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Live Nation compra l’Unipol Forum di Assago, Carroponte e il Teatro Repower: ecco cosa accadrà a Milano e nel mondo della musica dal vivo in Italia
Novità nel mondo dell’organizzazione della musica dal vivo. Live Nation ha firmato un accordo per l’acquisizione del Gruppo ForumNet, uno dei principali operatori di venue in Italia, da Bastogi S.p.A. L’attuale team ForumNet continuerà a gestire le venue, accogliendo tutti gli organizzatori di eventi. Live Nation proseguirà l’attività di promozione degli spettacoli su tutto il territorio italiano. Il completamento dell’operazione è subordinato alle consuete condizioni di closing ed è previsto entro aprile 2026. Fulcro dell’operazione è l’Unipol Forum di Assago (Milano) che dalla sua inaugurazione nel 1990 accoglie ogni anno circa 2 milioni di spettatori e ha ospitato superstar internazionali e grandi protagonisti della musica italiana come Vasco Rossi, Cesare Cremonini, Tiziano Ferro e Marco Mengoni. Oltre alla musica, l’Unipol Forum è la casa dell’Olimpia Milano di basket e ospiterà le competizioni di pattinaggio di figura e short track, ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026. “Siamo orgogliosi di accogliere queste venue storiche di Milano all’interno di Live Nation e di investire nel loro futuro. – ha detto Roberto De Luca, Presidente di Live Nation Italia – Il Forum ha ospitato alcuni dei più grandi artisti italiani e internazionali e non vediamo l’ora di creare nuove opportunità per artisti e pubblico. Le venue ForumNet continueranno a operare con un management indipendente, mantenendo rapporti consolidati con tutti i partner e i promoter”. Live Nation ha annunciato un ambizioso piano di investimenti per l’Unipol Forum, “finalizzato a migliorare l’esperienza del pubblico e potenziare le infrastrutture dedicate ad artisti e produzioni”. Il progetto prevede anche importanti interventi orientati alla sostenibilità ambientale, con l’obiettivo di ridurre l’impronta carbonica della struttura. Questi interventi valorizzeranno il patrimonio olimpico della venue, garantendone il ruolo di polo di riferimento per l’intrattenimento internazionale e lo sport di alto livello negli anni a venire. L’accordo strategico comprende anche la gestione del Teatro Repower e dello spazio all’aperto Carroponte. Nel loro insieme, queste venue svolgono un ruolo chiave nel settore dell’intrattenimento dal vivo in Italia, che nel 2024 ha generato un valore complessivo di 4,5 miliardi di euro a livello nazionale. “Queste venue sono da decenni al centro della vita culturale milanese. – ha detto Marco Cabassi, Presidente del Gruppo Bastogi- La partnership con Live Nation garantisce che possano continuare a crescere e a essere un punto di riferimento, accogliendo artisti e pubblico dall’Italia e da tutto il mondo anche negli anni a venire”. Live Nation gestisce già l’Inalpi Arena (ex PalaAlpitour) di Torino con una capienza fino a 15.000 posti, che ospita artisti internazionali e nazionali, oltre a grandi eventi come le Nitto ATP Finals (2021-2026). L'articolo Live Nation compra l’Unipol Forum di Assago, Carroponte e il Teatro Repower: ecco cosa accadrà a Milano e nel mondo della musica dal vivo in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Portare un uccello vivo è stupido, lento, inutile e crudele”: la rabbia degli animalisti contro Sabrina Carpenter per lo show ai Grammy Awards. Anche Lady Gaga nel mirino
“Portare un uccello vivo sul palco dei Grammy è stupido, lento, inutile e crudele”. È con queste parole che PETA ha attaccato Sabrina Carpenter dopo la sua esibizione di apertura ai Grammy Awards 2026, andati in scena domenica sera alla Crypto.com Arena di Los Angeles. La presa di posizione dell’organizzazione animalista ha immediatamente spostato l’attenzione dalla musica a un tema etico: l’uso di animali vivi e di materiali di origine animale negli spettacoli di grande esposizione mediatica. La performance di Sabrina Carpenter, 26 anni, si è svolta all’inizio della cerimonia ed era costruita su una scenografia ispirata al mondo degli aeroporti. Durante l’esecuzione del brano “Manchild”, la cantante si è seduta su una piattaforma collocata all’interno di un aereo argentato. Nel