Nessun arresto e solo quattro misure interdittive per un anno nell’ambito
dell’inchiesta della Procura europea su presunti episodi di corruzione legati
agli appalti informatici finanziati con fondi Ue e Pnrr. Il giudice per le
indagini preliminari di Palermo, Claudia Rosini, ha rigettato quasi in toto la
richiesta dei sedici misure cautelari del 24 febbraio scorso, accogliendo solo
in parte le richieste avanzate dai magistrati dell’Eppo. Il provvedimento –
emesso la settimana scorsa – ha riguardato quattro dei sedici indagati: per
Antonio Fedullo e Cosma Nappa è stato disposto il divieto di esercitare
l’attività professionale, mentre per Luigi Cembalo e Enrico Cafaro è scattata la
sospensione da incarichi legati alla gestione di fondi. Tutte le misure avranno
durata di dodici mesi.
Diversamente da quanto ipotizzato inizialmente dall’accusa, il gip ha respinto
in blocco le sedici richieste di arresti domiciliari presentate alla fine di
febbraio dai procuratori europei delegati. Le contestazioni restano, a vario
titolo, quelle di corruzione e turbativa della libertà degli incanti nelle
procedure di assegnazione delle forniture. Nel corso degli interrogatori sono
emersi elementi che hanno inciso sulla valutazione delle singole posizioni.
Cembalo, docente della facoltà di Agraria della Università degli Studi di Napoli
Federico II, ha ammesso di aver ricevuto dispositivi elettronici in cambio di
favori negli appalti, dichiarandosi disponibile alla restituzione. Gli altri
dodici indagati, invece, restano al momento senza misure cautelari.
Totalmente ridimensionata la posizione di Corrado Leone, collaboratore tecnico
informatico del Cnr. Secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe richiesto beni per
uso personale e gestito un presunto “tesoretto” attraverso il gonfiamento dei
costi. In sede di interrogatorio, però, Leone non solo ha respinto ogni
addebito, ma ha fornito la documentazione a sostegno della sua versione,
dimostrando che il monitor contestato era stato destinato al lavoro da remoto su
un progetto di domotica, mentre le differenze di prezzo sarebbero derivate da
variazioni di mercato e reinvestite in attrezzature per il laboratorio. Il
giudice ha dato atto di questa ricostruzione, evidenziando come l’ipotesi
accusatoria possa essere stata influenzata da un’errata lettura dei fatti.
Esito favorevole anche per Carlo Palmieri, vicepresidente dell’Unione
Industriali di Napoli, per il quale è stata esclusa l’esistenza di indizi di
colpevolezza in relazione all’accusa di turbativa d’asta. Secondo la difesa,
accolta dal giudice, le dichiarazioni rese hanno chiarito integralmente la sua
posizione, portando al rigetto della misura cautelare. “Il giudice di Palermo –
aveva spiegato l’avvocato Marco Campora, legale di Palmieri – alla luce delle
ampie ed esaustive dichiarazioni rese e condividendo la tesi difensiva da noi
sostenuta, ha ritenuto totalmente insussistenti gli indizi di colpevolezza,
azzerando definitivamente l’intero impianto accusatorio mosso nei suoi
confronti”. Stessa decisione per gli altri indagati: Luciano Airaghi, Claudio
Caiola, Giuseppe Cangemi, Giancarlo Fimiani, Roberto Reda, Giuseppe Fucilli,
Ettore Longo, Maria Rosaria Magro, Mario Piacenti e Vito Rinaldi.
Il giudice per le indagini preliminari ha anche accolto l’eccezione di
incompetenza territoriale del Tribunale di Palermo e trasmesso gli atti alla
Procura di Napoli. L’indagine, coordinata dalla Procura europea, affonda le sue
radici a Palermo tre anni fa, a partire da un diverso filone investigativo che
aveva portato all’arresto di una dirigente scolastica del quartiere Zen. Da
quell’episodio — legato a irregolarità nella gestione della mensa e all’acquisto
pilotato di dispositivi elettronici — si è sviluppato un filone più ampio sulle
forniture informatiche e sui possibili scambi illeciti tra pubblico e privato.
L'articolo Appalti informatici e fondi Ue, respinte tutte le richieste di
arresti: il gip dispone quattro misure interdittive proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Giustizia
Enzo Iacchetti in lacrime sui social dopo i risultati del Referendum che hanno
visto il trionfo del fronte del No. Il motivo? Il conduttore e comico ha
commentato ironicamente i risultati: “So che dovrei essere felice perché ha
vinto il No – ha detto asciugandosi le lacrime con un fazzoletto – Ma a me
dispiace tanto per Bocchino…Aveva detto che vinceva il Sì, il 10% in più…”.
