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In bilico i negoziati Usa-Iran, saltano i colloqui di venerdì. Trump: “Khamenei dovrebbe essere molto preoccupato”
I colloqui tra Stati Uniti e Iran rischiano di fallire prima ancora di cominciare. Washington, secondo fonti statunitensi ad Axios, avrebbe infatti respinto le ultime richieste di Teheran, facendo saltare l’incontro previsto per venerdì tra l’inviato Usa, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. E a rendere ancora più teso il clima sono le parole di Donald Trump che avverte la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei: “Direi che dovrebbe essere molto preoccupato“, ha detto il presidente Usa in un’intervista a Nbc News. I negoziati, nati per scongiurare un nuovo attacco americano contro il regime, sono pertanto in bilico. “Il divario tra le parti è troppo ampio e non può essere colmato”, ha spiegato un funzionario israeliano a Ynet, al termine di una giornata di incertezze sul formato dei colloqui, sui temi da affrontare, perfino sulla sede dell’incontro. I colloqui però non sarebbero ancora definitivamente saltati. Stando a fonti americane di Axios e Channel 12, Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, dovrebbero recarsi giovedì in Qatar, al termine della tappa di Abu Dhabi per la crisi ucraina, proprio per discutere della situazione con l’Iran. E poi rientrare a Miami senza proseguire per l’Oman dove avrebbero dovuto incontrare gli emissari di Teheran. Tuttavia, hanno sottolineato i funzionari statunitensi, “se gli iraniani sono disposti a tornare al formato originale, gli Stati Uniti sono pronti a incontrarsi già questa settimana o la prossima”. Dopo un mese di minacce da parte di Trump, che prima ha intimato agli ayatollah di cessare la repressione violenta delle proteste e poi ha spostato il focus sul dossier nucleare iraniano, sembrava che i colloqui dovessero tenersi inizialmente venerdì a Istanbul con la partecipazione di altri Paesi arabi e musulmani. Teheran aveva poi chiesto di spostarli in Oman e le agenzie iraniane avevano dato per certo il trasferimento dell’incontro a Muscat, mentre dagli Stati Uniti non era giunta alcuna conferma. “Pensavamo di aver stabilito un formato che era stato approvato in Turchia. Era creato da diversi partner che intendevano prendervi parte. Poi ho visto che gli iraniani non erano d’accordo”, ha spiegato il segretario di Stato Marco Rubio in conferenza stampa a Washington, aggiungendo che la questione della sede era “ancora in via di discussione”. “Se gli iraniani vogliono incontrarci, siamo pronti”, aveva quindi ribadito. Ma, al di là della sede dei colloqui, ad accrescere le distanze tra le rispettive posizioni sarebbe stata soprattutto l’agenda sul tavolo. L’Iran aveva chiesto che i negoziati fossero esclusivamente bilaterali – senza la presenza di Paesi terzi – e si limitassero al solo dossier nucleare e delle scorte di uranio arricchito di cui dispone, mentre gli Stati Uniti hanno insistito per mettere sul tavolo anche il programma dei missili balistici e il finanziamento delle milizie filo-iraniane nella regione, da Hezbollah alla Jihad islamica palestinese fino agli Houthi yemeniti. “Affinché i colloqui con l’Iran portino a qualcosa di significativo, dovrebbero includere certi elementi, a cominciare dalla discussione sui suoi missili balistici, il suo sostegno alle organizzazioni terroristiche nella regione, il programma nucleare e il trattamento riservato alla sua popolazione”, ha ribadito Rubio ricevendo il no della Repubblica islamica: “La questione principale è la questione nucleare iraniana – ha fatto sapere il regime – e una delle richieste più importanti dell’Iran è la revoca delle sanzioni statunitensi”. L'articolo In bilico i negoziati Usa-Iran, saltano i colloqui di venerdì. Trump: “Khamenei dovrebbe essere molto preoccupato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Musk definisce Sanchez “un tiranno” e Madrid si indigna rilanciando il pericolo della tecno-casta. L’Ue resta tiepida
