N ella tetralogia di Elena Ferrante, che a picchiare le loro mogli fossero i
personaggi del Rione era perfettamente legittimo e lineare; che Nino Sarratore
fosse un violento sui generis, in un modo decisamente più subdolo, ha invece
lasciato sgomente molte lettrici e spettatrici: colto, raffinato, capace di
parlare bene e di nutrirsi di libri “giusti”, sempre pronto a incitare Elena
Greco rispetto alla sua produzione letteraria e prontissimo a redarguire
l’allora marito di lei di lasciarle il tempo per fare ricerca e scrivere.
Proprio lui, provvisto all’apparenza di tutti gli strumenti culturali per
fermarsi prima, come ha fatto a scivolare lungo lo stesso piano inclinato?
Quella sensazione di brutta sorpresa, che ho visto ripetersi in mille visi, in
mille dialoghi e in molti scritti, mi sembra rivelare quanto ancora, nonostante
tutto il progresso che abbiamo fatto, sia radicato in noi un certo stupore in
odore di intellettualismo etico, ovvero l’idea secondo la quale sapere ciò che è
giusto conduca necessariamente ad agire “bene”. Mutatis mutandis, l’aspettativa
rispetto a un uomo (nel caso di specie un personaggio di finzione) che,
conoscendo il bene, non può agire il male, e quindi l’errore morale come frutto
di ignoranza, perché più istruzione significa più progresso morale. Nonostante
sia un paradigma di teoria morale superato da tempo, qualche strascico nel
nostro inconscio sembra insomma rimanere.
> Nonostante tutto il progresso che abbiamo fatto, è ancora radicato in noi un
> certo stupore in odore di intellettualismo etico, ovvero l’idea secondo la
> quale sapere ciò che è giusto conduca necessariamente ad agire “bene”.
Richiamare oggi quello stupore davanti all’evoluzione del personaggio maschile
principale della saga dell’Amica geniale significa riesumare un ricordo così
lontano che potremmo averlo sovrascritto collettivamente. Invece vi chiedo di
tornare un attimo con la testa a quei momenti nei quali, pagina dopo pagina,
stava diventando quello che poi l’ha consacrato come peggior uomo dei quattro
volumi. Tornate al momento in cui avete sospirato: “No! Anche lui”. Odio
quell’“anche”: odio la sua posizione di torretta difensiva, il suo celare
un’eccezione che non esiste.
E se le persone istruite fossero solamente più brave a giustificare le
disuguaglianze con argomenti sofisticati? E se l’istruzione rendesse,
soprattutto e prima di tutto, le persone più abili nel ragionare, senza che
questo si trasli anche sulla loro scala di valori, schemi comportamentali
introiettati, nel loro orientamento assiologico? Il problema non è che “anche
qui” (nei nostri ambienti culturali, istruiti, progressisti) succedono queste
cose, ma il fatto che, nonostante siano anni che prendiamo a picconate le
effigi, abbiamo creduto ancora per un po’ che certe cose non potessero succedere
anche qui, che fossimo al riparo in virtù di una supposta superiorità morale.
Che Nino Sarratore fosse necessariamente un giusto.
È da diverso tempo che ho smesso, personalmente, di chiedermi chi siano i
soggetti violenti e quale sia il loro identikit, per chiedermi invece in quali
contesti questi possano prosperare e permettersi di agire in modo più
indisturbato e mimetico, e in quali condizioni certi comportamenti diventano
possibili, tollerabili persino, perché tanto sono: “brave persone”,
“intellettuali impegnati”, “ottimi scrittori”, “giornalisti con la schiena
dritta”, “uomini stimati”, “figure autorevoli”, “maestri generosi”,
“professionisti impeccabili”, “colleghi brillanti”, “professori luminari”,
“critici acuti”. In buona sostanza: “uomini che non farebbero mai una cosa del
genere”.
È nei gangli di questa lista, dentro il potere assolutorio di snocciolare
un’etichetta dopo l’altra, che la denuncia impallidisce ancora prima di
esistere. Denunciare non è mai un atto senza conseguenze, figurarsi quando devi
farlo a costo del tuo stesso lavoro e in un contesto dove, paradossalmente, le
probabilità di essere creduta diminuiscono perché il racconto della vittima si
schianta contro il capitale simbolico del predatore. La credibilità non circola
in modo neutro, si accumula dove c’è già prestigio, ruolo, visibilità. Negli
ambiti fondati sulla relazionalità o su un’alta esposizione pubblica, mettere in
discussione una figura riconosciuta costa di più, ed esporsi significa entrare
in conflitto con un’immagine già sedimentata, spesso blindata da una rete solida
di favori, amichettismo e cameratismo.
