“Qui lavoro con la mia creatività grazie ad un bagaglio professionale che mi
sono costruito nel tempo, in Italia continuerei ad essere un precario”. Fabio
Ferri, 48 anni, originario del Molise, stylist, creativo, scrittore, oggi lavora
come arredatore a Malta. È partito nei primi anni Duemila e ha anche provato a
ritornare, ma si è scontrato con un mercato del lavoro che offre spesso
contratti sottopagati, quando li offre. “Qui la differenza con l’Italia si vede
anche nel rispetto e nel modo in cui i capi si approcciano ai dipendenti, nella
maggiore volontà di uscire dalla comfort zone e nel volersi tenere aggiornati
anche se si è raggiunti una certa posizione. In Italia spesso il dipendente ne
sa molto di più del suo superiore. Resiste un conservatorismo lavorativo e
culturale che difficilmente potrà sparire”.
Fabio muove i primi passi nel mondo del lavoro a Bologna, dopo la laurea. “Ho
iniziato come stylist nelle produzioni per videoclip musicali e come autore per
programmi radiofonici”, racconta. “All’epoca non si lavorava molto, e essere
giovani era un difetto perché non si aveva abbastanza esperienza”. Così una sera
decide di puntare un dito a caso sul mappamondo: Dublino. “Lì ho trovato lavori
ben pagati, con contratto. Ho imparato a parlare davvero inglese. La burocrazia
già all’epoca era molto snella: le aziende ti aprivano il conto in banca e ti
facevano la prenotazione all’agenzia delle entrate per il codice fiscale”. Ed è
lì che ha l’occasione per lavorare in una grande produzione hollywoodiana, il
film King Arthur, con Clive Owen e Keira Knightley. Fa carriera e viene chiamato
per musical e concerti come costumista. “Nel frattempo avevo iniziato una
carriera parallela nella moda come brand ambassador per un celebre marchio di
moda. Vestivo star, attori, cantanti. Pagato benissimo e trattato ancora
meglio”. Rimane cinque anni prima di trasferirsi nuovamente in Italia.
“Ho fatto l’errore di pensare che se avessi voluto continuare nel campo della
moda non potevo non andare a Milano”. Così Fabio nel 2007 si trasferisce lì.
“Ricordo ancora che nonostante le referenze consumai un paio di scarpe per
trovare lavoro, al 281 esimo showroom mi offrirono qualcosa: fare una campagna
vendita a chiamata, senza contratto. Accettai ma finita la stagione nessuna
possibilità di un contratto”. Cambia varie importanti aziende di moda, e dopo
diversi contratti precari arriva il tempo indeterminato, ma lo stipendio non gli
permette di costruirsi qualcosa di solido in una città sempre più cara. “Vedevo
lo stereotipo italiano essere sempre confermato: vai avanti se ti fai
raccomandare. È la regola e non l’eccezione”, spiega Fabio. “E l’ho visto quasi
solo da noi, non in altri Paesi dove la classe dirigente è più giovane e
pragmatica”.
Quando pensava fosse arrivata la stabilità, però, inizia quello che oggi si
chiamerebbe gaslighting: dopo una scelta di rebranding l’azienda vuole cacciare
i dipendenti appartenenti alla comunità lgbtq, che vengono vessati
costantemente. “Offese davanti ai clienti, mobbing per farmi licenziare. Se ci
fosse stata una legge contro l’omofobia come ce ne sono all’estero, dove
insultare una persona della comunità lgbtq è un reato, non sarebbe accaduto”. In
Italia, però, una legge ancora non c’è. “Feci causa. Anche da questo punto di
vista in Italia le istituzioni non sono incisive. Per l’ennesima volta pensai di
aver sbagliato a tornare”. Dopo la brutta esperienza Fabio cambia ambito di
lavoro. “Durante un periodo a Barcellona ho frequentato un corso di inglese per
diventare insegnante per stranieri in un centro accreditato della Oxford
University. Poco dopo sono stato chiamato da una scuola a Malta”. È la prima
volta sull’isola. “Lavoravo part time, quindi approfittai per fare altro, ho
scritto racconti, pubblicato articoli e ho collaborato con alcuni magazine come
fashion editor”. Dopo alcuni anni, vista la sua esperienza, lo richiamano in
Italia per insegnare in uno dei più importanti istituti di moda italiani, a
Firenze. “Mi offrirono una collaborazione a partita iva, pagato la metà rispetto
alle ore lavorate”. Una partita Iva “finta”, visto che pretendevano l’esclusiva
e orari d’ufficio. “Poi quando arrivò il lockdown stracciarono tutti i contratti
e arrivederci”.
A quel punto ritorna a Malta. “Lì non c’erano vere restrizioni, e mi sono
reiventato – racconta –. Un imprenditore mi ha fatto un’offerta di lavoro in un
campo non mio, basandosi sul mio background professionale. In Italia
difficilmente sarebbe accaduto. Mi sono rimboccato le maniche, ho studiato i
software tecnici e ora faccio l’arredatore”. Il modus operandi è diverso
sull’isola. “Non ci sono solo lati positivi, la vita è diventata cara e gli
stipendi sono anche qui al palo, ma le differenze sul mercato del lavoro si
notano. Ho un vero contratto, i miei capi mi rispettano”.
Come molti expat Fabio vive sentimenti contrastanti per il nostro Paese. “Ci
sono cose dell’Italia che mi rendono orgoglioso e per le quali mi commuovo.
Veniamo dal paese che ha inventato il gelato, il design, Dante, Giorgio Armani,
Giuseppe Verdi. La nostra cultura è ricchissima. E abbiamo una marcia in più,
motivo per cui verremo sempre apprezzati all’estero. Ma questa eredità rischia
di sfumare perché si tratta di meriti datati. Serve uno scossone culturale”. E
conclude: “Anche il fatto che in Italia la comunità lgbtq sia strumentalizzata,
come anche i suoi diritti, non aiuta. Ormai non è più neanche un problema
religioso. Negli altri Stati si è affrontata la questione in modo pragmatico,
tutti hanno diritti e doveri, nessuno escluso”.
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L'articolo Arredatore a Malta. “In Italia volevano fossi una partita Iva finta.
Qui ho un vero contratto e i miei capi mi rispettano” proviene da Il Fatto
Quotidiano.