finale, mentre la struttura si sollevava in aria, l’artista ha estratto una colomba bianca, tenendola tra le mani davanti al pubblico e alle telecamere. Pochi minuti dopo, PETA ha diffuso un comunicato e una serie di messaggi sui social. In uno dei post più duri, l’organizzazione ha scritto: “Did Sabrina Carpenter really just bring a bird on stage in 2026?! Leave animals out of the #GRAMMYs”. In un secondo intervento, ancora più esplicito, ha aggiunto: “Hey Sabrina. Bringing a live bird onto the Grammys stage is stupid, slow, useless, and cruel”, ovvero: “Portare un uccello vivo sul palco dei Grammy è stupido, lento, inutile e crudele”. Secondo PETA, l’ambiente di uno show televisivo rappresenta una fonte di forte stress per un animale: nel comunicato si sottolinea che “bright lights, loud noise and handling cause fear and distress for a bird who belongs flying free in the open sky”, ribadendo che luci intense, rumore e manipolazione non sono compatibili con il benessere di un uccello. Dopo l’esplosione della polemica, Entertainment Weekly ha contattato i rappresentanti di Sabrina Carpenter per chiedere un commento ufficiale. Al momento, però, né l’artista né il suo entourage hanno rilasciato dichiarazioni in risposta alle accuse dell’organizzazione animalista. Nel mirino di PETA, durante la stessa edizione dei Grammy Awards, è finita anche Lady Gaga. L’organizzazione ha criticato la cantante per la scelta di indossare un abito piumato, inserendola tra gli esempi di un utilizzo ritenuto inappropriato di elementi riconducibili agli animali. Pur senza entrare nel dettaglio della creazione o dei materiali, la posizione di PETA si colloca nello stesso filone di denuncia: escludere animali vivi e materiali di origine animale dagli eventi di grande visibilità. L'articolo “Portare un uccello vivo è stupido, lento, inutile e crudele”: la rabbia degli animalisti contro Sabrina Carpenter per lo show ai Grammy Awards. Anche Lady Gaga nel mirino proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Performare a tutti i costi? Ammetto di non saper volare. I miei figlioli Masno e Duccio sono il panorama più bello che potessi mai vedere”: parla Enrico Nigiotti
Festival di Sanremo numero quattro. È un bel traguardo quello raggiunto da Enrico Nigiotti che ritorna al Festival per presentare “Ogni volta che non so volare”. La canzone farà parte del suo sesto album in studio, che si intitolerà “Maledetti Innamorati” – prodotto da Juli, Celo ed Enrico Brun – e verrà pubblicato il 13 marzo. Il nuovo disco raccoglie 11 canzoni. All’interno della tracklist “L’amore è / L’amore va”, l’unico pezzo con un ospite del disco: Olly. Prima di salire sul palco dell’Ariston, Enrico Nigiotti porta la sua musica nei teatri italiani con “Maledetti Innamorati”, un tour sold out e prodotto da A1 Concerti, che si concluderà il 5 febbraio. È il tuo quarto Sanremo, quanto è cambiato Nigiotti dall’ultima partecipazione del 2020 con “Baciami Adesso”? Sono cambiato come, come diceva Eraclito, “non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume”. Quindi sono cambiato come l’acqua di un fiume, ma sono sempre lo stesso. Sono felice, sono successe tante cose in questi anni, brutte, ma anche cose bellissime. Quindi sulle mie spalle ho più bagaglio, ho più vita addosso, ho assaggiato più vita e dentro sia il pezzo di Sanremo che al mio album, c’è vita nuova. Qual è il messaggio di “Ogni volta che non so volare”? È un flusso di coscienza che attraversa non solo la mia vita, ma anche la vita un po’ di tutti.Viviamo in un momento dove performare sembra essere l’unica maniera per esistere. Non solo nella musica, ma in tutti gli ambiti sembra quasi che devi avere per forza successo. In realtà ‘io non so volare’, è bello ammetterlo. Ma soprattutto è bello anche cadere e poi riuscire a rialzarsi, anche perché in quei momenti lì riesci a capire chi veramente ti sta accanto. Viviamo in un momento in cui è tutto un ‘fratello, brò’, ma poi alla fine le vere amicizie, gli amori veri, insomma le persone che ti fanno star bene, che ci sono e ci saranno sempre, si contano sulle dita di una mano. Tra le collaborazioni spicca quella con Olly, che ha vinto lo scorso anno. Vi siete sentiti? Cosa ti ha consigliato? C’è stima con Olly, che