Mondo del cinema in lutto. Valerie Perrine è morta nella sua casa di Beverly
Hills, in California, all’età di 82 anni. L’attrice è diventata famosa per il
ruolo di Honey Harlow in “Lenny” (1974) di Bob Fosse e di Eve Teschmacher nei
primi due film di “Superman” (1978-1980). La notizia della scomparsa è stata
annunciata dal compagno Stacey Souther.
Perrine aveva da anni il morbo di Parkinson, diagnosticato nel 2015, che negli
ultimi tempi le aveva compromesso la mobilità e le capacità di parola e
alimentazione. “Ha affrontato la malattia con incredibile coraggio e dignità,
senza mai lamentarsi – ha scritto Souther -. È stata una vera fonte di
ispirazione e ha vissuto la vita appieno: e che vita magnifica è stata. Il mondo
sembra meno bello senza di lei“.
“Ha vissuto una vita straordinaria, che molti possono solo sognare – ha
dichiarato il fratello Ken Perrine – Ci mancherà immensamente”. La famiglia ha
annunciato che Valerie sarà sepolta al Forest Lawn Memorial Park nelle Hollywood
Hills, come desiderato dall’attrice.
Perrine non si è mai sposata e non ha avuto figli, ma ha avuto relazioni con
personaggi celebri come Elliott Gould, Jeff Bridges e Dodi Faye. La sua vita è
stata segnata da tragedie personali: il fidanzato Bill Haarman è morto
accidentalmente nel 1969 e Jay Sebring, suo ex compagno, è stato vittima della
strage di Sharon Tate ad opera della setta di Charles Manson.
Al grande pubblico Perrine è rimasta celebre soprattutto come Eve Teschmacher,
l’affascinante e complice del “cattivo” Lex Luthor interpretato da Gene Hackman
nei film “Superman” e “Superman II“. La sua Teschmacher era seducente ma dal
cuore buono, pronta a rischiare tutto pur di salvare Superman, interpretato da
Christopher Reeve.
Valerie Ritchie Perrine è nata il 3 settembre 1943 a Galveston, in Texas, figlia
di Winifred McGinley, danzatrice scozzese, e Kenneth Perrine, ufficiale
dell’esercito americano. La famiglia si spostò frequentemente per via del lavoro
del padre, tra Giappone, Parigi e altre città degli Stati Uniti. Giovanissima,
Perrine si trasferì a Las Vegas, diventando showgirl negli spettacoli del Lido
de Paris allo Stardust Hotel, guadagnando fino a 800 dollari a settimana come
prima ballerina.
L’esordio cinematografico nel 1972 con “Mattatoio 5”, trasposizione del romanzo
di Kurt Vonnegut diretta da George Roy Hill, dove interpretò la provocante
Montana Wildhack. Nello stesso periodo, Perrine posò per “Playboy”,
confermandosi come sex symbol di quegli anni. La sua carriera prese slancio
quando fu scelta da Bob Fosse per interpretare Honey Harlow, la moglie del comic
Lenny Bruce, in “Lenny”, ruolo che le valse il Premio come miglio attrice al
Festival di Cannes del 1975, un Bafta come miglior esordiente, il New York Film
Critics Circle Award come miglior attrice non protagonista e la candidatura
all’Oscar come miglior attrice protagonista.
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Parkinson. Il compagno: “Ha affrontato la malattia con incredibile coraggio e
dignità, senza mai lamentarsi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Cinema
“La verità è che il cinema italiano, molto spesso, ha derubato i soldi
pubblici”. Aurelio De Laurentiis sbotta in modo fragoroso contro il sistema di
finanziamento pubblico ai film. È accaduto durante la conferenza stampa di
presentazione a Roma di Scuola di seduzione di e con Carlo Verdone, dal primo
aprile su Paramount+. De Laurentiis ha focalizzato la sua critica contro
l’attuale ministro Giuli (l’unico che ha tagliuzzato con una certe energia i
fondi di finanziamento al cinema ndr) sostenendo che lui “ha combinato delle
ca**ate”. “Quando hai a disposizione 650 milioni all’anno e non sai suddividerli
per competenze differenziate, forse è meglio che tu non faccia il ministro”, ha
spiegato lo storico produttore di storici successi legati alle commedie
natalizie.
