Cinquanta Paesi riuniti a Washington per discutere di minerali critici e della
strategia per contrastare il monopolio cinese. Proprio nei minuti in cui Donald
Trump e Xi Jinping parlavano al telefono, commentando la “bontà” del loro
rapporto e della loro comunicazione. L’incontro, a cui era presente in
rappresentanza dell’Italia il ministro degli Esteri Antonio Tajani, è il primo
nel suo genere organizzato dall’amministrazione Trump e ha un obiettivo
ambizioso: creare un blocco unico di paesi che, grazie ai dazi doganali, possa
contrastare il monopolio sulle terre rare di Pechino. Alla fine del vertice gli
Stati Uniti, la Ue e il Giappone hanno annunciato una partnership strategica ad
hoc per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento, guardando a
un più ampio accordo commerciale con partner affini che potrebbe includere
prezzi minimi adeguati alle frontiere e sussidi per colmare i differenziali di
prezzo. In una dichiarazione congiunta, si afferma che Stati Uniti, Unione
europea e Giappone si sono impegnati a concludere un memorandum d’intesa entro
30 giorni.
Il vicepresidente JD Vance ha commentato: “Credo che molti di noi abbiano
imparato a proprie spese, nell’ultimo anno, quanto le nostre economie dipendano
da questi minerali critici. Quella che si presenta a tutti noi è un’opportunità
di autosufficienza, che ci permetterà di non dipendere da nessun altro se non da
noi stessi per i minerali critici necessari a sostenere le nostre industrie e la
crescita”. I minerali critici sono fondamentali per la produzione di una vasta
gamma di prodotti, dai motori a reazione agli smartphone e la Cina domina da
anni questo mercato.
La nuova strategia è stata annunciata dopo che la Cina – che gestisce il 70%
dell’estrazione e il 90% della lavorazione delle terre rare a livello mondiale –
ha ridotto il flusso di questi elementi in risposta alla guerra dei dazi di
Trump. Le due superpotenze hanno raggiunto una tregua di un anno dopo l’incontro
dello scorso ottobre tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, concordando
una riduzione dei dazi e delle restrizioni sulle terre rare. Tuttavia, le
limitazioni imposte dalla Cina restano più severe rispetto a prima
dell’insediamento di Trump. “Non vogliamo mai più trovarci nella situazione in
cui ci siamo trovati un anno fa”, ha dichiarato il presidente americano.
Trump ha anche deciso di iniettare denaro pubblico nel settore. Il Pentagono ha
infatti stanziato quasi 5 miliardi di dollari nell’ultimo anno per assicurare
l’accesso a questi materiali.
“Vogliamo garantire una fornitura diversificata di minerali critici e catene di
approvvigionamento sicure e resilienti in tutto il mondo, in modo che tutte le
nostre economie possano prosperare senza che questi elementi possano mai essere
utilizzati, nel peggiore dei casi, come strumento di pressione contro di noi, o
senza che si verifichino altre interruzioni del mercato che potrebbero minare la
nostra sicurezza economica collettiva”, ha detto il segretario di Stato, Marco
Rubio. Secondo il capo della diplomazia di Washington, questo piano aiuterà
l’Occidente a superare il problema di accesso alle materie prime critiche:
“Ognuno di voi ha un ruolo da svolgere, ed è per questo che siamo grati per la
vostra presenza a questo incontro che, spero, porterà non solo ad altri
incontri, ma anche ad azioni concrete”.
Solo due giorni fa Trump ha annunciato il Progetto Vault, un piano per la
creazione di una riserva strategica di elementi rari, finanziato con un prestito
di 10 miliardi di dollari dalla U.S. Export-Import Bank e con quasi 1,67
miliardi di dollari di capitale privato. La strategia delle scorte potrebbe
contribuire a creare un sistema di prezzi “più organico” che escluda la Cina,
che ha sfruttato il suo dominio per influenzare il mercato con prodotti a prezzi
inferiori al fine di indebolire la concorrenza. “Lanciamo quello che sarà
conosciuto come Project Vault per garantire che le aziende e i lavoratori
americani non subiscano mai danni a causa di eventuali carenze”, queste le
parole di Trump alla Casa Bianca, affiancato dalla ceo di General Motors, Mary
Barra, e dall’imprenditore del settore minerario, Robert Friedland. La riserva,
una novità assoluta per il settore civile statunitense, sarà formata da terre
rare e minerali critici come gallio e cobalto, fondamentali per la produzione di
batterie, smartphone, motori per jet, radar e veicoli elettrici. L’obiettivo è
attenuare l’impatto di improvvise interruzioni delle forniture e di conseguenti
forti oscillazioni dei prezzi, in un contesto globale sempre più contraddistinto
da crescenti tensioni. Il progetto coinvolge già più di una decina di grandi
gruppi industriali, tra cui Gm, Stellantis, Boeing, Corning, Ge Vernova e
Google. Parallelamente, l’Amministrazione sta proseguendo la strategia
diplomatica legata alle materie prime. Gli Stati Uniti hanno già siglato accordi
di cooperazione con Australia, Giappone, Malesia e altri Paesi e puntano ad
ampliare ulteriormente la rete.
