Cinquemila pagine di chat tra l’hacker Samuele “Sem” Calamucci e l’ex spia, nome
in codice Tela, Vincenzo De Marzio. Tre anni di messaggi riservati tra i
maggiori protagonisti dell’inchiesta milanese sulla società Equalize dietro la
quale si celava una centrale di dossieraggi illegali e che mettono sul tavolo
non solo i rapporti, ma anche la stessa struttura, con nomi, contatti e società
di comodo, del gruppo Fiore. Una squadretta di spioni romani composta da
soggetti vicini o interni alle istituzioni e all’intelligence dello Stato su cui
sta indagando anche la Procura di Roma. Il nuovo atto in mano ai pm milanesi
assomiglia alla trama di un romanzo di John Le Carrè dove ben poco è come
sembra. E così chat dopo chat si svelano i componenti e i fiancheggiatori del
gruppo nonché i rapporti con la banda milanese di via Pattari dove aveva sede
Equalize. Non sempre ci sono i nomi, spesso bastano le iniziali o gli alias. Chi
viene identificato è Francesco Renda, caporalmaggiore inserito nel reparto di
Informazione sicurezza dell’esercito e che dirà a Calamucci (forse millantando)
di lavorare anche per l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn). Poi c’è
R. che risulta aver lavorato presso la Presidenza del consiglio dei ministri e
sopra di loro il Tabaccaio, il cui nome non è svelato, ma che risulterebbe
vicino all’ex capo centro Cia Robert Golerick e all’ex capo dell’Aisi
(intelligence interna) Alberto Manenti. I due, non indagati, hanno una società
di cybersecurity la cui sede romana si trova a pochi passi dal centro nevralgico
dei palazzi dei servizi segreti italiani.
“SE RISPETTI LE REGOLE I SOLDI NON SARANNO UN PROBLEMA”
Questa storia si sviluppa in due parti: la prima quando Calamucci aggancia i
rapporti con Renda, il quale promette di vendere al gruppo foto imbarazzanti di
Leonardo Maria Del Vecchio e la seconda con l’hacker che in continuo contatto
con Tela incontra i vertici del gruppo Fiore. Iniziamo allora da qua, dalle chat
“gruppo Fiore”. Il 5 febbraio 2024 Sem scrive a Tela: “Aspetta che sulla chat
Fiore uno sta scrivendo”. Calamucci rispetto al suo coinvolgimento aveva chiesto
se sarebbe stato pagato con un fisso. In quel momento nel gruppo qualcuno
scrive: “Se rispetti le regole, i soldi non saranno un problema, ricordati che
loro sanno tutto anche quello che non dici. Importante non fare merdoni. Se sei
leale, i problemi li risolviamo noi. Domani ci sentiamo per domani. Il fine
comune è quello di risolvere i problemi non crearne come il tuo amico
(riferimento forse a De Marzio, ndr). Ricordati di avvisare se ci sono cambi di
programma. E se hai bisogno di soldi basta solo dirlo. Cerca di capire Barbara
N. chi è? Cosa fa e come lo fa”. Individuato il soggetto, Calamucci che da mesi
sta collaborando con le procure di Roma e di Milano, scrive: “Luxottica?”.
Immediata la risposta del gruppo Fiore: “Non dirmi cose che non ci riguardano.
Hai molta intelligenza. Mi raccomando venerdì”. Calamucci, difeso dagli avvocati
Antonella Augimeri e Paolo Simonetti, si confida con De Marzio: “Inizio ad avere
ansia, è un giochino che non mi piace”. L’ansia aumenta, quando riceve un altro
messaggio: “Ciao oggi è venerdì. Stasera vini qua, 18:30. Stesso menù”.
L’hacker, su suggerimento di Tela, scrive che lui non può spostarsi che ha
famiglia, ma che “se posso fare qualcosa dimmi pure”. Al che ottiene questa
risposta: “Stai cercando di fuck? App ha position, hai voglia di risolvere il
problemi e guadagnare?”. Naturalmente Calamucci gira queste chat a De Marzio, il
quale ha un dubbio: questi non sono italiani e scrivono dall’estero. Guardando
gli orari ragiona: “Ecco il tempo che trascorre, non scrivono dall’Italia.
Merdone in inglese viene tradotto come un vile un traditore, nessuno in Italia
usa questo termine, al limite merda. E poi Ciccio (Renda, ndr) ha sempre
iniziato con compare”.
IL VIAGGIO A ROMA. DE MARZIO: “TI VORRANNO ARRUOLARE”
Calamucci così scende a Roma. Qui invia a De Marzio la foto del civico 22 di
piazza Bologna dove si incontrerebbe il gruppo. L’ex agente Tela cerca
l’indirizzo su google e con sorpresa scrive a Sem: “Su google maps il palazzo è
oscurato come per gli obiettivi militari”. I sospetti aumentano quando si scopre
che a quell’indirizzo lavorano professionisti che collaborano con l’Ambasciata
americana. Quindi l’hacker viene portato al ristorante Girarrosto fiorentino che
De Marzio-Tela conosce molto bene: “Mangiano quelli dell’ambasciata americana,
praticamente è a due passi dall’ambasciata”. E ancora: “Sono loro. Ora ti
vorranno arruolare!” E da brava ex spia suggerisce: “Digli che sono un figlio di
puttana e che faccio tutto per soldi e che tu puoi farmi avere informazioni
false per salvarli tutti”. Più avanti poi parlano di Francesco Renda che
chiamano Ciccio e del suo fantomatico ruolo in Acn: “Quindi – scrive Sem – ha
accesso a un botto di roba”. L’Acn, spiega Tela si trova “in via Santa Susanna”
dove “c’ era la sede del Cesis, dove si va a firmare quando sei assunto alla
Presidenza” e comunque se Ciccio realmente è in Acn, prosegue De Marzio “ha
accesso a un’infinità di informazioni. Ma tutte le interrogazioni sono
controllatissime, ma se sono tutti d’accordo è più semplice”. Dopodiché una
riflessione comune di entrambi sulla squadra Fiore. Sem: “Non è l’azienda
Luxottica o Enel o altro, non sono i soldi. È riuscire a tenere in pugno le
persone”. De Marzio concorda: “Sono d’accordo con te, i soldi sono per Ciccio e
gli altri galoppini, chi li comanda vuole il potere”.
