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Il referendum ribalta un altro stereotipo: il Sì avanti nelle Ztl e nei quartieri ricchi delle grandi città
Non solo il trionfo del No è stato trascinato da giovani e studenti. Il referendum sulla giustizia segna il ribaltamento anche di un altro stereotipo italiano. Le Ztl delle grandi città sono schierate per il Sì. Dalla lettura dei risultati sezione per sezione, infatti, viene fuori un quadro abbastanza evidente. In tutti i capoluoghi di regione vince il No, anche in quelli amministrati dal centrodestra o nelle tre regioni (Lombardia, Veneto e Friuli Venezia-Giulia) dove i favorevoli alla riforma hanno superato i contrari. Nonostante questo, però, nei quartieri più ricchi della città sono i Sì a prevalere. Un elemento che accomuna quasi tutte le metropoli italiane. E che è anche visivamente percepibile nelle mappe elaborate da Gabriele Pinto, economista e data scientist, sovrapponendo i dati del Viminale sui seggi elettorali alla geografia delle principali città italiane : il blu rappresenta il vantaggio del Sì, mentre le gradazioni di viola il vantaggio del No fino all’arancione e il giallo, con i contrari sopra il 60%. Nella Capitale, ad esempio, il centro storico e la zona dei palazzi della politica segnano un vantaggio dei Sì, così come ai Parioli. Negli altri rioni di Roma e nelle periferie è invece il No a passare in vantaggio, con percentuali anche molto elevate. E i confini stradali o fisici, come il Tevere, segnano un punto di passaggio, un confine tra il vantaggio del Sì e quello del No. Stesso discorso per Milano. Qui addirittura è geometricamente racchiusa nella prima cerchia, quella del centro storico e dell’Area C, la zona dove gli elettori si sono espressi in maggioranza a favore della riforma. Gli altri quartieri e le periferie però spingono il No che, in totale, nell’intera città supera così il 58%. Simile è ciò che avviene a Torino. Il Sì è in vantaggio nelle sezioni della centralissima piazza San Carlo e nel quartiere di Crocetta, celebre per i suoi edifici in stile Liberty. Anche a Genova i favorevoli alla riforma della giustizia si concentrano nelle zone più ricche, come nell’elegante quartiere residenziale di Albaro. Questa volta, pertanto, sono le Ztl ad andare in soccorso del governo di Giorgia Meloni per confermare la riforma della separazione delle carriere, senza però raggiungere l’obiettivo. L'articolo Il referendum ribalta un altro stereotipo: il Sì avanti nelle Ztl e nei quartieri ricchi delle grandi città proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tutti i No che hanno detto i giovani (non solo alla riforma)
Il referendum sulle modifiche costituzionali che si è appena chiuso è un referendum con un’importanza decisamente maggiore di tutti i precedenti, pur sempre sulla Costituzione, che ci sono stati negli scorsi anni. Questo perché oggi, nel 2026, viviamo al crocevia di una serie di crisi gravi e convergenti mai viste prima. Le guerre, la crisi climatica, la rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale con le sue conseguenze sul lavoro e sugli esseri umani. Il diffondersi di un tecno-populismo che vede uomini sempre più ricchi, tutti maschi, bianchi e quasi tutti anziani, esaltare da un lato la tecnologia nelle sue forme estreme e dall’altro aggredire i principi democratici, i diritti civili, la parità di genere, con una sconvolgente mancanza di empatia. In questo scenario, buona parte dei cittadini italiani, giustamente accompagnati da paure di ogni sorta, attraverso questo referendum chiedevano a chi li governa soprattutto una cosa. Protezione dalle guerre e dai potenti senza empatia e senza controllo, cioè gestione delle crisi. Un ampliamento delle tutele, sotto tutti i fronti: tutele pensionistiche, tutele se si fanno figli, tutele se si è malati o si aspetta per ricevere una diagnosi. Una protezione dei salari, i più bassi d’Europa, di fronte a una inflazione che sta mettendo in ginocchio il ceto medio. Nessuno di questi aspetti è stato messo in pratica dal governo Meloni. L’amicizia con Trump ha danneggiato profondamente il nostro paese (e si è ritorta contro il governo); le promesse delle destra sociale si sono infrante di fronte all’aumento dell’età pensionabile, e a riforme grottesche da poche decine di euro in più al mese o riservate a pochissimi grazie a criteri escludenti. Nessuna misura per gli stipendi e nessun aiuto sulle bollette, anche perché l’unico aiuto possibile sarebbe quello di incentivare le rinnovabili (pur con il nostro paesaggio più complesso di quello spagnolo) e invece ci hanno per l’ennesima volta legato mani e piedi alle lobby del gas. Ecco