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“Lavorare da casa ed evitare i viaggi in aereo”: il decalogo dell’Agenzia per l’Energia per alleviare il caro benzina
Lavorare da casa, evitare i viaggi in aereo e diminuire di 10 chilometri orari i limiti di velocità in autostrada. Sono tre delle regole contenute nel decalogo dell’Agenzia internazionale dell’Energia pensate per alleviare la pressione dei prezzi del petrolio sui consumatori in risposta alle interruzioni delle forniture in Medio Oriente, innescate dalla guerra in Iran. Il rapporto dell’Iea è stato pubblicato sull’onda del moltiplicarsi delle previsioni negative sulle scorte nei prossimi mesi e sul conseguente aumento dei prezzi per tutte le tipologie di carburanti con un impatto diretto sia al distributore di benzina che, prossimamente, nel costo delle bollette. Le misure – spiega l’Agenzia – sono a sostegno della domanda a disposizione di governi, imprese e famiglie e riguardano i trasporti, sia su strada che aereo, la cottura dei cibi e l’industria, in un contesto di tensioni nei mercati del diesel, del carburante per aerei e del Gpl. La perdita dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, ricorda l’Iea, ha “ristretto significativamente i mercati, spingendo i prezzi del petrolio greggio oltre i 100 dollari al barile e provocando aumenti ancora più marcati dei prodotti raffinati come gasolio, carburante per aerei e gas di petrolio liquefatto”. Tuttavia, finora, i governi sono intervenuti esclusivamente sul lato dell’offerta e queste misure, secondo l’Agenzia, “non possono compensare completamente” l’entità dell’interruzione: “Affrontare la domanda è uno strumento fondamentale e immediato per ridurre la pressione sui consumatori, migliorando l’accessibilità economica e sostenendo la sicurezza energetica”, viene spiegato. Le misure contenute nel rapporto “possono essere implementate rapidamente da governi, imprese e famiglie” e “si concentrano principalmente sul trasporto su strada, che rappresenta circa il 45% della domanda globale di petrolio”. Un’adozione diffusa “ne amplificherebbe l’impatto globale e contribuirebbe ad attutire lo shock”, rimarca l’Agenzia internazionale per l’Energia. “In assenza di una rapida risoluzione, l’impatto sui mercati energetici e sulle economie è destinato a diventare sempre più grave”, ha dichiarato il direttore esecutivo Fatih Birol. Da qui, la decisione di indicare un decalogo di comportamenti che può alleviare la situazione. Innanzitutto, l’Iea chiede di incentivare il lavoro da casa quando possibile, poiché “riduce il consumo di petrolio dovuto agli spostamenti casa-lavoro, soprattutto laddove le mansioni si prestano al lavoro a distanza”. Quindi chiede di ridurre i limiti di velocità in autostrada di almeno 10 chilometri orari poiché “velocità inferiori riducono il consumo di carburante per autovetture, furgoni e camion”. Al punto 3 viene proposta un’incentivazione al trasporto pubblico perché “può ridurre rapidamente la domanda”. Un’altra idea è quella della circolazione a targhe alterne nelle grandi città, in modo da “ridurre la congestione” del traffico e una tipologia di guida che consuma molto carburante. L’Iea propone tra le soluzioni anche il car sharing e l’adozione di pratiche di guida efficienti, soprattutto per i veicoli commerciali e consegna merci chiedendo anche di prestare attenzione alla “manutenzione dei veicoli” e alla “ottimizzazione del carico”, riducendo così il consumo di gasolio. L’invito è anche rivolto a chi ha un’auto alimentata a Gpl, passando alla benzina così da “preservare il Gpl per la cottura e altre necessità essenziali”. Sarebbero da evitare anche i viaggi aerei “laddove esistano alternative”. Tradotto: “Ridurre i voli d’affari può alleviare rapidamente la pressione sui mercati del carburante per aerei”. I consigli entrano anche nel campo della vita domestica, con la richiesta di “passare ad altre soluzioni di cottura moderne” e “incoraggiare la cottura elettrica”. Viene poi richiesto alle industrie di “sfruttare la flessibilità delle materie prime petrolchimiche e implementare misure di efficienza e manutenzione a breve termine”, così da “liberare” il Gpl per “usi essenziali, riducendo al contempo il consumo di petrolio attraverso rapidi miglioramenti operativi”. L'articolo “Lavorare da casa ed evitare i viaggi in aereo”: il decalogo dell’Agenzia per l’Energia per alleviare il caro benzina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Malattia, come funzionano visite fiscali e controlli dell’azienda per chi lavora in smart working
