È morto a Roma all’età 95 anni l’ex giudice Corrado Carnevale. Passò alla storia
come “l’ammazzasentenze”. Nato a Licata il 9 maggio del 1930, Carnevale ha
attraversato oltre mezzo secolo della storia giudiziaria italiana. L’ex
magistrato nel 1985, a soli 55 anni, divenne presidente della prima sezione
penale della Corte di Cassazione, il più giovane di sempre.
Durante la sua presidenza, dal 1985 al 1993, firmò o presiedette l’annullamento
di centinaia di sentenze d’appello, circa 500, relative a reati per associazione
mafiosa e terroristica. Le sue sentenze si basavano quasi sempre su vizi di
forma, errori procedurali o carenze di motivazione, ma alimentarono il sospetto
di un atteggiamento indulgente verso imputati eccellenti, soprattutto nei grandi
processi di mafia. La fama di “ammazzasentenze” esplose sui giornali dopo alcuni
clamorosi annullamenti e scarcerazioni, come quella dell’11 febbraio 1991,
quando 43 imputati, tra cui numerosi boss mafiosi, tornarono in libertà per la
scadenza dei termini di custodia cautelare. Le polemiche portarono a
interpellanze parlamentari, monitoraggi ministeriali e a un’intensa pressione
politica e mediatica. Tuttavia, le verifiche disposte negli anni, anche su
impulso di ministri come Mino Martinazzoli e Claudio Martelli, non riscontrarono
irregolarità formali nel suo operato.
Coinvolto successivamente nel processo Andreotti a seguito delle accuse del
pentito Gaspare Mutolo, Carnevale fu sospeso dal servizio nel 1993. Condannato
in appello nel 2001 per concorso esterno in associazione mafiosa, venne
definitivamente assolto nel 2002 dalla Cassazione perché “il fatto non
sussiste”. Tornò in servizio nel 2007 in una sezione civile della Cassazione e
andò in pensione nel 2013. I funerali si svolgeranno venerdì alle ore 15, nella
chiesta di Cristo Re di viale Mazzini a Roma.
L'articolo Morto Corrado Carnevale: l’ex giudice della Cassazione soprannominato
“l’ammazzasentenze” aveva 95 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Procura di Roma sta indagando sul servizio di elisoccorso a Roma e nel Lazio.
Si tratta di uno dei settori più delicati in capo all’Ares 118, l’unità
operativa della Regione Lazio a cui si affidano quasi 6 milioni di persone. Nel
Lazio il servizio è gestito, dalla fine del 2024, dalla società Elifriulia spa,
subentrata a Elitaliana. Quest’ultima società, dopo quasi 20 anni – tra continue
proroghe e decine di ricorsi a Tar e Consiglio di Stato – ha dovuto
definitivamente lasciare il campo all’azienda vincitrice del bando. Che però,
secondo i pm, potrebbe aver commesso un errore. Il fascicolo è ancora
esplorativo, non ci sono indagati, l’ipotesi è inadempimento in pubbliche
forniture. In pratica, a quanto risulta al Fatto, Elifriulia da luglio 2025
avrebbe messo a disposizione del servizio nel Lazio soltanto tre elicotteri,
contro i quattro previsti negli accordi con Ares 118. Di norma, infatti, gli
elicotteri vanno spesso in manutenzione, dunque bisogna sempre tenerne uno di
“riserva” in officina per far sì che, al rientro di una delle macchine
“titolari” possa essere utilizzato il muletto e tenerne sempre operative tre.
Questo finché Elifriulia non ha deciso di partecipare a un bando simile in
Regione Basilicata, mettendo però a disposizione non un ulteriore elicottero,
bensì quello che nel Lazio era considerato di riserva.
Nelle scorse settimane la Guardia di Finanza ha acquisito gli atti relativi al
contratto tra Ares 118 e Elifriulia. Presto sarà consegnata un’informativa in
Procura. Nel frattempo il contratto con Elifriulia è stato mantenuto in essere,
anche se la Regione Lazio ha deciso di applicare penali molto severe, così da
non lasciare scoperto il servizio. In base anche all’evoluzione dell’inchiesta
saranno presi ulteriori provvedimenti. L’indagine nasce da una segnalazione
della stessa Ares 118, che ha anche inviato la documentazione all’Autorità
Anticorruzione.
