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Minerali critici e terre rare, partnership strategica tra Usa, Ue e Giappone per contrastare lo strapotere cinese
Cinquanta Paesi riuniti a Washington per discutere di minerali critici e della strategia per contrastare il monopolio cinese. Proprio nei minuti in cui Donald Trump e Xi Jinping parlavano al telefono, commentando la “bontà” del loro rapporto e della loro comunicazione. L’incontro, a cui era presente in rappresentanza dell’Italia il ministro degli Esteri Antonio Tajani, è il primo nel suo genere organizzato dall’amministrazione Trump e ha un obiettivo ambizioso: creare un blocco unico di paesi che, grazie ai dazi doganali, possa contrastare il monopolio sulle terre rare di Pechino. Alla fine del vertice gli Stati Uniti, la Ue e il Giappone hanno annunciato una partnership strategica ad hoc per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento, guardando a un più ampio accordo commerciale con partner affini che potrebbe includere prezzi minimi adeguati alle frontiere e sussidi per colmare i differenziali di prezzo. In una dichiarazione congiunta, si afferma che Stati Uniti, Unione europea e Giappone si sono impegnati a concludere un memorandum d’intesa entro 30 giorni. Il vicepresidente JD Vance ha commentato: “Credo che molti di noi abbiano imparato a proprie spese, nell’ultimo anno, quanto le nostre economie dipendano da questi minerali critici. Quella che si presenta a tutti noi è un’opportunità di autosufficienza, che ci permetterà di non dipendere da nessun altro se non da noi stessi per i minerali critici necessari a sostenere le nostre industrie e la crescita”. I minerali critici sono fondamentali per la produzione di una vasta gamma di prodotti, dai motori a reazione agli smartphone e la Cina domina da anni questo mercato. La nuova strategia è stata annunciata dopo che la Cina – che gestisce il 70% dell’estrazione e il 90% della lavorazione delle terre rare a livello mondiale – ha ridotto il flusso di questi elementi in risposta alla guerra dei dazi di Trump. Le due superpotenze hanno raggiunto una tregua di un anno dopo l’incontro dello scorso ottobre tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, concordando una riduzione dei dazi e delle restrizioni sulle terre rare. Tuttavia, le limitazioni imposte dalla Cina restano più severe rispetto a prima dell’insediamento di Trump. “Non vogliamo mai più trovarci nella situazione in cui ci siamo trovati un anno fa”, ha dichiarato il presidente americano. Trump ha anche deciso di iniettare denaro pubblico nel settore. Il Pentagono ha infatti stanziato quasi 5 miliardi di dollari nell’ultimo anno per assicurare l’accesso a questi materiali. “Vogliamo garantire una fornitura diversificata di minerali critici e catene di approvvigionamento sicure e resilienti in tutto il mondo, in modo che tutte le nostre economie possano prosperare senza che questi elementi possano mai essere utilizzati, nel peggiore dei casi, come strumento di pressione contro di noi, o senza che si verifichino altre interruzioni del mercato che potrebbero minare la nostra sicurezza economica collettiva”, ha detto il segretario di Stato, Marco Rubio. Secondo il capo della diplomazia di Washington, questo piano aiuterà l’Occidente a superare il problema di accesso alle materie prime critiche: “Ognuno di voi ha un ruolo da svolgere, ed è per questo che siamo grati per la vostra presenza a questo incontro che, spero, porterà non solo ad altri incontri, ma anche ad azioni concrete”. Solo due giorni fa Trump ha annunciato il Progetto Vault, un piano per la creazione di una riserva strategica di elementi rari, finanziato con un prestito di 10 miliardi di dollari dalla U.S. Export-Import Bank e con quasi 1,67 miliardi di dollari di capitale privato. La strategia delle scorte potrebbe contribuire a creare un sistema di prezzi “più organico” che escluda la Cina, che ha sfruttato il suo dominio per influenzare il mercato con prodotti a prezzi inferiori al fine di indebolire la concorrenza. “Lanciamo quello che sarà conosciuto come Project Vault per garantire che le aziende e i lavoratori americani non subiscano mai danni a causa di eventuali carenze”, queste le parole di Trump alla Casa Bianca, affiancato dalla ceo di General Motors, Mary Barra, e dall’imprenditore del settore minerario, Robert Friedland. La riserva, una novità assoluta per il settore civile statunitense, sarà formata da terre rare e minerali critici come gallio e cobalto, fondamentali per la produzione di batterie, smartphone, motori per jet, radar e veicoli elettrici. L’obiettivo è attenuare l’impatto di improvvise interruzioni delle forniture e di conseguenti forti oscillazioni dei prezzi, in un contesto globale sempre più contraddistinto da crescenti tensioni. Il progetto coinvolge già più di una decina di grandi gruppi industriali, tra cui Gm, Stellantis, Boeing, Corning, Ge Vernova e Google. Parallelamente, l’Amministrazione sta proseguendo la strategia diplomatica legata alle materie prime. Gli Stati Uniti hanno già siglato accordi di cooperazione con Australia, Giappone, Malesia e altri Paesi e puntano ad ampliare ulteriormente la rete. L'articolo Minerali critici e terre rare, partnership strategica tra Usa, Ue e Giappone per contrastare lo strapotere cinese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dazi, al Parlamento Ue riparte l’iter di ratifica dell’accordo con gli Usa. “Ma sarà congelato in caso di minacce alla nostra sicurezza”
