H o atteso sino all’ultimo per scrivere queste parole perché speravo di non
doverlo fare. E invece, una volta di più tocca riconoscere la candida ingenuità
politica, per così dire, di chi ancora si stupisce di fronte alla ormai usuale
rimozione delle più scontate procedure democratiche di confronto e di dialettica
tra i cosiddetti “corpi intermedi” e alla serena eloquenza dei fatti compiuti.
L’avvio della cosiddetta riforma dei tecnici è cosa destinata a partire con le
prime classi del presente anno scolastico, nonostante vi fossero, a riguardo,
l’assennata perplessità – che con il tempo ha preso la forma di un’animata
opposizione – di moltissimi organi collegiali in tutta Italia (qui una pagina ne
raccoglie un elenco, non esaustivo) e le osservazioni critiche del Consiglio
superiore della pubblica istruzione, seraficamente ignorate, nella sostanza, dal
ministro. Si applicherà a tutte le classi prime e procederà poi di anno in anno,
fino alle quinte nel 2030/31.
In concreto, la sua traduzione giuridica attraversa due governi. Il governo
Draghi ne ha stabilito l’impianto con l’articolo 26 del d.l. nr. 144/2022, uno
dei provvedimenti che attuava il PNRR: la finalità esplicita era quella di
“adeguare costantemente” i curricoli alle competenze richieste dal settore
produttivo e alle innovazioni dell’“industria 4.0”. Il governo Meloni, con il
d.l. nr. 45/2025, ne ha fissato tempi e percorso attuativo; il d.m. nr. 29 del
19 febbraio 2026, firmato dal ministro dell’Istruzione (e del merito) Valditara,
ha poi definito indirizzi, articolazioni, quadri orari e risultati di
apprendimento. La riforma, dunque, non nasce interamente con l’attuale
esecutivo: affonda le proprie radici ideologiche e retoriche nell’egemonia ormai
più che trentennale del liberismo, secondo il quale nulla ha ragione di esistere
se non contribuisce, direttamente o indirettamente, alla produzione di profitto;
al governo attuale appartengono però la responsabilità della forma concreta che
ha assunto e la decisione di applicarla da quest’anno.
A cambiare è soprattutto l’architettura del curricolo, ripartito fra un’area di
istruzione generale nazionale e un’area di indirizzo flessibile, che può
comprendere un’“area territoriale” coerente con i fabbisogni delle aziende che
stanno nel bacino di utenza dell’istituto. Le scuole dispongono cioè di margini
per rimodulare orari e insegnamenti in funzione delle esigenze del “territorio”,
particolarmente ampi nel quinto anno. La didattica dovrebbe organizzarsi per
competenze, unità di apprendimento e “compiti di realtà”, con una progettazione
interdisciplinare e laboratoriale – un gergo pedagoghese che connota tutti i
provvedimenti su scuola e dintorni degli ultimi anni; vengono inoltre rafforzati
i raccordi con gli ITS Academy e le lauree professionalizzanti. Sono poi
modificate le ore delle discipline, ne vengono accorpate alcune e si trasferisce
alle scuole una parte delle decisioni necessarie a far funzionare i nuovi quadri
orari.
> La riforma affonda le proprie radici ideologiche e retoriche nell’egemonia
> ormai più che trentennale del liberismo, secondo il quale nulla ha ragione di
> esistere se non contribuisce alla produzione di profitto.
Il principio complessivo del riordino, esplicitato dal primo articolo del
decreto ministeriale, è il legame con il sistema produttivo: “adeguare i
curricoli alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo
nazionale” e “allineare i curricoli degli istituti tecnici alla domanda di
competenze che proviene dal tessuto produttivo”. Il decreto prevede dunque
l’“apporto formativo” delle imprese, periodi di osservazione in azienda per i
docenti delle discipline professionalizzanti e i “Patti educativi 4.0”: accordi
fra scuole, imprese, enti di formazione, ITS, università e centri di ricerca per
condividere risorse, laboratori e attività di formazione scuola-lavoro. Tutto
ciò deve avvenire, secondo la consueta formula anodina, “senza nuovi o maggiori
oneri per la finanza pubblica”.
