Tag - Mondo

Guerra in Iran: chi è Ghalibaf, l’interlocutore intransigente che tratterà con Usa e Israele. “Trump vuole la fine del conflitto entro il 9 aprile”
Oltre tre settimane di attacchi senza che Stati Uniti o Israele abbiano ancora prevalso contro il regime degli ayatollah. Che è certamente indebolito, ma ancora piedi. E che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, innescando una crisi energetica mondiale. Sul fronte diplomatico, però, pare che tra Washington e Teheran siano state avviate prove di negoziati e che addirittura in settimana si terrà a Islamabad, in Pakistan, l’incontro tra il vicepresidente Usa JD Vance, la figura più alta dell’amministrazione Usa contraria al conflitto, e Mohammad Bagher Ghalibaf, capo del Parlamento di Teheran, figura chiave sempre più di spicco in un sistema di potere frammentato e sotto pressione estrema. I Paesi che hanno mediato per l’incontro sono Egitto, Turchia e Pakistan, e nella delegazione Usa ci saranno anche gli inviati della Casa Bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner. A ipotizzare i tempi brevi delle trattative è il quotidiano israeliano Ynet: Washington, scrive riportando quanto riferito da un funzionario israeliano, ha fissato il 9 aprile come data obiettivo per la fine della guerra, lasciando circa 21 giorni per la prosecuzione dei combattimenti e dei negoziati. La fine della guerra entro questa data potrebbe consentire a Trump di visitare Israele nel giorno dell’Indipendenza (che quest’anno si celebra il 22 aprile) per ricevere il Premio Israele, ha concluso il funzionario. Secondo fonti americane, l’Iran si è dichiarato disponibile a trattare, ma pone condizioni rigorose: un cessate il fuoco immediato, garanzie contro futuri attacchi e compensazioni, tutte al momento respinte da Washington. Gli Stati Uniti sperano che l’Iran accetti limitazioni importanti, tra cui l’azzeramento dell’arricchimento dell’uranio, la riduzione della capacità missilistica e la smilitarizzazione di centrali nucleari chiave. Fonti della Casa Bianca sottolineano però che Teheran ha già rifiutato in passato condizioni simili, rendendo le trattative ancora delicate e incerte. E mentre altri Marines vengono spostati in Medio Oriente di fatto nulla si sa delle condizioni della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. CHI È MOHAMMAD-BAGHER GHALIBAF Fino al 23 marzo, il presidente del parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf, aveva smentito che fossero in corso negoziati con gli Stati Uniti e che lui stesso fosse coinvolto, parlando di “notizie false per manipolare i mercati“. E ha aggiunto: “Il mondo o sta dalla parte di Gaza e contro questo regime di terrore coloniale, oppure si schiera con la classe di Epstein e i torturatori di bambini. Non ci sono vie di mezzo”. Nonostante l’intransigenza e la vicinanza politica e idologica ad Ali Khamenei, è stato individuato da Washington come possibile interlocutore. Già prima dell’inizio del conflitto, il New York Times scriveva di una leadership iraniana che si preparava alla mobilitazione di forza e anche alla sua sopravvivenza politica e di come – in caso di morte di Ali Khamenei, poi ucciso nel primo giorno di raid – Ali Larijani (il cui decesso è stato confermato la scorsa settimana) fosse in cima nell’elenco di candidati per la gestione della Repubblica islamica. Dopo di lui, Ghalibaf. L’interesse dei media dei paesi arabi del Golfo per la vera governance dell’Iran in questo momento di incertezze emerge con chiarezza dalle analisi pubblicate dal quotidiano saudita Al Sharq Al Awsat e dall’emittente qatarina Al Jazeera. L’articolo di Al Sharq Al Awsat descrive Ghalibaf come una personalità di importanza cruciale in questa fase decisiva. Dopo gli attacchi di americani e israeliani che hanno eliminato figure di primo piano – a partire dall’uccisione del Guida Suprema alla fine di febbraio 2026 – Ghalibaf emerge come il principale “ponte” tra le élite politiche, di sicurezza e religiose. Con un background che spazia dal comando nelle Guardie rivoluzionarie durante la guerra Iran-Iraq, al ruolo di capo dell’aviazione del Corpo, capo della polizia nazionale (2000-2005), sindaco di Teheran per oltre un decennio (2005-2017) e presidente del Parlamento dal 2020, Ghalibaf combina esperienza militare, amministrativa e politica. Considerato da sempre vicino al defunto Khamenei e ora al figlio Mojtaba, ha adottato un linguaggio di sfida intransigente: in discorsi televisivi e su X ha minacciato il presidente americano Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu di “colpi devastanti” tali da farli “implorare”, accusandoli di aver oltrepassato la “linea rossa” e promettendo vendetta per l’attacco che ha decapitato la leadership iraniana. Al Jazeera, in articolo intitolato ‘Chi governa davvero l’Iran?