A 87 anni, Pupi Avati non cerca più lusinghe né si nasconde dietro la retorica
della “vecchiaia serena“. In una lunga e densa intervista rilasciata a
Fanpage.it, il regista bolognese traccia quello che lui stesso definisce un
“rendiconto”: un bilancio esistenziale prima ancora che artistico, segnato dalla
consapevolezza del tempo che scarseggia e da una lucidità disarmante nel
giudicare il proprio passato, il cinema contemporaneo e i colleghi.
GLI ANNI ALLA FINDUS
Uno dei passaggi più significativi e amari della conversazione riguarda il
periodo precedente alla sua affermazione cinematografica. Per quattro anni,
Avati ha lavorato come rappresentante della Findus, vendendo surgelati.
Un’esperienza che il regista non esita a definire come “il periodo peggiore
della sua vita”. Avati offre una riflessione sociologica spietata sul mondo del
lavoro convenzionale, paragonando la sua esperienza a una sorta di girone
dantesco della mediocrità aziendale. “Il novanta per cento delle persone nel
mondo dona i 40 anni migliori della propria vita a una professione con la quale
non ha nulla a che spartire”, dichiara a Fanpage. Descrive quegli anni come un
vuoto pneumatico di creatività, dove l’unica gratificazione possibile era quella
retributiva o legata alla carriera gerarchica. Il regista ricorda come
l’obiettivo fosse unicamente “scavalcare i colleghi nelle graduatorie di
produttività per occupare posizioni di vertice”, mosso da un’ambizione e da
ragioni economiche che, confessa, a lui hanno sempre interessato ben poco. È
stato il cinema, e specificamente la visione di 8½ di Federico Fellini, a
salvarlo da quella che definisce, con una certa amarezza, un’attività
“fantozziana”.
IL CINEMA, GLI INCASSI E IL “CASO” CHECCO ZALONE
Con la stessa franchezza con cui parla del suo passato da impiegato, Avati
analizza il presente dell’industria cinematografica, ponendo una netta linea di
demarcazione tra la sua visione artistica e i fenomeni commerciali di massa.
Interpellato sul successo stratosferico di Checco Zalone, capace di infrangere
ogni record al botteghino, Avati non usa mezzi termini. Pur non attaccando la
persona, distingue nettamente i campi da gioco: “A me guadagnare 70 milioni di
euro con un film è qualcosa che mi fa pensare a un altro mestiere rispetto al
cinema”. Per il maestro bolognese, quello di Zalone è “proprio un altro
campionato”. Non si tratta di snobismo, ma di una diversa concezione dell’opera
filmica che non trova punti di contatto con la macchina da guerra degli incassi
record. Avati rivendica un cinema che, pur cercando il pubblico, risponde a
logiche narrative ed espressive diverse dalla pura massimizzazione del profitto.
LA POLITICA DEL CASTING: CONTRO IL “RAZZISMO” DEL SISTEMA
Un altro punto focale dell’intervista riguarda le scelte di casting, spesso
controcorrente, che hanno caratterizzato la filmografia di Avati (da Ezio
Greggio a Katia Ricciarelli, fino a Neri Marcorè). Il regista denuncia quello
che definisce un “razzismo estremo” del cinema italiano: un sistema chiuso dove
lavorano sempre le stesse poche decine di attori, lasciando migliaia di
professionisti “a fissare il telefono in attesa di uno squillo”. In questo
contesto, Avati elogia due figure in particolare: una è Cesare Cremonini, che
viene descritto come “un essere umano meraviglioso”; l’altro è Alessandro
Habert, che per Avati è, oggi, l’unico a detenere il titolo di “miglior attore
italiano”.
I MAESTRI: LE BUGIE DI FELLINI E LA DOLCEZZA DI PASOLINI
Il “rendiconto” di Avati tocca anche i giganti che ha incrociato. Di Federico
Fellini ricorda la vanità e le bugie bonarie: Avati è certo che il Maestro non
abbia mai visto un suo film, pur complimentandosi, perché Fellini ammetteva
candidamente di non guardare le opere altrui. Di Pier Paolo Pasolini, con cui
collaborò alla sceneggiatura di Salò o le 120 giornate di Sodoma (lavoro per cui
non fu accreditato), Avati conserva un ricordo luminoso, in netto contrasto con
l’immagine pubblica dello scrittore. Descrive un uomo “gentile, affabile,
dolce”, privo di lati oscuri nella quotidianità lavorativa e dotato di quella
modestia tipica dei geni che badano solo all’essenziale.
IL DISCORSO ALL’OSCAR MAI PRONUNCIATO
L’intervista si chiude con una nota di malinconia mista a ironia. Alla domanda
se abbia mai pensato all’Oscar, Avati risponde affermativamente: “Ci ho sempre
pensato, costantemente”. Confessa anzi un rituale scaramantico e struggente:
dopo ogni film prepara un discorso di ringraziamento. Un foglio di carta che,
ammette con disarmante sincerità, “purtroppo non mi è mai servito”. A 87 anni,
con gli amici di una vita quasi tutti scomparsi e un futuro che “trova una sua
difficile collocazione”, Pupi Avati si rifugia nel dialogo con i propri defunti,
un’eredità spirituale della parte “occultista” della sua famiglia: “Da adulto
quelle esperienze si sono trasformate in un grande legame con tutti i defunti
della mia vita, per le persone a me care e a me più vicine. Anziché dedicare il
tempo alle preghiere, spesso ripeto i loro nomi, in qualche modo li evoco e li
sento venire, percepisco una loro vicinanza. E le angosce, in quel momento,
finiscono”.
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vicinanza. Zalone? Fa un altro mestiere. Preparo sempre il discorso per l’Oscar,
ma non serve mai”: così Pupi Avati proviene da Il Fatto Quotidiano.