“La morte di Hamnet e la scrittura di Hamlet si alternano nei registri tra fine
del sedicesimo secolo e inizio diciassettesimo” spiega una didascalia in esergo
su sfondo nero in apertura di Hamnet. Essere o non essere? O ancora meglio:
esserci stato o non esserci stato? Se c’è un fatto storico nebuloso, riscritto,
disaggregato e riaggregato è la vita e il lavoro, di William Shakespeare.
Figuriamoci su cosa ha detto, fatto e brigato il suo unico figliolo morto (per
la peste?), tal Hamnet. Faceva prove di fioretto con la spadina di legno in
giardino con papà Bardo? Aveva questo rapporto simbiotico con la sorella gemella
Judith tanto da autoinsufflarsi il morbo mortifero e morire al posto suo?
Vivaddio, il romanzo scritto da Maggie O’Farrell, da cui Chloé Zhao ha tratto
pedissequamente il suo quinto film (otto le candidature agli Oscar, compreso
miglior sceneggiatura non originale, regia, film e attrice principale – Jessie
Buckley), più che un documento storico rivelatore è un’invenzione finzionale
tragica su un lutto familiare devastante che forse, chissà, potrebbe aver
sconvolto la famiglia Shakespeare fin quasi alla rottura e, soprattutto,
ispirato l’autore inglese nientemeno che per la stesura dell’Amleto come
elaborazione del lutto. Hamnet non ha nulla di lezioso (Shakespeare in Love), ma
vive di un realismo estremo e crudo, plasmato su una cupa luminosità, una vivida
sporcizia e su un’ancestrale animalità da tardo Cinquecento rurale nei dintorni
campagnoli di Stratford-upon-Avon (Avon che esonda, peraltro).
Il film si apre con un’oggettiva dall’alto che riprende Agnes Hathaway (Buckley)
rannicchiata, assopita e sporca di terra, tra le enormi radici di un albero
secolare. In una pausa dalle lezioni private date ai figli dei vicini per
ripianare i debiti del babbo guantaio, Will (Paul Mescal, davvero a suo agio tra
dita inzaccherate, umori e strazi) incontra Agnes in mezzo al bosco. Come
animali si annusano e si amano in mezzo a piante e arbusti giganteschi, fango e
acque limacciose, tavolate di cipolle e patate a essiccare. Avendo ricevuto in
dono la sapienza erborista da parte della madre, e usandola come medicamento,
Agnes è considerata una mezza strega. Minimo, anche se intenso, è lo scandalo,
mentre Will prova a seguire nel tormento e tra fioche, sghembe candele l’istinto
di scrittore e Agnes, incinta, partorisce la prima figlia nel bosco senza aiuto
alcuno.
Saranno i gemelli, Hamnet e Judith, a nascere rocambolescamente con i segni
della morte e della sopravvivenza addosso. Così, se papà Will inizia a ingranare
e passa numerosi e lunghi periodi nella perigliosa e lurida Londra reale a
mettersi su compagnia e a mettere in scena i suoi testi, a casa Agnes vede
ammalarsi di peste i figlioli e perirne uno. Per tre quarti di film Hamnet pulsa
di questa condensazione inesausta e primitiva di urla e lacrime, di pozioni e
cenni esoterici come circolare difesa da mali e maligno, di inquadrature
incombenti angolari dall’alto nelle stanze come soggettive spiritate.
Poi il film prorompe in un’ultima parte con la riproduzione altrettanto
realistica del Globe Theatre londinese e della prima ultrapopolare dell’Amleto,
con Agnes in piedi e in prima fila, e Will pieno di biacca in viso, spettro
vagante sul palco in un bosco di cartapesta. Impossibile rimanere passivi di
fronte a questa duplice versione esasperata della fine della vita, appesa ogni
secondo a un imperscrutabile destino, di una gioia familiare tanto intensa
quanto fragile e sottile. La regia di Zhao è ieraticamente spiazzante,
sinistramente anticonvenzionale, per certi versi anche un filino
sentimentalmente ricattatoria. Anche se Hamnet è un film che lascia
drasticamente il segno in quel suo vertiginoso specchio tra sporco verismo
naturalistico e finzione armonica del teatro, tra semplicità emotiva e
sofisticazione da letterati, tra femmina madre concreta e dominante e maschio
padre etereo e subalterno. Definirla una riscrittura dei ruoli di genere è forse
troppo, ma non si cade tanto lontani dalla verità. Buckley antidiva assoluta,
con bava e capelli stropicciati da applausi. In sala dal 5 febbraio.
L'articolo Hamnet, così un figlio perduto segnò il destino di Shakespeare e
ispirò un capolavoro del teatro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Cinema
Catherine O’Hara ha nascosto a tutti e per anni la sua malattia. I siti
statunitensi raccontano in queste ore che l’attrice canadese e interprete di
Mamma ho perso l’aereo, morta venerdì scorso a Los Angeles a 71 anni, non ha
reso pubbliche le sue condizioni critiche di salute dovute ad una rara patologia
cardiaca scoperta 20 anni fa. Solo il marito, Bo Welch, sapeva e ha mantenuto la
totale riservatezza sulle condizioni di salute di sua moglie nel corso degli
anni. O’Hara ha accusato una crisi respiratoria venerdì mattina 30 gennaio ed è
stata trasportata d’urgenza in ospedale, ma per lei bon c’è stato nulla da fare.