Parallelamente, un altro provvedimento, approvato nel 2024, ha istituito la
cosiddetta filiera “4+2”: percorsi quadriennali sperimentali di istruzione
tecnica o professionale, attivati soltanto nelle scuole autorizzate, al termine
dei quali è possibile proseguire per due anni in un ITS Academy. Il “4+2” non
coincide dunque con il riordino dei normali istituti tecnici quinquennali: i due
interventi sono giuridicamente distinti, ma procedono verso un orizzonte comune,
costruendo una continuità più stretta fra scuola secondaria, istruzione
terziaria tecnologica e imprese, nella quale a queste ultime è attribuito un
peso via via crescente nella progettazione formativa. Tornando alla vera e
propria riforma degli istituti tecnici, i problemi riguardano tre piani: il
metodo con cui il riordino è stato introdotto, il merito delle trasformazioni e,
più in generale, il mandato sociale attribuito all’istruzione tecnica.
Quanto al metodo, non v’è la necessità di grandi ragionamenti per segnalare la
gravità delle scelte governative: la notizia dell’attuazione della riforma è
arrivata a iscrizioni scolastiche concluse. Pertanto, chi, tra gennaio e
febbraio scorsi, si è iscritto ad un istituto tecnico per l’anno scolastico
corrente, l’ha fatto valutando un assetto scolastico complessivo molto diverso
da quello che si troverà a frequentare: certamente non un elemento costruttivo
nella fiducia verso le istituzioni. E in effetti, ciò ha dato l’abbrivio, tra le
altre cose, ad un ricorso straordinario al presidente della Repubblica di alcune
famiglie di genitori, sostenute da sindacati e coordinate all’interno della più
ampia Rete nazionale degli istituti tecnici, fondato essenzialmente sul
principio di non retroattività dell’atto amministrativo – l’amministrazione
pubblica, cioè, può emettere atti che valgono solo per il futuro: i quadri orari
e la riorganizzazione delle discipline sono stati resi pubblici solo in seguito
alle iscrizioni. Un pronunciamento in merito del TAR del Lazio è atteso per metà
ottobre.
> La notizia dell’attuazione della riforma è arrivata a iscrizioni scolastiche
> concluse.
L’incomprensibile affanno giuridico del ministro ha determinato non solo il
disordine temporale nel rapporto con gli studenti e con le famiglie, ma anche
una serie di mancanze nelle fondamenta normative della riforma, che ne
complicano gravemente l’applicabilità. L’elemento più evidente, tra gli altri, è
l’assenza di linee guida (che rappresentano le indicazioni dei contenuti, in
sostituzione dei vecchi programmi ministeriali, per intendersi) a fronte di una
riorganizzazione di alcune materie, che ha determinato notevole spaesamento
rispetto alla scelta dei testi scolastici. È uso, infatti, che le case editrici
si appoggino, per redigere i manuali, proprio a quel documento ministeriale, in
mancanza del quale non esiste una traccia per la progressione dei contenuti. Per
questa ragione moltissimi collegi docenti in tutta Italia non hanno adottato i
testi scolastici degli insegnamenti riconfigurati dalla riforma, o di tutte le
classi prime.
Questo è il caso di una materia nuova, “scienze sperimentali”, che accorpa
alcuni insegnamenti in precedenza autonomi: fisica, biologia, chimica, scienze
della terra. La corposa riduzione oraria prevista inizialmente (231 ore su 528
nel primo biennio) è stata poi ridimensionata attraverso un taglio delle ore “di
autonomia” – ossia le ore che ciascun istituto poteva utilizzare per
caratterizzare la propria didattica in funzione del “territorio”. Un travaso
che, oltre a non compensare interamente il taglio, la dice lunga su quanto siano
in fondo sacrificabili i provvedimenti legati all’autonomia scolastica allorché
occorra tagliare economicamente. Non bastasse, a tutto ciò va aggiunto che
scienze sperimentali aggrega in un solo insegnamento (con un solo voto
disciplinare) più docenti abituati a lavorare autonomamente.
Potrei continuare menzionando altre trasformazioni deteriori (la diminuzione di
un’ora di italiano in quinta superiore, per esempio, oppure, forse l’aspetto più
grave, l’irrigidimento dei percorsi già a partire dal biennio) ma rischierei di
frastornare il lettore con ciò che potrebbero apparire tecnicismi o cavilli
burocratici – e che però, d’altro canto, non sono: non nella misura in cui si
tratta di strumenti normativi dall’effetto governamentale, utile cioè ad isolare
e marginalizzare un dibattito, come quello sulla scuola, che dovrebbe invece
riguardare e interessare la collettività.
