Gino Paoli non c’è più. Era rimasto per 63 anni con un pallottola vicino al
cuore. Pochi millimetri e non ci sarebbero mai state Il cielo in una stanza,
Senza fine, Sapore di sale. E in quello stesso spazio, vicino al pericardio, in
tutti questi 63 anni, in ognuno di noi è rimasta una traccia profonda di Gino,
della sua ruvida malinconica poesia, di quel suo struggente, delicatamente
intonato, arrampicarsi verso note più alte (Questa volta no), di quel suo
giocoso inesausto flusso compositivo (Quattro amici). Del resto tutto inizia
assolutamente per caso. Su un giro di do che canticchiano in tanti per strada.
“C’era una volta una gatta/che aveva una macchina nera sul muso/a una vecchia
soffitta vicino al mare/con una finestra ad un passo dal cielo blu”.
È il 1960, Gino faceva il pittore. Sta dipingendo un quadro nella sua soffitta
di Boccadasse a Genova. Dalla strada sente il garzone del fornaio fischiettare
La gatta. Non c’erano mica i social. Alla tv qualche sparuto brano il sabato
sera. Lo chiama l’amico Nanni Ricordi: “Vieni a Milano che ti devo dare dei
soldi”. Quando Paoli sale alla Ricordi gli danno un milione di lire. Il disco di
La gatta, che aveva inciso con coraggiosa spensieratezza, gira sui juke box di
mezza Italia. Gino ha sempre raccontato che quando uscì con i contanti in tasca
si comprò due etti di tartufi e li sgranocchiò come castagne per strada. Più
avanti ancora vede in un autosalone una Austin Healey 3000. Compra anche quella.
Guida a destra, cambio all’inglese. All’altezza di Voghera a forza di rimanere
in prima fonde il motore. “Era il momento in cui la musica iniziava a dire
qualcosa. Prima si cantava di papaveri e papere, di baci, carezze e cuori
infranti, di amori infelici e femmes fatales, di casette in Canadà e vecchi
scarponi e la canzone era un mezzo di evasione creato apposta per non pensare.
Adesso invece si era aperta una crepa, si poteva cominciare a esprimere un
pensiero. A essere artisti, insomma. La canzone come un quadro, un libro, una
poesia. Un’opera d’arte. Così ho cominciato, a fatica, a cercare”.
Figlio di una mamma violinista e di un papà melomane che fingeva di suonare il
piano, Gino non si adagerà mai sulla maniera, non cercherà mai una formula per
poi usurarla all’infinito. Gino cerca la poesia. E la musicalità dei suoi versi
si materializza. Nel 1961 dentro al primo album intitolato Gino Paoli ci sono
già una manciata di brani letteralmente immortali: Il cielo in una stanza, Senza
fine, Sassi, Maschere. Ad ogni serata dal vivo Paoli prende 100mila lire. Nello
studio grafico dove lavorava 60mila… al mese. Nel 1962 passa già alla più grande
RCA. Nel 1963 l’album è Basta chiudere gli occhi e dentro ci sono già Che cosa
c’è e Sapore di sale. In questo lasso di tempo è già sul palco di Sanremo con
Tony Dallara, e nonostante fosse sposato intraprende un sodalizio artistico e
una lunga storia d’amore con Ornella Vanoni e poi nel 1962 ha una relazione con
Stefania Sandrelli. Il colpo di fucile arriva pressappoco dopo tutto questo.
“Avevo tutto. Successo, soldi, la casa più bella di Genova. Le due donne più
belle d’Italia erano innamorate di me (…) troppo per un ragazzo di nemmeno 30
anni. Avevo tutto, sì, ma non sentivo più niente”.
Inquieto Gino. Musone e burbero. Sempre vestito di scuro con occhiali
altrettanto cupi. Per capire la poetica di Paoli bisogna andare alle radici di
una Genova musicale che gratta la salsedine del porto e del mare, le libertà
melodiche del rock and roll che gli amici (Tenco in primis) ascoltano e
strimpellano ovviamente in scantinati poco raccomandabili, l’esistenzialismo
francese, l’aplomb di Jacques Brel, la tenacia e l’indipendenza di Charles
Aznavour. Testardo Gino. Come quella volta che gli propongono di far incidere Il
cielo in una stanza a Mina prima che a lui. E lui s’impunta. “È un’urlatrice”,
canta Una zebra a pois. Poi cede. Lei veleggia in testa alle classifiche, lui
con la sua voce ancora in balia delle onde di un mare leggermente increspato non
può che starle dietro. Oppure quando nel 1964 firma con la CGD. Gino è un
impulsivo, un istintivo. Beve (whisky), fuma, non si tira indietro nemmeno a
menar le mani. Ha il senso della giustizia addosso. Come quando vede uno per
strada che sta picchiando un cane con un bastone. Scende. Acciuffa il bastone e
picchia il picchiatore del cane, poi lo mettono pure in galera per averlo fatto.
