Chico Forti, condannato all’ergastolo negli Stati Uniti per omicidio e accolto
da Giorgia Meloni al momento del suo rientro in Italia, non si è pentito. E per
questo resta in carcere. A dirlo non sono le autorità americane, che negli
scorsi anni vennero accusate da alcuni media italiani di non aver condotto a
dovere le indagini, ma la Cassazione che non ha riscontrato alcun senso di colpa
da parte dell’ex imprenditore, condannato per l’omicidio di Dale Pike, avvenuto
il 15 febbraio 1998 a Miami.
IL CASO
Erano le 18 del 16 febbraio 1998 e un surfista trovò il cadavere di Dale Pike
sulla spiaggia di Sewer Beach, a Key Biscayne, nella contea di Miami. Pike,
all’epoca 24enne, fu ucciso con due colpi di pistola calibro 22 – mai ritrovata
– alla nuca. Il corpo fu poi spostato in un boschetto vicino e spogliato dei
suoi vestiti. Gli investigatori ipotizzarono successivamente che fosse tutto
stato costruito per inscenare un omicidio a sfondo sessuale.
Chico Forti, campione di windsurfing e imprenditore, fu inizialmente ascoltato
come testimone, ma le contraddizioni nel corso dei primi interrogatori
alimentarono i sospetti sull’italiano. Forti negò di aver incontrato Dale Pike e
negò anche di essere in trattativa per l’acquisto del Pikes Hotel di Ibiza, di
proprietà del padre Anthony Pike. Dalle indagini successive emerse che solo
quattro mesi prima l’imprenditore aveva acquistato una pistola calibro 22, lo
stesso modello utilizzato per il delitto, intestandola a un socio e amico, il
tedesco Thomas Knott. Forti lavò in maniera maniacale la sua auto poco dopo
l’omicidio, ma le verifiche degli investigatori evidenziarono tracce di sabbia
sul gancio della sua auto, granelli peraltro compatibili con quella presente a
Sewer Beach. L’italiano aveva sempre negato la sua presenza sulla scena del
crimine quella sera, ma a tradirlo fu anche una chiamata fatta alla moglie: la
cella telefonica della zona registrò la presenza del telefono di Forti sulla
scena del crimine. L’accusa mossa dagli investigatori americani era che l’ex
atleta italiano, sommerso dai debiti, avesse cercato di circuire il padre della
vittima, malato di demenza, per conquistare il Pikes Hotel di Ibiza a un prezzo
irrisorio.
Iniziarono a nascere i primi club a favore del detenuto italiano negli Stati
Uniti e iniziò a diffondersi l’idea che esistessero numerosi elementi a favore
dell’innocenza di Chico Forti. I vari governi italiani, da quello di Mario Monti
a quello di Giuseppe Conte, provarono a riportare in Italia il condannato, ma
dovettero presto scontrarsi con il muro del governatore della Florida Ron
DeSantis, che più volte rifiutò di lasciar rientrare in Italia l’ex windsurfer.
Forti era stato condannato all’ergastolo senza condizionale nel 2000 e tutti i
gradi della giustizia americana avevano confermato la sentenza. Aveva trascorso
24 anni tra vari penitenziari statunitensi fino all’annuncio del 1º marzo 2024,
con cui la Presidente del Consiglio aveva dichiarato, nel corso di una visita
istituzionale negli Stati Uniti, che Forti sarebbe presto rientrato in Italia.