UNA SOCIETÀ DI COMODO AMERICANA
E così per capire, tocca tornare al primo tempo di questa storia, quando Renda
rivela a Calamucci che la squadra Fiore, come loro, sta lavorando su Del Vecchio
e in particolare su un ricatto con sue foto compromettenti. E’ durante il loro
rapporto iniziato già nell’ottobre 2023 che durante un viaggio a Roma, Calamucci
scopre il nome di una società di comodo del gruppo Fiore. Si tratta della Fcc
Usa Llc con sede in Liberty street a New York. “Dimmi chi sono – dice a De
Marzio – , non squillare scrivi, siamo qui ora”. Poco dopo Tela lo informa:
“Opera come First Capital, fornisce servizi di finanziamento del capitale
circolante, il telefono è degli Emirati arabi”. Quel giorno, è il 12 dicembre
2023, Calamucci è con Renda per cercare di avere le foto compromettenti di Del
Vecchio. Il “galoppino” del gruppo Fiore però fa melina, prima dice di sì poi
non si fa sentire.
FOTO HOT DI DEL VECCHIO JR, “OPERAZIONE PIOMBO FUSO”
La trattativa dura da ottobre. L’operazione, De Marzio, la chiama “Piombo fuso”.
Il 21 ottobre, quando Calamucci a Roma incontra R., la trattativa sembra ben
avviata. “Devo beccare R. – scrive Calamucci – se voglio i documenti”. Poche ore
dopo: “Abbiamo trovato l’accordo”. Da mesi il gruppo Fiore sta raccogliendo foto
imbarazzanti di Del Vecchio jr probabilmente per ricattarlo. Chi sia il mandante
ancora oggi però non risulta chiaro. E quando il gruppo di via Pattari, che per
Del Vecchio sta spiando l’allora fidanzata, inciampa in questa storia si mette
pancia sotto per recuperare i documenti in accordo con lo stesso entourage del
giovane erede di Luxottica. Ma l’operazione Piombo fuso risulterà più difficile
del previsto e alla fine non troverà sbocchi. E però nelle decine di chat
scambiate emergono particolari salienti sul gruppo Fiore. Tra questi il ruolo di
vertice del “tabaccaio” che lo stesso Ciccio incontrerà nei pressi dei giardini
di Villa Torlonia per decidere l’affare.
IL TABACCAIO AMICO DELLA CIA
E’ il 22 novembre quando per la prima volta Renda fa riferimento al Tabaccaio.
“Compà – scrive su Telegram a Calamucci – allora chiedo al tabaccaio, foto,
contratti, prezzo se ha, un paio di foto carabinieri”. Il 27 ancora Ciccio Renda
informa: “Comparuzzo, ieri visto tabbac, ha penso tutte le carte, stasera mi
faccio le 4 foto che ti servono, lui non si era portato nulla cazzo di mal
pensante ho detto che siamo persone di parola e oneste”. Al ché Calamucci
informa De Marzio: “Mi dice ha chiesto dei soldi, pensavo 20k”. Il giorno dopo
ancora l’hacker riferisce all’amico: “Ciccio sta per noi, oggi avremo tutto, se
confermo la richiesta di soldi che farà il tabaccaio. Mi dice che lui ha chiesto
70, 20 fa ridere, il compromesso sta a 35. Poi pensiamo a un modo sicuro per
scambiare il tutto”. La cifra reale è 70mila euro così come viene indicata nel
decreto di perquisizioni a carico di Renda indagato dalla procura di Roma perché
membro della squadra Fiore”.
LA GOLA PROFONDA DEL GRUPPO: “IO SO TUTTO”
Immediatamente De Marzio che ha una fretta tremenda di avere quelle foto
riferisce a Marco Talarico, Ceo della Lmdv di Del Vecchio e poi riporta: “Ok da
Marco ora si organizza. Domani mattina prestissimo mi vedo con Marco!”. A
dicembre durante la visita alla sede romana della società americana Fcc,
Calamucci strappa apparentemente l’ok finale: “Patto fatto!”, scrive entusiasta.
Alla fine il patto non si farà perché dice De Marzio: “Il tabaccaio si è sempre
rifiutato di darvi i documenti; tutta la richiesta dei soldi e il seguito è
stato architettato da F; F. ha chiesto al tabaccaio di reggergli il gioco
promettendogli che non avrebbe dato niente”. Così sarà, nonostante Ciccio Renda,
emerge dalle chat, continuerà a promettere e a scusarsi fino a confessare tutto
l’opera del gruppo Fiore rispetto alle foto di Del Vecchio jr tirando in ballo
anche una nota agenzia di intelligence privata francese diretta da un tale Eric.
