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Bandiere palestinesi e kefiah, chi è Tricia Tuttle la direttrice della Berlinale che ora rischia il posto. L’appello degli artisti
Il governo tedesco sta per cacciare la direttrice americana e pro Pal della Berlinale. Non c’è pace ormai per Tricia Tuttle, la 56enne direttrice del Festival di Berlino dal 2024. Prima la polemica sul concetto dei “film politici” declinata dal presidente di giuria 2026 Wim Wenders e non amata da un gruppo di registi e attori celebri che hanno accusato la Berlinale di essere, paradossalmente, a-politica e di silenziare il genocidio palestinese affiancando le posizioni filo-israeliane del governo tedesco. Poi, ulteriore paradosso, ecco la Tuttle sul palco della premiazione del festival, sabato scorso, avvolta in bandiere palestinesi e kefiah srotolate dal regista siro-palestinese Abdallah al-Khatib. Il regista ha vinto il premio Perspectives per il suo esordio Chronicles From the Siege. E, come se il film non fosse abbastanza esplicito sulla sua posizione politica rispetto all’occupazione militare israeliana di Gaza, ha dichiarato: “La mia ultima parola al governo tedesco: siete complici del genocidio di Gaza da parte di Israele. Credo che siate abbastanza intelligenti da riconoscere questa verità, ma scegliete di non preoccuparvene”. E ancora: “I palestinesi ricorderanno tutti coloro che sono stati al nostro fianco, e noi ricorderemo tutti coloro che si sono opposti a noi, al nostro diritto di vivere con dignità, o che hanno scelto il silenzio o hanno scelto di tacere”. Goccia che ha fatto traboccare il vaso, tanto che l’ufficio del commissario federale tedesco per la cultura e i media (KBB) ha affermato che giovedì 26 febbraio si sarebbe tenuta una riunione d’urgenza per discutere della “futura direzione della Berlinale”. Diversi quotidiani tedeschi hanno così annunciato che il posto della Tuttle era fortemente a rischio, ma il 26 è passato e la Tuttle è ancora al suo posto. Probabile che abbia sortito il suo effetto, almeno a livello temporaneo, la lettera aperta del team della Berlinale per esprimere solidarietà alla propria direttrice. “Alla luce dei dibattiti in corso e dei recenti sviluppi, noi – personale, dipendenti a contratto e liberi professionisti della Berlinale e delle istituzioni associate – in rappresentanza di una pluralità di prospettive, esprimiamo con una sola voce il nostro sostegno unanime alla straordinaria Tricia Tuttle come direttrice della Berlinale. Abbiamo lavorato a stretto contatto con Tricia durante il suo mandato e abbiamo potuto constatare in prima persona la chiarezza, l’integrità e la visione artistica che ha portato alla Berlinale”, c’è scritto nella missiva firmata da oltre 500 dipendenti. “Non esageriamo quando affermiamo, all’unanimità, che è improbabile che il Consiglio di sorveglianza della KBB avrebbe potuto nominare un leader più intelligente, etico e reattivo per la Berlinale, né uno più dedito ai principi fondamentali che rendono questo festival una piattaforma vitale per il cinema in Germania e a livello internazionale”. Insomma, Tricia non si tocca. Al suo fianco si sono schierati anche la Deutsche Filmakademie, l’accademia cinematografica tedesca presieduta da Vicky Krieps e Florian Gallenberger, la European Film Academy, quattro registi ebrei (Yuval Abraham, Udi Aloni, Nadav Lapid, Tom Shoval, Oren Moverman) e una petizione di oltre 700 firme di attrici e attori internazionali, tra cui Tilda Swinton, Sean Baker e Todd Haynes. “Se si convoca una riunione straordinaria per decidere il futuro della leadership del festival, la posta in gioco è molto più alta di una singola nomina. Ciò che è in gioco è il rapporto tra libertà artistica e indipendenza istituzionale”, scrivono i firmatari dell’appello. La partita di una possibile nuova nomina alla guida della Berlinale però, secondo diverse indiscrezioni giornalistiche teutoniche, non sembra essere conclusa, ma solo rimandata di qualche giorno, se non di qualche settimana. All’inizio della Berlinale 2026, gli organizzatori del festival erano stati criticati da attivisti pro Pal – tra cui molti celebri attori – per non aver preso una posizione univoca sulla guerra a Gaza. Durante la conferenza stampa di apertura, il presidente della giuria, Wim Wenders, aveva poi respinto l’idea che artisti e istituzioni culturali debbano assumere attivamente posizioni politiche, lasciando che siano i propri film a parlare, nel caso, anche di temi più stringenti di