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Delmastro valuta le dimissioni, pressing di Palazzo Chigi e dei vertici di Fdi dopo lo scoop del Fatto
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro è sempre più in bilico. In questi minuti sono in corso valutazioni a Palazzo Chigi e ai vertici di Fratelli d’Italia sulla posizione del sottosegretario. L’ipotesi è che nelle prossime ore possano arrivare le dimissioni del sottosegretario per la vicenda degli affari con la figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa, dice al Fatto Quotidiano una fonte a conoscenza della questione. In queste ore sono in corso riunioni a Palazzo Chigi e a via della Scrofa, la sede di Fratelli d’Italia. L’ipotesi è che possa fare un passo indietro prima del question time di domani del ministro della Giustizia Carlo Nordio che è stato chiamato da Pd e Avs a rispondere in Parlamento sul caso. L'articolo Delmastro valuta le dimissioni, pressing di Palazzo Chigi e dei vertici di Fdi dopo lo scoop del Fatto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
Andrea Delmastro
La vittoria del No al referendum: dall’affluenza alle urne ai sondaggi, dal ruolo dei partiti ai giornali. Ecco alcune considerazioni
Caro direttore Travaglio, condivido la gioia per la netta vittoria del NO alla Riforma costituzionale voluta dal governo Meloni. Mi congratulo con Te personalmente e con l’intera compagine del Fatto Quotidiano che tanto avete contribuito a questa vittoria, voce indipendente e quasi isolata nel contrastare le macroscopiche menzogne con le quali i capi della compagine del SI hanno cercato di ingannare gli italiani. Ma il sospiro di sollievo per lo scampato pericolo è stato presto attenuato dai primi commenti sull’esito del Referendum sentiti in televisione. Si sono tutti scatenati su questioni di minore importanza o, comunque, estranei al significato profondo del Referendum. Nella prima mezza giornata di commenti non ho sentito quasi nessuno commentare il significato più profondo del referendum, mentre è proprio su questi che bisogna richiamare l’attenzione e la riflessione. Tenterò di proporre, con alcune riflessioni, alcuni punti che mi sembrano fondamentali. PERCHÉ GLI ITALIANI SONO TORNATI A VOTARE IN BUON NUMERO? Perché hanno capito che era una votazione importante, se non, a lungo termine, esistenziale, come quando si votò il referendum tra Monarchia o Repubblica. Perché hanno voluto comunicare, con il loro voto, che credono ancora fortemente nella nostra Costituzione, unico e saldo baluardo, contro svolazzi e bischerate varie, tipo, primariato a colpi di maggioranza e senza discussione in parlamento né confronto serio. Perché sono rimasti fedeli alla democrazia. Perché, al contrario di quello che credevano molti capi della compagine del SI e nonostante tutto l’impegno che ci hanno messo, la maggior parte degli italiani ha dimostrato di non avere gli anelli al naso. PERCHÉ GLI ITALIANI NON SOLO HANNO VOTATO IN BUON NUMERO MA HANNO VOTATO NO A QUESTA RIFORMA? Perché hanno respinto un attacco grossolano e riempito di menzogne contro la magistratura in blocco, ed hanno sentito il dovere di proteggerla come pilastro indiscutibile della Costituzione e dello stile di diritto e hanno voluto esprimere il loro apprezzamento per ringraziare i tanti valorosi e coraggiosi magistrati, vivi e morti, che onorano la loro professione. Questo non vuol dire che tanti che hanno votato NO pensino che non sia necessario fare riforme importanti e significative nella magistratura. Questo NO vuol dire: vogliamo una magistratura più forte non più debole, più libera non più asservita, con più mezzi e non con meno mezzi, più rispettata dalla politica e non meno rispettata. E chiediamo che i Nordio e le Bertoluzzi cambino mestiere. Propongo che da subito si incominci a studiare, elaborare e proporre proposte serie per correggere quello che va corretto nelle disfunzioni e debolezze della magistratura. PERCHÉ I NO HANNO DI GRAN LUNGA SORPASSATO IL NUMERO DI VOTI CHE I PARTITITI POLITICI HANNO OTTENUTO NELLE PIÙ RECENTI ELEZIONI POLITICHE E AMMINISTRATIVE? Perché sono confluiti nel NO anche molti voti che vengono impropriamente attribuiti ai partiti dell’opposizione. Sono voti per la Costituzione non voti contro la Meloni, ma contro la