“Forse non sono un canonico cervello in fuga, ma in Italia non penso di
tornare”. Mattia Garau ha 44 anni e da quasi dieci vive a Bonn, nella Germania
occidentale. A portarlo lontano da Villa Bartolomea, il comune in provincia di
Verona dove è nato, è stato prima di tutto l’amore. “Mia moglie è tedesca, e nel
2016, dopo una storia a distanza, ho deciso di trasferirmi da lei. All’inizio
l’ho presa come una lunga vacanza, sono psicologo e potevo continuare a lavorare
online – racconta a ilfattoquotidiano.it – ma piano piano ho deciso di rimanere,
per quanto appena arrivato non parlassi neanche una parola di tedesco”. Per
impararlo Mattia si affida ai corsi messi a disposizione dal Ministero regionale
per la famiglia e integrazione, che spiega essere pensati “per persone che hanno
una realtà migratoria alle spalle europea o extraeuropea che sia. Quando ho
iniziato, con me c’erano molte persone provenienti dalla Siria, ad esempio. Ma
anche da Iran, Nordafrica, Ucraina o Sudamerica, e questa varietà di origini la
si vede e sente tutti i giorni per le strade di Bonn, dove opera tra l’altro una
sede delle Nazioni Unite”.
Imparare la lingua, per Mattia, non è solo questione di comunicazione: per
esercitare come psicoterapeuta ha bisogno di una certificazione B2. Prima,
mentre consolida le competenze linguistiche, lavora come assistente a domicilio
per aiutare nella vita autonoma le persone con disabilità. Ed è proprio mentre è
impiegato come lavoratore dipendente che la famiglia si allarga e arriva la
prima figlia, un momento di gioia che mette in luce le differenze tra Italia e
Germania. “In Italia la paternità, ad oggi, è di circa due settimane. Noi
abbiamo avuto a disposizione 14 mesi da dividerci, con la possibilità di
usufruirne anche sotto forma di part-time, lavorando la mattina e venendo
coperti economicamente nel pomeriggio”, spiega ripercorrendo i primi mesi di
vita delle due figlie, gestiti senza problemi pur in assenza delle famiglie di
origine. Dopo c’è stata la possibilità di inserire le bambine in un Tagesmutter,
una sorta di asilo domiciliare a ore, in attesa di un posto nella scuola
dell’infanzia.
E man mano che le figlie crescono la sensazione sempre più forte è quella di un
paese a misura di famiglie. “Non si tratta solo di congedi familiari o assegni,
anche la presenza di infrastrutture è rilevante. È vero, ci sono problemi,”
ammette riferendosi ad esempio alle ferrovie non così efficienti, “ma a poche
centinaia di metri da casa abbiano tutti i servizi che ci servono, e anche di
più. Penso – precisa – alla piscina o al parco giochi. Lo stesso cortile della
scuola elementare, quando questa è chiusa, diventa un parchetto per i bimbi”.
Quel che emerge dal racconto di Mattia è una Paese che pensa alle famiglie.
“Un’altra componente importante è quella che riguarda il tempo libero”, spiega
ancora. “Adesso a Bonn inizieranno tre settimane di Festival del Libro, con
occasioni di letture ad alta voce per i bambini piccoli, oppure letture con
discussione per bambini più grandi. Ma sono tante anche le attività per famiglie
pensate nei musei”. In generale, l’offerta culturale è ampia e dà la possibilità
a genitori e piccoli di sapere cosa fare anche nei fine settimana o durante le
vacanze.
In mezzo a tutto questo, ottenuta la certificazione linguistica, Mattia ha avuto
modo di riprendere anche il lavoro di psicoterapeuta, soprattutto coordinandosi
grazie ad altri professionisti italiani emigrati in Germania con cui ha fondato
psicologoitalianogermania.de. “Al momento siamo circa una decina, sparsi quasi
su tutto il territorio tedesco. Abbiamo creato questo network in grado di
fornire servizi di psicoterapia – anche in presenza – in lingua italiana a
connazionali e non,” racconta, spiegando come in un paese così interculturale
abbia avuto modo anche di lavorare con chi non è nato in Italia ma parla la
lingua. “Penso, ad esempio, a persone originarie del Nordafrica che durante il
loro percorso migratorio hanno lavorato anche in Italia: per loro interfacciarsi
con un terapeuta in lingua italiana è più facile che farlo in tedesco”, creando
di fatto un’opportunità in più in un paese dove la salute psichica è considerata
fin dalla più tenera età. “Già all’asilo, se ci sono problemi, gli insegnanti
segnalano alle famiglie la possibilità di farsi seguire. Poi, certo, la scelta è
del singolo, nessuno è obbligato, ma il consiglio arriva”.
