I colloqui tra Stati Uniti e Iran rischiano di fallire prima ancora di
cominciare. Washington, secondo fonti statunitensi ad Axios, avrebbe infatti
respinto le ultime richieste di Teheran, facendo saltare l’incontro previsto per
venerdì tra l’inviato Usa, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano,
Abbas Araghchi. E a rendere ancora più teso il clima sono le parole di Donald
Trump che avverte la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei: “Direi
che dovrebbe essere molto preoccupato“, ha detto il presidente Usa in
un’intervista a Nbc News.
I negoziati, nati per scongiurare un nuovo attacco americano contro il regime,
sono pertanto in bilico. “Il divario tra le parti è troppo ampio e non può
essere colmato”, ha spiegato un funzionario israeliano a Ynet, al termine di una
giornata di incertezze sul formato dei colloqui, sui temi da affrontare, perfino
sulla sede dell’incontro. I colloqui però non sarebbero ancora definitivamente
saltati. Stando a fonti americane di Axios e Channel 12, Witkoff e il genero di
Trump, Jared Kushner, dovrebbero recarsi giovedì in Qatar, al termine della
tappa di Abu Dhabi per la crisi ucraina, proprio per discutere della situazione
con l’Iran. E poi rientrare a Miami senza proseguire per l’Oman dove avrebbero
dovuto incontrare gli emissari di Teheran. Tuttavia, hanno sottolineato i
funzionari statunitensi, “se gli iraniani sono disposti a tornare al formato
originale, gli Stati Uniti sono pronti a incontrarsi già questa settimana o la
prossima”.
Dopo un mese di minacce da parte di Trump, che prima ha intimato agli ayatollah
di cessare la repressione violenta delle proteste e poi ha spostato il focus sul
dossier nucleare iraniano, sembrava che i colloqui dovessero tenersi
inizialmente venerdì a Istanbul con la partecipazione di altri Paesi arabi e
musulmani. Teheran aveva poi chiesto di spostarli in Oman e le agenzie iraniane
avevano dato per certo il trasferimento dell’incontro a Muscat, mentre dagli
Stati Uniti non era giunta alcuna conferma. “Pensavamo di aver stabilito un
formato che era stato approvato in Turchia. Era creato da diversi partner che
intendevano prendervi parte. Poi ho visto che gli iraniani non erano d’accordo”,
ha spiegato il segretario di Stato Marco Rubio in conferenza stampa a
Washington, aggiungendo che la questione della sede era “ancora in via di
discussione”. “Se gli iraniani vogliono incontrarci, siamo pronti”, aveva quindi
ribadito.
Ma, al di là della sede dei colloqui, ad accrescere le distanze tra le
rispettive posizioni sarebbe stata soprattutto l’agenda sul tavolo. L’Iran aveva
chiesto che i negoziati fossero esclusivamente bilaterali – senza la presenza di
Paesi terzi – e si limitassero al solo dossier nucleare e delle scorte di uranio
arricchito di cui dispone, mentre gli Stati Uniti hanno insistito per mettere
sul tavolo anche il programma dei missili balistici e il finanziamento delle
milizie filo-iraniane nella regione, da Hezbollah alla Jihad islamica
palestinese fino agli Houthi yemeniti. “Affinché i colloqui con l’Iran portino a
qualcosa di significativo, dovrebbero includere certi elementi, a cominciare
dalla discussione sui suoi missili balistici, il suo sostegno alle
organizzazioni terroristiche nella regione, il programma nucleare e il
trattamento riservato alla sua popolazione”, ha ribadito Rubio ricevendo il no
della Repubblica islamica: “La questione principale è la questione nucleare
iraniana – ha fatto sapere il regime – e una delle richieste più importanti
dell’Iran è la revoca delle sanzioni statunitensi”.