sua linea istituzionale che, passando per una loro legge elettorale con un premio di maggioranza esagerato, sarebbe sfociata nel primariato come scardinamento finale della Costituzione. Oltre agli indirizzi di partiti, sindacati, associazioni e giornali (pochi e poco), si è formato un tessuto di reti spontanee e volontarie che si sono legate e quindi si sono scambiate idee, riflessioni, paure, speranze che hanno contribuito al livello e all’esito del voto. Ho partecipato ad alcune di queste reti e non ho mai sentito parlare, né ho io mai parlato, di un voto contro la Meloni. Si è parlato di Costituzione, di minacce istituzionali, di risveglio democratico, ma mai di governo, di primarie, di politica estera, di vicinanza a Trump e simili che sono i temi che ho sentito rimbombare nel primo pomeriggio del dopo referendum, soprattutto in giornalisti e altri professionisti della politica politicante. PERCHÉ I SONDAGGI E I GIORNALISTI, IN GRANDE MAGGIORANZA, SBAGLIANO REGOLARMENTE LE LORO PREVISIONI E LE HANNO SBAGLIATE CLAMOROSAMENTE ANCHE IN QUESTO REFERENDUM? Basta ascoltare i loro commenti sul post referendum per dare una risposta a questa non difficile domanda. Si parlano solo tra di loro e non ascoltano mai cosa si dice nel Paese. PERCHÉ, SECONDO LE ATTRIBUZIONI DI VOTO, LA GRANDE MAGGIORANZA DI CHI VOTA LEGA HA VOTATO PER IL SI? Perché è una Lega che non ha più niente in comune con quello che fu la Lega di Bossi e che aveva sollevato molte speranze. PERCHÉ NESSUNA PERSONA RESPONSABILE HA, SINO AD ORA RICHIESTO, LE DIMISSIONI DI MELONI? Perché le difficoltà che il Paese deve affrontare in questo terribile periodo, soprattutto sul piano economico, sono tali che solo degli irresponsabili possono chiedere le dimissioni del Governo. Il Paese, nell’interesse di tutta la collettività, ha bisogno che il Governo tenga botta e si prepari, come del resto devono fare le opposizioni, per il confronto politico a tempo debito sui programmi e sulla classe dirigente degli schieramenti che si confronteranno per il Governo. Certo sarebbe decente che il responsabile primo di questo referendum berlusconiano e cioè il Ministro Nordio e la sua capo di gabinetto dessero le dimissioni. Ma la decenza, così come il coraggio non si può né imparare né insegnare. Ma il governo deve reggere, anche se indebolito. Ciò non vuol dire che il significato di questo referendum non sia anche politico e che nel voto non abbia giocato un ruolo anche l’insoddisfazione per la politica economica ed estera del governo Meloni. Come si può pensare che una votazione di questo tipo non abbia un contenuto politico? Ce l’ha e grande. Ma insieme a tanti altri temi sui quali i cittadini dovranno esprimere un voto politico e di governo. Questo è stato un voto per la Costituzione. Certamente le analisi più approfondite del voto che ci forniranno gli esperti, permetteranno approfondimenti. Soprattutto quelli sulla distribuzione territoriale e sull’età dei votanti, saranno molto utili, purché non vengano annacquate con eccessivi tecnicismi e trascurando i temi fondamentali che ho cercato di delineare. Per ora questo voto, schiettamente italiano e non partitico e strettamente costituzionale come la natura del referendum richiedeva, ci dona un momento di sollievo e di speranza. Non sprechiamolo, una ennesima volta, con risse di parte e con tecnicismi di politica politicante, se non con analisi menzognere. 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Governo Meloni
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Caso Delmastro, la vicepresidente del Piemonte Chiorino diserta il Consiglio. Le opposizioni: “Dimissioni, Infanga la Regione”