“Chi te lo fa fare di prenderti queste responsabilità o di farti derubare? La
verità è che il cinema italiano, molto spesso, ha derubato i soldi pubblici. E
non si capisce perché quelle dieci persone che davvero sanno fare questo
mestiere – che crea un’industria di beni immateriali, quindi complessa – non
vengano mai coinvolte. Perché non si chiede loro quali film andrebbero fatti,
finanziati e con quali modalità?”.
Il 76enne patron della Filmauro, nonché presidente del Napoli calcio, nel tempo
attivo non solo come produttore ma anche come distributore (la Filmauro
distribuì un film come Lo zio di Brooklyn di Ciprì e Maresco ndr) è entrato nei
particolari di leggi che a livello di principio sono state impostate dal
precedente ministro della cultura, Franceschini: “Se si decidesse di destinare
il 50% dei fondi in base alla frequenza in sala, quindi al gradimento del
pubblico, verificando anche la reale imprenditorialità dei progetti, molte cose
cambierebbero. Perché altrimenti fai il ‘prenditore’. A Giuli bisognerebbe dire:
perché non vieni a confrontarti? Perché invece non spieghi cosa c’entri con il
mondo dell’audiovisivo e come pensi di farlo crescere? Qui si tratta di
risolvere i problemi di un’imprenditoria italiana che merita rispetto, non di
finanziare i film dei macellai – con tutto il rispetto per la categoria –
portandoli sullo schermo”.
L'articolo “La verità è che il cinema italiano ha derubato i soldi pubblici. Il
ministro Giuli ha combinato delle ca**ate”: lo sfogo di Aurelio De Laurentiis
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Bill Cosby è stato condannato a pagare 19,25 milioni di dollari di risarcimento
danni a un’ex cameriera che l’aveva accusato di averla drogata e aggredita
sessualmente. Donna Motsinger ha dichiarato che l’ex star le diede del vino e
una pillola che la rese incapace di reagire dopo averla prelevata da casa sua in
limousine nel 1972 per poi portarla ad un suo show. L’88enne Cosby ha negato le
accuse di Motsinger, così come affermazioni simili in una serie di cause civili
e penali intentate da decine di donne.
L’ex star dei Robinson era stato scarcerato in Pennsylvania nel 2021, dopo quasi
tre anni di condanna per violenza sessuale, in seguito all’annullamento della
sua condanna per un vizio di forma. Motsinger, che ora ha 84 anni, lavorava come
cameriera in un ristorante chiamato Trident a Sausalito, vicino a San Francisco,
frequentato da celebrità, tra cui Cosby. Nella sua denuncia, la donna ha
affermato che Cosby l’aveva invitata a uno dei suoi spettacoli di cabaret e che,
dopo averla prelevata per accompagnarla al locale, le aveva dato una pillola che
lei aveva scambiato per aspirina, secondo quanto riportato negli atti del
tribunale. “Subito dopo ha iniziato a perdere e riprendere conoscenza“, si legge
nella denuncia presentata e resa pubblica dal Los Angeles Times. “L’ultima cosa
che la signora Motsinger ricorda sono dei lampi di luce”.
Nella denuncia si afferma che la donna si è svegliata a casa nuda, a eccezione
della biancheria intima, e “ha capito di essere stata drogata e violentata da
Bill Cosby”. Come riporta la BBC, gli avvocati di Cosby hanno respinto l’accusa,
sostenendo nei documenti depositati in tribunale che Motsinger “ammette
liberamente di non avere idea di cosa sia successo”. Cosby ha goduto di enorme
fama negli anni ’80 e ’90 con la sua sitcom I Robinson, ma la sua reputazione è
stata distrutta dopo che decine di donne si sono fatte avanti con accuse di
stupro, molestie sessuali e cattiva condotta sessuale risalenti addirittura agli
anni sessanta.
L'articolo “L’ultima cosa che ricorda sono dei lampi di luce”: Bill Cosby
condannato a a pagare 19,25 milioni di dollari di risarcimento a una donna che
lo accusa di averla drogata e aggredita sessualmente proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Dopo tre divorzi sto bene single. Giro per bar, faccio sesso mordi e fuggi
quando ne ho bisogno”. Whoopi Goldberg senza freni. La 70enne premio Oscar
durante l’ultima puntata del suo programma The View ha voluto commentare
l’articolo di una rivista dove una donna felicemente impegnata ammetteva la
nostalgia dei suoi giorni da single. “Dopo tre divorzi sono felicemente single.
Faccio il giro dei bar, vado in giro a divertirmi, e faccio sesso mordi e fuggi
quando ne ho bisogno. Non sono sposata, non ho responsabilità”.