Da alcune settimane aveva comunque interrotto il suo lavoro sul set di The
Studio. Come spiega Page six, O’Hara soffriva di destrocardia, un raro difetto
cardiaco congenito (presente alla nascita) in cui il cuore è posizionato sul
lato destro del torace invece della sua posizione normale sul lato sinistro. “La
destrocardia da sola di solito non causa problemi, ma tende a verificarsi con
altre condizioni che possono avere gravi effetti sul cuore, sui polmoni e su
altri organi vitali”. Ufficialmente non si sa ancora se la destrocardia ha
contribuito alla morte dell’attrice.
L'articolo “Catherine O’Hara ha nascosto a tutti e per anni la sua malattia:
soffriva di destrocardia. Solo il marito sapeva e ha mantenuto il segreto”: le
rivelazioni di Page Six proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mehdi Mahmoudian, co-sceneggiatore di Un semplice incidente di Jafar Panahi
(nella foto), vincitore della Palma d’oro a Cannes e candidato a due premi
Oscar, tra cui Miglior sceneggiatura originale e Miglior film internazionale, è
stato arrestato a Teheran dopo aver firmato una dichiarazione che condanna le
azioni di Ali Khamenei, leader della Repubblica islamica dell’Iran. Sono stati
arrestati anche altri due firmatari della dichiarazione, Vida Rabbani e Abdullah
Momeni.
Tra i 17 firmatari figurano anche Panahi (recentemente condannato per
“propaganda contro lo Stato”), Mohammad Rasoulof, regista del film candidato
all’Oscar Il seme del fico sacro (che ha scelto l’esilio dopo arresti e
carcere), il premio Nobel per la pace Narges Mohammadi e Nasrin Sotoudeh,
vincitrice del Premio Sacharov per la libertà di pensiero. Al momento, non ci
sono informazioni confermate sull’autorità che ha effettuato l’arresto o sulle
accuse a carico degli arrestati.
“Quarantotto ore prima del suo arresto, abbiamo parlato al telefono e poi ci
siamo scambiati alcuni messaggi – ha commentato Panahi, che ha trascorso sette
mesi in carcere con Mahmoudian -. Gli ho inviato il mio ultimo messaggio alle
quattro del mattino. A mezzogiorno del giorno dopo, non ho ricevuto risposta. Mi
sono preoccupato e ho contattato amici comuni; nessuno di loro aveva sue
notizie. Poche ore dopo, la BBC Persiana ha annunciato ufficialmente che Mehdi
Mahmoudian, insieme ad Abdollah Momeni e Vida Rabbani, erano stati arrestati.
Mehdi Mahmoudian non è solo un attivista per i diritti umani e un prigioniero di
coscienza; è un testimone, un ascoltatore e un raro esempio di moralità”. Panahi
conosce bene la durezza delle carceri iraniane e la parzialità delle sentenze
per cui per anni dal regime iraniano gli è stato imposto di “viaggiare, dare
interviste, fare film”.
L'articolo Arrestato in Iran lo sceneggiatore Mehdi Mahmoudian, ha scritto con
Jafar Panahi Un semplice incidente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Inizio anni Novanta, l’Unione Sovietica si sgretola, Mosca è una città in
fermento, la sete di libertà è insaziabile. All’improvviso tutto è possibile,
per chi vuole arricchirsi, per chi è mosso da propositi più idealistici. Tra
questi ultimi c’è Vadim Baranov, giovane intellettuale che ama il teatro
d’avanguardia e la comunicazione. L’incontro e poi la separazione con Ksenia,
donna abile a sentire dove va il vento e a posizionarsi di conseguenza, lo
convince però che non sarà l’arte ma la politica a definire la nuova era che sta
arrivando. Intanto la nomenklatura cerca un malleabile fantoccio che possa
puntellare la presidenza agli sgoccioli di Boris Eltsin: la scelta cade su un
anonimo funzionario dei servizi segreti Vladimir Putin, all’inizio riluttante ma
poi affascinato dall’idea. A garantirgli il consolidamento del potere sarà
proprio Baranov che si trasforma in superbo stratega ed eminenza grigia della
nuova Russia. Poi viene bruscamente allontanato e si ritira a vita privata. Nel
2019 riceve nella sua dacia un professore americano.
Dal berlusconismo al trumpismo. Come siamo arrivati al punto che un dittatore
dopo 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale abbia riportato la guerra
in Europa. E’ un filmone Il Mago del Cremlino. Le Origini di Putin del regista
francese Olivier Assayas, colto e pluripremiato. Una narrazione intensa, una
sceneggiatura forbita rivisitata da Emmanuel Carrère che offre diverse letture
delle sfaccettature dell’enigmatico universo putinesco, alla luce degli eventi
più attuali delle derive autoritarie.
