La notizia più temuta, ventilata la settimana scorsa dopo gli attacchi dei
giorni scorsi a giacimenti e infrastrutture del Golfo, è arrivata nel pomeriggio
di martedì. Qatar Energy, la compagnia petrolifera statale dell’emirato, ha
dichiarato lo stato di forza maggiore anche sui contratti di lungo termine per
la fornitura di gas naturale liquefatto sottoscritti con Italia, Belgio, Corea
del Sud e Cina. Vale a dire che sospenderà o rinvierà le forniture. A inizio
marzo il gruppo aveva già notificato a Edison, il maggior importatore italiano,
che non avrebbe potuto adempiere agli obblighi contrattuali relativi alle
consegne previste da inizio aprile. Ora ufficializza che lo stop sarà ben più
prolungato
L’Italia è oggi il principale importatore europeo di Gnl qatariota, con circa 5
milioni di tonnellate nel 2025, davanti a Spagna, Belgio, Polonia e Regno Unito.
L’anno scorso ha comprato dal Paese il 42% del suo fabbisogno di gas naturale
liquefatto, pari al 10% del suo consumo complessivo di quel combustibile
fossile. Che copre ad oggi circa il 35% del consumo interno lordo di energia.
L'articolo Crisi energetica, allarme per l’Italia: il Qatar annuncia lo stop
alle forniture di gas naturale previste dai contratti di lungo termine proviene
da Il Fatto Quotidiano.
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Chi ci ha guadagnato? Pochi minuti prima che il presidente degli Stati Uniti,
Donald Trump, annunciasse lunedì il rinvio per cinque giorni degli attacchi
contro le infrastrutture energetiche iraniane, i trader hanno piazzato scommesse
per centinaia di milioni di dollari sul mercato petrolifero. Movimenti anomali
che alimentano sospetti di insider trading. Ovvero, che chi ha comprato e
venduto avesse informazioni riservate che gli hanno consentito di lucrare sulla
presunta tregua, peraltro subito rotta secondo Teheran che ha denunciato nuovi
raid su impianti del gas. Ipotesi che fanno il paio con l’accusa lanciata a
caldo dal presidente del parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf, che –
smentendo negoziati con gli Stati Uniti – ha parlato di “notizie false
utilizzate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e per uscire dal
pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele”.
Secondo il Financial Times, tra le 6:49 e le 6:50 ora di New York, appena
quindici minuti prima del post di Trump su Truth Social in cui elogiava i
colloqui “produttivi” con Teheran, sono stati scambiati circa 6.200 contratti
futures sul Brent e sul West Texas Intermediate per un valore nominale di 580
milioni di dollari. Contestualmente, i future sull’indice azionario S&P 500
hanno registrato un’impennata, con volumi insolitamente elevati.
La Bbc conferma fornendo qualche dato: alle 06:49, gli operatori avevano
piazzato 733 contratti sul WTI, saliti a 2.007 un minuto dopo, per un valore di
circa 170 milioni di dollari, mentre sul Brent i volumi sono passati da 20 a
oltre 1.600 contratti, equivalenti a circa 150 milioni di dollari. Analisti come
Mukesh Sahdev di XAnalysts parlano di “situazione sicuramente anomala”,
sottolineando che a quell’ora del giorno, in genere, le transazioni sono molto
più limitate.
L’annuncio di Trump alle 07:04 ha scatenato una forte ondata di vendite sul
petrolio facendone scendere il prezzo e un rimbalzo dei mercati azionari,
nonostante il presidente del parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf,
abbia negato che fossero in corso negoziati.
Diversi hedge fund e gestori hanno osservato che operazioni di grandi dimensioni
prima di annunci ufficiali del governo si sono verificate più volte negli ultimi
mesi. Anche a gennaio, prima della destituzione del presidente venezuelano
Nicolás Maduro, gli scommettitori su Polymarket hanno piazzato grandi scommesse
basate su eventi politici imminenti e c’è chi ci ha guadagnato centinaia di
migliaia di dollari. La Casa Bianca, per bocca del portavoce Kush Desai sentito
dal Ft, ha respinto ogni insinuazione: “Non tolleriamo che alcun funzionario
tragga profitto illegalmente da informazioni riservate”. E qualsiasi accusa è
“priva di fondamento”.
