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Appalti informatici e fondi Ue, respinte tutte le richieste di arresti: il gip dispone quattro misure interdittive
Nessun arresto e solo quattro misure interdittive per un anno nell’ambito dell’inchiesta della Procura europea su presunti episodi di corruzione legati agli appalti informatici finanziati con fondi Ue e Pnrr. Il giudice per le indagini preliminari di Palermo, Claudia Rosini, ha rigettato quasi in toto la richiesta dei sedici misure cautelari del 24 febbraio scorso, accogliendo solo in parte le richieste avanzate dai magistrati dell’Eppo. Il provvedimento – emesso la settimana scorsa – ha riguardato quattro dei sedici indagati: per Antonio Fedullo e Cosma Nappa è stato disposto il divieto di esercitare l’attività professionale, mentre per Luigi Cembalo e Enrico Cafaro è scattata la sospensione da incarichi legati alla gestione di fondi. Tutte le misure avranno durata di dodici mesi. Diversamente da quanto ipotizzato inizialmente dall’accusa, il gip ha respinto in blocco le sedici richieste di arresti domiciliari presentate alla fine di febbraio dai procuratori europei delegati. Le contestazioni restano, a vario titolo, quelle di corruzione e turbativa della libertà degli incanti nelle procedure di assegnazione delle forniture. Nel corso degli interrogatori sono emersi elementi che hanno inciso sulla valutazione delle singole posizioni. Cembalo, docente della facoltà di Agraria della Università degli Studi di Napoli Federico II, ha ammesso di aver ricevuto dispositivi elettronici in cambio di favori negli appalti, dichiarandosi disponibile alla restituzione. Gli altri dodici indagati, invece, restano al momento senza misure cautelari. Totalmente ridimensionata la posizione di Corrado Leone, collaboratore tecnico informatico del Cnr. Secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe richiesto beni per uso personale e gestito un presunto “tesoretto” attraverso il gonfiamento dei costi. In sede di interrogatorio, però, Leone non solo ha respinto ogni addebito, ma ha fornito la documentazione a sostegno della sua versione, dimostrando che il monitor contestato era stato destinato al lavoro da remoto su un progetto di domotica, mentre le differenze di prezzo sarebbero derivate da variazioni di mercato e reinvestite in attrezzature per il laboratorio. Il giudice ha dato atto di questa ricostruzione, evidenziando come l’ipotesi accusatoria possa essere stata influenzata da un’errata lettura dei fatti. Esito favorevole anche per Carlo Palmieri, vicepresidente dell’Unione Industriali di Napoli, per il quale è stata esclusa l’esistenza di indizi di colpevolezza in relazione all’accusa di turbativa d’asta. Secondo la difesa, accolta dal giudice, le dichiarazioni rese hanno chiarito integralmente la sua posizione, portando al rigetto della misura cautelare. “Il giudice di Palermo – aveva spiegato l’avvocato Marco Campora, legale di Palmieri – alla luce delle ampie ed esaustive dichiarazioni rese e condividendo la tesi difensiva da noi sostenuta, ha ritenuto totalmente insussistenti gli indizi di colpevolezza, azzerando definitivamente l’intero impianto accusatorio mosso nei suoi confronti”. Stessa decisione per gli altri indagati: Luciano Airaghi, Claudio Caiola, Giuseppe Cangemi, Giancarlo Fimiani, Roberto Reda, Giuseppe Fucilli, Ettore Longo, Maria Rosaria Magro, Mario Piacenti e Vito Rinaldi. Il giudice per le indagini preliminari ha anche accolto l’eccezione di incompetenza territoriale del Tribunale di Palermo e trasmesso gli atti alla Procura di Napoli. L’indagine, coordinata dalla Procura europea, affonda le sue radici a Palermo tre anni fa, a partire da un diverso filone investigativo che aveva portato all’arresto di una dirigente scolastica del quartiere Zen. Da quell’episodio — legato a irregolarità nella gestione della mensa e all’acquisto pilotato di dispositivi elettronici — si è sviluppato un filone più ampio sulle forniture informatiche e sui possibili scambi illeciti tra pubblico e privato. L'articolo Appalti informatici e fondi Ue, respinte tutte le richieste di arresti: il gip dispone quattro misure interdittive proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Enzo Iacchetti in lacrime: “Dovrei essere felice perché ha vinto il No, ma a me dispiace per Bocchino…che figura di me**a”. L’ironia per il Referendum
