Il 5 dicembre scorso il collegio dell’IIS Domizia Lucilla di Roma respinge la
proposta della dirigente relativa alla “candidatura per l’attivazione del
percorso quadriennale (4+2) – Filiera formativa tecnologico-professionale –
Indirizzo Agrario – a.s. 2026/2027”; ovvero decide di non candidarsi per
attivare il percorso quadriennale. Il seguente Consiglio d’Istituto conferma la
delibera. Nonostante questi due atti (vincolanti ed immediatamente efficaci) la
Dirigente Scolastica monocraticamente decide di procedere, presentando la
candidatura dell’istituto.
I docenti della scuola le inviano una mozione (e per conoscenza alle
organizzazioni sindacali, che poi hanno diffuso la notizia) in cui si chiede il
rispetto della delibera del Collegio Docenti del 5/12/2025 con la quale veniva
respinto il progetto di quadriennalizzazione. Richiesta cui non è stata fornita
alcuna risposta.
Non si tratta probabilmente né di una svista, né di incuria ma di un
comportamento che trova riscontro in tante violazioni della democrazia
scolastica; un principio della Scuola della Costituzione che, insieme alla
libertà di insegnamento, rende ciascun istituto lo strumento che la Repubblica
ha in mano per adempiere al proprio compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei
cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e
sociale del Paese” (art. 3 c. 2 Cost).
Non è perciò il caso di sottovalutare episodi come questi; non si tratta di
innocui “incidenti”, ma di un preciso intento che – coniugato a molte altre
violazioni – sta caratterizzando un percorso autoritativo che ricalca – mutatis
mutandis – analoghe iniziative, dalla deriva securitaria che comprime le libertà
personali e collettive, nonché il diritto alla partecipazione, al tentativo di
imbrigliare la magistratura sotto l’egida dell’Esecutivo, fino al sempre più
grave depotenziamento del Parlamento. La funzione di alcuni organi collegiali,
come il Collegio dei docenti, appunto – nella prospettiva squisitamente
costituzionale di una scuola della Repubblica laica, democratica, inclusiva e
pluralista – configurava nelle intenzioni del legislatore una particolare
prospettiva, che ci fondava sull’originaria equiordinazione degli organi
medesimi, innervando di una tensione democratica le scuole e, di conseguenza, il
Paese.
Tutto questo è andato scemando nel corso degli anni seguenti, a partire
dall’autonomia scolastica (l. Bassanini 59/97 e poi dpr 275/99), dalla
istituzione della dirigenza scolastica (dlgsl 165/01), fino alla sedicente
“Buona Scuola” di Renzi, nel 2015, (che ha valorizzato oltremodo il dirigente
scolastico e il suo “staff”) solo per toccare le fasi più drammatiche della
trasformazione. Quello che spesso non si è capito (o non si è voluto capire) non
solo da parte degli insegnanti, ma – soprattutto – da parte di cittadini e
cittadine è che non esiste democrazia vera senza una scuola veramente
democratica; e che, quindi, la perdita di senso degli organi collegiali, cui
stiamo assistendo da moltissimo tempo, non è tanto e solo un problema della
scuola, ma una ferita per l’intera società.
Proviamo a entrare nel merito: la “Filiera formativa tecnologico-professionale”
(oggetto della delibera ignorata), introdotta con il DL 144/22, unisce 4 anni di
scuola superiore tecnica o professionale con 2 anni di specializzazione presso
un ITS Academy. Si tratta di uno delle grandi riforme strutturali del sistema di
istruzione, foraggiato copiosamente da fondi PNRR, che ha decretato la perfetta
continuità del dicastero di Patrizio Bianchi con quello di Giuseppe Valditara.