L'articolo Impennata di contratti sul prezzo del petrolio pochi minuti prima del
post di Trump sulla tregua con l’Iran. I sospetti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Continuano a crescere i prezzi dei carburanti alla pompa, in controtendenza
rispetto alle quotazioni di lunedì dei prodotti raffinati dopo le dichiarazioni
del presidente statunitense Donald Trump su una tregua e presunte trattative con
l’Iran per una “totale risoluzione” delle ostilità. E nonostante il taglio delle
accise deciso dal governo. Che ora, passato il referendum, dovrà decidere come
muoversi nelle prossime settimane, visto che l’intervento è a tempo: in assenza
di proroghe, dal 9 aprile il decreto non avrà più effetto e i prezzi
rimbalzeranno dei 24,4 centesimi ora a carico del bilancio pubblico.
Le politiche di prezzo dei diversi marchi restano estremamente differenziate.
Secondo la rilevazione di Staffetta Quotidiana su circa 20mila impianti, Eni,
pur avendo aumentato i prezzi negli ultimi giorni, mantiene i livelli medi
inferiori rispetto ai concorrenti: sul diesel oltre 12 centesimi al litro sotto
Ip e otto-nove centesimi sotto Q8 e Tamoil; sulla benzina circa dieci centesimi
sotto Ip, otto sotto Tamoil e quasi sei sotto Q8. I prezzi medi rilevati ieri
alle 8 dall’Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese e del Made in Italy
indicano per la benzina self service una media di 1,724 euro al litro (+0,005),
per il diesel self service 1,987 €/l (+0,008), per la benzina servito 1,861 €/l
(+0,006) e per il diesel servito 2,120 €/l (+0,009). GPL e metano restano quasi
invariati, rispettivamente a 0,665 €/l e 1,531 €/kg, mentre il GNL segna 1,246
€/kg (+0,001).
Sulle autostrade i prezzi medi sono più alti: benzina self service a 1,788 €/l
(servito 2,038 €/l), diesel 2,055 €/l (servito 2,306 €/l), GPL 0,775 €/l, metano
1,548 €/kg e GNL 1,295 €/kg. Gli aggiornamenti diffusi questa mattina dal
ministero indicano benzina self service a 1,722 €/l e diesel a 1,985 €/l. Sulle
autostrade rispettivamente 1,788 €/l e 2,055 €/l.
L'articolo I prezzi dei carburanti continuano a salire nonostante il taglio
delle accise. Che succede dopo l’8 aprile? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il prezzo del petrolio Brent è risalito oltre i 100 dollari al barile, dopo il
crollo superiore al 10% registrato lunedì in seguito all’annuncio di Donald
Trump sulla tregua di cinque giorni con conseguente rinvio di nuovi attacchi
contro l’Iran. Teheran il giorno dopo ha fatto sapere che ieri sera, in
contrasto con le dichiarazioni del presidente Usa, sono state colpite da
“attacchi statunitensi-israeliani” infrastrutture legate al settore energetico
nella provincia di Isfahan e nella città sud-occidentale di Khorramshahr.
Secondo l’agenzia Fars, a Isfahan sono stati colpiti un edificio
dell’amministrazione del gas naturale e una stazione di riduzione della
pressione del gas, con danni anche ad alcune abitazioni vicine. A Khorramshahr,
invece, è stato preso di mira un gasdotto collegato a una centrale elettrica. Il
Brent ha guadagnato il 2,9%, a 102,84 dollari, mentre il West Texas Intermediate
ha registrato un balzo del 3,5% a 91,20 dollari.