Enzo Iacchetti in lacrime sui social dopo i risultati del Referendum che hanno visto il trionfo del fronte del No. Il motivo? Il conduttore e comico ha commentato ironicamente i risultati: “So che dovrei essere felice perché ha vinto il No – ha detto asciugandosi le lacrime con un fazzoletto – Ma a me dispiace tanto per Bocchino…Aveva detto che vinceva il Sì, il 10% in più…”. Iacchetti quindi scoppia in una fragorosa risata, svelando l’ironia del video. E certifica così la sconfitta di Bocchino: “Che figura di me**a…”. L'articolo Enzo Iacchetti in lacrime: “Dovrei essere felice perché ha vinto il No, ma a me dispiace per Bocchino…che figura di me**a”. L’ironia per il Referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Travaglio a La7: “I delinquenti potenti si rassegnino. Per il momento, la legge rimane uguale per tutti”
“Ha vinto innanzitutto la Costituzione, che ha evidentemente dei santi in paradiso, perché ogni volta che viene minacciata scatta una specie di valvola di sicurezza”. Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano, commenta così a Otto e mezzo, su La7 la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia che ha respinto la riforma Nordio. Travaglio spiega che il risultato premia innanzitutto la Carta: “La maggioranza silenziosa degli italiani, quando qualcuno cerca di stravolgere i principi della Costituzione, si precipita a votare e a difenderla“. Il No ha prevalso nonostante i sondaggi e le previsioni indicassero un esito incerto o addirittura favorevole al Sì, dimostrando per il direttore del Fatto l’esistenza di una “provvidenza laica” che sfugge ai radar degli istituti demoscopici. I veri vincitori, prosegue Travaglio, sono “i cittadini che sarebbero stati le principali vittime di questa schiforma, anche quelli che hanno votato Sì perché non l’avevano capito: anche loro hanno scampato un bel pericolo”. Un riconoscimento va poi a “quella parte dei magistrati, non tutti, che non solo predicano l’indipendenza ma la praticano”. Travaglio cita espressamente Nicola Gratteri, “uno dei principali protagonisti di questa campagna”, Nino Di Matteo “e quelli come loro che si sono esposti e che quindi si sono presi insulti, attacchi di ogni genere”. Aggiunge con ironia: “E poi ci sono altri vincitori che non cito, perché sono una persona elegante”. Sul fronte politico, il direttore del Fatto attribuisce il successo ai partiti di centrosinistra: “Hanno vinto ovviamente i partiti di opposizione che hanno fatto opposizione e che sono attaccati proprio perché fanno opposizione, quindi sicuramente il Pd di Schlein, sicuramente il M5s di Conte, sicuramente Avs“. Travaglio non risparmia staffilate ai centristi: “Renzi non ha detto per chi ha votato, molti dei suoi hanno votato Sì. Calenda ha detto di votare Sì e quindi due terzi dei suoi elettorati sono corsi subito a votare No, segno che ormai non gli dà retta nemmeno chi lo vota“. Sul versante delle sconfitte, Travaglio è tranchant: “Ha perso naturalmente la Meloni per conto terzi: è una cosa che io non ho mai capito, e cioè per quale motivo si sia imbarcata in una riforma che non appartiene alla storia del suo partito, alla tradizione della destra italiana. Meloni ha perso per conto di Forza Italia e per dar retta a Nordio, che è la principale iattura insieme a tutto quello che si porta dietro al ministero della Giustizia“. E aggiunge: “Al ministero della Giustizia, infatti, non bastando Nordio, c’è pure Del Mastro, c’è pure la Bartolozzi, ci sono pure gli altri dirigenti che andavano a cena alla bisteccheria d’Italia che era di proprietà sia Del Mastro, sia del prestanome del clan Senese“. Forza Italia, osserva il direttore, “ha perso ovviamente” per aver “rivendicato questa riforma convincendo gli altri alleati del centrodestra a sposarla e ad andarsi a schiantare”. Non mancano riferimenti agli eredi Berlusconi: “Hanno perso Marina e Pier Silvio Berlusconi che si sono battuti con le loro televisioni violando ogni regola di par condicio“. Infine, l’affondo più duro: “Hanno perso i delinquenti potenti, quelli che speravano che la legge non fosse più uguale per tutti e invece si devono rassegnare: per il momento, la legge rimane uguale per tutti“. L'articolo Referendum, Travaglio a La7: “I delinquenti potenti si rassegnino. Per il momento, la legge rimane uguale per tutti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, vince il No. Landini: “Messaggio di unità, il Paese chiede di rimettere al centro i bisogni delle persone”. Bindi: “Voto per la Costituzione”