La Commissione per il Commercio Internazionale del Parlamento europeo è tornata a sedersi al tavolo per ratificare l’accordo sui dazi tra gli Stati Uniti e l’Unione. A fine gennaio, la ratifica era stata congelata in seguito alle pressioni del presidente Donald Trump sulla questione Groenlandia. Una votazione potrebbe tenersi già nella prossima riunione della commissione, fissata per martedì 24 febbraio. Dopo il passaggio in commissione, il testo dovrebbe poi approdare alla plenaria di marzo per le successive decisioni. La maggioranza dei relatori ombra – responsabili nominati da gruppi politici con il compito di seguire delle proposte legislative – ha deciso di riprendere i lavori sulle due proposte legislative legate agli accordi di Turnberry, l’intesa siglata il 27 luglio 2025 per scongiurare una guerra commerciale. A riferirlo è stato Bernd Lange (S&D), presidente della commissione e relatore permanente del dossier, confermando la ripartenza dell’iter parlamentare. “I membri della Commissione per il Commercio rimangono impegnati a portare avanti rapidamente i lavori sulle due proposte legislative” ha spiegato Lange, ma soltanto “a condizione che gli Stati Uniti rispettino l’integrità territoriale e la sovranità dell’Unione e dei suoi Stati membri e onorino i termini dell’accordo Turnberry”. Nello stesso quadro, la commissione ha concordato di inserire tra i motivi di sospensione anche eventuali minacce alla sicurezza dell’Unione o dei suoi Stati membri, comprese la loro integrità territoriale. “Sebbene oggi riprendiamo la procedura legislativa, il messaggio è chiaro: non si tratta di un assegno in bianco”, ha chiarito Lange. E ha rincarato la dose: “Per questo motivo dobbiamo stabilire limiti chiari ed essere pronti a congelare i negoziati o l’applicazione dell’accordo Ue-Usa in qualsiasi momento, se la situazione lo richiederà”. Sul capitolo acciaio e alluminio ha aggiunto: “Gli Stati Uniti hanno violato l’intesa Turnberry aumentando i dazi al 50% su oltre 400 prodotti in acciaio e alluminio dell’Ue”, una mossa inaccettabile”. E ha continuato: “Finché i dazi statunitensi non saranno abbassati al 15%, non potrà esserci accesso esente da dazi per l’acciaio e l’alluminio statunitensi al mercato europeo”. Hanno invece votato per la ripresa dell’iter di approvazione degli accordi sui dazi con gli Usa il Ppe assieme alle destre dei Patrioti ed Ecr. Il gruppo Socialisti e Democratici ha invece annunciato che “non sosterrà né voterà a favore di alcun accordo con gli Stati Uniti fintanto che il presidente Trump continuerà a minare la sovranità dell’Europa”. Secondo quanto riferito, il gruppo insiste su alcuni punti: una clausola di sospensione “solida, completa ed efficace” che copra tutte le minacce alla sovranità europea, l’equità su acciaio e alluminio, l’attivazione dello strumento anti-coercizione, garanzie sulla sicurezza dell’Artico e una clausola di caducità limitata nel tempo, preferibilmente a 18 mesi. Kathleen Van Brempt, vicepresidente S&D per il commercio internazionale, ha dichiarato: “Non si può continuare come se nulla fosse successo con gli Stati Uniti. Fin dal primo giorno del suo secondo mandato, il presidente Trump ha condotto una guerra tariffaria, minando il commercio basato sulle regole e minacciando l’autonomia strategica dell’Europa. La fiducia è stata tradita”. Per Brando Benifei, eurodeputato del Partito Democratico e coordinatore del gruppo nella commissione Commercio, “la lezione delle ultime settimane è chiara: quando l’Europa è unita e ferma, l’amministrazione statunitense ci prende sul serio”. Per questa ragione “l’UE deve attivare subito lo strumento anti-coercizione, non come ultima risorsa, ma per essere pronta a difendere le nostre industrie, i nostri posti di lavoro e i nostri cittadini con contromisure tempestive e mirate”. L'articolo Dazi, al Parlamento Ue riparte l’iter di ratifica dell’accordo con gli Usa. “Ma sarà congelato in caso di minacce alla nostra sicurezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Ufficio parlamentare di bilancio: “A fine 2027 i salari reali saranno ancora inferiori di due punti rispetto a quelli del 2021”