L'articolo Minerali critici e terre rare, partnership strategica tra Usa, Ue e
Giappone per contrastare lo strapotere cinese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Economia
La Commissione per il Commercio Internazionale del Parlamento europeo è tornata
a sedersi al tavolo per ratificare l’accordo sui dazi tra gli Stati Uniti e
l’Unione. A fine gennaio, la ratifica era stata congelata in seguito alle
pressioni del presidente Donald Trump sulla questione Groenlandia. Una votazione
potrebbe tenersi già nella prossima riunione della commissione, fissata per
martedì 24 febbraio. Dopo il passaggio in commissione, il testo dovrebbe poi
approdare alla plenaria di marzo per le successive decisioni. La maggioranza dei
relatori ombra – responsabili nominati da gruppi politici con il compito di
seguire delle proposte legislative – ha deciso di riprendere i lavori sulle due
proposte legislative legate agli accordi di Turnberry, l’intesa siglata il 27
luglio 2025 per scongiurare una guerra commerciale.
A riferirlo è stato Bernd Lange (S&D), presidente della commissione e relatore
permanente del dossier, confermando la ripartenza dell’iter parlamentare. “I
membri della Commissione per il Commercio rimangono impegnati a portare avanti
rapidamente i lavori sulle due proposte legislative” ha spiegato Lange, ma
soltanto “a condizione che gli Stati Uniti rispettino l’integrità territoriale e
la sovranità dell’Unione e dei suoi Stati membri e onorino i termini
dell’accordo Turnberry”.
Nello stesso quadro, la commissione ha concordato di inserire tra i motivi di
sospensione anche eventuali minacce alla sicurezza dell’Unione o dei suoi Stati
membri, comprese la loro integrità territoriale. “Sebbene oggi riprendiamo la
procedura legislativa, il messaggio è chiaro: non si tratta di un assegno in
bianco”, ha chiarito Lange. E ha rincarato la dose: “Per questo motivo dobbiamo
stabilire limiti chiari ed essere pronti a congelare i negoziati o
l’applicazione dell’accordo Ue-Usa in qualsiasi momento, se la situazione lo
richiederà”. Sul capitolo acciaio e alluminio ha aggiunto: “Gli Stati Uniti
hanno violato l’intesa Turnberry aumentando i dazi al 50% su oltre 400 prodotti
in acciaio e alluminio dell’Ue”, una mossa inaccettabile”. E ha continuato:
“Finché i dazi statunitensi non saranno abbassati al 15%, non potrà esserci
accesso esente da dazi per l’acciaio e l’alluminio statunitensi al mercato
europeo”.
Hanno invece votato per la ripresa dell’iter di approvazione degli accordi sui
dazi con gli Usa il Ppe assieme alle destre dei Patrioti ed Ecr. Il gruppo
Socialisti e Democratici ha invece annunciato che “non sosterrà né voterà a
favore di alcun accordo con gli Stati Uniti fintanto che il presidente Trump
continuerà a minare la sovranità dell’Europa”. Secondo quanto riferito, il
gruppo insiste su alcuni punti: una clausola di sospensione “solida, completa ed
efficace” che copra tutte le minacce alla sovranità europea, l’equità su acciaio
e alluminio, l’attivazione dello strumento anti-coercizione, garanzie sulla
sicurezza dell’Artico e una clausola di caducità limitata nel tempo,
preferibilmente a 18 mesi. Kathleen Van Brempt, vicepresidente S&D per il
commercio internazionale, ha dichiarato: “Non si può continuare come se nulla
fosse successo con gli Stati Uniti. Fin dal primo giorno del suo secondo
mandato, il presidente Trump ha condotto una guerra tariffaria, minando il
commercio basato sulle regole e minacciando l’autonomia strategica dell’Europa.
La fiducia è stata tradita”.
Per Brando Benifei, eurodeputato del Partito Democratico e coordinatore del
gruppo nella commissione Commercio, “la lezione delle ultime settimane è chiara:
quando l’Europa è unita e ferma, l’amministrazione statunitense ci prende sul
serio”. Per questa ragione “l’UE deve attivare subito lo strumento
anti-coercizione, non come ultima risorsa, ma per essere pronta a difendere le
nostre industrie, i nostri posti di lavoro e i nostri cittadini con contromisure
tempestive e mirate”.
L'articolo Dazi, al Parlamento Ue riparte l’iter di ratifica dell’accordo con
gli Usa. “Ma sarà congelato in caso di minacce alla nostra sicurezza” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
La crescita italiana resta troppo debole per tradursi in un vero recupero del
potere d’acquisto. Nelle previsioni aggiornate di febbraio, l’Ufficio
parlamentare di bilancio fotografa un’economia italiana destinata a muoversi su
un sentiero di bassa crescita strutturale, con il pil destinato ad aumentare
appena dello 0,7% nel 2026 e nel 2027. E alla fine del biennio, avverte
l’organismo indipendente, le retribuzioni reali resteranno ancora inferiori di
circa due punti percentuali rispetto ai livelli del 2021, nonostante il rientro
dell’inflazione e il graduale aumento dei redditi nominali.