Nella foto: immagine di repertorio
L'articolo La Procura di Roma indaga sull’appalto dell’elisoccorso: “Meno mezzi
di quelli previsti dal bando” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morto martedì l’ex magistrato Corrado Carnevali. Bolognese, ha lavorato tanti
anni a Milano dove è stato anche procuratore aggiunto della Repubblica. Nella
sua carriera è stato sia giudice che pm.
Dopo l’omicidio del magistrato Emilio Alessandrini ha indagato sul terrorismo
rosso. Per circa venti anni è stato un punto di riferimento della Procura di
Milano dove si è occupato anche di reati contro la pubblica amministrazione. La
sua carriera si è conclusa a Monza dove è stato procuratore della Repubblica.
L'articolo Molto l’ex magistrato Corrado Carnevali: è stato procuratore aggiunto
a Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Pretendiamo solo che si faccia giustizia”. Antonio Tajani lo dice commentando
una tragedia avvenuta all’estero. È una frase che funziona sempre: breve,
solenne, apparentemente inattaccabile. Proprio per questo, se letta alla luce
della storia italiana recente, risulta profondamente stonata. Perché se davvero
questo Paese pretende giustizia, qualcuno dovrebbe spiegare come mai, da
decenni, la giustizia penale sembra incepparsi regolarmente quando le vittime
sono molte e le responsabilità riguardano apparati, grandi aziende,
infrastrutture pubbliche, catene decisionali complesse.
Basta scorrere la memoria collettiva: Ustica, il Moby Prince, Piazza Fontana,
Italicus, Viareggio, il ponte Morandi, il Mottarone, Rigopiano. Storie più o
meno lontane nel tempo e diversissime tra loro, ma unite da un copione ormai
noto. Processi interminabili, verità parziali, responsabilità che si sfilacciano
con il passare degli anni, pene ridotte o prescritte. E quasi mai carcere vero
per chi aveva il potere di decidere, prevenire, intervenire.
Questo non significa che non ci siano mai state sentenze. In alcuni casi le
condanne sono arrivate. Ma il punto politico è un altro: la pena detentiva
effettiva, quella che dovrebbe segnare un confine netto tra responsabilità e
impunità, resta un’eccezione rarissima. Spesso arriva tardi, quando non serve
più a nulla. Altre volte non arriva affatto.
Eppure, nello stesso ordinamento, il carcere non è affatto un tabù. Dipende da
chi è l’imputato e da quale tipo di conflitto si sta giudicando.
Lo dimostra, in modo quasi didattico, il trattamento riservato negli anni al
movimento No Tav. Nel dicembre del 2013, dopo un’azione notturna al cantiere di
Chiomonte che provocò danni materiali ma nessuna vittima, alcuni attivisti — tra
cui Chiara Borgogno — furono condannati a pene pesanti, nell’ordine dei tre o
quattro anni di reclusione. Quelle condanne, pur rimodulate nei successivi gradi
di giudizio, non sono rimaste sulla carta: mesi di carcere sono stati
effettivamente scontati.
Non si è trattato di un caso isolato. In altri procedimenti legati alle proteste
No Tav, la risposta penale è stata rapida e severa: custodie cautelari, lunghi
domiciliari, condanne pluriennali. In alcuni casi si è arrivati persino a
riesumare il reato di devastazione e saccheggio, una norma di origine fascista,
per fatti che non avevano prodotto né morti né feriti gravi. Anche figure
simboliche del movimento, come Nicoletta Dosio, hanno conosciuto direttamente il
carcere o misure detentive per iniziative di protesta e atti di disobbedienza
civile.
Qui sta la contraddizione che rende insopportabile la retorica istituzionale
sulla giustizia.
Per un’azione di protesta che blocca un’infrastruttura o danneggia un
macchinario, la macchina penale sa essere efficiente, determinata, persino
esemplare. Per una funivia che precipita, un ponte che crolla, un treno che
esplode in mezzo alle case, la stessa macchina si muove lentamente, si inceppa,
si arena.