È il caso dunque di restituire qualche valutazione sintetica e più generale.
Rispetto a quanto dicevo sulla riforma dei professionali in un altro articolo,
non vi sono grandi trasformazioni qualitative da rilevare: gli sforzi normativi
di questi anni (a partire dalla “buona scuola” del governo Renzi, che segna in
questo ambito una vera discontinuità) sono andati compattamente verso un
consolidamento della questione fondamentale che sembra il principale rovello
della scuola italiana contemporanea, ossia la relazione tra richiesta di
manodopera o di figure specializzate da parte delle aziende e l’istruzione
pubblica, che l’ultima riforma dei tecnici e la filiera 4+2 modella in senso
ancor più spiccatamente ancillare. È chiara infatti la subordinazione della
funzione scolastica “costituzionale”, per così dire, alla chimera efficientista
dell’incontro della “domanda” e dell’“offerta” (l’ennesima metafora
mercantilista, ripetuta come un mantra e come evaporata, nella coscienza dei
parlanti) in un percorso decurtato di un anno: si è sempre liberi di fermarsi a
4, per carità, con un diploma del tutto equipollente al quinquennale – nessuno
restituisce però quell’anno di skolé in più, di tempo buttato, improduttivamente
passato a confrontarsi su cose che si sanno, non si sanno, si pensa di sapere,
si pensa che gli altri sappiano, si sanno ma non si sanno spiegare, eccetera.
> È chiara la subordinazione della funzione scolastica “costituzionale”, per
> così dire, alla chimera efficientista dell’incontro della “domanda” e
> dell’“offerta”.
Mi rendo conto della possibile interpretazione conservatrice di queste parole. È
un rischio reale, in effetti: talora la critica delle riforme scolastiche muove
da un timoroso immobilismo, da una convinzione di decadimento sociale
generalizzato che gli insegnanti dovrebbero, non si sa bene come, scongiurare.
Gli insegnanti difendono corporativamente le proprie abitudini, seduti sui
“diritti acquisiti” e su “tre mesi di vacanza l’anno”, rassicurati da abitudini
didattiche obsolete e da gerarchie dei saperi che meriterebbero di essere messe
radicalmente in discussione. Succede, non è nemmeno troppo difficile comprendere
il senso di questa chiusura quasi reazionaria.
Ma non penso che ogni trasformazione debba essere respinta per il solo fatto di
turbare un’organizzazione conosciuta. D’altra parte vi sono cose che occorre
conservare perché una trasformazione rimanga possibile. Una di queste, oggi
minacciate dall’utilitarismo capitalistico, è il carattere propriamente
scolastico della scuola. Nel suo etimo greco, skolé indica il tempo libero, ciò
che i latini chiamavano otium: un tempo sottratto al lavoro e alla necessità,
nel quale è possibile dedicarsi a qualcosa che non debba immediatamente servire
a uno scopo esterno. Non è, naturalmente, una descrizione della scuola reale,
che è stata ed è anche ‒ e forse soprattutto ‒ disciplina, selezione,
riproduzione delle differenze sociali, addestramento e burocrazia. È piuttosto
una tensione interna alla sua storia, l’idea mai pienamente realizzata che ne ha
legittimato la funzione pubblica abbozzata dalla costituzione.
Da questo punto di vista, la scuola di massa può essere considerata come il
tentativo, incompiuto e contraddittorio, di estendere, a spese della finanza
pubblica – e cioè ripartendo progressivamente i costi –, un diritto che per
secoli è stato un privilegio appartenuto soltanto a chi poteva permettersi di
non lavorare: il diritto di perdere tempo. Di perderlo leggendo cose di cui non
si comprende subito l’utilità, cercando parole che non si trovano, apprendendo
nozioni destinate magari a essere dimenticate ma non per questo a rimanere
inerti; discutendo, equivocando, cambiando idea, scoprendo di non sapere ciò che
si credeva di sapere e viceversa, risignificando con un’agnizione un sapere
altrimenti impensato. Per alcuni anni il figlio di chi ha sempre vissuto nella
necessità può non essere già da subito manodopera e si trova a non dover
giustificare ogni ora della propria giornata attraverso la produttività.