Iacchetti quindi scoppia in una fragorosa risata, svelando l’ironia del video. E
certifica così la sconfitta di Bocchino: “Che figura di me**a…”.
L'articolo Enzo Iacchetti in lacrime: “Dovrei essere felice perché ha vinto il
No, ma a me dispiace per Bocchino…che figura di me**a”. L’ironia per il
Referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ha vinto innanzitutto la Costituzione, che ha evidentemente dei santi in
paradiso, perché ogni volta che viene minacciata scatta una specie di valvola di
sicurezza”. Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano, commenta così a
Otto e mezzo, su La7 la vittoria del No al referendum costituzionale sulla
giustizia che ha respinto la riforma Nordio.
Travaglio spiega che il risultato premia innanzitutto la Carta: “La maggioranza
silenziosa degli italiani, quando qualcuno cerca di stravolgere i principi della
Costituzione, si precipita a votare e a difenderla“.
Il No ha prevalso nonostante i sondaggi e le previsioni indicassero un esito
incerto o addirittura favorevole al Sì, dimostrando per il direttore del Fatto
l’esistenza di una “provvidenza laica” che sfugge ai radar degli istituti
demoscopici. I veri vincitori, prosegue Travaglio, sono “i cittadini che
sarebbero stati le principali vittime di questa schiforma, anche quelli che
hanno votato Sì perché non l’avevano capito: anche loro hanno scampato un bel
pericolo”.
Un riconoscimento va poi a “quella parte dei magistrati, non tutti, che non solo
predicano l’indipendenza ma la praticano”. Travaglio cita espressamente Nicola
Gratteri, “uno dei principali protagonisti di questa campagna”, Nino Di Matteo
“e quelli come loro che si sono esposti e che quindi si sono presi insulti,
attacchi di ogni genere”. Aggiunge con ironia: “E poi ci sono altri vincitori
che non cito, perché sono una persona elegante”.
Sul fronte politico, il direttore del Fatto attribuisce il successo ai partiti
di centrosinistra: “Hanno vinto ovviamente i partiti di opposizione che hanno
fatto opposizione e che sono attaccati proprio perché fanno opposizione, quindi
sicuramente il Pd di Schlein, sicuramente il M5s di Conte, sicuramente Avs“.
Travaglio non risparmia staffilate ai centristi: “Renzi non ha detto per chi ha
votato, molti dei suoi hanno votato Sì. Calenda ha detto di votare Sì e quindi
due terzi dei suoi elettorati sono corsi subito a votare No, segno che ormai non
gli dà retta nemmeno chi lo vota“.
Sul versante delle sconfitte, Travaglio è tranchant: “Ha perso naturalmente la
Meloni per conto terzi: è una cosa che io non ho mai capito, e cioè per quale
motivo si sia imbarcata in una riforma che non appartiene alla storia del suo
partito, alla tradizione della destra italiana. Meloni ha perso per conto di
Forza Italia e per dar retta a Nordio, che è la principale iattura insieme a
tutto quello che si porta dietro al ministero della Giustizia“.
E aggiunge: “Al ministero della Giustizia, infatti, non bastando Nordio, c’è
pure Del Mastro, c’è pure la Bartolozzi, ci sono pure gli altri dirigenti che
andavano a cena alla bisteccheria d’Italia che era di proprietà sia Del Mastro,
sia del prestanome del clan Senese“.
Forza Italia, osserva il direttore, “ha perso ovviamente” per aver “rivendicato
questa riforma convincendo gli altri alleati del centrodestra a sposarla e ad
andarsi a schiantare”. Non mancano riferimenti agli eredi Berlusconi: “Hanno
perso Marina e Pier Silvio Berlusconi che si sono battuti con le loro
televisioni violando ogni regola di par condicio“.
Infine, l’affondo più duro: “Hanno perso i delinquenti potenti, quelli che
speravano che la legge non fosse più uguale per tutti e invece si devono
rassegnare: per il momento, la legge rimane uguale per tutti“.
L'articolo Referendum, Travaglio a La7: “I delinquenti potenti si rassegnino.