politica internazionale e non. Posizione difesa con grande signorilità proprio dalla Tuttle: “Gli artisti sono liberi di esercitare il loro diritto alla libertà di parola come preferiscono. Non ci si dovrebbe aspettare che gli artisti commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival, su cui non hanno alcun controllo. Né ci si dovrebbe aspettare che parlino di ogni questione politica che viene loro sollevata, a meno che non lo desiderino”. L'articolo Bandiere palestinesi e kefiah, chi è Tricia Tuttle la direttrice della Berlinale che ora rischia il posto. L’appello degli artisti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Wim Wenders, crocifisso per una frase alla Berlinale, ha totalmente ragione
“Il film possono cambiare il mondo, ma non in modo politico”. È la frase con la quale a Potsdamer Platz stanno crocifiggendo Wim Wenders. Piccoli Golgota sono sorti anche in altre piazze “calde”, quelle delle grandi manifestazioni ProPal: Roma, Milano, Parigi, Londra ecc… Il presidente della giuria della Berlinale 2026 si è preso del fascista, nazista, sionista, colluso al governo tedesco che appoggia Israele, e chi più ne ha più ne metta, perché nella conferenza stampa di apertura del festival di cinema di Berlino, ad una serie di domande riguardanti il rapporto tra cinema e politica non ha tirato fuori la kefiah. Questo almeno quello che gli hanno rinfacciato Bardem e soci, firmatari di una lettera di registi e attori dove colpiscono tutti – regista e Berlinale – rei di censura e silenzio rispetto alla tragedia che sta vivendo la Palestina. E allora, oltre al fatto che Wenders ha dato tre risposte a tre domande diverse quindi il suo ragionamento è più esteso e articolato (ci arriviamo); che c’è chi rinfaccia al regista tedesco di avere detto il contrario di quanto dichiarato nel 1991 (verissimo, peraltro); ma soprattutto che in assoluto Israele è colpevole senza se e senza ma del genocidio del popolo palestinese (così nessuno può rompermi le scatole), Wim Wenders versione 2026 su cinema e politica, come paradossalmente nel 1991 quasi sullo stesso tema, ha totalmente ragione. “Nessun film ha mai cambiato le idee politiche di qualcuno, ma possiamo cambiare l’idea che le persone hanno di come dovrebbero vivere. C’è una grande discrepanza su questo pianeta tra persone che vogliono vivere la loro vita e governi che hanno un’altra idea. Spero che i film entrino in questa discrepanza”, ha spiegato Wenders alla prima domanda più generica. Poi quando come per ogni evento artistico da qualche anno a questa parte, i colleghi giornalisti presenti al Berlinale Palast hanno continuato a cercare un titolo forte per i propri click o copie (must: Trump e Putin; all’occorrenza: Gaza, l’Ucraina), Wenders si è smarcato dalla richiesta diretta di solidarietà alla Palestina (è pur libero di dire quello che vuole o no?): “Dobbiamo tenerci fuori dalla politica perché se facciamo film apertamente politici, allora scendiamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, noi siamo l’opposto della politica”. E invece nulla, oggi portare un film ad un festival vuol dire passare anche dalle forche caudine di questi obblighi vagamente stalinisti. Fai un film su due cammelli che si amano? Non basta. Devi dichiararti pro o contro Israele. È evidente che con questo fallace metro di misura dell’opera d’arte anche a Elio Petri dopo Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto sarebbe pervenuto un appello da firmare sul dilagare del fascismo (quale, oltretutto). E Coppola a Cannes dopo Apocalypse now avrebbe dovuto spiegare la sua posizione sul Vietnam? Per ulteriore paradosso contemporaneo: se vediamo Avatar 3 dobbiamo sapere cosa ne pensa Cameron della Palestina? Wenders, nel suo apparente infido understatement ha voluto ricordare che quando andate al cinema dovete guardare il film sullo schermo e non le news sullo smartphone. Perché è osservando lassù che si forma una coscienza. Di solito, anche se non è detto, nell’opera dovrebbe esserci già tutto. Tutto quello che vi vuole mostrare chi il film lo fa: un movimento di macchina, un’inquadratura, uno stacco di montaggio, un taglio di luce, una battuta, chissà mai una storia. E se non c’è niente, o quel tutto è detto in modo sgangherato, poco interessante, per nulla avvincente o coerente, allora mettetevi lì e analizzatelo, discutetene, contestatelo, ma non pretendiate che Bunuel o Kubrick corredino i loro film con una dichiarazione sulla fame nel mondo. Sarebbe stato cretino. Oltreché oltraggioso verso lo spettatore. Poi è chiaro che ad un certo punto – gli anni Duemila – ai festival storici (Cannes, Venezia, Berlino, ecc..) non è più bastato che si guardassero e discutessero i film. A partire da quella Berlinale che tre anni fa ha piazzato Zelensky a fare un comizio in sala che nemmeno il Sean Penn grottesco nel film di P.T. Anderson (a proposito di quei film dove il tutto è detto in modo sgangherato), per non dire degli orsi d’argento gender-neutral senza più distinguere tra contributi artistici di donne e uomini. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Così ad ogni attore, attrice e regista è arrivata immancabile la domanda “democratica” (abbiamo un’età sufficiente per ricordare quando a Berlino chi girava un thriller negli Stati Uniti toccava una battuta su George W. Bush&Co) a prescindere dal film fatto: non sarete mica contro il genocidio a Gaza? E dietro, a valanga, l’informazione mainstream, bisognosa di tutto questo armamentario retorico pronto per essere abbandonato per nuove avventure socio-politiche (l’orso gender fluid già oggi avrebbe bisogno più che mai del WWF) più performative. Insomma, come all’incirca diceva Dino Risi per il cinema di Nanni Moretti: togliete appelli (firmabilissimi) e girotondi (condivisi) che vogliamo vedere il film. P.S. Per la cronaca Wenders nel 1991 disse: “Ogni film è politico. I più politici di tutti sono quelli che fingono di non esserlo: i film d’intrattenimento. Sono i film più politici che ci siano perché respingono la possibilità di cambiamento. In ogni fotogramma ti dicono che va tutto bene così com’è. Sono una continua pubblicità per le cose così come sono”. L'articolo Wim Wenders, crocifisso per una frase alla Berlinale, ha totalmente ragione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Su Gaza la Berlinale tace e censura”: la lettera aperta di Tilda Swinton e altri 81 artisti. Accuse anche a Wim Wenders: “I registi non devono tenersi fuori dalla politica”
Oltre 80 partecipanti attuali ed ex partecipanti alla Berlinale, capitanati da Javier Bardem e Tilda Swinton, hanno firmato una lettera aperta in cui condannano il “silenzio” del festival su Gaza. Il proclama è giunto dopo che nei giorni scorsi, durante la conferenza stampa di apertura del Festival di Berlino (12-22 febbraio 2026), il presidente della giuria Wim Wenders si era espresso sull’annoso e forzato tema “cinema e politica”. Il regista di Il cielo sopra Berlino pressato dalla solita domanda dei cronisti bisognosi di titoli polemici per gli articoli da pubblicare aveva dato una spiegazione articolata e finanche condivisibile riguardo il conflitto tra Israele e Gaza e sul sostegno del governo tedesco a Israele, ma che nella vulgata di rilancio delle grandi testate è diventata: “i registi dovrebbero tenersi fuori dalla politica”. A quel punto l’autrice indiana Arundhati Roy si è ritirata dalla giuria della Berlinale, mentre la direttrice del festival, Tricia Tuttle, ha rilasciato una dichiarazione sacrosanta più in linea sulla generale libertà di espressione degli artisti che oramai ad ogni conferenza stampa vengono pressati sempre e solo su questioni politiche e sociali: “Gli artisti sono liberi di esercitare il loro diritto alla libertà di parola come preferiscono”, ha affermato Tuttle. “Non ci si dovrebbe aspettare che commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival, su cui non hanno alcun controllo. Né ci si dovrebbe aspettare che parlino di ogni questione politica che viene loro sollevata, a meno che non lo desiderino”. A questo punto è sbucata la lettera degli 80 – tra questi i registi Mike Leigh, Lukas Dhont, Nan Goldin, Miguel Gomes, Avi Mograbi – dove è stata accusata la Berlinale di “censurare” gli artisti che si sono espressi sul tema palestinese, e dove si afferma di essere “fervidamente in disaccordo” con le opinioni di Wenders su cinema e politica. “Non si può separare l’una dall’altra”, hanno affermato, aggiungendo che “la tendenza sta cambiando nel mondo del cinema internazionale” citando i 5mila lavoratori del cinema, tra cui diversi nomi del cinema hollywoodiano, che si rifiutano di collaborare con società e istituzioni cinematografiche israeliane. E ancora: “Invitiamo la Berlinale a compiere il suo dovere morale e a dichiarare chiaramente la sua opposizione al genocidio di Israele, ai crimini contro l’umanità e ai crimini di guerra contro i palestinesi, e a porre fine completamente al suo coinvolgimento nel proteggere Israele dalle critiche