perché, alla fine, questo referendum, che era sulla giustizia, si è trasformato nel referendum più politico degli ultimi decenni. Un modo per gridare, basta, non ce la facciamo, dovete cambiare rotta, troppo grandi sono le tragiche sfide che dobbiamo affrontare. Un referendum pro e contro il governo (e d’altronde quest’ultimo è stato il primo a volerlo politicizzare). In questo quadro, c’è stata un’altra importante novità. Il voto dei giovani tra i 18 e i 65 anni, con oltre il 60% di no. Questo perché i giovani italiani al governo entrato in carica nel 2022 chiedevano molto di più. Anzitutto, visto che ogni giorno viene loro impartita la lezioncina sul merito e sulla necessità di rispettare le regole, sono stati sensibili in particolare ad alcuni aspetti: l’avere ministri degni di questo nome. Ministri che lasciano il posto se colpiti da indagini. Ministri che non abbiano rapporti con i mafiosi. Una meritocrazia vera e non amici e parenti di bassissimo livello piazzati in posti importanti e cruciali, qualcosa di veramente insopportabile. Di più: i giovani chiedevano e chiedono anche una modernizzazione del paese urgente e improcrastinabile, rispetto ai diritti civili – fine vita, diritti delle persone omosessuali, parità di genere. Tutti aspetti sui quali tra i giovani e questo governo c’è un abisso, ormai sono due mondi paralleli, pianeti lontanissimi. Come ha risposto il governo a queste esigenze? Con una anti-meritocrazia veramente scandalosa. Con una ossessione sulla natalità di stampo novecentesco, sbagliata e malposta. Ma anche con l’indifferenza verso diritti civili, ad esempio il rispetto della sofferenza di chi è gravemente malato e non ce la fa più, il rispetto, e non la discriminazione, dell’orientamento sessuale. Anche, il riconoscimento, almeno quello, pur magari nella differenza di soluzioni ipotizzate, del fatto che abbiamo una crisi ambientale senza precedenti. E che, altro che ecoansia vista come un problema soggettivo, è qualcosa di oggettivo e che terrorizza ovviamente chi ha tutta la vita davanti. Sono cose ovunque ovvie, tranne che qui. Tanti, dunque, i no che i giovani hanno detto attraverso questo voto. No alla corruzione, no all’anti-meritocrazia, no al negazionismo climatico, no all’elogio del fossile che ci uccide, no all’incoerenza delle false promesse, no alla difesa di un modello di famiglia inesistente. No al rifiuto ideologico della modernità, no alla strumentalizzazione becera dei casi di cronaca o della presunta criminalità degli immigrati, che forse ha potuto ingannare qualche anziano con un titolo di studio basso, ma non un giovane che vive in una città e magari ha in tasca almeno un diploma, se non di più. No, in definitiva, a un governo di bassissimo livello, letteralmente impresentabile, incapace di farci sentire al sicuro di fronte alle minacce sempre più grandi e incapace di portare l’Italia sul terreno che i suoi cittadini meritano. Un terreno fatto di verità, giustizia, diritti, un ambiente salubre, politici competenti e comunque degni di questo nome. Come la Costituzione, appunto, afferma. Una Costituzione, lei sì, modernissima. I giovani lo hanno capito. E in buona parte anche gli altri. E questa è una bellissima notizia, nonostante tutto. L'articolo Tutti i No che hanno detto i giovani (non solo alla riforma) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Eletto alla Camera l’ex tesoriere della Lega Alberto Di Rubba condannato in via definitiva per peculato
C’è una parola che torna, riletta oggi, con una certa ironia della storia: “ladrona”. Era il marchio di fabbrica della Lega delle origini, quella di Umberto Bossi morto il 19 marzo scorso, scagliata contro Roma e contro l’uso distorto dei soldi pubblici. Oggi, a distanza di anni, il partito ha mandato in Parlamento un suo ex tesoriere condannato in via definitiva proprio per peculato. Il protagonista è Alberto Di Rubba, eletto alla Camera nel collegio di Rovigo per sedersi sulla poltrona lasciata libera dal presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani. Una vittoria che lui stesso rivendica con toni da campagna elettorale appena conclusa: “È una grande vittoria, che mi rende orgoglioso e profondamente grato. Voglio ringraziare gli elettori che hanno scelto di darmi fiducia … In queste settimane qualcuno – ha dichiarato il leghista – ha scelto la polemica e gli attacchi personali, noi abbiamo scelto i fatti, le proposte e la presenza. Sono soddisfatto del risultato ottenuto e del fatto che questo modo di fare politica abbia prevalso. Poter continuare il lavoro iniziato in queste settimane è per me un onore e una responsabilità ancora più grande. Il mio impegno sarà