L'articolo In bilico i negoziati Usa-Iran, saltano i colloqui di venerdì. Trump:
“Khamenei dovrebbe essere molto preoccupato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Un tiranno e un traditore del popolo spagnolo”. Così Elon Musk ha definito il
primo ministro spagnolo Sanchez, dopo che quest’ultimo aveva annunciato la nuova
legge che sbarrerà l’accesso ai social ai minori di sedici anni. Il premier
aveva anticipato le caratteristiche di questa iniziativa durante il suo
intervento al World Government Summit di Dubai, definendo i canali social “uno
Stato fallito, in cui le leggi vengono ignorate e i reati tollerati”. Aveva poi
menzionato lo stesso Musk che aveva criticato la nuova norma mirata a
regolarizzare un certo numero di migranti in Spagna.
Il multimiliardario non ha fatto attendere la sua replica e sul social X di sua
proprietà ha lanciato i suoi improperi su “dirty Sanchez”. Thomas Regnier,
portavoce della Commissione europea per la sovranità tecnologica è intervenuto:
“Apprezziamo sempre il rispetto, anche se si tratta di un contesto online, anche
se si tratta di un post sui social media. È così che lavoriamo. È così che
funziona l’Europa, la Commissione europea. Detto questo, è possibile collaborare
con una piattaforma come X? Sì, speriamo che sia possibile collaborare con una
piattaforma come X”.
Ma Regnier ha aggiunto: “Gli amministratori delegati possono essere ritenuti
responsabili in via generale di ciò che accade sulle loro piattaforme? È un
dibattito che dura da anni, sia all’interno della Commissione che con gli Stati
membri, ed è stato presente anche durante i negoziati sul DSA (Digital Service
Act), in relazione all’esenzione da responsabilità: un amministratore delegato è
responsabile di ciò che pubblica online? Io, in quanto amministratore delegato,
sono responsabile di ciò che pubblica online? È molto complicato”. Si intravede,
dunque, lo scarso entusiasmo di Bruxelles per la posizione netta presa dalla
Spagna.
Certamente più vigorosa la presa di posizione di Madrid in difesa del suo
leader. Felix Bolanos, ministro della Presidenza e della Giustizia spagnolo ha
rilanciato il concetto di tecno-casta già usato da Sanchex nel 2025 per indicare
il pericolo che arriva dalla Silicon Valley per le democrazie europee: “Per
molti anni abbiamo visto come i miliardari ingrassassero i loro servitori
politici affinché potessero realizzare programmi per ridurre i diritti , per
attaccare la convivenza, per attaccare la democrazia. Ora hanno fatto un passo
avanti, e questa tecno-casta, questi predatori di tutti, ora partecipano
direttamente alla politica, entrano nel dibattito pubblico e minacciano il
nostro rispetto, la nostra convivenza, i nostri diritti, la nostra democrazia”.
Per Bolanos “il dilemma è chiaro: o mille miliardari che minacciano la
democrazia, i valori e lo Stato sociale, o politici progressisti e coraggiosi
come Sanchez, che tengono testa difendendo ciò che è di tutti”. Il braccio di
ferro tra Madrid e Musk è in corso. Il governo spagnolo intende approvare la
prossima settimana il progetto di legge che introdurrà la responsabilità penale
per i responsabili delle piattaforme digitali.
L'articolo Musk definisce Sanchez “un tiranno” e Madrid si indigna rilanciando
il pericolo della tecno-casta. L’Ue resta tiepida proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sei attivisti di Palestine Action sono stati assolti per l’irruzione nella sede
britannica dell’azienda di difesa israeliana Elbit Systems compiuta a Bristol
durante le prime ore del 6 agosto 2024. A stabilirlo la Woolwich Crown Court in
quella che rappresenta una storica vittoria legale per il gruppo pro-pal messo
al bando come “organizzazione terroristica” dal governo laburista di Keir
Starmer. Nei mesi scorsi sono stati moltissimi gli arresti dei manifestanti che
protestavano contro la messa al bando dell’organizzazione.
La giuria non ha ritenuto gli imputati colpevoli delle accuse per cui erano
finiti di fronte alla giustizia, tra cui furto con scasso aggravato e
danneggiamento, nell’azione di protesta contro i locali della società di
armamenti. Il movimento ha sempre denunciato la società Elbit Systems per la
produzione di armi da destinare all’esercito israeliano, versione sempre
smentita dalla società.
