Il visto per i nomadi digitali in Italia, almeno per ora, sembra esistere più
sulla carta che nella realtà. A oltre un anno dalla sua introduzione, che ha
reso l’Italia il 64esimo Paese al mondo a dotarsi di uno strumento per attrarre
lavoratori stranieri “altamente qualificati”, mancano ancora i dati fondamentali
per valutarne l’impatto. “Non si hanno notizie sui visti richiesti né su quelli
concessi, un silenzio che solleva interrogativi sull’efficacia della normativa”,
si legge nell’ultimo Report italiano sul Nomadismo Digitale.
Il decreto del 29 febbraio 2024 che ha introdotto il visto aveva l’obiettivo
dichiarato di attrarre professionisti extraeuropei e favorirne l’insediamento
nei borghi e nelle aree interne, in linea con il Piano Nazionale Borghi del Pnrr
contro lo spopolamento. Ma il bilancio, finora, appare tutt’altro che
incoraggiante. L’Italia non figura tra le destinazioni più appetibili per chi
lavora da remoto: nella classifica internazionale della piattaforma ChicksX del
2025, solo Roma e Milano compaiono tra le prime 95 mete globali, rispettivamente
al 38° e al 40° posto. NomadList, uno dei principali punti di riferimento sul
lavoro da remoto, conferma la marginalità del Paese, liquidandolo con una
formula eloquente: “Bellissima da visitare, ma difficile da vivere”
Una reputazione confermata anche dalle discussioni online. Basta digitare
“digital nomadism in Italy” su forum pubblici come Reddit per imbattersi in
commenti ricorrenti sulla burocrazia e sui permessi di soggiorno. “Per quanto
riguarda il visto, buona fortuna. Assicurati di avere la pazienza di un santo”,
scrive un utente. Le cause del flop emergono con chiarezza dalle testimonianze
raccolte dall’Osservatorio dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali. Il primo
ostacolo è la soglia di reddito richiesta: circa 28mila euro annui, un livello
che restringe l’accesso ai soli lavoratori più abbienti. A questo si sommano
procedure complesse, consolati sovraccarichi, tempi di attesa che possono
superare i quattro mesi e un’ampia discrezionalità nelle decisioni. Non ultimo,
l’obbligo di presentare un contratto di affitto annuale prima ancora
dell’approvazione del visto.
Il risultato è prevedibile: molti nomadi digitali extraeuropei entrano in Italia
come turisti, restano per i 90 giorni consentiti dallo spazio Schengen e poi se
ne vanno. Non si registrano come residenti, non pagano le tasse in Italia e non
entrano in relazione con le economie locali. “Si chiede loro di sostenere i
territori, ma li si costringe a restare turisti“, sintetizza Alberto Mattei,
presidente dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali.
Nei mesi scorsi, durante la discussione sulla legge di Bilancio, è stato
presentato un emendamento che avrebbe dovuto rendere più attrattivo il sistema
italiano per i nomadi digitali. La proposta, promossa nell’ambito di
un’istruttoria avviata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e
inizialmente destinata a confluire nel disegno di legge collegato alla legge di
bilancio denominato Destinazione Italia, prevedeva agevolazioni fiscali per i
lavoratori stranieri che trasferiscono la residenza fiscale pur lavorando da
remoto per aziende estere. In particolare, l’emendamento ipotizzava una
tassazione ridotta del 50% sui redditi prodotti nella Penisola, fino a un
massimo di 600.000 euro annui. La proposta non è però entrata nella versione
finale della manovra. L’Associazione Italiana Nomadi Digitali si interroga
comunque sull’impostazione del provvedimento e solleva una domanda: perché non
estendere eventuali agevolazioni anche agli smart worker italiani che scelgono
di trasferirsi e avviare un’attività digitale nelle aree interne?
Il nodo, secondo l’associazione, è anche concettuale. Il decreto del 29 febbraio
2024 definisce i nomadi digitali esclusivamente come cittadini extra-Ue
altamente qualificati, riducendo il fenomeno a una questione migratoria. “È una
definizione limitativa, che ignora le dinamiche della mobilità interna e
comunitaria legate allo smart working”, osserva Mattei. “Non bastano singoli
incentivi: servono politiche strutturate e replicabili anche per i giovani
professionisti italiani che decidono di spostarsi”.
Oggi, invece, il nomadismo digitale viene trattato come una variante del
turismo. “Il nomade è visto come un viaggiatore con il laptop nello zaino, non
come un potenziale nuovo abitante”, conclude Mattei. Una visione che rischia di
lasciare l’Italia ai margini di un fenomeno globale in crescita, stimato tra i
40 e gli 80 milioni di persone, e di rafforzare proprio quel modello di turismo
mordi e fuggi che il Paese dice di voler superare.
Per questo l’Associazione Italiana Nomadi Digitali chiede un cambio di approccio
e propone l’istituzione di una cabina di regia nazionale che coordini il
fenomeno, sia per la mobilità dall’estero sia per quella interna. Tra le misure
avanzate figurano la semplificazione delle procedure di visto, la creazione di
una piattaforma nazionale per i lavoratori da remoto stranieri, contratti
dedicati, nuove regole per le microimprese digitali e forme di locazione
temporanea più flessibili. Al centro della proposta c’è anche l’introduzione di
una nuova figura giuridica, quella del “residente temporaneo di comunità”,
pensata per favorire un radicamento reale nei territori e non una semplice
presenza di passaggio.
Senza una riforma organica, avverte l’associazione, “il rischio è continuare a
inseguire il fenomeno senza governarlo: perdere lavoratori qualificati, lasciare
irrisolto il problema dello spopolamento delle aree interne e ridurre il
nomadismo digitale a una variante del turismo breve”.
L'articolo È un flop il visto italiano per i nomadi digitali. Che arrivano come
turisti, non pagano le tasse e non sostengono i territori proviene da Il Fatto
Quotidiano.