La crescita italiana resta troppo debole per tradursi in un vero recupero del potere d’acquisto. Nelle previsioni aggiornate di febbraio, l’Ufficio parlamentare di bilancio fotografa un’economia italiana destinata a muoversi su un sentiero di bassa crescita strutturale, con il pil destinato ad aumentare appena dello 0,7% nel 2026 e nel 2027. E alla fine del biennio, avverte l’organismo indipendente, le retribuzioni reali resteranno ancora inferiori di circa due punti percentuali rispetto ai livelli del 2021, nonostante il rientro dell’inflazione e il graduale aumento dei redditi nominali. Il quadro delineato dalla Nota sulla congiuntura è quello di una ripresa fragile, ben lontana dalle speranze della premier Giorgia Meloni. A sostenerla è quasi esclusivamente la domanda interna e, ancora una volta, l’ipotesi di un’attuazione integrale del Pnrr. Dopo una fase di sostanziale stagnazione nei trimestri centrali del 2025, l’economia ha mostrato un lieve rafforzamento nello scorcio finale dell’anno, che ha visto un incremento congiunturale del Pil dello 0,3%. Ma il contributo della domanda estera è negativo, gli investimenti rallentano rispetto al rimbalzo del 2025 e la crescita poggia solo sull’aumento delle ore lavorate, mentre “la produttività oraria e la popolazione in età lavorativa hanno frenato”. In corso d’anno la crescita delle retribuzioni contrattuali orarie si è poi progressivamente attenuata, scendendo dal 3,9% tendenziale del primo trimestre al 2,8% dell’ultimo, con una media annua del 3,1%. Il rallentamento riguarda soprattutto il settore privato, mentre nella Pubblica amministrazione la dinamica è stata sostenuta dai rinnovi contrattuali nei comparti dell’istruzione, della ricerca e della sanità. Oltre il 42% dei dipendenti del privato risulta ancora in attesa di rinnovo. Il problema è che il recupero nominale non basta. In termini reali, ricorda l’Upb, le retribuzioni orarie risultano ancora circa l’8,6% inferiori ai livelli medi del 2020, e la moderazione dell’inflazione registrata nel 2025 ha solo arrestato l’erosione senza innescare una vera inversione di tendenza. Anche guardando avanti, il recupero resta parziale: il miglioramento atteso del potere d’acquisto delle famiglie nel biennio 2026-27, stimato intorno all’1,5% medio annuo, non sarà sufficiente a riportare i salari reali ai valori pre-fiammata inflazionistica. Il mercato del lavoro, inoltre, si conferma attraversato da squilibri strutturali. “La struttura occupazionale, così come la popolazione, appare sempre più sbilanciata verso le età mature“, con una continua crescita dei lavoratori over 50 per effetto sia di requisiti di pensionamento più stringenti sia delle dinamiche demografiche e di invecchiamento della popolazione. In parallelo continua la riduzione degli occupati tra i 15-24enni, che dura da otto trimestri. Preoccupa anche l’andamento dell’inattività: “Rimane elevata tra i giovani, le donne e nel Mezzogiorno” e “nei mesi estivi è aumentata al 33,3% (dal 33,1), soprattutto tra i più giovani, il cui tasso sfiora il 51% nella fascia 15-34 anni e raggiunge il 57,2 per le donne. L'articolo L’Ufficio parlamentare di bilancio: “A fine 2027 i salari reali saranno ancora inferiori di due punti rispetto a quelli del 2021” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Redditi
Inflazione
A gennaio l’inflazione rallenta a +1% anno su anno. Per il carrello della spesa rincari del 2,1%
A gennaio 2026 l’inflazione rallenta leggermente ma resta sostenuta sui beni di prima necessità. Secondo le stime preliminari dell’Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo (Nic), al netto dei tabacchi, registra un aumento dell’1% su base annua, in calo rispetto all’1,2% di dicembre. Su base mensile l’indice cresce dello 0,4%. A trainare l’aumento dei prezzi sono soprattutto gli alimentari, sia non lavorati (+2,5%) sia lavorati (+2,2%), insieme ai servizi relativi all’abitazione (+4,4%), ai tabacchi (+3,3%) e ai servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+3%). Il cosiddetto “carrello della spesa”, che comprende beni alimentari, per la cura della casa e della persona, segna un rincaro del 2,1% su base annua, mentre l’inflazione di fondo, al netto di energetici e alimentari freschi, si attesta all’1,8%. Nel confronto tra beni e servizi emerge un forte divario: i prezzi dei beni risultano in lieve calo su base tendenziale (-0,2%), mentre quelli dei servizi crescono del 2,5%, con un differenziale di 2,7 punti percentuali. La dinamica congiunturale (+0,4%) è spiegata in particolare dagli aumenti degli energetici regolamentati (+8,7%), dei servizi legati all’abitazione (+1,9%) e dei prodotti alimentari, mentre l’unica flessione mensile significativa riguarda i servizi di trasporto (-3,7%). L’inflazione acquisita per il 2026 sale allo 0,4% per l’indice generale (era nulla a dicembre) e allo 0,5% per la componente di fondo. In base alle stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) registra una variazione dell’1,0% su base annua e una flessione dell’1% su base mensile. Nello stesso meso l’inflazione annua nell’area euro in gennaio è calata all’1,7%, dal 2% di dicembre, secondo la stima preliminare di Eurostat. In flessione anche l’inflazione core, al netto delle componenti più volatili (cibo, energia, alcolici e tabacchi), al 2,2% dal 2,3% di dicembre. Tra le principali componenti dell’inflazione dell’Eurozona, i servizi registrano il tasso annuo più elevato a gennaio (3,2%, rispetto al 3,4% di dicembre), seguiti da alimentari, alcol e tabacco (2,7%, rispetto al 2,5% di dicembre), beni industriali non energetici (0,4%, rispetto allo 0,3% di dicembre) ed energia (-4,1%, rispetto al -1,9% di dicembre). L'articolo A gennaio l’inflazione rallenta a +1% anno su anno. Per il carrello della spesa rincari del 2,1% proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Inflazione