Sul fronte del gas, i future europei sul naturale sono scesi martedì a circa
55,7 euro per MWh, estendendo il calo dai massimi di oltre tre anni. I mercati
energetici restano altamente volatili, con la sostanziale chiusura dello Stretto
di Hormuz che limita i flussi di greggio e GNL. Recenti attacchi iraniani hanno
inoltre ridotto di circa il 17% la capacità di esportazione di GNL del Qatar, e
le riparazioni delle strutture danneggiate potrebbero richiedere fino a cinque
anni, secondo QatarEnergy. Con le scorte europee di gas significativamente
esaurite durante l’inverno, la regione potrebbe avere difficoltà a rifornire i
depositi quest’estate se le interruzioni persistono e la concorrenza asiatica
per le forniture di GNL si intensifica.
L'articolo Il petrolio risale sopra 100 dollari al barile. Teheran: “Attacchi di
Usa e Israele a infrastrutture del gas dopo che Trump ha annunciato la tregua”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
I dazi di Donald Trump non hanno ridotto, semmai rallentato, la crescita delle
esportazioni italiane, neanche di quelle dirette negli Usa, tanto che la
bilancia commerciale nel 2025 è risultata in surplus per 50 miliardi, due in più
del 2024, semmai le tariffe statunitensi sulle merci hanno accentuato la
penetrazione cinese nel mercato europeo e nel nostro in particolare. Potrebbe
essere questo il riassunto del poderoso “Rapporto sulla competitività dei
settori produttivi” pubblicato lunedì dall’Istat, che in realtà contiene anche
molto altro, ad esempio la particolare esposizione della nostra economia agli
attuali rischi geopolitici o il ruolo dell’austerità nella creazione del modello
“export-led” (orientato alle esportazioni) della crescita italiana.
LO SPAURACCHIO TRUMP
Andiamo con ordine e partiamo proprio dalle scelte della Casa Bianca:
“L’imposizione dei dazi aggiuntivi sembra avere prodotto effetti ancora poco
diffusi”, scrive l’istituto statistico nazionale, “la grande maggioranza delle
unità che esportavano negli Stati Uniti non ha registrato variazioni rilevanti
nelle quantità e nei prezzi dei beni venduti. Anche l’orientamento strategico
sui mercati esteri, per la gran parte delle imprese, non ha subito variazioni
significative”. E ancora: “Le restrizioni tariffarie statunitensi sembrano avere
avuto un effetto inferiore alle attese anche sull’andamento delle esportazioni.
Nel 2025 la dinamica degli scambi in valore è stata positiva (rispettivamente
+3,3% per l’export e +3,1 per l’import), con incrementi significativi nei
confronti degli Stati Uniti (+7,2 per cento all’export e +35,9 all’import)”. Un
fatto rilevante a fronte delle performance negative degli altri grandi Paesi Ue:
l’export tedesco verso gli Usa fa segnare -9,4% nel 2025, quello spagnolo -9,7%,
quello francese -0,9%.
CHI VINCE, CHI PERDE
In realtà un effetto i dazi lo hanno avuto, rallentando in qualche settore la
crescita delle esportazioni: una cosa che ha riguardato in particolare “le
imprese che avevano gli Usa come primo mercato di destinazione”, soprattutto nel
comparto dei Mobili e, in misura minore, per Abbigliamento, Alimentari e
Prodotti in metallo (per Istat hanno sofferto “una mancata crescita delle
vendite pari complessivamente a 1,5 miliardi di euro”). Nonostante questo solo
un’impresa su venti pianifica di investire in nuovi impianti produttivi negli
Usa. Se si scompone il dato generale delle esportazioni, si scopre che la
crescita delle vendite estere della manifattura, che vale l’80 di tutte le
vendite di beni all’estero, “si concentra in un numero molto ristretto di
settori: Farmaceutica, Mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli e
metallurgia hanno registrato nel 2025 incrementi molto sostenuti, compresi tra
il 16,5 e il 28,5 per cento”. Sono gli stessi, in particolare i primi due, che
hanno trainato l’export italiano negli Usa, spiega sempre Istat, e che hanno
generato gran parte dell’aumento dell’import (+35,5% la farmaceutica).