La filosofia alla base è che gli studi tecnico-professionali devono garantire la
corrispondenza capillare tra domanda e offerta in funzione dei “fabbisogni di
ciascun settore e territorio”. E’ destinata a rafforzare la connessione
scuola-lavoro, che coinvolge gli istituti tecnici e professionali, i centri di
istruzione e formazione regionale e le allora nascenti fondazioni
para-aziendali, denominate ITS Academy. La scuola diventa formazione precoce al
lavoro decontrattualizzato. Cinque anni sono troppi: la rapidità – alla faccia
dei tempi distesi dell’apprendimento – è il “nuovo” valore, per esaltare il
quale nasce l’idea di una filiera integrata [il cui “prodotto finito” sono gli
studenti, mentre il negozio è il mercato del lavoro locale, ndr], da
formalizzare con un “patto tra imprese, tessuto produttivo e scuole”.
Occhieggiando alle promozioni dei supermercati, il ministro l’ha chiamata il
4+2: diplomi di istruzione secondaria di II grado in 4 anni invece che in 5, con
la promessa di incanalare direttamente i giovani nelle catene produttive del
loro territorio. Tale “filiera” si basa sul modello organizzativo dei Campus e
dei partenariati: accordi regionali, con fondazioni ITS e rappresentanti del
mondo dell’impresa. I “risultati di apprendimento”, auspicabilmente inalterati,
sarebbero garantiti dalle perenni flessibilità didattico-organizzative e
innovazione metodologica, ma il taglio di un anno di istruzione, oltre ad avere
– nel breve e lungo termine – una ricaduta catastrofica sull’occupazione, ha
prodotto un decurtamento delle discipline generaliste, essendo l’istruzione
tecnico-professionale fondata, per sua stessa natura, sugli insegnamenti
tecnici.
“Abbiamo previsto che dirigenti, manager e imprenditori potranno insegnare negli
istituti tecnico-professionali, abbiamo previsto di rafforzare l’alternanza
scuola-lavoro e l’apprendistato formativo, dedicare più ore a tutta quella
formazione che passa dai laboratori e dal raccordo con le imprese”: così il
ministro Valditara concluse il suo intervento al 38° convegno di Capri dei
Giovani Imprenditori.
Gli insegnanti? Una parte di loro appartengono alla scuola secondaria che è ente
di riferimento dell’ITS coinvolto; altri provengono (anche per il 70%) dal mondo
del lavoro (le norme prevedono che siano almeno il 50%). E così – senza alcuna
cautela e senza alcun rispetto per il dettato dell’art. 97 c. 3 (“agli impeghi
nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi
stabiliti dalla legge”) – ecco proporre i nuovi “docenti”, privi di titolo, ma
dotati di quel “know how” (sic!) che solo potrà garantire la realizzazione della
“svolta”: lo svecchiamento della scuola; l’annullamento della didattica
tradizionale (della quale – è di tutta evidenza – dirigenti, manager e
imprenditori non sono titolati a sapere); le mani libere delle aziende su una
forza lavoro in nuce, sempre più inconsapevole e sfornita di ciò che un tempo si
chiamò cultura, cittadinanza, emancipazione, libertà, consapevolezza dei propri
diritti. Retaggi di un passato “vecchio” e che, a ben vedere, rappresenterebbero
solo un’oziosa perdita di tempo rispetto al raggiungimento dell’obiettivo.
Dopo e in continuità con l’alternanza scuola lavoro e le sue declinazioni, siamo
al cospetto del più potente attacco del privato al sistema formativo nazionale,
la scuola-industria, che ha rappresentato un passaggio ulteriore per la
subordinazione dell’istruzione alle esigenze del mercato del lavoro, con la
conseguente differenziazione territoriale che ne deriverà. A questo si sono
opposti – violati nella loro legittima opposizione – i docenti dell’IIS Domizia
Lucilla.