Nel 1971 Paoli passa alla Durium, vive una sorta di periodo politico modello
Dalla con Roversi. Lui che ha letteralmente anticipato il cantautorato come
forma, come idea, come modo di vivere l’arte, nei settanta finisce in fondo
all’amato mare, si inabissa. Riemerge, peraltro con fatica, con molte case
discografiche che lo rifiutano (“quando firmo per la Five chiamo tutti quelli
che mi hanno rifiutato e gli faccio una pernacchia”), nel 1984 con Una lunga
storia d’amore, arrangiata da Beppe Vessicchio. Gino canta un inciso che fa
crepare anche l’anima più indurita. “Fai finta di non lasciami mai/anche se/
dovrà finire prima o poi questa lunga storia d’amore/ ora è già tardi, ma è
presto se tu te ne vai”. Rimarca ancora questo dolore maturo, tormentato, eterno
sulla finitezza dell’amore. Qualcosa che vola poeticamente talmente alto sopra
ogni tempo, sopra ogni storia, cantando la profondità impossibile
incomprensibile del sentimento più puro. Nel 1987 c’è la proposta del PCI di
candidarsi in Parlamento. Ti occuperai di cosa sai meglio: spettacolo, musica,
tv. Gino entra Montecitorio da indipendente. Gli danno i trasporti. Scrive,
inascoltato, una proposta di legge per aiutare i giovani cantautori. Nel 1990,
diversamente dagli ordini di partito che invita all’astensione, vota contro la
presenza di militari italiani nella Guerra del Golfo.
Gino depositario di segreti. Gino e gli amici genovesi. Racconta in Cosa farò da
grande (Bompiani) che era con Paolo Villaggio in una sala di cinema quando
annunciano che un film sovietico non è arrivato e proiettano un film Disney (da
qui la cagata pazzesca). È a casa sua che Beppe Grillo fonda il Movimento 5
Stelle. I primi anni novanta arrivano Quattro amici (dall’album Matto come un
gatto). Nel 2025 gli muore perfino il figlio Giovanni. Lui a 91 anni parla di
quel dolore, del perché Dio si prende con s’è tutte le persone a lui più care:
“Dio preferisce circondarsi di persone buone e intelligenti, anziché di figli di
puttana. Mi chiedo però cosa ci faccio ancora io qui”.
L'articolo “Dio preferisce circondarsi di persone buone e intelligenti che di
figli di puttana, non capisco perché sono ancora qui”, addio a Gino Paoli,
burbero e inquieto cantautore che ha sempre cercato la poesia proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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Gino Paoli se n’è andato all’età di 91 anni. Così, ricevendo in una affollata
Aula Magna della Statale di Milano, la laurea honoris causa magistrale in
Musica, Culture, Media e Performance, Ornella Vanoni, morta pochi mesi fa,
ricordava il suo incontro con il cantautore descrivendolo come un momento che le
ha cambiato la vita.
“Vedendo un ragazzo bruttino che suonava malino, gli ho detto ‘mi scriveresti
una canzone?’, lui mi ha detto sì, ed era Paoli”, raccontò Vanoni ricevendo la
laurea. In platea ad applaudirla numerosi studenti ma anche amici tra cui
Mahmood, Samuele Bersani, Fabio Fazio, Luciana Littizzetto, Mario Lavezzi e
Liliana Segre.
L'articolo Gino Paoli morto, l’elogio di Ornella Vanoni: “La mia vita è cambiata
incontrandolo. Era un ragazzo bruttino e gli ho detto ‘mi scriveresti una
canzone?'” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Che cosa mi sta ispirando oggi? Si vedono porcate tremendo, tutto quello che
succede non mi piace. Non mi piace la violenza, la sopraffazione”. Così Gino
Paoli, morto oggi all’età di 91 anni, a fine 2024, a margine della presentazione
del suo libro “Cosa farò da grande. I miei primi 90 anni”, descriveva il mondo
di oggi. “Dato che ho 90 anni tra poco me ne vado, sfortunatamente ve lo lascio
a voi sto mondo di mer*a“, aveva concluso.
