Tag - Cinema

È morta Valerie Perrine, l’attrice aveva da anni il morbo di Parkinson. Il compagno: “Ha affrontato la malattia con incredibile coraggio e dignità, senza mai lamentarsi”
Mondo del cinema in lutto. Valerie Perrine è morta nella sua casa di Beverly Hills, in California, all’età di 82 anni. L’attrice è diventata famosa per il ruolo di Honey Harlow in “Lenny” (1974) di Bob Fosse e di Eve Teschmacher nei primi due film di “Superman” (1978-1980). La notizia della scomparsa è stata annunciata dal compagno Stacey Souther. Perrine aveva da anni il morbo di Parkinson, diagnosticato nel 2015, che negli ultimi tempi le aveva compromesso la mobilità e le capacità di parola e alimentazione. “Ha affrontato la malattia con incredibile coraggio e dignità, senza mai lamentarsi – ha scritto Souther -. È stata una vera fonte di ispirazione e ha vissuto la vita appieno: e che vita magnifica è stata. Il mondo sembra meno bello senza di lei“. “Ha vissuto una vita straordinaria, che molti possono solo sognare – ha dichiarato il fratello Ken Perrine – Ci mancherà immensamente”. La famiglia ha annunciato che Valerie sarà sepolta al Forest Lawn Memorial Park nelle Hollywood Hills, come desiderato dall’attrice. Perrine non si è mai sposata e non ha avuto figli, ma ha avuto relazioni con personaggi celebri come Elliott Gould, Jeff Bridges e Dodi Faye. La sua vita è stata segnata da tragedie personali: il fidanzato Bill Haarman è morto accidentalmente nel 1969 e Jay Sebring, suo ex compagno, è stato vittima della strage di Sharon Tate ad opera della setta di Charles Manson. Al grande pubblico Perrine è rimasta celebre soprattutto come Eve Teschmacher, l’affascinante e complice del “cattivo” Lex Luthor interpretato da Gene Hackman nei film “Superman” e “Superman II“. La sua Teschmacher era seducente ma dal cuore buono, pronta a rischiare tutto pur di salvare Superman, interpretato da Christopher Reeve. Valerie Ritchie Perrine è nata il 3 settembre 1943 a Galveston, in Texas, figlia di Winifred McGinley, danzatrice scozzese, e Kenneth Perrine, ufficiale dell’esercito americano. La famiglia si spostò frequentemente per via del lavoro del padre, tra Giappone, Parigi e altre città degli Stati Uniti. Giovanissima, Perrine si trasferì a Las Vegas, diventando showgirl negli spettacoli del Lido de Paris allo Stardust Hotel, guadagnando fino a 800 dollari a settimana come prima ballerina. L’esordio cinematografico nel 1972 con “Mattatoio 5”, trasposizione del romanzo di Kurt Vonnegut diretta da George Roy Hill, dove interpretò la provocante Montana Wildhack. Nello stesso periodo, Perrine posò per “Playboy”, confermandosi come sex symbol di quegli anni. La sua carriera prese slancio quando fu scelta da Bob Fosse per interpretare Honey Harlow, la moglie del comic Lenny Bruce, in “Lenny”, ruolo che le valse il Premio come miglio attrice al Festival di Cannes del 1975, un Bafta come miglior esordiente, il New York Film Critics Circle Award come miglior attrice non protagonista e la candidatura all’Oscar come miglior attrice protagonista. L'articolo È morta Valerie Perrine, l’attrice aveva da anni il morbo di Parkinson. Il compagno: “Ha affrontato la malattia con incredibile coraggio e dignità, senza mai lamentarsi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinema
Attori
Cinema Americano
“La verità è che il cinema italiano ha derubato i soldi pubblici. Il ministro Giuli ha combinato delle ca**ate”: lo sfogo di Aurelio De Laurentiis
“La verità è che il cinema italiano, molto spesso, ha derubato i soldi pubblici”. Aurelio De Laurentiis sbotta in modo fragoroso contro il sistema di finanziamento pubblico ai film. È accaduto durante la conferenza stampa di presentazione a Roma di Scuola di seduzione di e con Carlo Verdone, dal primo aprile su Paramount+. De Laurentiis ha focalizzato la sua critica contro l’attuale ministro Giuli (l’unico che ha tagliuzzato con una certe energia i fondi di finanziamento al cinema ndr) sostenendo che lui “ha combinato delle ca**ate”. “Quando hai a disposizione 650 milioni all’anno e non sai suddividerli per competenze differenziate, forse è meglio che tu non faccia il ministro”, ha spiegato lo storico produttore di storici successi legati alle commedie natalizie. “Chi te lo fa fare di prenderti queste responsabilità o di farti derubare? La verità è che il cinema italiano, molto spesso, ha derubato i soldi pubblici. E non si capisce perché quelle dieci persone che davvero sanno fare questo mestiere – che crea un’industria di beni immateriali, quindi complessa – non vengano mai coinvolte. Perché non si chiede loro quali film andrebbero fatti, finanziati e con quali modalità?”