Edreams, “pratiche ingannevoli e aggressive” sugli abbonamenti: multa del Garante da 9 milioni di euro
Nove milioni di multa per la società eDreams, il popolare servizio online per confrontare i prezzi di viaggio e prenotare biglietti. La sanzione è stata deliberata dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, per due distinte pratiche commerciali scorrette basate sui cosiddetti dark patterns. Per indurre gli utenti a sottoscrivere l’abbonamento Prime (talvolta inconsapevolmente), la società avrebbe utilizzato prospetti ingannevoli e tecniche di indebito condizionamento, incluse strategie manipolative. Secondo l’Autorità “eDreams ha presentato l’offerta di Prime fornendo informazioni ambigue sulle caratteristiche e sui vantaggi, sfruttando tecniche di time pressure e di artificial scarsity”, in modo da affrettare la scelta d’acquisto guidando il consumatore verso l’abbonamento aggiuntivo. Anche gli sconti sarebbero stati presentati in in modo “ingannevole”, con poca trasparente sulle effettive differenze di prezzo. Compromessa, dunque, la libera scelta del consumatore, perché “eDreams ha preselezionato la versione più costosa dell’abbonamento, ossia Prime Plus”. L’Autorità ha sottolineato anche le pratiche scorrette sul periodo di prova “gratuito”: agli utenti privi dei requisiti per accedervi, dopo essere stati indotti ad aderire, è stato addebitato immediatamente il prezzo dell’abbonamento annuale, senza adeguato avviso. Comportamenti, per il Garante, ingannevoli e aggressivi, in violazione del Codice del consumo: ecco perché è arrivata la sanzione pari a 6 milioni di euro. I restanti 3 milioni invece sono il frutto degli ostacoli all’esercizio del diritto di recesso (anche tramite il servizio clienti) per per intralciare le disdette, prima della scadenza del periodo di prova e durante la vigenza dell’abbonamento Prime. L'articolo Edreams, “pratiche ingannevoli e aggressive” sugli abbonamenti: multa del Garante da 9 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato
Aumentano i nidi, ma il 60% non riesce ad accogliere tutte le domande. Cgil: “Servono altri 165mila posti e 37mila educatori”
Il 59,5% dei nidi e delle sezioni primavera – nonostante il calo delle nascite – non riesce ad accogliere tutte le domande di iscrizione per carenza di posti. In media ci sono 31,6 posti ogni 100 bambini: ancora sotto il target europeo sul tasso di frequenza fissato per il 2010 (33%), per non parlare del 45% che l’Italia dovrebbe raggiungere nel 2030. Le richieste non soddisfatte superano il 10% in quasi il 70% dei casi e superano il 25% nel 22,9% dei casi. Sono i dati sconfortanti sull’anno educativo 2023/2024 diffusi dall’Istat, da cui emerge un aumento dell’offerta trainato dal settore privato e insufficiente a colmare il divario tra Nord e Sud. Dati che “confermano le nostre preoccupazioni e le nostre rivendicazioni”, commenta la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi. A partire dai “troppi ritardi nella realizzazione dei progetti del Pnrr: a pochi mesi della scadenza è stato speso solo il 39% dei 3,8 miliardi di euro di finanziamenti per asili nido e scuole dell’infanzia, e solo l’8% delle opere risulta completato”. Morale: “Non basta costruire le strutture se non si garantiscono le risorse per renderle operative: per raggiungere l’obiettivo del 45% (Barcellona 2030), non solo vanno attivati almeno altri 165mila posti rispetto a quelli censiti dall’Istat, ma per permettere la gestione diretta da parte dei Comuni sono necessari almeno 1,6 miliardi di euro in più all’anno per la spesa corrente e 37mila educatrici/tori in più”. Ripartiamo dai dati Istat. I servizi attivi oggi risultano 14.570, in aumento del 3,8% rispetto al precedente anno educativo, per un totale di quasi 378.500 posti autorizzati al funzionamento (+3,4%). L’incremento è guidato dal settore privato, che assorbe il 78,4% dei circa 12.500 posti aggiuntivi rispetto all’anno educativo precedente mentre solo il 21,6% dei nuovi posti riguarda servizi a titolarità comunale. Ma resta irrisolto il problema della domanda insoddisfatta. Anche perché sempre nel 2023-2024, come rilevato nel report, circa la metà dei gestori di nidi e sezioni primavera (49,9%) ha rilevato un aumento delle domande di iscrizione rispetto all’anno precedente. L’aumento “riguarda sia il settore pubblico sia il privato e sembra correlato al crescente riconoscimento della funzione educativa del nido, oltre che alla maggiore diffusione del Bonus asilo nido che ha reso più sostenibili le rette per le famiglie. Una parte dei potenziali beneficiari, tuttavia, non riesce ancora ad accedere al servizio a causa della persistente carenza di posti disponibili”, sottolinea l’Istat. Il tasso di frequenza ha visto un incremento, anche