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Quarant’anni dalla morte di Michele Sindona: come era arrivato il veleno nel suo caffè?
Quando fu letta la sentenza che lo condannava all’ergastolo per aver ordinato l’assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, Michele Sindona era solo nel palazzo di Giustizia di Milano. Nessun amico andò a confortarlo quel 18 marzo 1986, e nessuno immaginava che quattro giorni dopo sarebbe morto, facendo tirare un sospiro di sollievo a tutti quelli che avrebbe potuto rovinare. Passato dai fasti della suite all’Hotel Pierre di New York al braccio di massima sicurezza del carcere di Voghera, il bancarottiere di Patti ebbe la stessa sorte dei potenti quando precipitano dalle vette dei loro deliri di onnipotenza: prima la solitudine, poi l’isolamento estremo, per paura che parlasse. Il suo sogno americano era iniziato molti anni prima: soprannominato agli inizi della sua rapida carriera “l’avvocaticchio di Patti”, Sindona venne raccomandato agli Alleati sbarcati in Sicilia alla fine della Seconda guerra mondiale direttamente dal boss Lucky Luciano e subito cominciò a darsi da fare, intrattenendo rapporti con l’Amgot, il governo militare alleato. Alla fine degli anni Cinquanta entrò in rapporti professionali con esponenti della mafia italo-americana, tra cui Daniele “Dan” Porco, Vito Genovese e David Kennedy che aveva un amico a Chicago, un sacerdote cattolico di origine lituana di nome Marcinkus, futuro e potente capo dello Ior (Istituto per le Opere di Religione) con cui Sindona avviò un losco sodalizio professionale. Inoltre, secondo un ex contractor della Cia, Richard Brenneke, la Banca Privata di Sindona diventò una sorta di bancomat per l’Agenzia di Langley. Fino a poco tempo prima di cadere in disgrazia, molti avevano fatto carte false per sostenerlo e scagionarlo da ogni accusa, attraverso i famosi “affidavit” messi in campo da Licio Gelli. Conosceva e aveva aiutato molta gente, precorrendo i tempi, occupandosi di ottimizzazione fiscale ante-litteram e offrendo strumenti di capitalismo finanziario all’epoca assolutamente sconosciuti agli ambienti conservatori della finanza italiana. Sindona sviluppò il meglio di questa sua capacità negli anni ’70, durante la grande accumulazione di capitali realizzata da Cosa Nostra attraverso l’egemonia acquisita nel traffico internazionale di eroina nel quale riuscì a mettere fuori gioco i Corsi, i Francesi, i Marsigliesi. Cosa Nostra in quegli anni sfruttò tutte le reti per invadere di droga gli Usa, in cambio di una grande massa di denaro – Boris Giuliano, l’indomito investigatore siciliano, è sulle tracce di questo flusso di denaro quando viene freddato dal killer Leoluca Bagarella. Sindona, finanziere abile, moderno, laureato, conosce bene l’inglese, propone gli strumenti finanziari giusti per investire questi capitali che la mafia non riesce a collocare, un giro di settecento miliardi di lire annuo. Ma quando finisce in carcere comincia a dire qualcosa, a mandare qualche messaggio, anche attraverso una biografia autorizzata che racconta i percorsi di quei capitali criminali: parla perfino del Banco di Sicilia e di una piccola banca in piazza Mercanti, dove c’è solo la Banca Rasini, dove lavorava Luigi Berlusconi, il papà di Silvio – anche Umberto Bossi diceva che Berlusconi per le sue società utilizzava i soldi della banca Rasini di provenienza non chiara, con pesanti allusioni: Berlusconi lo querelò, poi fecero l’accordo elettorale e ridivennero amici (ANSA, 23 febbraio 2002) Comunque, ad un certo punto gli Stati Uniti non volevano più sentir parlare di Sindona. E questo aprì una voragine intorno a lui. La sua fine era percepita nell’aria, se ne parlava. L’ultimo che lo incontrò prima di morire è l’agente della Cia Carlo Rocchi che va a fargli visita nel carcere di massima sicurezza di Voghera. Non sono mai state chiarite le dinamiche della morte di Sindona: il caso fu archiviato come suicidio, ma come era arrivato il veleno nel suo caffè? Chi aveva potuto portarlo fino alla cella, superando sistemi di controllo straordinari (ma non per Rocchi)? Francesco De Martino che aveva presieduto la commissione parlamentare d’indagine sulle connivenze politiche del bancarottiere di Patti disse ad Antonio Padellaro, allora giornalista al Corriere della Sera, che tra i moventi possibili c’era la lista mai trovata dei famosi 500, quelli che attraverso le banche di Sindona avevano portato denaro all’estero. “Sindona quei nomi li conosceva …poi c’era un appunto anonimo trovato tra le carte del difensore di Sindona, avvocato Guzzi. Si minacciava la denuncia di personaggi importanti e la rivelazione di segreti che avrebbero potuto compromettere i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Italia e la stessa sicurezza