LA CINA È VICINA
L’altro effetto rilevante dei dazi di Trump riguarda paradossalmente il nostro
rapporto commerciale con Pechino. L’eccesso di produzione dovuto al corposo calo
delle esportazioni cinesi verso gli Usa s’è riversato, come previsto, in Europa:
+17,2% nel 2025 (+20,1 nella manifattura), “sui livelli più elevati di sempre”,
scrive Istat. Una dinamica che in Italia è più accentuata che nel resto dell’Ue:
“La quota della Cina sulle importazioni complessive dell’Italia, nel 2025, era
la più elevata tra le maggiori economie dell’Unione (10,3% a fronte del 7,5
della Germania e del 6,6 della Francia)”. Peraltro non si parla più della
vendita dei soli beni finali: gli acquisti di input intermedi cinesi destinati
alle fabbriche italiane sono cresciuti del 60% dal 2017. “Nel triennio
2023-2025, la Cina si è affermata come il primo fornitore di prodotti a valenza
strategica per il sistema industriale dei principali paesi dell’Ue (9,3% del
valore totale) e, soprattutto, per l’Italia (11,3%)”. Se l’import cresce,
peraltro, non altrettanto fanno le esportazioni: quelle italiane verso Pechino
nel 2025 sono calate del 6,6%, meno di quello tedesche (-9,7), ma più di quelle
francesi (-1,5%). La Spagna, invece, va in controtendenza: +7,2%.
MERCATO POCO COMUNE E RISCHI GLOBALI
“Tra i principali partner europei, l’Italia continua a rappresentare il Paese
più esposto alla domanda extra-Ue (nel 2025 pesava il 48,2 per cento sulle
esportazioni nazionali) e, in particolare, a quella statunitense (10,8 per
cento)”, scrive Istat. E d’altra parte l’Italia deve il suo surplus commerciale
al resto del mondo, perché resta “un acquirente netto nei confronti dell’area
Ue”. Questa dipendenza dal commercio extra-Unione, peraltro, rende anche il
nostro Paese più esposto ai rischi geopolitici (il Golfo Persico in guerra, per
dire, vale oltre 25 miliardi di export l’anno). Un pericolo ancora più cogente
per le importazioni. Della Cina s’è detto e basti qui citare le forniture
energetiche per illustrare la preoccupata conclusione dell’Istat: “Circa il 60
per cento dell’import strategico italiano proviene direttamente da paesi a
rischio politico medio o alto”.
A COSA È SERVITA L’AUSTERITÀ
Scrive l’Istat che “la vocazione export-led del nostro Paese e la sua forte
proiezione verso i mercati extra Ue hanno determinato effetti positivi sulla sua
crescita economica” nell’era della globalizzazione: tra 2000 e 2024 il
contributo della domanda estera netta alla crescita del Pil italiano è stato
positivo, ma in quantità “inferiore – circa la metà – rispetto a quello della
Germania e della Spagna”. Notevole che dopo il 2011, l’anno della crisi europea
e dell’avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi, “all’effetto positivo della
domanda estera netta sulla crescita del Pil italiano ha contribuito soprattutto
la modesta dinamica delle importazioni, a sua volta determinata dalla debolezza
della domanda interna”. Tradotto: l’austerità distrugge i redditi disponibili,
crollano quindi le importazioni, che fanno aumentare il surplus con l’estero,
guadagnato soprattutto fuori dall’Europa. Ora l’instabilità geopolitica globale
rende probabilmente necessario un riposizionamento delle imprese italiane dai
mercati extra Ue a quello comune: il rischio, però, è che così venga intaccato
significativamente proprio quel surplus che ha pagato a così caro prezzo
nell’ultimo quindicennio.
