Otto agenti della Polizia penitenziaria del carcere di Ivrea sono stati
condannati per falsità in atti. Le pene, comprese tra 1 anno e 6 mesi e 1 anno e
8 mesi, riguardano la falsificazione di documentazioni che descrivevano cadute e
incidenti dei detenuti come eventi accidentali, mentre in realtà servivano a
coprire episodi di violenza interna. La vicenda prende le mosse nel marzo 2016,
quando l’associazione Antigone riceve le prime lettere da parte dei detenuti del
carcere: racconti di botte e abusi che, in assenza di prove immediate,
rischiavano di rimanere invisibili. Le segnalazioni portarono a tre procedimenti
penali distinti, inizialmente bloccati da due richieste di archiviazione del
pubblico ministero. Solo l’istanza di avocazione presentata da Antigone al
procuratore generale della Corte di Appello di Torino, accolta nel 2020, ha
permesso di dare nuovo impulso alle indagini.
Oggi, dopo dieci anni di battaglie legali, la sentenza conferma ciò che gli
stessi avvocati dell’associazione avevano denunciato: “Le documentazioni
prodotte dagli agenti condannati che riferivano di cadute e incidenti
accidentali erano false e servivano in realtà a coprire condotte violente
avvenute ai danni di persone detenute nell’istituto penitenziario”. Per gli
episodi di lesioni, invece, la prescrizione ha impedito qualsiasi condanna,
perché all’epoca il reato di tortura non era ancora introdotto.
“Quella di oggi è una sentenza importante perché conferma ciò che avevamo
denunciato”, commenta Simona Filippi, avvocato e responsabile del contenzioso di
Antigone. Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione, sottolinea il peso
della società civile nell’emersione di questi fatti: “La sentenza di oggi ci
dice che violenza ci fu e ci fu un tentativo di coprirla. Ci sono voluti lunghi
dieci anni, faticosi per le vittime e anche per noi. Ma la determinazione paga.
E in qualche modo la giustizia arriva”.
Il verdetto rappresenta anche un monito: le strutture penitenziarie devono
essere costantemente vigilate, e la collaborazione tra associazioni, garanti dei
detenuti e autorità giudiziarie si conferma uno strumento essenziale per far
emergere abusi altrimenti destinati a restare nell’ombra.
L'articolo “Violenze spacciate per incidente e cadute”, condannati otto agenti
penitenziari per falso proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Giustizia
Sosteneva, neanche una settimana fa, che fosse necessaria “per ridare all’ordine
giudiziario efficienza, ruolo e prestigio”. Ma, una volta bocciata, pare abbia
scoperto che i “veri problemi” della giustizia sono altri. E gli elenca anche,
uno a uno, in due interviste concesse a Il Foglio e Il Giornale. Sabino Cassese
contro Sabino Cassese. Aveva appoggiato in maniera piena la riforma Nordio,
spiegando, da ultimo il 18 marzo in un dialogo con Il Riformista, nel quale
ribadendo che il Sì era un atto dovuto argomentava: “È l’ultimo gradino per
assicurare ai cittadini la massima garanzia di imparzialità del giudice e per
ridare all’ordine giudiziario efficienza, ruolo e prestigio. In Italia, solo un
terzo dei cittadini è soddisfatto del sistema, siamo ben sotto la media dei
Paesi Ocse del 56%. Occorre cambiare”.
Un Sì per migliorare i problemi della giustizia, insomma. Ma ora che è arrivata
un sonoro No da parte degli italiani, il giudice emerito della Corte
Costituzionale sembra aver cambiato idea. Innanzitutto, chiarisce: “Sono uno
studioso di diritto e non di comportamenti dell’opinione pubblica. Per cui non
facevo previsioni”. Eppure il giudizio era chiaro: la riforma serviva per ridare
“efficienza, ruolo e prestigio” all’ordine giudiziario. E argomentava: “Separa
le carriere e riconosce la diversità delle due funzioni, assicurando una maggior
efficienza del sistema”. Adesso, invece, dialogando con due giornali che hanno
sostenuto la causa del Sì, interpreta il successo del No: “Occorre chiedersi
cosa c’è dietro: non c’è un invito a fermarsi, ma ad affrontare i veri problemi
della giustizia”.
Il quadro è chiaro a Cassese, tant’è che pur imputando agli “oppositori” della
riforma Nordio, quali sono i “veri problemi della giustizia”, gli elenca uno ad
uno ne specifica poi dettagli e possibili soluzioni: “Gli arretrati, i tempi
della giustizia, la geografia giudiziaria, la distribuzione del personale e così
via”. Quindi, spiega ora il professore: “Il governo dovrebbe allora trarre
questa lezione dal referendum e mettersi a lavorare su questi temi. Bisogna dare
l’interpretazione giusta al No. Occorre chiedersi cosa c’è dietro: non c’è un
invito a fermarsi, ma ad affrontare i veri problemi della giustizia”.