a causa del calo delle nascite, ma come già detto non abbastanza da raggiungere il target europeo fissato per il 2010: le regioni del Sud e delle Isole, esclusa la Sardegna, sono ben al di sotto del parametro del 33%, con una media rispettivamente del 19,0% e 19,5%. L’Italia centrale presenta la media più alta (40,4%), con un picco del 48,4% in Umbria. Seguono il Nord-est (39,1%) e il Nord-ovest (36,6%). Nei capoluoghi di provincia si registrano in media 39,8 posti ogni 100 bambini, mentre nei comuni non capoluogo la media scende a 28,2: una differenza di 11,6 punti percentuali. Al Nord e al Centro anche i Comuni non capoluogo hanno superato, in media, il parametro del 33% di copertura e quelli capoluogo del Nord-est e del Centro hanno anche ampiamente superato l’obiettivo europeo fissato per il 2030, mentre quelli del Nord-ovest sono di poco al di sotto. Nel Sud e nelle Isole, invece, persino i Comuni capoluogo restano lontani dal precedente parametro europeo del 33% e la distanza è ancora maggiore nei Comuni non capoluogo. Nel Meridione, contraddistinto storicamente da una carenza di offerta, i dati dell’istituto di statistica segnalano un miglioramento, ma l’offerta resta lontana da quella del Centro-Nord. Le liste d’attesa nel Mezzogiorno sono più lunghe, con un quarto delle domande insoddisfatte nel 28,9% dei casi contro il 19,9% al Centro e il 21,3% al Nord. La presenza di richieste in lista d’attesa è più frequente nel settore pubblico (68,9%), ma riguarda anche il privato (54%). Nel Mezzogiorno, l’esubero delle domande rispetto ai posti si distribuisce in maniera uniforme tra servizi pubblici e privati, mentre al Nord e al Centro l’eccedenza di richieste riguarda maggiormente i nidi di titolarità comunale. “Siamo al paradosso: un governo che fa propaganda assordante sul contrasto alla denatalità e non muove un dito per garantire ai bambini e bambine di questo Paese il diritto a percorsi educativi sin dai primissimi mesi di vita”, attacca Barbaresi. “Preoccupano le pesanti diseguaglianze territoriali nella disponibilità di posti, che restano sostanzialmente inalterate, con ben sette regioni che non arrivano ancora al 33% nel rapporto posti/bambini: Abruzzo, Basilicata, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania”. Non solo: “Se da un lato c’è un problema di posti insufficienti altrettante criticità si riscontrano nella spesa a carico delle famiglie che sostengono quote di compartecipazione spesso troppo alte, rette che, nonostante i bonus, per molti nuclei non sono sostenibili e condizionano la scelta di affidamento dei bambini ai nidi”. L'articolo Aumentano i nidi, ma il 60% non riesce ad accogliere tutte le domande. Cgil: “Servono altri 165mila posti e 37mila educatori” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Elon Musk fonde SpaceX e xAI: nasce colosso dei data center spaziali
SpaceX di Elon Musk ha acquisito la sua azienda di intelligenza artificiale xAI. Musk ha deciso di unire le due aziende di sua proprietà in un’unica compagnia. L’acquisizione, come si legge nella nota di Musk, ha come obiettivo la creazione del “motore di innovazione verticalmente integrato più ambizioso sulla Terra (e fuori dalla Terra)”. Un obiettivo che il magnate conta di raggiungere con l’unione delle capacità missilistiche di SpaceX e la tecnologia di xAI. L’obiettivo è implementare il sistema di data center spaziali, infrastrutture informatiche avanzate, posizionate nell’orbita terrestre, e capaci di archiviare ed elaborare dati. La fusione giunge in un periodo storico in cui i finanziamenti per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale iniziano a mostrare segni di tensione: la crescente domanda di elettricità per l’elaborazione dei dati dell’intelligenza artificiale potrebbe iniziare a creare gravi problemi ambientali; per questo motivo Musk vuole lanciare una costellazione di satelliti con funzione di data center orbitali “senza imporre difficoltà alle comunità e all’ambiente della Terra”, così da “sfruttare direttamente l’energia solare pressoché costante con costi operativi e di manutenzione ridotti”. Queste le parole dell’imprenditore sudafricano nella nota. Musk aveva già fuso X con xAI dopo aver acquisito Twitter alla fine del 2022. xAI, che gestisce il chatbot Grok, è stata valutata 230 miliardi di dollari in un round di finanziamento di gennaio. La nuova società, frutto della fusione, riunirebbe capitali, risorse informatiche e talenti per diventare la nuova guida nel settore dell’intelligenza artificiale. L'articolo Elon Musk fonde SpaceX e xAI: nasce colosso dei data center spaziali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“1,5 milioni di famiglie in grave disagio abitativo. Al Sud 4 su 10 spendono per l’affitto più del 30% del reddito”