L'articolo Cinque anni di scuola superiore sono troppi: dopo l’alternanza, ecco
il 4+2 osteggiato dai docenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Alternanza scuola-lavoro
Quattro anni dopo la morte di Lorenzo Parelli, gli studenti tornano a protestare
contro i Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento). Questa
mattina la Rete degli Studenti Medi del Lazio ha organizzato flash mob davanti
al liceo Plinio Seniore di Roma e in diversi istituti della regione, da Viterbo
a Latina, per ricordare lo studente morto durante un percorso di ex alternanza
scuola-lavoro e chiedere l’abolizione definitiva di questi programmi. Parelli
aveva 18 anni, era nato in provincia di Udine e frequentava il quarto anno di
meccanica industriale all’Istituto di Formazione Professionale Bearzi. Il 21
gennaio 2022 si trovava in un’azienda metalmeccanica per uno stage formativo.
Avrebbe dovuto concluderlo la sera stessa. Durante il turno, una barra d’acciaio
di circa 150 chilogrammi lo ha schiacciato, uccidendolo sul colpo. La sua morte
ha riacceso il dibattito nazionale sull’alternanza scuola-lavoro, oggi Pcto,
senza però – secondo le organizzazioni studentesche – produrre cambiamenti
sostanziali. “Sono passati quattro anni e non è cambiato nulla”, denuncia la
Rete degli Studenti Medi Lazio. “Lorenzo non è stato l’ultimo”.
‹ ›
1 / 5
F8C066E8-2745-4274-95F4-4F63AE39925F
‹ ›
2 / 5
E8AB6CD6-54BA-47DF-A5E5-7C4289BD9A63
‹ ›
3 / 5
2FD8F350-2875-4F20-BC17-0F0C6534FA96
‹ ›
4 / 5
235E79AF-2F0C-44AE-8A60-28BEDB1D1EF9
‹ ›
5 / 5
2444EE58-0A23-4187-89F7-B916B4287457
Gli studenti ricordano anche altri due casi: Giuseppe Lenoci, morto nel 2022 in
un incidente stradale mentre viaggiava su un furgone dell’azienda, e Giuliano De
Seta, deceduto in una fabbrica in Veneto. Entrambi morti durante le ore di Pcto.
Accanto alle vittime, denunciano, ci sono decine di infortuni. “Oltre a loro
sono tanti gli studenti rimasti feriti durante l’alternanza”, dichiara Bianca
Piergentili, coordinatrice della Rete degli Studenti Medi del Lazio, “tra questi
Samuele, uno studente di Rieti, il cui braccio è stato gravemente lesionato da
un tornio mentre svolgeva le ore di Pcto”. Per la Rete, gli episodi non sono
riconducibili a singole fatalità, ma a un impianto che espone studenti minorenni
e neodiplomandi a contesti produttivi senza garanzie sufficienti. “La morte di
Lorenzo Parelli non è un incidente sfortunato, ma il risultato di un sistema che
sfrutta il lavoro studentesco”, denuncia Piergentili, “quello che viene
presentato come progetto formativo abitua invece i ragazzi a precarietà e
mancanza di tutele”.
Le iniziative di oggi si inseriscono in una mobilitazione che prosegue dal 2022.
In questi anni il tema della sicurezza nei Pcto è stato più volte affrontato dal
governo e dal ministero dell’Istruzione, con l’introduzione di protocolli, linee
guida e percorsi sulla sicurezza. Misure che, per gli studenti, restano
insufficienti. La richiesta resta invariata: abolire i Pcto e ripensare il
rapporto tra scuola e mondo del lavoro. “Basta morti di scuola, vogliamo una
scuola sicura”, è lo slogan rilanciato durante i flash mob. Un messaggio che, a
quattro anni dalla morte di Parelli, continua a essere al centro della
contestazione studentesca e che torna ciclicamente davanti agli istituti, senza
che – secondo chi protesta – il quadro complessivo sia cambiato.
L'articolo Lorenzo Parelli, gli studenti protestano contro l’alternanza
scuola-lavoro a quattro anni dalla morte del ragazzo proviene da Il Fatto
Quotidiano.