. Il 76enne patron della Filmauro, nonché presidente del Napoli calcio, nel tempo attivo non solo come produttore ma anche come distributore (la Filmauro distribuì un film come Lo zio di Brooklyn di Ciprì e Maresco ndr) è entrato nei particolari di leggi che a livello di principio sono state impostate dal precedente ministro della cultura, Franceschini: “Se si decidesse di destinare il 50% dei fondi in base alla frequenza in sala, quindi al gradimento del pubblico, verificando anche la reale imprenditorialità dei progetti, molte cose cambierebbero. Perché altrimenti fai il ‘prenditore’. A Giuli bisognerebbe dire: perché non vieni a confrontarti? Perché invece non spieghi cosa c’entri con il mondo dell’audiovisivo e come pensi di farlo crescere? Qui si tratta di risolvere i problemi di un’imprenditoria italiana che merita rispetto, non di finanziare i film dei macellai – con tutto il rispetto per la categoria – portandoli sullo schermo”. L'articolo “La verità è che il cinema italiano ha derubato i soldi pubblici. Il ministro Giuli ha combinato delle ca**ate”: lo sfogo di Aurelio De Laurentiis proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinema
Cinema Italiano
Aurelio De Laurentiis
“L’ultima cosa che ricorda sono dei lampi di luce”: Bill Cosby condannato a a pagare 19,25 milioni di dollari di risarcimento a una donna che lo accusa di averla drogata e aggredita sessualmente
Bill Cosby è stato condannato a pagare 19,25 milioni di dollari di risarcimento danni a un’ex cameriera che l’aveva accusato di averla drogata e aggredita sessualmente. Donna Motsinger ha dichiarato che l’ex star le diede del vino e una pillola che la rese incapace di reagire dopo averla prelevata da casa sua in limousine nel 1972 per poi portarla ad un suo show. L’88enne Cosby ha negato le accuse di Motsinger, così come affermazioni simili in una serie di cause civili e penali intentate da decine di donne. L’ex star dei Robinson era stato scarcerato in Pennsylvania nel 2021, dopo quasi tre anni di condanna per violenza sessuale, in seguito all’annullamento della sua condanna per un vizio di forma. Motsinger, che ora ha 84 anni, lavorava come cameriera in un ristorante chiamato Trident a Sausalito, vicino a San Francisco, frequentato da celebrità, tra cui Cosby. Nella sua denuncia, la donna ha affermato che Cosby l’aveva invitata a uno dei suoi spettacoli di cabaret e che, dopo averla prelevata per accompagnarla al locale, le aveva dato una pillola che lei aveva scambiato per aspirina, secondo quanto riportato negli atti del tribunale. “Subito dopo ha iniziato a perdere e riprendere conoscenza“, si legge nella denuncia presentata e resa pubblica dal Los Angeles Times. “L’ultima cosa che la signora Motsinger ricorda sono dei lampi di luce”. Nella denuncia si afferma che la donna si è svegliata a casa nuda, a eccezione della biancheria intima, e “ha capito di essere stata drogata e violentata da Bill Cosby”. Come riporta la BBC, gli avvocati di Cosby hanno respinto l’accusa, sostenendo nei documenti depositati in tribunale che Motsinger “ammette liberamente di non avere idea di cosa sia successo”. Cosby ha goduto di enorme fama negli anni ’80 e ’90 con la sua sitcom I Robinson, ma la sua reputazione è stata distrutta dopo che decine di donne si sono fatte avanti con accuse di stupro, molestie sessuali e cattiva condotta sessuale risalenti addirittura agli anni sessanta. L'articolo “L’ultima cosa che ricorda sono dei lampi di luce”: Bill Cosby condannato a a pagare 19,25 milioni di dollari di risarcimento a una donna che lo accusa di averla drogata e aggredita sessualmente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinema
Violenza Sessuale
Molestie Sessuali
“Giro per bar, faccio sesso mordi e fuggi quando ne ho bisogno. Non voglio vivere con nessuno, dopo tre divorzi sto bene single”: Whoopi Goldberg senza freni