“Io so tutto – svela Ciccio – ho fatto tutto io il lavoro con R. e un altro che
si chiama Eric e parla solo con me e R. Nel mese di marzo vengo contattato da R.
che ho sempre saputo che lavorasse per la PdC (Presidenza del consiglio, ndr)
per fare alcuni accertamenti investigativi. Poi mi ha fatto contattare dal tizio
Erik che aveva i nomi e le cose da fare, il quale secondo me era un passacarte.
Io mi metto in moto per eseguire il lavoro, poi prima di Pasqua mi spiegano che
la situazione è delicata, ci sono più attori e non dobbiamo pestare i piedi a
nessuno. Lo sai per me R. è da tempo fonte di guadagno ogni mese. Dopo mi è
venuto in mente che visto che tutto era nelle tue zone tu potessi darmi una
mano, ma alla fine mi sono fatto prendere la mano dai soldi. Ho cercato di
vendere doppie le poche informazioni raccolte”. Insomma, dagli uomini della
Presidenza del consiglio all’intelligence privata francese, fino al Tabaccaio
ritenuto vicino al Viminale in rapporto con Robert Golerick, ex capocentro della
Cia a Roma e con Alberto Manenti, ex capo del nostro servizio segreto interno
(Aisi). Del primo l’agente Tela riferisce: “È in pensione ma vende i servizi
alla Cia”. Del secondo: “E’ 100% Cia”.
L'articolo Ciccio, “il Tabaccaio” e l’uomo di Palazzo Chigi. Tutte le chat della
Squadra Fiore: “Risolviamo problemi, loro sanno tutto” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Per fortuna la vita offline prosegue regolarmente, all’Università La Sapienza di
Roma, dopo l’attacco informatico denunciato dall’ateneo il 2 febbraio 2026. La
certezza è la matrice filo-russa: il grande dubbio è sulla quantità e qualità
dei dati rubati. Per le risposte servirà tempo. Intanto gli esami in aula si
svolgono senza intoppi, mentre i sistemi informatici sono ancora fuori uso, con
gli esperti dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale al lavoro per
ripristinarli. Ci vorrà qualche giorno. Intanto la procura di Roma ha aperto
un’indagine: l’ipotesi di reato potrebbe essere l’accesso abusivo ai sistemi
informatici, ma neppure l’estorsione si può escludere. Perché l’attacco
informatico è giunto con un ransomware: un virus con lo scopo di bloccare
l’accesso ai dati dal computer, oscurandoli con una codifica crittografica.
L’unico modo per riavere i dati è pagare un riscatto: il ransomware è
l’evoluzione dell’estorsione nel nuovo mondo digitale.
L’ESPERTO: “NEL DARK WEB NESSUNA RIVENDICAZIONE E NESSUN DATO DELL’UNIVERSITÀ”
La richiesta di riscatto generalmente approda sul dark web, ma non nel caso
dell’università capitolina. “Scandagliandolo non vi è traccia, manca la
rivendicazione e neppure un dato dell’università sembra essere stato ancora
pubblicato”, dice a ilfattoquotidiano.it Marco Lucchina, esperto di sicurezza
informatica della società Cynet. “O la rivendicazione non è mai stata
pubblicata, oppure solo per poco tempo e ripresa da pochissimi utenti”, prosegue
l’addetto ai lavori. In casi analoghi le ipotesi sono due: “Il riscatto in
denaro è stato pagato subito, oppure qualcosa è andato storto ai criminali e il
furto dei dati è stato solo parziale”. Lucchina tende a dubita della prima
opzione: “onestamente tenderei ad escludere la seconda opzione, trattandosi di
un ente pubblico”. Dunque i criminali potrebbero non essere riusciti a mettere
le mani su tutti i dati dell’Università.
Le sicurezza sono nelle peculiarità dell’attacco informatico. L’autore è il
gruppo Femwar02, una gang poco nota. Ha colpito in Francia e Germania, mai la
Russia e i Paesi russofoni: ecco perché, secondo gli inquirenti, i criminali
sono amici del Cremlino. Anche il software malevolo è diverso: ad infettare i
sistemi universitari è stato il ransomware Bablock. Chi lo utilizza non
rivendica i suoi crimini sui “Data leak site” del dark web, ovvero i siti con
l’annuncio di informazioni rubate. Al contrario, i criminali di Bablock
prediligono inviare una mail alla vittima, sostiene un rapporto firmato Group-Ib
nel 2023.
IL RANSOMWARE NOTICE: “CIAO, SE STAI LEGGENDO SEI STATO HACKERATO”
Su internet è reperibile il cosiddetto “ransomware notice” destinato alla
Sapienza: cioè la richiesta del riscatto che appare sul pc infettato dopo aver
crittografato i dati. Di solito rimanda ad un file con le istruzione per il
pagamento: ma cliccando sul documento parte il countdown per avere i soldi con
la minaccia di pubblicare tutti i dati; generalmente, una parte delle
informazioni viene pubblicata all’istante nel darkweb. Ma alla Sapienza nessuno
ha cliccato, rassicurano fonti con gli occhi sul dossier. In tal caso, il conto
alla rovescia sarebbe stato di 72 ore. Ecco l’incipit del “ransomware notice”:
“Ciao, se stai leggendo questo messaggio significa che sei stato hackerato.
Oltre a crittografare tutti i tuoi sistemi ed eliminare i backup, abbiamo anche
scaricato le tue informazioni riservate”. Il messaggio prosegue intimando alla
vittima cosa non fare: “Contattare la polizia, l’FBI o altre autorità”. Infine
la minaccia: “Se non paghi il riscatto, attaccheremo di nuovo in futuro”.