Non è una questione di simpatia o antipatia per il movimento No Tav. È una
questione di asimmetria strutturale del diritto penale. La giustizia italiana
funziona bene quando deve reprimere il conflitto sociale. Diventa
improvvisamente fragile e indecisa quando dovrebbe colpire sistemi industriali,
grandi opere, responsabilità politiche e amministrative.
Per questo frasi come “pretendiamo che si faccia giustizia” suonano vuote.
Perché la giustizia, in Italia, non è assente: è selettiva. Colpisce verso il
basso, rallenta verso l’alto. E finché continueremo ad accettare questa doppia
misura — carcere per chi protesta, impunità di fatto per chi produce stragi —
ogni appello solenne resterà quello che è: una posa morale buona per i titoli,
pessima per la realtà.
L'articolo Crans Montana, Tajani “pretende giustizia” dalla Svizzera ma
dimentica i grandi casi italiani proviene da Il Fatto Quotidiano.
Riecco tutta la destra cavalcare la scarcerazione dei manifestanti arrestati per
gli scontri al corteo a Torino per rilanciare la campagna del Sì al Referendum
sulla giustizia. Una vera e propria fake news, considerando i fatti e quanto
previsto dalle norme (che i magistrati sono obbligati ad applicare). Già nei
giorni scorsi, sempre sulla manifestazione per Askatasuna, c’era stato un
surreale post del Comitato “Sì Riforma”: “Chi ha pestato il poliziotto vota No
al referendum”, si leggeva. Oggi, invece, Fratelli d’Italia, con un post sul suo
profilo social ufficiale, pubblica un titolo dell’Ansa: “Scontri a Torino: gip,
due liberi con obbligo di firma” e poi la grafica “Sì, per fermare questo
scempio“. Matteo Salvini rilancia: “Già a piede libero. Vergogna. Votare Sì al
referendum sulla Giustizia è un dovere morale“. Sulla stessa falsariga
l’intervento dell’azzurro Maurizio Gasparri. In pratica, secondo i partiti di
governo, con la riforma Nordio tutto questo non accadrà più. Ma è così?
Assolutamente no.
LA DECISIONE DEL GIP E LA RICHIESTA DEL PM
Basta considerare un aspetto non certo irrilevante: la procura aveva chiesto la
misura cautelare in carcere, mentre il giudice per le indagini preliminari ha
valutato e deciso diversamente. La vicenda riguarda i tre arrestati per gli
scontri avvenuti il 31 gennaio scorso al termine della manifestazione contro lo
sgombero del centro sociale Askatasuna: il gip ha deciso per due di loro (un
35enne e un 31enne accusati di resistenza a pubblico ufficiale) la scarcerazione
e ha applicato la misura cautelare dell’obbligo di presentazione quotidiana alla
polizia giudiziaria. Un terzo manifestante – il 22enne ritenuto uno dei
componenti del gruppo che avrebbe aggredito l’agente Alessandro Calista – è
finito invece agli arresti domiciliari. Quest’ultimo è accusato anche di
concorso in lesioni personali aggravate e rapina. Quindi gip e pm, come spesso
accade, hanno anche in questo caso preso delle decisioni differenti. Aspetto che
dimostra come le funzioni in Italia siano già ben distinte. Utilizzare questa
vicenda per spingere sul Sì alla riforma sulla separazione delle carriere è
alquanto illogico.
LA SCELTA DELLE MISURE CAUTELARI
Ma magari in qualche passaggio della riforma Nordio è previsto che in casi come
questo gli indagati non potranno essere più scarcerati? Assolutamente no.