dei due paesi. […] Chi in un modo o in un altro ha voluto eliminare Sindona intende conservare un segreto così importante da essere difeso in ogni modo, anche con la morte”. Sindona aveva chiesto a Rocchi, persona accreditata presso gli ambienti statunitensi in Italia, di aiutarlo ad avviare “una collaborazione con le autorità statunitensi in ordine agli argomenti che già erano stati oggetto del loro interessamento”, come gli scrisse in una lettera. Forse Sindona prese il cianuro con le sue stesse mani, in quell’ultimo colloquio, non perché voleva morire ma per procurarsi un po’ di dolore e magari quella “licenza straordinaria” a cui tanto teneva come trampolino di una fuga: forse pensò di ingerire la pillola della libertà, appena sufficiente per finire in ospedale da dove sarebbe stato molto più facile organizzare l’evasione. Comunque, un suo malore avrebbe potuto far ripartire la macchina della propaganda sul caso. In questa immaginaria ma non impossibile scena, Sindona non sa che sta per finire in una trappola, l’ultima trappola. Non sa che quella polvere è una dose di cianuro sufficiente per fargli fermare il cuore, proprio come volevano molti suoi ex cari amici e come due anni prima aveva profetizzato il noto faccendiere Francesco Pazienza che in un memoriale parlò di Sindona e della soluzione alla Pisciotta, stroncato da un caffè. 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Morto Serafino Petta, l’ultimo testimone della strage di Portella della Ginestra. Fino all’ultimo la richiesta di verità e giustizia
Aveva 16 anni quando vide i fucili della banda criminale di Salvatore Giuliano sparare contro la folla di contadini riuniti per celebrare la festa dei lavoratori, provocando 11 morti e numerosi feriti. E’ morto ieri l’ultimo superstite della strage di Portella della Ginestra, Serafino Petta: aveva 96 anni. Era il primo maggio del 1947 e Serafino, da sempre impegnato in politica, andò nella vallata circoscritta dai monti Kumeta e Maja e Pelavet, a pochi chilometri da Palermo, per manifestare contro il latifondismo a favore dell’occupazione delle terre incolte e festeggiare la recente vittoria del Blocco del Popolo. Improvvisamente partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra, che si protrassero per circa un quarto d’ora e lasciarono sul terreno 11 corpi senza vita, di cui tre bambini. Una strage entrata a far parte della Storia del nostro Paese, qualcuno lo definisce il “primo mistero d’Italia” per le presunte implicazioni di pezzi dello Stato, tanto che da allora ogni Primo Maggio sono in tanti a recarsi ancora in quel luogo per fare memoria di quell’eccidio. Petta è diventato un testimone che ha raccontato quanto accadde quasi 80 anni fa a migliaia di giovani che in questi anni sono stati a Piana . Bastava arrivare in paese e andare alla Casa del Popolo per trovare Petta sempre pronto a narrare, soprattutto ai ragazzi. Negli incontri con i presidenti della Repubblica Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella non dimenticava mai di chiedere verità e giustizia per le vittime della strage e lo faceva in ogni occasione: “Avevo 16 anni. Volevano farci abbassare la testa – raccontava Petta – perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame. Tornammo qua a commemorare i morti senza paura. Non ci fermerete”. Dirigente locale della Cgil e del Partito Comunista ricoprì diverse volte la carica di consigliere comunale. “Serafino non è stato solo un testimone oculare di quel tragico primo maggio 1947 – commenta il sindaco Rosario Petta – ma ha trasformato il dolore in una missione di vita. Un’eredità di verità e impegno. Serafino ha dedicato ogni sua energia nel mantenere vivo il ricordo dell’eccidio per le nuove generazioni. Ricercare la verità storica e politica su uno dei capitoli più bui della nostra democrazia. Onorare la memoria dei compagni caduti, facendosi voce di chi non ha potuto parlare. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile, ma il suo esempio di resilienza e il suo instancabile impegno civile rimarranno pilastri fondanti della nostra identità e della nostra storia”. Per Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italia, che lo ricorda sui social, Petta “è diventato uno dei simboli di quell’Italia che si è fatta democrazia sulle spalle e sul sangue dei lavoratori. Una democrazia fondata sui diritti e sul lavoro che Petta ha difeso e raccontato fino all’ultimo. Una democrazia però ancora incompiuta. Grazie Serafino per quello che hai fatto. Prenderemo il testimone della tua memoria”. L'articolo Morto Serafino Petta, l’ultimo testimone della strage di Portella della Ginestra. Fino all’ultimo la richiesta di verità e giustizia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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