Gli attivisti, Charlotte Head, Samuel Corner, Leona Kamio, Fatema Rajwani, Zoe
Rogers e Jordan Devlin, dopo il verdetto, si sono abbracciati sul banco degli
imputati mentre alcuni dei loro sostenitori applaudivano dal pubblico. Un
portavoce di Defender Our Juries, gruppo che chiede la revoca della messa al
bando di Palestine Action, ha dichiarato: “Questi verdetti smontano le accuse
ingannevoli del governo secondo cui questi coraggiosi attivisti sarebbero
‘criminali violenti“.
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L'articolo Assolti in Gb gli attivisti Pro-Pal di Palestine Action: avevano
fatto irruzione in un’azienda di difesa israeliana proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’attrice spagnola Elisa Mouliàa ha annunciato il ritiro della propria
costituzione di parte civile nel procedimento giudiziario avviato nel 2024
contro Íñigo Errejón, ex fondatore di Podemos ed ex deputato di Más Madrid,
accusato di presunta aggressione sessuale. La decisione è stata comunicata
direttamente dall’attrice attraverso un messaggio pubblicato sul social X, nel
quale chiarisce che si tratta di una scelta “libera, cosciente e irrevocabile”,
motivata esclusivamente da “ragioni strettamente personali e di salute”.
Mouliàa ha tenuto a precisare che il suo passo indietro non equivale a una
ritrattazione delle accuse. “Non significa che quanto denunciato non sia vero”,
ha scritto, sottolineando come la decisione sia legata all’impossibilità di
sostenere ulteriormente, da sola, il peso del procedimento giudiziario. “Nessuno
dovrebbe affrontare da sola un peso simile”, ha aggiunto, deplorando il fatto
che nessun’altra presunta vittima abbia deciso di farsi avanti, lasciandola
isolata nel portare avanti l’azione.
Nel suo messaggio, l’attrice ha espresso comunque fiducia nel lavoro della
magistratura, affermando che l’iter giudiziario potrà proseguire anche senza la
sua partecipazione diretta. “Se la giustizia andrà avanti, lo farà senza la mia
partecipazione”, ha scritto, ribadendo di non essere motivata né da interessi
economici né dal desiderio di visibilità. “Non fuggo, termino la mia parte. La
verità cammina da sola”, conclude il messaggio. La denuncia di Elisa Mouliàa
risale al 2024 e riguarda episodi di presunta aggressione sessuale che si
sarebbero verificati tra il 2021 e il 2022. L’attrice aveva spiegato di non aver
sporto denuncia in precedenza “per paura e per il potere che rappresentava”
Errejón, figura di primo piano della sinistra spagnola in quegli anni.
Sul piano giudiziario, la Procura aveva ritenuto attendibile il racconto dei
fatti, mentre il giudice istruttore aveva individuato sufficienti indizi per il
rinvio a giudizio dell’ex parlamentare. A seguito dell’esplosione del caso e
delle accuse rese pubbliche, Íñigo Errejón si era dimesso da ogni incarico
istituzionale e politico, abbandonando di fatto la scena politica.
Il caso aveva portato alla raccolta di testimonianze anonime da parte della
giornalista Cristina Fallaràs. Si parlava di comportamenti maschilisti e
vessatori di “un politico molto noto”, definito “un maltrattatore psicologico”,
“un mostro”, che passa dalla gentilezza dei primi incontri all’insolenza, al
gaslighting, alle pratiche sessuali umilianti, alla relazione tossica. In
un’intervista alla tv pubblica Fallaràs aveva riferito che dopo quel primo
racconto le erano arrivate almeno altre 11 testimonianze simili, ma nessuna è
poi diventata una denuncia.
L'articolo Caso Errejón, Elisa Mouliàa esce dal processo: “Nessuno dovrebbe
reggere un peso simile da sola” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti dispiega i suoi primi effetti visibili
sul modo in cui l’amministrazione Trump si interfacia con la città di
Minneapolis e il Minnesota. Tom Homan, lo ‘zar dei confini’ inviato da Donald
Trump nello Stato, ha annunciato che 700 agenti federali per l’immigrazione
lasceranno “immediatamente” la città. Il gruppo in partenza, riferisce il
Washington Post, include agenti e funzionari dell’Immigration and Customs
Enforcement (ICE) e della Customs and Border Protection (CBP). Il ritiro riduce
la presenza federale da circa 3.000 agenti a 2.300, una diminuzione
significativa ma il loro numero resta comunque molto superiore agli 80 presenti
nell’area di Minneapolis prima dell’inizio dell’Operazione Metro Surge il 1°
dicembre. “Vogliamo rendere la nostra operazione più efficiente e intelligente –
ha detto -. Non ci stiamo arrendendo”.