quello di portare le istanze del Polesine nelle istituzioni con serietà, presenza e determinazione”. Parole che scorrono lisce, come se attorno non ci fosse nulla. Ma attorno, invece, c’è una sentenza definitiva. Nelle motivazioni della Cassazione, si legge che deve “ritenersi pienamente accertata la materialità del fatto”. I giudici hanno “riconosciuto l’esistenza di un accordo collusivo” tra Di Rubba e altri protagonisti della vicenda per “pilotare la procedura di selezione dell’immobile di Cormano” e “appropriarsi, tramite consulenze fittizie e retrocessioni di denaro, di parte dei fondi pubblici erogati da Regione Lombardia”. Dentro quelle righe c’è tutta la storia: un capannone, una fondazione pubblica, la Lombardia Film Commission, e un flusso di denaro che – secondo i giudici – avevano preso una direzione precisa. La stessa Corte parla di “piena sussistenza del delitto di peculato”. La pena è scesa sotto i tre anni ed è venuta meno l’interdizione dai pubblici uffici, confische cancellate perché parte dei soldi era stata restituita, “a titolo di parziale restituzione del profitto lucrato in favore della Fondazione”. È in questo spazio – tra una condanna definitiva e una pena che non impedisce la candidatura- che si inserisce la scelta politica. Matteo Salvini lo candida, il partito lo sostiene, il collegio blindato lo elegge. Di Rubba aveva continuano a respingere tutto, parlando di “peculato senza danno”, promettendo battaglia contro quella che definiva una gogna. L'articolo Eletto alla Camera l’ex tesoriere della Lega Alberto Di Rubba condannato in via definitiva per peculato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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C’è il tempo per virare il No referendario a rinascita della politica?
Mentre la maratona di Enrico Mentana accompagnava l’inarrestabile cavalcata del NO al referendum Nordio-Meloni, il solito avvelenatore di pozzi, il cardinale di Curia Paolo Mieli proseguiva nella sua opera – sorrisetto mellifluo d’ordinanza – da guastatore di qualsivoglia ipotesi stato nascente di fuoriuscita dallo stagno maleodorante dove galleggia la politica. L’ennesimo sgambetto a chi oserebbe disturbare il presente immobile del club a cui il cardinal Mieli si è iscritto da quando ha capito come “va il mondo”, abbandonando chioma e spiriti sessantottardi: l’ordine partitocratico, al cui servizio opera come membro esterno della cosiddetta Casta. Ecco – dunque – il Mieli novello Iago shakespeariano, manipolatore e consigliere infido, premurarsi di gettare il seme della discordia nel campo (più fatiscente che largo) del lasco coordinamento tra i partiti del NO. Sicché l’invito di Giuseppe Conte, in pieno spoglio referendario, a programmare un percorso per l’appuntamento elettorale 2027 veniva inficiato dall’apparente automatismo tecnico della consacrazione a leader dello schieramento vincente di Elly Schlein; in quanto segretario del Pd, presunta corazzata del fronte progressista. Il tutto dopo l’iniziale mala parata mieliana di buttare là il nome del tuttora oggetto misterioso sindaco di Genova Silvia Salis. Ipotesi bocciata su due piedi da Enrico Mentana, seppure abitualmente molto in linea con il sopire-troncare dell’improvviso sponsor della singolare ospite in casa d’altri (il PD dei cacicchi – i Franceschini e gli Andrea Orlando – che continuano a tenere le chiavi del singolare ostello che ospita i naufraghi di PCI e DC; e che la neo-segretaria prometteva di accantonare, quando ne sarebbe presto finita ostaggio in piena sindrome di Stoccolma). Ma facendo lo sforzo di accreditare Mieli di un’ipotetica buona fede, vale comunque la pena di ricordare, a lui e a tutti i soci del garden club partitocratico, ciò che davvero significa la vittoria del NO: stop alla pervicace invadenza della corporazione trasversale della politica, che presume di aver ottenuto un’unzione divina con l’accesso al Palazzo del Potere, inteso come incontrollabilità e – dunque – insindacabilità. Per cui – come ha ribadito Andrea Scanzi – la contraerea capace di respingere con insperata efficacia la minaccia nucleare incombente sulla Costituzione degli Stranamore governativi è nata nel Sociale. Non nel Politico della diafana Schlein e dei compagni dalle convinzioni ondivaghe. A questo proposito mi permetto di ricordare che su il Fatto all’epoca diretto da Antonio Padellaro avevo contestato la dichiarazione a favore delle carriere separate dei magistrati da parte dell’allora responsabile giustizia PD chiedendogli “perché continui a fotocopiare le tesi dell’avvocato Ghedini?”