tra altre cose, è l’unico ospite del mio nuovo disco ‘Maledetti innamorati” nel brano “L’amore è / L’amore va”. Ci siamo conosciuti con Juli a un tavolino con del vino. Così è nata la collaborazione sia nel suo album e adesso nel mio con un mash-up di due canzoni. Lui è sempre stato molto carino con me, mi ha subito videochiamato quando ha saputo che ero nel cast di Sanremo. In un mondo come quello della musica, nello showbusiness, dove tanti rapporti sono più di circostanza, sono felice di aver trovato due amici, due fratelli. Sono persone che ci saranno sempre, come io ci sarò sempre per loro. In questi 4 anni ci sono stati momenti difficili e belli. Vuoi raccontarci un momento difficile che hai dovuto affrontare e il primo momento bello che ti viene in mente? Uno dei momenti più difficili della mia vita si riallaccia alla paura di non riuscire a vivere musica, ma anche quando ho cominciato a intraprendere questo ‘cammino’, ci sono stati tanti periodi in cui avevo paura di non riuscire a continuare. Ci sono stati momenti in cui c’era poca fiducia nei miei confronti da parte di tante persone che avevo attorno. Il momento più bello è il 13 marzo del 2023 quando sono nati Masno e Duccio, i miei figlioli, che sono il panorama più bello che potessi mai vedere Ci racconti la scelta della cover e della collaborazione con Alfa per Sanremo 2026? Ormai diciamo che con i genovesi c’è un bel rapporto (ride, ndr). Alfa l’ho conosciuto un anno e mezzo fa perché mi aveva chiamato il suo produttore per fare una piccola session in studio, insieme. Da lì ci siamo conosciuti e ‘presi bene’, come dicono i giovani. Ho deciso di portare come cover a Sanremo ‘En e Xanax’, che è un pezzo stupendo di Bersani, un gioiello. Mi piaceva l’idea di condividere questa cosa e unire tre generazioni: la mia, quella di Alfa e quella di Bersani. Certe canzoni, soprattutto quelle come questa, dovrebbero essere conosciute da tutti. Chi sono i Maledetti Innamorati per Nigiotti? Sono quelli un po’ come me, innamorati della vita, dei sogni, dell’amore, che comunque vedono il sole anche nelle giornate di pioggia. È importante non solo essere sotto al sole ma anche essere sotto la pioggia per crescere un po’ come accade nei campi in campagna. Quindi parliamo di tutti quelli che non si arrendono, sono quelli che continuano a camminare in salita e non smettono mai. Cosa dobbiamo aspettarci da questo disco? È un disco importantissimo perché segna un po’ il mio ritorno. È un disco che parla della mia vita, ma anche della vita di tutti perché lo ripeterò all’infinito sono una persona come gli altri. Rispetto a 5 anni fa ho fatto più di un bagno nella vita. L'articolo “Performare a tutti i costi? Ammetto di non saper volare. I miei figlioli Masno e Duccio sono il panorama più bello che potessi mai vedere”: parla Enrico Nigiotti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Everybody viva el Duche: se la ricezione è distratta, la satira da potente diventa pericolosa
La discussione non riguarda più solo i meme nostalgici o i video virali di qualche anno fa. Oggi la politica italiana convive con Everybody viva el Duche, un brano che mescola ironia pop, latino americana e riferimenti storici, trasformando in ballabile un termine carico di tragedia. Pezzo diventato virale su TikTok, utilizzato in oltre 8000 video, non è l’innovazione della musica politica: canzoni satiriche e remix sono sempre esistiti. La novità è la viralità istantanea, la facilità con cui un simbolo storico entra nei feed di milioni di persone, accompagnato da balletti, meme e remix, a pochi click da noi. “Il brano – spiegano gli autori – usa l’ironia per esagerare situazioni, linguaggio e cliché storici, trasformandoli in pura arte pop musicale enfatizzata dal montaggio paradossale. Non è una celebrazione, non è un inno al fascismo, ma una caricatura irriverente in chiave pop pensata per intrattenere, riflettere e smontare l’assurdità di certi miti del passato. Un brainrot musicale destinato a diventare virale e a distruggere il potere dei termini. Nonostante l’ilarità della canzone e i ban di TikTok, Everybody viva el duche è diventata una hit che, più viene bannata e censurata, e più si rafforza. L’ironia e le caricature pop non possono essere sottoposte