> Denunciare non è mai un atto senza conseguenze, figurarsi quando devi farlo a
> costo del tuo stesso lavoro e in un contesto dove, paradossalmente, le
> probabilità di essere creduta diminuiscono perché il racconto della vittima si
> schianta contro il capitale simbolico del predatore.
È precisamente su questo piano che negli ultimi anni diversi #metoo settoriali
sono nati: qualcosa ha cominciato a incrinarsi anche sul piano dell’immaginario
redento e candido dei settori creativi e culturali. Prima Moleste nel mondo del
fumetto, e poco dopo Re:B per le agenzie di comunicazione. Poi l’azione
letterario-collettiva di denuncia di Unite – le ultime due che ho letto sono di
Valentina Pigmei su Internazionale, “Una storia di molestie che non appartiene
al passato”, e di Loredana Lipperini su Lucy, “Le molestie nel mondo della
cultura” – già alla sua seconda edizione, e ora Espulse come inchiesta su
IrpiMedia nelle redazioni giornalistiche, nascono dallo stupore di quell’“anche
in questi settori”, e si configurano come raccolte di testimonianze e, in alcuni
casi, propongono vademecum e guide pratiche per riconoscere il comportamento
violento e denunciarlo.
Le molestie sono tutte uguali, alcune molestie però sono più uguali di altre:
quelle sul luogo di lavoro, infatti, tendono a intrecciarsi fino a logorare chi
le subisce, prosciugandone le energie e compromettendone il ruolo professionale
e, di conseguenza, la stabilità economica. Essere una donna sul posto di lavoro
significa trovarsi nella casa degli specchi delle disuguaglianze; da un lato, la
stessa cultura maschilista che permea le sfere del vivere sociale si traduce in
un sistematico mancato riconoscimento economico: part-time involontari, gender
pay gap, demansionamenti o sottoinquadramenti sono pratiche diffuse, soprattutto
nei settori in cui le carriere dipendono meno da criteri oggettivi e più dalla
discrezionalità di chi detiene il potere, come accade nei settori culturali e
creativi. Dall’altro, l’esposizione ad atteggiamenti molesti, predatori, quando
non apertamente violenti. Un giorno un tizio decide che il tuo sedere è il
terreno franco per l’estensione della sua volontà di dominio, e tu ci rimetti la
collaborazione, l’incarico, lo stipendio, l’avanzamento di carriera.
Il combinato disposto di lavoro e genere produce cioè una vulnerabilità
specifica: dipendenza economica, precarietà e ricattabilità rendono più
difficile esporsi, denunciare, persino nominare ciò che accade. In contesti
attraversati da culture maschiliste – che non sempre si manifestano in forme
esplicite, ma che proprio per questo normalizzano e rendono praticabile la
violenza – questo intreccio si stringe come le spire di un Boa constrictor.
È forse per questo che ho pensato spesso al concetto di “intersezionalità”
mentre leggevo le testimonianze collazionate nel report del collettivo di
Espulse: sono un po’ ossessionata dalla friabilità di questa lente
interpretativa e se mi ci concentro in assenza di un caso specifico – quasi in
vitro –, il suo significato tende a essere centrifugo. È solo di fronte a casi
situati, a esperienze precise, che questa categoria (per me) riacquista peso.
Non perché questo report sia un’eccezione o un unicum – non è certo l’unico a
muoversi in questa direzione, come mostra bene la lista (temporanea e
sicuramente lacunosa) di poche righe fa – ma perché, come altri lavori analoghi,
mostra con una certa evidenza come lavoro, genere e potere si intreccino in
tutte le traiettorie individuali, nessuna esclusa. Se cioè l’intersezionalità
ambisce a descrivere il modo concreto in cui le disuguaglianze (sempre al
plurale) prendono forma nella vita quotidiana, allora sono proprio i vissuti a
renderla leggibile come qualcosa che si impone nella carne stessa
dell’esperienza.
> Part-time involontari, gender pay gap, demansionamenti o sottoinquadramenti
> sono pratiche diffuse, soprattutto nei settori in cui le carriere dipendono
> meno da criteri oggettivi e più dalla discrezionalità di chi detiene il
> potere, come accade nei settori culturali e creativi.
L’inchiesta – promossa dalle giornaliste freelance Alessia Bisini, Francesca
Candioli, Roberta Cavaglià e Stefania Prandi – già autrici di un’indagine sul
sessismo nelle scuole di giornalismo –, nasce da 100 interviste ad altrettante
giornaliste. Il report parla di chi resta e chi se ne va, di chi ha voce e chi
no, di chi può nominare ciò che accade e chi invece deve continuamente negoziare
la propria sopravvivenza professionale – perché nominare le molestie e l’abuso
di potere nei mondi culturali significa inevitabilmente parlare anche di
accesso, permanenza e autonomia in questi stessi mondi.