Maurizio Landini, Rosy Bindi e Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Società Civile per il No, hanno atteso insieme i risultati che hanno certificato la vittoria del No al Referendum sulla riforma della Giustizia. “È un paese che dice in modo molto chiaro che la Costituzione non va né stravolta né cambiata ma va applicata in tutte le sue parti e credo che questo sia un messaggio di unità del Paese che chiede di rimettere al centro i bisogni delle persone”, ha commentato Landini, sottolineando che, oltre alla difesa della magistratura c’è stata la “richiesta di una diversa politica economica e sociale che rimette al centro il lavoro”. Il leader della Cgil ha continuato: “Questo vuol dire anche che non solo bisogna discutere in parlamento ma anche con le parti sociali e siccome questo governo ha avuto un atteggiamento autoritario, il messaggio che arriva è che chi governa non deve comandare ma rispettare le regole”. Sul risvolto politico più cauta Rosy Bindi che ha commentato: “Era un voto per la Costituzione“. L'articolo Referendum, vince il No. Landini: “Messaggio di unità, il Paese chiede di rimettere al centro i bisogni delle persone”. Bindi: “Voto per la Costituzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I magistrati esultano per la vittoria del No al Referendum: cori al tribunale di Napoli, baci e abbracci all’Anm a Milano – Video
Gioiscono i magistrati da Milano a Napoli dopo la vittoria del No al Referendum sulla riforma della Giustizia. Al tribunale partenopeo cori e salti di gioia per una cinquantina di magistrati, dopo le prime notizie sullo scrutinio referendario con il “No” in vantaggio sul “Sì”. Mentre nella sede milanese dell’Anm i magistrati hanno festeggiato scoppiando in un forte applauso, abbracciandosi e brindando. L'articolo I magistrati esultano per la vittoria del No al Referendum: cori al tribunale di Napoli, baci e abbracci all’Anm a Milano – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Grosso (presidente Comitato per il No): “Ha perso chi non voleva la legge uguale per tutti”
“Sicuramente ha vinto la Costituzione, ha perso chi la Costituzione voleva cambiare per affievolire le garanzie di autonomia e di indipendenza della magistratura, e quindi in qualche modo mettere a repentaglio quel principio che sta scritto dietro le spalle dei giudici nelle aule giudiziarie: la legge è uguale per tutti”. Lo ha detto Enrico Grosso, presidente onorario del comitato “Giusto dire no” promosso dall’Associazione nazionale magistrati, commentando gli esiti del referendum in conferenza stampa nella sede di Libera. L'articolo Referendum, Grosso (presidente Comitato per il No): “Ha perso chi non voleva la legge uguale per tutti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ci spiegano che la separazione delle carriere aumenterà l’efficienza: la realtà dei fatti racconta una storia diversa
di Serena Poli C’è una sfacciataggine truce nel modo in cui il potere sta ridisegnando le regole del gioco. Mentre ci spiegano che la separazione delle carriere serve a una maggiore efficienza, la realtà dei fatti, che cammina sulle gambe di uomini come Delmastro, ci racconta una storia diversa: quella dell’impunità garantita. Le gaffe di molti esponenti di maggioranza ne sono prova ulteriore. Qualche mese fa, Nicola Gratteri ha sollevato un polverone dicendo una verità amara: i mafiosi voteranno Sì. La risposta del coro politico e giornalistico è stata immediata: “Gratteri dice che chi vota Sì è mafioso!”. La solita, pretestuosa ignoranza di chi finge di non capire la logica elementare. Dire che la criminalità organizzata guarda con favore a questa riforma non significa affermare che siano tutti criminali coloro i quali la voteranno. Ma nelle parole di Gratteri c’è una verità innegabile: la mafia oggi non spara più (o spara pochissimo), perché cerca la mimetizzazione. Vuole fare affari, entrare nelle società, negli apparati dello Stato. Vuole gestire appalti e sedersi ai tavoli che contano. La mafia cerca varchi, crepe… e questa riforma è una prateria. Oggi il Pubblico Ministero è un magistrato indipendente. È protetto dalla stessa ‘corazza’ del giudice in base all’articolo 101 della nostra Costituzione: “[…] I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Dunque oggi, se il pm indaga su un potente, sa di avere