Questa mattina le opposizioni del Consiglio Regionale del Piemonte hanno chiesto le dimissioni della vicepresidente della Giunta piemontese Elena Chiorino, finita al centro del caso Delmastro. “Com’è possibile che la vice presidente sia entrata in società con un consigliere regionale, un sottosegretario e con la figlia di un prestanome condannato per intrecci con la mafia?” si chiede la capogruppo M5S Sarah Disabato che insieme ai suoi colleghi si sarebbe aspettata una risposta da parte di Chiorino nel corso della seduta oggi. La vice presidente però non si è presentata. “Fino all’ultimo abbiamo dato la possibilità di fornire spiegazioni, ma questo non è accaduto” aggiunge la capogruppo Pd Gianna Pentenero. “Il dato politico è che ancora una volta questa maggioranza scappa” aggiunge la capogruppo di Italia viva Vittoria Nallo. E così, dopo il pressing delle opposizioni, è stato comunicato che l’informativa sul caso Delmastro si terrà martedì prossimo alla presenza di Chiorino e Cirio. “Di fronte a chi parla di legalità a vanvera – conclude la capogruppo di Avs Alice Ravinale – non possiamo accettare questa disattenzione che infanga tutta la Regione Piemonte”. L'articolo Caso Delmastro, la vicepresidente del Piemonte Chiorino diserta il Consiglio. Le opposizioni: “Dimissioni, Infanga la Regione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Regione Piemonte
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Referendum, da FI ad Azione: così la base ha votato contro il Sì. E la “corrente Picierno” vale solo il 2% nel Pd
Ogni quattro elettori di Forza Italia ce n’è uno che non ha approvato la riforma della giustizia, il sacro graal berlusconiano. Un sostenitore su due di Azione ha disatteso l’indicazione di Carlo Calenda. E non c’è stata grande sintonia anche tra leader e base di Più Europa e Italia Viva. Mentre, all’interno del mondo Pd, è stato un flop l’indicazione controcorrente per il Sì dell’ala guidata da Pina Picierno. A conti fatti, anche tenendo conto dell’alta affluenza, il terzopolismo – che fa dell’alterità sulla giustizia uno dei suoi punti di forza – non se la passa benissimo. Almeno stando allo studio di Youtrend, che ha condotto un instant poll sulle intenzione di voto per SkyTg24. I risultati sono sorprendenti per quanto riguarda partiti e correnti alfieri dell’approvazione della riforma Nordio. Il dato più eclatante è quello che riguarda Forza Italia, il partito che ha voluto più di tutti la separazione delle carriere parlando esplicitamente della realizzazione del sogno di Silvio Berlusconi. E invece, sostiene l’istituto di sondaggi, il 16% degli elettori di FI e Noi Moderati ha votato No al referendum e il 12 per cento si è astenuto. Poco più di uno su quattro, insomma, ha fatto mancare il proprio sostegno alla riforma bandiera del partito. Il sondaggista Lorenzo Pregliasco ha spiegato che per Forza Italia c’è stato “un tasso di caduta non banale” che si spiega con la tipologia della base forzista: “Un elettorato moderato, civico, urbanizzato” che pur non essendo in via di principio ostile alla separazione delle carriere, in parte “ha voluto inviare un segnale di freno al rischio di concentrazione dei poteri, un segnale di moderazione al governo”. In Azione, partito che Calenda ha schierato per il Sì, ha votato contro il parere del leader ben il 32% della base e un altro 20 per cento si è astenuto. Per quanto riguarda gli elettori di Più Europa e Iv ben il 60% hanno rigettato la riforma, il 18 per cento astenendosi. Non è andata benissimo anche alla Lega: il 14% degli elettori ha votato No e il 4% si è astenuto. Più allineate le intenzioni di voto di Fratelli d’Italia: il 5% ha votato No e il 10% si è astenuta. Nel centrosinistra schierato per il No è il M5s a registrare più defezioni (il 10% dei Sì con il 9% di astensione), seguito da Avs (6% di Sì e 9% di astenuti). Mentre il partito che mediaticamente era più spaccato, cioè il Pd, è quello che ha fatto registrare il voto più allineato in termini assoluti. Solo il 10% degli elettori dem si è astenuto e appena il 2% ha votato Sì sposando la linea Picierno, la vicepresidente dell’Europarlamento che ha sostenuto l’approvazione della riforma e, alla fine, si è spesa attivamente nella campagna referendaria. Percentuali sorprendenti alla luce del “peso” mediatico che hanno avuto i distinguo rispetto alla linea del partito. L'articolo Referendum, da FI ad Azione: così la base ha votato contro il Sì. E la “corrente Picierno” vale solo il 2% nel Pd proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
Anche la Chiesa ha messo un ‘mattone’ sul No al referendum: così ha sabotato il progetto Nordio-Meloni