Le visite fiscali seguono le stesse regole quando il dipendente lavora in smart working o in presenza: quando è in malattia deve essere reperibile presso l’indirizzo indicato sul certificato medico. Da un punto di vista pratico non ci sono differenze tra chi lavora per il pubblico o per il privato, se ci si deve recare in azienda o se si è concordato il telelavoro. È obbligatorio rispettare le fasce di reperibilità: tra le 10 e le 12 del mattino e tra le 17 e le 19 del pomeriggio – tutti i giorni, anche il sabato, la domenica e i festivi – è necessario farsi trovare in casa. CHI È IN MALATTIA NON PUÒ LAVORARE DA CASA Da un punto di vista strettamente giuridico lo smart working e la malattia sono due stati giuridici incompatibili tra loro. Per chi è ufficialmente in malattia la prestazione lavorativa è sospesa per legge: durante il periodo coperto da certificato medico, non è possibile svolgere alcuna attività lavorativa, nemmeno da casa. Lo smart working è una modalità di esecuzione del lavoro, mentre la malattia è una causa di giustificata assenza per incapacità temporanea. Questo significa che non è possibile lavorare “solo un po’” mentre si è in malattia: nel caso in cui il dipendente venga trovato a lavorare nel corso di una visita fiscale, l’Inps può contestare lo stato di inabilità temporanea e annullare completamente l’indennità. Chi dovesse sentirsi in grado di riprendere lo smart working prima della scadenza del certificato di malattia, non può loggarsi semplicemente al computer e iniziare a lavorare. Come prima cosa si deve recare dal medico che ha emesso il certificato originale e richiedere l’invio telematico di un certificato di rettifica all’Inps per accorciare il periodo di prognosi. Ma soprattutto il datore di lavoro non può pretendere che il dipendente lavori da casa finché non riceve la rettifica: sarebbe responsabile in caso di infortunio durante il periodo in cui è, almeno formalmente, ancora malato. CONTROLLI DEL DATORE DI LAVORO Quando il dipendente in regime di smart working dovesse essere ufficialmente in malattia, il potere di controllo del datore di lavoro subisce una trasformazione radicale: non lo può controllare come “lavoratore” perché la prestazione è sospesa, ma può far scattare le verifiche sul suo stato di “infermo”. I controlli si basano su tre differenti pilastri. Il primo è costituito dalla visita fiscale (ossia il controllo attraverso l’Inps). Il datore di lavoro non può inviare dei medici privati presso il domicilio del dipendente, ma deve passare obbligatoriamente attraverso il portale dell’Inps presentando una richiesta mirata, che può essere inoltrata fin dal primo giorno. Nel caso in cui l’azienda dovesse sospettare che il dipendente stia lavorando per altri o stia svolgendo delle attività incompatibili con la guarigione, può segnalarlo all’Inps e richiedere dei controlli mirati. Il secondo pilastro è costituito dai controlli investigativi, che vengono effettuati attraverso agenzie private. La prassi giurisprudenziale permette al datore di lavoro di assoldare investigatori privati se sospetta una truffa ai danni dell’Inps o dell’azienda. Questi professionisti possono pedinare il lavoratore all’esterno dell’abitazione per verificare se compie degli atti che contraddicono la patologia dichiarata (se, per esempio, il lavoratore è in mutua per forte depressione ma va in discoteca). Non possono, però, entrare in casa o monitorare cosa il dipendente sta facendo con il computer privato. Il terzo pilastro è il monitoraggio degli accessi informatici. Nel momento in cui il lavoratore è in malattia l’azienda può verificare se si è loggato ai sistemi aziendali: nel caso in cui dovesse essere attivo sui software aziendali durante la malattia, il datore di lavoro può procedere con una contestazione disciplinare per “simulazione di malattia”. Durante la malattia, infatti, il lavoratore ha diritto alla disconnessione totale: non è tenuto a rispondere a chiamate o email; farlo, come abbiamo visto, potrebbe paradossalmente essere usato contro di lui come prova del fatto che non è così malato da non poter lavorare. LA COMUNICAZIONE DEL DOMICILIO Uno dei diritti dei lavoratori in smart working è quello di poter svolgere il proprio lavoro dove meglio credono, purché il luogo sia concordato preventivamente con il datore. La situazione cambia in caso di malattia: fa fede esclusivamente l’indirizzo inserito dal medico nel certificato telematico. Se il dipendente si ammala mentre è nella casa al mare (luogo diverso dalla residenza), deve assicurarsi che il medico indichi correttamente quell’indirizzo per evitare sanzioni per assenza durante la visita fiscale. Se il medico fiscale non dovesse trovare nel domicilio comunicato il dipendente e questo non dovesse avere una giustificazione valida per l’assenza (come, per esempio una visita medica urgente documentata), il lavoratore rischia di perdere l’indennità di malattia e delle azioni disciplinari da parte dell’azienda, che possono arrivare, nei casi più gravi, fino al licenziamento per giusta causa. L'articolo Malattia, come funzionano visite fiscali e controlli dell’azienda per chi lavora in smart working proviene da Il Fatto Quotidiano.