In Italia sono circa 1,5 milioni le famiglie che vivono in una condizione di “grave disagio abitativo“. Schiacciate dall’aumento dei canoni d’affitto e, in misura minore, delle rate dei mutui. A stimarlo è Nomisma, che nell’ultima edizione dell’Osservatorio sul Mercato Immobiliare lancia un nuovo allarme sul costo dell’abitare, ormai fuori scala rispetto ai redditi disponibili di una parte crescente della popolazione. Secondo la società di consulenza, il disagio abitativo riguarda il 15,5% delle famiglie italiane e si misura quando la spesa per la casa supera il 30% del reddito, soglia tradizionalmente considerata il limite della sostenibilità. Una condizione che non colpisce più soltanto le fasce sociali tradizionalmente intercettate dall’edilizia residenziale pubblica, ma coinvolge sempre più spesso nuclei monoreddito, lavoratori con paghe da fame e single, che restano ai margini di un mercato sempre meno accessibile. A essere più esposte sono soprattutto le famiglie in affitto, che rappresentano il 78% del totale delle famiglie che vivono una situazione di disagio. Qui si concentra il cuore del problema: il sovraffollamento del segmento della locazione, causato da una domanda crescente a fronte di un’offerta ridotta, ha impresso una nuova spinta ai canoni, saliti del 3,5% su base annua, con un’impennata ancora più marcata per i contratti destinati agli studenti, che registrano aumenti fino al 9,5%. Il peso dell’affitto sui redditi varia anche a livello territoriale. L’incidenza del canone supera la soglia di sostenibilità nel 31% dei casi nel Nord-Ovest, nel 34% nel Centro e arriva al 41% nel Sud e nelle Isole. Il fenomeno si concentra soprattutto nei grandi centri urbani: il 38% delle famiglie in disagio vive in Comuni con oltre 200mila abitanti. “Negli ultimi anni la diminuzione del potere d’acquisto dei redditi ha aumentato l’onerosità delle spese per l’abitazione nei bilanci familiari, aggravando il problema dell’affordability”, commenta Elena Molignoni, responsabile dell’Osservatorio Immobiliare di Nomisma. Con il rischio che “interi distretti e aree metropolitane non risultino più attrattive”. Un segnale che trova riscontro anche nelle dinamiche locali. Lunedì Il Sole 24 Ore ha riportato uno studio di Scenari Immobiliari secondo cui a Milano, nelle aree interessate dalle Olimpiadi invernali, gli affitti sono cresciuti tra il 5 e il 9% su base annua, con picchi nelle zone di Porta Romana e Santa Giulia, dove le trasformazioni urbane legate ai grandi eventi stanno accentuando le tensioni sul mercato della locazione. In attesa del più volte annunciato e mai concretizzato Piano Casa del governo, scrive la società di consulenza, sono necessarie “misure urgenti e straordinarie per favorire la re-immissione sul mercato dei 4,5 milioni di immobili oggi vuoti o sottoutilizzati da destinare alla ‘domanda debole'”, che non riesce più ad accedere né al mercato dell’acquisto né a quello dell’affitto a prezzi di mercato. L'articolo “1,5 milioni di famiglie in grave disagio abitativo. Al Sud 4 su 10 spendono per l’affitto più del 30% del reddito” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’opposizione batte un colpo sulle pensioni: con la mozione di Pd, M5S e Avs torna una vera competizione politica sulla previdenza
L’opposizione ha (finalmente) battuto un colpo sulle pensioni. La mozione unitaria presentata alla Camera da Avs-Pd-M5S non ha solo puntato i riflettori sull’ennesimo tradimento delle promesse elettorali da parte del governo di Giorgia Meloni (flessibilità in uscita, superamento della legge Fornero con “Quota 41”, innalzamento pensioni minime/sociali, pensione di vecchiaia per le donne a 63 anni e 20 di contributi, pensione di garanzia per i giovani a minimo 1000 euro/mese), ma ha anche formulato una serie di proposte innovative. Tra le misure più significative, il blocco strutturale dell’età pensionabile, l’introduzione di canali di uscita anticipata specie per lavoratrici/lavoratori più svantaggiati sulla scorta di misure quali APE sociale e Opzione Donna, abolita con la legge di Bilancio 2026, maggiori tutele per i lavoratori impiegati in mansioni usuranti, istituzione di una “pensione di garanzia” – un importo pensionistico minimo legato agli anni di contribuzione (effettiva e figurativa) e all’età di quiescenza – per le generazioni soggette al metodo contributivo, nonché di una “pensione pubblica di garanzia universale” che assicuri a tutti una tutela contro la povertà nella vecchiaia. Infine, esclusione di ulteriore spesa pubblica volta a favorire la previdenza privata e complementare a scapito delle pensioni pubbliche. Se la valutazione puntuale di tali misure richiede la prioritaria inclusione delle stesse in un quadro organico di riforma, con relativi dettagli e costi, l’iniziativa delle opposizioni è però meritevole da almeno cinque diverse angolature. Primo, la mozione segna la fine di due decenni di assenza di visione e proposte in campo pensionistico, da parte di una Sinistra che si è a lungo trincerata dietro la tesi “con la riforma Dini del 1995 noi le grandi riforme le abbiamo già fatte”, prima di immolarsi al paradigma dell’austerità con il suo corollario di ricette neoliberiste, riforma Fornero-Monti (a lungo difesa dal PD) in primis. Secondo, le misure contenute nella mozione rivelano la consapevolezza, tra i partiti di centro-sinistra, che