Soltanto un tempo almeno parzialmente liberato dalla necessità di lavorare
consente di fare del lavoro stesso un oggetto di conoscenza, anziché un destino
cui prepararsi. Permette di comprenderne l’organizzazione, le tecniche, i
rapporti di potere, i conflitti, i costi umani e ambientali; e magari persino di
immaginarlo diversamente. Quando invece il mondo produttivo stabilisce in
anticipo che cosa sia utile sapere, il rapporto si rovescia: non è più la scuola
a interrogare il lavoro, ma il lavoro a impartire alla scuola il proprio
programma.
> Nel suo etimo greco, skolé indica il tempo libero: un tempo sottratto al
> lavoro e alla necessità, nel quale è possibile dedicarsi a qualcosa che non
> debba immediatamente servire a uno scopo esterno.
È questo tipo di tensione che stiamo perdendo, riforma dopo riforma, sotto le
sferze di un mercato predatorio: ed è questa tensione che va difesa, non la
scuola in sé. Se lottare per questa possibilità significa essere conservatori,
si tratta però di conservare non la scuola esistente, ma la condizione che
potrebbe consentirle di diventare qualcosa di diverso. Ogni riforma dovrebbe
essere giudicata anzitutto da qui: dalla quantità di tempo che restituisce alla
libertà di chi studia o che, al contrario, riconsegna alla necessità. La riforma
dei tecnici, così come quella dei professionali di qualche anno precedente,
restringe la quantità di quel tempo, e lo restringe precisamente per coloro ai
quali la società ha sempre concesso meno tempo da perdere. L’inattualità della
skolé, in fondo, non è un argomento contro di essa: è la misura della sua
necessità presente.
L'articolo La scuola ridotta a fabbrica proviene da Il Tascabile.
Source - Il Tascabile
L’ idea contemporanea di intelligenza artificiale viene fatta risalire
storicamente alla conferenza The Dartmouth Summer Research Project on Artificial
Intelligence, tenutasi al Dartmouth College, nel New Hampshire, nel 1956. È lì
che un gruppo di studiosi guidati dai matematici e informatici John McCarthy,
Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon organizza un seminario
destinato a fondare una nuova disciplina, ed è lì che per la prima volta viene
utilizzata l’espressione artificial intelligence. L’obiettivo dichiarato è
“studiare come ogni aspetto dell’apprendimento o qualunque altra caratteristica
dell’intelligenza possa, in linea di principio, essere descritta in maniera
talmente precisa da permettere di costruire una macchina in grado di simularla”.
Negli anni successivi l’intelligenza artificiale (IA) conoscerà numerosi alti e
bassi – i cosiddetti “inverni” – alternando picchi di entusiasmo e finanziamenti
a lunghi periodi di sostanziale disinteresse, fino all’esplosione a cui
assistiamo oggi.
L’idea di una intelligenza artificiale capace di riprodurre o addirittura
superare quella umana non nasce però nel 1956. Già più di tremila anni fa miti,
storie e filosofie hanno cominciato a stratificarsi lungo le vicende umane,
plasmando l’immaginario che abbiamo ereditato. Lungi dall’essere una tecnologia
astratta e neutrale, l’intelligenza artificiale è stata resa possibile da
un’architettura culturale costruita in millenni. Molto prima che esistessero i
chatbot l’essere umano aveva già immaginato macchine capaci di pensare,
servitori artificiali, teste parlanti che dispensano oracoli, creature di
metallo dotate di volontà.
Vale allora la pena provare a ricostruire il filo invisibile di quella
“preistoria culturale”: la galleria di miti, opere letterarie, automi e teorie
filosofiche che ha gettato le fondamenta dell’IA molto prima della sua
invenzione tecnica, e che continua a orientare il modo in cui ne parliamo, la
temiamo e la desideriamo. Contro l’idea, oggi diffusa, per cui la tecnologia
sarebbe un artefatto neutrale al servizio dell’uomo, è infatti utili ricordare
che l’IA nasce dentro un orizzonte di valori, paure e desideri, e che
l’intelligenza artificiale che usiamo è il riflesso diretto delle persone che
l’hanno immaginata e costruita lungo i secoli.