Usi & Consumi
Smart Working
Si infortuna a casa durante lo smart working: il giudice le riconosce l’incidente sul lavoro
La sentenza conferma l’infortunio sul lavoro e riconosce l’indennizzo alla dipendente in smart working. Protagonista, come riporta il Messaggero, una dipendente dell’Università di Padova, la cui disavventura era stata derubricata dall’Inail come “infortunio domestico”. I fatti erano successi subito dopo il Covid, quando molte aziende avevano scelto lo smart working per evitare i rischi di contagio. La dipendente, ad aprile 2022, stava lavorando da casa e, nel corso di una riunione davanti al computer, nel tentativo di recuperare dei fogli che le erano caduti, era inciampata e caduta. Procurandosi una doppia frattura alla caviglia destra. Il referto medico le aveva riconosciuto 137 giorni di inabilità al lavoro. L’Inail aveva inizialmente riconosciuto l’infortunio come indennizzabile, salvo poi fare marcia indietro alcune settimane dopo, escludendo la natura di infortunio sul lavoro e categorizzandolo come “infortunio domestico“. La vittima dell’infortunio, sindacalizzata FGU Gilda Unipd, è stata quindi costretta a ricorrere alle coperture assistenziali Inps, pagando autonomamente per ogni prestazione medica. L’Inail, nonostante il ricorso interno, ha ribadito l’esclusione di infortunio sul lavoro, negando ogni copertura. Gli avvocati del sindacato hanno presentato ricorso al Tribunale di Padova, sezione Lavoro. A quel punto l’Inail ha convocato la donna per sottoporla a visita collegiale, senza comunque riconoscerle il rimborso delle spese mediche e di giudizio. L’8 maggio 2025 il Tribunale di Padova ha riconosciuto e accolto le richieste della lavoratrice, che ha visto rimborsate tutte le spese sostenute: 1.300 euro di rimborso spese e un indennizzo mensile per l’inagibilità al lavoro dovuta all’infortunio. L'articolo Si infortuna a casa durante lo smart working: il giudice le riconosce l’incidente sul lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dietrofront sul lavoro agile, perché molte aziende (e pure Palazzo Chigi) richiamano in sede i dipendenti
Sei anni fa. Piena emergenza sanitaria. Il Covid ha costretto le aziende a modificare il modo di lavorare. Lo smart working è diventato la regola e la cucina – o la camera da letto – si è trasformata in ufficio, con il pc portatile sul tavolo. Ora che i tempi della pandemia sono lontani, il lavoro agile sembra convincere sempre meno molti vertici aziendali. Da Stellantis a Ubisoft ad Amazon. E anche Palazzo Chigi. Le motivazioni? Aumentare la produttività o il senso di appartenenza e rafforzare la cultura aziendale. Ma secondo Francesco Seghezzi, sociologo e presidente della Fondazione Adapt, creatura del giuslavorista Marco Biagi, dietro ci sono carenze organizzative: le aziende che ora iniziano a negare il lavoro da remoto “sono quelle rimaste ancorate a logiche di controllo sul dipendente e che, durante il Covid, hanno visto nel lavoro agile solo una riduzione di costi e spazi senza accompagnarlo a un reale cambiamento organizzativo e di paradigma”. Per questo motivo, “ora stanno inevitabilmente tornando indietro”. PALAZZO CHIGI: SMART WORKING DIMEZZATO, DIPENDENTI VERSO LO SCIOPERO A inizio febbraio, nell’ambito del rinnovo del contratto 2019-2021, circa tremila dipendenti di Palazzo Chigi si sono visti dimezzare lo smart working, limitato a un solo giorno a settimana dai due precedenti. Per chi lavora alla Presidenza del Consiglio la scelta è inaccettabile: i lavoratori si sono detti pronti allo sciopero. Due giorni a casa sono un “obiettivo minimo di negoziazione”, hanno scritto in un documento approvato il 10 febbraio. UBISOFT: RIENTRO OBBLIGATORIO 5 GIORNI SU 5 Si è conclusa giovedì 12 febbraio la tre giorni di sciopero dei dipendenti Ubisoft, multinazionale francese dei videogiochi. I circa 110 lavoratori del sito di Assago (Milano) hanno protestato contro la decisione di ritirare il lavoro agile, imponendo il rientro in presenza cinque giorni su cinque. La scelta si inserisce in una ristrutturazione aziendale volta a migliorare le performance, ridurre i costi e superare – spiega il gruppo – una fase finanziaria difficile. “Ci hanno informato di una serie di