Goldberg è stata sposate tre volte: dal 1973 al 1979 con Alvin Martin (padre
della loro figlia Alex); dal 1986 al 1988 con David Claessen; dal 1994 al 1995
con Lyle Trachtenberg. “Sono in contatto con ognuno di loro, perché una volta
erano miei amici. Non vuol dire che ci sentiamo spesso, ma li rispetto
abbastanza. Non devo dormire con te, non devo mangiare con te, non devo fare
tutte le cose che una relazione impone. Ma posso essere cordiale, perché non c’è
nessuno con cui ho vissuto o con cui ho avuto una relazione che io odi davvero”.
Goldberg ha sempre sottolineato la sua idiosincrasia per la vita di coppia: “Non
voglio vivere con nessuno. Ho vissuto con mia figlia. È tutto quello che riesco
a gestire. Negli ultimi vent’anni ho capito che non tutti sono portati per una
relazione”.
L'articolo “Giro per bar, faccio sesso mordi e fuggi quando ne ho bisogno. Non
voglio vivere con nessuno, dopo tre divorzi sto bene single”: Whoopi Goldberg
senza freni proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’incomunicabilità, la paura di amare e di non sentirsi adeguati con il proprio
fisico, ma anche il non avere coraggio di prendere in mano la propria vita. Sono
alcuni dei punti che vengono affrontati in “Scuola di Seduzione” il nuovo film
diretto e interpretato da Carlo Verdone, che ne firma soggetto e sceneggiatura
insieme a Pasquale Plastino e Luca Mastrogiovanni. La pellicola sarà disponibile
dal primo aprile in esclusiva su Paramount+. “Lo considero un ritorno alle
origini e non vi nego che non è stato semplice dal punto di vista psicologico.
Mi sono chiesto: ‘Sarò ancora in grado di mantenere i tempi e i ritmi di un
film, dove devi condensare tutto in un’ora e cinquantacinque?”, ha affermato
Verdone.
Nel cast, accanto a Carlo Verdone, figurano tra gli altri Karla Sofía Gascón
Ruiz (conosciuta dal grande pubblico per la sua interpretazione in “Emilia
Pérez”), Lino Guanciale, Vittoria Puccini, Beatrice Arnera, Euridice Axen,
Romano Reggiani e Elisa Di Eusanio.
“L’amore è un atto di fede, che implica credere nell’altro, credere in se stessi
– ha dichiarato Puccini a FqMagazine -. Cioè per amare un’altra persona o essere
amati bisogna per prima cosa amare noi stessi. Cioè è un punto di partenza da
cui non si può non prescindere. Penso che l’amore sia questo: avere un forte
sentimento empatico prima nei nostri confronti e poi nei confronti degli altri.
Lino Guanciale ha aggiunto: “C’è una componente di salto nel vuoto nell’amare
qualcuno o qualcuna perché ci sono cose che non puoi che affidare a
un’intuizione nei confronti dell’altro o dell’altra perché il catalogo completo
e per razionare della conoscenza dell’altro o dell’altra è impossibile oltre che
inverosimile avercelo prima, per poi prendere la decisione di amare. Non bisogna
avere paura di dover affrontare a un certo punto anche l’idea che tutto questo
finisca, che è la cosa più difficile da accettare. Però ecco, sì, di sicuro
l’amore un atto di fede che, come ogni atto di fede, può essere anche smentito a
un certo punto”.
E a proposito della seduzione, Puccini ha detto: “Per me non è un qualcosa di
costruito a cui penso nel senso adesso ‘ora voglio sedurre e allora faccio
questa cosa’, non ho delle regole o una tecnica. Qual è il mio lato più
seducente? Non lo so bisogna chiedere alle persone che abbiamo sedotto,
chiamiamo qualcuno che abbiamo sedotto e facciamocelo dire (ride, ndr). A parte
tutto io sono veramente sempre molto in ascolto. Penso che possa essere
seducente il fatto che la persona che ho davanti vede che la sto ‘guardando’
veramente che c’è un contatto reale, profondo, di ascolto e proprio di
connessione, che passa attraverso gli occhi, ma va molto in profondità. Quindi
penso che questa cosa possa essere seducente”.
Guanciale ha aggiunto: “Forse una certa trasparenza, però non so se poi invece
fa l’effetto contrario”. Puccini ha rintuzzato: “Un po’ di mistero, Lino…”.