Il quadro delineato dalla Nota sulla congiuntura è quello di una ripresa
fragile, ben lontana dalle speranze della premier Giorgia Meloni. A sostenerla è
quasi esclusivamente la domanda interna e, ancora una volta, l’ipotesi di
un’attuazione integrale del Pnrr. Dopo una fase di sostanziale stagnazione nei
trimestri centrali del 2025, l’economia ha mostrato un lieve rafforzamento nello
scorcio finale dell’anno, che ha visto un incremento congiunturale del Pil dello
0,3%. Ma il contributo della domanda estera è negativo, gli investimenti
rallentano rispetto al rimbalzo del 2025 e la crescita poggia solo sull’aumento
delle ore lavorate, mentre “la produttività oraria e la popolazione in età
lavorativa hanno frenato”.
In corso d’anno la crescita delle retribuzioni contrattuali orarie si è poi
progressivamente attenuata, scendendo dal 3,9% tendenziale del primo trimestre
al 2,8% dell’ultimo, con una media annua del 3,1%. Il rallentamento riguarda
soprattutto il settore privato, mentre nella Pubblica amministrazione la
dinamica è stata sostenuta dai rinnovi contrattuali nei comparti
dell’istruzione, della ricerca e della sanità. Oltre il 42% dei dipendenti del
privato risulta ancora in attesa di rinnovo.
Il problema è che il recupero nominale non basta. In termini reali, ricorda
l’Upb, le retribuzioni orarie risultano ancora circa l’8,6% inferiori ai livelli
medi del 2020, e la moderazione dell’inflazione registrata nel 2025 ha solo
arrestato l’erosione senza innescare una vera inversione di tendenza. Anche
guardando avanti, il recupero resta parziale: il miglioramento atteso del potere
d’acquisto delle famiglie nel biennio 2026-27, stimato intorno all’1,5% medio
annuo, non sarà sufficiente a riportare i salari reali ai valori pre-fiammata
inflazionistica.
Il mercato del lavoro, inoltre, si conferma attraversato da squilibri
strutturali. “La struttura occupazionale, così come la popolazione, appare
sempre più sbilanciata verso le età mature“, con una continua crescita dei
lavoratori over 50 per effetto sia di requisiti di pensionamento più stringenti
sia delle dinamiche demografiche e di invecchiamento della popolazione. In
parallelo continua la riduzione degli occupati tra i 15-24enni, che dura da otto
trimestri. Preoccupa anche l’andamento dell’inattività: “Rimane elevata tra i
giovani, le donne e nel Mezzogiorno” e “nei mesi estivi è aumentata al 33,3%
(dal 33,1), soprattutto tra i più giovani, il cui tasso sfiora il 51% nella
fascia 15-34 anni e raggiunge il 57,2 per le donne.
L'articolo L’Ufficio parlamentare di bilancio: “A fine 2027 i salari reali
saranno ancora inferiori di due punti rispetto a quelli del 2021” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
A gennaio 2026 l’inflazione rallenta leggermente ma resta sostenuta sui beni di
prima necessità. Secondo le stime preliminari dell’Istat, l’indice nazionale dei
prezzi al consumo (Nic), al netto dei tabacchi, registra un aumento dell’1% su
base annua, in calo rispetto all’1,2% di dicembre. Su base mensile l’indice
cresce dello 0,4%. A trainare l’aumento dei prezzi sono soprattutto gli
alimentari, sia non lavorati (+2,5%) sia lavorati (+2,2%), insieme ai servizi
relativi all’abitazione (+4,4%), ai tabacchi (+3,3%) e ai servizi ricreativi,
culturali e per la cura della persona (+3%). Il cosiddetto “carrello della
spesa”, che comprende beni alimentari, per la cura della casa e della persona,
segna un rincaro del 2,1% su base annua, mentre l’inflazione di fondo, al netto
di energetici e alimentari freschi, si attesta all’1,8%.
Nel confronto tra beni e servizi emerge un forte divario: i prezzi dei beni
risultano in lieve calo su base tendenziale (-0,2%), mentre quelli dei servizi
crescono del 2,5%, con un differenziale di 2,7 punti percentuali. La dinamica
congiunturale (+0,4%) è spiegata in particolare dagli aumenti degli energetici
regolamentati (+8,7%), dei servizi legati all’abitazione (+1,9%) e dei prodotti
alimentari, mentre l’unica flessione mensile significativa riguarda i servizi di
trasporto (-3,7%).
L’inflazione acquisita per il 2026 sale allo 0,4% per l’indice generale (era
nulla a dicembre) e allo 0,5% per la componente di fondo. In base alle stime
preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) registra una
variazione dell’1,0% su base annua e una flessione dell’1% su base mensile.
Nello stesso meso l’inflazione annua nell’area euro in gennaio è calata
all’1,7%, dal 2% di dicembre, secondo la stima preliminare di Eurostat. In
flessione anche l’inflazione core, al netto delle componenti più volatili (cibo,
energia, alcolici e tabacchi), al 2,2% dal 2,3% di dicembre. Tra le principali
componenti dell’inflazione dell’Eurozona, i servizi registrano il tasso annuo
più elevato a gennaio (3,2%, rispetto al 3,4% di dicembre), seguiti da
alimentari, alcol e tabacco (2,7%, rispetto al 2,5% di dicembre), beni
industriali non energetici (0,4%, rispetto allo 0,3% di dicembre) ed energia
(-4,1%, rispetto al -1,9% di dicembre).