L’eventuale entrata in vigore delle nuove norme non cambierebbe nulla. In caso
di arresto, come attualmente previsto, la procura richiede la convalida al gip,
che fissa un’udienza e poi decide sulla legittimità dell’arresto e su eventuali
misure cautelari. Per decidere sulla loro applicazione devono sussistere gravi
indizi di colpevolezza ed essere concrete e attuali le esigenze cautelari:
quindi almeno uno tra rischio di inquinamento probatorio, pericolo di fuga o
reiterazione dei reati. Ma quale scegliere tra le misure cautelari, che vanno
dal carcere all’obbligo di firma o divieto di dimora? Lo dice l’articolo 275 del
Codice di procedura penale: va valutato caso per caso, “ogni misura deve essere
proporzionata all’entità del fatto e alla sanzione che sia stata o si ritiene
possa essere irrogata”, tenendo conto che “non può essere applicata la misura
della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari se il
giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione
condizionale della pena“. Niente carcere anche se “il giudice ritiene che,
all’esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre
anni“. Vige anche il principio di adeguatezza, cioè dovrà essere scelta la
misura meno gravosa per l’imputato tra quelle idonee a fronteggiare le esigenze
ravvisate. I due scarcerati con obbligo di firma sono accusati di resistenza a
pubblico ufficiale, un reato che prevede – in caso di condanna – una pena da un
minimo di sei mesi a un massimo di cinque anni. Ma l’obbligo di firma è
adeguato? Questo lo deve decidere il gip. Solo per completezza, nel gennaio del
2025 la Corte di Cassazione ha annullato una misura cautelare di divieto di
dimora a una persona accusata di concorso in resistenza a pubblico ufficiale,
ritenendola sproporzionata rispetto alla condotta contestata.
LA POSIZIONE DI NORDIO SUL CARCERE PREVENTIVO
Ma quindi la destra vorrebbe comunque tutti gli indagati in carcere? Non
proprio. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio continua a contestare che in
Italia c’è un uso, a suo avviso, eccessivo di custodia cautelare in carcere:
“Noi abbiamo intenzione di intervenire per limitare il più possibile la
carcerazione preventiva in ossequio alla presunzione di innocenza“, sottolinea.
Lo stesso ministro che ha introdotto l‘interrogatorio preventivo prima
dell’arresto. L’effetto di questa norma è che in questi anni decine di presunti
criminali si sono dati alla fuga, o peggio, scoprendo dalle carte chi li aveva
denunciati, hanno minacciato i testimoni: l’ultimo caso raccontato dal Fatto
riguarda un’indagine per traffico di droga a Bergamo.
GLI ALTRI CASI
Comunque sia, almeno per i manifestanti accusati di resistenza a pubblico
ufficiale il governo pretende il carcere. Il capogruppo di Forza Italia
Gasparri, per il caso di Askatasuna, rispolvera il concetto di toghe
politicizzate: “Questo è un ulteriore episodio di uso politico della giustizia.
È una vergogna”, dichiara. Ma decisioni simili in realtà sono state prese spesso
da tanti giudici, anche quando non riguardano manifestazioni politiche. Ad
esempio per gli scontri tra tifosi prima di Bologna-Celtic del 22 gennaio un
tifoso scozzese è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale aggravata:
il giorno dopo l’arresto è stato convalidato ma è stata emessa la misura del
divieto dimora. Un esempio recente di tanti altri che potrebbero essere
elencati. Un’ennesima conferma che in questa vicenda la separazione delle
carriere non c’entra nulla e che la riforma di Nordio non cambierà niente.
L'articolo “Votate Sì al referendum per fermare questo scempio”: la fake news di
Fdi e Salvini sulla scarcerazione dei manifestanti a Torino proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Si sarebbe vantato con altre persone di essere andato a “fare la caccia
all’uomo” nella Sarajevo assediata degli anni Novanta. È uno degli elementi
emersi nell’inchiesta della Procura di Milano, condotta dal Ros dei carabinieri,
che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di un 80enne ex
autotrasportatore, residente in provincia di Pordenone, accusato di omicidio
volontario continuato e aggravato per l’uccisione di civili inermi — donne,
anziani e bambini — durante la guerra in Bosnia tra il 1992 e il 1995. Sulla
base delle testimonianze raccolte e verbalizzate, gli inquirenti hanno
individuato l’uomo e disposto la sua convocazione per un interrogatorio fissato
il 9 febbraio in Procura a Milano. All’indagato è stato notificato un invito a
comparire ed è stata eseguita anche una perquisizione domiciliare, durante la
quale sono state trovate sette armi regolarmente detenute: due pistole, una
carabina e quattro fucili.