L'articolo Gino Paoli morto, il messaggio amaro per i suoi 90 anni: “Quello che
accade oggi non mi piace, la violenza, la sopraffazione. Sfortunatamente lascio
a voi questo mondo di me**a” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando le prime canzoni faticavano a girare, fu Mogol a individuare ne La Gatta
un possibile grande successo. E fu sempre lui a suggerire a Mina di cantare Il
cielo in una stanza, una delle canzoni più belle di Gino Paoli, morto oggi 24
marzo a 91 anni. “Mi dispiace immensamente. Era un caro amico, molto, molto
caro. È stato un grandissimo autore e compositore. A parte la sua bravura come
interprete, vorrei che fosse ricordato soprattutto come un autore e compositore
di primo piano”: queste le parole dette con voce rotta dalla commozione da
Giulio Rapetti in arte Mogol all’Adnkronos.
“Negli ultimi tempi era un po’ depresso. Io l’ho sentito, ho cercato di
incoraggiarlo, ma era molto giù. Lo ricordo come un caro amico e un grande
artista”. Poi il paroliere torna sul noto aneddoto de Il Cielo in una Stanza:
“Dato che era un mio caro amico, presi questo brano capolavoro che lui scrisse,
che contiene versi indimenticabili come ‘il cielo non ha più pareti ma alberi’,
e lo feci sentire a Mina. Avevo capito che era un pezzo meraviglioso, lei lo
ascoltò e le piacque molto. Io non ho fatto nulla, se non far ascoltare a lei la
canzone. E così, abbiamo avuto la fortuna di questo bellissimo brano di Gino
cantato da una voce come quella di Mina”.
L'articolo “Negli ultimi tempi Gino Paoli era un po’ depresso. Io ho cercato di
incoraggiarlo, ma era molto giù…”: le parole commosse di Mogol proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Senza fine, Tu sei un attimo senza fine, non hai ieri, non hai domani…Tutto è
ormai nelle tue mani, mani grandi. Mani senza fine”. Suonano malinconiche ma
anche ricche d’amore le parole di “Senza Fine”, scritta da Gino Paoli – morto
oggi 24 marzo all’età di 91 anni – per Ornella Vanoni nel 1961. Il loro amore è
stato intenso, l’amicizia che ne è seguita anche, fatta di complicità,
trasparenza e sincerità. Quando è morta Ornella Vanoni, il 21 novembre 2025, il
silenzio di Paoli è stato assordante. Un cuore nero è stato il commento per la
dipartita della sua grande amica. Ma della coppia musicale straordinaria,
entrambi hanno segnato la musica italiana per sempre, rimane tutto. Le loro
canzoni, i loro tour insieme, gli scherzi.
La già citata “Senza Fine” è un quadro perfetto che descrive una relazione
unica. Il brano nasce nel 1961 proprio quando la coppia è unita, un sentimento
nato non all’improvviso ma piano piano con la conoscenza e lo scambio culturale.
La canzone è la celebrazione delle mani dell’artista che definiva “grandi,
bellissime”.
I due si incontrano per la prima volta nel 1960 al Bar Jamaica. Un segno del
destino li unisce già sono entrambi nati a settembre del 1934: lei il 22, lui il
23. Entrambi erano legati all’etichetta Ricordi: da quel momento nasce non solo
una collaborazione professionale, ma anche una relazione sentimentale intensa.
Paoli, già sposato in quel periodo, scrive per Ornella alcuni dei suoi brani più
importanti, come “Senza fine” e “Che cosa c’è”
Nell’intervista a Il Corriere della Sera, Vanoni racconta: “Gino non aveva i
soldi neanche per il biglietto del tram; così andavamo sempre a piedi, io gli
trotterellavo dietro con i tacchi a spillo, sfinita. Fino a quando, appoggiati a
un muretto, gli chiesi: ‘Ma tu sei frocio?’. Rispose: ‘No, perché?’. E io: ‘Mi
avevano detto così’. E lui: ‘A me invece hanno detto che tu sei lesbica, canti
male e porti male…’.Siamo scoppiati a ridere. E ci siamo dati il primo bacio'”.