L'articolo A gennaio l’inflazione rallenta a +1% anno su anno. Per il carrello
della spesa rincari del 2,1% proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nove milioni di multa per la società eDreams, il popolare servizio online per
confrontare i prezzi di viaggio e prenotare biglietti. La sanzione è stata
deliberata dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, per due
distinte pratiche commerciali scorrette basate sui cosiddetti dark patterns. Per
indurre gli utenti a sottoscrivere l’abbonamento Prime (talvolta
inconsapevolmente), la società avrebbe utilizzato prospetti ingannevoli e
tecniche di indebito condizionamento, incluse strategie manipolative. Secondo
l’Autorità “eDreams ha presentato l’offerta di Prime fornendo informazioni
ambigue sulle caratteristiche e sui vantaggi, sfruttando tecniche di time
pressure e di artificial scarsity”, in modo da affrettare la scelta d’acquisto
guidando il consumatore verso l’abbonamento aggiuntivo. Anche gli sconti
sarebbero stati presentati in in modo “ingannevole”, con poca trasparente sulle
effettive differenze di prezzo.
Compromessa, dunque, la libera scelta del consumatore, perché “eDreams ha
preselezionato la versione più costosa dell’abbonamento, ossia Prime Plus”.
L’Autorità ha sottolineato anche le pratiche scorrette sul periodo di prova
“gratuito”: agli utenti privi dei requisiti per accedervi, dopo essere stati
indotti ad aderire, è stato addebitato immediatamente il prezzo dell’abbonamento
annuale, senza adeguato avviso. Comportamenti, per il Garante, ingannevoli e
aggressivi, in violazione del Codice del consumo: ecco perché è arrivata la
sanzione pari a 6 milioni di euro. I restanti 3 milioni invece sono il frutto
degli ostacoli all’esercizio del diritto di recesso (anche tramite il servizio
clienti) per per intralciare le disdette, prima della scadenza del periodo di
prova e durante la vigenza dell’abbonamento Prime.
L'articolo Edreams, “pratiche ingannevoli e aggressive” sugli abbonamenti: multa
del Garante da 9 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 59,5% dei nidi e delle sezioni primavera – nonostante il calo delle nascite –
non riesce ad accogliere tutte le domande di iscrizione per carenza di posti. In
media ci sono 31,6 posti ogni 100 bambini: ancora sotto il target europeo sul
tasso di frequenza fissato per il 2010 (33%), per non parlare del 45% che
l’Italia dovrebbe raggiungere nel 2030. Le richieste non soddisfatte superano il
10% in quasi il 70% dei casi e superano il 25% nel 22,9% dei casi. Sono i dati
sconfortanti sull’anno educativo 2023/2024 diffusi dall’Istat, da cui emerge un
aumento dell’offerta trainato dal settore privato e insufficiente a colmare il
divario tra Nord e Sud. Dati che “confermano le nostre preoccupazioni e le
nostre rivendicazioni”, commenta la segretaria confederale della Cgil Daniela
Barbaresi. A partire dai “troppi ritardi nella realizzazione dei progetti del
Pnrr: a pochi mesi della scadenza è stato speso solo il 39% dei 3,8 miliardi di
euro di finanziamenti per asili nido e scuole dell’infanzia, e solo l’8% delle
opere risulta completato”. Morale: “Non basta costruire le strutture se non si
garantiscono le risorse per renderle operative: per raggiungere l’obiettivo del
45% (Barcellona 2030), non solo vanno attivati almeno altri 165mila posti
rispetto a quelli censiti dall’Istat, ma per permettere la gestione diretta da
parte dei Comuni sono necessari almeno 1,6 miliardi di euro in più all’anno per
la spesa corrente e 37mila educatrici/tori in più”.
Ripartiamo dai dati Istat. I servizi attivi oggi risultano 14.570, in aumento
del 3,8% rispetto al precedente anno educativo, per un totale di quasi 378.500
posti autorizzati al funzionamento (+3,4%). L’incremento è guidato dal settore
privato, che assorbe il 78,4% dei circa 12.500 posti aggiuntivi rispetto
all’anno educativo precedente mentre solo il 21,6% dei nuovi posti riguarda
servizi a titolarità comunale. Ma resta irrisolto il problema della domanda
insoddisfatta. Anche perché sempre nel 2023-2024, come rilevato nel report,
circa la metà dei gestori di nidi e sezioni primavera (49,9%) ha rilevato un
aumento delle domande di iscrizione rispetto all’anno precedente. L’aumento
“riguarda sia il settore pubblico sia il privato e sembra correlato al crescente
riconoscimento della funzione educativa del nido, oltre che alla maggiore
diffusione del Bonus asilo nido che ha reso più sostenibili le rette per le
famiglie. Una parte dei potenziali beneficiari, tuttavia, non riesce ancora ad
accedere al servizio a causa della persistente carenza di posti disponibili”,
sottolinea l’Istat.