L'articolo I dazi di Trump non riducono l’export italiano verso gli Usa, ma
spingono le merci cinesi verso l’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lunedì 23 marzo il prezzo dei carburanti continua a subire le fluttuazioni
dovute alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. L’effetto accise non sta
ottenendo i risultati sperati e il prezzo in Italia per il diesel resta attorno
ai 2 euro al litro, mentre quello della benzina resta superiore a 1,7 euro al
litro. Il prezzo medio in Italia per il diesel si assesta su 1,984 euro al
litro, mentre la benzina verde costa in media 1,722 euro/litro.
Il prezzo medio del barile è in rialzo: oggi il dato registra 113,63 per il
Brent, riferimento europeo per il prezzo del petrolio. I prezzi si aprono in
rialzo rispetto al weekend. Le regioni in cui si registrano i prezzi più alti
sono Calabria, Campania e Molise: superano tutte i 2 euro/litro per il diesel,
rispettivamente con il prezzo di 2,000, 2,002, e 2,005. Oggi il prezzo medio del
diesel in Italia tocca quota 1,984 euro al litro, in rialzo di 0,8 centesimi
rispetto ai listini di ieri, mentre la benzina costa in media 1,722 euro/litro
(+0,5 cent). Sulle autostrade il diesel costa in media 2,055 euro al self, la
verde 1,788 euro/litro, dati entrambi in rialzo rispetto a quelli di ieri.
Restano ampie le differenze territoriali: le Marche si confermano la regione più
virtuosa con una media per il diesel di 1,969 euro/litro, seguita dal Friuli
Venezia Giulia e dalla Toscana, entrambe con un prezzo medio di 1,970
euro/litro.
L'articolo Il petrolio supera i 113 dollari al barile. In rialzo i carburanti:
il diesel sui 2 euro al litro, la benzina oltre 1,7 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Quella che l’Agenzia internazionale dell’energia ha definito “la minaccia alla
sicurezza energetica più grave della storia” rischia di ripercuotersi
pesantemente sull’Italia. Non parliamo dei rincari dei carburanti scatenati
dall’esplosione dei prezzi del petrolio dopo gli attacchi all’Iran, ma dei costi
che il Paese dovrà sostenere per procurarsi il gas che resta ancora oggi la
principale fonte energetica del Paese, coprendo circa il 35% del consumo interno
lordo di energia. Gli attacchi dei giorni scorsi a giacimenti e infrastrutture
del Golfo mettono a dura prova la sicurezza della Penisola, che l’anno scorso ha
importato il 42% del suo fabbisogno di gas naturale liquefatto dal Qatar. I
danni agli impianti di produzione ridurranno del 17% in cinque anni la capacità
di export. QatarEnergy aveva già notificato a Edison, il maggior importatore
italiano, che per cause di forza maggiore non avrebbe potuto adempiere agli
obblighi contrattuali relativi alle consegne previste da inizio aprile. E ora
potrebbe dover fare lo stesso anche sul lungo termine.
Un passo indietro. Fino al 2021 il sistema italiano era dipendente dal gas russo
trasportato via gasdotto. Dopo l’invasione dell’Ucraina, il quadro è cambiato.
Tra il 2023 e i primi mesi del 2026 la quota del Gnl sul mix energetico
nazionale è più che raddoppiata, ricorda l’agenzia specializzata Ageei, passando
da circa il 25% a oltre il 33%. Una trasformazione necessaria per sostituire le
forniture di Mosca, ma che ha aumentato i costi e l’esposizione alla volatilità
dei mercati internazionali.
Oggi l’Italia si rifornisce attraverso due canali distinti: i gasdotti e le
rotte marittime attraverso cui arriva il gas naturale liquefatto via nave. I
primi restano la componente principale, pari al 65-70% delle importazioni.
L’Algeria da sola copre circa un terzo del fabbisogno nazionale attraverso il
Transmed, seguita dall’Azerbaigian con il Tap. Poi vengono Norvegia e Libia.