Cassese parla chiaramente dei “tribunalini”, dei carichi di lavoro, della Scuola
di magistratura (da pochi giorni passata sotto la guida di Mauro Paladini,
sponsorizzato da Alfredo Mantovano). Aspetti che il governo dovrebbe affrontare?
“Dovrebbe obbedire al risultato del referendum e rendersi conto che questo esito
è stato dovuto a quanto sostenuto da chi si opponeva alla riforma
costituzionale, cioè: ‘Si affronta il problema della giustizia dalla parte
sbagliata’. Tante voci hanno detto questo”. Fino a oggi, non la sua.
L'articolo Cassese contro Cassese: dal Sì per ridare “efficienza” alla giustizia
a “il governo affronti i veri problemi” dei magistrati proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Bella ciao al termine della conferenza stampa. È successo a Bari, quando il
presidente provinciale dell’Anpi, l’ex magistrato Nicola Colaianni, ha dato il
via alla canzone, seguito dalle persone presenti, dopo la vittoria al referendum
sulla giustizia. La conferenza stampa era stata promossa dai magistrati, dalla
“Società civile per il No” che comprende Anpi, Libera e la Cgil e da “Avvocati e
Avvocate per il No”.
Come si vede nel video, quasi tutti hanno cantato e battuto le mani. A margine
la presidente dell’Anm di Bari Antonella Cafagna e la giudice Ilaria Casu,
coordinatrice del Comitato “Giusto dire No” hanno precisato che si è trattata di
una iniziativa “non concordata e non condivisa preventivamente”. Ieri a Napoli i
magistrati, dopo l’esito del referendum, hanno esultato cantando proprio “Bella
Ciao” e questo ha sollevato polemiche nelle ultime ore.
L'articolo Referendum, alla conferenza stampa con magistrati e avvocati (per il
No) si canta Bella ciao – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nessun arresto e solo quattro misure interdittive per un anno nell’ambito
dell’inchiesta della Procura europea su presunti episodi di corruzione legati
agli appalti informatici finanziati con fondi Ue e Pnrr. Il giudice per le
indagini preliminari di Palermo, Claudia Rosini, ha rigettato quasi in toto la
richiesta dei sedici misure cautelari del 24 febbraio scorso, accogliendo solo
in parte le richieste avanzate dai magistrati dell’Eppo. Il provvedimento –
emesso la settimana scorsa – ha riguardato quattro dei sedici indagati: per
Antonio Fedullo e Cosma Nappa è stato disposto il divieto di esercitare
l’attività professionale, mentre per Luigi Cembalo e Enrico Cafaro è scattata la
sospensione da incarichi legati alla gestione di fondi. Tutte le misure avranno
durata di dodici mesi.
Diversamente da quanto ipotizzato inizialmente dall’accusa, il gip ha respinto
in blocco le sedici richieste di arresti domiciliari presentate alla fine di
febbraio dai procuratori europei delegati. Le contestazioni restano, a vario
titolo, quelle di corruzione e turbativa della libertà degli incanti nelle
procedure di assegnazione delle forniture. Nel corso degli interrogatori sono
emersi elementi che hanno inciso sulla valutazione delle singole posizioni.
Cembalo, docente della facoltà di Agraria della Università degli Studi di Napoli
Federico II, ha ammesso di aver ricevuto dispositivi elettronici in cambio di
favori negli appalti, dichiarandosi disponibile alla restituzione. Gli altri
dodici indagati, invece, restano al momento senza misure cautelari.
Totalmente ridimensionata la posizione di Corrado Leone, collaboratore tecnico
informatico del Cnr. Secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe richiesto beni per
uso personale e gestito un presunto “tesoretto” attraverso il gonfiamento dei
costi. In sede di interrogatorio, però, Leone non solo ha respinto ogni
addebito, ma ha fornito la documentazione a sostegno della sua versione,
dimostrando che il monitor contestato era stato destinato al lavoro da remoto su
un progetto di domotica, mentre le differenze di prezzo sarebbero derivate da
variazioni di mercato e reinvestite in attrezzature per il laboratorio. Il
giudice ha dato atto di questa ricostruzione, evidenziando come l’ipotesi
accusatoria possa essere stata influenzata da un’errata lettura dei fatti.