Sebbene Ornella Vanoni lo amava, ha sposato Ardenzi. “Quando è scoppiato l’amore
con Gino Paoli, – ha ricordato Vanoni – lui era sposato e io mi sono sposata
poco dopo. Una sofferenza tremenda, altro che scandalo”.
La loro collaborazione professionale non si esaurisce con la fine della
relazione sentimentale. Paoli e Vanoni continuano a duettare e a esibirsi
insieme. Esce, tra le altre produzioni, l’album live “Insieme”, pubblicato nel
1985, che raccoglie molti dei loro pezzi più famosi, come “Senza fine”, “Che
cosa c’è”, “L’appuntamento” e “Non andare via”.
Più concreto Paoli sull’ex compagna aveva dichiarato a Il Corriere della Sera:
“La Vanoni mi ha tolto le belinate del sesso con la colpa… Che poi su ognuno di
noi giravano voci senza senso”. Una coppia che rimarrà senza fine.
L'articolo “Gino Paoli non aveva i soldi nemmeno per il tram. Così gli
trotterellavo dietro con i tacchi a spillo, sfinita”. Il legame con Ornella
Vanoni fatto di amore vero e amicizia sincera proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morto Gino Paoli. Il cantautore, tra i più grandi della musica italiana, aveva
91 anni. “Questa notte Gino ci ha lasciato in serenità e circondato dall’affetto
dei suoi cari”, le parole della famiglia.
Nato nel 1934 a Monfalcone, si era trasferito a Genova da bambino. Tanti
mestieri, prima di imporsi con testi e melodie indimenticabili: facchino,
grafico pubblicitario e pittore per poi debuttare in scena con una band formata
assieme a Luigi Tenco e Bruno Lauzi. È del 1963 il successo della sua “Il cielo
in una stanza“, arrangiata da Ennio Morricone. Tante le sue canzoni che sono
diventati pilastri della composizione cantautorale italiana, da Sapore di sale a
Una lunga storia d’amore, fino a Quattro amici con cui vinse il Festivalbar
1991. Paoli ha partecipato inoltre a cinque edizioni del Festival di Sanremo.
Impossibile non citare Senza Fine, scritta per Ornella Vanoni con la quale ebbe
una storia d’amore poi diventata un’amicizia inossidabile.
“Sono entrato nel mondo della musica, della canzone, dello spettacolo, diciamo
un po’ per caso – raccontava a FqMagazine in un’intervista del 2024 -. Perché
facevo il pittore e praticamente non uscivo di casa, dipingevo solamente. E
quindi la gente mi guardava con un occhio diverso dal solito. Ero abituato ad
avere a che fare solo con i quadri, qualche modello, qualche modella e basta.
Quando poi sono entrato nella musica ero molto refrattario, anche perché non
avevo mai seguito un tipo di vita da viveur, come uno può pensare che fa un
cantante noto. Io mi facevo i cazzi miei proprio come i gatti. Ho bevuto latte
fino a 26 anni e basta, poi ho iniziato col fumo fino a due pacchetti al giorno.
Oggi solo sigarette elettroniche, ma non è lo stesso”.
L'articolo È morto Gino Paoli. Il grande cantautore aveva 91 anni: “Ci ha
lasciato in serenità e circondato dall’affetto dei suoi cari” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Sorpresa per Flea che dai Red Hot Chili Peppers plana al debutto solista con
l’album “Honora”, in uscita il 27 marzo e anticipato dal brano “Traffic Lights”
con Thom Yorke e Josh Johnson. Dopo quasi 50 anni di onorata carriera come
bassista di una delle band storiche della musica internazionali, Flea ha
abbracciato il jazz e la tromba. Il titolo “Honora” prende il nome da un amato
membro della famiglia, Flea ha composto e arrangiato la musica, oltre a suonare
la tromba e il basso in tutto l’album, affiancato da un gruppo il jazz moderno.
Come ha raccontato Flea, la scoperta del jazz avviene da bambino, quando alcuni
amici di famiglia suonavano insieme nel salotto di casa sua: “È stata la cosa
più bella che abbia mai visto. La follia, il calore e l’unità. Bebop puro. Boom.
Capii che esistevano cose più elevate su questa terra, ben al di sopra della
meschinità che mi aveva lasciato scoraggiato. La sacra triade della mia vita,
musica, sport e natura, era completa. Ricordo che mentre suonavano, mi rotolavo
per terra dalle risate. Non potevo credere, non potevo credere, che fossero
capaci di fare una cosa del genere. Era un miracolo”.