Nella seconda conferenza stampa dal suo arrivo, la scorsa settimana, nella città
precipitata nel caos dall’avvio delle operazioni anti-immigrati, Homan ha
affermato che il ritiro è stato reso possibile da una maggiore “collaborazione”
con le autorità carcerarie del Minnesota. “Questo ha reso disponibili più agenti
per arrestare e rimuovere i criminali stranieri, più agenti che prendono in
custodia i criminali stranieri direttamente dalle prigioni, e significa che vi
saranno meno agenti sulle strade a condurre operazioni”. Il ritiro avrà “effetto
immediato”, senza precisare se interesserà solo Minneapolis o tutto il
Minnesota.
Una cosa è certa, ha tenuto a mettere in chiaro l’inviato del tycoon: “Solo
perché si dà la priorità alle minacce alla sicurezza pubblica non significa che
noi ci dimentichiamo degli altri”, ha detto Homan ribadendo che, per quanto il
target delle deportazioni di massa siano i cosiddetti “stranieri criminali”,
anche altri immigrati senza documenti, con nessun precedente penale, potranno
essere arrestati.
Homan “non partirà”, ha aggiunto, fino a quando “tutto non sarà completato”,
intendendo l’operazione anti-immigrati avviata nei mesi scorsi. “Dobbiamo
ricordare che abbiamo agenti federali incaricati dell’inchiesta sulle frodi, non
si muoveranno, finiranno il loro lavoro”, ha poi aggiunto, riferendosi
all’indagine sulle frodi a carico del sistema del welfare, per il quale sono
stati incriminati in maggioranza cittadini di origine somala, usata dalla Casa
Bianca per giustificare l’operazione in Minnesota.
L'articolo Minneapolis, l’annuncio dello “zar dei confini” Homan: Trump ritira
700 agenti federali di Ice e Border Patrol proviene da Il Fatto Quotidiano.
Negli anni ’90 le due principali banche svizzere avevano pagato oltre un
miliardo di dollari di risarcimenti alle vittime dell’Olocausto per chiudere la
vertenza sui fondi in giacenza di superstiti o di discendenti delle vittime. Ma
un’inchiesta condotta da una commissione del Senato degli Stati Uniti ha
rivelato che Credit Suisse avrebbe nascosto informazioni rilevanti durante le
precedenti indagini su conti appartenuti a nazisti o a collaboratori del Terzo
Reich. Decine di migliaia di documenti recentemente scoperti forniscono nuove
prove di titolari di conti fino ad oggi sconosciuti o solo parzialmente
identificati, inclusi elementi centrali dell’apparato economico agli ordini di
Adolf Hitler. Sono quasi 900.
Tra i documenti più significativi figura una cosiddetta “lista nera americana”,
un archivio di clienti contrassegnati come finanziatori o commercianti con i
nazisti. La commissione ha sottolineato che Credit Suisse non aveva rivelato
l’esistenza di questi conti durante le verifiche degli anni ’90, quelle che
portarono all’accordo miliardario con i sopravvissuti. Al centro del caso c’è
Neil Barofsky, ex procuratore americano nominato mediatore presso Credit Suisse
nel 2021. Barofsky era stato rimosso nel 2022 dopo che la banca, secondo quanto
ricostruito dalla commissione, avrebbe fatto pressione affinché limitasse la sua
indagine. Reintegrato nel 2023 dopo l’acquisizione di Credit Suisse da parte di
UBS, Barofsky e il suo team hanno identificato archivi che hanno permesso di
ricostruire altri conti legati ai nazisti, tra cui un conto intestato a
ufficiali di alto rango delle SS e un intermediario svizzero usato per
movimentare beni saccheggiati.
