Il Re del Gattopardo, storico locale di Ginestra Fiorentina dove ha lavorato
come resident DJ per oltre trent’anni, non ce l’ha fatta. È morto Enzo
D’Alessio, famoso come Dj Kenzo, caposaldo della vita notturna toscana. Il
61enne era malato e le cure non sono bastate. I funerali si terranno lunedì 23
marzo alle ore 10 al Santuario di Santa Verdiana, a Castelfiorentino.
A darne l’annuncio è stato il figlio Dario con un commovente post sui social:
“Non so come spiegare quello che sento. Non ci sono parole esatte. Non ci sono
formule specifiche. Però una parola te la voglio dire: ti amo papà. Ti ringrazio
per tutto quello che sei stato, per quello che mi hai insegnato, per avermi
trasmesso la passione della musica, per aver creduto in me sempre, per essere
stato anche se per poco tempo un nonno Top come sempre dicevi tu”.
E ancora: “Porterò sempre dentro di me tutte le volte che mi hai portato a
ballare, che mi insegnavi come scrivere bei messaggi, che ti arrabbiavi se non
ti dicevo dove andavo a giocare, le nostre cene e serate passate insieme, che mi
venivi a trovare a Gabicce e la mattina presto vedevamo il Moto Gp Insieme, che
preparavi il tiramisù alle fragole, la trota al forno con patate. Tutte le volte
che mettevi i tuoi dischi a casa e mi facevi ascoltare bella musica. Tutte le
tue creazioni. Tutte le volte a vedere la Juventus”.
Poi le ultime parole commoventi: “Sei stato il miglior papà che un figlio possa
avere. Nei tuoi difetti e Nei tuoi pregi. Ti amo e ti amerò sempre Riposa in
pace babbo o come piaceva a te DJ KENZO. Sicuramente continuerai a suonare anche
da lassù. Non e un addio quello che ti sto dando ma un arrivederci forse un
giorno ci riabbracceremo”.
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miglior papà che un figlio possa avere. Nei tuoi difetti e Nei tuoi pregi. Ti
amo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Musica Elettronica
“Oggi siamo dentro un’altra trasformazione: l’intelligenza artificiale è già
parte del presente, anche se ancora non sappiamo fino a che punto cambierà le
regole del gioco. So solo che, come sempre, Time saprà adattarsi. È questo che
abbiamo fatto fin dall’inizio: leggere il futuro prima che diventi abitudine.
Dal vinile ai social, dal club alla rete, Time continua a esserci. Perché il
suono può mutare, ma la visione no”. Parola di Giacomo Maiolini che ha fondato
e dirige da oltre quarant’anni Time Records, la casa discografica che ha segnato
la storia della musica dance. Tutto il percorso artistico e umano del
discografic è racchiuso nel volume “Mai avuto tempo” (Collana SEM
Classic/Feltrinelli).
Il 2 giugno 2025 ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
il titolo di Cavaliere della Repubblica per i suoi meriti professionali e
l’impegno filantropico. Maiolini è l’unico discografico italiano ad aver
raggiunto per quattro volte la vetta della classifica di vendita inglese. Figura
chiave nella nascita e nella diffusione del genere Eurobeat.
“Oggi l’industria musicale è cambiata ancora una volta. – racconta Maiolini nel
libro – Abbiamo attraversato tutte le ere (il vinile, la musicassetta, il cd,
poi lo streaming) e ora siamo nel tempo in cui i successi nascono e crescono
dentro la viralità. Non bastano più le classifiche, servono i trend, i video,
le storie condivise milioni di volte. È la musica che corre sui social, che
esplode in rete prima ancora di arrivare in radio. (…) E in questo nuovo
scenario, Time è ancora qui. Non come ricordo, ma come presenza viva.
Continuiamo a portare la musica italiana nel mondo: nel 2023 con ‘My Addiction’
di Alex Guesta, nel 2024 con ‘Emergency 911’ di Prezioso feat. Marvin, nel 2025
con ‘I Don’t Know’ di Erika. Ogni rivoluzione tecnologica ha cambiato il modo di
ascoltare, ma non il senso di ciò che facciamo. La musica resta un istinto, un
linguaggio che si adatta, che sopravvive a ogni formato”.