“Dopo tre divorzi sto bene single. Giro per bar, faccio sesso mordi e fuggi quando ne ho bisogno”. Whoopi Goldberg senza freni. La 70enne premio Oscar durante l’ultima puntata del suo programma The View ha voluto commentare l’articolo di una rivista dove una donna felicemente impegnata ammetteva la nostalgia dei suoi giorni da single. “Dopo tre divorzi sono felicemente single. Faccio il giro dei bar, vado in giro a divertirmi, e faccio sesso mordi e fuggi quando ne ho bisogno. Non sono sposata, non ho responsabilità”. Goldberg è stata sposate tre volte: dal 1973 al 1979 con Alvin Martin (padre della loro figlia Alex); dal 1986 al 1988 con David Claessen; dal 1994 al 1995 con Lyle Trachtenberg. “Sono in contatto con ognuno di loro, perché una volta erano miei amici. Non vuol dire che ci sentiamo spesso, ma li rispetto abbastanza. Non devo dormire con te, non devo mangiare con te, non devo fare tutte le cose che una relazione impone. Ma posso essere cordiale, perché non c’è nessuno con cui ho vissuto o con cui ho avuto una relazione che io odi davvero”. Goldberg ha sempre sottolineato la sua idiosincrasia per la vita di coppia: “Non voglio vivere con nessuno. Ho vissuto con mia figlia. È tutto quello che riesco a gestire. Negli ultimi vent’anni ho capito che non tutti sono portati per una relazione”. L'articolo “Giro per bar, faccio sesso mordi e fuggi quando ne ho bisogno. Non voglio vivere con nessuno, dopo tre divorzi sto bene single”: Whoopi Goldberg senza freni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinema
Sesso
Vittoria Puccini e Lino Guanciale a “Scuola di seduzione”: “Amare è un atto di fede e di rispetto per se stessi. Noi seduciamo con l’ascolto e la trasparenza”
L’incomunicabilità, la paura di amare e di non sentirsi adeguati con il proprio fisico, ma anche il non avere coraggio di prendere in mano la propria vita. Sono alcuni dei punti che vengono affrontati in “Scuola di Seduzione” il nuovo film diretto e interpretato da Carlo Verdone, che ne firma soggetto e sceneggiatura insieme a Pasquale Plastino e Luca Mastrogiovanni. La pellicola sarà disponibile dal primo aprile in esclusiva su Paramount+. “Lo considero un ritorno alle origini e non vi nego che non è stato semplice dal punto di vista psicologico. Mi sono chiesto: ‘Sarò ancora in grado di mantenere i tempi e i ritmi di un film, dove devi condensare tutto in un’ora e cinquantacinque?”, ha affermato Verdone. Nel cast, accanto a Carlo Verdone, figurano tra gli altri Karla Sofía Gascón Ruiz (conosciuta dal grande pubblico per la sua interpretazione in “Emilia Pérez”), Lino Guanciale, Vittoria Puccini, Beatrice Arnera, Euridice Axen, Romano Reggiani e Elisa Di Eusanio. “L’amore è un atto di fede, che implica credere nell’altro, credere in se stessi – ha dichiarato Puccini a FqMagazine -. Cioè per amare un’altra persona o essere amati bisogna per prima cosa amare noi stessi. Cioè è un punto di partenza da cui non si può non prescindere. Penso che l’amore sia questo: avere un forte sentimento empatico prima nei nostri confronti e poi nei confronti degli altri. Lino Guanciale ha aggiunto: “C’è una componente di salto nel vuoto nell’amare qualcuno o qualcuna perché ci sono cose che non puoi che affidare a un’intuizione nei confronti dell’altro o dell’altra perché il catalogo completo e per razionare della conoscenza dell’altro o dell’altra è impossibile oltre che inverosimile avercelo prima, per poi prendere la decisione di amare. Non bisogna avere paura di dover affrontare a un certo punto anche l’idea che tutto questo finisca, che è la cosa più difficile da accettare. Però ecco, sì, di sicuro l’amore un atto di fede che, come ogni atto di fede, può essere anche smentito a un certo punto”. E a proposito della seduzione, Puccini ha detto: “Per me non è un qualcosa di costruito a cui penso nel senso adesso ‘ora voglio sedurre e allora faccio questa cosa’, non ho delle regole o una tecnica. Qual è il mio lato più seducente? Non lo so bisogna chiedere alle persone che abbiamo sedotto, chiamiamo qualcuno che abbiamo sedotto e facciamocelo dire (ride, ndr). A parte tutto io sono veramente sempre molto in ascolto. Penso che possa essere seducente il fatto che la persona che ho davanti vede che la sto ‘guardando’ veramente che c’è un contatto reale, profondo, di ascolto e proprio di connessione, che passa attraverso gli occhi, ma va