alle spalle un ordine autonomo. La riforma mira ad avere un pm ‘solo’, che finirà per rispondere a una gerarchia o alle priorità dettate dal Ministero. E qui il cerchio si chiude con il caso Delmastro: dopo l’approvazione della riforma, quale pm avrà ancora i mezzi e la forza di scavare in quelle relazioni, sapendo che il suo futuro professionale dipende da un organo vulnerabile alla politica? Non è un caso isolato, ma un pacchetto completo: si abolisce l’abuso d’ufficio, ovvero si disattiva l’antifurto che permetteva di intercettare i primi segnali di collusione tra politica e malaffare; si introducono reati-distrazione (i rave et similia), per dare al “pm cane da guardia” un osso con cui giocare e rassicurare l’opinione pubblica; si isola il pm, affinché nessuno disturbi la “Pax Mafiosa”. La Pax Mafiosa non è l’assenza di crimine, è l’assenza di disturbo. È un sistema dove il potere politico e quello criminale convivono in un silenzio garbato, rotto solo da qualche operazione di facciata contro i ‘pesci piccoli’. Votare No significa impedire che l’Articolo 101 (“soggetti soltanto alla legge”) diventi: “soggetti a una legge svuotata dei reati dei potenti e riempita di reati per i poveri diavoli”. Votare No è aver chiara la differenza tra una giustizia cieca (perché uguale per tutti) e una giustizia che toglie la benda per guardare in faccia chi ha davanti, prima di decidere se muoversi. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Ci spiegano che la separazione delle carriere aumenterà l’efficienza: la realtà dei fatti racconta una storia diversa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Chiara Poggi lottò con il suo assassino”, l’indiscrezione sulla consulenza Cattaneo. L’avvocato dei Poggi: “Colluttazione esclusa già da due perizie nei processi”
Chiara Poggi avrebbe lottato con il suo assassino e avrebbe cercato di difendersi e proteggersi. A distanza di alcuni giorni dal deposito della consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo – nominata dalla procura di Pavia – arriva una indiscrezione del Tg1 sul delitto di Garlasco, che propone una lettura diversa delle fasi dell’aggressione. Il condizionale è d’obbligo perché in passato era stata data per insanguinata l’ormai famosa impronta 33. Traccia – il cui colore rossastro è dovuto all’uso di un reagente chimico – di cui si ha soltanto una fotografia e che viene attribuita comunque dagli inquirenti pavesi ad Andrea Sempio. LA “LOTTA” CON L’ASSASSINO La 26enne – per il cui omicidio è stato condannato in via definitiva a 16 anni l’allora fidanzato Alberto Stasi – non sarebbe stata colpita in modo improvviso e letale con un unico gesto, ma avrebbe tentato di difendersi. Sul corpo sarebbero presenti lividi, ecchimosi e abrasioni su braccia e gambe, segni che indicherebbero una colluttazione con l’assassino. Il delitto, sempre secondo le indiscrezioni, si sarebbe consumato in più momenti, tra il piano terra e le scale della villetta di via Pascoli, con l’aggressore che si sarebbe fermato a osservare il corpo prima di infliggere un ulteriore colpo, forse con un martello. Questa ricostruzione potrebbe quindi essere collegata da chi indaga alle tracce di Dna, rinvenute sotto le unghie della vittima, che hanno una “compatibilità” con la linea parentale maschile dell’indagato. Una compatibilità genetica, ma non un’identificazione. Quel Dna “misto, incompleto e non attribuibile” come già definito dalla genetista Denise Albani, perita della giudice per le indagini preliminari di Pavia Daniela Garlaschelli, non può portare a nessuna identificazione individuale, né a una attribuzione di responsabilità, né essere tassello della ricostruzione alternativa del delitto. LA RICOSTRUZIONE DOPO CINQUE PROCESSI La ricostruzione raggiunta dopo i cinque processi all’ex fidanzato – i due in cui è stato assolto, i due in cui è stato condannato e la Cassazione – vede invece la 26enne togliere l’allarme di casa, aprire in pigiama la porta, essere colpita al volto e al cranio e poi essere lanciata dalle scale. L’assassino – hanno ricostruito le sentenze che hanno portato alla condanna Stasi – non fece i gradini della tavernetta. La vittima aveva tagli sulla fronte e il cranio sfondato da almeno dieci colpi, presumibilmente di un martello. Come è noto l’arma del delitto non è stata mai trovata, né è stato dato alcun riscontro al ritrovamento, ormai 10 mesi fa, in un canale