“Un tiranno e un traditore del popolo spagnolo”. Così Elon Musk ha definito il primo ministro spagnolo Sanchez, dopo che quest’ultimo aveva annunciato la nuova legge che sbarrerà l’accesso ai social ai minori di sedici anni. Il premier aveva anticipato le caratteristiche di questa iniziativa durante il suo intervento al World Government Summit di Dubai, definendo i canali social “uno Stato fallito, in cui le leggi vengono ignorate e i reati tollerati”. Aveva poi menzionato lo stesso Musk che aveva criticato la nuova norma mirata a regolarizzare un certo numero di migranti in Spagna. Il multimiliardario non ha fatto attendere la sua replica e sul social X di sua proprietà ha lanciato i suoi improperi su “dirty Sanchez”. Thomas Regnier, portavoce della Commissione europea per la sovranità tecnologica è intervenuto: “Apprezziamo sempre il rispetto, anche se si tratta di un contesto online, anche se si tratta di un post sui social media. È così che lavoriamo. È così che funziona l’Europa, la Commissione europea. Detto questo, è possibile collaborare con una piattaforma come X? Sì, speriamo che sia possibile collaborare con una piattaforma come X”. Ma Regnier ha aggiunto: “Gli amministratori delegati possono essere ritenuti responsabili in via generale di ciò che accade sulle loro piattaforme? È un dibattito che dura da anni, sia all’interno della Commissione che con gli Stati membri, ed è stato presente anche durante i negoziati sul DSA (Digital Service Act), in relazione all’esenzione da responsabilità: un amministratore delegato è responsabile di ciò che pubblica online? Io, in quanto amministratore delegato, sono responsabile di ciò che pubblica online? È molto complicato”. Si intravede, dunque, lo scarso entusiasmo di Bruxelles per la posizione netta presa dalla Spagna. Certamente più vigorosa la presa di posizione di Madrid in difesa del suo leader. Felix Bolanos, ministro della Presidenza e della Giustizia spagnolo ha rilanciato il concetto di tecno-casta già usato da Sanchex nel 2025 per indicare il pericolo che arriva dalla Silicon Valley per le democrazie europee: “Per molti anni abbiamo visto come i miliardari ingrassassero i loro servitori politici affinché potessero realizzare programmi per ridurre i diritti , per attaccare la convivenza, per attaccare la democrazia. Ora hanno fatto un passo avanti, e questa tecno-casta, questi predatori di tutti, ora partecipano direttamente alla politica, entrano nel dibattito pubblico e minacciano il nostro rispetto, la nostra convivenza, i nostri diritti, la nostra democrazia”. Per Bolanos “il dilemma è chiaro: o mille miliardari che minacciano la democrazia, i valori e lo Stato sociale, o politici progressisti e coraggiosi come Sanchez, che tengono testa difendendo ciò che è di tutti”. Il braccio di ferro tra Madrid e Musk è in corso. Il governo spagnolo intende approvare la prossima settimana il progetto di legge che introdurrà la responsabilità penale per i responsabili delle piattaforme digitali. L'articolo Musk definisce Sanchez “un tiranno” e Madrid si indigna rilanciando il pericolo della tecno-casta. L’Ue resta tiepida proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Assolti in Gb gli attivisti Pro-Pal di Palestine Action: avevano fatto irruzione in un’azienda di difesa israeliana
Sei attivisti di Palestine Action sono stati assolti per l’irruzione nella sede britannica dell’azienda di difesa israeliana Elbit Systems compiuta a Bristol durante le prime ore del 6 agosto 2024. A stabilirlo la Woolwich Crown Court in quella che rappresenta una storica vittoria legale per il gruppo pro-pal messo al bando come “organizzazione terroristica” dal governo laburista di Keir Starmer. Nei mesi scorsi sono stati moltissimi gli arresti dei manifestanti che protestavano contro la messa al bando dell’organizzazione. La giuria non ha ritenuto gli imputati colpevoli delle accuse per cui erano finiti di fronte alla giustizia, tra cui furto con scasso aggravato e danneggiamento, nell’azione di protesta contro i locali della società di armamenti. Il movimento ha sempre denunciato la società Elbit Systems per la produzione di armi da destinare all’esercito