Le testimonianze rendono evidente un sistema fatto di discriminazioni, sessismo
quotidiano, autocensure imposte, ambienti ostili, intimidazioni, contatti non
consensuali, e che attraversa tutto il mondo dell’informazione, dalle redazioni
di agenzie di stampa ai giornali online e cartacei, alla radio, alla
televisione. Non è dirimente il tipo di inquadramento – assunte o freelance –,
il filo che le unisce è lo stesso: dalle aggressioni più gravi, come stupri e
tentati stupri, ai gesti “normalizzati” e quotidiani – baci imposti, mani
addosso, molestie verbali, ricatti sessuali, esclusioni e svalutazioni legate al
genere. Tutte, nessuna esclusa, raccontano di aver subito almeno una forma di
violenza o comportamento discriminatorio.
“Mi sono messa in malattia e poi licenziata”; “Ha saputo che altre due persone
della stessa redazione sono state stuprate dall’editore, entrambe se ne sono
andate senza denunciare”; “Dora ha rifiutato e ha perso immediatamente il
posto”; “Ogni volta che c’era il rinnovo del contratto di collaborazione il
direttore suggeriva che lei si sedesse sulle sue ginocchia per firmarlo”; “Si
consolavano a vicenda dicendosi di pensare allo stipendio e all’idea che non
avrebbero trovato un posto simile altrove”.
Questi sono alcuni degli estratti più significativi a proposito di ripercussioni
lavorative e dei segni profondi che certi episodi lasciano: c’è chi fa ricorso a
psicofarmaci, chi ha pensato di togliersi la vita, chi ha lasciato il lavoro,
chi ha abbandonato del tutto la professione. A perpetrare la violenza, nella
maggior parte dei casi è il direttore, il caporedattore, la figura apicale della
stanza: uomini che occupano ruoli di potere e che spesso mascherano l’abuso
dietro un linguaggio distorto, parlando di sentimento, di “attenzione”,
arrivando in certi casi a scomodare la parola “amore”. Ma in queste storie non
c’è nulla di romantico: c’è, piuttosto, la banalità prevedibile di questi capi
che dicono di essere innamorati e invece sono solo molestatori con poca
fantasia. “Everything in the world is about sex, except sex. Sex is about power”
è la frase giusta per ricordarsi di cosa stiamo parlando, in fondo. Di potere.
In un contesto già segnato da precarietà e bassi compensi, il potere di chi
assegna lavoro rende il confine tra scelta e costrizione estremamente sottile:
restare significa esporsi, andarsene significa perdere reddito. In questo senso,
molestie e discriminazioni diventano uno “stressor dello stressor”: un
dispositivo che scarica il costo sulle persone che le subiscono e contribuisce,
in modo meno visibile ma strutturale, a produrre e a mantenere quella stessa
precarietà che diverse fonti – non da ultimo, rimanendo nell’ambito del
giornalismo, il report di Alice Facchini – “Come ti senti?” (la prima indagine
sulla salute mentale dei giornalisti in Italia) su IrpiMedia – registrano come
principale fonte di sofferenza.
> In un contesto già segnato da precarietà e bassi compensi, il potere di chi
> assegna lavoro rende il confine tra scelta e costrizione estremamente sottile:
> restare significa esporsi, andarsene significa perdere reddito.
Se ci abbiamo messo più tempo del necessario a riconoscere queste dinamiche, è
anche per l’immaginario cinematografico, letterario, della serialità televisiva,
che ci ha insegnato a leggerle in un altro modo, quando non a desiderarle. Se
penso oggi a “molestie” e “redazione”, mi viene in mente una scena de Il diario
di Bridget Jones (2001): Bridget sta facendo la sua vita finché il capo – uno
Hugh Grant a cui sembra impossibile dire di no senza trasformarsi in una statua
di sale – le fa notare che a lui non dispiace affatto che lei mostri un po’
delle sue gambe nei suoi look da ufficio. Da lì si innesca un meccanismo
perverso: più la gonna sale, più lo sguardo maschile si intensifica, si nutre di
quella esposizione e la ricompensa.
Quando esce il film nelle sale, io ho 10 anni: non so niente del mio corpo né di
quello maschile, non ho ancora le parole per nominare ciò che vedo. Eppure
“quella cosa” la capisco, e in qualche modo mi attira. Solo molti anni dopo
capirò che è un falso ricordo pensare di averla subito collegata alle molestie:
questo è il significato che costruisco oggi, dopo anni di sensibilizzazione,
ricerca, autoanalisi e commercio col maschile. Lo scarto tra ciò che allora mi
sembrava desiderabile e ciò che oggi so nominare – e riconoscere come non più
desiderabile – non è solo individuale. È il risultato di ciò che interiorizziamo
prima ancora di avere gli strumenti per dirlo, e che poi ritroviamo nei luoghi
di lavoro, anche in quelli che immaginiamo immuni.
L'articolo Non tutti gli uomini proviene da Il Tascabile.