‘ delinea un quadro più ampio e complesso: il potere non è più concentrato in un’unica figura carismatica o centralizzata, ma si è trasformato in un’alleanza funzionale nata sotto il fuoco della guerra. Mojtaba Khamenei garantisce continuità simbolica e legittimità religiosa attraverso messaggi scritti che insistono sulla stabilità, sulla conferma degli incaricati del padre “fino a nuovo ordine”, sull”’economia della resistenza” e sull’unità nazionale. Teoricamente, il giovane Khamenei come Guida Suprema detiene l’ultima parola su forze armate, politica estera, guerra e pace. Tuttavia, nel pieno del conflitto, il centro decisionale operativo è dominato dai Guardiani della Rivoluzione, che mantengono resilienza e adattamento decentralizzato nonostante gravi perdite tra i comandanti. Il governo gestisce l’amministrazione quotidiana per evitare il collasso istituzionale, mentre Ghalibaf emerge come la figura civile più visibile e influente. L’eliminazione di mediatori tradizionali come Ali Larijani (ex segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ucciso in un attacco israeliano) ha ristretto lo spazio per figure equilibrate e trasversali, favorendo invece chi parla la lingua della rappresaglia e della mobilitazione, sottolinea l’emittente. Ghalibaf ha riempito questo vuoto con comunicati che vanno oltre il ruolo da capo di un parlamento: su X ha evocato un cambiamento irreversibile nello status quo dello Stretto di Hormuz, dichiarato operativa l’”equazione occhio per occhio”, deriso le affermazioni americane sul presunto smantellamento delle capacità missilistiche iraniane e promesso che il popolo genererà “migliaia” di figure come Larijani. Questa retorica di deterrenza e mobilitazione, unita al suo percorso unico (dalle strutture di potere alle istituzioni civili), lo rende particolarmente adatto al ruolo attuale. In sintesi, a circa quattro settimane dall’inizio dell’offensiva Usa-Israele, leadership non è più un vertice unico, ma un’alleanza funzionale tra legittimità religiosa (Mojtaba Khamenei), potenza militare e di sicurezza (Guardie Rivoluzionarie) e voce politica di primo piano (Ghalibaf), con il governo a tenere in piedi l’amministrazione ordinaria. È un equilibrio nato sotto il fuoco della guerra, che determinerà il destino del paese in una delle sue fasi più critiche della sua storia, con Ghalibaf che si afferma come il principale attore civile in grado di navigare tra repressione interna, resistenza esterna e sopravvivenza del regime. I MEDIATORI Quello di Islamabad è un “delicato gioco di equilibrismo diplomatico”, ha scritto nei giorni scorsi il giornale pakistano The Express Tribune, parlando del “coinvolgimento dell’Iran ai più alti livelli” e “al contempo dell’impegno strategico di vecchia data con l’Arabia Saudita“. Di recente sono stati nella monarchia del Golfo sia il capo dell’Esercito pakistano, Asim Munir, sia il premier Shehbaz Sharif, che a Gedda il 12 marzo ha incontrato il principe ereditario Mohammed bin Salman. E Asim Munir, secondo due fonti del Financial Times, ha parlato con Donald Trump. Ci sono poi la Turchia e l’Egitto. Il vicepremier e capo della diplomazia pakistana, Ishaq Dar, ha sentito oggi il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, dopo aver parlato ieri con il collega egiziano, Badr Abdelatty. E secondo le fonti del Ft, funzionari pakistani di alto grado stanno facilitando i contatti tra Teheran e l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e il genero del presidente Usa, Jared Kushner. Stando a un diplomatico citato dal giornale, Ishaq Dar ha confermato agli omologhi arabi riuniti la scorsa settimana a Riad che Islamabad è impegnata nella mediazione tra Usa e Iran. Per ora continuano a mancare certezze sulla fine del conflitto. L'articolo Guerra in Iran: chi è Ghalibaf, l’interlocutore intransigente che tratterà con Usa e Israele. “Trump vuole la fine del conflitto entro il 9 aprile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Mondo
Teheran
Missile iraniano con 100 chili di esplosivo colpisce diversi edifici a Tel Aviv: l’esplosione squarcia le facciate
Un missile iraniano che, secondo la polizia, trasportava una testata con circa 100 chili di esplosivo è caduto tra due edifici a Tel Aviv, distruggendo la facciata di un palazzo. Sono quattro le persone rimaste ferite. Il comandante del Fronte Interno di Tel Aviv ha dichiarato che l’attacco ha causato gravi danni a tre edifici, ora in fase di valutazione per un possibile crollo. “I rifugi sono rimasti intatti”, ha affermato, aggiungendo che le persone all’interno sono rimaste illese. Il comandante della polizia di Tel Aviv Nord ha dichiarato che le ricerche sono in corso e che finora nessuno ha avuto bisogno di essere evacuato in ospedale. I detriti hanno mandato in frantumi il finestrino di un’auto parcheggiata nelle vicinanze L'articolo Missile iraniano con 100 chili di esplosivo colpisce diversi edifici a Tel Aviv: l’esplosione squarcia le facciate proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Mondo
Tel Aviv
Precipita un aereo militare in Colombia: 66 morti. Sconosciute le cause dello schianto