. Se la memoria non mi inganna si chiamava Andrea Orlando. Difatti ben più determinanti per la vittoria sono state voci non provenienti dalla politica come professione. Per cui, se volessimo seguire l’impostazione di Mieli che chiamerebbe chi ha vinto il referendum a guidare la nuova “invincibile armata” (?) liberatrice dalla ultra-destra meloniana, dovremmo rivolgerci ai testimonial scesi in campo contro l’orda anticostituzionale. E fare i nomi – primi fra tutti – dei Nicola Gratteri e dei Marco Travaglio. Combattenti di cui sarei portato a escludere la disponibilità a impelagarsi nella politica politicante. Sicché, stante l’inguardabilità del personale di governo e l’inaffidabilità di quello all’opposizione, sarebbe urgente aprire cantieri di riflessione sulle condizioni di un New Deal della politica; dai criteri di selezioni alle modalità per organizzare in maniera meno stereotipata il rapporto tra rappresentanza e partecipazione. Con le indispensabili tabule rase e i conseguenti, radicali, ricambi. La rinascita della politica a misura di una democrazia rifondata, senza la quale tra un anno saremo costretti a sorbirci questa immangiabile ribollita o ritornare al non voto. L'articolo C’è il tempo per virare il No referendario a rinascita della politica? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lo schiaffo del referendum non frena la destra sulla giustizia. Nordio e Forza Italia: “Ora la riforma delle intercettazioni e del carcere preventivo”
Neppure la sconfitta al referendum sulla separazione delle carriere, mitiga le ambizioni di riforma del centrodestra. La retromarcia sulla giustizia sembra esclusa, anzi la maggioranza prova subito a ripartire rilanciando su intercettazioni e carcerazione preventiva. “Archiviata la separazione delle carriere pensiamo a portare avanti le numerose proposte di legge ferme in Parlamento”, recita la nota post-referendum firmata dal deputato Tommaso Calderone, Forza Italia, componente della commissione Giustizia. Pur ammaccata dallo schiaffo referendario, la maggioranza dovrebbe prendere in esame le “intercettazioni indirette“, avvisa il parlamentare azzurro. Perché “non è accettabile che a chi non partecipa a una conversazione tra terzi non venga offerta alcuna garanzia tecnico-probatoria. Penso anche alle intercettazioni ‘non rilevanti'”. Del resto, accusa Calderone, “oggi si attribuisce potere di vita e di morte a chi ascolta senza garanzie per il cittadino indagato”. Dunque l’onorevole propone la soluzione con una stoccata alla premier: “Potremmo cominciare da queste proposte ‘impantanate’, in questi anni si è pensato poco o niente alle garanzie del cittadino. In compenso abbiamo approvato rave party e maternità surrogata“. Due provvedimenti, questi ultimi, targati Meloni e Fratelli d’Italia. Il desiderio di proseguire con la riforma della giustizia, malgrado la cocente sconfitta, è ribadito anche dalla Lega. Il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, all’Aria che tira su La7, ha annunciato la ripartenza “con la volontà di cercare di riformare la giustizia, dai tre sì delle tre Regioni fondamentali per il nostro Paese che sono Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia“. Avanti tutta, anche perché “conseguenze per il Governo e per la maggioranza non ce ne saranno”, ha concluso l’esponente del Carroccio. Tra gli obiettivi del governo – secondo Carlo Nordio ospite di SkyTg24 – ora c’è “innanzitutto il piano carceri“. Che include “il piano edilizio”, ma anche “la riduzione della carcerazione preventiva“. Cioè limitare la custodia cautelare per gli indagati, uno strumento per evitare l’inquinamento delle prove, la reiterazione del reato oppure la fuga dell’indagato. Anche le misure riguardanti trojan e intecettazioni, ha sottolineato il ministro della Giustizia, sono “in discussione in parlamento e sarà il parlamento a decidere quali saranno limiti ed estensioni”. La battaglia sulla giustizia dunque non sembra affatto finita: dalla campagna per il referendum si sposta alla Camera e al Senato. Del resto, secondo Nordio, le toghe con il referendum hanno dimostrato una volta in più di essere schierati. In particolare l’Associazione nazionale magistrati. “L’Anm è la vera vincitrice, che diventa un soggetto politico anomalo, che si contrappone ai governi”, ha dichiarato Nordio. Intervistato dal Corriere della Sera, aveva già ammonito sull’interventismo della toghe dopo il referendum: “nel senso che limiterà l’iniziativa politico-parlamentare in alcuni ambiti a cominciare dall’immigrazione”. Passato il referendum, l’Anm è già nel mirino di chi ha sostenuto il Sì. Ancora più duro il deputato di Forza Italia Tullio Ferrante, sottosegretario alle Infrastrutture: “L’Anm, in questa campagna referendaria, è