Il 18 gennaio 2017, una valanga di circa 120.000 tonnellate travolse e distrusse
l‘hotel Rigopiano, un resort situato a 1.200 metri di altitudine nel versante
pescarese del Gran Sasso. Il disastro provocò la morte di 29 persone, tra cui 28
ospiti e 12 dipendenti, mentre solo 11 riuscirono a salvarsi. Oggi, a distanza
di nove anni, la memoria di quella tragedia è ancora viva e i familiari delle
vittime tornano sul luogo della sciagura per ricordare i propri cari.
Ma, a nove anni dalla tragedia, il percorso giudiziario legato a questa vicenda
non è ancora concluso. Il prossimo 11 febbraio si attende la sentenza
dell’appello bis. In primo grado, il tribunale di Pescara aveva inflitto cinque
condanne e 25 assoluzioni, mentre in appello, ad Aquila, le condanne erano
salite a otto. Tuttavia, la Cassazione aveva annullato quelle condanne e
riaperto le posizioni di sei dirigenti regionali accusati di disastro colposo
per non aver predisposto la Carta valanghe, un documento che avrebbe potuto,
forse, prevenire la tragedia.
L’APPELLO BIS
Il procuratore generale di Perugia, Paolo Barlucchi, lo scorso novembre, ha
chiesto di confermare le condanne a 3 anni e 4 mesi per due dirigenti della
Provincia di Pescara, Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio, e di 2 anni e 8 mesi
per l’allora sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, e per il tecnico comunale
Enrico Colangeli. Questi imputati sono accusati di lesioni e omicidio colposo,
reati che secondo la Cassazione sono già prescritti. Tuttavia, il procuratore ha
avanzato l’ipotesi che i termini della prescrizione possano essere rideterminati
in aumento, facendo riferimento a quelli previsti per i reati dolosi. In questo
contesto, la conclusione del processo appare ancora lontana: la sentenza di
appello potrebbe infatti essere impugnata e portare la vicenda di nuovo in
Cassazione. Per i dirigenti regionali, la richiesta è di una condanna di 3 anni
e 10 mesi.
Il 2 febbraio ci sarà una nuova udienza, seguita, probabilmente, da un’altra, il
5 febbraio. Poi la sentenza. “Siamo fiduciosi, dobbiamo esserlo per forza –
avevano detto i rappresentanti del comitato vittime di Rigopiano – Abbiamo
ascoltato le difese, abbiamo assistito al solito scaricabarile. Noi abbiamo
sempre sostenuto che la Regione avesse delle responsabilità. Ora la parola passa
al giudice”.
LA VALANGA
L’hotel Rigopiano di Farindola (Pescara) il 18 gennaio 2017 fu travolto e
distrutto da una valanga poche ore dopo il terremoto che si registro in Centro
Italia. L’indagine fu molto complessa: si indagò sulle responsabilità di Comune
e provincia e Regione, sull’omessa pianificazione territoriale di una Legge del
1992 e la carta valanghe approntata in ritardo. Accertamenti sulla strada
provinciale n.8 che non era stata liberata dalla neve impedendo agli ospiti
dell’hotel, che avrebbero avuto la possibilità di lasciarlo dopo le scosse di
terremoto, di andare via perché era rotta una turbina spazzaneve. Si indagò
sull’allarme dato in ritardo e quello che era stato ignorato. Secondo gli
ermellini sarebbe stato possibile prevenire il disastro. Le 29 vittime vittime
erano ospiti della struttura e dipendenti, undici i superstiti tirati fuori
dalla neve e dalle “macerie” della struttura dai soccorritori che lavorarono
giorno e notte per salvare più persone possibile, mentre l’Italia teneva il
fiato sospeso. Sul nuovo processo, il cui verdetto potrebbe essere nuovamente
impugnato davanti alla Suprema corte, incombe la prescrizione.
L'articolo Rigopiano, la commemorazione a 9 anni dalla tragedia dell’hotel. L’11
febbraio la sentenza del processo bis proviene da Il Fatto Quotidiano.