontani: l’insegnante unico, docenti anziani, un’idea di autorità che
raramente viene messa in discussione. I libri sono gratuiti, ogni studente
riceve un computer, le gite scolastiche sono frequenti. Le bambine studiano una
storia diversa, fatta di navigatori e imperi marittimi. Garibaldi e Dante cedono
il posto a Vasco Da Gama e Afonso Henriques. Ma a casa Francesca, con libri e
racconti serali, condivide con le bambine anche la cultura italiana.
Lisbona le ha insegnato la lentezza. Una lentezza che a volte la affascina, a
volte la indispettisce. Gli uffici aprono tardi, le pause spezzano la giornata.
Una calma disturbata da alcune contraddizioni: stipendi bassi, affitti
altissimi, un centro storico svuotato e consegnato agli affitti brevi. Negli
ultimi anni la città ha attirato nomadi digitali, pensionati stranieri,
lavoratori da remoto: “Molti vivono qui senza entrare davvero in relazione con
il contesto. Così la città rischia di perdere la sua storia. Le famiglie
portoghesi vengono spinte fuori”. Anche la sanità vive gli stessi problemi. Le
università formano medici apprezzati in tutta Europa, che poi partono per
cercare stipendi più alti. Chi può stipula un’assicurazione privata, per evitare
ore di attesa al pronto soccorso: “È un sistema che regge a fatica, come in
Italia”.
Eppure non pensa al ritorno. “Qui ci mettono molto a darti confidenza, ma poi ti
prendono a cuore per sempre. Ho una vicina anziana che quando non mi vede in
giro per un po’ viene a suonare a casa per sapere se va tutto bene. Sono piccoli
gesti che in una grande città fanno la differenza”. Oggi Francesca continua a
organizzare eventi e occasioni di incontro. Donne che arrivano sole e trovano un
gruppo, pensionati che cercano compagnia, quartieri che si raccontano attraverso
le culture che li abitano. Il suo trasferimento è stata una traduzione: portare
con sé ciò che si è stati, imparare a dirlo in un’altra lingua. Una passeggiata
sul fiume, la torre di Belém che appare all’improvviso, il sole sull’acqua:
ricorda con precisione il momento in cui ha capito di aver fatto la scelta
giusta. Pensare: “Ce l’ho fatta, vivo qui”. E realizzare di averlo fatto in
portoghese.
L'articolo “A Lisbona libri gratis e molte gite per i miei figli a scuola. Ma
anche qui, come in Italia, il sistema regge a fatica” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Cervelli in Fuga Portogallo
“A Lisbona porto storie e leggende italiane nelle scuole. Con il mio lavoro
faccio conoscere anche il folklore della mia Sicilia, da dove sono andato via
perché non potevo vivere con la mia arte”. Antonio Nicolò Zito, siciliano,
originario di Palermo, classe 1983, ha lasciato l’Italia oltre dieci anni fa,
oggi vive in Portogallo dove tra pubblicazione di libri, laboratori artistici
sul riciclo e racconti orali di storie, porta i miti di Scilla, Medusa, Romolo e
Remo, Mano Verde, ai giovanissimi. “Come quella di Colapesce, che rappresenta
esattamente il limite dei palermitani: un giovane che anziché succedere al
potere perisce per un ricatto del potere. Un po’ mi rappresenta”. Ma Antonio, a
differenza del Nicola della leggenda, ha trovato un’altra via per evitare di
soccombere al potere: emigrare.
Antonio si è laureato nel 2012 in Lettere moderne, con una tesi “con indirizzo
specifico nel passaggio dall’oralità alla scrittura”, che “è fondamentale per il
mio percorso, perché ho lavorato con gli archetipi, con le leggende italiane”.
Nel 2015, in Sicilia, durante il giorno di martedì grasso, delle maschere color
sangue sono apparse sui volti dei Geni di Palermo, le statue poste in Piazza
della Rivoluzione e Piazza della Vucciria, sono state delle istallazioni di
denuncia di Antonio, Frillo, come si firma nelle sue creazioni: “Volli creare un
piccolo choc rispetto il degrado e il decadimento della mia città”, spiega. Ma,
dopo un primo e immediato riscontro positivo, il mondo culturale palermitano non
dimostrò nessuna voglia reale di mettersi in discussione. “Dopo un’altra
performance decisi di lasciare l’Italia”. Attraverso una borsa di studio arriva
a Montpellier e viene ingaggiato dall’amministrazione locale: “Ho lavorato con i
bambini attraverso laboratori del riciclo e narrazione. Oggi bisogna essere
concreti e garantire alle nuove generazioni un’autonomia pratica attraverso
quello che già c’è, smuovere le coscienze e parlare di cose utili”.