molto in profondità. Quindi penso che questa cosa possa essere seducente”. Guanciale ha aggiunto: “Forse una certa trasparenza, però non so se poi invece fa l’effetto contrario”. Puccini ha rintuzzato: “Un po’ di mistero, Lino…”. Per entrambi gli attori lavorare con Carla Sofia Gascon è stata una esperienza più che positiva: “Ha un carattere fantastico, positiva, sorridente. È stato veramente un piacere lavorare con lei. Poi è una grandissima professionista, oltre ad essere molto talentuosa. Anche nelle scene fatte tutti insieme, lei si è inserita in maniera unica nonostante non fosse di lingua italiana, invece è entrata nel gruppo proprio come se ci fossimo conosciuti tutti da sempre con una grande simpatia una grande confidenza è stato bello”. L'articolo Vittoria Puccini e Lino Guanciale a “Scuola di seduzione”: “Amare è un atto di fede e di rispetto per se stessi. Noi seduciamo con l’ascolto e la trasparenza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinema
Cinema Italiano
Carlo Verdone
È morta Carrie Anne Fleming: l’attrice di “Masters of Horror” di Dario Argento, “iZombie” e “Supernatural” era malata di tumore al seno
Mondo del cinema in lutto. È morta a 51 anni Carrie Anne Fleming, l’attrice canadese nota per i suoi ruoli in produzioni horror come “iZombie” e “Supernatural”. Il decesso è avvenuto il 26 febbraio a Sidney, nella Columbia Britannica, ed è stato reso noto solo ieri 22 marzo. L’attore Jim Beaver, suo collega in “Supernatural”, ha confermato a Variety che la collega aveva un tumore al seno. Fleming lascia la figlia Madalyn Rose (Max). Carrie Ann Fleming è nata il 16 agosto 1974 a Digby, in Nuova Scozia. Ha frequentato la Mount Douglas Senior Secondary a Victoria, nella Columbia Britannica, e ha studiato recitazione al Kaleidoscope Theatre e alla Kidco Theatre Dance Company, nella stessa città. Fleming ha conosciuto la popolarità grazie “Viper” e “Happy Gilmore” di Adam Sandler. Poi piccoli ruoli prima che il regista Dario Argento la scegliesse per la sua serie “Masters of Horror” nel 2005. Fleming ha interpretato anche una donna sfigurata con tendenze cannibalistiche nell’episodio omonimo, “Jenifer“. Ha partecipato a diverse serie horror, tra cui “The Tooth Fairy” e “Bloodsuckers”. Poi la partecipazione alla popolare serie horror-drama “Supernatural”, dove è stata Karen Singer, la moglie del protagonista Bobby Singer, interpretato da Beaver. In seguito è apparsa nel film per la tv del 2015 “The Unauthorized Full House Story”, che raccontava il dietro le quinte della celebre sitcom. Fleming interpretava la madre di Candace Cameron Bure, star di “Full House”, che nella serie interpretava DJ Tanner. Per 5 stagioni ha ricoperto il ruolo di Candy Baker nella serie “iZombie”. L'articolo È morta Carrie Anne Fleming: l’attrice di “Masters of Horror” di Dario Argento, “iZombie” e “Supernatural” era malata di tumore al seno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinema
Attori
Cancro al Seno
Dario Argento
“Al Liceo senza il water non riuscivo a far nulla, così il prof di matematica mi dava la chiave del suo bagno. Ma un giorno sono rimasto chiuso dentro e…”: così Andrea Pisani
Francesco Mandelli nei panni di regista per una commedia sui Millennials dal titolo “Cena di Classe“, ispirato alla canzone dei Pinguini Tattici Nucleari, al cinema dal 26 marzo. Il sottotitolo, non a caso, è “la rimpatriata a cui nessuno vorrebbe essere invitato”. Nel cast, tra gli altri: Andrea Pisani, Roberto Lipari e Herbert Ballerina. Diciassette anni dopo il diploma, un gruppo di ex compagni di liceo si ritrova per il funerale di un compagno: da lì, una cena carica di nostalgia si trasforma in una lunga notte di eccessi, segreti e confessioni, costringendo tutti a fare i conti con il passato, con le proprie scelte e con ciò che sono diventati. Lo specchio di una generazione cresciuta con grandi aspettative e oggi chiamata a misurarsi con un presente fragile, precario e distante dalle promesse del passato. A proposito di cene di classe, Roberto Lipari ricorda a FqMagazine: “Sono stato una cena di classe di mia moglie. Io conoscevo tutti perché le nostre classi erano vicine. Questo ex compagno raduna tutti, quindi andiamo lì, complimentandoci anche per l’iniziativa ‘ma che bella idea che ha avuto in riunione tutti’. Alla