Secondo quanto riportato i dal Wall Street Journal, Barofsky ha dichiarato che
Credit Suisse “non ha sempre condiviso le informazioni in suo possesso”, ma ha
anche sottolineato che il suo team ha lavorato a stretto contatto con la banca
per assicurarsi che tutti i documenti rilevanti venissero inclusi nell’indagine.
UBS, dal canto suo, ha espresso profondo rammarico per questo capitolo oscuro
della storia bancaria svizzera e si è detta impegnata a fornire piena
collaborazione per chiarire le responsabilità e ricostruire la rete dei conti
legati al nazismo.
I numeri emersi parlano chiaro: 890 conti finora sconosciuti sono stati
identificati presso Credit Suisse, collegati a strutture centrali dello Stato
nazista, all’apparato economico delle SS e ad aziende impegnate nella produzione
di armamenti. Non si tratta quindi di singoli funzionari minori, ma di nodi
finanziari strategici che hanno accompagnato direttamente l’economia del Terzo
Reich. Alcuni documenti indicano persino connessioni con le ratlines, i canali
utilizzati dai gerarchi nazisti per fuggire in Sud America dopo la guerra,
intrecciando logistica, documenti e finanza in un sistema mai del tutto
esplorato.
Queste nuove rivelazioni sollevano interrogativi sulla completezza dell’accordo
miliardario del 1998, che all’epoca fu presentato come una chiusura definitiva
delle rivendicazioni. I documenti recentemente emersi mostrano infatti che una
parte dei conti non era mai stata comunicata alle commissioni d’inchiesta,
lasciando aperta la possibilità di ulteriori responsabilità e insabbiamenti. Le
audizioni in Senato hanno messo in luce anche i nodi istituzionali della
vicenda. Il repubblicano Chuck Grassley ha guidato la discussione sui conti
sconosciuti, evidenziando come il denaro sottratto alle famiglie ebree sia stato
riorientato verso soggetti legati al regime nazista. Non si tratta dunque di un
passato lontano e marginale, ma di una rete finanziaria attiva e strutturata,
che ha funzionato negli anni della guerra e nel dopoguerra immediato.
L'articolo Credit Suisse e gli 890 conti nazisti “sconosciuti”, la commissione
del Senato Usa: “Era denaro sottratto agli ebrei” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il tribunale di Budapest ha condannato a 8 anni di carcere l’attivista tedesca
Maja T. per il suo coinvolgimento, come membro di un’associazione criminale
definita Hammerbande (la banda del martello), in alcune aggressioni ai danni di
membri della scena neonazista ungherese. L’accusa alla 25enne, che si definisce
non binaria, era di tentata lesione personale grave e partecipazione a
un’associazione criminale. Tra il 9 e l’11 febbraio 2023, una ventina di
presunti militanti di estrema sinistra, tra cui Maja T., avrebbe aggredito
persone che avevano preso parte al cosiddetto Giorno dell’Onore, un raduno
annuale commemorativo delle SS tollerato dalle autorità locali. L’attacco
sarebbe stato sferrato in cinque punti di Budapest con l’uso di martelli in
gomma, telescopi e spray al peperoncino. Il bilancio era stato di 9 feriti,
alcuni dei quali avevano riportato ferite gravi. Nello stesso contesto era stata
arrestata l’italiana Ilaria Salis, poi eletta al Parlamento europeo e quindi
coperta dall’immunità.
La procura aveva chiesto 24 anni di carcere per la cittadina tedesca, ma la
difesa aveva respinto le accuse e contestato l’impianto probatorio, ritenuto
carente e problematico. L’impianto accusatorio ruoterebbe attorno a immagini
dell’imputata sullo stesso autobus di una successiva vittima. Il ruolo di Maja
T., secondo l’accusa, si è limitato a un’attività di ricognizione sulle persone
poi aggredite.