L’altro 30-35% arriva invece sotto forma di Gnl: una quota cresciuta rapidamente
dopo il 2022 per sostituire il gas russo. In questo segmento il Qatar è il primo
fornitore con oltre il 40% del totale, seguito dagli Stati Uniti (oltre il 35%)
e dall’Algeria.
Nel quadro europeo l’Italia è oggi il principale importatore europeo di Gnl
qatariota, con circa 5 milioni di tonnellate nel 2025, davanti a Spagna, Belgio,
Polonia e Regno Unito. Ma il rapporto con Doha è molto asimmetrico. Il Qatar
destina la gran parte delle sue esportazioni all’Asia, con Cina, India e Corea
del Sud che assorbono volumi molto superiori a quelli europei. L’Italia si
colloca in una fascia intermedia e ha quindi un potere contrattuale limitato in
un mercato globale in cui la domanda cresce più rapidamente dell’offerta.
Ora, gli effetti della guerra in Medio Oriente rendono palese come la dipendenza
da Doha sia diventata una nuova vulnerabilità strutturale. Compensare
rapidamente e a basso costo quelle forniture appare proibitivo. Gli Stati Uniti,
nostro secondo fornitore di Gnl, da cui arriva già oltre un terzo dell’import,
difficilmente possono garantire aumenti in tempi brevi. Le importazioni
dall’Algeria, che garantisce il 35% del fabbisogno, restano vincolate alla
capacità del gasdotto Transmed e lo stesso vale per il Tap che porta in Europa
il gas dall’Azerbaigian. Il mercato spot globale è per definizione competitivo.
Oltre che dominato dalla domanda asiatica. In caso di carenza, i carichi
disponibili vengono dirottati verso chi è disposto a pagare di più.
Se l’interruzione delle forniture dal Qatar durerà a lungo, potrebbero rendersi
necessarie nuove misure di contenimento dei consumi come quelle consigliate
dall’Agenzia dell’energia e un aumento del ricorso a fonti più inquinanti o
all’import di elettricità dall’estero. Gli stoccaggi, attualmente intorno al 47%
della capacità, garantirebbero solo un margine temporaneo, sufficiente per
alcune settimane. A proposto: con l’arrivo della primavera solitamente i Paesi
europei iniziano ad approvvigionarsi in vista della successiva stagione fredda,
con l’obiettivo di avere scorte piene al 90% a inizio inverno. Nei giorni scorsi
però la Commissione Ue, a fronte della crisi causata dall’escalation nel Golfo,
ha chiesto agli Stati membri di ridurre il target dall’80%. E prendere
provvedimenti per contenere la domanda di famiglie e imprese.
L'articolo Crisi energetica, cosa rischiamo dopo i danni agli impianti in Qatar.
L’Italia nel 2025 ha importato da Doha il 42% del gas naturale liquefatto
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le venti maggiori compagnie aeree quotate in borsa a livello mondiale hanno
perso circa 53 miliardi di dollari di valore dall’inizio della guerra di Stati
Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio. Lo scrive il Financial
Times, confermando che il settore aereo sta attraversando la peggiore crisi
dalla pandemia. Le compagnie sono anche preoccupate per una possibile carenza di
carburante. Il costo del propellente per aerei è raddoppiato dall’inizio del
conflitto e sono in preparazione piani di emergenza.
Secondo diversi dirigenti del settore, non esistono garanzie sulla disponibilità
di jet fuel oltre il breve termine e le aziende stanno già valutando scenari
alternativi, inclusi tagli ai voli, in particolare verso l’Asia, dove il
rifornimento dipende in larga parte dalle rotte energetiche del Golfo. Il timore
principale riguarda non solo l’aumento dei costi ma anche la possibilità
concreta di una riduzione dell’offerta. Alcuni aeroporti dispongono ancora di
scorte per alcune settimane, ma operatori e trader energetici avvertono che in
diverse aree del mondo le carenze potrebbero diventare inevitabili. Paesi come
il Vietnam hanno già segnalato il rischio di limitazioni ai voli. A pesare sono
soprattutto le tensioni nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il trasporto
energetico globale, e le restrizioni alle esportazioni di carburanti da parte di
alcuni Paesi asiatici.