israeliano, versione sempre smentita dalla società. Gli attivisti, Charlotte Head, Samuel Corner, Leona Kamio, Fatema Rajwani, Zoe Rogers e Jordan Devlin, dopo il verdetto, si sono abbracciati sul banco degli imputati mentre alcuni dei loro sostenitori applaudivano dal pubblico. Un portavoce di Defender Our Juries, gruppo che chiede la revoca della messa al bando di Palestine Action, ha dichiarato: “Questi verdetti smontano le accuse ingannevoli del governo secondo cui questi coraggiosi attivisti sarebbero ‘criminali violenti“. FOTO DI ARCHIVIO L'articolo Assolti in Gb gli attivisti Pro-Pal di Palestine Action: avevano fatto irruzione in un’azienda di difesa israeliana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Caso Errejón, Elisa Mouliàa esce dal processo: “Nessuno dovrebbe reggere un peso simile da sola”
L’attrice spagnola Elisa Mouliàa ha annunciato il ritiro della propria costituzione di parte civile nel procedimento giudiziario avviato nel 2024 contro Íñigo Errejón, ex fondatore di Podemos ed ex deputato di Más Madrid, accusato di presunta aggressione sessuale. La decisione è stata comunicata direttamente dall’attrice attraverso un messaggio pubblicato sul social X, nel quale chiarisce che si tratta di una scelta “libera, cosciente e irrevocabile”, motivata esclusivamente da “ragioni strettamente personali e di salute”. Mouliàa ha tenuto a precisare che il suo passo indietro non equivale a una ritrattazione delle accuse. “Non significa che quanto denunciato non sia vero”, ha scritto, sottolineando come la decisione sia legata all’impossibilità di sostenere ulteriormente, da sola, il peso del procedimento giudiziario. “Nessuno dovrebbe affrontare da sola un peso simile”, ha aggiunto, deplorando il fatto che nessun’altra presunta vittima abbia deciso di farsi avanti, lasciandola isolata nel portare avanti l’azione. Nel suo messaggio, l’attrice ha espresso comunque fiducia nel lavoro della magistratura, affermando che l’iter giudiziario potrà proseguire anche senza la sua partecipazione diretta. “Se la giustizia andrà avanti, lo farà senza la mia partecipazione”, ha scritto, ribadendo di non essere motivata né da interessi economici né dal desiderio di visibilità. “Non fuggo, termino la mia parte. La verità cammina da sola”, conclude il messaggio. La denuncia di Elisa Mouliàa risale al 2024 e riguarda episodi di presunta aggressione sessuale che si sarebbero verificati tra il 2021 e il 2022. L’attrice aveva spiegato di non aver sporto denuncia in precedenza “per paura e per il potere che rappresentava” Errejón, figura di primo piano della sinistra spagnola in quegli anni. Sul piano giudiziario, la Procura aveva ritenuto attendibile il racconto dei fatti, mentre il giudice istruttore aveva individuato sufficienti indizi per il rinvio a giudizio dell’ex parlamentare. A seguito dell’esplosione del caso e delle accuse rese pubbliche, Íñigo Errejón si era dimesso da ogni incarico istituzionale e politico, abbandonando di fatto la scena politica. Il caso aveva portato alla raccolta di testimonianze anonime da parte della giornalista Cristina Fallaràs. Si parlava di comportamenti maschilisti e vessatori di “un politico molto noto”, definito “un maltrattatore psicologico”, “un mostro”, che passa dalla gentilezza dei primi incontri all’insolenza, al gaslighting, alle pratiche sessuali umilianti, alla relazione tossica. In un’intervista alla tv pubblica Fallaràs aveva riferito che dopo quel primo racconto le erano arrivate almeno altre 11 testimonianze simili, ma nessuna è poi diventata una denuncia. L'articolo Caso Errejón, Elisa Mouliàa esce dal processo: “Nessuno dovrebbe reggere un peso simile da sola” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Minneapolis, l’annuncio dello “zar dei confini” Homan: Trump ritira 700 agenti federali di Ice e Border Patrol