Le Origini. La fama di potere di Putin affonda le radici nella povertà, nato in
piccolo villaggio della Georgia (secondo la madre naturale intervistata dal
Telegraph) cresciuto in un orfanotrofio perché la madre non aveva i mezzi per
mantenere il figlio. Nato a Leningrado secondo i biografi ufficiali. E’ il primo
dei suoi grandi misteri. Operaio ed ex agente del Kgb. Putin, interpretato da un
magnifico Jude Law con parrucchino, mandibola imbronciata (chi mai ha visto
Putin sorridere) e camminata sbilenca, è ossessionato: c’è qualcuno più popolare
di lui, Stalin. Lo Spin Doctor gli ricorda che la sua fama era legata ai lager.
La massa va sottomessa con la violenza, con la repressione. Gorbaciov (che
beveva solo latte) ha dato la libertà al popolo sovietico, Putin lo ha richiuso
in una prigione grande quanto la Russia.
Putin e il Kursk: il sottomarino nucleare lanciamissili considerato
inaffondabile si inabissò nelle acque dell’Artico causando la morte di 118
marinai. Segnò la prima Grande Crisi della sua presidenza. Putin mostrò solo
indifferenza davanti alla tragedia delle madri che urlavano che i loro figli
erano morti per 50 dollari di salario al mese.
La casta dei nuovi ricchi che se ne vanno in giro per il mondo a godere delle
gioie del capitalismo. Poi Putin si riprende il controllo delle ricchezze degli
oligarchi da lui stesso creati e li fa arrestare, uccidere o avvelenare. A lui
ritorna il comando del gas, petrolio, foreste e giacimenti. Putin non si
accontenta di monopolizzare solo il Potere vuole monopolizzare anche la
sovversione. La chiama Democrazia Sovrana che sta alla dittatura come una sedia
sta alla sedia elettrica. Il Potere crea dipendenza difficile disintossicarsi.
Sempre più paranoico seriale, intento a costruire la “cattedrale” del suo mito,
sempre più spietato, si sbarazza anche del fidatissimo Baranov che costringe a
un esilio forzato.
L’ex Spin Doctor e il professore citano lo scrittore distopico Evgenij Zamjatin,
il diavolo della letteratura sovietica, che scriveva: “L’unico futuro possibile
per la letteratura russa é il suo passato”.
Quello che il film non dice sull’infanzia di Putin: la madre Vera Putina aveva
raccontato che nel ’99, guardando i notiziari sull’elezione del nuovo primo
ministro russo riconobbe immediatamente in Vladimir Putin suo figlio perché
“camminava come un’anatra”. Chiunque provasse a squarciare un velo sulle origini
di Putin faceva una brutta fine. Il giornalista russo Artyom Borovik, un
eminente critico del Cremlino che all’epoca stava lavorando a un documentario
sull’infanzia di Putin, morì in un incidente aereo all’aeroporto di Sheremetyevo
il 9 marzo 2000. Il giornalista italiano di Radio Radicale Antonio Russo,
assassinato lo stesso anno perché denunciava gli orrori della guerra cecena.
Vera si era offerta invano di fare un test del dna per dimostrare la sua verità.
E’ morta nel 2023 a 96 anni. Senza mai rivedere suo figlio.
Putin e l’immortalità: al leader cinese Xi Jinping durante una parata disse che
con l’aiuto delle biotecnologie e il trapianto degli organi si può vivere fino a
150 anni. Oddio, auguriamoci di no. Nel frattempo potrebbe sempre cadere vittima
del suo mito.
L'articolo L’ossessione del Putin di Jude Law? Qualcuno è più popolare di lui:
Stalin. Ecco ‘Il Mago del Cremlino’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Una esperienza creativa”, non un documentario. In realtà, però, non si gioca
sulla definizione della pellicola il futuro di “Melania”, il film “prodotto da”
e “dedicato a” Melania Trump. Lo stile enigmatico ispirato a David Lynch, come
ha voluto evocare The Guardian, nonostante i silenzi lungo i corridoi e la
rigorosa scelta dei colori dove il nero la fa da padrone, con qualche eccezione
per il cammello, non hanno fatto breccia. La prima a New York avrebbe lasciato
la sala pressoché vuota; un’immagine piuttosto desolante se si pensa alla
grandeur voluta ed espressa durante la proiezione inaugurale avvenuta a
Washington. La prima è andata in scena al Kennedy Center, oggi in attesa di
essere formalmente ribattezzato Trump Kennedy Center. In prima fila, il
presidente Donald Trump, accompagnato da un parterre d’eccezione composto dai
suoi nuovi e vecchi amici e sponsor.
