Nel terzo passo per aggiustare le imprese, affinché siano in grado di cogliere
appieno la sfida sociale, abbiamo mostrato come il ridisegno della loro
architettura strategica – teso ad avviarsi con gradualità e sperimentazione
verso quello che abbiamo chiamato l’archetipo del Rigeneratore – preveda una
proiezione verso l’esterno dell’impresa. Ripensare la propria impresa,
trasformarla profondamente a partire dallo scopo è importante, ma per cogliere
del tutto la sfida sociale, occorre poi ripensare le filiere del valore, i
sistemi produttivi, i cluster e gli ecosistemi in cui l’impresa è inserita.
Il nuovo modello capitalistico di cui abbiamo bisogno non è inward-looking, ma
outward-looking. È attento alla creazione di valore per tutti gli stakeholder e
ambisce a ritagliare per le imprese un nuovo e riscoperto ruolo nella società,
rigenerandola. Il quarto passo del nostro modello, oggetto di questo capitolo,
aggiunge un ulteriore tassello al percorso da compiere per aggiustare le
imprese. L’azione isolata deve presto cedere il passo a un approccio collettivo,
per massimizzare l’impatto sociale.
Non solo, oggi le sfide sociali sono diventate ancora più impegnative, per
portata, entità, urgenza e frequenza. Le transizioni politiche, l’incertezza
economica e l’erosione della coesione sociale hanno aperto fratture profonde.
Divisioni che hanno un costo elevato, perché i veri ingredienti dell’innovazione
– creatività, competenze, risorse – si trovano quasi sempre all’incrocio tra
stakeholder diversi.
Occorre cambiare passo: mettere insieme risorse, dati e finanziamenti e
convogliarli con rapidità ed efficienza verso obiettivi comuni, raggiungendo una
scala che nessuna organizzazione, da sola, potrebbe mai ottenere.
Serve un approccio collettivo alla generazione di impatto sociale. La
letteratura sul Collective Impact ci viene in aiuto in questo senso. L’approccio
Collective Impact non si limita a immaginare nuove soluzioni per le sfide
sociali, ma suggerisce anche di innovare i processi stessi di collaborazione.
Occorre, infatti, lavorare per unire comunità che altrimenti restereb- bero
separate, costruire linguaggi e strumenti condivisi, dare spazio a voci che
troppo spesso non vengono ascoltate, portare nuove capacità dentro il dibattito
intorno ai temi sociali, e superare difficoltà che per anni hanno bloccato tanto
il settore pubblico quanto quello privato nell’intervenire su questioni non
rimandabili.
L’idea dell’innovatore solitario, tanto cara alle narrazioni popolari, non regge
più. Le grandi sfide globali – il cambiamento climatico, la disuguaglianza
economica, l’escalation dei conflitti, i rischi per la privacy e la sicurezza
delle nuove tecnologie – sono problemi di azione collettiva. Non si risolvono
con soluzioni miracolose partorite da singoli eroi, ma dipendono dalla nostra
capacità di unirci. I collective social innovators riprendono approcci che hanno
funzionato in passato e ne speri- mentano di nuovi, con lo sguardo rivolto al
futuro. Se vogliamo costruire un domani in cui non solo sopravvivere, ma
prospera- re, dobbiamo farlo insieme.
Quando cerchiamo di dare senso al mondo che ci circonda, spesso ci affidiamo
alle storie. È un bisogno antico, che ci aiuta a mettere ordine nel rumore,
nelle contraddizioni e nella complessità della realtà. Ogni storia, però, ha
bisogno di un protagonista, di un volto a cui attribuire il cambiamento, di una
figura che incarni la speranza o la ribellione. Il problema è che la realtà
funziona diversamente. I leader non inventano i movimenti dal nulla, ma si
muovono dentro un’onda di cambiamento che altri hanno già messo in moto.
Martin Luther King non creò il movimento per i diritti civili. Il movimento era
cresciuto nei decenni precedenti, grazie al lavoro paziente e rischioso di
migliaia di afroamericani e dei loro alleati. Rosa Parks non fu una donna
qualunque che, spinta da un atto improvviso di coraggio, scelse di non alzarsi
dal suo posto sull’autobus. Era un’attivista di lungo corso, e la sua decisione
fu il frutto di una strategia pensata insieme a una rete di donne militanti.