e dalle richieste di responsabilità”. Come riporta il Guardian, nei giorni scorsi dopo le prime proiezioni alla Berlinale ogni artista in conferenza stampa è stato bombardato di domande su Palestina, Trump, fascismo, ecc… “con scarsi collegamenti con i film che promuovevano”, come ad esempio all’attore statunitense Neil Patrick Harris o al britannico Rupert Grint, ai quali è stato chiesto se il cinema potesse combattere il fascismo, o all’attrice malese Michelle Yeoh, a cui è stato chiesto il solito parere su Trump. Chiudiamo di nuovo con le parole della direttrice Tuttle: “I registi vengono criticati se non riescono a condensare pensieri complessi in un breve frammento sonoro quando un microfono viene piazzato davanti a loro, mentre pensano di parlare di qualcos’altro”. L'articolo “Su Gaza la Berlinale tace e censura”: la lettera aperta di Tilda Swinton e altri 81 artisti. Accuse anche a Wim Wenders: “I registi non devono tenersi fuori dalla politica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morto Béla Tarr, il regista e sceneggiatore ungherese ha vinto l’Orso d’argento alla Berlinale 2011 con “Il Cavallo di Torino”
Mondo del cinema in lutto. È morto Béla Tarr, il regista e sceneggiatore ungherese 70enne si trovava a Budapest. La notizia della scomparsa è stata confermata dal regista Bence Fliegauf all’agenzia di stampa ungherese Mti, in rappresentanza della famiglia del cineasta. Tarr ha collaborato per tutta la vita con una ristretta cerchia di fidati collaboratori: la moglie e co-regista Ágnes Hranitzky, il compositore Mihály Víg, lo scrittore e sceneggiatore László Krasznahorkai e il direttore della fotografia Fred Kelemen. Con Krasznahorkai ha realizzato le opere più celebri, instaurando un sodalizio creativo durato decenni. È stato una figura centrale del cinema europeo contemporaneo, che ha conquistato l’interesse della critica internazionale per il suo stile volto a promuovere l’idea di un cinema specchio della crisi comunicativa che affligge l’umanità. Nato a Pécs il 21 luglio 1955, Tarr si è distinto per uno stile caratterizzato da lunghi piani sequenza, una forte componente nichilista e, nella seconda parte della carriera, dal bianco e nero. Nonostante il successo di critica, i suoi film sono rimasti poco noti al grande pubblico, ma opere come “Sátántangó”, “Le armonie di Werckmeister” e “Il cavallo di Torino”, sceneggiati con lo scrittore ungherese László Krasznahorkai, Premio Nobel della Letteratura 2025, sono considerate tra i capolavori assoluti del cinema ungherese ed europeo. La carriera di Tarr iniziò a soli 16 anni con cortometraggi amatoriali, e nel 1979 esordì nel lungometraggio con “Nido familiare”, prodotto dai Béla Balázs Studios. Nei primi film raccontava la vita nell’Ungheria comunista, spesso utilizzando attori non professionisti. Lo stile che lo ha reso celebre si definisce con “Perdizione” (1988) e trova la sua piena maturità nei film successivi, tra cui il monumentale “Sátántangó” (1994), della durata di sette ore e mezza, tratto dall’omonimo romanzo di Krasznahorkai. La sua cifra stilistica include l’uso di lenti carrelli, piani-sequenza lunghi, ritmi dilatati e un’attenzione ossessiva ai dettagli della miseria e dell’isolamento umano. I suoi protagonisti sono spesso figure marginali, come la compagnia circense di “Le armonie di Werckmeister” (2000) o il manovratore ferroviario di “L’uomo di Londra” (2007), che si differenzia dagli altri suoi film, per il ricorso all’utilizzo di attori famosi (Tilda Swinton) e la scelta del soggetto (un giallo tratto da un romanzo di Georges Simenon). Il suo ultimo film, “Il cavallo di Torino”, del 2011, gli è valso l’Orso d’argento al Festival di Berlino e rappresenta il testamento cinematografico di un autore che ha indagato la condizione umana nelle sue forme più estreme e quotidiane, tra abbandono, povertà e lenta decadenza. Negli ultimi anni Tarr si era dedicato anche alle videoinstallazioni e ai progetti speciali, come “Missing People” (2019), commissionato per il Wiener Festwochen, dove ha raccontato le vite dei più poveri e dei migranti di Vienna. Insegnante di grande influenza, ha formato diverse generazioni di cineasti in tutto il mondo, da László Nemes a Valdimar Jóhannsson e Pilar Palomero. L'articolo È morto Béla Tarr, il regista e sceneggiatore ungherese ha vinto l’Orso d’argento alla Berlinale 2011 con “Il Cavallo di Torino” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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