diventato a tutti gli effetti un partito politico”. Ferrante invoca l’organo di autogoverno della magistratura paventando ritorsioni delle toghe contro i fautori della separazione delle carriere: “Mi aspetto una presa di posizione netta e decisa da parte del Csm, perché mi chiedo con quale serenità un cittadino schierato per il SÌ potrà sottoporsi al giudizio di questi magistrati ideologizzati e privi di qualsiasi apparenza di imparzialità”. Sullo sfondo il ministro della Difesa Guido Crosetto che amplia il ragionamento: “Ha vinto la Costituzione, ha vinto la democrazia” – dice – ma “l’ordine giudiziario non può e non deve essere a fianco di una parte politica o contro una parte politica né diventare attore del confronto politico perché altrimenti viene meno le sua altissima funzione di equilibrio ed i poteri delegati ai magistrati possono diventare uno strumento di altro che non ha a che fare con la Giustizia. L'articolo Lo schiaffo del referendum non frena la destra sulla giustizia. Nordio e Forza Italia: “Ora la riforma delle intercettazioni e del carcere preventivo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Delmastro valuta le dimissioni, pressing di Palazzo Chigi e dei vertici di Fdi dopo lo scoop del Fatto
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro è sempre più in bilico. In questi minuti sono in corso valutazioni a Palazzo Chigi e ai vertici di Fratelli d’Italia sulla posizione del sottosegretario. L’ipotesi è che nelle prossime ore possano arrivare le dimissioni del sottosegretario per la vicenda degli affari con la figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa, dice al Fatto Quotidiano una fonte a conoscenza della questione. In queste ore sono in corso riunioni a Palazzo Chigi e a via della Scrofa, la sede di Fratelli d’Italia. L’ipotesi è che possa fare un passo indietro prima del question time di domani del ministro della Giustizia Carlo Nordio che è stato chiamato da Pd e Avs a rispondere in Parlamento sul caso. L'articolo Delmastro valuta le dimissioni, pressing di Palazzo Chigi e dei vertici di Fdi dopo lo scoop del Fatto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Andrea Delmastro
La vittoria del No al referendum: dall’affluenza alle urne ai sondaggi, dal ruolo dei partiti ai giornali. Ecco alcune considerazioni
Caro direttore Travaglio, condivido la gioia per la netta vittoria del NO alla Riforma costituzionale voluta dal governo Meloni. Mi congratulo con Te personalmente e con l’intera compagine del Fatto Quotidiano che tanto avete contribuito a questa vittoria, voce indipendente e quasi isolata nel contrastare le macroscopiche menzogne con le quali i capi della compagine del SI hanno cercato di ingannare gli italiani. Ma il sospiro di sollievo per lo scampato pericolo è stato presto attenuato dai primi commenti sull’esito del Referendum sentiti in televisione. Si sono tutti scatenati su questioni di minore importanza o, comunque, estranei al significato profondo del Referendum. Nella prima mezza giornata di commenti non ho sentito quasi nessuno commentare il significato più profondo del referendum, mentre è proprio su questi che bisogna richiamare l’attenzione e la riflessione. Tenterò di proporre, con alcune riflessioni, alcuni punti che mi sembrano fondamentali. PERCHÉ GLI ITALIANI SONO TORNATI A VOTARE IN BUON NUMERO? Perché hanno capito che era una votazione importante, se non, a lungo termine, esistenziale, come quando si votò il referendum tra Monarchia o Repubblica. Perché hanno voluto comunicare, con il loro voto, che credono ancora fortemente nella nostra Costituzione, unico e saldo baluardo, contro svolazzi e bischerate varie, tipo, primariato a colpi di maggioranza e senza discussione in parlamento né confronto serio. Perché sono rimasti fedeli alla democrazia. Perché, al contrario di quello che credevano molti capi della compagine del SI e nonostante tutto l’impegno che ci hanno messo, la maggior parte degli italiani ha dimostrato di non avere gli anelli al naso. PERCHÉ GLI ITALIANI NON SOLO HANNO VOTATO IN BUON NUMERO MA HANNO VOTATO NO A QUESTA RIFORMA? Perché hanno respinto un attacco grossolano e riempito di menzogne contro la magistratura in blocco, ed hanno sentito il dovere di proteggerla come pilastro indiscutibile della Costituzione e dello stile di diritto e hanno voluto esprimere il loro apprezzamento per ringraziare i tanti valorosi e coraggiosi magistrati, vivi e morti, che onorano la loro professione. Questo non vuol dire che tanti che hanno votato NO pensino che non sia necessario fare riforme importanti e significative nella magistratura. Questo NO vuol dire: vogliamo una magistratura più forte