“Ho sempre desiderato tornare a suonare la tromba – ha ammesso Flea – Ma alla
fine abbiamo fatto tutti quei dischi di successo e abbiamo fatto quello che
facevamo, e ha iniziato a sembrare impossibile. Ci provavo per qualche mese, e
poi venivo sopraffatto dai Red Hot Chili Peppers e dalla vita, dal ritmo
frenetico di tutto”. Tre anni fa Flea ha iniziato a esercitarsi ogni giorno, che
fosse in tour con la band, a casa o sul set di un film fino a creare “Honora”.
“È stato meraviglioso fin dal primo secondo – ha detto Flea -. Non c’è mai stato
un momento in cui ho pensato: ‘Oh no, non so se funzionerà. Non so se hanno
davvero capito cosa sto facendo’. Cosa che sarebbe potuta accadere. Credo in me
stesso, ma temevo che potessero pensare, sottovoce, ‘Non sai suonare, cazzo’.
Invece è successo esattamente il contrario. I miei giorni da dipendente dalla
droga sono ormai lontani, ma mi sentivo davvero come se fossi sotto l’effetto di
droghe per tutto il tempo delle registrazioni. Ogni volta che ci sedevamo a
suonare, mi sentivo come se fluttuassi con loro”.
L'articolo “Mi sentivo sotto l’effetto di droghe per tutto il tempo delle
registrazioni”: la svolta jazz di Flea con tromba e basso. Ma non lascia i Red
Hot Chili Peppers proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo il ritorno sul palco cantando “Hymne à l’Amour” di Édith Piaf vicino alla
Torre Eiffel durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi 2024,
Céline Dion è pronta a tornare in concerto in Francia. La notizia, riportata
domenica 22 marzo dal quotidiano franco-canadese La Presse, è stata anticipata
da una campagna di manifesti con i titoli delle sue canzoni più famose, come
“Pour que tu m’aimes encore” e “Power of Love”, affissi per le strade della
capitale francese.
Secondo La Presse, Dion terrà una serie di concerti a Parigi a partire
dall’autunno presso la Paris La Défense Arena, recentemente acquisita da Live
Nation e già sede di spettacoli di artisti del calibro di Taylor Swift, Rolling
Stones e Kendrick Lamar. Sono previsti due concerti a settimana tra settembre e
ottobre, nel grande spazio da 40.000 posti. I rappresentanti della cantante non
hanno rilasciato commenti immediati.
I concerti parigini erano inizialmente programmati per il 2020, sempre alla
Paris La Défense Arena, nell’ambito del suo Courage World Tour, ma erano stati
posticipati prima a causa della pandemia e poi di nuovo a causa di problemi di
salute. Nel 2022, a Dion è stata diagnosticata la Sindrome della Persona Rigida,
una rara malattia neurologica e autoimmune che provoca rigidità muscolare e che
limita la capacità di camminare e cantare. La sua battaglia contro la malattia è
stata raccontata nel documentario del 2024 “I Am: Céline Dion”, diretto da Irene
Taylor.
L'articolo Celine Dion pronta per il ritorno sul palco in Francia, due anni dopo
la sua apparizione alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi del 2024
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Yiddish Blues”, anticipato dal brano “Il piccolo Alì“, è l’album e progetto
degli artisti Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michele Gazich, in uscita il 3
aprile. “Io non ho mai composto una canzone. Gaza mi ha convinto a provarci. –
ha detto Ovadia – Con l’aiuto di due prodigiosi musicisti, Giovanna Famulari e
Michele Gazich, mi sono cimentato. Ho vinto la mia ritrosia e la mia paura.
L’immane orrore che ha travolto quel lembo di terra palestinese, il martirio del
genocidio di un popolo deve essere fermato con ogni tipo di iniziativa, ma deve
essere anche cantato perché il maggior numero possibile di esseri umani ne venga
a conoscenza. Così abbiamo scritto due canzoni fortemente legate al genocidio
palestinese (Palestina, terra di dolore e Il piccolo Alì) e le abbiamo
presentate al Premio Tenco 2025. Da lì tutto è cominciato”.