Per il momento, la legge rimane uguale per tutti” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Maurizio Landini, Rosy Bindi e Giovanni Bachelet, presidente del Comitato
Società Civile per il No, hanno atteso insieme i risultati che hanno certificato
la vittoria del No al Referendum sulla riforma della Giustizia. “È un paese che
dice in modo molto chiaro che la Costituzione non va né stravolta né cambiata ma
va applicata in tutte le sue parti e credo che questo sia un messaggio di unità
del Paese che chiede di rimettere al centro i bisogni delle persone”, ha
commentato Landini, sottolineando che, oltre alla difesa della magistratura c’è
stata la “richiesta di una diversa politica economica e sociale che rimette al
centro il lavoro”.
Il leader della Cgil ha continuato: “Questo vuol dire anche che non solo bisogna
discutere in parlamento ma anche con le parti sociali e siccome questo governo
ha avuto un atteggiamento autoritario, il messaggio che arriva è che chi governa
non deve comandare ma rispettare le regole”.
Sul risvolto politico più cauta Rosy Bindi che ha commentato: “Era un voto per
la Costituzione“.
L'articolo Referendum, vince il No. Landini: “Messaggio di unità, il Paese
chiede di rimettere al centro i bisogni delle persone”. Bindi: “Voto per la
Costituzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gioiscono i magistrati da Milano a Napoli dopo la vittoria del No al Referendum
sulla riforma della Giustizia.
Al tribunale partenopeo cori e salti di gioia per una cinquantina di magistrati,
dopo le prime notizie sullo scrutinio referendario con il “No” in vantaggio sul
“Sì”. Mentre nella sede milanese dell’Anm i magistrati hanno festeggiato
scoppiando in un forte applauso, abbracciandosi e brindando.
L'articolo I magistrati esultano per la vittoria del No al Referendum: cori al
tribunale di Napoli, baci e abbracci all’Anm a Milano – Video proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Sicuramente ha vinto la Costituzione, ha perso chi la Costituzione voleva
cambiare per affievolire le garanzie di autonomia e di indipendenza della
magistratura, e quindi in qualche modo mettere a repentaglio quel principio che
sta scritto dietro le spalle dei giudici nelle aule giudiziarie: la legge è
uguale per tutti”. Lo ha detto Enrico Grosso, presidente onorario del comitato
“Giusto dire no” promosso dall’Associazione nazionale magistrati, commentando
gli esiti del referendum in conferenza stampa nella sede di Libera.
L'articolo Referendum, Grosso (presidente Comitato per il No): “Ha perso chi non
voleva la legge uguale per tutti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Comitato per il No è in diretta con i primi commenti ai risultati del
Referendum sulla riforma della Giustizia. In streaming dal Centro Congressi
Frentani a Roma
L'articolo Referendum, la conferenza stampa del Comitato per il No: la diretta
tv proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Serena Poli
C’è una sfacciataggine truce nel modo in cui il potere sta ridisegnando le
regole del gioco. Mentre ci spiegano che la separazione delle carriere serve a
una maggiore efficienza, la realtà dei fatti, che cammina sulle gambe di uomini
come Delmastro, ci racconta una storia diversa: quella dell’impunità garantita.
Le gaffe di molti esponenti di maggioranza ne sono prova ulteriore.
Qualche mese fa, Nicola Gratteri ha sollevato un polverone dicendo una verità
amara: i mafiosi voteranno Sì. La risposta del coro politico e giornalistico è
stata immediata: “Gratteri dice che chi vota Sì è mafioso!”. La solita,
pretestuosa ignoranza di chi finge di non capire la logica elementare. Dire che
la criminalità organizzata guarda con favore a questa riforma non significa
affermare che siano tutti criminali coloro i quali la voteranno. Ma nelle parole
di Gratteri c’è una verità innegabile: la mafia oggi non spara più (o spara
pochissimo), perché cerca la mimetizzazione. Vuole fare affari, entrare nelle
società, negli apparati dello Stato. Vuole gestire appalti e sedersi ai tavoli
che contano. La mafia cerca varchi, crepe… e questa riforma è una prateria.
Oggi il Pubblico Ministero è un magistrato indipendente. È protetto dalla stessa
‘corazza’ del giudice in base all’articolo 101 della nostra Costituzione: “[…] I
giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Dunque oggi, se il pm indaga su un
potente, sa di avere alle spalle un ordine autonomo. La riforma mira ad avere un
pm ‘solo’, che finirà per rispondere a una gerarchia o alle priorità dettate dal
Ministero. E qui il cerchio si chiude con il caso Delmastro: dopo l’approvazione
della riforma, quale pm avrà ancora i mezzi e la forza di scavare in quelle
relazioni, sapendo che il suo futuro professionale dipende da un organo
vulnerabile alla politica?