Maja T. era stata arrestata a Berlino nel dicembre 2023 e estradata in Ungheria
nel giugno 2024. La Corte Costituzionale tedesca aveva giudicato successivamente
illegittima l’estradizione. Politici di Linke, Verdi e Spd avevano chiesto il
suo ritorno in Germania. Per queste ragioni la difesa aveva definito illegittima
l’estradizione anche alla luce delle condizioni di detenzione e della situazione
dello Stato di diritto nel Paese. A ciò si aggiunge il fatto che Maja T. è
appunto non binaria e le politiche ungheresi in materia sono fortemente
repressive. In segno di protesta contro le condizioni carcerarie, Maja T. ha
intrapreso periodi di sciopero della fame, denunciando isolamento,
videosorveglianza continua e infestazioni di insetti. Le autorità ungheresi
respingono tutte le accuse.
Se la difesa presenterà ricorso, Maja T. rimarrà probabilmente in custodia
cautelare in Ungheria. In caso di conferma della condanna, la pena potrebbe
essere scontata in Germania secondo la legge tedesca e gli accordi
internazionali, previo accordo tra gli Stati coinvolti. Intanto Johann G., il
presunto leader della Hammerbande che avrebbe pianificato gli attacchi a
Budapest, è sotto processo con altri membri del gruppo presso le Corti superiori
di Dresda e Duesseldorf, sia per le violenze ungheresi sia per altri episodi
avvenuti in Germania.
L'articolo Condannata a 8 anni di carcere in Ungheria l’attivista tedesca Maja
T.. Era stata arrestata con Ilaria Salis proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nonostante Donald Trump si fosse speso personalmente, sono stati i democratici a
vincere le recenti elezioni suppletive in Texas, storica roccaforte
repubblicana. Non ha funzionato nemmeno il trucco di ridisegnare i collegi
elettorali. Anzi, pare proprio che i repubblicani “si siano dati la zappa sui
piedi”, spiega Mario Del Pero, docente di Storia degli Stati Uniti alla Sciences
Po di Parigi e autori di “Buio Americano – Gli Stati Uniti e il mondo nell’era
Trump” (il Mulino). Il rischio per Trump e i suoi è quello di aver fatto male i
conti, di aver avvantaggiato l’avversario ridisegnando i collegi in vista delle
prossime elezioni di medio termine. Il rischio per gli Stati Uniti? Se Trump
uscisse sconfitto dal voto di novembre, “quello di un golpe è concreto”,
risponde Del Pero, appena rientrato da un viaggio di lavoro nel Missouri:
“Entrare negli Stati Uniti? Mai stato così preoccupato”.
L'articolo Trump, e adesso? Gli Usa e il rischio golpe. La diretta con Mario Del
Pero e Franz Baraggino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ad Abu Dhabi, negli Emirati arabi, è iniziato il nuovo round di negoziati tra
Ucraina, Russia e Usa. Ne ha dato notizia su X Rustem Umerov, segretario del
Consiglio di Sicurezza nazionale e Difesa di Kiev, precisando che “il processo
negoziale è iniziato in formato trilaterale“, ovvero con i rappresentanti delle
tre delegazioni riuniti nella stessa stanza. “Poi – ha aggiunto – il lavoro in
gruppi separati” su temi specifici.
Le questioni principali sul tavolo restano due: i territori che Mosca ha
conquistato quasi per intero sul campo di battaglia e che vorrebbe fossero
riconosciuti come suoi nella loro totalità e la presenza di truppe occidentali
in territorio ucraino dopo la firma di un eventuale cessate il fuoco, cosa che
Mosca non accetta. “Fin quando il regime di Kiev non avrà preso le decisioni
appropriate, proseguirà l’operazione militare speciale”, ha detto il portavoce
del Cremlino, Dmitri Peskov.
Kiev cercherà di comprendere le “vere intenzioni” di Mosca e Washington, ha
detto il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi,
sottolineando che i colloqui nella capitale degli Emirati si concentreranno
principalmente su questioni militari e politico-militari. Secondo il portavoce,
i massicci attacchi della Russia contro le infrastrutture energetiche
dell’Ucraina ostacolano il buon esito dei negoziati.