Il disco si apre con “Il piccolo Alì”: “Fra le tante immagini che ho ricevuto
dalla Palestina devastata, una mi si è conficcata nella mente: – ha detto Ovadia
– la foto di un bambino di non più di dieci anni con entrambe le braccia
amputate appena sotto le ascelle da qualche bomba. Da quell’istantanea percepivo
che gli occhi di quella creatura mi guardavano con un’implicita accusa rivolta a
tutto il protervo e complice Occidente. Lo sguardo di quel bimbo mi ha assillato
per settimane, ho pensato che dovevo esprimere i miei sentimenti ed è uscita
l’idea di una canzone, una piccola narrazione in musica e parole che può
comunicare ciò che non sarebbe esprimibile altrimenti”.
E poi c’è anche “Palestina terra di dolore” e Mani Ovadia ha commentato: “Questa
canzone e le due che la incorniciano (Es brent e Dona, Dona) insieme
costituiscono un trittico, un insieme coeso nel significato, che voglio dedicare
al popolo palestinese. Oggi è, per antonomasia, il popolo martirizzato,
assassinato, torturato, schiavizzato, espropriato; il popolo che è in esilio
nella propria terra, il popolo più solo del mondo, il popolo che soffre senza
che nessuno si protenda verso le sue sofferenze per recare un vero conforto”.
L'articolo “Non ho mai composto una canzone, Gaza mi ha convinto a provarci con
2 canzoni fortemente legate al genocidio palestinese”: Moni Ovadia presenta
“Yiddish Blues” con Giovanna Famulari e Michele Gazich proviene da Il Fatto
Quotidiano.
S’infittiscono sempre di più, a distanza di 32 anni, i misteri sulla morte di
Kurt Cobain. Nelle scorse settimane, lo specialista forense Brian Burnett aveva
contestato, sull’International Journal of Forensic Science, la versione
ufficiale del decesso dell’artista dei Nirvana. Sulla scena del (presunto?)
suicidio di Cobain, per la collaboratrice di Burnett e ricercatrice
indipendente, Michelle Wilkins, erano presenti diversi dettagli che potrebbero
ricondurre ad un omicidio ai danni del chitarrista. “A me sembra che qualcuno
abbia messo in scena un film e volesse che apparisse assolutamente che si
trattasse di un suicidio. La ricevuta della pistola è nella sua tasca. I
proiettili sono allineati ai suoi piedi”, aveva dichiarato Wilkins, come
riportato dal Daily Mail.
Il nuovo rapporto forense ha portato alla luce dei particolari insoliti per un
suicidio che, come ha ricordato Wilkins, molto spesso “sono un caos”. Mentre,
quella di Cobain, “era una scena molto pulita”, tanto che le maniche di Kurt
erano arrotolate e il kit per l’eroina è stato trovato a diversi metri di
distanza. Al suo interno ci sarà stato disordine? No, perché le siringhe erano
tappate mentre, i cotton fioc ed i pezzi di eroina nera erano di dimensioni più
o meno uguali. Tutto, apparentemente, troppo “ordinato” per un suicidio.
Nel luogo del tragico ritrovamento di Cobain c’è un ulteriore dettaglio che poco
convince Wilkins e la sua squadra privata di ricercatori. Il riferimento è al
bigliettino d’addio che l’artista avrebbe scritto, con una penna rossa, prima di
(presumibilmente) togliersi la vita. Sarebbe stata proprio la lettera uno dei
principali elementi di prova citati dalla polizia di Seattle per giungere alla
conclusione che Cobain si fosse tolto la vita. Il gruppo forense di Wilkins,
però, ha una lettura diametralmente opposta. L’equipe, infatti, ha affermato che
le ultime righe del biglietto, in cui Cobain sembra dare l’addio alla moglie e
alla figlia, potrebbero essere state scritte da qualcun altro. “Se si guarda
attentamente, la grafia nelle ultime quattro righe è diversa, più grande e più
disordinata”. In definitiva “Non crediamo che Kurt abbia scritto quelle righe”,
ha dichiarato l’investigatrice al Daily Mail.
Le “righe” finite sotto la lente d’ingrandimento di Wilkins recitano: “Per
favore, continua Courtney”. Questa parte del messaggio, indirizzata alla moglie
di Cobain, avrebbe avuto l’intento a spronarla ad andare avanti per il bene
della figlia “Frances”, “per la sua vita che sarà molto più felice”, “senza di
me”, seguite da un doppio “Ti amo”. La parte iniziale del biglietto di Kurt è
indirizzata al suo amico d’infanzia immaginario, “Boddah”. Le parole, secondo
quanto sostenuto dalla squadra di Wilkins, suonerebbero più come un addio al
mondo della musica che come un messaggio personale alla sua famiglia: “Ho
provato di tutto… Ho cercato di ottenere ciò che volevo dalla vita, ma non ha
funzionato”, aveva scritto Cobain, rivolgendosi a “Boddah”.