non più debole, più libera non più asservita, con più mezzi e non con meno mezzi, più rispettata dalla politica e non meno rispettata. E chiediamo che i Nordio e le Bertoluzzi cambino mestiere. Propongo che da subito si incominci a studiare, elaborare e proporre proposte serie per correggere quello che va corretto nelle disfunzioni e debolezze della magistratura. PERCHÉ I NO HANNO DI GRAN LUNGA SORPASSATO IL NUMERO DI VOTI CHE I PARTITITI POLITICI HANNO OTTENUTO NELLE PIÙ RECENTI ELEZIONI POLITICHE E AMMINISTRATIVE? Perché sono confluiti nel NO anche molti voti che vengono impropriamente attribuiti ai partiti dell’opposizione. Sono voti per la Costituzione non voti contro la Meloni, ma contro la sua linea istituzionale che, passando per una loro legge elettorale con un premio di maggioranza esagerato, sarebbe sfociata nel primariato come scardinamento finale della Costituzione. Oltre agli indirizzi di partiti, sindacati, associazioni e giornali (pochi e poco), si è formato un tessuto di reti spontanee e volontarie che si sono legate e quindi si sono scambiate idee, riflessioni, paure, speranze che hanno contribuito al livello e all’esito del voto. Ho partecipato ad alcune di queste reti e non ho mai sentito parlare, né ho io mai parlato, di un voto contro la Meloni. Si è parlato di Costituzione, di minacce istituzionali, di risveglio democratico, ma mai di governo, di primarie, di politica estera, di vicinanza a Trump e simili che sono i temi che ho sentito rimbombare nel primo pomeriggio del dopo referendum, soprattutto in giornalisti e altri professionisti della politica politicante. PERCHÉ I SONDAGGI E I GIORNALISTI, IN GRANDE MAGGIORANZA, SBAGLIANO REGOLARMENTE LE LORO PREVISIONI E LE HANNO SBAGLIATE CLAMOROSAMENTE ANCHE IN QUESTO REFERENDUM? Basta ascoltare i loro commenti sul post referendum per dare una risposta a questa non difficile domanda. Si parlano solo tra di loro e non ascoltano mai cosa si dice nel Paese. PERCHÉ, SECONDO LE ATTRIBUZIONI DI VOTO, LA GRANDE MAGGIORANZA DI CHI VOTA LEGA HA VOTATO PER IL SI? Perché è una Lega che non ha più niente in comune con quello che fu la Lega di Bossi e che aveva sollevato molte speranze. PERCHÉ NESSUNA PERSONA RESPONSABILE HA, SINO AD ORA RICHIESTO, LE DIMISSIONI DI MELONI? Perché le difficoltà che il Paese deve affrontare in questo terribile periodo, soprattutto sul piano economico, sono tali che solo degli irresponsabili possono chiedere le dimissioni del Governo. Il Paese, nell’interesse di tutta la collettività, ha bisogno che il Governo tenga botta e si prepari, come del resto devono fare le opposizioni, per il confronto politico a tempo debito sui programmi e sulla classe dirigente degli schieramenti che si confronteranno per il Governo. Certo sarebbe decente che il responsabile primo di questo referendum berlusconiano e cioè il Ministro Nordio e la sua capo di gabinetto dessero le dimissioni. Ma la decenza, così come il coraggio non si può né imparare né insegnare. Ma il governo deve reggere, anche se indebolito. Ciò non vuol dire che il significato di questo referendum non sia anche politico e che nel voto non abbia giocato un ruolo anche l’insoddisfazione per la politica economica ed estera del governo Meloni. Come si può pensare che una votazione di questo tipo non abbia un contenuto politico? Ce l’ha e grande. Ma insieme a tanti altri temi sui quali i cittadini dovranno esprimere un voto politico e di governo. Questo è stato un voto per la Costituzione. Certamente le analisi più approfondite del voto che ci forniranno gli esperti, permetteranno approfondimenti. Soprattutto quelli sulla distribuzione territoriale e sull’età dei votanti, saranno molto utili, purché non vengano annacquate con eccessivi tecnicismi e trascurando i temi fondamentali che ho cercato di delineare. Per ora questo voto, schiettamente italiano e non partitico e strettamente costituzionale come la natura del referendum richiedeva, ci dona un momento di sollievo e di speranza. Non sprechiamolo, una ennesima volta, con risse di parte e con tecnicismi di politica politicante, se non con analisi menzognere. 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Caso Delmastro, la vicepresidente del Piemonte Chiorino diserta il Consiglio. Le opposizioni: “Dimissioni, Infanga la Regione”