Per entrambi gli attori lavorare con Carla Sofia Gascon è stata una esperienza
più che positiva: “Ha un carattere fantastico, positiva, sorridente. È stato
veramente un piacere lavorare con lei. Poi è una grandissima professionista,
oltre ad essere molto talentuosa. Anche nelle scene fatte tutti insieme, lei si
è inserita in maniera unica nonostante non fosse di lingua italiana, invece è
entrata nel gruppo proprio come se ci fossimo conosciuti tutti da sempre con una
grande simpatia una grande confidenza è stato bello”.
L'articolo Vittoria Puccini e Lino Guanciale a “Scuola di seduzione”: “Amare è
un atto di fede e di rispetto per se stessi. Noi seduciamo con l’ascolto e la
trasparenza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo del cinema in lutto. È morta a 51 anni Carrie Anne Fleming, l’attrice
canadese nota per i suoi ruoli in produzioni horror come “iZombie” e
“Supernatural”. Il decesso è avvenuto il 26 febbraio a Sidney, nella Columbia
Britannica, ed è stato reso noto solo ieri 22 marzo. L’attore Jim Beaver, suo
collega in “Supernatural”, ha confermato a Variety che la collega aveva un
tumore al seno. Fleming lascia la figlia Madalyn Rose (Max).
Carrie Ann Fleming è nata il 16 agosto 1974 a Digby, in Nuova Scozia. Ha
frequentato la Mount Douglas Senior Secondary a Victoria, nella Columbia
Britannica, e ha studiato recitazione al Kaleidoscope Theatre e alla Kidco
Theatre Dance Company, nella stessa città.
Fleming ha conosciuto la popolarità grazie “Viper” e “Happy Gilmore” di Adam
Sandler. Poi piccoli ruoli prima che il regista Dario Argento la scegliesse per
la sua serie “Masters of Horror” nel 2005. Fleming ha interpretato anche una
donna sfigurata con tendenze cannibalistiche nell’episodio omonimo, “Jenifer“.
Ha partecipato a diverse serie horror, tra cui “The Tooth Fairy” e
“Bloodsuckers”.
Poi la partecipazione alla popolare serie horror-drama “Supernatural”, dove è
stata Karen Singer, la moglie del protagonista Bobby Singer, interpretato da
Beaver. In seguito è apparsa nel film per la tv del 2015 “The Unauthorized Full
House Story”, che raccontava il dietro le quinte della celebre sitcom. Fleming
interpretava la madre di Candace Cameron Bure, star di “Full House”, che nella
serie interpretava DJ Tanner. Per 5 stagioni ha ricoperto il ruolo di Candy
Baker nella serie “iZombie”.
L'articolo È morta Carrie Anne Fleming: l’attrice di “Masters of Horror” di
Dario Argento, “iZombie” e “Supernatural” era malata di tumore al seno proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Francesco Mandelli nei panni di regista per una commedia sui Millennials dal
titolo “Cena di Classe“, ispirato alla canzone dei Pinguini Tattici Nucleari, al
cinema dal 26 marzo. Il sottotitolo, non a caso, è “la rimpatriata a cui nessuno
vorrebbe essere invitato”. Nel cast, tra gli altri: Andrea Pisani, Roberto
Lipari e Herbert Ballerina.
Diciassette anni dopo il diploma, un gruppo di ex compagni di liceo si ritrova
per il funerale di un compagno: da lì, una cena carica di nostalgia si trasforma
in una lunga notte di eccessi, segreti e confessioni, costringendo tutti a fare
i conti con il passato, con le proprie scelte e con ciò che sono diventati. Lo
specchio di una generazione cresciuta con grandi aspettative e oggi chiamata a
misurarsi con un presente fragile, precario e distante dalle promesse del
passato.
A proposito di cene di classe, Roberto Lipari ricorda a FqMagazine: “Sono stato
una cena di classe di mia moglie. Io conoscevo tutti perché le nostre classi
erano vicine. Questo ex compagno raduna tutti, quindi andiamo lì,
complimentandoci anche per l’iniziativa ‘ma che bella idea che ha avuto in
riunione tutti’. Alla fine lui ci ha rivelato si candidava e chiedeva a tutti
noi i voti. Ci siamo alzati, ce ne siamo andati. La cena è finita così”.
Francesco Mandelli sul passato da studente ricorda: “Facevo proprio facevo
disperare. Il leitmotiv era ‘intelligente ma non si applica potrebbe fare di
più, sempre per il rotto della cuffia, conosce le regole ma non le rispetta’.