Maiolini attraversa gli ultimi decenni della musica, narrandone le
trasformazioni digitali e tecnologiche che irrimediabilmente cambiano fruizione
e presentazione della note. La vita professionale si intreccia con l’estero,
l’ambiente radiofonico soprattutto Radio Deeay con Linus, Albertino, Molella e
anche Cecchetto. Intuizioni, ascolti, fiuto per lo “sconosciuto” che può, con le
giuste intuizioni, svoltare e cavalcare le classifiche mondiali. “Mi guardo
intorno, nel mio ufficio, e mi sembra di riconoscere ogni parete. Sono passati
anni, ma la luce dei monitor è la stessa. Sempre accesa. E forse anche io”,
scrive nel lubro.
Tra i racconti più intimi quello legato alla madre. “A sedici anni ho iniziato a
studiare ragioneria e ben presto ho finito col sentirmi come un errore dentro a
una formula. Non mi trovavo, non capivo che posto avessi nel mondo. – ha
ricordato – Ogni mattina mi sembrava una salita infinita, ogni banco una gabbia.
Un giorno tornai a casa con quella decisione già pronta in gola: volevo
smettere”.
E ancora: “Appena varco la porta della cucina, mamma mi sbircia da dietro la
spalla, intenta a cucinare. Insieme al suo sguardo mi accolgono il televisore
acceso senza volume, il profumo di minestrone, il ticchettio dell’orologio sopra
la credenza, e io resto lì, in piedi, con lo zaino ancora sulle spalle”.
“Non mi trovo bene confesso tutto d’un colpo alle sue spalle foderate dal
vestito a fiori. “Non voglio più andarci a scuola. Voglio stare a casa –
conclude Maiolini – Mamma non si ferma e non si volta, continua a mescolare il
minestrone. Lo assaggia e solo dopo aver posato il mestolo si volta a guardarmi.
Fai quello che senti’ mi dice. ‘Ma ricordati: se superi questo momento, il resto
sarà una passeggiata’”.
Un consiglio prezioso che poi segnerà tutta la vita del manager.
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sopravvive a ogni formato”: Giacomo Maiolini e la storia di Time Records, la
discografica che ha segnato la musica dance proviene da Il Fatto Quotidiano.
Oggi, 22 febbraio, sono passati cinque anni da quando i Daft Punk hanno deciso
di “farsi esplodere” nel deserto. Quel video intitolato Epilogue sembrava
fantascienza e invece era una scelta netta: chiudere. Te lo ricordi? Hanno posto
fine alla propria carriera artistica. Non esattamente una cosa da poco, stiamo
parlando di un progetto musicale riconosciuto ovunque. Allora la notizia fece il
giro del mondo in poche ore. Come avrei potuto non parlarne anch’io?
Scrivevo che la loro unicità non poteva che passare da un finale così, senza
spiegazioni né conferenze, affidato a un’esplosione simbolica che valeva più di
qualsiasi comunicato. Da allora, nessuna operazione nostalgia. Un silenzio che
continua a fare rumore. “Ed è lì che il mito si consolida”.
Comunque. Quell’esplosione non è la fine. È la chiave per rileggere tutto il
percorso e collocarlo dove merita. Eccoti nove passaggi per ricordare i Daft
Punk. O, se preferisci, per celebrarli.
1. French Touch e radici
Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo sono l’emblema di quel movimento
francese che, alla fine degli anni ’90, riformula l’elettronica pop e dance con
influenze house e acid. Non arrivano dal nulla. Arrivano da una scena precisa.
2. Dall’amicizia al progetto
Compagni di scuola, fondano i Daft Punk nel 1993. Pubblicano pochi album, ma
ogni uscita pesa. Premi e vendite contano, ma conta soprattutto l’impatto. La
loro carriera non è quantitativa. È calibrata.
3. Immagine e identità
La scelta dei caschi non è decorativa. È un manifesto. Rifiutano lo star system
e allo stesso tempo lo attraversano, entrando nella cultura popolare senza
“metterci la faccia”.
4. Estetica robotica
Le tute non sono costumi. Sono strumenti per sottrarsi al modello tradizionale
di celebrità. In un’epoca ossessionata dall’esposizione, scelgono la distanza. E
proprio così diventano icona.