IL VIRUS BABLOCK, CHE NON COLPISCE IN RUSSIA
Il virus BabLock è stato scoperto per la prima volta dai ricercatori di Group-IB
nel gennaio 2023. I criminali che lo utilizzano, oltre ad evitare comunicazioni
sul ark web, di solito avanzano richieste modeste per il settore, da 50 mila
doallari fino a 1 milione, per consentire al “gruppo di operare in modo furtivo
e di rimanere al di fuori del radar dei ricercatori di sicurezza informatica”.
Il virus malevolo è stato utilizzato almeno da giugno 2022, secondo Group-Ib.
Oltre all’Europa avrebbe colpito Asia e Medio Oriente. Salvi invece la Russia e
i Paesi satelliti.
L'articolo Attacco hacker alla Sapienza, rischio dati pubblicati nel dark web.
L’esperto: “Per ora non si trova nulla, neppure la richiesta di riscatto”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Francesca ha 24 anni, lavora con i bambini in vista di iniziare un percorso di
studi in Scienze della Formazione. Elvira, invece, di anni ne ha 29, è
originaria di Caserta, è avvocata e lavora presso il Consiglio Superiore della
magistratura. Percorsi diversi, ma accomunati da due realtà: anzitutto, la
provenienza da una famiglia scout (“Mia madre ha fatto l’ultima route scout –
campeggio in cammino, ndr – con me nella pancia all’ottavo mese e papà che la
seguiva in macchina”, racconta Elvira). E, soprattutto, l’essere oggi due “cape”
scout. Per i lupetti e le lupette del gruppo Roma 85, infatti, Francesca Mellina
ed Elvira Pozzuoli si chiamano solo ed esclusivamente Akela e Bagheera, due
figure centrali nel racconto del Libro della Giungla di Rudyard Kipling, sfondo
narrativo e di valore dei lupetti e delle lupette Agesci.
“MA IN QUESTA PARROCCHIA CI SONO GLI SCOUT?”
L’incontro tra Francesca e Elvira è stato casuale. “Ero andata via da Caserta,
anzi precisamente Santa Maria Capua Vetere per venire a Roma”, racconta Elvira,
“poco dopo aver preso la mia partenza scout, che consiste sostanzialmente nel
fare una scelta di fede, politica – non partitica, ma di attenzione ai valori
sociali e all’aiuto del prossimo – e di servizio, nel mio caso i minori
disagiati. Ma un giorno, entrando nella chiesa sotto casa a Roma, ho scoperto
che c’era un gruppo scout. Sorpresa, mi sono subito informata ed eccomi qui,
nonostante nella mia vita il tempo libero fosse già pochissimo”.
Essere volontari scout, infatti, significa impegnare moltissime ore alla
settimana. “Ci sono gli incontri per preparare le riunioni dei lupetti, le
riunioni di staff, poi quelle di comunità capi, poi di zona, infine tutta una
serie di eventi legati allo scoutismo”, racconta Francesca. “E la nostra
presenza per i ragazzi è fondamentale, siamo i loro punti di riferimento, dunque
facciamo del nostro meglio per esserci sempre, infatti anche se siamo sei capi
raramente ci assentiamo. E se accade lo viviamo semplicemente con la
consapevolezza di non essere vulnerabili. È bellissimo lavorare con persone che
hanno il tuo stesso grado di passione, ma sono fallibili come te”.
FATICA. MA CON TANTA RESTITUZIONE
Lo sforzo, insomma, è molto, e ci sono serate in cui, preparando le cose per la
riunione o la caccia del giorno dopo, si avverte un senso di fatica
schiacciante. “Ma poi il giorno dopo accade sempre che ci sia una restituzione
di affetto e di gioia, perché magari capiamo che quel lupetto aveva proprio
bisogno che noi ci fossimo e che dicessimo quelle parole specifiche per lui”,
dicono insieme.
Di esperienze intense, durante gli anni di scoutismo soprattutto come cape, ce
ne sono state. “Ricordo l’ultima route che ho fatto con il noviziato”, racconta
Elvira. “Era un periodo difficile per me, non avevo passato un concorso
importante, stavo molto male. C’era uno dei nostri ragazzi che soffriva di
disturbi alimentari, tema a me particolarmente caro, e allora, insieme all’altro
capo, abbiamo organizzato una route totalmente improvvisata per lui, non di
strada ma di servizio, incentrata sul tema del contrasto alla camorra e sulle
terre confiscate. Sono tornata con una carica incredibile. In quel momento loro
sono stati la mia salvezza”. “Ammetto: mi hanno fatto più piangere i lupetti e
le lupette in vita mia di qualunque altra cosa”, confessa a sua volta Francesca.
“Ma se parliamo di esperienze forti sicuramente mi piace citare la route in
Sicilia, dove abbiamo passato una settimana con bambini provenienti da un campo
profughi nel Sahara (Sahrawi di Tindouf), conoscendo la loro storia e la loro
cultura. Ci hanno regalato i loro giocattoli, è stato commovente e poi durissimo
tornare nella nostre confortevoli case. Per questo, quest’anno, stiamo facendo
fare ai lupetti e alle lupette una sorta di ‘memory’ per famiglie in fuga in
Italia dalla guerra a Gaza. In pratica, ad ogni immagine sulla singola tessera
associamo una parola e quando sarà finito glielo daremo: rispecchia il nostro
principio dell’imparare giocando. Lo stiamo costruendo lentamente per dare ai
nostri bambini la possibilità di sentire le emozioni che provano facendolo. Non
sono pochi anche i bambini italiani oggi, in un mondo che va sempre più di
fretta, che hanno difficoltà ad esprimere le emozioni”.