Ricordo interrogazioni di matematica, dove non sapevo nulla non sapevo niente.
Se l’ho superata? Mai superata, nel senso che ai tempi del Liceo a me piaceva
molto la music, mi piaceva recitare, mi piaceva andare in giro… Avevo altre cose
per la testa e soprattutto non avevo voglia di studiare la matematica, così
complessa perché avevo la sensazione che non mi sarebbe mai
servito, quando invece servirà qualcosa… Però le materie umanistiche le facevo
molto volentieri quelle matematiche quelle scientifiche molto meno. Poi avevo
deciso pure di iscrivermi al Liceo Scientifico, pensa che cacchio di genio…”.
Andrea Pisani ha ricordato: “Ero amato dal professore di matematica e fisica. Ho
fatto matematica all’università. Ero riuscito a farmi dare la chiave del bagno
dei professori, perché l’unico su cui c’era il water. Da ragazzo avevo questo
problema che se non c’era un water, diciamo che l’altra cosa non riuscivo a
farla. Allora mi chiudo dentro e poi non riuscivo più a uscire. Sono rimasto
chiuso dentro mezz’ora. Poi c’erano già i cellulari, quindi avevo scritto a
Luca, il mio socio dei Panpers, dicendogli che io ero rimasto chiuso e se poteva
venirmi a liberare. Perché io, a forza di girare la chiave, l’ho rotta. Ho rotto
la chiave dentro il bagno dei professori con me dentro”.
L'articolo “Al Liceo senza il water non riuscivo a far nulla, così il prof di
matematica mi dava la chiave del suo bagno. Ma un giorno sono rimasto chiuso
dentro e…”: così Andrea Pisani proviene da Il Fatto Quotidiano.
Agnès Varda e l’arte libera del guardare. Quando capiremo l’importanza dello
“sguardo” di rottura della Nouvelle Vague, quello delle opere prime indipendenti
e ribelli tra fine cinquanta e inizio sessanta, saremo diventati ciechi. E tra
le “passeggiate” parigine celebri, quelle che sfondano il teatro di posa del
cinema di papà, tra Fino all’ultimo respiro e I Quattrocento colpi, giova
ricordare che in mezzo, addirittura sopra, anzi proprio più in alto, c’è stata
quella femminile (dietro la macchina da presa e davanti con la spesso
dimenticata ma splendida Corinne Marchand), inquieta e poetica, quasi magica
della Varda con Cléo dalle 5 alle 7 (1962).
Prima ancora che cineasta geneticamente fotografa, Varda ha guardato, e quindi
condiviso il suo sguardo con lo spettatore, tra il desiderio di realismo e la
passione della finzione, dall’angolazione più rivoluzionaria possibile: la sua.
A celebrare questo taglio dell’immagine sullo spazio attorno a sé, e su se
stessa, ci pensano in contemporanea e a braccetto le mostre Viva Varda! Il
cinema è donna organizzata dalla Cineteca di Bologna e Agnès Varda – Qua e là,
tra Parigi e Roma organizzata dall’Accademia di Francia a Villa Medici di Roma.
Come scrive Laure Adler sul catalogo bolognese, “l’atto del fotografare aveva
acceso in lei (la Varda ndr) la vocazione artistica: ben presto divenne
osservatrice del reale, inventrice di finzioni, mediatrice di emozioni”. O
ancora, come sottolinea la studiosa Anna Masecchia: “Lo stile Varda mette in
movimento inquadrature che sono insieme cornici e finestre sul mondo, che
partono da uno sguardo oggettivo per sollecitarne uno soggettivo”. Autoritratti,
tanti gatti, nudi in mezzo alla spiaggia, foto di scena dai suoi film,
scavalcamenti di campo a rivelare i suoi set: l’occhio di Varda, e sulla Varda,
sorprende e si fa sorprendere nella galleria sotterranea bolognese, infilandosi
nei cunicoli di una creazione ibrida, dagli scarti dolci ma radicali, per una
carriera cinquantennale e regolarmente imprevedibile, timidamente autobiografica
(Daguerréotypes, Les plages d’Agnès), puramente finzionale (Senza tetto né
legge), totalmente sperimentale (Salut les cubains). In realtà l’opera prima di
Varda anticipa con un boccone temporale pazzesco – siamo nel 1954 quando, per
dire, Truffaut aveva appena iniziato a scrivere sui Cahiers du cinéma – tutte le
trasformazioni cinematografiche avvenute poco più di un lustro dopo.