Nelson Mandela non abbatté l’apartheid da solo, ma si inserì in una lotta che
durava da oltre mezzo secolo, in cui molti avevano già dato la vita. Greta
Thunberg aveva solo quindici anni quando iniziò a protestare davanti al
Parlamento svedese contro l’immobilismo nei confronti del cambiamento climatico.
“Se è davvero un’emergenza, perché non stiamo facendo nulla?”, domandava. Un
anno più tardi, circa un milione e seicentomila studenti di 125 Paesi scesero in
piazza per uno sciopero globale.
Così come è vero che la sfida sociale è sempre troppo grande per una singola
persona, lo è per una singola impresa. Per quanto sia molto importante riferirsi
a casi di imprese evocativi, come quelli noti di Patagonia o di Unilever, o al
contributo al dibattito di giganti della scena economica come Paul Polman,
Hubert Joly o Larry Fink, un cambiamento come quello atteso passa solamente da
un approccio collettivo.
LA SFIDA SOCIALE È TROPPO GRANDE PER LA SINGOLA IMPRESA
Il cambiamento sociale su larga scala richiede un coordinamento ampio e
trasversale. Eppure, il settore sociale continua a muoversi soprattutto
attraverso interventi isolati di singole organizzazioni. Le questioni sociali,
infatti, vengono quasi sempre delegate al non profit o al governo, che
affrontano i problemi secondo logiche frammentate. Il risultato è che circa 1,4
milioni di organizzazioni non profit cercano di elaborare soluzioni autonome
agli stessi nodi, spesso lavorando in modo disallineato e rendendo
sproporzionate le risorse necessarie per raggiungere risultati significativi. Ma
nessuna organizzazione, da sola, può farsi carico di un grande problema sociale,
né tanto meno risolverlo. Lo stesso vale per i governi: la competitività
economica e il progresso sociale non dipendono mai dall’azione di un solo
ministero, e le agende dei dipartimenti finiscono molte volte per contraddirsi a
vicenda. Eppure, troppo spesso la complessità della società viene lasciata al
tentativo di un singolo attore.
Per tale motivo, come sosteniamo in questo libro, le imprese possono avere un
ruolo decisivo nell’affiancare e rafforzare l’azione pubblica, aiutandola a
superare incertezze e limiti strutturali. L’iniziativa annunciata da Eric
Schmidt, già CEO di Google, con la creazione dello Special Competitive Studies
Project (SCSP), va in questa direzione: un progetto pensato per formulare
raccomandazioni capaci di rafforzare la competitività degli Stati Uniti in un
futuro in cui intelligenza artificiale e nuove tecnologie ridisegneranno
sicurezza nazionale, economia e società. Un’idea che ricorda da vicino lo
Special Studies Project promosso da Nelson Rockefeller nel 1956, quando, nel
pieno della Guerra fredda, aveva riunito alcune delle menti più brillanti del
Paese per analizzare problemi e opportunità e tracciare una nuova rotta di
rinnovamento per la società americana.
L’imprenditorialità, in questa prospettiva, può diventare un laboratorio capace
di attrarre talenti eterogenei: tecnologi, funzionari pubblici, professionisti
del settore privato, giovani con competenze diverse.
La sfida, però, è far sì che l’impatto generato dalla singola impresa riesca a
scalare fino a tradursi in vero valore pubblico. Come ricorda l’economista
Mariana Mazzucato, il valore pubblico è cosa diversa dal bene pubblico: è un
concetto più ampio e meno vincolante, perché nasce non solo all’interno o
all’esterno dei mercati pubblici o privati, ma dall’interazione di entrambi. La
letteratura e la prassi richiamano spesso l’importanza di dotarsi di
partenariati pubblico-privati (PPP), che però restano limitati dalla difficoltà
di parlarsi con un linguaggio comune. Avere una missione condivisa è il primo
passo per costruire fiducia, e senza fiducia non esiste collaborazione duratura.
In sostanza, si tratta di passare dagli sforzi individuali al progresso di
sistema, dalle agende personali a un approccio collettivo, evitando di
correggere un solo punto della catena e facendo in modo che tutte le sue parti
migliorino insieme.
Questa è l’essenza del Collective Impact: l’impegno di un gruppo di attori
rilevanti, provenienti da settori diversi, a condividere un’agenda comune per
affrontare un problema sociale specifico. Non accade spesso, non perché sia
impossibile, ma perché così di rado viene davvero tentato.
L'articolo Per cambiare il capitalismo serve un’azione collettiva: l’impatto
sociale nasce dalla collaborazione proviene da Il Fatto Quotidiano.