ESSERE SCOUT IN UN MONDO SEGNATO DAL CONSUMISMO
Ma come si vive oggi lo scoutismo, in una società che, a differenza di quella
all’epoca del fondatore Baden-Powell, è segnata dalla distruttività di un
capitalismo che tutto consuma, a partire dai valori morali? Sono cambiati,
anche, i bambini? “Ciò che noto”, spiega Elvira, “è che le famiglie sono meno
presenti come co-educatori, perché lavorano e hanno meno tempo. A maggior
ragione lo scoutismo resta un’ancora di salvezza, per bambini – che spesso, tra
l’altro, sono figli unici – e che ormai vengono a contatto con i peggiori orrori
del mondo tramite uno smartphone. Qui trovano forse uno dei pochi ambienti
rimasti dove possono essere bambini, giocare, sporcarsi, sbagliare, senza che
nessuno li giudichi, in un contesto di libertà e amore al tempo stesso che forse
la scuola non sa garantire”. “Siamo un movimento giovanile da sempre schierato
per la pace e la libertà e su valori come l’antifascismo, quindi da sempre siamo
controcorrente”, aggiunge Francesca, “e questo clima è rimasto. Qui non si fa
intrattenimento, come ai campi estivi di sport o vela, scoutismo è soprattutto
educazione. E poi c’è un ultimo aspetto”, conclude, “l’autonomia: ci sono
lupetti e lupette che non sanno allacciarsi le scarpe, che sono dipendenti sotto
tanti aspetti. Noi siamo sempre pronti a dar loro una mano ma la cosa importate
è imparare a farlo, diventare indipendenti. E la distanza dai genitori aiuta
tantissimo”. Un distacco difficile, ai tempi dei genitori ‘elicottero’. Ma che
questi ragazzi, che hanno scelto di dedicare parte della loro vita a ragazzini
in crescita in un mondo stravolto, sanno fare con gentilezza e sempre col
sorriso. Informando, rassicurando i genitori, sempre però consapevoli del loro
ruolo: non ‘animatori’, ma educatori.
L'articolo Francesca, Elvira e gli scout al tempo degli smartphone: “Non
‘animatori’, ma educatori” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tentata evasione nella mattina del 4 febbraio dal carcere Sollicciano di
Firenze, dove il romeno Vasile Frumuzache, accusato degli omicidi di prostitute
fra Prato e Montecatini, ha provato a fuggire durante l’ora d’aria. Secondo
quanto riferito dal sindacato di polizia penitenziaria Osapp, il detenuto ha
tentato l’evasione verso le 10 ed “è riuscito a scavalcare prima il muro dei
passeggi e poi quello di cinta usando una corda rudimentale ricavata, pare, da
lenzuola per scalare la parete”.
Il gesto è stato sventato dall’unico agente penitenziario di pattuglia che stava
guidando nel perimetro del carcere per fare un giro di ronda. Dopodiché, il
32enne romeno è stato bloccato e riportato in cella dal poliziotto. Stando alla
ricostruzione, se Frumuzache fosse riuscito a superare completamente anche il
secondo muro, “poi avrebbe attraversato un tratto di terreno e avrebbe potuto
raggiungere e superare l’alta recinzione metallica esterna, scappando nei campi
intorno al carcere di Sollicciano”.
Frumuzache aveva confessato l’omicidio volontario e l’occultamento di cadavere
di due donne, entrambe escort: Maria Denisa Paun, 30 anni, decapitata dopo un
incontro sessuale a pagamento nella notte tra il 15 e il 16 maggio scorsi a
Prato, e Ana Maria Andrei, 28 anni, scomparsa da Montecatini Terme il 1º agosto
2024 e ritrovata in un campo alla periferia della città. A breve inizierà il
processo a suo carico per i due femminicidi.
“Pieno apprezzamento per l’operato dell’agente”, ha affermato in un comunicato
il delegato nazionale del sindacato, Canio Colangelo, che ha espresso anche
“forti perplessità sulle capacità organizzative e sulla sicurezza della
struttura che, anche in questo caso, ha dimostrato di essere una groviera”. E ha
concluso: ““Ci si domanda infatti come ha potuto un detenuto che dovrebbe essere
super sorvegliato per motivi di sicurezza e anche di incolumità rendersi autore
di una tale azione”.
L'articolo Il serial killer Vasile Frumuzache tenta di evadere dal carcere: è
accusato di aver ucciso e nascosto il corpo di due donne proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Don Giovanni Gatto è il parroco della frazione aquilana di Tempera. Ha 51 anni
ed è originario del comune di Montebelluna, in provincia di Treviso. Ordinato
nel 2005, il prete ha vissuto in prima persona il terremoto dell’Aquila del 2009
e aveva denunciato le infiltrazioni del clan dei Casalesi negli appalti per la
ricostruzione della chiesa. Dopo vent’anni di sacerdozio, Gatto ha deciso di
togliersi l’abito per cominciare una vita “normale”. Così, ha scritto una
lettera indirizzata a Papa Leone XIV per chiedere la dispensa dal ministero
sacerdotale. La missiva, inviata anche all’arcivescovo dell’Aquila, nasce da una
lunga riflessione interiore e dal desiderio di cambiare radicalmente la propria
esistenza.