cambiamenti organizzativi legati a un momento complesso che l’azienda sta attraversando a livello internazionale – spiega Andrea Rosafalco della Fiom Cgil -. Ma molti hanno organizzato la propria vita contando sul lavoro a distanza: c’è chi ha scelto di vivere fuori Milano, chi in altre regioni, perché non può sostenere i costi della città”. La formula mista “massimizza il valore delle professionalità individuali, portando beneficio all’organizzazione”. STELLANTIS: ADDIO GRADUALE AL “METODO TAVARES” Poco più di una settimana fa è stato l’amministratore delegato Antonio Filosa a comunicare la stretta sul lavoro agile: “Cari colleghi, è tempo di tornare in ufficio”, ha detto durante una riunione del 9 febbraio. Il dietrofront sarà graduale e dovrebbe completarsi nel 2027, coinvolgendo tutti i lavoratori in Italia. Il gruppo conta circa 30mila dipendenti, di cui 10mila attualmente da remoto. Lo smart working rientrava nel cosiddetto “metodo Tavares” (il precedente ad), introdotto durante gli anni del Covid, con la possibilità di lavorare da casa due giorni alla settimana. Dopo le dimissioni dell’ex numero uno, a fine 2024, sono arrivati i cambiamenti organizzativi: già oggi il rientro prevede almeno tre giorni su cinque in presenza. Una modalità che continuerà per tutto il 2026. Dal 2027 solo ufficio. AMAZON, LA STRETTA PER “DIFENDERE LA CULTURA AZIENDALE” La decisione è scattata da gennaio 2025. Il motivo? Rafforzare la cultura aziendale, la collaborazione e la produttività. E la misura ha riguardato i dipendenti amministrativi del gruppo con rientro in presenza cinque giorni su cinque. Il ceo Andy Jassy ha parlato della necessità di preservare la “cultura Amazon” perché “il lavoro in presenza è più efficace per innovare e connettere i team”. “IL LAVORO AGILE RESTA UN ELEMENTO DI ATTRATTIVITÀ” Scelte che vanno inquadrate nei diversi tessuti produttivi nazionale. In Italia “chi lavora stabilmente da remoto costituisce circa il 15% dei lavoratori. E molte imprese non hanno nemmeno mai adottato davvero la possibilità di lavorare in smart working”, quantifica al Fatto.it Seghezzi. Che spiega: “In un contesto di forte concorrenza, lavorare da casa può essere percepito come un legame più debole con l’azienda e la presenza può rafforzare la permanenza dei dipendenti. Ma eliminare del tutto lo smart working rischia di creare malcontento” perché “il lavoro agile resta un elemento di attrattività“. Per questo motivo, conclude, “occorre trovare un equilibrio”. PRODUTTIVITÀ E BENESSERE: COSA DICONO I DATI Nonostante i cambi di rotta di alcune realtà, i numeri restano significativi. Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2025, il ricorso al lavoro agile è cresciuto dello 0,6%: circa 3,8 milioni di persone lavorano da remoto. In termini di efficienza, è la direttrice dell’Osservatorio Fiorella Crespi a fornire i dati. In un suo articolo, aggiornato al 29 gennaio, si legge che le iniziative di lavoro da remoto portano a un miglioramento della produttività tra il 15 e 20% per lavoratore. A questo si aggiunge una riduzione dei costi per spazi fisici e consumi energetici, stimata in circa 200 euro l’anno per postazione. Tra i benefici anche la riduzione dei tempi e dei costi di trasferimento – con due giornate a settimana da remoto si risparmiano circa 80 ore l’anno e circa 900 euro nel 2024 per ogni smart worker -, un miglioramento del work-life balance e un aumento del benessere psicologico e fisico. Di contro, tra le principali criticità segnalate ci sono senso di isolamento e distacco dall’organizzazione, tecnostress causato dall’uso intensivo e continuativo di strumenti digitali e overworking, ossia la tendenza a lavorare oltra l’orario previsto con un eccessivo dispendio di energie. L'articolo Dietrofront sul lavoro agile, perché molte aziende (e pure Palazzo Chigi) richiamano in sede i dipendenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Palazzo Chigi dimezza lo smart working a un giorno a settimana: i dipendenti pronti allo sciopero