In Germania la presenza di italiani – espatriati o figli di immigrati – è
sensibile, tanto che a scuola le figlie hanno la possibilità di frequentare due
ore di italiano a settimana. “Si tratta di corsi istituiti dal Ministero
regionale dell’istruzione, ma valgono per tutte le lingue straniere: se ci sono
famiglie con origini non tedesche possono far richiesta di attivare corsi ad hoc
per i figli, affinché imparino la lingua madre. Ce ne sono di italiano, di
spagnolo, di ucraino, di arabo a seconda delle necessità e delle comunità che lo
richiedono”. Una sorta di ponte tra culture, a cui Mattia e altre famiglie hanno
aggiunto “L’aperitivo Italiano”, un’occasione informale per incontrarsi e far
vivere a loro e ai bambini qualche momento di italianità pur essendo nati e
cresciuti altrove. La mancanza del paese natale, di casa, degli affetti si
sente, ma per Mattia ragioni per tornare indietro non ce ne sono. In questa
Germania a misura di famiglie lui e la sua hanno trovato la loro dimensione.
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L'articolo Psicologo a Bonn. “La Germania è un Paese per famiglie. Qui abbiamo
14 mesi di congedo da dividerci” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Cervelli in Fuga Germania
“Non mi sono mai pentita un momento di essere andata via. In Germania ho trovato
la meritocrazia, in Sicilia se non avevi conoscenze non lavoravi neanche”.
Quando torna con la mente a nove anni fa e alla decisione di abbandonare
l’Italia, Concettina Sbaudo, 38enne, per tutti Ketty, parla con un tono deciso e
assertivo. Ha trovato una nuova casa in una cittadina vicino Düsseldorf, a più
di duemila chilometri dalla sua terra d’origine, la provincia di Siracusa. Tanto
bella quanto incapace di far decollare la sua carriera. “Dopo essermi diplomata
all’alberghiero sono passata da un’azienda all’altra, sempre in maniera
precaria”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Ha lavorato come cameriera e cuoca.
Poi commessa per una grande catena di abbigliamento. “Ero vice-responsabile con
un contratto part-time, ma lavoravo 12 ore al giorno e mi pagavano 900 euro al
mese, metà a rate e metà in nero”.
Una condizione che definisce “disperata”. E da cui aveva provato a scappare, già
prima di prendere un volo di sola andata per la Germania, accarezzando l’idea di
trasferirsi in Inghilterra. “Il mio sogno era andare via – confessa –. Poi ho
conosciuto mio marito Andrea, abbiamo avuto una figlia e trovato lavoro in
Sicilia. Siamo rimasti”. La permanenza, però, è durata poco: “Non eravamo mai a
casa e non guadagnavamo molto”. Ketty ha inviato centinaia di curriculum anche
in Nord Italia ma, dice, “ho ricevuto una sola risposta, negativa, di una
società milanese”. Poi, insieme al marito, hanno fatto le valigie e salutato la
loro isola. “Lui è partito tre mesi prima, poi io l’ho raggiunto con nostra
figlia di 11 mesi”.
I due hanno trovato subito un’occupazione. In un primo periodo, Ketty è stata
impiegata in un’attività che si occupava della consegna di pacchi, poi per
quattro anni in una mensa aziendale. Con l’arrivo del Covid è passata a
un’occupazione serale e, dopo poco tempo, ha optato per il doppio lavoro. “Ho
trovato un annuncio per lavare i piatti e quando mi sono presentata al colloquio
mi hanno detto che cercavano una cuoca. Ho accettato e in meno di un anno mi
hanno proposto una promozione”. Oggi, coordina le cucine di quindici asili nido
per le regioni Ruhr e Düsseldorf. Lui, invece, lavora in un’azienda nel reparto
packaging. In Germania, hanno avuto la possibilità di “iniziare una scalata
gerarchica che in Italia non sarebbe possibile”, spiega Ketty. Nonostante le
iniziali difficoltà linguistiche (“il tedesco è complicato, ci ho messo un po’
di anni a impararlo”), entrambi sono stati accolti in un ambiente positivo:
“Immaginavo il tedesco come una persona fredda e severa. Invece la maggior parte
delle volte sono tutti gentili e comprensivi. In nove anni, solo una persona è
stata orribile con me”, racconta ancora lei.