Il sacerdote ha affidato a parole chiare il senso della sua scelta: “Non posso
rimanere fedele al celibato, voglio una famiglia“. Per lui, il cammino
spirituale non si è mai tradotto in una perdita di fede, ma ha portato alla
consapevolezza che non poteva più conciliare i voti con la propria aspirazione
umana di avere relazioni e figli. Nella lettera, il sacerdote ha spiegato perché
ha deciso di compiere questo passo: “Per il diritto canonico è obbligatorio:
quando si chiede lo scioglimento dei voti si devono spiegare al pontefice le
motivazioni. Ma soprattutto l’ho fatto perché, dopo un lungo percorso umano,
spirituale e psicologico, ho capito che, per il mio bene e la mia serenità non
riesco più a fare il prete e quindi a stare solo”.
Alla domanda su cosa intenda con ‘non riesco più’, don Giovanni ha risposto in
modo esplicito: “Se dovessi continuare a fare il prete dovrei avere una donna al
mio fianco. Io questo non posso farlo restando sacerdote”. Secondo il sacerdote,
il celibato, accettato in gioventù, “con gli anni è diventato un peso”.
Riferendosi alla sua vita affettiva, ha ammesso: “Sì, lo ammetto senza filtri.
Ho avuto più relazioni, prima e dopo essere diventato parroco. Le ho vissute
anche mentre ero prete”, ricordando una relazione iniziata nel 2006 con una
donna della parrocchia che si è “protratta a lungo”. “E comunque non sono
l’unico: ci sono migliaia di sacerdoti che intrattengono rapporti con donne o
con uomini“, ha aggiunto.
L'articolo “Lascio la tonaca, voglio diventare padre. Migliaia di sacerdoti
intrattengono rapporti con donne e uomini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo giorni di polemiche, come da attese è scomparsa la faccia della presidente
del Consiglio Giorgia Meloni che il sagrestano e sedicente “restauratore” Bruno
Valentinetti aveva disegnato al posto di quella di un cherubino in un affresco
nella Basilica di San Lorenzo in Lucina. “L’ho coperto perché me lo ha detto il
Vaticano“, dice a Repubblica lo stesso Valentinetti. “Ieri sera l’ho cancellato.
A me non interessa, continuo a dire che non era la premier, ma la Curia ha
voluto così e io l’ho cancellato”.
La soprintendenza speciale di Roma sta cercando documentazione sul dipinto della
cappella del Crocifisso realizzato nel 2000. Evidentemente è emerso che
l’originale era molto diverso, come anticipato ieri dal responsabile della
comunicazione del Vicariato di Roma, padre Giulio Albanese.
Secondo il sito del quotidiano romano sono seguite “colloqui, telefonate,
riunioni tra la soprintendenza, l’ente proprietario che è il Fondo edifici di
culto, l’ufficio per l’edilizia di culto del vicariato di Roma e monsignor
Daniele Micheletti, parroco di San Lorenzo in Lucina”, che “hanno portato alla
cancellazione del volto della premier dal dipinto”. Ora l’obiettivo è
ripristinare l’immagine nella sua forma originale.
L'articolo Cancellato il volto di Meloni dall’affresco a San Lorenzo in Lucina.
Il restauratore: “Me lo ha chiesto il Vaticano” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non credo affatto che la stragrande maggioranza delle persone che hanno
manifestato pacificamente a Torino abbia dato copertura ai violenti. Anzi,
probabilmente sarebbe stata felice se un servizio d’ordine più efficace, come
quello di una volta del Partito Comunista o della Cgil, avesse tenuto fuori i
violenti dal corteo”. Così a Otto e mezzo (La7) il direttore de Il Fatto
Quotidiano, Marco Travaglio, commenta le parole del ministro dell’Interno Matteo
Piantedosi, il quale, nella sua informativa alla Camera, ha attaccato chi
nell’opposizione era alla manifestazione per il centro sociale Askatasuna (“Chi
sfila con i delinquenti offre prospettive di impunità”).
Travaglio ricorda come a Torino abbiano sfilato moltissime persone pacifiche,
accanto a una minoranza di delinquenti: “Alcuni li importiamo dall’estero a ogni
manifestazione, infatti fra i denunciati ci sono anche dei francesi e degli
inglesi. Altre volte c’erano i belgi, come al G8. Insomma c’è una internazionale
di specialisti della violenza che coglie tutte le occasioni per mettersi in
mostra”.
“Ma il ministero dell’Interno avrebbe potuto evitare questi tafferugli e questi
scontri?”, chiede la conduttrice Lilli Gruber.
“No, io non credo che si possa evitare al 100% – risponde il direttore del Fatto
– Quell’episodio dell’aggressione al poliziotto è stato gravissimo e
sconvolgente e io mi auguro che i responsabili di questo atto inqualificabile si
becchino la pena che si meritano, fermo restando che non c’è bisogno di nuove
leggi, perché nel nostro codice penale è già tutto previsto. Lo ha scritto
Alfredo Rocco, che era ministro di Mussolini, non certo Madre Teresa di
Calcutta. Il nostro, quindi, è un codice penale rigoroso, che ha già tutti gli
strumenti per colpire“.
Travaglio poi precisa: “Io, proprio perché sono torinese e ho fatto il
giornalista per tanti anni a Torino, ho vissuto la stagione dove l’antagonismo e
l’anarco-insurrezionalismo hanno prodotto scontri di piazza infinitamente più
gravi di quelli di oggi. E allora nessuno si sognava di parlare di Brigate
Rosse, nemmeno quando tentarono di fare l’assalto al Palazzo di Giustizia nel
1998“.