Secondo quanto emerso, una donna avrebbe riferito a una giornalista di una
televisione locale friulana di aver appreso direttamente dai racconti
dell’80enne di quella “caccia” a Sarajevo. Sia la donna sia la cronista sono
state ascoltate dagli inquirenti e le loro deposizioni rientrano tra gli
elementi alla base dell’invito a comparire. Tra le fonti di prova indicate
figurano anche un esposto e una memoria dello scrittore Ezio Gavazzeni, che ha
dato avvio all’indagine, oltre alla testimonianza di Adriano Sofri, che
all’epoca del conflitto era inviato a Sarajevo. Gli investigatori hanno inoltre
accertato, attraverso verifiche e riscontri, che l’indagato si sarebbe recato
più volte in Jugoslavia durante gli anni della guerra, circostanza riferita
anche da persone dell’azienda metalmeccanica per cui lavorava.
L’inchiesta, coordinata dal pm Alessandro Gobbis della Procura di Milano guidata
da Marcello Viola, si inserisce nel filone dei cosiddetti “cecchini del
weekend”, tiratori che avrebbero pagato per partecipare a veri e propri “safari
umani” contro la popolazione civile della capitale bosniaca assediata dalle
forze serbo-bosniache. Le indagini stanno assumendo una dimensione
internazionale. Oltre alle autorità italiane, sono coinvolte anche quelle
bosniache, mentre canali investigativi sono stati attivati in Francia, Svizzera
e Belgio, poiché — secondo gli atti — i tiratori non sarebbero stati solo
italiani. La Procura di Milano sta inoltre lavorando per identificare altri
presunti cecchini, verificando almeno un altro nome.
L’indagine è nata mesi fa da un esposto di Gavazzeni, assistito dagli avvocati
Nicola Brigida e Guido Salvini, che riportava anche le dichiarazioni dell’ex 007
dell’intelligence bosniaca Edin Subasic. Quest’ultimo aveva riferito di contatti
avuti all’epoca con il Sismi, spiegando che i servizi italiani sarebbero stati
informati dai colleghi bosniaci, già all’inizio del 1994, dell’esistenza dei
“tiratori turistici” in partenza da Trieste, e che avrebbero poi contribuito a
interrompere quei “safari”. Subasic aveva inoltre sostenuto che potessero
esistere documenti relativi a interlocuzioni tra i servizi segreti bosniaci e
italiani, contenenti anche identificazioni dei responsabili. Gli inquirenti
hanno attivato canali di cooperazione internazionale, compreso quello con la
Procura del Meccanismo Residuale per i Tribunali Penali Internazionali, per
acquisire atti e verificare l’esistenza di documentazione del Sismi, oggi Aisi.
Negli atti figurano anche i nomi indicati dall’ex sindaca di Sarajevo Benjamina
Karic e citati nel documentario Sarajevo Safari di Miran Zupancic del 2022. Tra
i racconti raccolti, anche quello di un soldato serbo catturato, che avrebbe
assistito al trasporto di uno dei “cacciatori” e parlato di italiani provenienti
da Milano, Torino e Trieste. Secondo l’ipotesi accusatoria, l’80enne avrebbe
agito in concorso con altre persone al momento ignote, nell’ambito di un
medesimo disegno criminoso, sparando con fucili di precisione dalle colline
attorno a Sarajevo e causando la morte di civili inermi, con l’aggravante dei
motivi abietti.
L'articolo Turisti “cecchini” a Sarajevo, indagato un 80enne di Pordenone.
L’accusa: “Sparava a civili inermi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
In esito a questo bailamme scaturito dalla manifestazione di sabato scorso a
Torino, mi sono andato a rileggere un’intervista che feci nel 2022 per
Altreconomia durante il governo Draghi (appoggiato, si badi bene, anche dalla
cosiddetta “sinistra”). L’intervistato era l’avvocato Claudio Novaro, uno dei
più quotati avvocati italiani nel campo della difesa (anche) dei cosiddetti
“antagonisti”. Il quadro che egli fece fu a tinte molto fosche e dipingeva un
potere (di qualsiasi colore politico) che reprimeva anche violentemente
qualsiasi manifestazione che contestasse l’ordine costituito.