fine lui ci ha rivelato si candidava e chiedeva a tutti noi i voti. Ci siamo alzati, ce ne siamo andati. La cena è finita così”. Francesco Mandelli sul passato da studente ricorda: “Facevo proprio facevo disperare. Il leitmotiv era ‘intelligente ma non si applica potrebbe fare di più, sempre per il rotto della cuffia, conosce le regole ma non le rispetta’. Ricordo interrogazioni di matematica, dove non sapevo nulla non sapevo niente. Se l’ho superata? Mai superata, nel senso che ai tempi del Liceo a me piaceva molto la music, mi piaceva recitare, mi piaceva andare in giro… Avevo altre cose per la testa e soprattutto non avevo voglia di studiare la matematica, così complessa perché avevo la sensazione che non mi sarebbe mai servito, quando invece servirà qualcosa… Però le materie umanistiche le facevo molto volentieri quelle matematiche quelle scientifiche molto meno. Poi avevo deciso pure di iscrivermi al Liceo Scientifico, pensa che cacchio di genio…”. Andrea Pisani ha ricordato: “Ero amato dal professore di matematica e fisica. Ho fatto matematica all’università. Ero riuscito a farmi dare la chiave del bagno dei professori, perché l’unico su cui c’era il water. Da ragazzo avevo questo problema che se non c’era un water, diciamo che l’altra cosa non riuscivo a farla. Allora mi chiudo dentro e poi non riuscivo più a uscire. Sono rimasto chiuso dentro mezz’ora. Poi c’erano già i cellulari, quindi avevo scritto a Luca, il mio socio dei Panpers, dicendogli che io ero rimasto chiuso e se poteva venirmi a liberare. Perché io, a forza di girare la chiave, l’ho rotta. Ho rotto la chiave dentro il bagno dei professori con me dentro”. L'articolo “Al Liceo senza il water non riuscivo a far nulla, così il prof di matematica mi dava la chiave del suo bagno. Ma un giorno sono rimasto chiuso dentro e…”: così Andrea Pisani proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinema
Scuola
Cinema Italiano
Agnès Varda e lo sguardo che ha anticipato la Nouvelle Vague. Due mostre tra Roma e Bologna
Agnès Varda e l’arte libera del guardare. Quando capiremo l’importanza dello “sguardo” di rottura della Nouvelle Vague, quello delle opere prime indipendenti e ribelli tra fine cinquanta e inizio sessanta, saremo diventati ciechi. E tra le “passeggiate” parigine celebri, quelle che sfondano il teatro di posa del cinema di papà, tra Fino all’ultimo respiro e I Quattrocento colpi, giova ricordare che in mezzo, addirittura sopra, anzi proprio più in alto, c’è stata quella femminile (dietro la macchina da presa e davanti con la spesso dimenticata ma splendida Corinne Marchand), inquieta e poetica, quasi magica della Varda con Cléo dalle 5 alle 7 (1962). Prima ancora che cineasta geneticamente fotografa, Varda ha guardato, e quindi condiviso il suo sguardo con lo spettatore, tra il desiderio di realismo e la passione della finzione, dall’angolazione più rivoluzionaria possibile: la sua. A celebrare questo taglio dell’immagine sullo spazio attorno a sé, e su se stessa, ci pensano in contemporanea e a braccetto le mostre Viva Varda! Il cinema è donna organizzata dalla Cineteca di Bologna e Agnès Varda – Qua e là, tra Parigi e Roma organizzata dall’Accademia di Francia a Villa Medici di Roma. Come scrive Laure Adler sul catalogo bolognese, “l’atto del fotografare aveva acceso in lei (la Varda ndr) la vocazione artistica: ben presto divenne osservatrice del reale, inventrice di finzioni, mediatrice di emozioni”. O ancora, come sottolinea la studiosa Anna Masecchia: “Lo stile Varda mette in movimento inquadrature che sono insieme cornici e finestre sul mondo, che partono da uno sguardo oggettivo per sollecitarne uno soggettivo”. Autoritratti, tanti gatti, nudi in mezzo alla spiaggia, foto di scena dai suoi film, scavalcamenti di campo a rivelare i suoi set: l’occhio di Varda, e sulla Varda, sorprende e si fa sorprendere nella galleria sotterranea bolognese, infilandosi nei cunicoli di una creazione ibrida, dagli scarti dolci ma radicali, per una carriera cinquantennale e regolarmente imprevedibile, timidamente autobiografica (Daguerréotypes, Les plages d’Agnès), puramente finzionale (Senza tetto né legge), totalmente sperimentale (Salut les cubains). In realtà l’opera prima di Varda anticipa con un boccone temporale pazzesco – siamo nel 1954 quando, per