Non è un caso isolato, ma un pacchetto completo: si abolisce l’abuso d’ufficio,
ovvero si disattiva l’antifurto che permetteva di intercettare i primi segnali
di collusione tra politica e malaffare; si introducono reati-distrazione (i rave
et similia), per dare al “pm cane da guardia” un osso con cui giocare e
rassicurare l’opinione pubblica; si isola il pm, affinché nessuno disturbi la
“Pax Mafiosa”. La Pax Mafiosa non è l’assenza di crimine, è l’assenza di
disturbo. È un sistema dove il potere politico e quello criminale convivono in
un silenzio garbato, rotto solo da qualche operazione di facciata contro i
‘pesci piccoli’.
Votare No significa impedire che l’Articolo 101 (“soggetti soltanto alla legge”)
diventi: “soggetti a una legge svuotata dei reati dei potenti e riempita di
reati per i poveri diavoli”. Votare No è aver chiara la differenza tra una
giustizia cieca (perché uguale per tutti) e una giustizia che toglie la benda
per guardare in faccia chi ha davanti, prima di decidere se muoversi.
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L'articolo Ci spiegano che la separazione delle carriere aumenterà l’efficienza:
la realtà dei fatti racconta una storia diversa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Chiara Poggi avrebbe lottato con il suo assassino e avrebbe cercato di
difendersi e proteggersi. A distanza di alcuni giorni dal deposito della
consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo – nominata dalla procura di
Pavia – arriva una indiscrezione del Tg1 sul delitto di Garlasco, che propone
una lettura diversa delle fasi dell’aggressione. Il condizionale è d’obbligo
perché in passato era stata data per insanguinata l’ormai famosa impronta 33.
Traccia – il cui colore rossastro è dovuto all’uso di un reagente chimico – di
cui si ha soltanto una fotografia e che viene attribuita comunque dagli
inquirenti pavesi ad Andrea Sempio.
LA “LOTTA” CON L’ASSASSINO
La 26enne – per il cui omicidio è stato condannato in via definitiva a 16 anni
l’allora fidanzato Alberto Stasi – non sarebbe stata colpita in modo improvviso
e letale con un unico gesto, ma avrebbe tentato di difendersi. Sul corpo
sarebbero presenti lividi, ecchimosi e abrasioni su braccia e gambe, segni che
indicherebbero una colluttazione con l’assassino.
Il delitto, sempre secondo le indiscrezioni, si sarebbe consumato in più
momenti, tra il piano terra e le scale della villetta di via Pascoli, con
l’aggressore che si sarebbe fermato a osservare il corpo prima di infliggere un
ulteriore colpo, forse con un martello. Questa ricostruzione potrebbe quindi
essere collegata da chi indaga alle tracce di Dna, rinvenute sotto le unghie
della vittima, che hanno una “compatibilità” con la linea parentale maschile
dell’indagato. Una compatibilità genetica, ma non un’identificazione. Quel Dna
“misto, incompleto e non attribuibile” come già definito dalla genetista Denise
Albani, perita della giudice per le indagini preliminari di Pavia Daniela
Garlaschelli, non può portare a nessuna identificazione individuale, né a una
attribuzione di responsabilità, né essere tassello della ricostruzione
alternativa del delitto.
LA RICOSTRUZIONE DOPO CINQUE PROCESSI
La ricostruzione raggiunta dopo i cinque processi all’ex fidanzato – i due in
cui è stato assolto, i due in cui è stato condannato e la Cassazione – vede
invece la 26enne togliere l’allarme di casa, aprire in pigiama la porta, essere
colpita al volto e al cranio e poi essere lanciata dalle scale. L’assassino –
hanno ricostruito le sentenze che hanno portato alla condanna Stasi – non fece i
gradini della tavernetta. La vittima aveva tagli sulla fronte e il cranio
sfondato da almeno dieci colpi, presumibilmente di un martello. Come è noto
l’arma del delitto non è stata mai trovata, né è stato dato alcun riscontro al
ritrovamento, ormai 10 mesi fa, in un canale di Tronello (Pavia) di alcuni
oggetti tra cui un martello.