a censura”. Il pezzo, che scherza col termine Duce, e che è stato rilanciato da programmi radiofonici come La Zanzara, che ha fatto un po’ da cassa di risonanza, tuttavia ha un’ironia digitale non del tutto innocua. Dipende dal pubblico che la fruisce: chi condivide già una certa visione politica può interpretare la canzone come conferma del proprio pensiero, chi non la condivide la percepisce come satira. Il punto, però, è che oggi la satira è veicolata da algoritmi, trend e dinamiche di engagement, non da dibattiti pubblici o giornalismo critico. Così, ciò che nasce per smontare un mito può finire per rafforzarne involontariamente la presenza nella cultura digitale. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, è la figura centrale di questo cortocircuito: non è più la semplice destinataria di meme virali pensati per ridicolizzarla, ma la protagonista di una cultura pop-politica in cui visibilità e riconoscibilità contano più dei contenuti. La sua immagine si presta al remix: appare per magia perfino in un affresco della Cappella del Crocifisso di San Lorenzo in Lucina, rimbalza in coreografie, battute, citazioni condivise. Non è la sostanza della politica, ma ne determina la percezione pubblica. In questo senso, Meloni ha ottenuto ciò che pochissimi leader riescono a conquistare: familiarità digitale, presenza virale, capacità di entrare nell’immaginario collettivo. Ma qui sta il punto cieco. Il Duce non è un meme neutro: è un simbolo storico di violenza e dittatura. Ridurlo a ballo o canzone non lo svuota, lo normalizza. E il rischio non è la satira, ma la banalizzazione della tragedia che quel simbolo porta con sé. /box_correlati] Il contesto culturale è fondamentale. Assistiamo a un’Italia in cui memoria e cronaca civile si mescolano a viralità e intrattenimento digitale. Acca Larenzia smette di essere solo cronaca nera e diventa folklore digitale; il fascismo non torna in camicie nere, ma si ripresenta attraverso la musica e la condivisione compulsiva. La parodia rischia di normalizzare simboli e linguaggi storici che avrebbero bisogno di analisi, approfondimento, contestualizzazione. Il brano, quindi, è più di un tormentone: è un laboratorio sociale che mostra come l’ironia algoritmica possa funzionare come anestetico culturale. Ride di tutto allo stesso modo, produce engagement, non consapevolezza. La storia non si neutralizza con un remix così come la memoria non si sostituisce con un trend. E il problema non è la canzone, ma la nostra capacità di leggere il passato mentre condividiamo il presente. Ridere è legittimo, ma comprendere resta necessario. Il messaggio è chiaro: la satira digitale è potente, ma può diventare pericolosa se la ricezione è distratta. La politica italiana oggi si gioca tra algoritmi e storia, tra pop e memoria. Everybody viva el Duche non è il problema, ma l’indicatore: misura come l’Italia contemporanea gestisce simboli, storia e cultura digitale insieme. E noi, spettatori, non siamo innocenti: ogni risata è una forma di amnesia. L'articolo Everybody viva el Duche: se la ricezione è distratta, la satira da potente diventa pericolosa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Non sono a Sanremo 2026 per fare la popstar. Cito Berlusconi perché mi affascina la Prima Repubblica. Quello che accade oggi in Italia è frutto di quella storia. Lo ius soli? Bisogna snellire la burocrazia”: così Sayf
Fa lunghe pause come Adriano Celentano, sorride spesso, timido quanto basta, elegante nei movimenti e per nulla banale. Sayf (vero nome Adam Viacava, ndr) è uno dei protagonisti del Festival di Sanremo 2026, l’ennesimo cantautore della scena genovese che arriva sull’onda lunga di Olly, Bresh e Alfa, solo per citarne alcuni. Le luci puntate addosso perché potrebbe essere l’outsider di questo Festival con la canzone “Tu mi piaci tanto” lo sorprendono, ma non lo destabilizzano perché, in fondo, come dice lui stesso “questa è una canzone come un’altra”, dice facendo spallucce. “Chi me l’ha fatto fare? Eh perché stiamo in questo mondo, in questo sistema qua. Sennò uno si fa le le canzoni per i fatti suoi. È un po’ andare incontro al sistema, no? La musica si vende, quindi vendiamola!”