L’ACCOGLIENZA
Il detenuto rientrò in Italia con il Falcon 900, un aereo solitamente utilizzato
per missioni sanitarie urgenti, per voli di importanti cariche dello Stato o per
il rientro in patria di cittadini italiani all’estero, coinvolti in situazioni
emergenziali. La prima richiesta del Dipartimento di Giustizia americano e della
Casa Bianca, cioè quella di evitare di spettacolarizzare l’arrivo di quello che
Oltreoceano considerano un condannato per omicidio, era subito stata tradita dal
governo italiano. Quello di Chico Forti era infatti diventato un caso politico
prima che giudiziario. Era stata la stessa Presidente del Consiglio Giorgia
Meloni ad accogliere l’ergastolano il 18 maggio 2024 all’aeroporto militare
Pratica di Mare, a Roma, tra sorrisi e cordialità. Giusto riservare questa
accoglienza a un ergastolano? L’esecutivo, guidato dalla leader di FdI, aveva
scelto la via più comunicativa possibile, ai limiti della propaganda: la
giornata, trascorsa tra le varie dichiarazioni dei politici del Governo,
sugellava la grande vittoria dei partiti di maggioranza a fronte degli
insuccessi storici dei governi passati, come quello di Mario Monti o di Giuseppe
Conte, che avevano provato, senza successo, a riportare il detenuto italiano in
patria. L’apice della giornata fu forse toccato da Antonio Tajani in
un’intervista tv, dove sottolineò: “Credo che Giorgia Meloni stessa sia convinta
dell’innocenza” di Chico Forti. In poche ore si era riusciti a tradire due volte
la fiducia americana, prima non mantenendo la promessa circa l’accoglienza e poi
tramite le parole del ministro degli Esteri, che nei fatti mettevano in dubbio
tutto l’iter giudiziario statunitense.
Meloni nel corso della giornata aveva dimenticato la storia di Chico Forti per
sottolineare, invece, la superiorità diplomatica del suo governo, capace di
riuscire dove altri governi precedenti avevano fallito. Una vittoria,
soprattutto mediatica, ottenuta pochi giorni prima delle elezioni europee del
giugno 2024. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa aveva detto: “Un
risultato importante frutto di un grande lavoro svolto dal Presidente del
Consiglio Giorgia Meloni, dal suo governo e dalla diplomazia italiana”. Forti
era diventato un simbolo, un terreno di battaglia dove vincere una competizione
politica. La presidente del consiglio aveva deciso di intraprendere un percorso
che, se vinto, le avrebbe permesso di conquistare le simpatie della destra
innocentista, sospinta dal vento dei servizi delle Iene e delle campagne di
Libero, che negli anni avevano alimentato le polemiche circa la condanna dell’ex
imprenditore.
Le vicende successive che avevano coinvolto Chico Forti non avevano alimentato
la sete di innocenza che una certa parte di media e politica avevano richiesto a
gran voce. Il 5 luglio 2024 la Procura di Verona aveva aperto un fascicolo
sull’ex imprenditore da poco rientrato in Italia, perché un detenuto del carcere
di Montorio, lo stesso di Forti, aveva dichiarato di aver sentito Forti parlare
con un altro detenuto, accusato di reati connessi alla criminalità organizzata
calabrese, in cui richiedeva l’intervento diretto della Ndrangheta per mettere a
tacere Marco Travaglio, Selvaggia Lucarelli e il segretario generale del
sindacato di polizia penitenziaria Aldo Di Giacomo.
LA CONFERMA DELLA CASSAZIONE
È di queste ore, infine, la notizia che la Cassazione ha deciso di trattenere
Chico Forti presso il carcere di Verona, dove è detenuto ormai da due anni, dopo
già averne trascorsi 26 in prigione negli Stati Uniti per l’omicidio di Dale
Pike. I giudici italiani hanno dichiarato che Forti non si è pentito e che non
ha mai pensato di risarcire la famiglia della vittima. “Mancato ravvedimento
interiore e mancato risarcimento ai familiari della vittima”: è questa la
ragione dietro la decisione della Cassazione, che spiega che Forti, pur avendo a
propria disposizione una certa somma di denaro, non ha mai proposto di devolvere
i risparmi al fratello della vittima, nonostante lo stesso avesse dichiarato
pubblicamente, anni dopo, di credere all’estraneità dell’ex imprenditore
trentino al brutale omicidio del fratello. A nulla sarebbe servito, secondo i
giudici, il beneficio di cui Forti sta attualmente godendo, cioè il lavoro
diurno fuori dalle mura del penitenziario di Montorio.
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carcere: da trofeo politico del Governo a omicida da dimenticare proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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VERONA – A quasi 67 anni di età, ventisette anni dopo essere stato arrestato in
Florida e un quarto di secolo dopo la condanna all’ergastolo, il trentino Chico
Forti, dichiarato colpevole di omicidio da una giuria statunitense, può uscire
dal carcere. Non in libertà condizionale, visto che alla sera deve tornare nella
casa di reclusione di Verona, può invece lasciare la cella per dedicarsi ad
alcune attività lavorative. Ad esempio fare l’istruttore di surf sul Lago di
Garda, il pizzaiolo o l’insegnante di inglese.