5. E gli altri muti
Non sono stati soltanto un fenomeno generazionale. Hanno ridefinito il modo in
cui l’elettronica può dialogare con il pop senza perdere struttura. Molti hanno
preso il loro suono. Pochi il loro metodo.
6. La performance
I loro live non erano concerti tradizionali ma dispositivi. Luci, architettura,
sequenze: ogni elemento era parte di un’immagine coerente. Non si trattava solo
di suonare. Si trattava di mettere in scena un’idea.
7. La contraddizione come metodo
Rifiutare la celebrità e diventare iconici. Lavorare dentro l’industria senza
farsi assorbire. Non è incoerenza. È tensione controllata. È la loro cifra.
8. Il controllo del racconto
Poche interviste, niente spiegazioni, nessuna sovraesposizione. Hanno governato
la propria narrazione evitando di lasciarla in mano al sistema.
9. La fine come gesto raro
Decidere di fermarsi quando tutto funziona è un atto che pesa. In un’epoca di
reunion permanenti e anniversari seriali, scegliere di non tornare diventa una
posizione. Quanto durerà, lo dirà il tempo.
“Il silenzio può essere più potente dell’ennesimo ritorno”.
Mi mancano? Sì. Perché la loro presenza aveva un peso. Ma guai a idealizzarli.
Non hanno inventato nulla e non erano infallibili. Hanno però imposto un metodo:
stare dentro il sistema senza farsi inghiottire.
Cinque anni dopo, la questione non è se torneranno. È capire se quel meccanismo
consente ancora questo tipo di scelte. Loro hanno detto basta. Per ora. C’è da
credergli? Il ritorno è certamente più conveniente dell’assenza. In un’epoca in
cui nemmeno i morti, in musica, restano dove sono, non tornare è un atto di
coraggio.
Come sempre, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata,
disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire
la tua, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook
pubblica. È lì che il blog vola davvero. Lì il dibattito sfreccia, cambia
binario, spesso deraglia. E sì: se ne leggono di tutti i colori.
Buon ascolto. E buona lettura.
9 Canzoni 9 … dei Daft Punk
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“Fioritura”. È questa la traduzione del titolo del nuovo disco dei Planet Funk
“Bloom”. Collettivo nato nel 1999 che, negli ultimi anni, ha dovuto affrontare
le dolorose perdite di due dei quattro fondatori del gruppo, Sergio Della Monica
e Domenico Canu. La favola dei Planet Funk, una delle realtà più importanti del
panorama della musica elettronica e dance internazionale, come raccontato da dj
Alex Neri, ha rischiato di finire.
Sono stati molti i periodi di “appassimento” dovuti, soprattutto, alle
difficoltà nel ripartire a seguito delle scomparse dei due “fratelli”. Tuttavia,
il collettivo è riuscito a farsi forza, a guardare oltre nonostante i vuoti
incolmabili. E con sé è arrivata nuova (bella) musica e, dunque, la “fioritura”.
I Planet si sono riassestati e, dopo quindici anni, hanno pubblicato il loro
nuovo disco di inediti, “Bloom”. Il gruppo “anglo-partenopeo” è formato da Alex
Neri, Marco Baroni e dalle voci di Dan Black ed Alex Uhlmann. In occasione
dell’uscita di “Bloom”, Alex Neri ha raccontato, a FqMagazine, la lunga genesi
del progetto, composto da dodici tracce.
Siete dislocati in varie parti del mondo: come vi siete ritrovati per il disco?
Non è mai facile. È sempre stato un po’ il nostro problema la logistica. Ogni
volta che ci muoviamo è molto costoso, poi bisogna incastrare le esigenze di
tutti. Alex Uhlmann vive a Milano mentre, Dan Black, vive a Parigi. La
tecnologia ci aiuta ad organizzarci al meglio.
Quanto ci avete lavorato tra scrittura e produzioni?
È un processo lunghissimo perché nell’album ci sono canzoni scritte con i nostri
soci – quelli che purtroppo abbiamo perso – rivisitate in chiave più moderna,
che rispettassero ciò che siamo oggi, ovvero un gruppo un po’ nuovo. L’abbiamo
iniziato a scrivere nel 2014.