Sicuramente esemplare fu la costituzione a Torino di un apposito pool di
magistrati per contrastare le contestazioni contro la grande, inutile,
devastante opera che è la Tav Torino-Lione. In proposito, la Procura della
Repubblica creò quel “teorema” che individuava addirittura una matrice
terroristica nella lotta di contestazione all’opera. “Ci volle l’intervento
della Cassazione per smontare quell’impianto accusatorio. In alcuni recenti
procedimenti, poi, mi pare che ci sia addirittura un tentativo da parte della
magistratura inquirente di qualificare come sovversivo chiunque si contrapponga
violentemente alle decisioni della maggioranza parlamentare o del governo
democraticamente eletti. Questo significherebbe che qualsiasi forma di protesta
nei confronti di legittime decisioni assunte da Parlamento o governo diviene
sovversiva se attuata con forme violente. Il che è davvero preoccupante.”
A ciò aggiungasi che gli organi di polizia godevano e godono tuttora di una
sostanziale impunità. Impunità voluta bipartisan anche perché le forze
dell’ordine durante le manifestazioni non hanno un codice identificativo sulla
divisa e perciò è pressoché impossibile individuare tra loro i violenti. Questo
nonostante che “il 19 settembre 2001, dopo i fatti del G8 di Genova, il
Consiglio d’Europa avesse approvato il Codice etico europeo di polizia che, tra
le altre cose, invitava gli Stati membri a far sì che nel corso di
manifestazioni pubbliche ciascun agente di polizia fosse riconoscibile e
identificabile. Nonostante questo, l’Italia non si è mai adeguata”.
Così ancora Novaro: “Polizia e una parte della magistratura sembrano quasi non
aver metabolizzato che la protesta sociale è del tutto legittima, che accanto
alle esigenze di tutela della sicurezza nel corso delle manifestazioni pubbliche
vi sono quelle connesse alla partecipazione politica dei cittadini, che
costituiscono a loro volta l’essenza stessa del sistema democratico.” Era il
2022 e il quadro era già preoccupante.
È sotto gli occhi di tutti che sicuramente con questo governo la situazione sta
degenerando. Del resto è un governo il cui primo atto fu una norma per
contrastare i rave party… La manifestazione di sabato scorso c’è stata per un
atto a monte come la chiusura del centro sociale Askatasuna che non aveva alcuna
ragion d’essere, e che potrei definire “una provocazione”.
“Negli anni, poi, Askatasuna è diventata, per l’attuale maggioranza politica (a
livello locale e nazionale), una vera e propria ossessione, contrassegnata da
reiterate richieste di sgombero e da una campagna di criminalizzazione a cui
hanno dato sponda le forze di polizia (con frequenti perquisizioni e arresti di
suoi aderenti), la Procura della Repubblica cittadina che si è spinta a istruire
un processo per associazione a delinquere, dichiarata totalmente inesistente,
all’esito del dibattimento di primo grado, dal Tribunale di Torino.” Così Livio
Pepino, già magistrato, Consigliere di Cassazione e membro del Csm.
Era del tutto scontato che a seguito della chiusura del Centro, ci sarebbe stata
una grande manifestazione, e altresì scontato che ci sarebbero stati dei
violenti cani sciolti, visto che gli amici di Askatasuna non avevano alcun
interesse che la manifestazione degenerasse. Violenti infiltrati, o provocatori,
o chissà.
Magistratura inquirente infastidita da chi contesta l’ordine costituito; polizia
che agisce di conseguenza e indisturbata; e oggi un governo inguardabile nei
suoi membri che vuole sopprimere chi si permette di contestare una deriva
sicuramente autoritaria. Questo il quadro. Preoccupiamoci.
L'articolo Manifestazione di Torino: la situazione con questo governo sta
degenerando proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Corte d’assise di Como ha condannato all’ergastolo gli imputati Giuseppe
Calabrò e Demetrio Latella per l’omicidio aggravato di Cristina Mazzotti, 18
anni, di cui si persero le tracce nel 1975 a Eupilio, in provincia di Como.