Le pointe courte è la storia della crisi di una coppia (lui è Philippe Noiret)
depositata e sviluppata nel quartiere di Sète in Occitania (luogo in cui la
Varda da ragazzina si era trasferita coi genitori come profughi di guerra), in
mezzo a veri pescatori in lotta contro le loro difficili condizioni di vita. Il
punto iniziale, su cui si costruirà l’intera sua carriera in perenne
trasformazione, è quello formale: come si può strutturare un film secondo
criteri diversi da quelli cronologici e psicologici? Tra i cimeli in mostra
vediamo in una foto la Varda 26enne sopra una piattaforma rialzata di un paio di
metri di fianco alla macchina da presa, novella dittatrice e direttrice con
sotto una manciata di omaccioni maestranze, mentre dà indicazioni agli attori.
Cimelio ulteriore è pure un registro cartaceo delle spese di produzione tenuto a
penna (il film se lo autoprodusse la Varda), giorno dopo giorno, con tanto di
singole voci come “telefonate”, “telegrammi”, “elettricità”, “dolci”. Insomma,
l’immersione in Viva Varda! è quella dell’esplorazione curiosa e sognante
attorno al concetto di libertà creativa che del resto si espande senza
piagnistei rispetto ai traumi della classicità come al cambio dalla pellicola al
digitale che stuzzica ancor di più la regista di origine belga. Aspetto
artistico professionale desueto, che ci manca come il pane, proprio perché non
sta dentro i formati preposti da algoritmi industriali e dai finanziamenti
pubblici locali e nazionali. Pensate, infatti, a cosa sarebbe stata la Nouvelle
Vague, o un film come Le pointe courte, o Cléo dalle 5 alle 7, in mezzo ai
rigidi formulari delle film commission regionali. “Sono una persona discreta, ma
so fare cose folli e mi dispiace, ma devo fare i film come li sento”, raccontò
in una delle sue ultime interviste poco dopo aver ricevuto un Oscar alla
carriera (2017) e poco prima di morire nel 2019. “Vorrei essere ricordata come
un regista che ha apprezzato la vita, dolore compreso. Questo è un mondo
terribile, ma mantengo viva la convinzione che ogni giorno dovrebbe essere
interessante da vivere”.
L'articolo Agnès Varda e lo sguardo che ha anticipato la Nouvelle Vague. Due
mostre tra Roma e Bologna proviene da Il Fatto Quotidiano.
Smorfie irresistibili, sbuffi da fumetto, gesti improvvisi, versi inconsulti.
Louis De Funes è stato la maschera comica popolare della Francia intera per
eccellenza. Basta una scrollata su Google “comici francesi” e appare, prima di
tutti, sempre lui. Oppure è bastato seguire il Bergamo Film Meeting 2026, dove
le proiezioni dei film da lui interpretati hanno fatto il tutto esaurito
(l’abbiamo verificato di persona per Oscar alle quattro del pomeriggio, ndr).
Sette i titoli riproposti con sagace selettività da una filmografia infinita,
alcuni di questi campioni d’incassi assoluti (L’ala o la coscia, Le avventure di
Rabbi Jacob, Oscar, Le Grand Restaurant), per delineare, a chi se lo fosse
dimenticato, come si rideva spensieratamente fino agli anni Ottanta, giocando
persino con tematiche d’attualità (l’invasione del cibo industriale negli anni
Settanta in L’ala o la coscia, per dire). Molti in Italia ricordano qualcosa di
De Funes, tante risate per qualche apparizione nelle sale, ma mai una vera e
propria consacrazione del talento, della versatilità o, come si dice oggi, della
performatività di De Funes. Un signore che arriva alla notorietà quando ha ormai
cinquant’anni, a metà anni Sessanta, e che fa del suo muoversi saettante, a
scatti, nervoso ed elettrizzato un marchio di fabbrica.
“Contemporaneo di Paperino e Paperone, la sua elasticità e la sua dinamica
ipervitaminica lo trasformano agli occhi dei più piccoli in un personaggio da
cartone animato. In Oscar, con la sua “tirata del naso”, si pone precursore di
Jim Carrey. Per cogliere la velocità della sua recitazione occorre guardare i
suoi film un fotogramma alla volta”, scrive Alain Kruger nel catalogo del BFM
26.