A sera appare sugli schermi Giorgia Meloni, veste color avorio e capelli sciolti un filo spettinati, come una madonna dell’Annunciazione: “Eccomi, sono la serva del Popolo, avvenga di me quello che ha detto il referendum…”. Il quadro immaginario non è estraneo agli eventi, poiché anche i palazzi ecclesiastici hanno dato un silenzioso contributo al sabotaggio del progetto governativo. Il risultato di un referendum è fatto di tanti “mattoni” come una costruzione Lego. Non c’è dubbio che uno di questi sia stato il voto giovanile prepotentemente orientato verso il No. Egualmente un fattore da tenere presente è l’impegno della Cei per la partecipazione al voto. Un impegno non gridato, ma presente sul territorio e insistente. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente dell’episcopato, si è mosso in tempo. Al Consiglio permanente della Cei, svoltosi a gennaio, ha esortato i cattolici a recarsi alle urne. “La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non devono lasciare indifferenti”, ha dichiarato. Naturalmente Zuppi non ha dato indicazioni di voto, ma ha tenuto a evidenziare che il giusto processo può essere declinato secondo “diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti”. Un modo elegante per mettere in dubbio le certezze proclamate dall’area di maggioranza. E intanto, mentre si spendeva per mobilitare quegli elettori che rischiavano di disinteressarsi di un quesito apparentemente troppo tecnico, il cardinale lanciava contemporaneamente una frase-chiave: “C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da preservare”. Chi voleva capire, ha capito. Per la maggioranza dei vescovi italiani e di molta parte del clero la Costituzione è tuttora culturalmente una pietra angolare dell’ordinamento politico-sociale. E se nelle generazioni più anziane è viva la memoria della fondamentale partecipazione della Democrazia cristiana alla ricostruzione dello Stato dopo la II Guerra mondiale, nelle generazioni più recenti gioca un ruolo l’idea di un “buon equilibrio” delle istituzioni nonché l’insofferenza per le manifestazioni di populismo e sovranismo, che celano pulsioni autoritarie. Le campagne virulente contro la cosiddetta “malagiustizia” non hanno mai appassionato i vescovi. E’ partito così, senza clamori, semmai in maniera sotterranea, un trend di sabotaggio ad una riforma che a gran parte del personale ecclesiastico è parsa troppo sgangherata: la magistratura spaccata in due organismi, il bizzarro sorteggio differenziato per laici e magistrati, l’accrocco dell’Alta Corte… In questa diffusione lenta ma costante di un clima negativo nei confronti della legge messa in campo non va sottovalutato – nell’area cattolica, specie meridionale – la posizione di vecchi leoni democristiani tipo Clemente Mastella o Cirino Pomicino (mancato qualche giorno fa). L’appello di Mastella “Voterò No, nonostante vicende personali processuali”, è diventato per una serie di notabili moderati del Sud un potente antidoto contro lo schieramento del Sì, che agitava scompostamente i fantasmi di Tortora e Garlasco. Uguale influenza hanno esercitato le parole di Pomicino che all’inizio dell’anno affermava con convinzione che la “riforma Nordio finirà per accrescere, e non per diminuire, il potere a volte senza limiti dei pubblici ministeri”. Diocesi… parrocchie… in certe situazioni non è necessario fare grandi proclami: basta generare una tacita sfiducia, un silenzioso rifiuto della novità proposta. Il passo successivo è consistito nell’annunciata partecipazione del vicepresidente della Cei, monsignor Francesco Savino, ad un evento per il No, organizzato da Magistratura democratica. Il vescovo ha poi rinunciato a intervenire, ma una sua nota ufficiale – pur nel suo linguaggio irreprensibile – è suonata come una chiara bocciatura della riforma governativa. “Primo: custodire l’equilibrio tra i poteri dello Stato”, ha scandito Savino, perché l’autonomia reciproca non è una formalità, ma una garanzia per tutti. “Quando i poteri smettono di bilanciarsi e di contenersi – ha spiegato – la libertà diventa fragile e a pagare per primi il prezzo di ogni squilibrio sono sempre i più deboli, i meno protetti, chi dispone di minori risorse culturali o relazionali per difendersi”. Secondo – ha sostenuto il vicepresidente della Cei ( rappresentante per l’area Sud dell’episcopato italiano) – è necessario “riconoscere che l’indipendenza della magistratura non è un privilegio di categoria, ma una tutela sostanziale dello Stato di diritto”. Terzo, la giustizia deve rimanere distante dal potere. E’ in questa distanza, ha rimarcato il vescovo, che una democrazia “misura la propria credibilità”. Non c’era da aggiungere altro. Il prevalere sostanzialmente compatto del No in tutto il Meridione e nelle Isole rivela che la rete ecclesiale ha fatto il suo lavoro. Un piccolo, utile “mattone” nella grande costruzione della sconfitta di Giorgia Meloni. L'articolo Anche la Chiesa ha messo un ‘mattone’ sul No al referendum: così ha sabotato il progetto Nordio-Meloni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Matteo Maria Zuppi