Il tasso di frequenza ha visto un incremento, anche a causa del calo delle
nascite, ma come già detto non abbastanza da raggiungere il target europeo
fissato per il 2010: le regioni del Sud e delle Isole, esclusa la Sardegna, sono
ben al di sotto del parametro del 33%, con una media rispettivamente del 19,0% e
19,5%. L’Italia centrale presenta la media più alta (40,4%), con un picco del
48,4% in Umbria. Seguono il Nord-est (39,1%) e il Nord-ovest (36,6%). Nei
capoluoghi di provincia si registrano in media 39,8 posti ogni 100 bambini,
mentre nei comuni non capoluogo la media scende a 28,2: una differenza di 11,6
punti percentuali. Al Nord e al Centro anche i Comuni non capoluogo hanno
superato, in media, il parametro del 33% di copertura e quelli capoluogo del
Nord-est e del Centro hanno anche ampiamente superato l’obiettivo europeo
fissato per il 2030, mentre quelli del Nord-ovest sono di poco al di sotto. Nel
Sud e nelle Isole, invece, persino i Comuni capoluogo restano lontani dal
precedente parametro europeo del 33% e la distanza è ancora maggiore nei Comuni
non capoluogo.
Nel Meridione, contraddistinto storicamente da una carenza di offerta, i dati
dell’istituto di statistica segnalano un miglioramento, ma l’offerta resta
lontana da quella del Centro-Nord. Le liste d’attesa nel Mezzogiorno sono più
lunghe, con un quarto delle domande insoddisfatte nel 28,9% dei casi contro il
19,9% al Centro e il 21,3% al Nord. La presenza di richieste in lista d’attesa è
più frequente nel settore pubblico (68,9%), ma riguarda anche il privato (54%).
Nel Mezzogiorno, l’esubero delle domande rispetto ai posti si distribuisce in
maniera uniforme tra servizi pubblici e privati, mentre al Nord e al Centro
l’eccedenza di richieste riguarda maggiormente i nidi di titolarità comunale.
“Siamo al paradosso: un governo che fa propaganda assordante sul contrasto alla
denatalità e non muove un dito per garantire ai bambini e bambine di questo
Paese il diritto a percorsi educativi sin dai primissimi mesi di vita”, attacca
Barbaresi. “Preoccupano le pesanti diseguaglianze territoriali nella
disponibilità di posti, che restano sostanzialmente inalterate, con ben sette
regioni che non arrivano ancora al 33% nel rapporto posti/bambini: Abruzzo,
Basilicata, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania”. Non solo: “Se da un
lato c’è un problema di posti insufficienti altrettante criticità si riscontrano
nella spesa a carico delle famiglie che sostengono quote di compartecipazione
spesso troppo alte, rette che, nonostante i bonus, per molti nuclei non sono
sostenibili e condizionano la scelta di affidamento dei bambini ai nidi”.
L'articolo Aumentano i nidi, ma il 60% non riesce ad accogliere tutte le
domande. Cgil: “Servono altri 165mila posti e 37mila educatori” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
SpaceX di Elon Musk ha acquisito la sua azienda di intelligenza artificiale xAI.
Musk ha deciso di unire le due aziende di sua proprietà in un’unica compagnia.
L’acquisizione, come si legge nella nota di Musk, ha come obiettivo la creazione
del “motore di innovazione verticalmente integrato più ambizioso sulla Terra (e
fuori dalla Terra)”. Un obiettivo che il magnate conta di raggiungere con
l’unione delle capacità missilistiche di SpaceX e la tecnologia di xAI.
L’obiettivo è implementare il sistema di data center spaziali, infrastrutture
informatiche avanzate, posizionate nell’orbita terrestre, e capaci di archiviare
ed elaborare dati.
La fusione giunge in un periodo storico in cui i finanziamenti per lo sviluppo
dell’intelligenza artificiale iniziano a mostrare segni di tensione: la
crescente domanda di elettricità per l’elaborazione dei dati dell’intelligenza
artificiale potrebbe iniziare a creare gravi problemi ambientali; per questo
motivo Musk vuole lanciare una costellazione di satelliti con funzione di data
center orbitali “senza imporre difficoltà alle comunità e all’ambiente della
Terra”, così da “sfruttare direttamente l’energia solare pressoché costante con
costi operativi e di manutenzione ridotti”. Queste le parole dell’imprenditore
sudafricano nella nota.
Musk aveva già fuso X con xAI dopo aver acquisito Twitter alla fine del 2022.
xAI, che gestisce il chatbot Grok, è stata valutata 230 miliardi di dollari in
un round di finanziamento di gennaio.
La nuova società, frutto della fusione, riunirebbe capitali, risorse
informatiche e talenti per diventare la nuova guida nel settore
dell’intelligenza artificiale.
L'articolo Elon Musk fonde SpaceX e xAI: nasce colosso dei data center spaziali
proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Italia sono circa 1,5 milioni le famiglie che vivono in una condizione di
“grave disagio abitativo“. Schiacciate dall’aumento dei canoni d’affitto e, in
misura minore, delle rate dei mutui. A stimarlo è Nomisma, che nell’ultima
edizione dell’Osservatorio sul Mercato Immobiliare lancia un nuovo allarme sul
costo dell’abitare, ormai fuori scala rispetto ai redditi disponibili di una
parte crescente della popolazione.