Il Tribunale di sorveglianza di Verona ha accolto la richiesta di concedere al
detenuto i permessi di lavorare all’esterno che è stata presentata dalla stessa
direttrice del Montorio, Maria Grazia Bregoli. Quattro mesi fa la decisione era
stata sfavorevole, sulla base di alcune valutazioni relative al mancato
ravvedimento. “Dalla lettura delle relazioni di osservazione non emergono
sentimenti di colpa o autentico dispiacere per i familiari della vittima, né per
i propri familiari. – aveva scritto il magistrato relatore Maddalena De Leo – Il
detenuto non appare in alcun modo sensibile rispetto al dolore cagionato sia
alla famiglia delle vittime sia alla sua. Sulla scorta di tali elementi –
mancato interessamento morale nei confronti delle vittime, mancato risarcimento
del danno, anche solo parziale, assenza di approfondimento dei fatti di reato –
ritiene questo Tribunale che la sola condotta corretta, disponibile,
partecipativa tenuta da Forti non sia sufficiente a far ritenere sussistente una
comprensione autentica del disvalore delle condotte poste in essere, una
convinta revisione critica delle pregresse scelte e, quindi, un sicuro
ravvedimento”.
Evidentemente la valutazione è cambiata e sono maturate le condizioni previste
dall’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario che prevede il lavoro
all’esterno dei detenuti, anche se ergastolani, purché abbiano scontato almeno
dieci anni della pena. Forti era tornato in Italia poco più di un anno e mezzo
fa a bordo di un Falcon dell’Aeronautica italiana. Ad accoglierlo all’aeroporto
di Pratica di Mare c’era la premier Giorgia Meloni, che si era fatta
fotografare, sorridente e soddisfatta. Suscitò polemiche il trattamento
riservato a un ergastolano che ha ammesso la propria colpevolezza (“Per avere
l’estradizione dovevo farlo” ha detto), dopo il recepimento della sentenza di
condanna da parte della corte d’Appello di Trento.
Qualche mese dopo un detenuto a Verona riferì di aver sentito una conversazione
di Forti che chiedeva a un altro recluso di “mettere a tacere” Marco Travaglio,
direttore del Fatto Quotidiano, oltre alla giornalista Selvaggia Lucarelli e
Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria.
L’indagine preliminare aperta dalla Procura di Verona, che aveva interrogato
detenuti e personale del carcere, era poi stata archiviata, non essendo emersi
elementi per contestare un reato.
Secondo indiscrezioni giornalistiche, Forti potrebbe lavorare come pizzaiolo a
Verona, fare l’istruttore di surf sul Garda, dedicarsi all’insegnamento
dell’inglese e fare il volontario con un gruppo che aiuta ragazzi disabili in un
circolo nautico di Malcesine. A Trento vive ancora l’anziana madre, che Chico
Forti ha già potuto incontrare nel corso di permessi che gli sono stati
concessi.
Forti, ex campione di windsurf, era andato a vivere a Miami, dove faceva l’uomo
d’affari e il produttore televisivo. Fu arrestato nel 1998 per l’omicidio di
Dale Pike, figlio di Anthony Pike, con cui stava trattando l’acquisto del Pikes
Hotel di Ibiza. Il cadavere di Dale era stato trovato completamente nudo su una
spiaggia di Miami. L’uomo era stato ucciso con due colpi di pistola alla testa.
Il processo ricostruì una complicata vicenda di affari che avrebbe fatto da
sfondo al delitto. Forti si è però sempre dichiarato innocente, ritenendosi
vittima di un errore giudiziario. Le trattative per il suo rientro in Italia
sono state molto lunghe. Alla fine è prevalsa l’applicazione della Convenzione
sul trasferimento delle persone condannate per scontare la pena in Italia.
Una conferma del nuovo regime di detenzione di Forti è venuta da don Carlo
Vinco, garante dei detenuti per il Comune di Verona che ha dichiarato al
Gazzettino: “Chico esce, può uscire. È stato riconosciuto il lungo percorso
fatto”.
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