dire, Truffaut aveva appena iniziato a scrivere sui Cahiers du cinéma – tutte le trasformazioni cinematografiche avvenute poco più di un lustro dopo. Le pointe courte è la storia della crisi di una coppia (lui è Philippe Noiret) depositata e sviluppata nel quartiere di Sète in Occitania (luogo in cui la Varda da ragazzina si era trasferita coi genitori come profughi di guerra), in mezzo a veri pescatori in lotta contro le loro difficili condizioni di vita. Il punto iniziale, su cui si costruirà l’intera sua carriera in perenne trasformazione, è quello formale: come si può strutturare un film secondo criteri diversi da quelli cronologici e psicologici? Tra i cimeli in mostra vediamo in una foto la Varda 26enne sopra una piattaforma rialzata di un paio di metri di fianco alla macchina da presa, novella dittatrice e direttrice con sotto una manciata di omaccioni maestranze, mentre dà indicazioni agli attori. Cimelio ulteriore è pure un registro cartaceo delle spese di produzione tenuto a penna (il film se lo autoprodusse la Varda), giorno dopo giorno, con tanto di singole voci come “telefonate”, “telegrammi”, “elettricità”, “dolci”. Insomma, l’immersione in Viva Varda! è quella dell’esplorazione curiosa e sognante attorno al concetto di libertà creativa che del resto si espande senza piagnistei rispetto ai traumi della classicità come al cambio dalla pellicola al digitale che stuzzica ancor di più la regista di origine belga. Aspetto artistico professionale desueto, che ci manca come il pane, proprio perché non sta dentro i formati preposti da algoritmi industriali e dai finanziamenti pubblici locali e nazionali. Pensate, infatti, a cosa sarebbe stata la Nouvelle Vague, o un film come Le pointe courte, o Cléo dalle 5 alle 7, in mezzo ai rigidi formulari delle film commission regionali. “Sono una persona discreta, ma so fare cose folli e mi dispiace, ma devo fare i film come li sento”, raccontò in una delle sue ultime interviste poco dopo aver ricevuto un Oscar alla carriera (2017) e poco prima di morire nel 2019. “Vorrei essere ricordata come un regista che ha apprezzato la vita, dolore compreso. Questo è un mondo terribile, ma mantengo viva la convinzione che ogni giorno dovrebbe essere interessante da vivere”. L'articolo Agnès Varda e lo sguardo che ha anticipato la Nouvelle Vague. Due mostre tra Roma e Bologna proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinema
Roma
Bologna
Risate in apnea, corpi elettrici e tic immortali: al Bergamo Film Meeting 2026 riesplode il fenomeno Louis De Funès
Smorfie irresistibili, sbuffi da fumetto, gesti improvvisi, versi inconsulti. Louis De Funes è stato la maschera comica popolare della Francia intera per eccellenza. Basta una scrollata su Google “comici francesi” e appare, prima di tutti, sempre lui. Oppure è bastato seguire il Bergamo Film Meeting 2026, dove le proiezioni dei film da lui interpretati hanno fatto il tutto esaurito (l’abbiamo verificato di persona per Oscar alle quattro del pomeriggio, ndr). Sette i titoli riproposti con sagace selettività da una filmografia infinita, alcuni di questi campioni d’incassi assoluti (L’ala o la coscia, Le avventure di Rabbi Jacob, Oscar, Le Grand Restaurant), per delineare, a chi se lo fosse dimenticato, come si rideva spensieratamente fino agli anni Ottanta, giocando persino con tematiche d’attualità (l’invasione del cibo industriale negli anni Settanta in L’ala o la coscia, per dire). Molti in Italia ricordano qualcosa di De Funes, tante risate per qualche apparizione nelle sale, ma mai una vera e propria consacrazione del talento, della versatilità o, come si dice oggi, della performatività di De Funes. Un signore che arriva alla notorietà quando ha ormai cinquant’anni, a metà anni Sessanta, e che fa del suo muoversi saettante, a scatti, nervoso ed elettrizzato un marchio di fabbrica. “Contemporaneo di Paperino e Paperone, la sua elasticità e la sua dinamica ipervitaminica lo trasformano agli occhi dei più piccoli in un personaggio da cartone animato. In Oscar, con la sua “tirata del naso”, si pone precursore di Jim Carrey. Per cogliere la velocità della sua recitazione occorre guardare i suoi film un fotogramma alla volta”, scrive Alain Kruger nel catalogo del BFM 26. Originario di una famiglia nobile spagnola, tanta gavetta tra