Referendum Giustizia
Non è stato un trionfo del No ma del Basta! Questo hanno fatto i giovani andando a votare
In città respiriamo a metà, con mezzo polmone soltanto. Lo realizziamo in montagna, quando il torace si dilata per gonfiarsi d’aria, mentre qui serriamo d’istinto la bocca per non inalare smog. La stessa sensazione che ho provato ieri, dopo tanto tempo. Di sollievo a metà. Un’euforia floscia come un pallone bucato. La soddisfazione per la travolgente vittoria del No fatica a farsi largo nelle viscere attanagliate dall’angoscia. Guardavo le persone scese in piazza, cercando la mia stessa contentezza ammaccata, soffocata dalla preoccupazione costante di questi anni. Le bandiere che sventolavano davanti ai miei occhi si sovrapponevano all’immagine che non riuscivo a togliermi dalla testa, come i disegni stampati sui vetrini dell’oculista quando, da bambina, andavo a curare lo strabismo. Le bandiere e le gambette del piccolo Karim bruciate dalla sigaretta. Karim, un bambino palestinese di un anno, è stato torturato dai soldati israeliani per estorcere una confessione a suo padre, a un check point del campo profughi di Al-Maghazi. C’è il referto medico, le foto, i testimoni, come per molte altre vicende di abusi sui bambini palestinesi. Torturato per 10 ore davanti agli occhi del papà e rilasciato al Comitato Internazionale della Croce Rossa in stato di shock. Gambette, Bruciature, bandiere, il buco di un chiodo piantato nella carne. L’orrore al quale assistiamo ogni giorno non ci abbandona mai, nemmeno mentre esultiamo per la vittoria del No. Diversi parlamentari di centrosinistra hanno sostenuto il Sì, a fronte di nessun parlamentare del centrodestra che sostenesse il No. Curioso che a votare con le destre fossero gli stessi esponenti del centrosinistra in prima linea quando c’è da richiamare gli elettori al voto utile per fermare le destre (ma quando uno vuole abolire il Senato, dice che se non gli riesce lascia la politica e poi fa il senatore io alzo le mani). Il risultato è che ci sono più elettori di centrodestra che hanno votato No che elettori di centrosinistra che hanno votato Sì. Un altro grande successo dei terzopolisti e riformisti del Pd, quelli a favore delle riforme sì, purché della destra. Non mi stupisce che nel Pd chi si è espresso per il Sì appartenga alla famigerata “Sinistra per Israele” che si è data il compito di negare il genocidio e la sua meticolosa pianificazione. Votano nel merito della riforma, dicono. Me li immagino a comprare acquerelli di Hitler perché era un buon pittore. Non so quanti abbiano votato “No” nel merito. So che tanti abbiamo votato “No” a prescindere dal giudizio negativo sulla riforma. Perché di fronte a Meloni che si rifiuta di condannare Israele o Trump, a Tajani che il diritto internazionale vale fino a un certo punto, di fronte a Nordio che libera il torturatore Almasri accusato di stupro di minori ma denuncia il trauma dei piccoli della casa del bosco; di fronte a Salvini che ritira il premio “amico di Israele” mentre assiste al massacro di decine di migliaia di palestinesi, libanesi, iraniani; di fronte a qualunque rappresentante di questo governo di complici e pavidi che ha l’ardire di chiedere un voto a conferma del suo operato, non si può fare altro che piantare un bastoncino tra gli ingranaggi del genocidio. È l’unica mossa strategica, l’unica opzione morale, l’unica cosa sensata. Questo hanno fatto i giovani andando a votare: non sono preoccupati di salvaguardare l’indipendenza della magistratura. Se qualcuno lo è, la vive come una preoccupazione subordinata di fronte al collasso della democrazia al quale assiste angosciato, senza che i giudici o il Csm o i giornalisti o i politici, l’Ue, l’Onu, gli adulti tutti riescano