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Ti ricordi… Mathias Sindelar, talento austriaco che rifiutò di giocare con la Germania nazista ai Mondiali
Lo sport è propaganda. E laddove la propaganda è strutturale, come nel regime nazista, l’organizzazione di grandi eventi sportivi diventano una gigantesca operazione d’immagine. Novant’anni prima di Milano-Cortina c’erano le Olimpiadi di Garmisch, antipasto invernale di quelle che si sarebbero poi tenute a Berlino. Si vuol mostrare una Germania moderna, ordinata, pacifica e così via. E poi dalle Olimpiadi ai Mondiali, da vincere, ovviamente, con i più grandi calciatori a disposizione. Che non siano tedeschi poi, è un dettaglio. Non era tedesco Mathias Sindelar, nato Matej in Moravia nel 1903, oggi Repubblica Ceca, da famiglia operaia che per trovare condizioni migliori si trasferisce a Vienna, in Austria. A Mathias piace il calcio, ma è un epoca in cui correre dietro a un pallone è un lusso da abbandonare presto, specie se papà Jan muore nel 1917 nella battaglia dell’Isonzo. Il ragazzo perciò comincia a fare l’operaio, il commesso, tutto pur di aiutare la famiglia, non rinunciando a qualche partita in strada con gli amici. Scalzo. Sì, perché le scarpe costano: lui ne ha un solo paio e non può rovinarle. Ma mentre gioca in strada lo nota il suo insegnante, lo porta all’Herta Vienna: è troppo magro e lo chiamano “carta velina”, ma è fortissimo, le sue finte sono una maledizione per gli avversari e ha intelligenza fuori dal comune nel vedere compagni e spiragli dove infilarsi o infilarci il pallone. Dopo essere cresciuto e aver superato alcuni infortuni passa all’Austria Vienna (all’epoca Amateure di Vienna), dove diventerà uno degli idoli della tifoseria e non solo: negli anni trenta Sindelar era paragonabile a ciò che nell’ultimo decennio sono stati Messi, Ronaldo o Mbappé. Ovviamente diventa un punto fermo della nazionale, dove però entra in rotta di collisione con il Ct Meisl, che si ritrova addirittura coinvolto in una rissa da bar con giornalisti e non solo che gli chiedono di far tornare Sindelar in nazionale. Permesso accordato: Sindelar partecipa ai Mondiali del 1934 con l’Austria che si classifica quarta, e intanto ha attirato su di sé gli occhi del regime. L’Anschluss (l’annessione dell’Austria alla Germania Nazista) del marzo 1938 cambia tutto. L’Austria cessa di esistere come Stato indipendente e anche il calcio viene inglobato nella macchina del Reich. Il Wunderteam austriaco è un ricordo romantico, la federazione viene sciolta, i migliori talenti devono confluire nella Großdeutschland che si presenterà ai Mondiali di Francia come vetrina della nuova potenza tedesca. E tra quei talenti ce n’è uno che più di tutti fa gola alla propaganda: Mathias Sindelar. Tecnica, fama internazionale, volto pulito, carisma. Il centravanti perfetto da esibire come simbolo dell’unità ritrovata. Che sia nato Matej in Moravia conta poco: ora è ariano austriaco, dunque utile alla causa. La Germania vuole farne la stella del 1938. Il calcio, come le Olimpiadi di due anni prima, deve raccontare una storia precisa: efficienza, superiorità, destino. Vincere non è solo sport, è dimostrazione ideologica. Prima del Mondiale, però, c’è una partita che vale più di un trofeo. Il 3 aprile 1938, a Vienna, si gioca l’incontro celebrativo della “riunificazione” tra Austria e Germania. Una recita concordata, nelle intenzioni: meglio un pareggio, meglio una fotografia armoniosa per i cinegiornali del Reich. In campo, però, c’è Sindelar. E Sindelar non recita. Segna. Segna davvero. E dopo il gol, secondo la versione consegnata alla leggenda, corre sotto la tribuna delle autorità naziste e festeggia con plateale ironia, quasi a sfidare gli sguardi in uniforme. L’Austria vince 2-0. Non era previsto. Non così. Pochi mesi dopo arriva il rifiuto di vestire stabilmente la maglia tedesca ai Mondiali. Ufficialmente problemi fisici, l’età che avanza, acciacchi. Ufficiosamente altro. Sindelar non è un rivoluzionario, non è un politico, ma è un uomo libero in un tempo che chiede obbedienza. E tanto basta. Il 23 gennaio 1939 viene trovato morto nel suo appartamento di Vienna, insieme