teatro e cinema, una passione per il pianoforte e il jazz statunitense, De Funes emerge a tutto tondo, delineando in autonomia le sue modalità di apparizione e recitazione tra il ’65 e il ’66, quando è co-protagonista assieme a un altro celebre comico francese, Bourvil, prima in Colpo grosso ma non troppo, poi in Tre uomini in fuga. Quest’ultima commedia patriottica e antinazista, ambientata nel 1941, diventa il film più visto in Francia con oltre 17 milioni di spettatori, record battuto soltanto dal Titanic di Cameron. Le proporzioni del successo di De Funes sono impressionanti. Le prestazioni in scena altrettanto. In una manciata di anni (1965-1975), interrotti dal primo infarto, e poi di nuovo da metà anni Settanta a inizio anni Ottanta, De Funes affina il personaggio dell’ometto borghese, brontolone, mugugnante, collerico, furbo, vestito con formale eleganza, in preda a tic, bocche arricciate, occhi serrati. In Le Grand Restaurant, direttore del ristorante Chez Septime, col vizio di tirare per dare ordini rigidissimi ai sottoposti, parte come un pazzo a elencare in tedesco la ricetta del soufflé. Tale è il piglio e la recitazione in apnea teutonica che, a un certo punto, un’ombra gli disegna sulla fronte un ciuffo nerissimo e tra naso e bocca un quadratino di baffetti hitleriani. E nonostante la salute non proprio salda, e l’età non più da ragazzino, De Funes è stato un’autentica furia nel ballo. Le coreografie sia in Le Grand Restaurant (un ballo cosacco coi piatti in mano), ma soprattutto in Le avventure di Rabbi Jacob (una danza sfrenata tra rabbini in mezzo al quartiere ebraico di Parigi), lo vedono al centro del gruppo di ballerini, leggero come una piuma eppur vivace tanto quanto i colleghi professionisti. De Funes supera, nella scala della risata francese, per agilità sia Bourvil sia Fernandel, poi arriva perfino accanto a una figura inaudita come Coluche, che affianca in L’ala o la coscia (1976). Padre e figlio perennemente squilibrati (In viaggio con papà, con Sordi e Verdone, ha un debito imbarazzante nei confronti di questo film), dove De Funes interpreta il più importante critico culinario francese (ricordate la scena dei brufoli che sbucano all’improvviso per via di una forzata intossicazione alimentare?) e Coluche dovrebbe sostituirlo, ma preferisce fare il clown in un circo. Ebbene, De Funes è nel tessuto sociale francese come nessuno prima di lui. Guardate anche solo come vengono affrontati i temi “bollenti” degli ebrei e dei neri in Le avventure di Rabbi Jacob. L’intera operazione filmica è una sciabolata trasversale ai luoghi comuni sul razzismo, nonché una scossa alle convenzioni del politicamente corretto sugli ebrei. Chissà, forse perché De Funes non professava un credo socialista, e anzi era un cattolico praticante, gollista con tendenze realiste, letteralmente nemico del comunismo e dell’Unione Sovietica. In un’intervista a Le Monde nel 1971 spiegava: “Essere di sinistra è una moda, come i capelli lunghi. La risata, invece, resiste. È innocente. Non capisco come si possa cercarvi significati nascosti”. Un tale ciclone popolare venne riconosciuto con il César alla carriera solo nel 1980. È Jerry Lewis (e chi meglio di lui?) a consegnarglielo, con tanto di tentativo di abbraccio rifiutato da De Funes con smorfie alla sua maniera. Inutile: il suo cinema andrebbe rivisto tutto e velocemente. In streaming non c’è (e figuriamoci). Magari qualche archivio della tv. Incrociamo le dita. L'articolo Risate in apnea, corpi elettrici e tic immortali: al Bergamo Film Meeting 2026 riesplode il fenomeno Louis De Funès proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinema
Bergamo
Francia
Val Kilmer ‘risorge’ grazie all’Ai. Detta così, suona bene ma qualcosa non va