. Insomma sul filo dell’ironia (e delle pause ragionate) inizia così l’incontro con uno dei giovani artisti più interessanti del panorama musicale italiano. Nella serata dei duetti, Sayf sarà accompagnato da Alex Britti e Mario Biondi sulle note di “Hit The Road Jack” di Ray Charles. Non ci gira attorno l’artista: “È nata abbastanza per caso questa collaborazione, perché abbiamo visto recentemente su Internetche entrambi hanno suonato con Ray Charles e quindi ci è venuta questa idea. Poi le cose, per come la vedo io, vanno sempre come devono andare quindi destino ha voluto che andasse così”. Aspettative dal Festival? Sono tranquillo, non mi aspetto niente, vado a fare quello che faccio sempre e basta. Per quanto riguarda il genere, non è una scelta così ragionata, è semplicemente uscita così. L’unica scelta più ragionata, relativa la canzone, è più sulla struttura, quindi aver dato spazio ai ritornelli, che magari nelle canzoni che faccio io di solito rimane un po’ più statica, perché a me piacciono i ritornelli anche un po’ più ‘cantautorali’. Cioè che non deve risultare musicalmente piacevole basta, ma che va a dire qualcosa. Cosa rappresenta questa occasione per te? Sanremo per me è come se fosse un tirocinio, perché faccio musica da tutta la vita, ma senza una particolare attenzione addosso, poi ora piano piano sta arrivando questa attenzione qua e quindi sento anche la pressione di giocarsela bene. Non sono qua per cercare di fare la popstar, faccio quello che farei a prescindere. Poi se arriva il riscontro, il successo ok ma vorrei gestirla in maniera tranquilla. Conoscevi già Sanremo? Sanremo è molto seguito in Tunisia, se non sbaglio anche in Albania. La generazione di mia madre che del ’64 ha sempre potuto vedere Rai 1 non si è persa una edizione. Molte delle parole in italiano che sanno questi popoli è anche grazie alla tv italiana. Quando Carlo Conti ha confermato che ero nel cast ho chiamato mia mamma, che era in Tunisia in quel momento. Però peccato perché tra cugini, amici, parenti, non possono votare dalla Tunisia! Si parla anche di pace nella tua canzone, come mai? Sono un sognatore, quindi spero in un mondo tranquillo e unito. Siamo tutti uguali, ma spesso lo dimentichiamo. Quindi questa immagina è il classico simbolo di non violenza. Un signidicato per dire ‘Possiamo fare qualcosa, forse’. Perché tanto qua ci vogliono tutti allo scontro. Alla fine chi ci marcia non siamo noi che andiamo a manifestare, ma chi ci sta sopra. Io non sono un rivoluzionario, faccio una canzonetta, poi magari qualcuno la interpreta come vuole o gli viene voglia di far qualcosa, io comunque ci sono. Silvio Berlusconi è citato con “l’Italia che amo”, dal famoso discorso della discesa in campo. Perché hai preso questo riferimento? Mi affascinano tutte le vicende che riguardano la Prima Repubblica, ma proprio per un fine: capire cosa è successo, per capire poi quello che succede adesso e quello che accadrà. Perché alla fine la storia è circolare. Conoscere la storia ci consente di capire le dinamiche di quello che accade. Tutte cose che magari scopriremo tra 50 anni sveleranno i segreti di Stato. Non sono eventi che ho vissuto in prima persona, ma li ho studiati. Ti inserisci sull’onda lunga della scuola genovese attuale da Olly a Bresh, come mai questo successo? Non mi sono mai interrogato il perché e il per come. Quando vedo che le cose girano bene, così mi mi fa piacere e basta, sono contento. Poi allo stesso tempo mi sembra di notare che comunque la musica che facciamo è si genovese, ma è molto anche nazionale. Non si ha una narrazione ‘romantica’ di Genova però ci sono dei punti di contatto che poi riguardano tutta l’Italia. A 19 anni sei arrivato a Milano, poi sei tornato nella tua città Genova. Cosa è accaduto? Milano rappresentava, nel mio piccolo, il sogno americano. Così con alcuni amici ci siamo ritrovati a Milano, abitavamo a Sesto Rondò. Siamo stati sfortunati perché abbiamo beccato il lockdown in pieno. Quindi abbiamo vissuto a Milano per un po’, poi sono tornato a Genova. Io sono dell’idea che le cose vanno come devono andare, sono anche contento che non sia andata bene. Pregi e difetti del sistema musica? Purtroppo questo è un mondo che ti riempie di attenzioni, anche in maniera, secondo me, sbagliata. È facile perdere il rapporto con la