Le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti dispiega i suoi primi effetti visibili sul modo in cui l’amministrazione Trump si interfacia con la città di Minneapolis e il Minnesota. Tom Homan, lo ‘zar dei confini’ inviato da Donald Trump nello Stato, ha annunciato che 700 agenti federali per l’immigrazione lasceranno “immediatamente” la città. Il gruppo in partenza, riferisce il Washington Post, include agenti e funzionari dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e della Customs and Border Protection (CBP). Il ritiro riduce la presenza federale da circa 3.000 agenti a 2.300, una diminuzione significativa ma il loro numero resta comunque molto superiore agli 80 presenti nell’area di Minneapolis prima dell’inizio dell’Operazione Metro Surge il 1° dicembre. “Vogliamo rendere la nostra operazione più efficiente e intelligente – ha detto -. Non ci stiamo arrendendo”. Nella seconda conferenza stampa dal suo arrivo, la scorsa settimana, nella città precipitata nel caos dall’avvio delle operazioni anti-immigrati, Homan ha affermato che il ritiro è stato reso possibile da una maggiore “collaborazione” con le autorità carcerarie del Minnesota. “Questo ha reso disponibili più agenti per arrestare e rimuovere i criminali stranieri, più agenti che prendono in custodia i criminali stranieri direttamente dalle prigioni, e significa che vi saranno meno agenti sulle strade a condurre operazioni”. Il ritiro avrà “effetto immediato”, senza precisare se interesserà solo Minneapolis o tutto il Minnesota. Una cosa è certa, ha tenuto a mettere in chiaro l’inviato del tycoon: “Solo perché si dà la priorità alle minacce alla sicurezza pubblica non significa che noi ci dimentichiamo degli altri”, ha detto Homan ribadendo che, per quanto il target delle deportazioni di massa siano i cosiddetti “stranieri criminali”, anche altri immigrati senza documenti, con nessun precedente penale, potranno essere arrestati. Homan “non partirà”, ha aggiunto, fino a quando “tutto non sarà completato”, intendendo l’operazione anti-immigrati avviata nei mesi scorsi. “Dobbiamo ricordare che abbiamo agenti federali incaricati dell’inchiesta sulle frodi, non si muoveranno, finiranno il loro lavoro”, ha poi aggiunto, riferendosi all’indagine sulle frodi a carico del sistema del welfare, per il quale sono stati incriminati in maggioranza cittadini di origine somala, usata dalla Casa Bianca per giustificare l’operazione in Minnesota. L'articolo Minneapolis, l’annuncio dello “zar dei confini” Homan: Trump ritira 700 agenti federali di Ice e Border Patrol proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Credit Suisse e gli 890 conti nazisti “sconosciuti”, la commissione del Senato Usa: “Era denaro sottratto agli ebrei”
Negli anni ’90 le due principali banche svizzere avevano pagato oltre un miliardo di dollari di risarcimenti alle vittime dell’Olocausto per chiudere la vertenza sui fondi in giacenza di superstiti o di discendenti delle vittime. Ma un’inchiesta condotta da una commissione del Senato degli Stati Uniti ha rivelato che Credit Suisse avrebbe nascosto informazioni rilevanti durante le precedenti indagini su conti appartenuti a nazisti o a collaboratori del Terzo Reich. Decine di migliaia di documenti recentemente scoperti forniscono nuove prove di titolari di conti fino ad oggi sconosciuti o solo parzialmente identificati, inclusi elementi centrali dell’apparato economico agli ordini di Adolf Hitler. Sono quasi 900. Tra i documenti più significativi figura una cosiddetta “lista nera americana”, un archivio di clienti contrassegnati come finanziatori o commercianti con i nazisti. La commissione ha sottolineato che Credit Suisse non aveva rivelato l’esistenza di questi conti durante le verifiche degli anni ’90, quelle che portarono all’accordo miliardario con i sopravvissuti. Al centro del caso c’è Neil Barofsky, ex procuratore americano nominato mediatore presso Credit Suisse nel 2021. Barofsky era stato rimosso nel 2022 dopo che la banca, secondo quanto ricostruito dalla commissione, avrebbe fatto pressione affinché limitasse la sua indagine. Reintegrato nel 2023 dopo l’acquisizione di Credit Suisse da parte di UBS, Barofsky e il suo team hanno identificato archivi che hanno permesso di ricostruire altri conti legati ai nazisti, tra cui un conto intestato a ufficiali di alto rango delle SS e un