La casa di produzione indipendente First Line Films ha recentemente annunciato che l’attore Val Kilmer “rivivrà” sul grande schermo nel film ‘As Deep as the Grave’ grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. Era stato scritturato prima della morte, ma a causa della sua malattia non aveva potuto girare neanche una scena. Proprio per questo, pare avesse dato il consenso all’uso dell’AI per permettergli comunque – dopo la sua scomparsa – di interpretare il ruolo di Padre Fintan, un prete cattolico nativo americano. Non appena ho letto la notizia, non ho potuto fare ameno di riflettere su quanto l’AI stia cambiando le nostre vite, in maniera lenta e progressiva. Proviamo a pensare ai vari chatbot (Chat GPT, Gemini, Manus ecc.…) dei quali, fino a poco tempo fa, si ignorava del tutto l’esistenza e che oggi sono diventati strumenti di uso comune, sono entrati nel linguaggio quotidiano e permettono di organizzare, scrivere, informare, creare simulazioni visive sulla base di fotografie scattate da noi. Insomma, se prima l’uso dell’AI era qualcosa di lontano e decisamente tecnico, oggi è assolutamente parte della nostra quotidianità. E il cinema non è immune. Nel corso degli ultimi vent’anni l’intelligenza artificiale ha cambiato anche il linguaggio cinematografico. Inizialmente lo abbiamo visto attraverso l’uso di effetti speciali o correzioni digitali e – a onor del vero – con sorprendenti risultati. Il caso in questione però, ci porta ad analizzare la questione in modo diverso: stiamo assistendo infatti ad una vera e propria ricostruzione dell’identità artistica. La “resurrezione” cinematografica di Val Kilmer attraverso l’AI sarebbe, secondo la produzione, una forma di continuità. Un modo per conservare la memoria dell’attore, per onorare la sua carriera. Insomma, l’AI avrebbe qui la funzione di rendere omaggio a Val Kilmer e al suo grande contributo al mondo del cinema mondiale. Tra l’altro, sottolinea la produzione stessa, è stata rispettata a pieno la volontà dell’attore, il quale aveva chiesto di prendere parte comunque al film, nonostante il suo grave stato di salute. Detta così, suonerebbe anche bene. Pensiamo a quanti progetti incompiuti potrebbero vedere la luce e a quanto sarebbe affascinante pensare che gli attori che tanto abbiamo amato e che ci hanno lasciato, possano in qualche modo vivere per sempre. Eppure, qualcosa stride. Recitare in un film non comporta solo l’uso della voce e delle espressioni facciali. Entrambe le cose funzionano sul grande schermo perché dietro c’è presenza, intenzione, imperfezione. Tutto ciò che una bella scena ci trasmette è la perfetta combinazione tra capacità interpretative, tecnica e qualità espressive. È immediatezza e presenza scenica. Quando questa presenza viene ricostruita, anche perfettamente, si percepisce comunque una distanza. Non è più interpretazione, ma simulazione di essa. Se prima, l’unico filtro tra l’attore e il pubblico era la macchina da presa, ora si aggiunge l’AI che anziché riprodurre fedelmente un’immagine reale, la ricostruisce completamente in base alle informazioni che le vengono date. Il rischio non è tanto tecnico, quanto percettivo: lo spettatore potrebbe riuscire ad emozionarsi allo stesso modo, ma quell’emozione non sarebbe frutto di qualcosa di reale, ma di qualcosa che è stata concepita per simulare la realtà. Ciò potrebbe creare inevitabilmente un corto circuito nella mente dello spettatore, una distorsione percettiva che porterebbe ad una sorta di distacco dalla realtà. Inoltre, c’è tutto il tema di quanto possa risultare rischioso, per un attore/attrice, che la sua immagine venga replicata all’infinito, che la sua identità artistica appunto, smetta di appartenere a lui o lei come persona e diventi una sorta di modello riproducibile in serie. Ecco perché, probabilmente, il consenso dell’attore/attrice non basta a legittimare davvero questo nuovo modo di fare cinema. Risolve la questione legale, forse, ma non quella percettiva. Lo scopo del cinema è sempre stato quello di emozionare, di coinvolgere lo spettatore e condurlo all’interno di una storia, fino a farlo innamorare, spaventare, riflettere e a volte soffrire. A volte, tutto questo passa attraverso personaggi fantastici, surreali, cartooneschi; il cinema ha sempre creato qualcosa di finto. Qui però, si passa ad un altro livello: si tratta di ricostruire qualcosa di reale. Forse la vera domanda non è se sia giusto o sbagliato usare l’AI nel cinema, ma se siamo pronti ad accettare un futuro in cui un attore smetta di essere una persona reale e diventi semplicemente un format ripetibile e in cui l’emozione, seppur autentica, nasca da qualcosa che di autentico non ha nulla. L'articolo Val Kilmer ‘risorge’ grazie all’Ai. Detta così, suona bene ma qualcosa non va proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinema
Blog