Il direttore del Fatto ricorda la manifestazione nazionale del 4 aprile 1998
indetta dai centri sociali e dall’area autonoma-anarchica, in seguito al
suicidio in carcere di Edoardo Massari “Baleno”, arrestato il 5 marzo 1998,
insieme a Maria Soledad Rosas (“Sole”) e a Silvano Pelissero, con l’accusa di
far parte del gruppo anarchico i Lupi Grigi, legato ad azioni contro l’Alta
Velocità in Val Susa. L’11 luglio dello stesso anno si suicidò anche Sole mentre
si trovana agli arresti domiciliari in una comunità a Bene Vagienna (Cuneo).
“Torino quel giorno fu messa a ferro e fuoco, altro che quello che è successo
l’altro giorno – spiega Travaglio – Bisogna quindi sapere che i professionisti
della violenza ci sono e che quanto accaduto sabato a Torino è acqua fresca
rispetto a tutto ciò che abbiamo visto non solo negli anni del terrorismo ma
anche gli anni ’90 e i primi anni 2000 fino al G8, quando cioè sono avvenuti
fatti infinitamente più gravi”.
Infine, l’appello conclusivo del giornalista: “Io inviterei tutti, ovviamente, a
perseguire i reati e chi li ha commessi, ma allo stesso tempo a evitare
isterismi o l’invenzione di nuovi articoli del codice penale che non servono a
niente. Abbiamo sconfitto il terrorismo con lo Stato di diritto, senza fare
leggi speciali o straordinarie. A maggior ragione, oggi abbiamo tutte le
possibilità di sconfiggere queste frange, che, per quanto pericolose, sono
infinitamente più limitate rispetto al passato”.
L'articolo Travaglio a La7: “Scontri a Torino? Acqua fresca rispetto agli anni
’90 e al G8. Evitare isterismi e articoli penali inutili” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un’intervista a una ragazza di Askatasuna che la Rai non ha voluto mandare in
onda. Con una scelta che puzza di censura. Dunque accade che domenica scorsa, il
giorno dopo gli scontri di sabato a Torino durante la manifestazione pro
Askatasuna, un cronista della Tgr Piemonte intervista una rappresentante del
centro sociale sgomberato il 18 dicembre scorso. Una bella intervista, dove
vengono fatte tutte le domande necessarie sulle violenze nei confronti della
polizia, e dove la manifestante offre la sua versione dei fatti. Un bel colpo
giornalistico, soprattutto se si pensa alla ritrosia ben nota dei ragazzi di
Askatasuna a parlare con i giornalisti. L’intervista, concordata con la “line”
della redazione Rai piemontese, guidata da Francesco Marino, però, non andrà mai
in onda.
Il motivo? Il fatto che la donna in questione non abbia fornito le sue
generalità complete: nome e cognome. Insomma, ai vertici della tv pubblica non
bastava il nome, Martina, e il fatto che la ragazza mostri tranquillamente il
volto alla telecamera. Niente da fare: senza il cognome l’intervista non può
andare in onda. Motivo che non ha convinto nessuno. “Il collega aveva fatto
domande: dure, dirette e senza fronzoli, mettendola di fronte alla violenza
degli incappucciati contro un poliziotto. Quell’intervista i telespettatori non
l’hanno mai potuta vedere. Nemmeno in piccola parte”, recita un comunicato
congiunto del Cdr della Tgr Piemonte, di Usigrai e di Fnsi. “Decine di volte
abbiamo mandato in onda persone che, legittimamente, non hanno voluto il proprio
nome nella grafica. Decine di volte abbiamo trasmesso interviste di persone di
spalle per tutelare l’anonimato loro o dei familiari. È il lavoro del
giornalista: valutare l’attendibilità dell’intervistato, verificare le fonti e
fare domande. Intermediazione giornalistica che, invece, non c’è stata nella
pubblicazione del video arrivato preconfezionato con l’intervista al poliziotto
ferito. In questo caso nessuno ha potuto porre domande. Non parliamo né di par
condicio, né di censura, ma di svilimento del lavoro giornalistico. E questo fa
male alla Tgr e a tutta la Rai servizio pubblico”, si sostiene nel comunicato.
Nell’intervista la rappresentante del centro sociale afferma che quello che è
accaduto in piazza sabato ha la sua genesi nello sgombero del centro sociale il
18 dicembre, avvenuto con la chiusura di una scuola e la militarizzazione di un
intero quartiere. In particolare sugli scontri, Martina precisa che sono scese
in piazza oltre 50mila persone in modo pacifico contro le guerre, il riarmo, le
politiche del governo Meloni e la difesa degli spazi sociali e che in Italia non
si è abituati al conflitto, preferendo alla nitidezza delle posizioni una falsa
pacificazione. Viene poi sottolineato come violenze sabato ci siano state anche
da parte della polizia sui manifestanti e che quando si va in piazza si generano
delle complessità che possono portare anche alle immagini che tutti hanno visto.
Un’intervista dove sono state fatte tutte le domande necessarie e di fronte alle
quali vengono date risposte pacate e ragionate, senza estremismi. E forse è
proprio questo che, secondo qualcuno in Rai, non andava fatto vedere.