Secondo la società di consulenza, il disagio abitativo riguarda il 15,5% delle
famiglie italiane e si misura quando la spesa per la casa supera il 30% del
reddito, soglia tradizionalmente considerata il limite della sostenibilità. Una
condizione che non colpisce più soltanto le fasce sociali tradizionalmente
intercettate dall’edilizia residenziale pubblica, ma coinvolge sempre più spesso
nuclei monoreddito, lavoratori con paghe da fame e single, che restano ai
margini di un mercato sempre meno accessibile.
A essere più esposte sono soprattutto le famiglie in affitto, che rappresentano
il 78% del totale delle famiglie che vivono una situazione di disagio. Qui si
concentra il cuore del problema: il sovraffollamento del segmento della
locazione, causato da una domanda crescente a fronte di un’offerta ridotta, ha
impresso una nuova spinta ai canoni, saliti del 3,5% su base annua, con
un’impennata ancora più marcata per i contratti destinati agli studenti, che
registrano aumenti fino al 9,5%.
Il peso dell’affitto sui redditi varia anche a livello territoriale. L’incidenza
del canone supera la soglia di sostenibilità nel 31% dei casi nel Nord-Ovest,
nel 34% nel Centro e arriva al 41% nel Sud e nelle Isole. Il fenomeno si
concentra soprattutto nei grandi centri urbani: il 38% delle famiglie in disagio
vive in Comuni con oltre 200mila abitanti.
“Negli ultimi anni la diminuzione del potere d’acquisto dei redditi ha aumentato
l’onerosità delle spese per l’abitazione nei bilanci familiari, aggravando il
problema dell’affordability”, commenta Elena Molignoni, responsabile
dell’Osservatorio Immobiliare di Nomisma. Con il rischio che “interi distretti e
aree metropolitane non risultino più attrattive”.
Un segnale che trova riscontro anche nelle dinamiche locali. Lunedì Il Sole 24
Ore ha riportato uno studio di Scenari Immobiliari secondo cui a Milano, nelle
aree interessate dalle Olimpiadi invernali, gli affitti sono cresciuti tra il 5
e il 9% su base annua, con picchi nelle zone di Porta Romana e Santa Giulia,
dove le trasformazioni urbane legate ai grandi eventi stanno accentuando le
tensioni sul mercato della locazione.
In attesa del più volte annunciato e mai concretizzato Piano Casa del governo,
scrive la società di consulenza, sono necessarie “misure urgenti e straordinarie
per favorire la re-immissione sul mercato dei 4,5 milioni di immobili oggi vuoti
o sottoutilizzati da destinare alla ‘domanda debole'”, che non riesce più ad
accedere né al mercato dell’acquisto né a quello dell’affitto a prezzi di
mercato.
L'articolo “1,5 milioni di famiglie in grave disagio abitativo. Al Sud 4 su 10
spendono per l’affitto più del 30% del reddito” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’opposizione ha (finalmente) battuto un colpo sulle pensioni. La mozione
unitaria presentata alla Camera da Avs-Pd-M5S non ha solo puntato i riflettori
sull’ennesimo tradimento delle promesse elettorali da parte del governo di
Giorgia Meloni (flessibilità in uscita, superamento della legge Fornero con
“Quota 41”, innalzamento pensioni minime/sociali, pensione di vecchiaia per le
donne a 63 anni e 20 di contributi, pensione di garanzia per i giovani a minimo
1000 euro/mese), ma ha anche formulato una serie di proposte innovative. Tra le
misure più significative, il blocco strutturale dell’età pensionabile,
l’introduzione di canali di uscita anticipata specie per lavoratrici/lavoratori
più svantaggiati sulla scorta di misure quali APE sociale e Opzione Donna,
abolita con la legge di Bilancio 2026, maggiori tutele per i lavoratori
impiegati in mansioni usuranti, istituzione di una “pensione di garanzia” – un
importo pensionistico minimo legato agli anni di contribuzione (effettiva e
figurativa) e all’età di quiescenza – per le generazioni soggette al metodo
contributivo, nonché di una “pensione pubblica di garanzia universale” che
assicuri a tutti una tutela contro la povertà nella vecchiaia. Infine,
esclusione di ulteriore spesa pubblica volta a favorire la previdenza privata e
complementare a scapito delle pensioni pubbliche.
Se la valutazione puntuale di tali misure richiede la prioritaria inclusione
delle stesse in un quadro organico di riforma, con relativi dettagli e costi,
l’iniziativa delle opposizioni è però meritevole da almeno cinque diverse
angolature.
Primo, la mozione segna la fine di due decenni di assenza di visione e proposte
in campo pensionistico, da parte di una Sinistra che si è a lungo trincerata
dietro la tesi “con la riforma Dini del 1995 noi le grandi riforme le abbiamo
già fatte”, prima di immolarsi al paradigma dell’austerità con il suo corollario
di ricette neoliberiste, riforma Fornero-Monti (a lungo difesa dal PD) in
primis.