il sistema attuale non regge: sostenibile lungo la dimensione economico-finanziaria, l’architettura pensionistica disegnata ormai trent’anni fa non è in grado di garantire una protezione adeguata ad ampia parte dei lavoratori, sia rispetto alle condizioni di accesso alla quiescenza sia riguardo l’importo degli assegni. Età pensionabili rigide, elevate e in continuo aumento da un lato, e dall’altro un metodo contributivo senza correttivi solidaristici, sullo sfondo di un mercato del lavoro sempre più flessibile e precarizzato, rappresentano infatti una combinazione esplosiva con drammatici effetti regressivi a sfavore delle lavoratrici e dei lavoratori meno fortunati – a basso reddito e/o part time, con carriere frammentate, impiegati in lavori gravosi, con minore aspettativa di vita. Proprio quei lavoratori che hanno tradizionalmente rappresentato la base politica ed elettorale della Sinistra, e che nell’ultimo quindicennio sono stati spesso ammaliati dalle sirene elettorali della Destra. Terzo, con le elezioni 2027 all’orizzonte, la mozione, presentata come iniziativa unitaria, può rappresentare una tappa importante nella costruzione di una credibile alternativa di governo progressista, e progressiva, a sinistra del centro politico: in quanto prima voce di spesa pubblica, le pensioni sono (sempre state) efficaci nel costruire e rinsaldare alleanze – in primo luogo con la Cgil, ma anche con altre organizzazioni sindacali e movimenti sociali – fungendo da catalizzatori di quote importanti di sostegno politico ed elettorale. Quarto, il lancio del guanto di sfida dai banchi dell’opposizione ha già prodotto i suoi effetti. Se la maggioranza, come prevedibile, ha bocciato la mozione di Avs-Pd-M5s, è però dovuta uscire allo scoperto rilanciando una serie di proposte, anche in controtendenza con le misure incluse nella legge di Bilancio solo un mese fa. In particolare, la maggioranza ha chiesto al governo di “assumere iniziative volte ad ampliare progressivamente la flessibilità in uscita” anche tramite nuovi strumenti che estendano “la platea dei beneficiari, con particolare riferimento alle donne, ai lavoratori con carriere discontinue e ai soggetti più deboli nel mercato del lavoro” oltre che di “proseguire nell’azione di monitoraggio e intervento sugli effetti degli adeguamenti automatici dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, anche attraverso interventi correttivi in riduzione o di congelamento” degli stessi meccanismi automatici. In definitiva, la mozione segna il ritorno di una aperta competizione politica sulla previdenza, superando l’idea che le pensioni siano meri “oggetti economici” e che, di conseguenza, il funzionamento dei sistemi pensionistici possa/debba essere affidato a meccanismi di “adeguamento automatico” – dell’età pensionabile, dei coefficienti per il calcolo delle prestazioni, della rivalutazione dei contributi versati. Questa idea è tanto ingenua quanto irrealistica, come dimostrano sia la mossa dell’opposizione sia lo stillicidio di provvedimenti annuali nell’ultimo decennio. Finché rimarranno “diritti sociali”, le pensioni saranno sempre oggetto di competizione politica, ed è sano che rimangano tali in una democrazia ben funzionante fondata su un (auspicabilmente) elevato grado di responsiveness: l’“arte della politica” richiede proprio di trovare quel bilanciamento virtuoso tra attenzione ai conti pubblici e risposta efficace ai bisogni sociali dei cittadini. 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Materie prime critiche, gli Usa si fanno una riserva strategica mentre l’Ue arranca. La Corte dei Conti: “Sicurezza delle forniture non garantita”
Da un lato Washington che tratta le materie prime critiche come una priorità di sicurezza nazionale e si prepara a investire quasi 12 miliardi di dollari per crearne una riserva strategica e ridurre la dipendenza dalla Cina. Dall’altro Bruxelles che arranca. E, secondo la Corte dei Conti europea, è ad alto rischio di mancare l’obiettivo di un accesso sicuro ai materiali indispensabili per la transizione energetica e digitale entro il 2030. La relazione speciale ad hoc dei magistrati contabili pubblicata lunedì, proprio mentre la Casa Bianca confermava l’avvio del “Progetto Vault” per proteggere settori industriali chiave come automotive, elettronica, difesa ed energie rinnovabili da interruzioni delle catene di rifornimento globali, ha un titolo quasi irridente che non piacerà a Ursula von der Leyen, promotrice tre anni fa di un piano che avrebbe dovuto garantire la sicurezza degli approvvigionamenti: “Una politica non certo solida come una roccia“. Secondo dati citati dalla Corte presieduta da Tony Murphy, almeno 10 delle 26 materie prime classificate come critiche dall’Ue – perché sono alla base di batterie, turbine eoliche, pannelli solari, semiconduttori e tecnologie digitali avanzate – vengono interamente importate da Paesi terzi. La concentrazione delle forniture è un ulteriore fattore di rischio. Dalla Cina arrivano il 71% del gallio, il 97% del magnesio, il 40% della grafite