Un aereo militare dell’Aeronautica militare colombiana è precipitato nei pressi di Puerto Leguízamo, nel dipartimento amazzonico del Putumayo, in territorio colombiano, ma al confine con Ecuador e Perù. Al momento, le vittime sono 66 morti e decine i feriti. Le cause dell’incidente restano sconosciute e sono ora oggetto di indagine da parte delle autorità. Il velivolo militare Hércules era decollato nella mattinata del 23 marzo da Puerto Leguízamo ed era precipitato poco dopo. A bordo dell’aereo, un C-130 della Forza aerea colombiana, c’erano 125 persone, tra cui 112 militari dell’esercito, due agenti di polizia e i membri dell’equipaggio. Subito dopo lo schianto, il presidente Gustavo Petro, in base a quanto riferito dal sito del quotidiano El Tiempo, aveva confermato l’attivazione della rete sanitaria nazionale per l’emergenza. Molti dei superstiti, gravemente feriti, erano stati trasportati d’urgenza all’ospedale María Inmaculada di Florencia, nel dipartimento di Caquetá, e presso strutture sanitarie della Forza navale dell’Amazzonia. Una fonte militare ha dichiarato che tra le vittime ci sono 58 soldati, 6 membri dell’aeronautica e 2 agenti di polizia. L'articolo Precipita un aereo militare in Colombia: 66 morti. Sconosciute le cause dello schianto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Colombia
Incidente Aereo
Cuba al buio: il blackout totale piega l’isola. Il piano di Trump per gli investimenti, dal turismo all’export
Più di ventiquattro ore senza elettricità. Quello di sabato è stato il secondo blackout totale, per Cuba, in una settimana. E il terzo da quando Donald Trump ha imposto il blocco petroliero sull’isola, dove – come sostiene il leader dell’Avana Miguel Díaz-Canel – da “tre mesi non arriva un’imbarcazione con combustibile”. Questa volta a saltare è stata “sesta unità” della località di Nuevitas, provocando un “effetto a cascata sugli impianti in linea”, si legge sull’account X di “Unión eléctrica de Cuba”, fornitore energetico nazionale, che assicurava l’avvio dei “protocolli” per il ripristino del servizio. All’alba di domenica il 90% dei cittadini era ancora senza elettricità. I più colpiti sono gli ospedali. “Si fa il possibile, proprio come nei teatri di guerra”, commenta Juana Moreno, infermiera, 43 anni. “Non si registrano pazienti deceduti a causa dei blackout, ma è un timore costante. E mancano le medicine, che alcuni degenti condividono tra loro”, dice a Telemundo Martín Hernández Isas, ematologo, che ogni giorno percorre 32 chilometri per raggiungere il posto di lavoro, cioè l‘Instituto di hematología e immunologia dell’Avana. L’America Latina osserva con preoccupazione quella che il deputato messicano di Morena – il partito progressista di Claudia Sheinbaum -, Luis Humberto Fernández, definisce l’attuale crisi come “la peggiore” nella storia di Cuba. Quasi il 90% della popolazione è in povertà e, da settimane, il malcontento si manifesta nelle strade: cortei, proteste, atti vandalici. Escluso l’intervento militare degli Stati Uniti, almeno per il momento. “Non è previsto”, ha detto il comandante Francis Donovan (SouthCom) interpellato giovedì al Congresso Usa. In realtà crisi e sofferenza del popolo servono a Washington per inchiodare il regime dell’Avana sul tavolo dei negoziati. Ma la posta in gioco è più affaristica che politica. Fonti vicine al dossier sostengono che l’amministrazione Trump sia più concentrata sul controllo Usa su settori come il turismo, l’energia e persino l’export di alimenti. Un primo segnale di apertura è stato il via libera agli investimenti dei cubani residenti all’estero nell’isola, annunciata il 16 marzo dal numero due dell’Avana, Oscar Pérez Oliva, nipote di Raúl e di Fidel Castro. “Cuba è aperta a una relazione fluida con le imprese statunitensi” e “anche con i cubani che risiedono negli Usa e i loro discendenti”, ha detto Pérez-Oliva a Nbc News, aprendo anche a investimenti “infrastrutturali”. Nei piani Usa pare sia previsto lo sbarco di catene alberghiere quali Marriott, Hilton e Hyatt, pronte a spiazzare quelle già presenti (Melìa, Iberostar e altri brand messi alle strette dalla crisi). L’Avana conosce bene le ambizioni dell’attuale presidente Usa. A fine anni Novanta la Trump Organization aggirò l’embargo Usa per esplorare eventuali investimenti a Cuba (68mila dollari spesi, messi a bilancio come aiuto umanitario) e nel 2008 fece richiesta per introdurre il suo marchio all’Avana, con licenza dal 2010 al 2008. Accordo vicino, ma sempre a rischio, considerato il carattere volatile del tycoon e la sua esigenza di portare a casa un risultato politico, cioè la caduta di Díaz-Canel, anche lasciando intatta la presenza dei Castro e la struttura militare. In pratica, il governo reale. Non si discute infatti sulla presenza di Raúl Castro all’Avana, che ha già espresso il desiderio di poter “morire nell’isola”. E non è nemmeno chiara la posizione dei Castro sulla permanenza al potere di Díaz-Canel, blindata in pubblico dai proclami di resistenza ma trattabile per i settori più pragmatici del regime. Al suo posto gli Usa vorrebbero una figura come quella dello stesso Pérez-Oliva. L’esito della trattativa dipenderà in parte dalle capacità di mediazione sul fronte cubano, guidato da un altro nipote dei Castro, il 41enne Raúl Guillermo Rodríguez Castro, in prima fila quando Díaz-Canel è intervenuto pubblicamente per confermare le trattative in corso. Raúl Guillermo è più concentrato sugli affari che sulla Revolución in sé. Ed è più affine allo stile di vita di Miami, che a quello dell’Avana. Il suo inedito protagonismo è dovuto all’influenza – ereditata dal padre Luis Alberto Rodríguez López-Calleja – sull’impresa pubblica Gaesa, Grupo de administración empresarial sociedad anónima, che gestisce i principali asset dell’isola. Proprio quelli che interessano agli Usa. L’Avana tratta con Washington, dunque, e si presenta indebolita dalla crisi, ma comunque in piedi, grazie anche al sostegno di alleati come Cina, Colombia, Brasile, Messico e Russia. L'articolo Cuba al buio: il blackout totale piega l’isola. Il piano di Trump per gli investimenti, dal turismo all’export proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump
Mondo
Cuba
Venezuela, la purga di Delcy Rodríguez: rimossi vertici militari e ministri. E Caracas riapre i rubinetti del petrolio agli Usa
Caracas dormiva ancora: scuole chiuse, lavoratori a casa per la vittoria della nazionale del Venezuela al Classico mondiale di baseball, lo sport più diffuso nel Paese sudamericano. In diretta social Delcy Rodríguez aveva proclamato il 18 marzo “Festa nazionale” e persino Donald Trump esultava rilanciando la boutade del “51 Stato”, trascinando con sé i riflettori, fissi sulla guerra in Medioriente. La macchina del regime però non si è fermata e, nella distrazione generale, ha improvvisamente rimosso sette ministri e tutto l’Alto comando militare. La prima testa a cadere è quella del ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, per il quale gli Usa offrono una ricompensa di 15 milioni di dollari. Delcy lo ringrazia per la sua “dedizione” e “lealtà alla Patria” dopo dodici anni di servizio e nei circuiti militari si parla di un suo possibile esilio a Mosca o in altre destinazioni affini a Caracas. Al posto di Padrino López subentra il generale Gustavo González López, già nominato al vertice del Controspionaggio militare tre giorni dopo il blitz della Cia per catturare Maduro. È una scelta volta a “garantire la sovranità” e “l’integrità territoriale della Repubblica”, spiega Rodríguez. Tuttavia l’ong Provea contesta la nomina e sostiene che González sia stato “artefice di detenzioni arbitrarie e torture”. Fonti qualificate riferiscono a ilfatto.it che la promozione di González – già a capo del Servizio bolivariano di Intelligence – a ministro della Difesa è stata voluta dalla Cia, che tra l’altro ha annunciato la sua presenza permanente nel Paese. “Rodríguez controlla attraverso la sorveglianza, non attraverso la leadership”, commenta a ilfatto.it l’esperto Antonio De La Cruz, per il quale la riorganizzazione di Rodríguez “non ha a che fare con una transizione” ma è un “tentativo di accentrare potere” dentro al chavismo, Rodríguez ha anche sostituito i ministri dell’Istruzione universitaria, della Cultura, del Lavoro, del Trasporto, dell’Energia elettrica e delle Politiche abitative. Alle purghe in corso sopravvivono in pochi: Diosdado Cabello, ministro dell’Interno e della Giustizia, il più influente sulle forze dell’Ordine e sui gruppi paramilitari, e Nicolás Maduro Guerra, figlio di Maduro, il cui volto è utile a Delcy per presentare una tesi di “continuità” il padre, in cella a Brooklyn. Altre scosse ai vertici di Caracas si sono verificate nelle ultime settimane, con decine di rimozioni di gabinetto, tra cui anche quella dell’italiana Camilla Fabri, moglie dell’imprenditore Alex Saab, allora viceministra per la Comunicazione internazionale. L’offensiva interna del chavismo si traduce anche in arresti eccellenti, come quelli dell’oligarca Wilmer Ruperti, catturato venerdì per corruzione e altre accuse simili a quelle affrontate da Raúl Gorrín e dallo stesso Saab (che rischia addirittura l’estradizione negli Usa). Sempre nelle ore di festa nazionale Rodríguez ha ottenuto il controllo sulla raffineria Citgo, il più grande asset di Caracas negli Usa, ponendo fine all’ammanco di oltre 700 milioni di dollari che, attraverso la Fundación Simón Bolívar, hanno finanziato le spese folli di Beatriz Elena García Carmona (figlia del golpista Pedro Carmona Estanga) e altre figure di spicco delle opposizioni venezuelane. La sua offensiva si estende anche qui, in Europa, dove si rifugiano Francisco D’Agostino (Maiorca) e Alessandro Bazzoni (Lugano), artefici di uno schema di corruzione che ha sottratto 21 miliardi di dollari alla statale Pdvsa, riciclati anche nelle gare di Polo in Regno Unito. Per il tycoon Rodríguez sta facendo un lavoro “davvero buono”, poiché gli permette di estrarre “milioni, letteralmente milioni, barili di petrolio”, utili ad affrontare la crisi energetica innescata dalla guerra in Iran. Caracas è dunque diventata la cava in cui Washington e amici fanno scorta energetica: eroga fino a 80mila barili di petrolio giornalieri verso gli Usa e apre l’Arco minero dell’Orinoco – estensione di giacimenti lunga quasi 112mila chilometri – agli Stati Uniti per l’estrazione di oro e minerali critici. Il Paese ha anche dato il via libera all’export di gas all’impresa Cardón IV, gestita da Eni e Repsol, nel più grande giacimento dell’America Latina, senza alcun vincolo normativo legato alla sostenibilità ambientale. Inoltre Rodríguez riceve costanti visite di funzionari Usa: venerdì ha incontrato una delegazione del Senato americano guidata dall’incaricata di Affari Laura Dogu. “Una conversazione rispettosa, nel contesto di un dialogo di pace”, ha detto Palazzo di Miraflores. Nelle settimane precedenti il Paese ha ricevuto altre visite di monitoraggio: Francis Donovan, capo del SouthCom, e il presidente del Consiglio di dominio energetico Usa, Doug Burgum. Maduro? Al di là dei proclami, è solo un ricordo lontano, alla cui difesa legale viene negato persino il sostegno economico di Caracas. Archiviata anche María Corina Machado, che i repubblicani ritengono inaffidabile se paragonata all’alleata Rodríguez. L'articolo Venezuela, la purga di Delcy Rodríguez: rimossi vertici militari e ministri. E Caracas riapre i rubinetti del petrolio agli Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump
Mondo
Venezuela
Stati Uniti
A 50 anni dalla dittatura in Argentina, mancano ancora all’appello i desaparecidos
Il 24 marzo 2026 segna il 50esimo anno dal colpo di Stato militare avvenuto in Argentina, passato sotto il nome ufficiale di Processo di riorganizzazione nazionale. Come in occasione del golpe cileno dell’11 settembre 1973, l’eco suscitata in Italia è stata vasta per la preminenza dell’Argentina nel continente sudamericano e per le comuni radici che legano i due Paesi. Anche nel secondo dopoguerra, la democrazia in Argentina attecchisce a fatica, soffocata prima dalla presidenza di Juan Domingo Peron (1946-1955) poi dal golpe del 1966, Revolución argentina, che depone con il favore dei ceti medi il presidente Arturo Umberto Illia che si era distinto per le leggi sul salario minimo e sulla campagna per l’alfabetizzazione, destinando all’istruzione il 23% del bilancio nazionale. Il golpe del 1966 produce una dittatura lunga sette anni che segna profondamente la società argentina, la radicalizza e immiserisce i ceti popolari. Contro il regime, dal 1968, agisce l’Ejército revolucionario del pueblo di marca trockista e dal 1970 prende corpo il movimento armato dei Montoneros, congiunzione tra frange del cattolicesimo sociale ed elementi della sinistra peronista. Il ritorno della democrazia nel 1973 è un fugace lampo funestato anche dal terrorismo di destra che produce il massacro di Ezeiza (13 morti e 300 feriti) sulla folla festante che accoglie Peron dall’esilio. L’ormai viejo leader torna in patria dopo 18 anni portandosi dietro la sua incongrua miscela di diverse percezioni, tra chi lo ritiene un Mao argentino e chi lo assimila a una versione moderata del dittatore spagnolo Francisco Franco, nel cui Paese Peron ha trascorso la parte finale del suo esilio. L’ultimo Peron non ha più l’abilità di ricomporre le fratture. La sua presidenza dura appena nove mesi e l’1 luglio 1974 un attacco cardiaco gli è fatale. Sostituisce Peron la moglie María Estela Martínez, detta Isabelita, che ricopriva la vicepresidenza. Dal cuore dello Stato si muove un sotterraneo processo disgregatore, una sorta di golpe prima del golpe, a opera del ministro del Benessere sociale José López Rega – iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli, ammiratore di Adolf Hitler, referente politico della Triple A (Allianza anticomunista argentina) – un apparato formalmente esterno allo Stato, ma a questo intimamente legato. La Triple A è in gran parte composta da poliziotti e militari ed è guidata dal criminale neonazista Aníbal Gordon. Oltre alle uccisioni e agli attentati terroristici, i taglieggiamenti, le ruberie e i riscatti arricchiscono i componenti e, in particolare, il suo comandante. L’organizzazione è coperta da Isabelita, ma in precedenza anche dallo stesso Peron, secondo lo storico Juan Carlos Marín. Il punto è che, prima ancora del golpe militare, la Triple A avvia la pratica delle sparizioni degli oppositori che, alla fine della seconda settennale dittatura argentina, saranno 30.000. Nei nove mesi della presidenza Peron scompaiono 66 cittadini, che salgono a 1770 nei 20 mesi del mandato di Isabelita Martínez. L’avvento della dittatura militare accelera indiscriminatamente le sparizioni. Il regime vorrebbe estirpare per sempre il seme della ribellione finendo per strappare i neonati alle loro madri, assegnandoli poi a famiglie “sicure”. Da oltre quarant’anni è attivo il movimento delle Abuelas de Plaza de Mayo composto dalle nonne protese alle ricerca dei loro nipoti. Al luglio del 2025 ne sono stati ritrovati 140. La Triple A compie anche attentati attribuendone la responsabilità alle organizzazioni di estrema sinistra, un copione non nuovo, conosciuto anche in Italia con le stragi nere di Piazza Fontana (1969) e della Questura di Milano (1973). Non a caso, alcuni neofascisti italiani (Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Pagliai fra questi) risultano attivi nella collaborazione con le polizie politiche cilene, argentine e boliviane. Una complicità superiore proviene dall’”amico” statunitense che pur di rendere l’America Latina “sicura dal comunismo” (o, detto in altri termini, vassalla ai suoi interessi economici) non ha timore di calpestare i diritti umani elaborando l’articolato Piano Condor per la repressione dei movimenti di sinistra, nella più vasta area sudamericana (Cile, Argentina, Bolivia, Paraguay, Uruguay). Una lettura istruttiva su questa vicenda è senz’altro quella degli storici Marina Cardozo e Mimmo Franzinelli Gli artigli del Condor (Einaudi, 2025). L'articolo A 50 anni dalla dittatura in Argentina, mancano ancora all’appello i desaparecidos proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Mondo
Argentina
Desaparecidos
Trump, giù le mani da Cuba!