Originario di una famiglia nobile spagnola, tanta gavetta tra teatro e cinema,
una passione per il pianoforte e il jazz statunitense, De Funes emerge a tutto
tondo, delineando in autonomia le sue modalità di apparizione e recitazione tra
il ’65 e il ’66, quando è co-protagonista assieme a un altro celebre comico
francese, Bourvil, prima in Colpo grosso ma non troppo, poi in Tre uomini in
fuga. Quest’ultima commedia patriottica e antinazista, ambientata nel 1941,
diventa il film più visto in Francia con oltre 17 milioni di spettatori, record
battuto soltanto dal Titanic di Cameron.
Le proporzioni del successo di De Funes sono impressionanti. Le prestazioni in
scena altrettanto. In una manciata di anni (1965-1975), interrotti dal primo
infarto, e poi di nuovo da metà anni Settanta a inizio anni Ottanta, De Funes
affina il personaggio dell’ometto borghese, brontolone, mugugnante, collerico,
furbo, vestito con formale eleganza, in preda a tic, bocche arricciate, occhi
serrati. In Le Grand Restaurant, direttore del ristorante Chez Septime, col
vizio di tirare per dare ordini rigidissimi ai sottoposti, parte come un pazzo a
elencare in tedesco la ricetta del soufflé. Tale è il piglio e la recitazione in
apnea teutonica che, a un certo punto, un’ombra gli disegna sulla fronte un
ciuffo nerissimo e tra naso e bocca un quadratino di baffetti hitleriani.
E nonostante la salute non proprio salda, e l’età non più da ragazzino, De Funes
è stato un’autentica furia nel ballo. Le coreografie sia in Le Grand Restaurant
(un ballo cosacco coi piatti in mano), ma soprattutto in Le avventure di Rabbi
Jacob (una danza sfrenata tra rabbini in mezzo al quartiere ebraico di Parigi),
lo vedono al centro del gruppo di ballerini, leggero come una piuma eppur vivace
tanto quanto i colleghi professionisti. De Funes supera, nella scala della
risata francese, per agilità sia Bourvil sia Fernandel, poi arriva perfino
accanto a una figura inaudita come Coluche, che affianca in L’ala o la coscia
(1976). Padre e figlio perennemente squilibrati (In viaggio con papà, con Sordi
e Verdone, ha un debito imbarazzante nei confronti di questo film), dove De
Funes interpreta il più importante critico culinario francese (ricordate la
scena dei brufoli che sbucano all’improvviso per via di una forzata
intossicazione alimentare?) e Coluche dovrebbe sostituirlo, ma preferisce fare
il clown in un circo.
Ebbene, De Funes è nel tessuto sociale francese come nessuno prima di lui.
Guardate anche solo come vengono affrontati i temi “bollenti” degli ebrei e dei
neri in Le avventure di Rabbi Jacob. L’intera operazione filmica è una
sciabolata trasversale ai luoghi comuni sul razzismo, nonché una scossa alle
convenzioni del politicamente corretto sugli ebrei. Chissà, forse perché De
Funes non professava un credo socialista, e anzi era un cattolico praticante,
gollista con tendenze realiste, letteralmente nemico del comunismo e dell’Unione
Sovietica. In un’intervista a Le Monde nel 1971 spiegava: “Essere di sinistra è
una moda, come i capelli lunghi. La risata, invece, resiste. È innocente. Non
capisco come si possa cercarvi significati nascosti”.
Un tale ciclone popolare venne riconosciuto con il César alla carriera solo nel
1980. È Jerry Lewis (e chi meglio di lui?) a consegnarglielo, con tanto di
tentativo di abbraccio rifiutato da De Funes con smorfie alla sua maniera.
Inutile: il suo cinema andrebbe rivisto tutto e velocemente. In streaming non
c’è (e figuriamoci). Magari qualche archivio della tv. Incrociamo le dita.
L'articolo Risate in apnea, corpi elettrici e tic immortali: al Bergamo Film
Meeting 2026 riesplode il fenomeno Louis De Funès proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La casa di produzione indipendente First Line Films ha recentemente annunciato
che l’attore Val Kilmer “rivivrà” sul grande schermo nel film ‘As Deep as the
Grave’ grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. Era stato scritturato prima
della morte, ma a causa della sua malattia non aveva potuto girare neanche una
scena. Proprio per questo, pare avesse dato il consenso all’uso dell’AI per
permettergli comunque – dopo la sua scomparsa – di interpretare il ruolo di
Padre Fintan, un prete cattolico nativo americano.