Un rispetto che si riflette anche nella quotidianità: “Il primo shock culturale
è stato che a nessuno importa chi sei. Puoi anche uscire in pigiama e nessuno ti
guarda e ti giudica. Da siciliana sono rimasta spiazzata, noi siamo abituati a
truccarci anche per buttare l’immondizia perché altrimenti la vicina sparla”,
evidenzia ridendo Ketty. Che poi esalta la grande quantità di parchi giochi per
i bambini, la domenica come giorno totale di riposo (“i supermercati sono
chiusi”) da dedicare alla famiglia e l’autonomia che viene lasciata ai minori.
“Già a sei anni prendono il treno per andare a scuola da soli. In terza
elementare mia figlia è andata in viaggio d’istruzione con pernottamento e senza
cellulare per telefonare. Dalla scuola mi hanno detto: ‘Se ci sono brutte
notizie avvertiamo noi’”.
In Germania, come in tutti i luoghi, ci sono pro e contro. “Qui è tutto iper
burocratico, è l’aspetto più stressante. E a livello sociale sei sola. Conosci
tanta gente, ma non fai mai amicizia come la intendiamo noi: tutti ti parlano,
ti rispettano, ma ognuno pensa alla sua vita – rivela –. C’è molta frenesia e i
ritmi sono assurdi dalla mattina alla sera, ma non soffriamo questa situazione.
Ci siamo integrati bene”. Dell’Italia e della loro Sicilia, Ketty e il marito
non hanno nostalgia: “Quando torniamo, devo dire la verità, è per un certo
obbligo. Non abbiamo mai sentito la mancanza della nostra terra. Da quando vivo
all’estero, la mia paura più grande è sempre stata ricevere una brutta chiamata
che riguardasse la famiglia”.
Essere italiani, e lei lo sa bene, all’estero rimane quasi un passepartout:
“Siamo ben visti e abbiamo una marcia in più. Ma in Germania sono riuscita a non
sentirmi in difetto. In quanto persona, donna, professionista. Ai colloqui in
Italia, la prima domanda che mi facevano era se fossi sposata – ricorda con
amarezza –. Diversi anni fa, dopo essermi diplomata, la situazione era orribile:
ho subito stalking e mobbing”. Adesso il quadro sta pian piano cambiando, ma c’è
ancora molta strada da percorrere. “Qui però ho una certezza – chiosa Ketty
riferendosi alla sua vita nella regione della Ruhr –. Ciò che mi rende felice
non sono tanto le cifre che riesco a guadagnare (il quadruplo rispetto
all’Italia), ma la consapevolezza che i miei superiori mi incitano a dare il
meglio, mi difendono e mi apprezzano”.
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L'articolo “In Italia ero disperata: lavoravo 12 ore al giorno per 900 euro al
mese. Qui in Germania i miei capi mi stimolano a dare il meglio” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Quando Davide entra negli uffici di Boston Consulting Group a Francoforte è come
se si trovasse allo stesso tempo a New York, in Costa Rica, o in India. Lavora
con persone da tutto il mondo. Gli italiani non ci sono. “Siamo in 300 in
ufficio e io sono l’unico”, racconta. Non lo dice con amarezza, ma con orgoglio.
Davide Manco ha 28 anni, è laureato in ingegneria gestionale al Politecnico di
Milano e da quasi due anni vive in Germania. Il primo contatto con il mondo
della finanza arriva quasi per caso. Durante la triennale viene selezionato per
un viaggio a Londra nelle sedi delle grandi banche d’investimento. “Non sapevo
nemmeno cosa fossero le bulge brackets (banche d’investimento multinazionali,
ndr)”, ammette a ilfattoquotidiano.it. Poi entra nel palazzo di Morgan Stanley:
un marmo retroilluminato e una marea di persone con la cravatta lo conquistano.
“Capii che avrei voluto lavorare in un posto simile”. Da lì la scelta della
magistrale in Financial Engineering, interamente in inglese, e una serie di
esperienze all’estero per imparare la lingua.
La prima è a Londra, a fare qualsiasi lavoro capiti. “Mi diedero una scopa in
mano e mi dissero: ‘Comincia a pulire’. Non mi è pesato, anzi: lì ho capito che
non volevo restare in Italia”. Poi il sud dell’Inghilterra e quindi Parigi, per
uno scambio universitario. Rientrato a Milano, Davide accelera: finisce gli
esami in anticipo, lavora a una dissertation (una sorta di tesi/pubblicazione) e
collabora con una professoressa di investment banking. È il primo vero ingresso
nel mondo finanziario. Il giorno dopo la laurea ha già un contratto in una
piccola boutique di investment banking con l’ufficio davanti al Duomo di Milano.