L'articolo La Rai non manda in onda l’intervista all’attivista di Askatasuna
dopo gli scontri. I sindacati: “Svilito il lavoro giornalistico” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La procura di Roma aprirà un fascicolo per accesso abusivo ai sistemi
informatici dopo l’attacco informatico contro i sistemi e gli archivi digitali
dell’università La Sapienza di Roma. Gli inquirenti attendono un’informativa
degli investigatori, mentre la Polizia postale è a caccia di indizi per
ricostruire il colpo. Intanto, il sito pubblico dell’università è inaccessibile
e i sistemi informatici interni sono bloccati (per garantire l’integrità e la
sicurezza dei dati) paralizzando il lavoro amministrativo. Fonti qualificate
attribuiscono l’intrusione a gruppi filo russi, senza specificare il nome del
collettivo di cyber criminali. L’Italia è stata già nel mirino di pirati
informatici riuniti sotto la sigla NoName, come ritorsione per la posizione a
sostegno dell’Ucraina.
L’attacco (denunciato ieri) è andato in porto grazie ad un ransomware, un
programma malevolo in grado di rendere inaccessibili i dati sui computer,
oscurandoli con una chiave crittografica. Se il proprietario vuole riavere i
dati, deve pagare un riscatto, generalmente in criptovalute. Un’estorsione in
formato digitale: così funziona il ransomware. A quanto ammonta la richiesta di
denaro inoltrata alla Sapienza non si sa. La buona notizia è che l’ateneo romano
aveva dei backup, copie di dati del sistema scollegate da internet: quelle sono
salve e consentono ai tecnici di “bonificare” i sistemi. Tecnicamente, per
riavere i dati, l’università dovrebbe aprire un link inviato dai criminali:
giungerebbero ad una pagina nel dark web con la richiesta del riscatto. Da quel
momento, partirebbe il conto alla rovescia di 72 ore. Alla scadenza, senza il
pagamento, i dati universitari criptati dai criminali andrebbero distrutti.
Intanto, gli esperti dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale sono al lavoro
con i tecnici dell’università per rimettere in funzione i servizi fuori uso e
implementare nuove misure di sicurezza. Secondo Gianluca Galasso, capo del
servizio operazioni e gestione delle crisi cyber, servono ancora “alcuni giorni
di lavoro, poi riprenderanno regolarmente tutti i servizi universitari”. Già
ieri, in via precauzionale, è stato disposto l’immediato blocco dei sistemi di
rete per impedire che il virus rischiasse di infettare anche le aree sane.
L’attività didattica nelle aule prosegue senza intoppi, ma i disagi ci sono:
impossibile prenotare gli esami, scaricare i bollettini per il pagamento delle
tasse o anche solo consultare il proprio libretto universitario e verbalizzare i
voti. A pagarne il prezzo potrebbero essere gli studenti con scadenze o esami
imminenti.
L'articolo Attacco informatico dei filo-russi all’Università La Sapienza. Il
ricatto: “72 ore per pagare o addio ai dati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un detenuto di 23 anni è evaso domenica pomeriggio dalla carcere di Lodi. Il
giovane, italiano, residente con la famiglia a Sant’Angelo Lodigiano, stava
scontando pene definitive per reati contro il patrimonio decise dal Tribunale
per i Minorenni di Milano.
Lo stesso tribunale, lo scorso 12 dicembre, gli aveva revocato tutti i benefici
legati all’espiazione della condanna dopo la violazione di alcune prescrizioni,
stabilendo il trasferimento in cella a Lodi. Prima dell’arresto, il 23enne era
riuscito a sottrarsi per cinque giorni all’esecuzione del provvedimento: era
stato poi individuato all’interno di un supermercato con circa 20mila euro in
contanti. In quell’occasione aveva opposto resistenza ai militari, ma era stato
comunque bloccato.
Domenica, attorno alle 15, l’uomo si è allontanato dal penitenziario della
Cagnola scavalcando il muro di cinta. L’assenza è stata accertata poco dopo
all’interno dell’istituto e l’allarme è scattato intorno alle 17. Subito sono
partite le ricerche coordinate dalla Polizia penitenziaria, con il supporto
della Polizia di Stato e dei Carabinieri. Secondo quanto trapela, si sarebbe
trattato di un piano preparato con attenzione e portato a termine senza intoppi.
A distanza di 48 ore non ci sono sviluppi. L’imponente dispiegamento di uomini e
mezzi ha interessato gran parte del Lodigiano, con controlli estesi lungo l’asse
della strada provinciale 235 e nelle aree limitrofe a Sant’Angelo Lodigiano,
dove il ragazzo aveva abitato fino a circa un mese e mezzo fa. Il continuo
passaggio di pattuglie e veicoli di servizio ha attirato l’attenzione dei
residenti, generando timori e numerose segnalazioni. Le operazioni hanno
riguardato anche cascine isolate, case sparse e zone rurali, ritenute possibili
rifugi temporanei.
Dalle informazioni raccolte emergono diversi precedenti: lesioni personali per
episodi avvenuti in occasione di manifestazioni sportive, rapina e furto. Gli
investigatori non escludono che il fuggitivo possa aver fatto affidamento su una
rete di parenti o conoscenti presenti sul territorio, in grado di fornire
appoggio nelle prime ore successive alla fuga. Per questo motivo posti di blocco
e pattugliamenti rafforzati restano attivi, con l’obiettivo di restringere il
cerchio e rintracciare il 23enne nel più breve tempo possibile.
Foto d’archivio
L'articolo Ricerche in corso per l’evaso dal carcere di Lodi: forse ci sono
complici per la fuga del 23enne proviene da Il Fatto Quotidiano.