Il Red carpet, che questa volta era pure quello nero, aveva visto sfilare la
protagonista con indosso uno smoking mentre il marito lodava l’opera, parlando
di un film “molto glamour” e aggiungendo che di glamour ce ne sarebbe davvero
bisogno. Uno spot per gli inquilini della Casa Bianca che hanno assistito alla
premiere di un film che non resterà alla storia se non come elemento da
aggiungere alla campagna di comunicazione e consolidamento del potere di un
presidente fuori dalle righe e dagli schemi. La pellicola, infatti, poco
aggiunge alla narrazione di una First Lady che è sempre rimasta un passo
indietro per non disturbare o forse non mescolarsi troppo con l’esuberanza del
marito. Tra l’altro, a smentire qualsiasi voce di crisi, il film lascia
intendere che tra i due ci sia ancora “intimità”. Amazon MGM Studios avrebbe
versato 40 milioni di dollari per i diritti e altri 35 per la sua promozione,
cifre piuttosto inedite per produzioni “minori” come i documentari, ma Trump ha
chiuso le polemiche spiegando di non essere coinvolto: “E’ un film importante –
ha detto – mostra la vita della Casa Bianca.”
Si, ma quale vita? L’immagine di sé che Melania lascia trapelare non differisce
troppo da quella a cui il mondo attento al suo passaggio e’ abituato. Una realtà
monocromatica, attenta all’immagine, senza troppi fronzoli e capelli sempre
cotonati. L’abbigliamento e gli outfit della First Lady sembrano essere la prima
e maggiore preoccupazione del regista Brett Ratner e della protagonista. La voce
fuori campo della First Lady, che non ha mai pulito l’accento straniero per
assumere la piena musicalità dell’americano, spiega l’importanza della “visione
creativa” da trasmettere allo staff, anche questo rigorosamente in nero,
affinché poi tutto “prenda vita” e diventi realtà. Le fasi di preparazione per
la cerimonia di insediamento sono la parte preponderante di un documentario
lungo un’ora e 44 interminabili minuti. Il focus è tutto rivolto ai venti giorni
che hanno preceduto l’inizio del secondo mandato presidenziale, con una donna
pronta a prendere possesso della Casa Bianca plasmando lo stile di uno dei
luoghi e dei personaggi più osservati e giudicati al mondo.
A 55 anni, Melania e’ entrata per la secondo volta nella residenza che preferì
frequentare il meno possibile nel corso del primo mandato. Ci sono la Florida,
la Trump Tower di New York, ci sono gli appuntamenti, la selezione degli abiti,
dei dettagli, dell’arredamento per preparare il rientro a Washington. Melania
ama Michael Jackson, ha sofferto molto per la scomparsa della madre, e’
circondata da uno staff reverenziale ma non si vedono amici, non si conoscono i
suoi gusti non si sa cosa la renda veramente felice. Il suo cappello a falde
larghe indossato all’interno del castello di Windsor lo scorso settembre generò
critiche e facili ironie, il volto era nascosto, gli occhi trovavano rifugio e
nulla lasciavano trasparire delle emozioni segrete di una donna che, anche
questa volta, non ha tradito la sua riservatezza e non ha saputo emozionare. La
sua volontà di cambiare le regole, mai nascosta e di lasciare la sua personale
impronta come First Lady di rottura, come e’ del resto di rottura il marito
presidente, e’ chiara quando sceglie attentamente di quali persone circondarsi;
quando lascia dire a Brigitte Macron “vengo ovunque con te, non c’è problema”.
Difficile pensare che la First Lady francese stesse parlando di una gita lungo
gli Champes Elysees, forse si trattava di politica, forse di beneficienza, forse
di quel desiderio di lasciare il segno al di là dei vestiti e delle tappezzerie.
Il punto è che la tiepida accoglienza ricevuta negli Stati Uniti lascia
immaginare che anche l’uscita in Europa, a partir da ieri, non darà troppe
soddisfazioni, soprattutto considerando il braccio di ferro politico ingaggiato
dal marito con gli alleati di sempre.
L'articolo “Melania”, il film da 75 milioni sulla First Lady è un flop:
dall'”intimità” con Trump all’ossessione per i vestiti, ecco di cosa parla
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quattro film per i quattro Beatles. E le cartoline con gli attori nei panni dei
Fab Four sono già state distribuite ai quattro angoli dell’Occidente. Ne dà
notizia Variety ricordando che ad interpretare i celebri quattro di Liverpool
nel film diretto da Sam Mendes saranno: Paul Mescal nei panni di Paul McCartney,
Barry Keoghan in quelli di Ringo Starr, Harry Dickinson in quelli di John Lennon
e Joseph Quinn in quelli di George Harrison.
S’intitolerà quindi The Beatles – A Four Film Cinematic Event e saranno quattro
lungometraggi che verranno distribuiti in contemporanea nell’aprile del 2028. Le
foto degli attori che compongono la band sono state diffuse non sul web o su
riviste cartacee bensì fisicamente come cartoline omaggio distribuite in gran
segreto giovedì scorso ai quattro angoli del globo: a Liverpool all’Institute
for performing arts (una scuola co-fondata da McCartney) e nella casa d’infanzia
di Lennon; ad Amburgo presso la celebre Cavern Club, al Beatles Monument, al
Kaiserkeller e al The Star Club; in una decina di negozi di dischi, di
abbigliamento vintage, di caffè e bar di New York, compresi Strawberry Fields a
Central Park e all’università Columbia; infine a Tokyo al The Capital Hotel, poi
alla Tower records di Shibuya, al Broadway diner di Yoyogi.