realtà e quindi diventa l’ennesimo pupazzetto viene un po’ usato e poi finisce nel nulla. Cioè a me va bene se finisse domani, non importa. Però almeno vivo con la consapevolezza di gestire in prima persona certe dinamiche. La mia vita è la mia vita a prescindere, da quante persone dicono che sono bravo. Hai mai tentato la strada del talent? Ho fatto anche io dei provini per il talent, come ad esempio Nuova Scena di Netflix. Ma non mi hanno preso. Poi mi hanno richiamto ma non me la sono sentita. Con tutto il rispetto ovviamente perché non voglio giudicare in alcun modo, però nella mia testa è sempre stata un po’ come dire, me la ‘tengo come ultima spiaggia, se non ho più carte da giocare vado, tanto non ho niente da perdere’. Allo stesso tempo l’unica cosa che non condivido magari di quel tipo di contesti è che è intrattenimento, però non viene comunicato come tale. Viene fatto passare lo storytelling di uno che si sveglia e può diventare famoso grazie al talent, come X Factor o altri. Ovviamente poi non è così. Poi ci sta anche a sognare, non voglio veramente mancare di rispetto a nessuno, anzi. Sei nato da madre tunisina e padre italiano a Genova. Cosa ne pensi dello ius soli, hai vissuto direttamente o indirettamente questa situazione? Non è una cosa che ho vissuto su me stesso, perché io ho avuto la fortuna di nascere a Genova e quindi di essere italiano dalla nascita, poi mio padre è italiano, ma è una dinamica che ho vissuto. Conosco persone anche della famiglia che devono andare in Questura a fare i rinnovi del permesso di soggiorno, un iter burocratico lunghissimo che inizia alla notte o alla mattina prestissimo. Una follia. Insomma non si respira una bella aria. Ti pesa il doppio perché in quei momenti pensi ‘devo far la fila per dimostrare che cosa, che sono qua, che posso stare qua”. È brutto andare in Questura quando ormai vivi, lavori in Italia da anni e hai il percepito di non essere accettato come italiano in questo Paese. Ovviamente mi dispiace, spero che si possa un attimo, snellire il sistema. L'articolo “Non sono a Sanremo 2026 per fare la popstar. Cito Berlusconi perché mi affascina la Prima Repubblica. Quello che accade oggi in Italia è frutto di quella storia. Lo ius soli? Bisogna snellire la burocrazia”: così Sayf proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“C’è documentario di Netflix che viene pubblicizzato usando il nome Red Hot Chili Peppers. Ma non c’entriamo nulla”: la band avvisa i fan
Netflix esplorerà il primo periodo della carriera dei Red Hot Chili Peppers nel documentario dal titolo “The Rise of the Red Hot Chili Peppers”, che debutterà il 20 marzo. Secondo Variety, il film si concentrerà sul ruolo formativo del chitarrista originale Hillel Slovak, morto per overdose nel 1988. il progetto è stato diretto da Ben Feldman e si basa su nuove interviste con i membri dei Red Hot Chili Peppers Flea e Anthony Kiedis, oltre ad amici e familiari di Slovak. Ma Anthony Kiedis, Flea, John Frusciante e Chad Smith non ci stanno e con un lungo post sui social hanno voluto mettere le mani avanti e specificare: “Circa un anno fa, ci è stato chiesto di essere intervistati per un documentario su Hillel Slovak. Lui è stato un membro fondatore del gruppo, un grande chitarrista e un amico. Abbiamo accettato di essere intervistati per amore e rispetto per Hillel e la sua memoria“. E ancora: “Tuttavia, questo documentario viene ora pubblicizzato come un documentario sui Red Hot Chili Peppers, cosa che non è. Non ci abbiamo avuto creativamente nulla a che fare. Dobbiamo ancora realizzare un documentario sui Red Hot Chili Peppers. Il soggetto centrale di questo speciale Netflix è Hillel Slovak e speriamo che susciti interesse su di lui e sul suo lavoro”. Bizzarro con uno spiccato senso dell’umorismo e con la libertà nel corpo Slovak era davvero la scintilla che diede origine al senso del progetto dei Red Hot Chili Peppers. Il musicista però morì a causa delle sue dipendenze. La canzone “Knock Me Down” dall’album “Mother’s Milk” del 1989, è dedicata proprio a Slovak. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Red Hot Chili Peppers (@chilipeppers) L'articolo “C’è documentario di Netflix che viene pubblicizzato usando il nome Red Hot Chili Peppers. Ma non c’entriamo nulla”: la band avvisa i fan proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Grammy ai Cure: nove motivi per cui avrebbero dovuto vincerlo prima