alla compagna Camilla Castagnola. Intossicazione da monossido di carbonio, dice la versione ufficiale. Una stufa difettosa. Una fatalità. Ai suoi funerali partecipano migliaia di persone. Vienna saluta il suo Mozart del pallone, il ragazzo che giocava scalzo per non consumare l’unico paio di scarpe, diventato il più grande calciatore della sua epoca e, suo malgrado, un simbolo. La Germania del Reich voleva usarlo per vincere un Mondiale e raccontare al mondo la propria grandezza. Mathias Sindelar scelse di restare semplicemente un calciatore austriaco. L'articolo Ti ricordi… Mathias Sindelar, talento austriaco che rifiutò di giocare con la Germania nazista ai Mondiali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Shoah, foto dei campi di sterminio nazisti e lettere di prigionieri: su eBay si trova di tutto
Lettere e foto dei prigionieri dei campi di concentramento vengono messe in vendita su piattaforme come eBay. I parenti sono inorriditi e chiedono che ne venga vietata la commercializzazione, ma le opzioni legali sono limitate. Jens Christian Wagner, direttore della Fondazione Memoriali di Buchenwald e Mittelbau-Dora, osserva da anni il commercio di fotografie scattate da SS e soldati della Wehrmacht nei ghetti in Polonia per donarle ai loro superiori. Esistono album creati per Heinrich Himmler e Adolf Hitler, un modo per vantarsi delle azioni omicide, una sorta di trofeo. Queste immagini sono messe in vendita principalmente da venditori commerciali. Tom Fugmann, reporter della MDR, segnala, tra gli altri, “House of history” (Casa della Storia), di Seevetal, in Bassa Sassonia. Un negozio di articoli militari che oltre a foto, vende online anche medaglie, uniformi e armi risalenti all’era nazista. Simboli in Germania incostituzionali come svastiche, rune delle SS e libri antisemiti sono poi offerti ed esposti apertamente nel punto vendita, denuncia Fugmann e la Procura di Lüneburg ha aperto un esame per verificare eventuali reati. La piattaforma eBay proibisce espressamente la vendita di oggetti appartenenti alle vittime della Shoah e di fotografie risalenti all’epoca nazista che ritraggono persone in situazioni degradanti; nondimeno l’offerta è copiosa. Sulla piattaforma sono in vendita anche lettere e cartoline scritte dai campi di concentramento nazisti come Dachau e quelli di sterminio come Buchenwald e Auschwitz. Segni di vita che i prigionieri inviavano alle loro famiglie. Fugmann segnala il caso di una cartolina del prigioniero polacco di Auschwitz Henryk Wroblewsky alla famiglia, offerta da un commerciante americano per 250 dollari. La nipote e la nuora che vivono a Radomsko non sanno spiegarsi come la lettera sia finita in vendita. Katarzyna Wróblewska-Małek, intervistata dal MDR, ritiene che tali documenti dovrebbero essere invece essere sempre restituiti ai familiari o conservati in luoghi commemorativi. La nuora, Barbara Wróblewska, considera apertamente che questo commercio sia una “vergogna”. Il portavoce del Ministero della Cultura polacco, Piotr Jędrzejowski, ha ammesso a MDR la scarsità di “strumenti legali” per impedire la compravendita di memorabilia in rete. Per Wagner esiste chiaramente un mercato e persone “che, qualunque sia la motivazione, ritengono opportuno acquistare qualcosa con il timbro delle SS di Auschwitz per migliaia di euro o dollari”. Collezionisti di storie private, amanti del macabro, ma anche spesso seguaci dell’ideologia nazista; a fare propendere che questi ultimi non manchino, la frequenza nell’etichettatura delle immagini, per attirarne l’attenzione, della parola “ebreo” in tedesco od inglese. C’è naturalmente una differenza tra chi acquista un volume sul ghetto di Cracovia con riproduzioni delle foto di Roman Vishniac come documentazione di un mondo che fu, ed il nostalgico del regime che paga migliaia di euro per avere un pezzo originale col timbro postale del lager di Auschwitz; eBay nominalmente lo riconosce, ma guadagna in entrambi i casi. L'articolo Shoah, foto dei campi di sterminio nazisti e lettere di prigionieri: su eBay si trova di tutto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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