Dopo cinque anni lascia la Francia e trova un’altra occasione presso il Teatro
Romano di Lisbona: “Mi ha dato la possibilità economica di continuare il mio
progetto – racconta Antonio –. Lì, grazie alla coordinatrice Lídia Fernandes, ho
potuto presentare il mio libro su Lisbona e avviare il ciclo di racconti e
laboratori di riciclo e pop-up”. E arriva anche una collaborazione con una
scuola, il Collegio Valsassina. “Quando arrivai in Portogallo non conoscevo la
lingua, usavo l’inglese e loro sono stati molto accoglienti. Inoltre mi è stata
data fin da subito molta libertà, sia nei tempi di lavoro che a livello
creativo, e di poter trasmettere, anche attraverso l’oralità, fondamentale per
far vivere il folklore, l’importanza di queste storie alle future generazioni di
europei. Io sento l’utilità di ciò che faccio a differenza di quando ero in
Italia dove il sistema dell’istruzione è ancora fortemente ingessato e vecchio.
Poco incline a rinnovarsi se non per l’iniziativa del singolo”. Certo, quella di
Antonio è una storia di riscatto personale ma che si scontra anche con i tempi
in cui viviamo. “Io ho la fortuna di potermi mantenere ma il Portogallo non è
più quello di dieci anni fa, il costo della vita e gli affitti sono cresciuti
anche qui. E molti si stanno spostando in altri paesi europei dove i redditi
sono più alti”. I motivi? “Principalmente l’overtourism: francesi, inglesi,
americani che comprano palazzi e fanno business con i b&b. Ma anche molti
remote-worker che scelgono il Portogallo perché c’era una buona qualità della
vita, adesso non più così scontata”.
L’Italia rimane un ricordo? “Il nostro rimane un paese meraviglioso, nonostante
tutto, è questa la sua maledizione. So che è un cliché ma è all’estero che ti
rendi conto di quanto sia vera questa cosa”, confessa Antonio. “Forse quello che
faccio è la cosa più bella che potrei fare per l’Italia: portare altrove ciò che
noi tendiamo a valorizzare ancora troppo poco”, sottolinea. “Non rimarrà
l’Italia del bunga bunga berlusconiano ma l’Italia della letteratura, delle
storie che danno un insegnamento. Provo a trasmettere una parte di questa nostra
meravigliosa cultura, e forse oggi è questo il significato di “cervello in
fuga”, non chi scappa per ambizione, ma chi resta fedele ad un’idea di Paese che
sembra abbiamo dimenticato”.
L'articolo “A Lisbona porto il folklore dell’Italia nelle scuole. Qui sento che
quello che faccio ha un senso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ho molti dubbi sull’idea di tornare in Italia. Sono fiero di essermene andato
per costruirmi un futuro migliore. Ora la mia casa non è più l’Italia”. Ha le
idee chiare Luca Golinelli, 28 anni, che nel 2023 è partito per il Portogallo. E
che, da allora, non ha intenzione di tornare.
Per gran parte della sua vita, il nuoto agonistico è stata una colonna portante,
una passione che ha poi scelto di abbandonare in quinta liceo per dedicarsi con
determinazione agli studi universitari. A ridosso dalla data di laurea, spinto
da un grande entusiasmo, Luca inizia la ricerca di un lavoro. Tuttavia,
l’impatto con il mercato italiano è “un po’ disarmante”, specialmente quando,
tra tanti rifiuti, “mi è stata offerta una proposta di stage a 450 euro al
mese”: dopo cinque anni di ingegneria, di cui uno di Erasmus trascorso
all’estero, una magistrale al Politecnico di Milano e con un inglese fluente,
“ammetto che le mie aspettative erano diverse”, ricorda.
L’impiego alla fine arriva, in un’azienda di medie dimensioni in provincia di
Bologna: ma la percezione delle dinamiche aziendali, l’idea di “una cultura
tradizionalista” e di “un ambiente di lavoro poco moderno” lo spingono a cercare
nuove opportunità all’estero. Una ricerca l’ha portato, poco dopo, a essere
selezionato per un graduate program a Lisbona presso una multinazionale tedesca.