I Cure hanno vinto due Grammy Awards. È successo ieri a Los Angeles, nel contesto della cerimonia di assegnazione dei premi. Uno come miglior album di musica alternativa con Songs of a Lost World, uno per miglior performance con Alone. Non un premio alla carriera mascherato, ma un riconoscimento arrivato adesso, mentre la band è ancora in scena, con un disco nuovo, pubblicato nel 2025, che non cerca scorciatoie e non fa sconti a nessuno. Songs of a Lost World non è un album accomodante. Anzi: sono più i motivi per cui non dovrebbe piacere di quelli per cui dovrebbe. È cupo, lungo; ostinatamente lento. Per non parlare della produzione: irregolare e a tratti fragile; lontana da qualsiasi artificio contemporaneo. È un album che chiede attenzione. E poi, Alone, non è una hit radiofonica: supera i sei minuti, non strizza l’occhio a niente e a nessuno. Dimenticate Friday I’m in Love. Qui non c’è la nostalgia come rifugio, ma un presente che pesa e che pretende spazio. Ed è proprio qui che nasce il corto circuito. Che un’istituzione come i Grammy premi oggi un disco così non è una cosa bella. È un premio che arriva con un ritardo clamoroso. Davvero dobbiamo considerare normale che Robert Smith e soci vincano il loro primo Grammy nel 2026? C’è qualcosa che non torna. Non tanto nella vittoria in sé, quanto nella sua collocazione temporale. La qualità della musica del gruppo inglese, era evidente da decenni. Ti lascio quindi qui nove motivi per cui i Cure avrebbero dovuto vincerlo ben prima del 2026. Nove, giusto per restare fedeli al diktat di questo blog. 1. Non hanno inventato un linguaggio che altri hanno copiato. 2. Sono stati popolari senza mai sputtanarsi. 3. Hanno attraversato il tempo senza inseguirlo. 4. Che l’amore non è rassicurante, in musica, ce lo ha insegnato Robert Smith 5. Il buio nei Cure non è mai stato una posa. 6. Molto di quanto venuto dopo è stato da loro influenzato 7. Non hanno mai reclamato nessun merito 8. Non sono mai scesi a compromessi 9. Non hanno mai chiesto consenso, semmai ascolto. “Non è una cosa bella. Ma è una cosa giusta”. Perché questo premio racconta un sistema che, per un attimo, si ricorda dove passa il senso delle cose. E va detto senza girarci intorno: i Cure quel senso non l’hanno mai inseguito. Non hanno nemmeno rincorso il presente cercando di adattarsi a ciò che funzionava in un determinato momento storico. Sono tra i pochi che quel senso lo hanno costruito, disco dopo disco, senza preoccuparsi di piacere. Si chiama coerenza. “Quello dovevano fare e quello hanno fatto”. Diciamolo chiaramente: questo riconoscimento non cambia i Cure. Figuriamoci: è facile immaginare quanto possa importare a Robert Smith. Cambia semmai — si spera — la misura di chi premia. E il fatto che se ne accorga così tardi dice molto di più del sistema che della band. Chiudo anche stavolta con la musica, che resta il vero filo di tutto: una playlist dedicata, disponibile sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi intervenire, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica, dove questo blog continua davvero a vivere. Buon ascolto e buona lettura. 9 Canzoni 9… dei Cure L'articolo Il Grammy ai Cure: nove motivi per cui avrebbero dovuto vincerlo prima proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Se Giorgia Meloni si ferma in superficie Italia Starter Pack potrebbe piacerle. A Eurovision metterei nel testo un bel proclama su quello che penso”: così J-Ax
J-Ax per la seconda volta nella sua carriera torna sul palco del Festival di Sanremo 20226 e questa volta lo fa da solista con “Italia Starter Pack“. “Serve una brutta canzone che fa pa pa parappa”. Ma quella di J-Ax non è una brutta canzone, anzi è uno squisito country. Un manifesto impietoso e onesto dell’Italia di oggi tra furbetti e santi in paradiso che non ci sono. Sintetizzando il brano l’artista ha detto: “Il pacchetto base che serve per iniziare a essere italiano e vivere nel nostro Paese”. La frase cult è: “Qui per campare serve un po’ di culo sempre” Il titolo richiama il trend virale degli “Starter Pack”, diventato