Questa mattina le opposizioni del Consiglio Regionale del Piemonte hanno chiesto le dimissioni della vicepresidente della Giunta piemontese Elena Chiorino, finita al centro del caso Delmastro. “Com’è possibile che la vice presidente sia entrata in società con un consigliere regionale, un sottosegretario e con la figlia di un prestanome condannato per intrecci con la mafia?” si chiede la capogruppo M5S Sarah Disabato che insieme ai suoi colleghi si sarebbe aspettata una risposta da parte di Chiorino nel corso della seduta oggi. La vice presidente però non si è presentata. “Fino all’ultimo abbiamo dato la possibilità di fornire spiegazioni, ma questo non è accaduto” aggiunge la capogruppo Pd Gianna Pentenero. “Il dato politico è che ancora una volta questa maggioranza scappa” aggiunge la capogruppo di Italia viva Vittoria Nallo. E così, dopo il pressing delle opposizioni, è stato comunicato che l’informativa sul caso Delmastro si terrà martedì prossimo alla presenza di Chiorino e Cirio. “Di fronte a chi parla di legalità a vanvera – conclude la capogruppo di Avs Alice Ravinale – non possiamo accettare questa disattenzione che infanga tutta la Regione Piemonte”. L'articolo Caso Delmastro, la vicepresidente del Piemonte Chiorino diserta il Consiglio. Le opposizioni: “Dimissioni, Infanga la Regione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, da FI ad Azione: così la base ha votato contro il Sì. E la “corrente Picierno” vale solo il 2% nel Pd
Ogni quattro elettori di Forza Italia ce n’è uno che non ha approvato la riforma della giustizia, il sacro graal berlusconiano. Un sostenitore su due di Azione ha disatteso l’indicazione di Carlo Calenda. E non c’è stata grande sintonia anche tra leader e base di Più Europa e Italia Viva. Mentre, all’interno del mondo Pd, è stato un flop l’indicazione controcorrente per il Sì dell’ala guidata da Pina Picierno. A conti fatti, anche tenendo conto dell’alta affluenza, il terzopolismo – che fa dell’alterità sulla giustizia uno dei suoi punti di forza – non se la passa benissimo. Almeno stando allo studio di Youtrend, che ha condotto un instant poll sulle intenzione di voto per SkyTg24. I risultati sono sorprendenti per quanto riguarda partiti e correnti alfieri dell’approvazione della riforma Nordio. Il dato più eclatante è quello che riguarda Forza Italia, il partito che ha voluto più di tutti la separazione delle carriere parlando esplicitamente della realizzazione del sogno di Silvio Berlusconi. E invece, sostiene l’istituto di sondaggi, il 16% degli elettori di FI e Noi Moderati ha votato No al referendum e il 12 per cento si è astenuto. Poco più di uno su quattro, insomma, ha fatto mancare il proprio sostegno alla riforma bandiera del partito. Il sondaggista Lorenzo Pregliasco ha spiegato che per Forza Italia c’è stato “un tasso di caduta non banale” che si spiega con la tipologia della base forzista: “Un elettorato moderato, civico, urbanizzato” che pur non essendo in via di principio ostile alla separazione delle carriere, in parte “ha voluto inviare un segnale di freno al rischio di concentrazione dei poteri, un segnale di moderazione al governo”. In Azione, partito che Calenda ha schierato per il Sì, ha votato contro il parere del leader ben il 32% della base e un altro 20 per cento si è astenuto. Per quanto riguarda gli elettori di Più Europa e Iv ben il 60% hanno rigettato la riforma, il 18 per cento astenendosi. Non è andata benissimo anche alla Lega: il 14% degli elettori ha votato No e il 4% si è astenuto. Più allineate le intenzioni di voto di Fratelli d’Italia: il 5% ha votato No e il 10% si è astenuta. Nel centrosinistra schierato per il No è il M5s a registrare più defezioni (il 10% dei Sì con il 9% di astensione), seguito da Avs (6% di Sì e 9% di astenuti). Mentre il partito che mediaticamente era più spaccato, cioè il Pd, è quello che ha fatto registrare il voto più allineato in termini assoluti. Solo il 10% degli elettori dem si è astenuto e appena il 2% ha votato Sì sposando la linea Picierno, la vicepresidente dell’Europarlamento che ha sostenuto l’approvazione della riforma e, alla fine, si è spesa attivamente nella campagna referendaria. Percentuali sorprendenti alla luce del “peso” mediatico che hanno avuto i distinguo rispetto alla linea del partito. L'articolo Referendum, da FI ad Azione: così la base ha votato contro il Sì. E la “corrente Picierno” vale solo il 2% nel Pd proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Anche la Chiesa ha messo un ‘mattone’ sul No al referendum: così ha sabotato il progetto Nordio-Meloni