Lunedì Zelensky aveva incontrato il team dei negoziatori del quale oltre a
Umerov fanno parte Kyrylo Budanov, Sergiy Kyslytsya, Andrii Hnatov e Oleksandr
Bevz. Se quel giorno il presidente aveva detto che “l’Ucraina è pronta a
compiere passi concreti”, parole interpretate da molti come un’apertura verso
possibili concessioni, dopo i bombardamenti russi sembra aver arroccato la
propria posizione. I russi, ha detto martedì, “hanno infranto la promessa” fatta
a Donald Trump “di astenersi dagli attacchi contro l’energia e le infrastrutture
durante le riunioni dei nostri team negoziali”. I russi, ha aggiunto,
“continuano a scommettere sulla guerra e sulla distruzione dell’Ucraina, e non
prendono sul serio la diplomazia. Il lavoro del nostro team negoziale verrà
adattato di conseguenza“.
Nel frattempo i bombardamenti non si fermano. Nel mirino dei russi è tornata
Odessa, nuovamente attaccata da raid che hanno causato danni alle infrastrutture
civili e industriali. Missili russi hanno colpito per la seconda notte
consecutiva anche Kharkiv e due persone sono state uccise in un attacco di droni
nella regione di Dnipropetrovsk.
L'articolo Ucraina, iniziato ad Abu Dhabi il nuovo round di negoziati con Russia
e Usa. Mosca: “Attaccheremo finché Kiev non prenderà le decisioni giuste”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
La guerra ibrida in corso da anni tra Mosca e l’Occidente si sposta nello
spazio. Due veicoli orbitali russi avrebbero intercettato per anni le
comunicazioni di almeno una dozzina di satelliti chiave nel continente. Lo hanno
riferito alcuni funzionari della sicurezza europea al Financial Times,
segnalando che le probabili intercettazioni, mai segnalate in precedenza,
rischino non solo di compromettere informazioni sensibili trasmesse dai
satelliti, ma potrebbero anche consentire a Mosca di manipolarne le traiettorie
o addirittura di farli schiantare.
Secondo il quotidiano londinese, le manovre dei satelliti russi si inseriscono
in un quadro più ampio di intensificazione della cosiddetta guerra ibrida di
Mosca contro l’Occidente. Il timore è ora che il Cremlino stia estendendo tali
attività anche allo spazio. La Russia disporrebbe tra l’altro di uno dei sistemi
di spionaggio spaziale più avanzati e avrebbe mostrato una maggiore propensione
a utilizzarlo in modo aggressivo.
“Le reti satellitari sono il tallone d’Achille delle società moderne. Chiunque
le attacchi può paralizzare intere nazioni”, ha dichiarato al Financial Times il
ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius, sottolineando che “le attività
russe rappresentano una minaccia fondamentale per tutti noi, soprattutto nello
spazio”. I satelliti europei avvicinati dai veicoli russi sospettati, Luch-1 e
Luch-2, sono utilizzati principalmente per scopi civili, come le comunicazioni
televisive, ma trasportano anche dati governativi sensibili e alcune
comunicazioni militari.
Secondo il capo del comando spaziale dell’esercito tedesco, Michael Traut, i
satelliti russi avrebbero intercettato tra l’altro il “collegamento di comando“,
ossia il canale che consente ai controllori di terra di inviare istruzioni ai
satelliti per le correzioni orbitali. Gli analisti ritengono che, con dati di
questo tipo, un attore ostile potrebbe tentare di imitare gli operatori
terrestri, inviando comandi falsi per alterare le traiettorie o disallineare i
satelliti, fino a renderli inutilizzabili.
Il Financial Times sottolinea inoltre che molti satelliti europei più datati non
dispongono di sistemi di crittografia avanzati. Secondo i dati di società
specializzate nel tracciamento orbitale, Luch-2 avrebbe avvicinato almeno 17
satelliti geostazionari europei dal suo lancio nel 2023, concentrandosi su
operatori con sede in Paesi della Nato. Parallelamente, Mosca avrebbe lanciato
nuovi satelliti di ricognizione con capacità simili, mentre Luch-1 potrebbe non
essere più operativo dopo un’anomalia osservata a fine gennaio, con possibile
“frammentazione” del veicolo.
L'articolo Financial Times: “Due veicoli spaziali russi hanno spiato le
comunicazioni di una dozzina di satelliti Ue” proviene da Il Fatto Quotidiano.