I dipendenti della presidenza del Consiglio sono pronti allo sciopero, anche se la data non è ancora stata fissata. La decisione è stata presa all’unanimità durante un’assemblea dei lavoratori. È l’ultimo capitolo di una mobilitazione iniziata a fine gennaio per protesta contro la decisione dell’amministrazione di dimezzare lo smart working concesso ai dipendenti, limitandolo a un giorno a settimana. Inaccettabile per chi lavora a Palazzo Chigi: due giorni a casa sono “obiettivo minimo di negoziazione”, come ribadito in un documento approvato due giorni fa. Se non arriverà un passo indietro, quindi, scatterà l’astensione dal lavoro. I sindacati hanno scritto al Ministro per la pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, evidenziando “che l’orientamento alla riduzione dello smart working si pone in controtendenza rispetto ai più avanzati modelli organizzativi e manageriali” e che “lo scostamento rischia di produrre non solo effetti interni, ma anche ricadute esterne e reputazionali”, come ha riassunto la segretaria nazionale Fp Cgil, Giordana Pallone. “La vicenda inizia l’estate scorsa con la firma del contratto, che noi come Cgil non abbiamo firmato perché non c’era il lavoro agile – ha spiegatoPallone. “Come volevasi dimostrare, alla fine dell’anno molti dipartimenti hanno iniziato a restringere le giornate di lavoro agile e porre restrizioni nella possibilità di fruizione, ad esempio non attaccarle al fine settimana”. “Quanto sta avvenendo proprio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri rappresenta purtroppo il segnale di un ingiustificato e inaccettabile arretramento, che sta progressivamente coinvolgendo anche altre pubbliche amministrazioni”, ha commentato il segretario generale della Flp, Marco Carlomagno. “Si stanno introducendo ostacoli privi di reali motivazioni, a fronte del fatto che in questi anni l’utilizzo delle diverse modalità di lavoro da remoto ha consentito di conciliare efficacemente le esigenze di vita e di lavoro e, al tempo stesso, di garantire la continuità e la qualità dei servizi a cittadini e imprese”. Per Roberto Cefalo, segretario generale aggiunto Flp, la scelta è tanto più incomprensibile perché “la Presidenza per prima ha applicato il lavoro agile. Ci sono state una serie di interlocuzioni, poi una lettera al ministro della Pa, ed è stato chiesto un incontro al sottosegretario Alfredo Mantovano, nel frattempo lo sciopero è stato annunciato ma non fissato”. L'articolo Palazzo Chigi dimezza lo smart working a un giorno a settimana: i dipendenti pronti allo sciopero proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Paolo Zangrillo
È un flop il visto italiano per i nomadi digitali. Che arrivano come turisti, non pagano le tasse e non sostengono i territori
Il visto per i nomadi digitali in Italia, almeno per ora, sembra esistere più sulla carta che nella realtà. A oltre un anno dalla sua introduzione, che ha reso l’Italia il 64esimo Paese al mondo a dotarsi di uno strumento per attrarre lavoratori stranieri “altamente qualificati”, mancano ancora i dati fondamentali per valutarne l’impatto. “Non si hanno notizie sui visti richiesti né su quelli concessi, un silenzio che solleva interrogativi sull’efficacia della normativa”, si legge nell’ultimo Report italiano sul Nomadismo Digitale. Il decreto del 29 febbraio 2024 che ha introdotto il visto aveva l’obiettivo dichiarato di attrarre professionisti extraeuropei e favorirne l’insediamento nei borghi e nelle aree interne, in linea con il Piano Nazionale Borghi del Pnrr contro lo spopolamento. Ma il bilancio, finora, appare tutt’altro che incoraggiante. L’Italia non figura tra le destinazioni più appetibili per chi lavora da remoto: nella classifica internazionale della piattaforma ChicksX del 2025, solo Roma e Milano compaiono tra le prime 95 mete globali, rispettivamente al 38° e al 40° posto. NomadList, uno dei principali punti di riferimento sul lavoro da remoto, conferma la marginalità del Paese, liquidandolo con una formula eloquente: “Bellissima da visitare, ma difficile da vivere” Una reputazione confermata anche dalle discussioni online. Basta digitare “digital nomadism in Italy” su forum pubblici come Reddit per imbattersi in commenti ricorrenti sulla burocrazia e sui permessi di soggiorno. “Per quanto riguarda il visto, buona fortuna. Assicurati di avere la pazienza di un santo”, scrive un utente. Le cause del flop emergono con chiarezza