naturale e il 45% del germanio importati dall’Ue. Per il boro, la dipendenza dalla Turchia raggiunge il 99%. La vulnerabilità è nota da tempo e per affrontarla nel 2024 Bruxelles ha adottato un Regolamento sulle materie prime critiche, fissando tre obiettivi al 2030: coprire con estrazione interna almeno il 10% del fabbisogno europeo, trasformare nell’Ue il 40% dei materiali consumati e garantire che almeno il 25% del consumo provenga da fonti riciclate. Peccato che, come rileva la Corte dei conti, si tratti di target non vincolanti, limitati a 14 materie prime strategiche e privi di una spiegazione chiara sui criteri usati per definirli. E comunque, anche dandoli per buoni, raggiungerli in pochi anni appare poco realistico senza un deciso cambio di passo. La strategia di diversificazione delle importazioni, per prima cosa, mostra crepe. Negli ultimi cinque anni l’Ue ha firmato 14 partenariati strategici sulle materie prime, sette dei quali con Paesi caratterizzati da bassi livelli di governance. Ma solo sei tabelle di marcia scritte sulla base di quegli accordi esplicitano dei termini di attuazione. Alcune iniziative sono rimaste bloccate – come i negoziati con gli Stati Uniti, sospesi nel 2024 – mentre altre devono ancora produrre effetti, come l’accordo Ue-Mercosur, che coinvolge Paesi ricchi di risorse minerarie. Quanto alle intese con altri Paesi che hanno riserve di materie prime o capacità di trasformazione notevoli, come Cile, Messico, Nuova Zelanda e Regno Unito, “la Commissione non è in grado di dimostrare al momento che abbiano contribuito ad aumentare l’approvvigionamento di materie prime critiche nell’Ue”. Poi c’è il tasto dolente della Cina, che lo scorso aprile ha imposto restrizioni all’esportazione di sette terre rare e magneti strategici per le energie rinnovabili e altri settori industriali, rendendole soggette a licenze. Risultato: allo scorso settembre “le autorità cinesi avevano approvato solo 19 domande di licenza su 141, mentre 121 domande classificate come urgenti erano ancora pendenti”. Reazione di Bruxelles? Non pervenuta: “Al dicembre 2025 la Commissione non aveva presentato reclami all’Organizzazione mondiale del commercio”. Anche il riciclo, indicato come uno dei pilastri della strategia europea, è al palo. Dei 26 materiali necessari per la transizione energetica, sette hanno un tasso di riutilizzo compreso tra l’1 e il 5% e dieci (compresi litio, gallio e silicio metallico) non sono affatto riciclati. Gli obiettivi europei, non differenziati per singola materia prima, non incentivano il recupero dei materiali più complessi come le terre rare contenute nei motori elettrici o il palladio nell’elettronica, né l’utilizzo di materiali riciclati nei processi industriali. A pesare sono anche gli alti costi di trattamento, che rendono impossibile competere con Pechino che ha dalla sua vantaggi di scala e basso costo del lavoro. Sul fronte dell’estrazione interna, infine, la Corte evidenzia un problema strutturale di tempi e costi. Le attività di esplorazione sono poco sviluppate. Anche quando vengono individuati nuovi giacimenti, passano fino a 20 anni perché un progetto minerario entri in funzione. Un orizzonte incompatibile con la scadenza del 2030. Nel frattempo, diversi impianti di trasformazione stanno chiudendo, anche a causa degli alti costi energetici. Il che aggrava il rischio di un circolo vizioso: senza approvvigionamenti sicuri non partono nuovi investimenti industriali e senza una filiera industriale solida diventa più difficile garantire l’accesso alle materie prime. Non sorprende che le conclusioni siano tranchant: “Sebbene il regolamento sulle materie prime critiche stabilisca un percorso strategico, i valori-obiettivo perseguiti non sono giustificati e i dati sottostanti non sono solidi. Gli sforzi di diversificazione delle importazioni devono ancora produrre risultati tangibili e le strozzature ostacolano i progressi nella produzione e nel riciclaggio a livello nazionale. Sebbene i progetti strategici possano beneficiare di autorizzazioni più rapide e di una maggiore visibilità, molti di essi avranno difficoltà a conseguire l’obiettivo di garantire la sicurezza dell’approvvigionamento dell’Ue entro il 2030″. Il tutto mentre gli Usa di Donald Trump si preparano a mettere sul piatto 12 miliardi per far scorta di terre rare ed essere meno esposti agli umori di Xi Jinping. Una mossa che si inserisce in una strategia più ampia di ri-nazionalizzazione delle forniture critiche: molti osservatori hanno collegato anche le recenti pressioni di Trump sulla Groenlandia alla disponibilità nella regione artica di ricchi giacimenti di materie prime critiche, per quanto difficili da sfruttare visto che il vero collo di bottiglia è la raffinazione. E in quel campo a dominare è la solita Cina. L'articolo Materie prime critiche, gli Usa si fanno una riserva strategica mentre l’Ue arranca. La Corte dei Conti: “Sicurezza delle forniture non garantita” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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