Esito favorevole anche per Carlo Palmieri, vicepresidente dell’Unione
Industriali di Napoli, per il quale è stata esclusa l’esistenza di indizi di
colpevolezza in relazione all’accusa di turbativa d’asta. Secondo la difesa,
accolta dal giudice, le dichiarazioni rese hanno chiarito integralmente la sua
posizione, portando al rigetto della misura cautelare. “Il giudice di Palermo –
aveva spiegato l’avvocato Marco Campora, legale di Palmieri – alla luce delle
ampie ed esaustive dichiarazioni rese e condividendo la tesi difensiva da noi
sostenuta, ha ritenuto totalmente insussistenti gli indizi di colpevolezza,
azzerando definitivamente l’intero impianto accusatorio mosso nei suoi
confronti”. Stessa decisione per gli altri indagati: Luciano Airaghi, Claudio
Caiola, Giuseppe Cangemi, Giancarlo Fimiani, Roberto Reda, Giuseppe Fucilli,
Ettore Longo, Maria Rosaria Magro, Mario Piacenti e Vito Rinaldi.
Il giudice per le indagini preliminari ha anche accolto l’eccezione di
incompetenza territoriale del Tribunale di Palermo e trasmesso gli atti alla
Procura di Napoli. L’indagine, coordinata dalla Procura europea, affonda le sue
radici a Palermo tre anni fa, a partire da un diverso filone investigativo che
aveva portato all’arresto di una dirigente scolastica del quartiere Zen. Da
quell’episodio — legato a irregolarità nella gestione della mensa e all’acquisto
pilotato di dispositivi elettronici — si è sviluppato un filone più ampio sulle
forniture informatiche e sui possibili scambi illeciti tra pubblico e privato.
L'articolo Appalti informatici e fondi Ue, respinte tutte le richieste di
arresti: il gip dispone quattro misure interdittive proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Enzo Iacchetti in lacrime sui social dopo i risultati del Referendum che hanno
visto il trionfo del fronte del No. Il motivo? Il conduttore e comico ha
commentato ironicamente i risultati: “So che dovrei essere felice perché ha
vinto il No – ha detto asciugandosi le lacrime con un fazzoletto – Ma a me
dispiace tanto per Bocchino…Aveva detto che vinceva il Sì, il 10% in più…”.
Iacchetti quindi scoppia in una fragorosa risata, svelando l’ironia del video. E
certifica così la sconfitta di Bocchino: “Che figura di me**a…”.
L'articolo Enzo Iacchetti in lacrime: “Dovrei essere felice perché ha vinto il
No, ma a me dispiace per Bocchino…che figura di me**a”. L’ironia per il
Referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ha vinto innanzitutto la Costituzione, che ha evidentemente dei santi in
paradiso, perché ogni volta che viene minacciata scatta una specie di valvola di
sicurezza”. Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano, commenta così a
Otto e mezzo, su La7 la vittoria del No al referendum costituzionale sulla
giustizia che ha respinto la riforma Nordio.
Travaglio spiega che il risultato premia innanzitutto la Carta: “La maggioranza
silenziosa degli italiani, quando qualcuno cerca di stravolgere i principi della
Costituzione, si precipita a votare e a difenderla“.
Il No ha prevalso nonostante i sondaggi e le previsioni indicassero un esito
incerto o addirittura favorevole al Sì, dimostrando per il direttore del Fatto
l’esistenza di una “provvidenza laica” che sfugge ai radar degli istituti
demoscopici. I veri vincitori, prosegue Travaglio, sono “i cittadini che
sarebbero stati le principali vittime di questa schiforma, anche quelli che
hanno votato Sì perché non l’avevano capito: anche loro hanno scampato un bel
pericolo”.
Un riconoscimento va poi a “quella parte dei magistrati, non tutti, che non solo
predicano l’indipendenza ma la praticano”. Travaglio cita espressamente Nicola
Gratteri, “uno dei principali protagonisti di questa campagna”, Nino Di Matteo
“e quelli come loro che si sono esposti e che quindi si sono presi insulti,
attacchi di ogni genere”. Aggiunge con ironia: “E poi ci sono altri vincitori
che non cito, perché sono una persona elegante”.
Sul fronte politico, il direttore del Fatto attribuisce il successo ai partiti
di centrosinistra: “Hanno vinto ovviamente i partiti di opposizione che hanno
fatto opposizione e che sono attaccati proprio perché fanno opposizione, quindi
sicuramente il Pd di Schlein, sicuramente il M5s di Conte, sicuramente Avs“.