Assolto dall’imputazione riqualificata Antonio Talia “perché non ha commesso il
fatto”; la corte ha anche dichiarato il “non doversi procedere” nei confronti
degli imputati Calabrò e Latella per il reato di sequestro di persona a scopo di
estorsione “perché il reato è estinto per intervenuta prescrizione”.
La pm della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Cecilia Vassena, che a
quasi mezzo secolo di distanza dai fatti aveva riaperto l’inchiesta sulla
scomparsa della giovane, aveva chiesto di condannare tutti e tre gli imputati
all’ergastolo. Nel processo il fratello e la sorella della vittima, Vittorio e
Marina, si sono costituti parte civile assistiti dall’avvocato Antonio Repici
che avranno diritto a un risarcimento in separata sede civile
Era l’1 luglio 1975 quando la ragazza – che stava rientrando nella villa di
famiglia, dopo aver festeggiato il diploma insieme ad amici – venne prelevata da
un gruppo di banditi. Il giorno successivo al padre, un industriale dei cereali,
fu chiesto il riscatto. Il padre riuscì a raccogliere un miliardo e 50 milioni a
fronte del riscatto chiesto dai rapitori che era di 5 miliardi. Era il primo
caso di rapimento dell’Anonima sequestri.
Il 1 settembre, però, la giovane venne trovata morta in una discarica. Per il
sequestro e l’omicidio di Mazzotti, il primo dell’Anonima sequestri nel Nord
Italia, nel 1977 vennero condannate 13 persone, di cui 8 all’ergastolo. Tra
questi non c’erano però gli esecutori materiali, dato che l’impronta di un palmo
e due impronte digitali raccolte dalla Scientifica erano inutili con le
conoscenze scientifiche dell’epoca.
Nel 2007 la Banca dati digitale della Polizia abbinò una di quelle impronte al
reggino Demetrio Latella, che aveva già alle spalle una lunghissima detenzione.
Il giudice per le indagini preliminari ne respinse l’arresto per mancanza di
esigenze cautelari, ma Latella ammise di aver sequestrato Cristina Mazzotti e
disse di averlo fatto insieme a Giuseppe Calabrò e Antonio Talia, che invece
negarono tutto. Il fascicolo fu archiviato nel 2012, dal momento che i reati
contestati sarebbero stati prescritti.
Nel 2015, però, la Cassazione ha stabilito che è imprescrittibile il reato di
omicidio volontario e, grazie all’esposto presentato dall’avvocato Fabio Repici,
la procura aveva aperto una nuova inchiesta. La chiusura indagine riguardava
Demetrio Latella, Giuseppe Calabrò, Antonio Talia e – elemento nuovo
dell’inchiesta – il boss Giuseppe Morabito, 78 anni, ritenuto l’ideatore del
sequestro “a scopo di estorsione”.
L'articolo Due ergastoli per l’omicidio della 18enne Cristina Mazzotti, primo
rapimento dell’Anonima sequestri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Indagano anche per disastro colposo i pm di Roma che hanno aperto un’indagine
sul devastante rogo nel bar Le Constellation di Crans-Montana, che ha causato 41
vittime e più di cento feriti. I reati iscritti sono anche omicidio plurimo
colposo e lesioni gravissime aggravate dalla violazione delle norme
antinfortunistiche. Un’indagine ancora contro ignoti perché a piazzale Clodio si
attendono gli atti svizzeri. L’indagine è guidata dal procuratore Francesco Lo
Voi, dall’aggiunto Giovanni Conzo e dal pm Stefano Opilio, che hanno delegato la
Squadra Mobile ad ascoltare i feriti italiani non appena le condizioni cliniche
lo permetteranno. Parallelamente, sono già state acquisite le cartelle cliniche
dei pazienti ricoverati, in particolare al Niguarda di Milano, e completati le
autopsie sulle sei giovanissime vittime italiane.
L’ipotesi di disastro colposo si riferisce al mancato rispetto delle norme di
sicurezza che avrebbe contribuito al verificarsi dell’incendio; l’omicidio
plurimo colposo riguarda invece la morte delle 41 persone presenti nel locale,
mentre le lesioni gravissime aggravate si riferiscono ai numerosi feriti, con
l’aggravante della violazione delle normative antinfortunistiche.
COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E ROGATORIA SVIZZERA
La procura ha avviato una rogatoria internazionale per acquisire tutti gli atti
relativi all’incendio, compreso l’elenco degli indagati (oltre ai coniugi
Moretti, ci sono il responsabile della sicurezza pubblica del Comune svizzero e
il suo predecessore), le autorizzazioni e i controlli comunali, nonché la
documentazione tecnica sui materiali utilizzati nel locale. Un primo vertice tra
pm italiani e magistrati del Canton Vallese è previsto per il 19 febbraio,
durante il quale sarà discusso anche il tema della creazione di una squadra
investigativa comune tra Italia e Svizzera.
La partecipazione italiana potrebbe comprendere agenti della Squadra Mobile e
specialisti dei Vigili del Fuoco, al fine di garantire un monitoraggio diretto
delle indagini e una verifica tecnica delle evidenze. L’iscrizione nel registro
degli indagati dei gestori Jacques e Jessica Moretti avverrà solo dopo
l’acquisizione della documentazione svizzera.
TESTIMONIANZE E RICOSTRUZIONE DELLA DINAMICA
Le testimonianze dei sopravvissuti rivestono un ruolo cruciale: i magistrati
intendono ricostruire la dinamica dei fatti, capire la sequenza degli eventi e
accertare eventuali comportamenti negligenti da parte del personale del locale o
delle autorità competenti. La raccolta di queste dichiarazioni, unitamente
all’esame delle cartelle cliniche e degli accertamenti tecnici, costituirà il
perno dell’indagine sulla responsabilità penale dei gestori e di eventuali terzi
coinvolti.
L'articolo Crans-Montana, i pm di Roma indagano anche per disastro. Saranno
sentiti i sopravvissuti. Incontro con gli inquirenti Svizzera il 19 febbraio
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Stella Boggio, accusata di aver ucciso il compagno Marco Magagna il 7 gennaio
dell’anno scorso, è stata condannata a 21 anni di carcere dalla Corte d’Assise
di Monza, una pena nettamente più severa dei 14 anni di reclusione chiesti dal
pubblico ministero Alessio Rinaldi. Il tribunale non ha tolto a Boggio la
podestà genitoriale della figlia di 9 anni e ha stabilito un risarcimento di
596mila euro per i familiari del compagno ucciso. Sarà sottoposta alla libertà
vigilata per tre anni alla fine della pena.
La Corte, presieduta dalla giudice Stefania Donadeo, ha riconosciuto le
attenuanti generiche alla 34enne di Bovisio Masciago, ma sono state considerate
pari alle aggravanti. Nonostante a processo siano emersi i maltrattamenti che
l’imputata subiva dalla vittima, ciò non è bastato a giustificare – come
chiedeva la difesa invocando la legittima difesa – la coltellata fatale inflitta
nel corso della lite nel corso della quale Magagna è deceduto.
Durante il dibattimento, come detto, è emerso un quadro di maltrattamenti subiti
dall’imputata da parte della vittima, ma non tali da giustificare la coltellata
inferta durante l’ultima lite. Secondo l’accusa la donna avrebbe potuto
andarsene e chiedere aiuto come aveva fatto altre volte. Per la difesa, invece,
Boggio dopo essere stata aggredita non avrebbe avuto modo di allontanarsi da
casa.
È anche emerso che la relazione tra i due era caratterizzata da dinamiche
profondamente disfunzionali, con frequenti episodi di conflittualità che
sfociavano in confronti sia verbali che fisici. Le testimonianze raccolte
durante le udienze da vicini, amici e familiari hanno delineato un quadro di
continui alterchi e grida, aggravato dal consumo eccessivo di alcolici da parte
di entrambi e da episodi di violenza reciproca. Pochi giorni prima
dell’omicidio, Magagna sarebbe stato ferito alla mano con un coltello dalla
Boggio stessa. Altri testimoni hanno invece documentato segni di percosse sul
corpo della donna e riferito di aggressioni perpetrate dal compagno.
L'articolo Stella Boggio condannata a 21 anni per l’omicidio del compagno Marco
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