L’AVVOCATO DEI POGGI: “COLLUTTAZIONE GIÀ ESCLUSA DA PERIZIE PRECEDENTI”
“Trovo sconcertante che il Tg1, e non è la prima volta, esca con sedicenti
novità sulla vicenda Garlasco e lo faccia a ridosso del referendum. Forse si
pensa che gli italiani vogliano cambiare la magistratura pensando abbia
sbagliato in passato sul caso Garlasco, quando invece sta sbagliando adesso e lo
sta facendo la magistratura requirente. In realtà già due perizie (anche in
primo grado, dove Varetto escluse la colluttazione, pur specificando meglio a
verbale) e poi nel 2014 il perito Roberto Testi, hanno compiutamente superato le
questioni che oggi si vogliono far mettere in discussione dalla consulenza
tecnica della procura di Pavia a firma Cattaneo. L’assenza di colluttazione tra
Chiara e l’assassino – spiega l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale di parte
civile della famiglia Poggi – è oggettivamente riscontrabile dall’assenza di
rilevanti escoriazioni ecc. e sorprende che il Tg1 possa oggi affermare il
contrario in base a informazioni che se anche fossero vere non dovrebbero essere
disponibili e comunque contrastano con quanto documentato in atti”.
Per il legale, che segue il caso dall’agosto del 2007, inoltre “l’idea che
l’aggressione sia avvenuta in seguito a una colluttazione non solo è stata
esclusa dalle perizie precedenti assunte nel contraddittorio, ma non c’è alcun
dato scientifico che confermi detta presunta novità”.
Tizzoni ritorna anche sulle tracce genetiche sulle unghie della vittima:
“Riguardo al Dna, come espressamente scritto in perizia, è stato attribuito a
Sempio solo quale aplotipo parziale misto non consolidato, quindi con nessun
valore in un’aula. Inoltre si deve ricordare – prosegue l’avvocato – che ci sono
almeno altri due Dna maschili (ma ipoteticamente anche 3,4,5 ecc) su altre due
unghie. E quindi cosa sarebbe successo!? Un linciaggio da parte di più soggetti?
È pacifico che l’assassino fu uno solo e indossava scarpe Frau e infatti le
tracce di scarpa taglia 42 sono le uniche rinvenute in casa Poggi. Scarpe per
misura e modello compatibili a quelle di Stasi come scritto nella sentenza
definitiva di condanna. Quindi Stasi è l’unico assassino e non vi è evidenza di
complici così come di qualsiasi orario, tempistica, arma proposte dalla
consulenza Cattaneo per chi conosce gli atti non porteranno all’ammissione di
una eventuale richiesta di revisione di Stasi. Il resto è solo propaganda”.
L'articolo “Chiara Poggi lottò con il suo assassino”, l’indiscrezione sulla
consulenza Cattaneo. L’avvocato dei Poggi: “Colluttazione esclusa già da due
perizie nei processi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’inchiesta sulla morte di Domenico Caliendo – il bimbo di 2 anni e 4 mesi morto
il 21 febbraio dopo il trapianto di un cuore danneggiato – si sta
progressivamente concentrando sulla fase successiva a quanto avvenuto nella sala
operatoria dell’ospedale Monaldi la mattina del 23 dicembre 2025 quando il cuore
prelevato a Bolzano arrivò a Napoli “inglobato in un blocco di ghiaccio”. In
attesa del secondo round dell’autopsia – con esami specifici previsti
all’Istituto di Medicina legale di Bari il prossimo 28 aprile – gli inquirenti
si sono posti l’obiettivo di verificare se esistessero alternative terapeutiche
in grado di modificare l’evoluzione clinica del paziente. In particolare,
l’attenzione si è spostata .come riportano Il Mattino e La Repubblica –
sull’eventuale utilizzo del Berlin Heart, un dispositivo di assistenza
ventricolare impiegato nei pazienti pediatrici con insufficienza cardiaca grave.
Del dispositivo se ne era parlato quando le condizioni bimbo – tenuto in vita
dall’Ecmo – erano diventate disperate ma ancora veniva fatto credere alla
famiglia che fosse nuovamente trapiantabile. Speranza definitivamente tramontata
dopo un consulto di più esperti, il 18 febbraio.
LE DOMANDE DEL GIP
Il giudice per le indagini preliminari Mariano Sorrentino, nell’ambito
dell’incidente probatorio in corso, ha chiesto al collegio di esperti di
accertare se, dopo l’intervento del 23 dicembre, “eventuali condotte
alternative” avrebbero potuto determinare, con un elevato grado di probabilità
logica, una diversa evoluzione clinica. Il quesito introduce formalmente nel
procedimento il tema delle scelte effettuate dopo il trapianto, e in particolare
delle strategie adottate di fronte a un organo risultato non funzionante perché
danneggiato.