intermediario svizzero usato per movimentare beni saccheggiati. Secondo quanto riportato i dal Wall Street Journal, Barofsky ha dichiarato che Credit Suisse “non ha sempre condiviso le informazioni in suo possesso”, ma ha anche sottolineato che il suo team ha lavorato a stretto contatto con la banca per assicurarsi che tutti i documenti rilevanti venissero inclusi nell’indagine. UBS, dal canto suo, ha espresso profondo rammarico per questo capitolo oscuro della storia bancaria svizzera e si è detta impegnata a fornire piena collaborazione per chiarire le responsabilità e ricostruire la rete dei conti legati al nazismo. I numeri emersi parlano chiaro: 890 conti finora sconosciuti sono stati identificati presso Credit Suisse, collegati a strutture centrali dello Stato nazista, all’apparato economico delle SS e ad aziende impegnate nella produzione di armamenti. Non si tratta quindi di singoli funzionari minori, ma di nodi finanziari strategici che hanno accompagnato direttamente l’economia del Terzo Reich. Alcuni documenti indicano persino connessioni con le ratlines, i canali utilizzati dai gerarchi nazisti per fuggire in Sud America dopo la guerra, intrecciando logistica, documenti e finanza in un sistema mai del tutto esplorato. Queste nuove rivelazioni sollevano interrogativi sulla completezza dell’accordo miliardario del 1998, che all’epoca fu presentato come una chiusura definitiva delle rivendicazioni. I documenti recentemente emersi mostrano infatti che una parte dei conti non era mai stata comunicata alle commissioni d’inchiesta, lasciando aperta la possibilità di ulteriori responsabilità e insabbiamenti. Le audizioni in Senato hanno messo in luce anche i nodi istituzionali della vicenda. Il repubblicano Chuck Grassley ha guidato la discussione sui conti sconosciuti, evidenziando come il denaro sottratto alle famiglie ebree sia stato riorientato verso soggetti legati al regime nazista. Non si tratta dunque di un passato lontano e marginale, ma di una rete finanziaria attiva e strutturata, che ha funzionato negli anni della guerra e nel dopoguerra immediato. L'articolo Credit Suisse e gli 890 conti nazisti “sconosciuti”, la commissione del Senato Usa: “Era denaro sottratto agli ebrei” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Condannata a 8 anni di carcere in Ungheria l’attivista tedesca Maja T.. Era stata arrestata con Ilaria Salis
Il tribunale di Budapest ha condannato a 8 anni di carcere l’attivista tedesca Maja T. per il suo coinvolgimento, come membro di un’associazione criminale definita Hammerbande (la banda del martello), in alcune aggressioni ai danni di membri della scena neonazista ungherese. L’accusa alla 25enne, che si definisce non binaria, era di tentata lesione personale grave e partecipazione a un’associazione criminale. Tra il 9 e l’11 febbraio 2023, una ventina di presunti militanti di estrema sinistra, tra cui Maja T., avrebbe aggredito persone che avevano preso parte al cosiddetto Giorno dell’Onore, un raduno annuale commemorativo delle SS tollerato dalle autorità locali. L’attacco sarebbe stato sferrato in cinque punti di Budapest con l’uso di martelli in gomma, telescopi e spray al peperoncino. Il bilancio era stato di 9 feriti, alcuni dei quali avevano riportato ferite gravi. Nello stesso contesto era stata arrestata l’italiana Ilaria Salis, poi eletta al Parlamento europeo e quindi coperta dall’immunità. La procura aveva chiesto 24 anni di carcere per la cittadina tedesca, ma la difesa aveva respinto le accuse e contestato l’impianto probatorio, ritenuto carente e problematico. L’impianto accusatorio ruoterebbe attorno a immagini dell’imputata sullo stesso autobus di una successiva vittima. Il ruolo di Maja T., secondo l’accusa, si è limitato a un’attività di ricognizione sulle persone poi aggredite. Maja T. era stata arrestata a Berlino nel dicembre 2023 e estradata in Ungheria nel giugno 2024. La Corte Costituzionale tedesca aveva giudicato successivamente illegittima l’estradizione. Politici di Linke, Verdi e Spd avevano chiesto il suo ritorno in Germania. Per queste ragioni la difesa