“Dalle finestre vedevo proprio gli uffici di Boston Consulting Group. È buffo
pensarci oggi”.
Il passo successivo è Deutsche Bank, grazie a un graduate program in wealth
management. Qui Davide inizia a gestire patrimoni di persone dal valore di
almeno 5 milioni di euro. Viaggia in Italia e nel Nord Europa, seleziona titoli,
costruisce portafogli, lavora con family office del lusso e della moda italiana.
“All’inizio avevo paura, poi mi sono abituato. Pino piano, ho imparato a gestire
grandi masse economiche”. Il Politecnico, dice, gli ha dato una base solida. Ma
i limiti del sistema italiano, a un certo punto, emergono: “Mi sono reso conto
che, dal punto di vista della carriera e dello stipendio, in Italia le
possibilità erano molto ridotte. Gli aumenti erano lenti, il costo della vita a
Milano altissimo. Le grandi banche d’investimento pagano 1.800/2.000 euro al
mese. Una stanza può costare 1.200 euro. Rimane poco per vivere”.
L’occasione arriva quasi per caso, su LinkedIn: una posizione aperta in Boston
Consulting Group, area wealth management, a Francoforte. Davide si candida senza
grandi speranze: “Mi sembrava impossibile. Meno dell’1% dei candidati riesce a
entrare”. Nel mezzo, un intervento delicato alla colonna vertebrale. “Mi
chiamano una settimana prima dell’intervento. Chiedo di anticipare il colloquio.
Avevo cinque giorni per ripassare tutto ciò che sapevo”. L’operazione ha esito
positivo, ma nella testa di Davide un po’ di riposo non è contemplato: dal letto
d’ospedale continua a studiare. “Dissi a mia mamma di portarmi le slide di cui
avevo bisogno. Non potevo lasciarmi scappare questa opportunità: era un treno
che passa una volta nella vita”. In tre settimane arriva l’offerta. “Due mesi
dopo ero su un Flixbus per Francoforte, zoppicando, a cercare casa”. Da allora
la sua vita cambia radicalmente. “Il primo mese mi dissero che dovevo andare ad
Amburgo, Berlino, Monaco e Parigi. In un anno ho preso una trentina di voli”.
Viaggi continui, progetti internazionali, riunioni con CEO di banche globali.
Ma, del suo lavoro, è la multiculturalità uno degli aspetti che ama di più:
“Capisci davvero cosa significa avere a che fare con culture e usanze diverse. È
una cosa che non puoi spiegare se non la vivi”. E la qualità della vita in
Germania, racconta, non è paragonabile a quella in Italia: “I salari in Germania
sono in media almeno il 55% più alti. L’affitto pesa circa il 30% dello
stipendio”. La sanità è un altro punto chiave. Dopo l’intervento, Davide deve
fare risonanze e Tac. “In Italia ci avrei messo cinque mesi. Qui ho solo aperto
un’app: appuntamento dopo due giorni e referto subito consegnato su un QR Code”.
Trasporti pubblici, sport, welfare aziendale: tutto contribuisce a una qualità
della vita che in Italia non aveva. “Qui lo sport è una cosa culturale. Le
aziende ti pagano l’abbonamento per avere accesso a tutte le palestre della
città. Non esiste qualcuno che non faccia attività fisica”. Dell’Italia però gli
mancano la famiglia, gli amici, il calore umano. Ma non il lavoro. “Non c’è
nulla che mi abbia fatto rivalutare l’Italia dal punto di vista professionale. È
un Paese ancora troppo legato alla seniority, mentre qui in Germania hai la
possibilità di interfacciarti con tutti senza troppe formalità. Non mi sento
però ‘uno che è scappato’. Ho solo colto un’opportunità”. E non si vede
rientrare a breve. “Mi sento italiano, ma prima ancora sono cittadino europeo,
se non del mondo. I confini non mi appartengono. Sono interessato solo alla
voglia di vivere”.
L'articolo “In ufficio a Francoforte su 300 sono l’unico italiano. La qualità di
vita è imparagonabile rispetto all’Italia e qui tutti fanno sport” proviene da
Il Fatto Quotidiano.