Secondo la ricostruzione investigativa, il cuore arrivato da Bolzano al Monaldi
si presentava privo di segni vitali, a causa del deterioramento legato alle
modalità di trasporto ovvero un contenitore fuori dalle linee guida e ghiaccio
secco per la conservazione che aveva di fatto bruciato i tessuti. Nonostante
ciò, l’intervento era stato avviato: il torace del bambino era già stato aperto
prima di scoprire che l’organo era inutilizzabile. Il cuore malato del bimbo era
stato già espiantato. In questa fase si colloca uno dei passaggi centrali
dell’indagine: la gestione immediata della situazione intraoperatoria e le
decisioni successive. Dopo l’impianto dell’organo compromesso, il piccolo
paziente fu inserito in lista per un nuovo trapianto e collegato all’Ecmo,
sistema di ossigenazione extracorporea che ha garantito il supporto vitale fino
al decesso, avvenuto il 21 febbraio dopo circa sessanta giorni. L’uso prolungato
di questa tecnologia è noto per poter comportare complicazioni significative,
elemento che rafforza la necessità di verificare se fossero disponibili opzioni
alternative.
LE INDAGINI
In questo contesto si inserisce il nuovo filone d’indagine aperto dalla Procura
di Napoli, coordinata dal pm Giuseppe Tittaferrante e dal procuratore aggiunto
Antonio Ricci, che ha delegato i carabinieri del Nas ad acquisire elementi sul
mancato utilizzo del Berlin Heart. Il dispositivo, già impiegato in ambito
pediatrico come supporto meccanico temporaneo, consente una circolazione
sanguigna assistita attraverso un sistema esterno di pompaggio collegato al
cuore del paziente. Uno degli aspetti centrali riguarda la disponibilità
effettiva del Berlin Heart presso il Monaldi. Gli inquirenti intendono acquisire
documentazione su eventuali precedenti utilizzi, sulla presenza del dispositivo
nella struttura e sui protocolli clinici che ne regolano l’impiego.
Parallelamente, si punta a chiarire se, nel caso specifico, sussistessero le
condizioni cliniche per un suo utilizzo e se tale opzione sia stata valutata.
Tra le ipotesi al vaglio vi è anche quella di un possibile passaggio dall’Ecmo
al Berlin Heart nei giorni successivi all’intervento. Indicazioni cliniche
richiamate nel corso dell’indagine suggeriscono che, in assenza di segnali di
ripresa cardiaca entro un arco temporale limitato, il ricorso a un sistema di
assistenza ventricolare possa rappresentare una strategia alternativa, previa
verifica dei requisiti del paziente. Anche questo aspetto rientra tra le
verifiche richieste al collegio peritale.
IL BERLIN HEART
Il filone sul Berlin Heart si affianca ad altri ambiti già oggetto di
approfondimento. Il primo riguarda eventuali danni subito dal cuore durante il
prelievo, poi le modalità di trasporto dell’organo da Bolzano, ritenuto
compromesso anche per l’impiego di ghiaccio secco e per l’utilizzo di un
contenitore non conforme ai protocolli più aggiornati, nonostante la
disponibilità di sistemi più avanzati. Il secondo riguarda la sequenza delle
operazioni tra l’arrivo del cuore e l’inizio dell’intervento, con particolare
riferimento alla tempistica dell’espianto del cuore nativo, avvenuto alcuni
minuti prima di verificare che il muovo organo fosse utilizzabile.
Su quest’ultimo punto sono in corso ulteriori accertamenti tecnici, anche
attraverso l’analisi di materiale video e fotografico acquisito dagli
investigatori, che potrebbe consentire di ricostruire con maggiore precisione la
cronologia degli eventi in sala operatoria. L’obiettivo è verificare la coerenza
tra quanto documentato e quanto riportato negli atti clinici. Nel procedimento
rientra anche la posizione dei medici coinvolti, per i quali la Procura ha
ipotizzato il reato di falso ideologico in relazione all’indicazione degli orari
dell’intervento. Tra i due indagati anche il cardiochirurgo Guido Oppido, in
sala operatoria a Napoli, che fino all’ultimo aveva sostenuto con la madre del
bimbo che avrebbe potuto trapiantare un altro cuore al figlio.
L'articolo Domenico Caliendo, perché non fu usato il Berlin Heart? Le indagini
dei pm per verificare alternative all’Ecmo proviene da Il Fatto Quotidiano.