Secondo, le misure contenute nella mozione rivelano la consapevolezza, tra i
partiti di centro-sinistra, che il sistema attuale non regge: sostenibile lungo
la dimensione economico-finanziaria, l’architettura pensionistica disegnata
ormai trent’anni fa non è in grado di garantire una protezione adeguata ad ampia
parte dei lavoratori, sia rispetto alle condizioni di accesso alla quiescenza
sia riguardo l’importo degli assegni. Età pensionabili rigide, elevate e in
continuo aumento da un lato, e dall’altro un metodo contributivo senza
correttivi solidaristici, sullo sfondo di un mercato del lavoro sempre più
flessibile e precarizzato, rappresentano infatti una combinazione esplosiva con
drammatici effetti regressivi a sfavore delle lavoratrici e dei lavoratori meno
fortunati – a basso reddito e/o part time, con carriere frammentate, impiegati
in lavori gravosi, con minore aspettativa di vita. Proprio quei lavoratori che
hanno tradizionalmente rappresentato la base politica ed elettorale della
Sinistra, e che nell’ultimo quindicennio sono stati spesso ammaliati dalle
sirene elettorali della Destra.
Terzo, con le elezioni 2027 all’orizzonte, la mozione, presentata come
iniziativa unitaria, può rappresentare una tappa importante nella costruzione di
una credibile alternativa di governo progressista, e progressiva, a sinistra del
centro politico: in quanto prima voce di spesa pubblica, le pensioni sono
(sempre state) efficaci nel costruire e rinsaldare alleanze – in primo luogo con
la Cgil, ma anche con altre organizzazioni sindacali e movimenti sociali –
fungendo da catalizzatori di quote importanti di sostegno politico ed
elettorale.
Quarto, il lancio del guanto di sfida dai banchi dell’opposizione ha già
prodotto i suoi effetti. Se la maggioranza, come prevedibile, ha bocciato la
mozione di Avs-Pd-M5s, è però dovuta uscire allo scoperto rilanciando una serie
di proposte, anche in controtendenza con le misure incluse nella legge di
Bilancio solo un mese fa. In particolare, la maggioranza ha chiesto al governo
di “assumere iniziative volte ad ampliare progressivamente la flessibilità in
uscita” anche tramite nuovi strumenti che estendano “la platea dei beneficiari,
con particolare riferimento alle donne, ai lavoratori con carriere discontinue e
ai soggetti più deboli nel mercato del lavoro” oltre che di “proseguire
nell’azione di monitoraggio e intervento sugli effetti degli adeguamenti
automatici dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, anche attraverso
interventi correttivi in riduzione o di congelamento” degli stessi meccanismi
automatici.
In definitiva, la mozione segna il ritorno di una aperta competizione politica
sulla previdenza, superando l’idea che le pensioni siano meri “oggetti
economici” e che, di conseguenza, il funzionamento dei sistemi pensionistici
possa/debba essere affidato a meccanismi di “adeguamento automatico” – dell’età
pensionabile, dei coefficienti per il calcolo delle prestazioni, della
rivalutazione dei contributi versati. Questa idea è tanto ingenua quanto
irrealistica, come dimostrano sia la mossa dell’opposizione sia lo stillicidio
di provvedimenti annuali nell’ultimo decennio. Finché rimarranno “diritti
sociali”, le pensioni saranno sempre oggetto di competizione politica, ed è sano
che rimangano tali in una democrazia ben funzionante fondata su un
(auspicabilmente) elevato grado di responsiveness: l’“arte della politica”
richiede proprio di trovare quel bilanciamento virtuoso tra attenzione ai conti
pubblici e risposta efficace ai bisogni sociali dei cittadini.
L'articolo L’opposizione batte un colpo sulle pensioni: con la mozione di Pd,
M5S e Avs torna una vera competizione politica sulla previdenza proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Da un lato Washington che tratta le materie prime critiche come una priorità di
sicurezza nazionale e si prepara a investire quasi 12 miliardi di dollari per
crearne una riserva strategica e ridurre la dipendenza dalla Cina. Dall’altro
Bruxelles che arranca. E, secondo la Corte dei Conti europea, è ad alto rischio
di mancare l’obiettivo di un accesso sicuro ai materiali indispensabili per la
transizione energetica e digitale entro il 2030. La relazione speciale ad hoc
dei magistrati contabili pubblicata lunedì, proprio mentre la Casa Bianca
confermava l’avvio del “Progetto Vault” per proteggere settori industriali
chiave come automotive, elettronica, difesa ed energie rinnovabili da
interruzioni delle catene di rifornimento globali, ha un titolo quasi irridente
che non piacerà a Ursula von der Leyen, promotrice tre anni fa di un piano che
avrebbe dovuto garantire la sicurezza degli approvvigionamenti: “Una politica
non certo solida come una roccia“.