Il rozzo e nefasto peracottaro che presiede ancora, speriamo per breve tempo, ai destini della principale Potenza dell’Occidente e del corteo di vergognosi servi sciocchi che l’accompagna, compreso il governo italiano, ha avuto recentemente l’ardire di affermare che presto “si prenderà Cuba”. Tale mostra di demenziale arroganza costituisce nuova riprova del fatto che Trump vive in un mondo tutto suo ed è afflitto da delirio di onnipotenza, convinto che la macchina da guerra che guida gli dia il diritto di saccheggiare e bistrattare ogni Stato e ogni popolo. Un individuo del genere è ovviamente pericolosissimo per il genere umano nel suo complesso e se i popoli, a cominciare da quello degli Stati Uniti che si ribella con sempre maggior forza alla sua follia, non lo fermeranno al più presto, andrà a sbattere prima o poi nella guerra mondiale nucleare di cui le sue azioni sconsiderate, insieme a quelle del suo socio del cuore, il criminale genocida Netanyahu, stanno ponendo le premesse. Trump, nonostante il suo vaniloquio tracotante, buono solo per infinocchiare una Meloni o un Milei, costituisce l’espressione vivente del declino inarrestabile e rovinoso degli Stati Uniti. Odia Cuba non solo per compiacere il suo Segretario di Stato Rubio, rampollo di una delle famiglie di latifondisti subcoloniali che la Rivoluzione di Fidel e del Che mandò in esilio oltre sessantacinque anni fa. Trump odia Cuba perché Cuba è il simbolo vivente di una lotta vittoriosa, che dura per l’appunto da oltre sessantacinque anni, per la dignità e l’orgoglio nazionale di un popolo, parole del tutto incomprensibili a soggetti come Meloni, La Russa, il bistecchiere Delmastro Delle Vedove e simili, che pure per ironia della sorte e grottesco paradosso si definiscono patrioti, continuano ad essere chiamati “sovranisti” dalla bizzarra stampa mainstream, e hanno mutuato la propria denominazione dall’inno nazionale composto da un giovane patriota come Goffredo Mameli, morto combattendo nella difesa di Roma e che sicuramente si starà rivoltando nella tomba per avere, sia pure involontariamente, tenuto a battesimo simili figuri. Cuba è il simbolo vivente della lotta contro l’imperialismo e il colonialismo. Fu grazie ai militari cubani che cominciò la fine del regime razzista sudafricano dell’apartheid, sconfitti nell’epica battaglia di Cuito Canavale. Cuba è il simbolo vivente della solidarietà umana, prestata nei fatti da migliaia di medici cubani in decine e decine di Paesi, compreso il nostro ai tempi del Covid e ancora oggi in Calabria. Cuba è il simbolo vivente dell’umanità che il capitalismo alla Epstein, di cui Trump per vari motivi è uno dei massimi portavoce, vorrebbe sopprimere, perché vede negli esseri umani solo possibilità di sfruttamento lavorativo o sessuale, e se non gli servono li massacra, come sta facendo Netanyahu coi Palestinesi e ora anche coi Libanesi. Cuba è il simbolo vivente di una società egualitaria che, nonostante le ristrettezze indotte da un blocco economico che dura da oltre sessantacinque anni, e che Trump ha esasperato trasformandolo anche in blocco militare, continua a costituire un modello alternativo anche per le classi oppresse dell’Occidente, per quei milioni e milioni di statunitensi privi della possibilità di soddisfare i propri bisogni più elementari e per questo costituisce effettivamente una minaccia non già per la sicurezza degli Stati Uniti, ma per la sopravvivenza di un sistema disumano basato su oppressione e sfruttamento. Per tutti questi motivi Trump odia Cuba. Per tutti questi motivi le persone autenticamente libere, oneste e democratiche del pianeta devono amarla e sostenerla. Minacciando di ridurre Caracas come Gaza, Trump ha rapito il legittimo presidente venezolano Maduro e la sua sposa e ha ottenuto temporaneamente la cessazione della fornitura di petrolio venezolano a Cuba. Ma entrambi tali risultati sono stati ottenuti in violazione del diritto internazionale e Maduro e Cilia vanno liberati al più presto così come devono riprendere le forniture di petrolio venezolano a Cuba. Non è infatti ammissibile che sia la legge della giungla a disciplinare i rapporti tra gli Stati perché questa è la strada senza uscita che porta alla guerra mondiale e alla fine dell’umanità. Dobbiamo quindi rafforzare ed estendere la campagna di solidarietà con Cuba con iniziative come la Flotilla Nuestramerica che ha raggiunto l’isola il 21 marzo. Affinché l’iniziativa della società civile sì affianchi a quella degli Stati, con in testa Messico, Russia e Cina, che non intendono sottostare all’odioso ricatto e alle inposizioni dell’autoproclamato dittatorucolo del pianeta. A Roma si terrà, sabato 11 aprile prossimo, una manifestazione di carattere nazionale su questi temi, cui dobbiamo partecipare in massa per gridare a Trump, Rubio e i loro servitori nostrani: giù le mani da Cuba, patrimonio irrinunciabile dell’umanità in lotta per un mondo migliore! L'articolo Trump, giù le mani da Cuba! proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump
Blog
Mondo
Cuba
La strategia in Iran? È interessante vedere come la pensano al Cremlino
La Strategic Culture Foundation è una rivista online diretta dal Servizio di Intelligence Estero russo (SVR) e affiliata al Ministero degli Affari Esteri russo. Dopo l’attacco criminale e illegale contro l’Iran da parte di Usa e Israele; dopo le solite, roboanti, contraddittorie affermazioni di Trump sull’esito rapido del blitz (“due o tre giorni”, “quattro o cinque settimane”, “non ho limiti di tempo”: un documento interno del Pentagono, riportato da Politico, rivela: “fino a settembre”); dopo la solita filastrocca di pretesti (prima le capacità nucleari, poi i missili balistici, poi il cambio di regime, poi l’affondamento della flotta iraniana: “Non c’è un obiettivo, non c’è un piano strategico, non c’è una tempistica”, sintetizza Mark Kelly, senatore Dem); diventa interessante vedere come la pensano al Cremlino. L’Iran si sta difendendo con una strategia a lungo termine, spiega la rivista, illustrandone le tattiche. 1) Dopo Khamenei, in Iran adesso c’è un comando decentralizzato (cellule operative, piano di successione a quattro livelli). 2) L’Iran sta lanciando ondate di economici droni sacrificali per esaurire su scala industriale le batterie Patriot e i sistemi missilistici Thaad. Usare tre Patriot (9,6 milioni di dollari) per abbattere un singolo drone iraniano è insostenibile nel lungo periodo. 3) Caos economico-energetico. Solo nei primi 4 quattro giorni di guerra sono evaporati dai mercati globali 3.200 miliardi di dollari (a oggi il totale s’aggira sui 5 trilioni di dollari, e la stima è prudente). Lo Stretto di Hormuz è chiuso “ai nemici dell’Iran” (quindi non alle navi russe e cinesi), bloccando almeno il 20% del fabbisogno petrolifero mondiale. L’intera produzione di gas naturale liquefatto del Qatar è ferma, e il secondo giacimento petrolifero dell’Iraq è stato chiuso. Colpendo non solo le basi militari statunitensi, ma anche gli interessi economici nel GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo, organizzazione che riunisce Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman), l’Iran ha innescato una bomba a orologeria contro il petrodollaro, facendo contenta la Cina. La fragilità strutturale del GCC, il cui modello di business si regge interamente sul petrodollaro in cambio della protezione militare americana, è emersa in tutta la sua evidenza già nei primissimi giorni del conflitto. Fra le prove più tangibili le bombe su Dubai e la distruzione del radar AN/FPS-132 (valore: 1,1 miliardi di dollari) nella base aerea di Al Udeid in Qatar. 4) Il ruolo della Russia. Il corridoio aereo Astrakhan-Teheran rifornisce l’Iran di componenti per sistemi di difesa aerea, moduli radar, sistemi idraulici per lanciatori di missili e sistemi di guerra elettronica avanzata (il Krasukha-4IR) in grado di disturbare i radar dei droni statunitensi. Parte del carico arriva anche tramite il Caspio. A breve l’Iran dispiegherà batterie di missili terra-aria S-400 a lungo raggio con cui controllerà fino al 70% del proprio spazio aereo. 5) Il ruolo ambiguo della Turchia. La Turchia è un paese Nato, ma due mesi fa il Mit (l’intelligence turca) ha avvertito i Pasdaran di movimenti di milizie curde al confine iracheno-iraniano. 6) Il gasdotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan, che trasporta greggio azero dal Caspio al Mediterraneo) è un potenziale obiettivo iraniano, insieme al gasdotto saudita Est-Ovest e alle piattaforme offshore irachene da 3,5 milioni di barili al giorno. L’obiettivo finale dell’Iran, conclude la rivista, è espandere il conflitto e prolungarlo in modo da rendere lo stress economico-politico insostenibile per gli Usa e i suoi alleati, puntando alla fine del petrodollaro per aprire al petroyuan o a un paniere di valute BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e paesi associati). “Scaccomatto”, ricorda la rivista, viene dal persiano Shah Mat: il re è impotente. In effetti, Trump sta già rinculando. Ve l’avevo detto che la propaganda russa è interessante. L'articolo La strategia in Iran? È interessante vedere come la pensano al Cremlino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Blog