Nel film, come anticipa Variety, reciteranno anche Saoirse Ronan nel ruolo di
Linda McCartney, James Norton in quello di Brian Epstein e Anna Sawai in quelli
di Yoko Ono. Ogni film verrà narrato dalla prospettiva di ogni singolo Beatles e
ancora non si sa se questo sezionamento del punto di vista alla Rashomon fornirà
quattro film totalmente diversi tra loro o leggermente differenti l’uno
dall’altro. A produrre e distribuire c’è la Sony Pictures e per la cronaca va
ricordato che è la prima volta che eredi e discendenti della band cedono i
diritti musicali e biografici per un lungometraggio che riguarda i Beatles.
Mendes che viene dall’ultimo non fortunatissimo Empire of light (2022) si è
fatto un nome con la serie 007, ma è soprattutto il regista premio Oscar di
American Beauty (1999). E così dopo una rapidissima occhiata a queste foto
cartolina possiamo dire che Mescal è piuttosto simile a McCartney, così come
Keoghan a Ringo, ma che il Lennon di Dickinson e l’Harrison di Quinn lasciano a
prima vista parecchio a desiderare.
L'articolo I Beatles tornano al cinema in quattro film, narrati secondo il punto
di vista di ognuno dei Fab Four: prime immagini diffuse come cartoline proviene
da Il Fatto Quotidiano.
È morta l’attrice Catherine O’Hara, celebre per un ruolo iconico in “Mamma, ho
perso l’aereo”. Tra le sue altre performance indimenticabili quella in
Beetlejuice e nella serie televisiva Schitt’s Creek. Canadese naturalizzata
statunitense, O’Hara è deceduta nella sua casa di Los Angeles dopo una breve
malattia. Aveva 71 anni.
CHI ERA CATHERINE ANNE O’HARA
Nata a Toronto il 4 marzo 1954, Catherine Anne O’Hara era sposata dal 1992 con
lo scenografo Bo Welch, conosciuto sul set di Beetlejuice, Catherine O’Hara era
madre di due figli. Ha costruito una carriera lunga e articolata, attraversando
cinema, televisione e doppiaggio con una versatilità rara. Dotata di uno stile
comico sofisticato, spesso surreale, è stata capace di rendere memorabili anche
ruoli secondari, diventando nel tempo una vera e propria attrice di culto. Il
primo grande riconoscimento internazionale arriva nel 1988 con “Beetlejuice –
Spiritello porcello” di Tim Burton, in cui interpreta Delia Deetz, artista
eccentrica e moglie del personaggio interpretato da Jeffrey Jones. Il film
diventa un classico e segna l’inizio di un sodalizio artistico che proseguirà
decenni dopo con il sequel “Beetlejuice Beetlejuice” (2024), riportando O’Hara
sullo schermo in uno dei ruoli più iconici della sua carriera.
LA POPOLARITÀ CON “MAMMA, HO PERSO L’AEREO”
La popolarità mondiale arriva però all’inizio degli Anni novanta grazie ai film
“Mamma, ho perso l’aereo” (1990) e “Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito
a New York” (1992), diretti da Chris Columbus, nei quali panni di Kate
McCallister, madre del piccolo Kevin interpretato da Macaulay Culkin. O’Hara
contribuisce in modo decisivo al successo di due pellicole diventate un
appuntamento fisso della programmazione televisiva natalizia. Parallelamente,
l’attrice sviluppa un percorso particolarmente apprezzato nel cinema satirico e
nei mockumentary diretti da Christopher Guest, tra cui “Waiting for Guffman”
(1996), “Best in Show” (2000), “A Mighty Wind “(2003) e “For Your Consideration”
(2006), film che valorizzano la sua straordinaria capacità di improvvisazione e
le valgono, nel 2006, il National Board of Review Award come miglior attrice non
protagonista.
COSA AVEVA FATTO O’HARA DOPO “MAMMA, HO PERSO L’AEREO”
Dopo una carriera costellata di ruoli tra cinema e televisione – con
collaborazioni con registi come Martin Scorsese (After Hours), Ron Howard (The
Paper) e Sam Mendes (Away We Go) – O’Hara conosce una nuova e clamorosa
consacrazione dal 2015 al 2020 grazie alla serie tv “Schitt’s Creek”. Il
personaggio di Moira Rose, ex diva delle soap opera dalla parlata ricercata e
dall’abbigliamento stravagante, diventa uno dei più iconici della televisione
contemporanea. Per questa interpretazione O’Hara ottiene quattro Canadian Screen
Awards, un Emmy Award come miglior attrice protagonista in una serie comedy nel
2020, il Golden Globe e il Critics’ Choice Television Award nel 2021. Negli
ultimi anni aveva continuato a lavorare con costanza, partecipando a produzioni
di rilievo come “The Studio” per Apple TV+, al fianco di Seth Rogen, ruolo che
le era valso una nuova candidatura agli Emmy, e alla serie “The Last of Us”. Nel
2025 era tornata anche sul grande schermo con “Argylle”.