Considerata l’assunzione con un contratto a tempo indeterminato e con uno
stipendio più alto rispetto a quello italiano, considerato il costo della vita
inferiore e l’opportunità di fare carriera, la scelta di trasferirsi è stata
quasi naturale. Oggi Luca lavora in un’azienda che permette flessibilità di
orario, possibilità di lavoro da remoto e nessun vincolo alla timbratura del
cartellino. La sede è a 10 minuti da casa: lavorando a progetti e non a ore, il
risultato è molto più importante dell’orario di entrata o di uscita. “È un
rapporto che si basa sulla fiducia e non sul controllo”, spiega nella sua
intervista al fatto.it.
Il Portogallo, pur con le sue sfide, ha recentemente introdotto “incentivi
fiscali vantaggiosi per i giovani”, spiega Luca (“con l’IRS Jovem il primo anno
la tassazione è esente sull’imponibile al 100%”). L’atteggiamento generale delle
persone è “più rilassato”, anche in ambito lavorativo, ma non per questo “meno
produttivo”. Dopo il lavoro, spesso se il tempo è bello si va a vedere il
tramonto sull’oceano, oppure si pratica sport. In Italia, avendo scelto di
vivere a Ravenna e lavorare in provincia di Bologna, ricorda il giovane
romagnolo, “mi svegliavo alle 6.45 per timbrare il cartellino alle 8, tornavo a
casa per le 18.00 nel caos del traffico dell’orario di punta”.
La posizione in cui Luca è stato assunto, il graduate program, prevede tre
rotazioni da otto mesi l’una in diversi dipartimenti: uno schema che permette di
conoscere diverse mansioni e ampliare il network. Tra le rotazioni, una è
obbligatoriamente da svolgere all’estero. Così Luca ha lavorato per otto mesi
nel 2025 in Asia, a Bangkok, con un nuovo manager, occupandosi del mercato
dell’Asia Pacific. Da settembre Luca è “felicemente” tornato a Lisbona,
portandosi dietro un’esperienza internazionale che ha rappresentato per il
28enne originario di Ravenna una “svolta tangibile”, che gli ha offerto un
contesto di meritocrazia, inclusione e innovazione sul piano lavorativo. E che
gli sta permettendo di sviluppare pienamente, aggiunge, il suo potenziale, in un
ambiente “dinamico, multiculturale e rispettoso”.
“Parlando con colleghi che lavorano in altri Paesi – continua lui – ho avuto
modo di comprendere le differenze tra vari aspetti legati al mercato del lavoro,
sia in Europa che in Asia”. Parliamo di congedo di paternità e maternità,
salari, giorni di ferie e una serie di benefit contrattuali che variano da zona
a zona: se a livello contrattuale l’Italia “non si difende male” (“a parte il
congedo parentale”), sul rapporto stipendi-costo della vita “non c’è paragone
rispetto all’estero, specialmente al nord Europa”.
Questi due anni all’estero, inclusi gli otto mesi a Bangkok, hanno profondamente
plasmato l’animo di Luca, che oggi porta con sé un mix di abitudini e modi di
pensare italiani, portoghesi e thailandesi che hanno arricchito la sua identità
“ben oltre le mie origini”. Certo, per uno come lui, legato a famiglia e amici,
mancano gli affetti. Ma anche il cibo e la bellezza diffusa del nostro Paese.
Lasciare l’Italia è stata una scelta impegnativa: la vita che conduce oggi Luca
è più complicata ma decisamente più appagante di quella precedente. “La mia vita
è letteralmente decollata da quando sono partito”, aggiunge. Va messo, però, in
chiaro una cosa: andare all’estero rappresenta un percorso arricchente, ma non
privo di difficoltà, spiega nel suo ragionamento. È cruciale, quindi, fare una
riflessione onesta: “Vivere all’estero e stare lontani dalla propria famiglia
comporta inevitabilmente nuove sfide, ma può essere un percorso estremamente
formativo e arricchente”.
Per ora Luca non ha intenzione di tornare. Anzi. È “fermamente convinto” di
proseguire il suo percorso all’estero, che sia in Portogallo o altrove. “In
Italia c’è poca attenzione verso i giovani – continua –. Ognuno con le sue
motivazioni, quasi la metà dei miei ex colleghi di università lavorano
all’estero. E questo – conclude – fa pensare”.
L'articolo Ingegnere in Portogallo. “Qui la mia vita è decollata. In Italia dopo
la laurea mi hanno offerto un lavoro da 450 euro al mese” proviene da Il Fatto
Quotidiano.