di Tronello (Pavia) di alcuni oggetti tra cui un martello. L’AVVOCATO DEI POGGI: “COLLUTTAZIONE GIÀ ESCLUSA DA PERIZIE PRECEDENTI” “Trovo sconcertante che il Tg1, e non è la prima volta, esca con sedicenti novità sulla vicenda Garlasco e lo faccia a ridosso del referendum. Forse si pensa che gli italiani vogliano cambiare la magistratura pensando abbia sbagliato in passato sul caso Garlasco, quando invece sta sbagliando adesso e lo sta facendo la magistratura requirente. In realtà già due perizie (anche in primo grado, dove Varetto escluse la colluttazione, pur specificando meglio a verbale) e poi nel 2014 il perito Roberto Testi, hanno compiutamente superato le questioni che oggi si vogliono far mettere in discussione dalla consulenza tecnica della procura di Pavia a firma Cattaneo. L’assenza di colluttazione tra Chiara e l’assassino – spiega l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale di parte civile della famiglia Poggi – è oggettivamente riscontrabile dall’assenza di rilevanti escoriazioni ecc. e sorprende che il Tg1 possa oggi affermare il contrario in base a informazioni che se anche fossero vere non dovrebbero essere disponibili e comunque contrastano con quanto documentato in atti”. Per il legale, che segue il caso dall’agosto del 2007, inoltre “l’idea che l’aggressione sia avvenuta in seguito a una colluttazione non solo è stata esclusa dalle perizie precedenti assunte nel contraddittorio, ma non c’è alcun dato scientifico che confermi detta presunta novità”. Tizzoni ritorna anche sulle tracce genetiche sulle unghie della vittima: “Riguardo al Dna, come espressamente scritto in perizia, è stato attribuito a Sempio solo quale aplotipo parziale misto non consolidato, quindi con nessun valore in un’aula. Inoltre si deve ricordare – prosegue l’avvocato – che ci sono almeno altri due Dna maschili (ma ipoteticamente anche 3,4,5 ecc) su altre due unghie. E quindi cosa sarebbe successo!? Un linciaggio da parte di più soggetti? È pacifico che l’assassino fu uno solo e indossava scarpe Frau e infatti le tracce di scarpa taglia 42 sono le uniche rinvenute in casa Poggi. Scarpe per misura e modello compatibili a quelle di Stasi come scritto nella sentenza definitiva di condanna. Quindi Stasi è l’unico assassino e non vi è evidenza di complici così come di qualsiasi orario, tempistica, arma proposte dalla consulenza Cattaneo per chi conosce gli atti non porteranno all’ammissione di una eventuale richiesta di revisione di Stasi. Il resto è solo propaganda”. L'articolo “Chiara Poggi lottò con il suo assassino”, l’indiscrezione sulla consulenza Cattaneo. L’avvocato dei Poggi: “Colluttazione esclusa già da due perizie nei processi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Domenico Caliendo, perché non fu usato il Berlin Heart? Le indagini dei pm per verificare alternative all’Ecmo
L’inchiesta sulla morte di Domenico Caliendo – il bimbo di 2 anni e 4 mesi morto il 21 febbraio dopo il trapianto di un cuore danneggiato – si sta progressivamente concentrando sulla fase successiva a quanto avvenuto nella sala operatoria dell’ospedale Monaldi la mattina del 23 dicembre 2025 quando il cuore prelevato a Bolzano arrivò a Napoli “inglobato in un blocco di ghiaccio”. In attesa del secondo round dell’autopsia – con esami specifici previsti all’Istituto di Medicina legale di Bari il prossimo 28 aprile – gli inquirenti si sono posti l’obiettivo di verificare se esistessero alternative terapeutiche in grado di modificare l’evoluzione clinica del paziente. In particolare, l’attenzione si è spostata .come riportano Il Mattino e La Repubblica – sull’eventuale utilizzo del Berlin Heart, un dispositivo di assistenza ventricolare impiegato nei pazienti pediatrici con insufficienza cardiaca grave. Del dispositivo se ne era parlato quando le condizioni bimbo – tenuto in vita dall’Ecmo – erano diventate disperate ma ancora veniva fatto credere alla famiglia che fosse nuovamente trapiantabile. Speranza definitivamente tramontata dopo un consulto di più esperti, il 18 febbraio. LE DOMANDE DEL GIP Il giudice per le indagini preliminari Mariano Sorrentino, nell’ambito dell’incidente probatorio in corso, ha chiesto al collegio di esperti di accertare se, dopo l’intervento del 23 dicembre, “eventuali condotte alternative” avrebbero potuto determinare, con un elevato grado di probabilità logica, una diversa evoluzione clinica. Il quesito