Travaglio non risparmia staffilate ai centristi: “Renzi non ha detto per chi ha
votato, molti dei suoi hanno votato Sì. Calenda ha detto di votare Sì e quindi
due terzi dei suoi elettorati sono corsi subito a votare No, segno che ormai non
gli dà retta nemmeno chi lo vota“.
Sul versante delle sconfitte, Travaglio è tranchant: “Ha perso naturalmente la
Meloni per conto terzi: è una cosa che io non ho mai capito, e cioè per quale
motivo si sia imbarcata in una riforma che non appartiene alla storia del suo
partito, alla tradizione della destra italiana. Meloni ha perso per conto di
Forza Italia e per dar retta a Nordio, che è la principale iattura insieme a
tutto quello che si porta dietro al ministero della Giustizia“.
E aggiunge: “Al ministero della Giustizia, infatti, non bastando Nordio, c’è
pure Del Mastro, c’è pure la Bartolozzi, ci sono pure gli altri dirigenti che
andavano a cena alla bisteccheria d’Italia che era di proprietà sia Del Mastro,
sia del prestanome del clan Senese“.
Forza Italia, osserva il direttore, “ha perso ovviamente” per aver “rivendicato
questa riforma convincendo gli altri alleati del centrodestra a sposarla e ad
andarsi a schiantare”. Non mancano riferimenti agli eredi Berlusconi: “Hanno
perso Marina e Pier Silvio Berlusconi che si sono battuti con le loro
televisioni violando ogni regola di par condicio“.
Infine, l’affondo più duro: “Hanno perso i delinquenti potenti, quelli che
speravano che la legge non fosse più uguale per tutti e invece si devono
rassegnare: per il momento, la legge rimane uguale per tutti“.
L'articolo Referendum, Travaglio a La7: “I delinquenti potenti si rassegnino.
Per il momento, la legge rimane uguale per tutti” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Maurizio Landini, Rosy Bindi e Giovanni Bachelet, presidente del Comitato
Società Civile per il No, hanno atteso insieme i risultati che hanno certificato
la vittoria del No al Referendum sulla riforma della Giustizia. “È un paese che
dice in modo molto chiaro che la Costituzione non va né stravolta né cambiata ma
va applicata in tutte le sue parti e credo che questo sia un messaggio di unità
del Paese che chiede di rimettere al centro i bisogni delle persone”, ha
commentato Landini, sottolineando che, oltre alla difesa della magistratura c’è
stata la “richiesta di una diversa politica economica e sociale che rimette al
centro il lavoro”.
Il leader della Cgil ha continuato: “Questo vuol dire anche che non solo bisogna
discutere in parlamento ma anche con le parti sociali e siccome questo governo
ha avuto un atteggiamento autoritario, il messaggio che arriva è che chi governa
non deve comandare ma rispettare le regole”.
Sul risvolto politico più cauta Rosy Bindi che ha commentato: “Era un voto per
la Costituzione“.
L'articolo Referendum, vince il No. Landini: “Messaggio di unità, il Paese
chiede di rimettere al centro i bisogni delle persone”. Bindi: “Voto per la
Costituzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gioiscono i magistrati da Milano a Napoli dopo la vittoria del No al Referendum
sulla riforma della Giustizia.
Al tribunale partenopeo cori e salti di gioia per una cinquantina di magistrati,
dopo le prime notizie sullo scrutinio referendario con il “No” in vantaggio sul
“Sì”. Mentre nella sede milanese dell’Anm i magistrati hanno festeggiato
scoppiando in un forte applauso, abbracciandosi e brindando.
L'articolo I magistrati esultano per la vittoria del No al Referendum: cori al
tribunale di Napoli, baci e abbracci all’Anm a Milano – Video proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Sicuramente ha vinto la Costituzione, ha perso chi la Costituzione voleva
cambiare per affievolire le garanzie di autonomia e di indipendenza della
magistratura, e quindi in qualche modo mettere a repentaglio quel principio che
sta scritto dietro le spalle dei giudici nelle aule giudiziarie: la legge è
uguale per tutti”. Lo ha detto Enrico Grosso, presidente onorario del comitato
“Giusto dire no” promosso dall’Associazione nazionale magistrati, commentando
gli esiti del referendum in conferenza stampa nella sede di Libera.
L'articolo Referendum, Grosso (presidente Comitato per il No): “Ha perso chi non
voleva la legge uguale per tutti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Comitato per il No è in diretta con i primi commenti ai risultati del
Referendum sulla riforma della Giustizia. In streaming dal Centro Congressi
Frentani a Roma
L'articolo Referendum, la conferenza stampa del Comitato per il No: la diretta
tv proviene da Il Fatto Quotidiano.