a fermare i responsabili di questo sfacelo del diritto, della logica, dell’umanità. Non sono preoccupati che la riforma sia preludio del premierato: considerano già tutto perduto, sono nauseati, sono sconvolti, sono furiosi. Quello che per noi è uno spettro – il piano di Licio Gelli, la torsione autoritaria – per loro è la norma, per loro questo fa chi sta a Palazzo Chigi. Quali provvedimenti ti aspetti che adotti per migliorare il funzionamento della giustizia chi resta saldamente alleato di paesi che bombardano a tappeto scuole, ospedali, ponti, città, case, caffè in riva al mare con tutte le persone che ci sono dentro?! Cosa vuoi discuterci? Quali riforme vuoi affidare a gente simile? La fermi e basta, pianti la matita sulla scheda come un bastoncino nell’ingranaggio e questo è il trionfo del “No”. Un trionfo del “basta”. L'articolo Non è stato un trionfo del No ma del Basta! Questo hanno fatto i giovani andando a votare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia, non tornano i conti: a Sassari spoglio incompleto a 24 ore dalla chiusura dei seggi
Lo spoglio per il referendum si è chiuso ormai da ore, ma c’è una sezione in cui le operazioni di scrutinio non sono ancora state completate. Motivo? Nella sezione 127 di Sassari il conteggio tra il numero di schede e il numero di voti espressi riporta una discordanza. Ieri, al termine delle attività di spoglio, la presidente del seggio, constatato che i conti non tornavano, aveva chiuso le operazioni senza completare lo scrutinio. Tutte le schede sono state inviate all’Ufficio provinciale per il referendum presso il Tribunale di Sassari che ora dovrà riesaminare i voti e il verbale di seggio per poi rendere valido lo scrutinio e inviare il risultato finale all’Ufficio centrale per il referendum. La sezione in questione, come detto, è la numero 127, ubicata nella scuola media di Via Monte Grappa: 346 gli elettori aventi diritto. Come si legge sulla piattaforma del Viminale “gli atti della sezione 127 del comune di Sassari sono stati inviati all’ufficio centrale per il completamento delle operazioni”. Non è chiaro cosa sia accaduto nel corso delle operazioni di scrutinio, solitamente lineari nel caso di un referendum. Sempre nel Sassarese, in occasione delle regionali del 2014, una sezione non aveva concluso lo spoglio nelle 12 ore previste dalla legge. Anche allora fu l’ufficio centrale del tribunale a chiudere e validare lo scrutinio. L'articolo Referendum Giustizia, non tornano i conti: a Sassari spoglio incompleto a 24 ore dalla chiusura dei seggi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, per il No 5,5 milioni di voti in più rispetto a quelli di Pd, M5s e Avs alle Europee. Voto trasferibile per la coalizione? I dubbi degli esperti
C’è un dato assoluto chiaro. Il No alla riforma della giustizia ha ottenuto oltre 15 milioni di voti, staccando di quasi 2 milioni i favorevoli. Gli italiani che si sono espressi contrari al referendum sono pertanto quasi 5 milioni e mezzo in più rispetto a quelli che alle Europee del 2024 hanno votato per Partito democratico, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi-Sinistri, i tre partiti che hanno sostenuto il No. Confrontando il dato con quello delle Politiche del 2022, il fronte del No ha ottenuto 3,9 milioni di voti in più rispetto a quelli ottenuti dalle liste che lo sostenevano. Secondo le analisi di Youtrend “almeno 4-5 milioni di elettori del No non sono riconducibili ai partiti che lo sostenevano”. I voti per il Sì, d’altro canto, sono 2,4 milioni in meno rispetto a quelli ottenuti dal centrodestra e da Italia-Viva, Azione e +Europa rispetto alle Politiche e circa 400mila in meno rispetto alle scorse Europee. > Il No ha preso 3,9 milioni di voti in più rispetto a quelli ottenuti alle > politiche 2022 dalle liste che lo sostenevano, mentre il Sì 2,4 in meno > rispetto ai partiti che erano a favore della riforma.