Dopo la scomparsa di Sergio Della Monica, nel 2025 è venuto a mancare Domenico
Gigi Canu. C’è stato il rischio della fine dei Planet Funk?
C’è stato eccome, soprattutto quando è morto Sergio. Non perché uno fosse meglio
di un altro, ma semplicemente perché era stato il primo ad andarsene. È stata
una cosa che nessuno di noi si sarebbe mai aspettato potesse accadere. Ci siamo
presi un po’ di tempo. Poi, la moglie di Sergio, dopo i primi anni di grande
sofferenza che l’hanno tenuta distante da noi, ha deciso di diventare la nostra
manager. Quando lei è tornata dicendo ‘secondo me Sergio vorrebbe questo’,
abbiamo preso tutti forza per riniziare un altro percorso.
È sia merito della moglie che vostro?
Abbiamo anche ereditato il nostro modo di fare musica. Quando stai tanti anni in
studio insieme, alla fine, diventa un metodo. E questo metodo ce lo siamo
ereditato. Non nascondo che, molte volte, quando sono in studio, per me è un po’
come se avessi Sergio e Gigi a fianco. Ragiono anche con la loro testa.
Il titolo “Bloom” è un omaggio alla resilienza?
Assolutamente sì. Pensavamo fosse davvero il titolo giusto anche per tracciare
una linea di ripartenza. Perché non è che ci piace tanto star lì a parlare delle
nostre cose. Odio cavalcare, solcare queste cose populiste. Ovviamente abbiamo
sofferto moltissimo perché sono perdite incredibili, sono fratelli. Però ci
piace anche pensare che la vita vada avanti e che, quindi, occorra concentrarsi
su quello che è poi il nuovo, il futuro e quello che verrà.
In “Feel Everything” Dan Black dice: “Sono così stanco di vivere / vivendo il
sogno di qualcun altro”…
Il brano riassume quello che stavo dicendo, della perdita dei nostri fratelli e
del nuovo che stava arrivando. Quando è morto Gigi eravamo al Tenax (un club di
Firenze, ndr) e stavamo, dopo il Festival di Sanremo 2025 (dove i Planet Funk si
erano esibiti come ospiti sul palco galleggiante Costa Toscana, ndr) preparando
la tournée estiva. Era morto Gigi ma, essendo in studio a fare le prove, non
avevamo avuto neanche il tempo di viverci il lutto di nostro fratello. Eravamo
andati a Napoli al funerale e siamo tornati la mattina dopo ed eravamo già in
sala prove per il live. Lì è nata questa discussione con Dan Black dove ci siamo
resi conto di non avere neanche il tempo di viverci un lutto che eravamo già a
provare.
Vi siete detti altro?
Da lì la discussione si è prolungata, arrivando a quello che stiamo vivendo
oggi. C’è un mondo pieno di informazioni dappertutto, che non ti dà modo di
concentrarti un attimo su te stesso, sui tuoi sentimenti e sui tuoi bisogni
reali, non materiali. Così è nata questa canzone. M’immedesimo anche un po’
nelle nuove generazioni. Perché un conto è un uomo della mia età, che riesce a
filtrare molto di quello che viene detto ed è in grado di farlo suo. Un altro è
magari un ragazzino di vent’anni che non ha proprio l’esperienza di vita per
poterlo fare.
In “The World’s End” torna spesso il concetto di indossare delle “maschere”. Ci
sono momenti in cui senti di non averla?
Ho lavorato tantissimo per levarmi qualsiasi tipo di maschera, ma l’ho avuta.
Quando si lavora con il pubblico inevitabilmente devi costruirti un alter ego.
Il pubblico è una cosa meravigliosa ma, quando ci si espone, c’è sia chi ti ama
e sia chi ti odia. È un test dove ti metti in pasto. E quindi un alter ego ti
serve un po’ per proteggerti. Poi però ho cercato, anno dopo anno, di levarmi
qualsiasi tipo di maschera. E non so se ci sono riuscito, ma sono sicuro che sto
provando.
“Sono un amante dell’eccesso. Non riesco ad averne abbastanza di quella pura
ebbrezza”, cantate in “I Get A Rush”. Nel vostro percorso artistico, che ruolo
hanno avuto le sostanze?