L'articolo È morta Catherine O’Hara, addio a Kate McCallister di “Mamma, ho
perso l’aereo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono usciti quasi tutti il 29 gennaio questi nuovi film al cinema: ‘La scomparsa
di Josef Mengele’ sull’infinita fuga di un nazista; ‘Le cose non dette’ segna il
ritorno di Gabriele Muccino; ‘Send Help’ si presenta come il nuovo horror di Sam
Raimi; ‘L’agente segreto’ è il brasiliano in corsa per 4 Oscar. Invece in
anteprima voglio parlarvi di ‘Giulio Regeni – Tutto il male del mondo’ che
ripercorre 10 anni di processo e insabbiamenti, in sala dal 2 al 4 febbraio; e
‘Hamnet’ che tratta la vicenda dolorosa di Shakespeare dietro la scrittura, dal
5 al cinema.
***
Appena passata la Giornata della Memoria escono al cinema anche film che
raccontano i colpevoli della Shoah. Così dal 29 gennaio è in sala La scomparsa
di Josef Mengele, di un regista russo, originale e antiautoritario come Kirill
Serebrennikov. Il suo racconto lucido sulla fuga lunga trent’anni del medico
macellaio di Auschwitz parte proprio dalle sue vere ossa che vengono conservate
oggi in un Museo della Memoria. Il bianco e nero, il montaggio che ci trasporta
su due binari temporali nella vicenda di quest’uomo protetto nel dopoguerra da
un conclave di nazisti in Sudamerica, forse raggiunge il suo culmine con il
confronto tra il gerarca e il figlio hippie, che scopre solo a fine anni
settanta i crimini del padre. Colpa e coscienza si scontrano in questa bilancia
del tempo che fa luce sui cerotti segreti di un regime finito, ma offre
consapevolezza sui rigagnoli velenosi del nazismo che si sono nascosti per
decenni tra le fazendas brasiliane e le periferie difficili di paesi neolatini.
Roccioso e inquietante il protagonista August Diehl, anche nel creare
involontariamente con il regista, un ponte con La zona d’interesse, altro titolo
sul tema campi e memoria.
Seppur diversamente, tocca il tema della memoria anche L’agente segreto di
Kleber Mendonça Filho. L’autore sfiora con tante citazioni alcuni classici del
cinema, e la vicenda di quest’uomo che torna a Recife per ritrovare la sua
famiglia impiglia il nostro sguardo, come il protagonista, tra la dittatura
degli anni ‘70 e il suo popolo formica. “La macumba è il twist dei poveri” dirà
a un certo punto uno dei personaggi. Ricostruzione minuziosa e meritevole di 4
candidature agli Oscar 2026, parte come affresco storico su quel Brasile ma
presenta diverse tragiche analogie con tanto insospettabile Occidente
democratico di oggi. E Wagner Moura è protagonista inossidabile del film
politico del momento.
Spostandoci in Italia invece, le sue dinamiche narrative si basanoda sempre su
relazioni amorose in crisi e struggimento individuale per raggiungere
un’impossibile serenità dei personaggi. Gabriele Muccino ha trasformato
agilmente Siracusa, il romanzo di Delia Ephron del 2018 in sceneggiatura corale
per il suo Le cose non dette. Una coppia in crisi porta una coppia di amici in
vacanza a Tangeri (nel libro erano americani in Sicilia). Alla ricerca di nuovi
equilibri vedremo una madre elicottero, l’iperprotettiva Carolina Crescentini,
un marito inseguito dall’amante giovane e appassionata, i sanguigni Stefano
Accorsi e Beatrice Savignani e due legatissimi amici. Tra i personaggi adulti e
traballanti brilla la giovane rivelazione Margherita Pantaleo nei panni della
figlia tredicenne con un bel caratterino. Crinale tra fiducia e tradimento, è su
questo rasoio che Muccino fa girare una serie di mulinelli emotivi e narrativi
rimescolando continuamente le acque della tensione. Il piccolo allievo di Ettore
Scola ora è grande, e stavolta ha fatto un quasi-thriller. Claudio Santamaria lo
aiuta a bagnarlo di commedia all’italiana, mentre la macchina da presa gli danza
intorno come fosse un altro personaggio, e Miriam Leone ci risulta gigante nella
sua dolorosa performance.
Tornando alle democrazie oggi dubbiose, ce ne andiamo negli Usa di Sam Raimi per
il suo horror giocherellone Send Help. Il plot aveva potenziale. Un’impiegata
timida e un po’ sciatta si ritrova su un’isola deserta con il suo capo bullo.