introduce formalmente nel procedimento il tema delle scelte effettuate dopo il trapianto, e in particolare delle strategie adottate di fronte a un organo risultato non funzionante perché danneggiato. Secondo la ricostruzione investigativa, il cuore arrivato da Bolzano al Monaldi si presentava privo di segni vitali, a causa del deterioramento legato alle modalità di trasporto ovvero un contenitore fuori dalle linee guida e ghiaccio secco per la conservazione che aveva di fatto bruciato i tessuti. Nonostante ciò, l’intervento era stato avviato: il torace del bambino era già stato aperto prima di scoprire che l’organo era inutilizzabile. Il cuore malato del bimbo era stato già espiantato. In questa fase si colloca uno dei passaggi centrali dell’indagine: la gestione immediata della situazione intraoperatoria e le decisioni successive. Dopo l’impianto dell’organo compromesso, il piccolo paziente fu inserito in lista per un nuovo trapianto e collegato all’Ecmo, sistema di ossigenazione extracorporea che ha garantito il supporto vitale fino al decesso, avvenuto il 21 febbraio dopo circa sessanta giorni. L’uso prolungato di questa tecnologia è noto per poter comportare complicazioni significative, elemento che rafforza la necessità di verificare se fossero disponibili opzioni alternative. LE INDAGINI In questo contesto si inserisce il nuovo filone d’indagine aperto dalla Procura di Napoli, coordinata dal pm Giuseppe Tittaferrante e dal procuratore aggiunto Antonio Ricci, che ha delegato i carabinieri del Nas ad acquisire elementi sul mancato utilizzo del Berlin Heart. Il dispositivo, già impiegato in ambito pediatrico come supporto meccanico temporaneo, consente una circolazione sanguigna assistita attraverso un sistema esterno di pompaggio collegato al cuore del paziente. Uno degli aspetti centrali riguarda la disponibilità effettiva del Berlin Heart presso il Monaldi. Gli inquirenti intendono acquisire documentazione su eventuali precedenti utilizzi, sulla presenza del dispositivo nella struttura e sui protocolli clinici che ne regolano l’impiego. Parallelamente, si punta a chiarire se, nel caso specifico, sussistessero le condizioni cliniche per un suo utilizzo e se tale opzione sia stata valutata. Tra le ipotesi al vaglio vi è anche quella di un possibile passaggio dall’Ecmo al Berlin Heart nei giorni successivi all’intervento. Indicazioni cliniche richiamate nel corso dell’indagine suggeriscono che, in assenza di segnali di ripresa cardiaca entro un arco temporale limitato, il ricorso a un sistema di assistenza ventricolare possa rappresentare una strategia alternativa, previa verifica dei requisiti del paziente. Anche questo aspetto rientra tra le verifiche richieste al collegio peritale. IL BERLIN HEART Il filone sul Berlin Heart si affianca ad altri ambiti già oggetto di approfondimento. Il primo riguarda eventuali danni subito dal cuore durante il prelievo, poi le modalità di trasporto dell’organo da Bolzano, ritenuto compromesso anche per l’impiego di ghiaccio secco e per l’utilizzo di un contenitore non conforme ai protocolli più aggiornati, nonostante la disponibilità di sistemi più avanzati. Il secondo riguarda la sequenza delle operazioni tra l’arrivo del cuore e l’inizio dell’intervento, con particolare riferimento alla tempistica dell’espianto del cuore nativo, avvenuto alcuni minuti prima di verificare che il muovo organo fosse utilizzabile. Su quest’ultimo punto sono in corso ulteriori accertamenti tecnici, anche attraverso l’analisi di materiale video e fotografico acquisito dagli investigatori, che potrebbe consentire di ricostruire con maggiore precisione la cronologia degli eventi in sala operatoria. L’obiettivo è verificare la coerenza tra quanto documentato e quanto riportato negli atti clinici. Nel procedimento rientra anche la posizione dei medici coinvolti, per i quali la Procura ha ipotizzato il reato di falso ideologico in relazione all’indicazione degli orari dell’intervento. Tra i due indagati anche il cardiochirurgo Guido Oppido, in sala operatoria a Napoli, che fino all’ultimo aveva sostenuto con la madre del bimbo che avrebbe potuto trapiantare un altro cuore al figlio. L'articolo Domenico Caliendo, perché non fu usato il Berlin Heart? Le indagini dei pm per verificare alternative all’Ecmo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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