A me fa sempre bene un po’ d’alcol, uno shot di tequila prima del concerto,
perché alleggerisce le tensioni. Da un punto di vista creativo non c’è mai stato
il bisogno. Se uno si va a scavare dentro non ha bisogno di alcun tipo di
sostanza. Con questo non giudico, non voglio passare da prete.
“Leap In To The Light” è un invito a viaggiare con la mente. Le persone, con
tutte le notizie di cronaca e le difficoltà personali, riescono ancora ad andare
oltre con l’immaginazione?
Alcuni riescono. Siamo così sommersi di informazioni che a volte non c’è proprio
spazio alla fantasia, non abbiamo tempo. Basti pensare anche alla velocità con
cui si scrolla su Instagram. Non è che ci si sofferma. È anche un periodo dove
il lavoro è tanto ed è diventato molto stressante. La gente ti scrive su
WhatsApp e se non rispondi subito sembra che qualcuno stia morendo. Tutto il
mondo va così veloce che alla fine si ha sempre poco tempo per la fantasia o per
leggerti un libro. Si arriva stravolti la sera. È un problema comune a tutti.
Si parla sempre di più di crisi del clubbing. I giovani di oggi si sono
disaffezionati a quel tipo di vita notturna?
Sono generazioni completamente diverse. Credo che oggi i giovani vivano un po’
di quello che abbiamo fatto negli Anni 90, come noi avevamo un po’ evitato
quello che aveva fatto la generazione prima, negli Anni 70. Oggi tanti giovani
hanno uno stile di vita più sano. Cercano di mangiare bene, cercano di non fare
le sei di mattina. In questo è cambiato molto il clubbing. Tanti di loro sono
semplicemente inibiti dal fatto che qualsiasi cosa che fanno possono essere
immortalati.
Negli Anni 90 era più difficile accadesse?
Nei club degli Anni 90 c’erano persone che si travestivano da donna il sabato e
di mattina lavoravano in banca. Cose che magari oggi sarebbero impensabili. Il
fatto che in ogni momento si possa essere immortalati dai social non ti rende
neanche poi così libero di vivere la vita come vorresti. La crisi del club però
credo sia dovuta ad un’assenza totale della politica italiana, delle politiche
sociali, della cultura.
Come vedi il presente e il futuro della musica elettronica con l’IA?
Dipende tutto dalle coscienze. Tutto il mondo è diviso tra coscienza e non
coscienza. È ovvio che se esiste una cosa come l’intelligenza artificiale a
disposizione dell’uomo possa essere una cosa molto favorevole. Io stesso ogni
tanto la uso per tradurre e per preparare delle mail. Il male è se io divento
schiavo dell’AI e non ragiono più con la mia testa. Finché il progresso e le
tecnologie rimangono a servizio dell’uomo, lo impegnano. Quando la tecnologia
prende il posto dell’uomo è pericoloso.
Dal 6 maggio girerete l’Europa con il vostro tour, cosa puoi anticiparci?
Sono veramente contento di partire da città internazionali. Il fatto che
all’estero ci sia ancora un circuito di clubbing, di musica live, ci fa ben
sperare. Siamo felici anche per le città che tocchiamo: Londra, Berlino,
Barcellona, Madrid sono città che tutt’oggi vivo da DJ e mi rendo conto anche
delle agevolazioni che possono dare quando uno fa musica o cultura in generale.
C’è anche una differenza di scena musicale rispetto alla nostra?
Non è tanto la scena. È più una differenza dal punto di vista sociale nel nostro
Paese ma anche, soprattutto negli ultimi vent’anni, di politiche sociali.
Servirebbe qualcuno che riesca a vedere un pochino più in là rispetto al solo
oggi. Mancano i rischi. Come hanno fatto gli spagnoli che, per esempio, stanno
volando in questo momento e, non a caso, facciamo due date in Spagna, a
Barcellona e a Madrid. Il nostro Paese soffre di quello che è il proprio male.
La cultura e il club sono una conseguenza di quella che è la nostra situazione
politica.
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il sabato e la mattina lavoravano in banca. Quando è morto Della Monica i Planet
Funk hanno rischiato di scomparire”: parla Alex Neri proviene da Il Fatto
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