#MaratonaYoutrend > pic.twitter.com/pTjkBUuZNZ > > — Youtrend (@you_trend) March 24, 2026 Nella tornata referendaria, infatti, il fronte di No resta compatto mentre quello del Sì perde pezzi. “Pd, M5s e Avs hanno tenuto oltre l’80% del proprio elettorato“, sottolinea Youtrend, mentre “il fronte del Sì ha registrato defezioni più significative: Forza Italia mostra un tasso di caduta non trascurabile verso il No, leggibile come segnale di un elettorato moderato e urbano che ha voluto esprimere un freno“. Per quanto riguarda Azione, Italia Viva e +Europa “risultano sostanzialmente spaccate, con il No prevalente tra gli elettori di IV e +Europa”, viene aggiunto. Anche per l’Istituto Cattaneo, gli elettori di Pd, M5s e Avs “hanno votato in maniera piuttosto compatta seguendo la posizione prevalente nel proprio campo. La quota del ‘voto divergente‘ è minima sia da una parte sia dall’altra”. L’istituto segnala però un’eccezione significativa: “Nelle città del Sud una quota variabile tra il 10% e il 30% di elettori del centrodestra ha optato per il No, così come è accaduto a parti invertite per gli elettori del centrosinistra”. “Il voto al Sud sembra insomma avere avuto un carattere meno ideologico o comunque meno legato alla contrapposizione frontale tra gli schieramenti politici“, si legge nell’analisi dell’Istituto Cattaneo. Ma questi milioni di voti in più per il No rispetto ai partiti possono essere considerati come potenzialmente trasferibili alla coalizione del campo progressita? È un quesito che i sondaggisti si sono posti, sollevando molti dubbi. “Le elezioni suppletive tenute lo stesso giorno in due collegi veneti confermano che il voto referendario non si converte automaticamente in consenso partitico: circa 30.000 elettori che hanno scelto il No non hanno votato centrosinistra sulla scheda delle suppletive. Votare No è facile, ha una forza sintetica e binaria. Tradurlo in adesione a una coalizione è un’altra questione”, sottolinea Youtrend. “È dubbio che si possa interpretare il risultato come un predittore del voto in occasione di future elezioni politiche. In ogni caso, se questo fosse vero, se cioè il Sì al referendum fosse un buon indicatore del consenso verso la linea politica del governo e il No un indicatore del consenso verso la linea politica delle opposizioni, le elezioni politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo ad una maggioranza relativa dei seggi”, spiega l’Istituto Cattaneo sul referendum. Infine c’è da considerare i flussi dell’affluenza rispetto ai partiti. Se gli elettori di Pd e Avs (ma anche Azione e Italia Viva), secondo le stime, hanno partecipato in massa al voto, quelli del centrodestra si sono astenuti tra il 12 e il 15% rispetto alle Politiche. Quota simile a quella degli elettori del M5s: in questo caso va considerato che la partecipazione al referendum è stata in una misura significativamente superiore rispetto alle Europee del 2024. Secondo l’Istituto Cattaneo, “se il tasso di partecipazione al voto referendario dell’elettorato di centrodestra fosse stato pari al tasso di partecipazione dell’elettorato di centrosinistra il Sì avrebbe potuto contare su circa 4 punti percentuali in più“. L'articolo Referendum, per il No 5,5 milioni di voti in più rispetto a quelli di Pd, M5s e Avs alle Europee. Voto trasferibile per la coalizione? I dubbi degli esperti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
Salvini colpisce ancora: “Vincerà il Sì con il 54%”. La cifra è giusta, ma a vincere è stato il No
Un pronostico perfetto, con tanto di cifre precise, peccato che il risultato si è rivelato poi esattamente opposto. Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e leader della Lega, aveva dato la sua previsione per il referendum sulla giustizia di domenica 22 e lunedì 23 marzo, vinto alla fine dal No, ma il risultato ha tradito il ministro dei trasporti consegnandolo nelle grinfie del pubblico ludibrio. Era intervenuto in collegamento telefonico il 19 marzo, ospite di Un Giorno da Pecora su Rai Radio1 e, in risposta alla domanda del conduttore che chiedeva un pronostico per il prossimo referendum, aveva risposto: “54% sì, 46% no” e aveva sarcasticamente aggiunto: “Se la becco cosa vinco?