Gli operatori di jet privati intanto si trovano a dover pagare fino a 50.000
dollari di assicurazione contro i “rischi di guerra” per atterrare in Medio
Oriente. Una cifra che a volte può raddoppiare il prezzo del noleggio di un
aereo per raggiungere la regione. In alcuni casi, secondo quanto riferito da
broker e operatori, le compagnie aeree effettuano il rifornimento di carburante
al di fuori della regione per ridurre i costi assicurativi, minimizzando il
tempo trascorso a terra nel Golfo.
L’iniziale impennata della domanda di viaggi privati dal Golfo, successiva ai
primi attacchi israelo-americani contro l’Iran e alle decine di migliaia di
cancellazioni registrate nei primi giorni di guerra, si è attenuata con la
ripresa dei voli da parte di compagnie aeree commerciali come Emirates.
Tuttavia, il traffico di voli charter nella regione rimane significativo, a
causa della limitata disponibilità di spazio aereo e del tentativo dei residenti
più facoltosi di rientrare o lasciare la zona. Secondo quanto raccolto da Ft,
noleggiare un jet di grandi dimensioni costa generalmente circa 10.000 sterline
per ogni ora di volo ma dopo l’inizio del conflitto la cifra è raddoppiata.
L'articolo Guerra in Medio Oriente, le maggiori compagnie aeree hanno perso 53
miliardi di dollari. E ora si rischia la mancanza di carburante proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La partita per l’ex Ilva si riapre con la proposta “vincolante” presentata da
Jindal. Ma tra documenti incompleti, nodi finanziari irrisolti e forti dubbi
sull’impatto occupazionale, il confronto tra i pretendenti appare ancora lontano
da un esito definito. Il gruppo indiano ha inviato ai commissari l’offerta in
anticipo rispetto alla scadenza fissata per lunedì. Tuttavia, secondo diverse
fonti, la proposta è solo un avanzamento della manifestazione di interesse già
presentata dieci giorni fa, con cui gli indiani erano tornati sui propri passi
dopo aver abbandonato la gara circa sei mesi fa, e non contiene ancora tutti gli
elementi necessari per una valutazione compiuta. Sia sul piano finanziario sia
sul fronte occupazionale.
Jindal, per cui l’impianto italiano sarebbe un presidio europeo dopo che sembra
essersi impantanato il progetto di rilevare gli impianti ThyssenKrupp in
Germania, indica un obiettivo di 6 milioni di tonnellate annue di acciaio
“verde” entro il 2030, con una fase transitoria sostenuta da due altoforni e una
produzione intermedia intorno ai 4 milioni di tonnellate. A regime, il modello
prevederebbe un forno elettrico a Taranto e due forni elettrici affiancati da
impianti Dri in Oman. Un assetto che solleva interrogativi non solo sulla
tempistica della decarbonizzazione, ma anche sulla reale centralità degli
impianti italiani rispetto alla filiera internazionale del gruppo. La proposta
recepisce inoltre la richiesta del ministero delle Imprese di liberare le aree
non più funzionali alla siderurgia, aprendo a nuovi insediamenti produttivi. Ma
anche su questo fronte restano da chiarire tempi, modalità e ricadute
occupazionali.
Intanto il fondo americano Flacks Group dopo tre mesi di trattativa in esclusiva
conferma il proprio impegno per l’acquisizione del siderurgico e chiede un
confronto diretto con i commissari sottolineando che “la qualità complessiva e
la solidità finanziaria delle proposte rappresentano elementi chiave nella
valutazione del dossier” e “particolare attenzione viene riservata alla reale
capacità di sostenere nel tempo gli ingenti investimenti richiesti, sia sul
piano industriale sia su quello ambientale”.