popolarissimo tra i giovani sui social: rappresentazioni visive che sintetizzano stereotipi e caratteristiche di persone, luoghi o stili di vita. J-Ax trasforma lo Starter Pack dell’italiano in una satira a ritmo country. “Nel country trovo ancora storie che mi emozionano. – ha detto l’artista a Il Messaggero – Reinterpretare la mia persona attraverso i generi è una cosa che faccio da sempre: dal rap al pop, passando per il rock. Stavolta tocca al country. Reinventarsi è l’unico modo per continuare a divertirsi in studio”. Meloni potrebbe apprezzare il resto? “Non saprei: se si ferma in superficie, la canzone potrebbe anche piacerle”. Ma J-Ax ha le idee chiare sulla battaglie sociali e politiche nel nostro Paese: “Basta ai paradisi fiscali in Europa per le multinazionali. È inaccettabile che le piccole imprese italiane si trovino a fare i conti con un carico fiscale totale elevatissimo e le multinazionali no. Seconda: il salario minimo. Terza: che la sanità pubblica torni ad essere di nuovo pubblica”. “Italia Starter Pack” a Eurovision farebbe discutere: “Vado e cambio il testo della canzone mettendoci dentro un bel proclama su quello che penso. È vietato? Lo farei con intelligenza: inserirei un passaggio ambiguo che quelli non sono svegli abbastanza da cogliere. Le ricordo che sono quello che ha fatto Ohi Maria e mezza Italia pensava che l’avessi dedicata alla Madonna o a Maria De Filippi”. L'articolo “Se Giorgia Meloni si ferma in superficie Italia Starter Pack potrebbe piacerle. A Eurovision metterei nel testo un bel proclama su quello che penso”: così J-Ax proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Siete spazzatura e io sull’isola di Epstein non sono mai andato”: Donald Trump furioso contro i Grammy Awards 2026, Bad Bunny e il presentatore
Il presidente americano Donald Trump furioso sul suo social network Truth ha attaccato il conduttore dei Grammy Awards Trevor Noah, ma anche gli artisti della serata come Bad Bunny che si è apertamente schierato contro le politiche americana sull’immigrazione. “I Grammy Awards sono il peggio, praticamente inguardabili! La CBS è fortunata a non avere più questa spazzatura a infestare le sue onde radio. Il presentatore, Trevor Noah, chiunque sia, è quasi pessimo quanto Jimmy Kimmel agli Academy Awards per i bassi ascolti. – ha affermato il presidente – Noah ha detto, sbagliando sul mio conto, che Donald Trump e Bill Clinton hanno trascorso del tempo sull’isola di Epstein. Sbagliato! Non posso parlare per Bill, ma non sono mai stato sull’isola di Epstein, né in nessun posto vicino, e fino alla falsa e diffamatoria dichiarazione di stasera, non sono mai stato accusato di esserci stato, nemmeno dai media che si occupano di fake news”. Trump si dice pronto ad azioni legali contro le accuse di essere stato sull’isola del magnate Jeffrey Epstein. Il presidente Usa ha aggiunto: “Noah, un completo perdente, farebbe meglio a chiarire i fatti, e a chiarirli in fretta. Manderò i miei avvocati a fare causa a questo povero, patetico, senza talento, idiota di presentatore, e gli farò causa per un sacco di soldi. Chiedete al piccolo George Slopadopolus e ad altri come è andata a finire. Chiedete anche alla CBS! Preparati Noah, mi divertirò un mondo con te!”. Tra i vari momenti della serata Trevor Noah si è aggirato tra il pubblico durante il suo monologo di apertura dei Grammy Awards, prendendo in giro le star mentre si trovava proprio accanto a loro, ma ha riservato la sua battuta più astuta a qualcuno che era assente. “Nicki Minaj non è qui”, ha detto Noah, tra gli applausi del pubblico della Crypto.com Arena. “È ancora alla Casa Bianca con Donald Trump a discutere di questioni molto importanti”, ha aggiunto a proposito della cantante ‘trumpianà. Questa settimana Minaj ha fatto visita al presidente e lodato il suo operato, il culmine di un’iniziativa MAGA (Make Americàs Good) che ha intrapreso negli ultimi mesi. Noah ha imitato Trump dicendo: “In realtà Nicki, ho il sedere più grosso, lo dicono tutti, Nicki”. L'articolo “Siete spazzatura e io sull’isola di Epstein non sono mai andato”: Donald Trump furioso contro i Grammy Awards 2026, Bad Bunny e il presentatore proviene da Il Fatto Quotidiano.
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