Mondo
Russia
Il nucleare di Dimona: perché l’arsenale segreto di Israele spaventa l’Aiea più di quello iraniano
di Serena Poli Nell’esatto momento in cui un missile iraniano ha colpito a venticinque chilometri dal Negev Nuclear Research Center di Dimona, di colpo la realtà ha squarciato tutte le narrazioni occidentali, a partire dal grottesco doppio standard sui crimini di guerra. Oggi sentiamo Netanyahu blaterare di diritto internazionale e denunciare come crimini i contrattacchi iraniani, dopo aver raso al suolo ospedali, scuole, case e persino tendopoli a Gaza. Eppure, secondo lo stesso diritto internazionale, un Paese aggredito come l’Iran ha il pieno diritto di difendersi. Nel frattempo Israele sta esportando il “modello Gaza” anche in Libano: una distruzione sistematica di cui i vertici israeliani arrivano persino a vantarsi pubblicamente. Ma le narrazioni propagandistiche che stanno cadendo sono anche altre. La sera del 21 marzo, l’IAEA (International Atomic Energy Agency) esprime in un post sul social “X” preoccupazione per i missili nelle vicinanze di Dimona: è una confessione senza precedenti. Perché l’IAEA non ha mai emesso comunicati di allarme quando Israele colpiva i centri di ricerca iraniani? Ecco la prima confessione: perché sanno che lì non c’è l’atomica, sanno che il pericolo del nucleare iraniano è un’emergenza mediatica costruita a tavolino per giustificare la guerra. Al contrario, seconda confessione, tremano per Dimona perché sanno perfettamente cosa c’è sepolto lì sotto: una polveriera atomica non dichiarata. Il punto non è scoprire il ‘segreto di Pulcinella’ dell’arsenale israeliano, ma registrare il panico dell’IAEA per i missili iraniani. Il terrore di Rafael Grossi è dato dalla differenza tra il nucleare iraniano e quello di Dimona, che è la stessa che passa tra un sacco di polvere da sparo sparsa in un cortile e una granata con la spoletta già tolta. In Iran si arricchisce uranio, un processo lento e monitorato di cui non è mai stata provata una finalità militare attiva. A Dimona si produce plutonio: ne basta una sfera grande quanto un’arancia per cancellare una metropoli. Mentre si scatena una guerra col pretesto che l’Iran possa un giorno costruire l’atomica, Israele possiede la Bomba H, una tecnologia mille volte più devastante. Ecco perché l’IAEA non lancia allarmi per i siti iraniani ma per Dimona: sanno che colpire lì non significa danneggiare una fabbrica, ma innescare un’apocalisse. Nello scenario peggiore, un impatto diretto rischierebbe per onda d’urto di far esplodere l’intero arsenale di testate stoccate nel sito: una reazione a catena che libererebbe una nube letale su tutto il Medio Oriente, rendendo inabitabile l’intera regione per secoli. Il terrore per questo scenario è reso evidente dall’invito dell’IAEA ad “osservare la massima moderazione militare, in particolare nelle vicinanze degli impianti nucleari”. Ma esiste anche un aspetto connesso alla verità legale e alle conseguenze fatali per Israele se questa dovesse emergere. Il silenzio internazionale è infatti necessario per aggirare gli emendamenti Symington e Glenn, leggi americane nate negli anni 70 proprio per proibire aiuti economici e militari ai Paesi che sviluppano armi nucleari fuori dai trattati. Riconoscere ufficialmente l’esistenza dell’arsenale nucleare di Dimona costringerebbe gli Stati Uniti ad applicare le proprie leggi e tagliare quegli aiuti miliardari che tengono in piedi lo stato di Israele, in particolar modo il suo apparato di difesa interamente finanziato dai contribuenti americani. Qui il pensiero corre a JFK, l’ultimo presidente americano che pretese ispezioni vere e sistematiche su Dimona, scontrandosi con i sotterfugi di Ben Gurion. La ‘massima moderazione’ di Grossi non è solo un appello alla cautela, ma il timore che la realtà rompa il lessico dell’ambiguità che tiene tutto in piedi. Il nucleare iraniano è un problema creato a tavolino; quello israeliano è la reale emergenza, sia a livello di sicurezza dell’intera regione (e non solo), sia per l’enormità di un malaffare che si protrae, nel silenzio, da decenni. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Il nucleare di Dimona: perché l’arsenale segreto di Israele spaventa l’Aiea più di quello iraniano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Israele
Blog
Mondo
Nucleare Iran