Mozelle Martin, analista della grafia, ha affermato che le quattro ultime righe,
quelle rivolte alla famiglia, sarebbero state scritte da qualcun altro.
L’esperta fa riferimento a presunti cambiamenti nella formazione delle lettere e
nel ritmo della scrittura, anche se le sue conclusioni non sono (ancora) state
sottoposte a revisione paritaria. Non convince nemmeno la firma dell’artista dei
Nirvana. In calce al biglietto il cantautore aveva scritto “Kurt Cobain”, ma gli
esperti fanno notare che usare nome e cognome completo, anziché un saluto più
personale come “Kurt” o “Ti amo”, è insolito per un addio al coniuge e a un
figlio.
L’esame condotto da Martin è stato eseguito usufruendo di strumenti forensi sia
digitali che manuali. L’esperta ha analizzato ogni aspetto: dalla posizione del
puntino sulla “i”, dalla forma delle vocali, alla pressione dei tratti e alle
proporzioni delle lettere. I risultati delle sue analisi hanno confermato che il
corpo principale del biglietto di suicidio si allineava alla scrittura di Kurt.
Così, tuttavia, non è stato per le ultime quattro righe che, come spiegato da
Martin al Daily Mail, “presentavano anomalie significative”. Su una scala di
valutazione a cinque punti, la probabilità che Cobain abbia scritto le ultime
righe è stata valutata a 4,75. Il che suggerirebbe che l’artista quasi
sicuramente non c’entri nulla con le ultime frasi del bigliettino d’addio. Ma
“sebbene i dati supportino fortemente l’ipotesi che le righe finali non siano
state scritte” da Cobain, “non posso dire con certezza (…) che Cobain non le
abbia scritte (…)”, ha aggiunto Martin, specificando poi che “L’esame forense
etico si basa sulla probabilità, non sulla certezza assoluta”.
Martin non è stata la sola a condurre esami per provare a comprendere
l’effettiva veridicità della lettera del cantante dei Nirvana. A lei si è
aggiunto James Green, esperto certificato in analisi calligrafica, che ha
confrontato il corpo principale del biglietto con le ultime quattro righe
utilizzando metodi forensi standard, tra cui il processo ACE (Analisi, Confronto
e Valutazione), in conformità con le linee guida dell’Academy Standards Board. I
risultati di Green offrono un quadro non del tutto identico: sebbene l’esperto
non abbia identificato in modo definitivo un secondo autore, ha comunque
rilevato diverse differenze “significative”.
Le ultime righe, infatti, sono più grandi del resto della nota, il che
suggerisce che potrebbero essere state aggiunte successivamente. In alternativa,
sempre secondo Green, è plausibile che ultimi versi siano stati aggiunti da
qualcun altro.
Inoltre, la lettera di Cobain, era stata trovata appuntata a una tovaglietta e
conficcata nel terreno di una pianta in vaso. E, per i ricercatori privati, non
fa altro che rappresentare un ulteriore dettaglio che avvalorerebbe (sempre in
via teorica) la loro tesi sulla poca spontaneità e sull’insolito ordine che era
stato trovato nel corso delle indagini svolte per comprendere la natura della
morte di Cobain, avvenuta il 5 aprile del 1994.
Ad oggi sia il dipartimento di polizia di Seattle che il medico legale hanno
rifiutato di riaprire il caso. Un portavoce dell’ufficio del medico legale ha
dichiarato al Daily Mail: “L’ufficio del medico legale della contea di King ha
collaborato con le forze dell’ordine locali, ha condotto un’autopsia completa e
ha seguito tutte le procedure per giungere alla conclusione che la morte fosse
un suicidio. Il nostro ufficio è sempre aperto a rivedere le proprie conclusioni
qualora venissero alla luce nuove prove, ma finora non abbiamo riscontrato nulla
che giustifichi la riapertura di questo caso e la nostra precedente
determinazione di morte”.
L'articolo “La grafia nelle ultime righe è diversa: non crediamo le abbia
scritte Kurt Cobain”: scoperte “anomalie significative” nella lettera d’addio
della star dei Nirvana proviene da Il Fatto Quotidiano.