Chi si salverà nello scontro? Chissà cosa ne avrebbe pensato la Wertmuller,
perché mai nessuno è più riuscito a dare a quel naufragio a due un senso forte
come fece lei. Comunque, Raimi gigioneggia in ciò che lo diverte. Allora sangue
a volontà, situazioni iperboliche irreali e buchi tremendamente illogici sulla
storia. Anche se la protagonista Rachel McAdams è super, tutto pare
perfettamente apparecchiato per sollazzare e sfogare superficialmente un
pubblico giovane e rabbioso.
Giungiamo alla prima anteprima, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, in sala
per soli 3 giorni a inizio febbraio. Ma è sempre un inizio per i film evento,
perché se gli spettatori chiedono agli esercenti, alcune proiezioni fuoridata ci
scappano sempre. E qui ne varrebbe la pena. Il regista Simone Manetti mette
ordine i fatti a 10 anni dalla scomparsa e dalla tortura di Giulio. Nuove
testimonianze video si rincorrono in un caso ancora irrisolto e purtroppo non
unico. A parlare abbiamo i genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi, due leoni
veri, e la loro avvocatessa. Il film è una ricerca della verità dritta e
necessaria, ma vanno riportate le parole della famiglia Regeni, più importanti
di qualsiasi recensione cinematografica: “Confidiamo che la diffusione di questo
documentario possa fare conoscere la nostra lunga battaglia per ottenere verità
e giustizia e possa fare comprendere tutto il male che abbiamo dovuto affrontare
e gli ideali che ci hanno animati. Ci auguriamo che la consapevolezza di ‘tutto
il male del mondo’ che si è abbattuto su Giulio e su di noi, possa renderne più
difficile la sua reiterazione, che pure sappiamo compiersi, spesso
nell’impunità, ai danni dei molti Giuli e Giulie del mondo”.
Chiudiamo con un altro dramma legato alla perdita di un figlio, e in uscita il 5
febbraio. È un romanzo del 2020 Hamnet, di Maggie O’Farrell, nel quale partendo
dalla vera tragedia famigliare della morte del figlio undicenne di William
Shakespeare si ipotizza un legame tra il trauma per la perdita e la drammaturgia
del più grande autore di sempre. La moglie, interpretata da Jessie Buckley, è la
protagonista luminsa di questa tragedia bucolica, e Paul Mescal ha il compito di
dare volto al Poeta. Anche senza le sue 8 candidature agli Oscar, questa nuova
opera di Chloé Zhao brilla perché mette in congiunzione su grande schermo il
superamento della quarta parete teatrale tra pubblico e artista sul
palcoscenico, tendendo le mani a tutto ciò che di più urgente l’Arte mette in
scena.
Ma riflette anche con acume sul processo creativo, e sulle magiche, misteriose e
salvifiche vie che trasformano le esperienze vere metabolizzandole in narrazione
teatrale, letteraria o cinematografica che sia. Insomma, oltre alla magnificenza
che porterà di sicuro Statuette, anche un valore inoppugnabilmente formale. Sarà
l’imperdibile di febbraio. #PEACE
L'articolo Il docufilm su Giulio Regeni e Hamnet (Shakespeare): due anteprime
tra i nuovi titoli in sala proviene da Il Fatto Quotidiano.
Bruce Willis non sa di avere la demenza. A spiegarlo ai fan è stata la moglie,
Emma Heming, durante il podcast Conversations with Cam: “Non l’ha mai capito,
sono davvero felice di questo. Riesce a connettersi con me”. Il 70enne
interprete di Trappola di Cristallo non è quindi consapevole della demenza
frontotemporale che l’ha colpito oramai dal 2023. “Credo che questa sia la
benedizione e la maledizione di tutto questo: Bruce non ha mai, mai capito, e
sono davvero felice di questo. Sono davvero felice che non sappia cosa sta
succedendo”, ha sottolineato Heming.
“È una situazione in cui il cervello non può identificare quello che sta
succedendo, e per Bruce, e per altri che vivono con l’anosognosia, questa
diventa la loro normalità”, ha aggiunto la moglie. Willis è affetto da una
patologia che causa atrofia dei lobi frontali e temporali, con conseguenti
problemi di linguaggio, cambiamenti emotivi e alterazioni della personalità. La
moglie ha poi concluso con una frase d’amore verso il compagno malato: “Ha un
modo di connettersi con me, con i nostri figli che forse non è lo stesso di come
tu ti connetteresti con una persona cara, ma è ancora molto bello. È solo
diverso e tu impari ad adattarti”.
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davvero felice di questo”: parla la moglie Emma Heming proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dopo 30 anni di latitanza, Matteo Messina Denaro è stato arrestato il 16 gennaio
2023. I Carabinieri del ROS hanno catturato il boss mafioso nella clinica
privata “La Maddalena” di Palermo, dove si sottoponeva a cure per un tumore al
colon sotto il falso nome di Andrea Bonafede. La sua cattura ha posto fine a una
delle più lunghe latitanze nella storia italiana, iniziata nel lontano 1993.