aveva definito illegittima l’estradizione anche alla luce delle condizioni di detenzione e della situazione dello Stato di diritto nel Paese. A ciò si aggiunge il fatto che Maja T. è appunto non binaria e le politiche ungheresi in materia sono fortemente repressive. In segno di protesta contro le condizioni carcerarie, Maja T. ha intrapreso periodi di sciopero della fame, denunciando isolamento, videosorveglianza continua e infestazioni di insetti. Le autorità ungheresi respingono tutte le accuse. Se la difesa presenterà ricorso, Maja T. rimarrà probabilmente in custodia cautelare in Ungheria. In caso di conferma della condanna, la pena potrebbe essere scontata in Germania secondo la legge tedesca e gli accordi internazionali, previo accordo tra gli Stati coinvolti. Intanto Johann G., il presunto leader della Hammerbande che avrebbe pianificato gli attacchi a Budapest, è sotto processo con altri membri del gruppo presso le Corti superiori di Dresda e Duesseldorf, sia per le violenze ungheresi sia per altri episodi avvenuti in Germania. L'articolo Condannata a 8 anni di carcere in Ungheria l’attivista tedesca Maja T.. Era stata arrestata con Ilaria Salis proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump, e adesso? Gli Usa e il rischio golpe. La diretta con Mario Del Pero e Franz Baraggino
Nonostante Donald Trump si fosse speso personalmente, sono stati i democratici a vincere le recenti elezioni suppletive in Texas, storica roccaforte repubblicana. Non ha funzionato nemmeno il trucco di ridisegnare i collegi elettorali. Anzi, pare proprio che i repubblicani “si siano dati la zappa sui piedi”, spiega Mario Del Pero, docente di Storia degli Stati Uniti alla Sciences Po di Parigi e autori di “Buio Americano – Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump” (il Mulino). Il rischio per Trump e i suoi è quello di aver fatto male i conti, di aver avvantaggiato l’avversario ridisegnando i collegi in vista delle prossime elezioni di medio termine. Il rischio per gli Stati Uniti? Se Trump uscisse sconfitto dal voto di novembre, “quello di un golpe è concreto”, risponde Del Pero, appena rientrato da un viaggio di lavoro nel Missouri: “Entrare negli Stati Uniti? Mai stato così preoccupato”. L'articolo Trump, e adesso? Gli Usa e il rischio golpe. La diretta con Mario Del Pero e Franz Baraggino proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ucraina, iniziato ad Abu Dhabi il nuovo round di negoziati con Russia e Usa. Mosca: “Attaccheremo finché Kiev non prenderà le decisioni giuste”
Ad Abu Dhabi, negli Emirati arabi, è iniziato il nuovo round di negoziati tra Ucraina, Russia e Usa. Ne ha dato notizia su X Rustem Umerov, segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale e Difesa di Kiev, precisando che “il processo negoziale è iniziato in formato trilaterale“, ovvero con i rappresentanti delle tre delegazioni riuniti nella stessa stanza. “Poi – ha aggiunto – il lavoro in gruppi separati” su temi specifici. Le questioni principali sul tavolo restano due: i territori che Mosca ha conquistato quasi per intero sul campo di battaglia e che vorrebbe fossero riconosciuti come suoi nella loro totalità e la presenza di truppe occidentali in territorio ucraino dopo la firma di un eventuale cessate il fuoco, cosa che Mosca non accetta. “Fin quando il regime di Kiev non avrà preso le decisioni appropriate, proseguirà l’operazione militare speciale”, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. Kiev cercherà di comprendere le “vere intenzioni” di Mosca e Washington, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi, sottolineando che i colloqui nella capitale degli Emirati si concentreranno principalmente su questioni militari e politico-militari. Secondo il portavoce, i massicci attacchi della Russia contro le infrastrutture energetiche dell’Ucraina ostacolano il buon esito dei negoziati. Lunedì Zelensky aveva incontrato il team dei negoziatori del quale oltre a Umerov fanno parte Kyrylo Budanov, Sergiy Kyslytsya, Andrii Hnatov e Oleksandr Bevz. Se quel giorno il presidente aveva detto che “l’Ucraina è