“. Una domanda che ha sancito il sonoro autogol del vicepresidente del Consiglio dopo i risultati del referendum, che hanno consegnato la vittoria al No proprio con il 54%. Ad amplificare la non eccezionale prestazione del ministro era stata la violazione del silenzio elettorale nella giornata di sabato 21 marzo, un giorno prima dell’inizio delle votazioni: Salvini aveva postato sul proprio profilo X una foto con un semplice, ma chiarissimo “Sì”, ripetuto anche in didascalia. Nei commenti in tanti si erano scagliati contro il leader della Lega contestandogli la violazione del silenzio elettorale. Da un punto di vista legale il vicepresidente del Consiglio non ha violato alcuna legge, non essendo inserita la componente social tra i limiti imposti, ma ha violato una sostanziale prassi che si tiene nei giorni subito precedenti alle elezioni: una scelta che ha amplificato la reazione dei social, già infuocata dal pronostico così “precisamente sbagliato“. L'articolo Salvini colpisce ancora: “Vincerà il Sì con il 54%”. La cifra è giusta, ma a vincere è stato il No proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Matteo Salvini
Referendum Giustizia
Referendum, l’ora dei distinguo dentro FdI. Rampelli: “Gli attacchi ai giudici hanno spaventato. Linguaggio sbagliato”
Il giorno dopo la prima sconfitta del governo Meloni è quello delle nenie. Ma tra i lamenti che danno addosso a tutti senza alcuna autoanalisi, il distinguo arriva da Fabio Rampelli. Uomo di prima fila, tra i fondatori di Fratelli d’Italia, recentemente finito in alcune cose in contrasto con le sorelle Meloni, il deputato e vicepresidente della Camera ammette che qualcosa non ha funzionato. E punta il dito contro gli attacchi ai giudici e la pretesa di spiegare la riforma senza trovare una chiave che rendesse comprensibile il punto di vista della maggioranza che l’ha concepita e approvata. Quella di Rampelli è una scudisciata secca: “Abbiamo utilizzato un linguaggio tecnico giuridico incomprensibile alle persone semplici – ha detto a La Repubblica – La Sora Lella, non essendo una giurista, nel clima esasperato che c’è stato si è spaventata, anche per gli attacchi ai giudici, e ha preferito non fare salti nel buio”. Anche perché, ammette, la sinistra è “scesa dal piedistallo dell’armocromismo”, anche se – puntualizza – “facendo demagogia”. Ma in ogni caso, su quel piedistallo, riaffonda, “noi ci siamo saliti”. Un distinguo pesante, anche se per il resto la lettura della sconfitta è sovrapponibile agli ordini di scuderia: “Il referendum, per la Costituzione, – ha aggiunto – è lo strumento con cui il cittadino è chiamato a una responsabilità in più, rendendosi autonomo dal partito per cui simpatizza. L’abbiamo detto da subito, il governo Meloni sarà giudicato per il suo operato alla fine della legislatura”. E ancora sul “No” larghissimo tra le nuove generazioni: “Le guerre poi hanno scatenato una paura mista a un sentimento anti-americano, che ha certamente attecchito tra i giovani. Il governo ha mantenuto una postura corretta, che non attrae le simpatie dei ragazzi. E poi restano gli altri ‘buchi neri’ del centrodestra: le grandi città e le regioni rosse”. Nel merito, ha osservato Rampelli, “non siamo riusciti a far capire che la riforma era a favore dei magistrati, per liberarli dal ricatto delle correnti minoritarie e politicizzate, quindi per diventare più efficienti e ricostruire la fiducia perduta”. La gente, a suo avviso, “vuole che si occupino più dei reati sociali che di quelli mediatici”. Il vicepresidente della Camera quindi sostiene: “Se la riforma avesse voluto sottomettere la magistratura alla politica avrei votato contro anch’io. Gli elettori hanno scelto di schierarsi contro questa mistificazione, non contro la riforma. E poi ci siamo impiccati all’articolo 111, il linguaggio incomprensibile di cui parlavo”. C’è spazio anche una dose di vittimismo, un’arma sempre in voga: “La violenza che ci è stata riversata addosso, come sempre capita, ci renderà più solidi e compatti. La politica di questo tempo ha disimparato a discutere, ragionare, fare strategia era una vittoria possibile”. Sul dialogo per la legge elettorale precisa: “Lo abbiamo cercato sul premierato, rinunciando al presidenzialismo per incontrare il favore dell’opposizione; sulla giustizia, incardinando una legge che per sei volte aveva provato a fare la sinistra e lo cercheremo anche sulla legge elettorale. Ma finora – ha concluso Rampelli- non c’è stata volontà di condivisione da Schlein e Conte”. L'articolo Referendum, l’ora dei distinguo dentro FdI. Rampelli: “Gli attacchi ai giudici hanno spaventato. Linguaggio sbagliato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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