dalle testimonianze raccolte dall’Osservatorio dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali. Il primo ostacolo è la soglia di reddito richiesta: circa 28mila euro annui, un livello che restringe l’accesso ai soli lavoratori più abbienti. A questo si sommano procedure complesse, consolati sovraccarichi, tempi di attesa che possono superare i quattro mesi e un’ampia discrezionalità nelle decisioni. Non ultimo, l’obbligo di presentare un contratto di affitto annuale prima ancora dell’approvazione del visto. Il risultato è prevedibile: molti nomadi digitali extraeuropei entrano in Italia come turisti, restano per i 90 giorni consentiti dallo spazio Schengen e poi se ne vanno. Non si registrano come residenti, non pagano le tasse in Italia e non entrano in relazione con le economie locali. “Si chiede loro di sostenere i territori, ma li si costringe a restare turisti“, sintetizza Alberto Mattei, presidente dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali. Nei mesi scorsi, durante la discussione sulla legge di Bilancio, è stato presentato un emendamento che avrebbe dovuto rendere più attrattivo il sistema italiano per i nomadi digitali. La proposta, promossa nell’ambito di un’istruttoria avviata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e inizialmente destinata a confluire nel disegno di legge collegato alla legge di bilancio denominato Destinazione Italia, prevedeva agevolazioni fiscali per i lavoratori stranieri che trasferiscono la residenza fiscale pur lavorando da remoto per aziende estere. In particolare, l’emendamento ipotizzava una tassazione ridotta del 50% sui redditi prodotti nella Penisola, fino a un massimo di 600.000 euro annui. La proposta non è però entrata nella versione finale della manovra. L’Associazione Italiana Nomadi Digitali si interroga comunque sull’impostazione del provvedimento e solleva una domanda: perché non estendere eventuali agevolazioni anche agli smart worker italiani che scelgono di trasferirsi e avviare un’attività digitale nelle aree interne? Il nodo, secondo l’associazione, è anche concettuale. Il decreto del 29 febbraio 2024 definisce i nomadi digitali esclusivamente come cittadini extra-Ue altamente qualificati, riducendo il fenomeno a una questione migratoria. “È una definizione limitativa, che ignora le dinamiche della mobilità interna e comunitaria legate allo smart working”, osserva Mattei. “Non bastano singoli incentivi: servono politiche strutturate e replicabili anche per i giovani professionisti italiani che decidono di spostarsi”. Oggi, invece, il nomadismo digitale viene trattato come una variante del turismo. “Il nomade è visto come un viaggiatore con il laptop nello zaino, non come un potenziale nuovo abitante”, conclude Mattei. Una visione che rischia di lasciare l’Italia ai margini di un fenomeno globale in crescita, stimato tra i 40 e gli 80 milioni di persone, e di rafforzare proprio quel modello di turismo mordi e fuggi che il Paese dice di voler superare. Per questo l’Associazione Italiana Nomadi Digitali chiede un cambio di approccio e propone l’istituzione di una cabina di regia nazionale che coordini il fenomeno, sia per la mobilità dall’estero sia per quella interna. Tra le misure avanzate figurano la semplificazione delle procedure di visto, la creazione di una piattaforma nazionale per i lavoratori da remoto stranieri, contratti dedicati, nuove regole per le microimprese digitali e forme di locazione temporanea più flessibili. Al centro della proposta c’è anche l’introduzione di una nuova figura giuridica, quella del “residente temporaneo di comunità”, pensata per favorire un radicamento reale nei territori e non una semplice presenza di passaggio. Senza una riforma organica, avverte l’associazione, “il rischio è continuare a inseguire il fenomeno senza governarlo: perdere lavoratori qualificati, lasciare irrisolto il problema dello spopolamento delle aree interne e ridurre il nomadismo digitale a una variante del turismo breve”. L'articolo È un flop il visto italiano per i nomadi digitali. Che arrivano come turisti, non pagano le tasse e non sostengono i territori proviene da Il Fatto Quotidiano.
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