pronta a compiere passi concreti”, parole interpretate da molti come un’apertura verso possibili concessioni, dopo i bombardamenti russi sembra aver arroccato la propria posizione. I russi, ha detto martedì, “hanno infranto la promessa” fatta a Donald Trump “di astenersi dagli attacchi contro l’energia e le infrastrutture durante le riunioni dei nostri team negoziali”. I russi, ha aggiunto, “continuano a scommettere sulla guerra e sulla distruzione dell’Ucraina, e non prendono sul serio la diplomazia. Il lavoro del nostro team negoziale verrà adattato di conseguenza“. Nel frattempo i bombardamenti non si fermano. Nel mirino dei russi è tornata Odessa, nuovamente attaccata da raid che hanno causato danni alle infrastrutture civili e industriali. Missili russi hanno colpito per la seconda notte consecutiva anche Kharkiv e due persone sono state uccise in un attacco di droni nella regione di Dnipropetrovsk. L'articolo Ucraina, iniziato ad Abu Dhabi il nuovo round di negoziati con Russia e Usa. Mosca: “Attaccheremo finché Kiev non prenderà le decisioni giuste” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Financial Times: “Due veicoli spaziali russi hanno spiato le comunicazioni di una dozzina di satelliti Ue”
La guerra ibrida in corso da anni tra Mosca e l’Occidente si sposta nello spazio. Due veicoli orbitali russi avrebbero intercettato per anni le comunicazioni di almeno una dozzina di satelliti chiave nel continente. Lo hanno riferito alcuni funzionari della sicurezza europea al Financial Times, segnalando che le probabili intercettazioni, mai segnalate in precedenza, rischino non solo di compromettere informazioni sensibili trasmesse dai satelliti, ma potrebbero anche consentire a Mosca di manipolarne le traiettorie o addirittura di farli schiantare. Secondo il quotidiano londinese, le manovre dei satelliti russi si inseriscono in un quadro più ampio di intensificazione della cosiddetta guerra ibrida di Mosca contro l’Occidente. Il timore è ora che il Cremlino stia estendendo tali attività anche allo spazio. La Russia disporrebbe tra l’altro di uno dei sistemi di spionaggio spaziale più avanzati e avrebbe mostrato una maggiore propensione a utilizzarlo in modo aggressivo. “Le reti satellitari sono il tallone d’Achille delle società moderne. Chiunque le attacchi può paralizzare intere nazioni”, ha dichiarato al Financial Times il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius, sottolineando che “le attività russe rappresentano una minaccia fondamentale per tutti noi, soprattutto nello spazio”. I satelliti europei avvicinati dai veicoli russi sospettati, Luch-1 e Luch-2, sono utilizzati principalmente per scopi civili, come le comunicazioni televisive, ma trasportano anche dati governativi sensibili e alcune comunicazioni militari. Secondo il capo del comando spaziale dell’esercito tedesco, Michael Traut, i satelliti russi avrebbero intercettato tra l’altro il “collegamento di comando“, ossia il canale che consente ai controllori di terra di inviare istruzioni ai satelliti per le correzioni orbitali. Gli analisti ritengono che, con dati di questo tipo, un attore ostile potrebbe tentare di imitare gli operatori terrestri, inviando comandi falsi per alterare le traiettorie o disallineare i satelliti, fino a renderli inutilizzabili. Il Financial Times sottolinea inoltre che molti satelliti europei più datati non dispongono di sistemi di crittografia avanzati. Secondo i dati di società specializzate nel tracciamento orbitale, Luch-2 avrebbe avvicinato almeno 17 satelliti geostazionari europei dal suo lancio nel 2023, concentrandosi su operatori con sede in Paesi della Nato. Parallelamente, Mosca avrebbe lanciato nuovi satelliti di ricognizione con capacità simili, mentre Luch-1 potrebbe non essere più operativo dopo un’anomalia osservata a fine gennaio, con possibile “frammentazione” del veicolo. L'articolo Financial Times: “Due veicoli spaziali russi hanno spiato le comunicazioni di una dozzina di satelliti Ue” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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