L’evento viene raccontato in “L’invisibile – La cattura di Matteo Messina
Denaro”, la serie tv in onda in due serate, in prima visione su Rai1, martedì 3
e mercoledì 4 febbraio. Il colonnello Lucio Gambera, interpretato da Lino
Guanciale, è da anni sulle tracce del latitante ma, a causa dei ripetuti
fallimenti, ha ricevuto dal suo Comandante un’indicazione: ha tre mesi di tempo
per portare a termine l’incarico, ovvero catturare Messina Denaro che sullo
schermo veste i panni di Ninni Bruschetta. Nel cast anche Leo Gassmann che veste
i panni del tecnico radio Ram e Levante, che interpreta la moglie di Gambera,
Maria. Una curiosità entrambi i cantanti saranno protagonisti del prossimo
Festival di Sanremo 2026, al via dal 24 febbraio. Abbiamo incontrati i tre
protagonisti della serie.
LINO GUANCIALE: “LE COLLUSIONI REITERATE DEI POLITICI SONO UNO SPETTACOLO
ORRIBILE”
“Di Matteo Messina Denaro, nello specifico quello che a me colpisce è sempre il
fatto che delle intelligenze anche straordinarie si votino a cose nefande, è una
cosa che accade quotidianamente purtroppo. Poi quello che mi ha colpito
moltissimo dal punto di vista umano è evidentemente la capacità di riuscire a
far respirare l’idea che alle persone intorno che sia normale. Nello specifico
che sia normale che qualcuno che conduce esistenze criminali come la sua, si
debba coprirlo o aiutarlo a non farsi prendere. È un po’ banale ma è quello che
mi colpisce degli eroi del male, ma nella loro banalità sta la possibilità di
potersi opporre, cioè il fatto che sia comunque un personaggio così potentemente
seduttivo.
Lo Stato oggi è ancora prima linea per la lotta la mafia? Non so dare una
risposta, se non quella che evinco dai fatti. È evidente che l’Italia e lo Stato
in cui sono cresciuto io aveva come ordine del giorno la lotta alla mafia. Io
sono stato una un ragazzo negli Anni 90 ed era sempre presente nel dibattito
politico, come fosse una necessità insopprimibile. Certo è che assistiamo a uno
spettacolo di continue collusioni reiterate anche da personaggi politici che,
una volta che sono stati in galera, a nuove dimissioni per tornarci per lo
stesso motivo. La recidività di certe connivenze, è uno spettacolo orribile.
Credo che sia necessario più che cercare di dare un’idea un po’ superficiale di
sicurezza, portare in oggetto quella cultura della legalità vera che mi sembrava
bene in auge, ecco degli anni in cui siamo stati giovani”.
LEVANTE: “FALCONE E BORSELLINO HANNO ACCESO UN FARO GIGANTE”
“Cosa ricordo di quel 23 maggio 1992, il giorno della Strage di Capaci (Matteo
Messina Denaro è stato condannato per la strage, ndr)? Io avevo cinque anni
festeggiavo il mio compleanno perché io sono nata il 23 maggio e ovviamente
ricordo molto poco. Ricordo però che negli anni successivi il mio compleanno era
sempre accompagnato da un’immagine, dalla memoria di Falcone. Quindi è un giorno
importante sotto tanti aspetti e non è un giorno in cui la mafia vince una
battaglia, è un giorno in cui la perde perché c’è stato un grandissimo
sacrificio da parte di questo uomo poi successivamente di Borsellino che hanno
acceso ancora di più i riflettori sulla ferita gigante che la Sicilia viveva da
troppo tempo”.
LEO GASSMANN: “LA MAFIA È NELLA NOSTRA VITA, AGISCE SILENZIOSAMENTE”
“Che tra quelli della mia generazione se ne parli poco di mafia è sicuramente è
vero. Diciamo che siamo sempre circondati da cattive notizie. La mia
impressione, in generale, è che comunque ci sono tante cose sulle quali
bisognerebbe lavorare, che però poi passano in secondo piano perché poi arriva
sempre una notizia diversa, un’altra cosa che succede in un’altra parte del
mondo. Quindi siamo circondati da brutte notizie e non sappiamo dove
aggrapparci.
La mia generazione credo che veda la magia come un qualcosa di antico, come
qualcosa che viene raccontato nei film o nelle serie televisive, perché poi alla
fine, almeno per quello che so io, la mafia è entrata a far parte della vita
comune di tutti noi. Anche perché non ci sono le stragi che hanno caratterizzato
gli Anni 70, 80 e 90. Oggi la mafia agisce in maniera molto più silenziosa e
quindi è anche più difficile scovarla e capire chi è irresponsabile. Quindi
sicuramente la percepiamo in una maniera un po’ cinematografica più che altro.
Questo è un po’ un problema perché in questo modo la mafia un po’ vince. Quindi
penso sia importante comunque fare progetti cinematografici come questo, perché
comunque si accendono le luci su degli eroi che a volte non vengono ringraziati
a sufficienza”.
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orribile”: Lino Guanciale sulle tracce di Matteo Messina Denaro proviene da Il
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