Secondo dati citati dalla Corte presieduta da Tony Murphy, almeno 10 delle 26
materie prime classificate come critiche dall’Ue – perché sono alla base di
batterie, turbine eoliche, pannelli solari, semiconduttori e tecnologie digitali
avanzate – vengono interamente importate da Paesi terzi. La concentrazione delle
forniture è un ulteriore fattore di rischio. Dalla Cina arrivano il 71% del
gallio, il 97% del magnesio, il 40% della grafite naturale e il 45% del germanio
importati dall’Ue. Per il boro, la dipendenza dalla Turchia raggiunge il 99%. La
vulnerabilità è nota da tempo e per affrontarla nel 2024 Bruxelles ha adottato
un Regolamento sulle materie prime critiche, fissando tre obiettivi al 2030:
coprire con estrazione interna almeno il 10% del fabbisogno europeo, trasformare
nell’Ue il 40% dei materiali consumati e garantire che almeno il 25% del consumo
provenga da fonti riciclate. Peccato che, come rileva la Corte dei conti, si
tratti di target non vincolanti, limitati a 14 materie prime strategiche e privi
di una spiegazione chiara sui criteri usati per definirli. E comunque, anche
dandoli per buoni, raggiungerli in pochi anni appare poco realistico senza un
deciso cambio di passo.
La strategia di diversificazione delle importazioni, per prima cosa, mostra
crepe. Negli ultimi cinque anni l’Ue ha firmato 14 partenariati strategici sulle
materie prime, sette dei quali con Paesi caratterizzati da bassi livelli di
governance. Ma solo sei tabelle di marcia scritte sulla base di quegli accordi
esplicitano dei termini di attuazione. Alcune iniziative sono rimaste bloccate –
come i negoziati con gli Stati Uniti, sospesi nel 2024 – mentre altre devono
ancora produrre effetti, come l’accordo Ue-Mercosur, che coinvolge Paesi ricchi
di risorse minerarie. Quanto alle intese con altri Paesi che hanno riserve di
materie prime o capacità di trasformazione notevoli, come Cile, Messico, Nuova
Zelanda e Regno Unito, “la Commissione non è in grado di dimostrare al momento
che abbiano contribuito ad aumentare l’approvvigionamento di materie prime
critiche nell’Ue”. Poi c’è il tasto dolente della Cina, che lo scorso aprile ha
imposto restrizioni all’esportazione di sette terre rare e magneti strategici
per le energie rinnovabili e altri settori industriali, rendendole soggette a
licenze. Risultato: allo scorso settembre “le autorità cinesi avevano approvato
solo 19 domande di licenza su 141, mentre 121 domande classificate come urgenti
erano ancora pendenti”. Reazione di Bruxelles? Non pervenuta: “Al dicembre 2025
la Commissione non aveva presentato reclami all’Organizzazione mondiale del
commercio”.
Anche il riciclo, indicato come uno dei pilastri della strategia europea, è al
palo. Dei 26 materiali necessari per la transizione energetica, sette hanno un
tasso di riutilizzo compreso tra l’1 e il 5% e dieci (compresi litio, gallio e
silicio metallico) non sono affatto riciclati. Gli obiettivi europei, non
differenziati per singola materia prima, non incentivano il recupero dei
materiali più complessi come le terre rare contenute nei motori elettrici o il
palladio nell’elettronica, né l’utilizzo di materiali riciclati nei processi
industriali. A pesare sono anche gli alti costi di trattamento, che rendono
impossibile competere con Pechino che ha dalla sua vantaggi di scala e basso
costo del lavoro.
Sul fronte dell’estrazione interna, infine, la Corte evidenzia un problema
strutturale di tempi e costi. Le attività di esplorazione sono poco sviluppate.
Anche quando vengono individuati nuovi giacimenti, passano fino a 20 anni perché
un progetto minerario entri in funzione. Un orizzonte incompatibile con la
scadenza del 2030. Nel frattempo, diversi impianti di trasformazione stanno
chiudendo, anche a causa degli alti costi energetici. Il che aggrava il rischio
di un circolo vizioso: senza approvvigionamenti sicuri non partono nuovi
investimenti industriali e senza una filiera industriale solida diventa più
difficile garantire l’accesso alle materie prime.
Non sorprende che le conclusioni siano tranchant: “Sebbene il regolamento sulle
materie prime critiche stabilisca un percorso strategico, i valori-obiettivo
perseguiti non sono giustificati e i dati sottostanti non sono solidi. Gli
sforzi di diversificazione delle importazioni devono ancora produrre risultati
tangibili e le strozzature ostacolano i progressi nella produzione e nel
riciclaggio a livello nazionale. Sebbene i progetti strategici possano
beneficiare di autorizzazioni più rapide e di una maggiore visibilità, molti di
essi avranno difficoltà a conseguire l’obiettivo di garantire la sicurezza
dell’approvvigionamento dell’Ue entro il 2030″.
Il tutto mentre gli Usa di Donald Trump si preparano a mettere sul piatto 12
miliardi per far scorta di terre rare ed essere meno esposti agli umori di Xi
Jinping. Una mossa che si inserisce in una strategia più ampia di
ri-nazionalizzazione delle forniture critiche: molti osservatori hanno collegato
anche le recenti pressioni di Trump sulla Groenlandia alla disponibilità nella
regione artica di ricchi giacimenti di materie prime critiche, per quanto
difficili da sfruttare visto che il vero collo di bottiglia è la raffinazione. E
in quel campo a dominare è la solita Cina.
L'articolo Materie prime critiche, gli Usa si fanno una riserva strategica
mentre l’Ue arranca. La Corte dei Conti: “Sicurezza delle forniture non
garantita” proviene da Il Fatto Quotidiano.