Non appena ho letto la notizia, non ho potuto fare ameno di riflettere su quanto
l’AI stia cambiando le nostre vite, in maniera lenta e progressiva. Proviamo a
pensare ai vari chatbot (Chat GPT, Gemini, Manus ecc.…) dei quali, fino a poco
tempo fa, si ignorava del tutto l’esistenza e che oggi sono diventati strumenti
di uso comune, sono entrati nel linguaggio quotidiano e permettono di
organizzare, scrivere, informare, creare simulazioni visive sulla base di
fotografie scattate da noi. Insomma, se prima l’uso dell’AI era qualcosa di
lontano e decisamente tecnico, oggi è assolutamente parte della nostra
quotidianità.
E il cinema non è immune. Nel corso degli ultimi vent’anni l’intelligenza
artificiale ha cambiato anche il linguaggio cinematografico. Inizialmente lo
abbiamo visto attraverso l’uso di effetti speciali o correzioni digitali e – a
onor del vero – con sorprendenti risultati. Il caso in questione però, ci porta
ad analizzare la questione in modo diverso: stiamo assistendo infatti ad una
vera e propria ricostruzione dell’identità artistica. La “resurrezione”
cinematografica di Val Kilmer attraverso l’AI sarebbe, secondo la produzione,
una forma di continuità. Un modo per conservare la memoria dell’attore, per
onorare la sua carriera. Insomma, l’AI avrebbe qui la funzione di rendere
omaggio a Val Kilmer e al suo grande contributo al mondo del cinema mondiale.
Tra l’altro, sottolinea la produzione stessa, è stata rispettata a pieno la
volontà dell’attore, il quale aveva chiesto di prendere parte comunque al film,
nonostante il suo grave stato di salute.
Detta così, suonerebbe anche bene. Pensiamo a quanti progetti incompiuti
potrebbero vedere la luce e a quanto sarebbe affascinante pensare che gli attori
che tanto abbiamo amato e che ci hanno lasciato, possano in qualche modo vivere
per sempre. Eppure, qualcosa stride.
Recitare in un film non comporta solo l’uso della voce e delle espressioni
facciali. Entrambe le cose funzionano sul grande schermo perché dietro c’è
presenza, intenzione, imperfezione. Tutto ciò che una bella scena ci trasmette è
la perfetta combinazione tra capacità interpretative, tecnica e qualità
espressive. È immediatezza e presenza scenica. Quando questa presenza viene
ricostruita, anche perfettamente, si percepisce comunque una distanza. Non è più
interpretazione, ma simulazione di essa. Se prima, l’unico filtro tra l’attore e
il pubblico era la macchina da presa, ora si aggiunge l’AI che anziché
riprodurre fedelmente un’immagine reale, la ricostruisce completamente in base
alle informazioni che le vengono date. Il rischio non è tanto tecnico, quanto
percettivo: lo spettatore potrebbe riuscire ad emozionarsi allo stesso modo, ma
quell’emozione non sarebbe frutto di qualcosa di reale, ma di qualcosa che è
stata concepita per simulare la realtà. Ciò potrebbe creare inevitabilmente un
corto circuito nella mente dello spettatore, una distorsione percettiva che
porterebbe ad una sorta di distacco dalla realtà.
Inoltre, c’è tutto il tema di quanto possa risultare rischioso, per un
attore/attrice, che la sua immagine venga replicata all’infinito, che la sua
identità artistica appunto, smetta di appartenere a lui o lei come persona e
diventi una sorta di modello riproducibile in serie. Ecco perché, probabilmente,
il consenso dell’attore/attrice non basta a legittimare davvero questo nuovo
modo di fare cinema. Risolve la questione legale, forse, ma non quella
percettiva.
Lo scopo del cinema è sempre stato quello di emozionare, di coinvolgere lo
spettatore e condurlo all’interno di una storia, fino a farlo innamorare,
spaventare, riflettere e a volte soffrire. A volte, tutto questo passa
attraverso personaggi fantastici, surreali, cartooneschi; il cinema ha sempre
creato qualcosa di finto. Qui però, si passa ad un altro livello: si tratta di
ricostruire qualcosa di reale.
Forse la vera domanda non è se sia giusto o sbagliato usare l’AI nel cinema, ma
se siamo pronti ad accettare un futuro in cui un attore smetta di essere una
persona reale e diventi semplicemente un format ripetibile e in cui l’emozione,
seppur autentica, nasca da qualcosa che di autentico non ha nulla.
L'articolo Val Kilmer ‘risorge’ grazie all’Ai. Detta così, suona bene ma
qualcosa non va proviene da Il Fatto Quotidiano.