L’Unione sindacale di base parla apertamente di “trattative ghigliottina”,
denunciando il rischio che la competizione tra gli investitori si traduca in una
corsa a ridurre il perimetro occupazionale. “Sembra una gara a chi lascia a
terra più lavoratori”, accusano Francesco Rizzo e Sasha Colautti, chiedendo
garanzie per tutti i lavoratori, inclusi quelli dell’indotto. La richiesta è di
misure straordinarie per gestire gli esuberi e di un cambio di paradigma, fino
alla nazionalizzazione dell’azienda come unica soluzione per tenere insieme
occupazione e risanamento ambientale.
Ora la decisione passa ai commissari, chiamati entro la prossima settimana a
tirare le fila di un processo che, più che avvicinarsi alla conclusione, sembra
ancora in una fase interlocutoria.
L'articolo Ex Ilva, proposta vincolante di Jindal ma senza dettagli
sull’occupazione. Usb: “Con Flacks una gara a chi lascia a casa più lavoratori”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
È già finita la breve tregua sui carburanti seguita al decreto energia adottato
dal governo mercoledì scorso. Dopo tre giorni di calo “col contagocce”, secondo
le associazioni consumatori, i prezzi sono tornati a salire su gran parte del
territorio nazionale, con il diesel che resta su livelli record e continua a
mettere sotto pressione autotrasporti e filiere produttive. In base alle
rilevazioni del ministero delle Imprese e del Made in Italy, oggi il gasolio in
modalità self raggiunge in media 1,966 euro al litro, segnando – sottolinea
Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori – “il record di
sempre rispetto alle medie annue”. La benzina, a 1,713 euro, resta invece sotto
i livelli medi degli ultimi anni.
Il rimbalzo dei prezzi è diffuso: il gasolio aumenta in tutta Italia, mentre la
benzina cresce ovunque tranne che sulla rete autostradale e in Molise, dove
registra un marginale calo di appena 0,1 centesimi al litro. Tra le aree più
care, dopo le autostrade dove il diesel supera ancora i 2 euro (2,045), spicca
la Campania con 1,995 euro al litro, mentre per la benzina il primato va alla
Basilicata con 1,747 euro. Il caro-diesel pesa soprattutto sul trasporto su
gomma, da cui dipende circa il 90% delle merci in Italia. Secondo la Cgia di
Mestre, da inizio anno il prezzo del gasolio è salito del 20,9% (+34 cent al
litro), contro un +3% della benzina. Rispetto a fine 2025, il pieno per un
autocarro sotto le 7,5 tonnellate costa oggi circa 172 euro in più, pari a oltre
12 mila euro l’anno per mezzo.
Il nodo resta proprio il diesel. Oggi costa 31 centesimi in più rispetto alla
media del 2025, 25 cent in più del 2024 e addirittura quasi 65 cent in più
rispetto al 2020. Un livello superiore persino al 2022, l’anno dell’invasione
russa dell’Ucraina e del picco energetico globale. Numeri che, secondo le
associazioni dei consumatori, dimostrano come il taglio delle accise non sia
stato sufficiente. “Bisognava intervenire in modo differenziato – sostiene Dona
– riducendo di 15 cent la benzina, ormai fin troppo conveniente, e di 25 cent il
gasolio, ancora troppo caro”.
Il governo, ieri, ha rivendicato che la benzina resta “nettamente più bassa”
rispetto alle medie degli ultimi anni. Il Garante dei prezzi ha segnalato alla
Guardia di Finanza il 2,7% dei distributori che non hanno adeguato i listini al
taglio delle accise, avviando controlli mirati.
L'articolo Caro carburanti, già finita la discesa dovuta allo sconto sulle
accise: “Il gasolio rincara in tutta Italia” proviene da Il Fatto Quotidiano.