A sera appare sugli schermi Giorgia Meloni, veste color avorio e capelli sciolti un filo spettinati, come una madonna dell’Annunciazione: “Eccomi, sono la serva del Popolo, avvenga di me quello che ha detto il referendum…”. Il quadro immaginario non è estraneo agli eventi, poiché anche i palazzi ecclesiastici hanno dato un silenzioso contributo al sabotaggio del progetto governativo. Il risultato di un referendum è fatto di tanti “mattoni” come una costruzione Lego. Non c’è dubbio che uno di questi sia stato il voto giovanile prepotentemente orientato verso il No. Egualmente un fattore da tenere presente è l’impegno della Cei per la partecipazione al voto. Un impegno non gridato, ma presente sul territorio e insistente. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente dell’episcopato, si è mosso in tempo. Al Consiglio permanente della Cei, svoltosi a gennaio, ha esortato i cattolici a recarsi alle urne. “La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non devono lasciare indifferenti”, ha dichiarato. Naturalmente Zuppi non ha dato indicazioni di voto, ma ha tenuto a evidenziare che il giusto processo può essere declinato secondo “diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti”. Un modo elegante per mettere in dubbio le certezze proclamate dall’area di maggioranza. E intanto, mentre si spendeva per mobilitare quegli elettori che rischiavano di disinteressarsi di un quesito apparentemente troppo tecnico, il cardinale lanciava contemporaneamente una frase-chiave: “C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da preservare”. Chi voleva capire, ha capito. Per la maggioranza dei vescovi italiani e di molta parte del clero la Costituzione è tuttora culturalmente una pietra angolare dell’ordinamento politico-sociale. E se nelle generazioni più anziane è viva la memoria della fondamentale partecipazione della Democrazia cristiana alla ricostruzione dello Stato dopo la II Guerra mondiale, nelle generazioni più recenti gioca un ruolo l’idea di un “buon equilibrio” delle istituzioni nonché l’insofferenza per le manifestazioni di populismo e sovranismo, che celano pulsioni autoritarie. Le campagne virulente contro la cosiddetta “malagiustizia” non hanno mai appassionato i vescovi. E’ partito così, senza clamori, semmai in maniera sotterranea, un trend di sabotaggio ad una riforma che a gran parte del personale ecclesiastico è parsa troppo sgangherata: la magistratura spaccata in due organismi, il bizzarro sorteggio differenziato per laici e magistrati, l’accrocco dell’Alta Corte… In questa diffusione lenta ma costante di un clima negativo nei confronti della legge messa in campo non va sottovalutato – nell’area cattolica, specie meridionale – la posizione di vecchi leoni democristiani tipo Clemente Mastella o Cirino Pomicino (mancato qualche giorno fa). L’appello di Mastella “Voterò No, nonostante vicende personali processuali”, è diventato per una serie di notabili moderati del Sud un potente antidoto contro lo schieramento del Sì, che agitava scompostamente i fantasmi di Tortora e Garlasco. Uguale influenza hanno esercitato le parole di Pomicino che all’inizio dell’anno affermava con convinzione che la “riforma Nordio finirà per accrescere, e non per diminuire, il potere a volte senza limiti dei pubblici ministeri”. Diocesi… parrocchie… in certe situazioni non è necessario fare grandi proclami: basta generare una tacita sfiducia, un silenzioso rifiuto della novità proposta. Il passo successivo è consistito nell’annunciata partecipazione del vicepresidente della Cei, monsignor Francesco Savino, ad un evento per il No, organizzato da Magistratura democratica. Il vescovo ha poi rinunciato a intervenire, ma una sua nota ufficiale – pur nel suo linguaggio irreprensibile – è suonata come una chiara bocciatura della riforma governativa. “Primo: custodire l’equilibrio tra i poteri dello Stato”, ha scandito Savino, perché l’autonomia reciproca non è una formalità, ma una garanzia per tutti. “Quando i poteri smettono di bilanciarsi e di contenersi – ha spiegato – la libertà diventa fragile e a pagare per primi il prezzo di ogni squilibrio sono sempre i più deboli, i meno protetti, chi dispone di minori risorse culturali o relazionali per difendersi”. Secondo – ha sostenuto il vicepresidente della Cei ( rappresentante per l’area Sud dell’episcopato italiano) – è necessario “riconoscere che l’indipendenza della magistratura non è un privilegio di categoria, ma una tutela sostanziale dello Stato di diritto”. Terzo, la giustizia deve rimanere distante dal potere. E’ in questa distanza, ha rimarcato il vescovo, che una democrazia “misura la propria credibilità”. Non c’era da aggiungere altro. Il prevalere sostanzialmente compatto del No in tutto il Meridione e nelle Isole rivela che la rete ecclesiale ha fatto il suo lavoro. Un piccolo, utile “mattone” nella grande costruzione della sconfitta di Giorgia Meloni. L'articolo Anche la Chiesa ha messo un ‘mattone’ sul No al referendum: così ha sabotato il progetto Nordio-Meloni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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