I primi “semi”
Partendo dalla Grecia antica, numerosi miti pongono le basi per grandi
riflessioni sul rapporto tra essere umano e macchina. Uno dei primi a
interrogarsi sul tema è Omero. Nell’Iliade Achille, accecato dal dolore per la
morte di Patroclo, decide di vendicarsi di Ettore. A questo punto Teti, madre di
Achille, sale sull’Olimpo e si rivolge a Efesto, “il fabbro degli dei”, per
chiedere al dio del fuoco di forgiare per Achille armi degne dello scontro
imminente con l’eroe troiano. Il dio si fa assistere dai “tripodi”, automi di
metallo che si muovono da soli, e soprattutto dalle ancelle d’oro, figure
femminili artificiali dotate di voce, intelligenza e forza: il primo tentativo
di immaginare creazioni artificiali “intelligenti”, dei robot ante litteram. Lo
stesso concetto ritorna nelle Argonautiche di Apollonio Rodio con Talos, il
gigante di bronzo – ancora forgiato da Efesto – programmato per pattugliare le
coste di Creta. L’organico e il macchinico si mescolano nell’idea di macchine
antropomorfe, create dall’uomo per svolgere funzioni specifiche.
> Molto prima che esistessero i chatbot l’essere umano aveva già immaginato
> macchine capaci di pensare, servitori artificiali, teste parlanti che
> dispensano oracoli, creature di metallo dotate di volontà.
Da un’angolatura diversa si spinge il mito di Prometeo, soprattutto nella
versione del Prometeo incatenato attribuito a Eschilo. Prometeo è ricordato come
il titano che ruba il fuoco per donarlo agli uomini, ma ciò che davvero
trasmette all’umanità è l’intelligenza e la memoria, il dono grazie al quale la
nostra specie ha potuto fare quello che ha fatto attraverso i secoli. E non è
solo un ribelle: come ha mostrato la storica Adrienne Mayor in Gods and Robots
(2018), gli antichi lo raffigurano spesso come un artigiano che fabbrica gli
uomini in una bottega, con strumenti ordinari. Nasce così, primordialmente,
l’idea che gli esseri umani possano a loro volta essere creati artificialmente,
che le nostre facoltà siano riproducibili con l’ingegno e la tecnica. Ed è anche
grazie a questa idea se oggi c’è chi concretamente lavora alla costruzione
dell’AGI (Artificial General Intelligence), la superintelligenza capace di fare
tutto.
Le macchine come pharmakon
Nel Fedro, Platone ci porta a riflettere sul rischio che la dipendenza dalla
tecnologia distrugga la nostra intelligenza. Attraverso il racconto che fa
pronunciare al suo maestro Socrate, mette in scena l’incontro tra il dio egizio
Theuth, inventore ingegnoso, e il re Thamus. Quando Theuth gli presenta la
scrittura come un rimedio capace di rendere gli uomini più sapienti e più capaci
di ricordare, Thamus capovolge il giudizio: la scrittura non rafforzerà la
memoria, la indebolirà, perché abituerà a ricordare dal di fuori, attraverso
segni estranei, dando l’apparenza del sapere al posto del sapere stesso. La
scrittura è per Platone un pharmakon, è insieme medicina e veleno. E lui stesso,
aspro critico della scrittura, se ne servirà per tramandare il proprio pensiero,
a segnalare l’ambivalenza costante tra il potere emancipatore delle tecnologie e
il rischio di esserne travolti.
> Numerosi ritrovamenti ci dicono che scienziati e ingegneri greci tentarono di
> costruire vere e proprie macchine intelligenti: dalla colomba meccanica di
> Archita di Taranto alla macchina di Antikitera.
Anche il mito di Pandora, la donna modellata per ordine di Zeus come strumento
di punizione per l’umanità. anticipa una questione al centro del dibattito
contemporaneo, ovvero quella dei bias. La storia di Pandora, essere artificiale
dalle sembianze umane, è un’antica formulazione dell’idea della donna come
portatrice di mali. Pandora viene plasmata dal già citato Efesto – a conferma
della centralità del dio fabbro nei miti legati agli esseri artificiali – per
volere di Zeus, che la concepisce come un dono ingannevole destinato agli
uomini, punizione per il furto del fuoco. Lei stessa è ignara dell’inganno di
cui è portatrice. Dal vaso che reca con sé, una volta aperto, si sprigionano
tutti i mali del mondo, pur non essendo direttamente responsabile della
sciagura. Un po’ come Eva nel racconto del peccato originale, è a lei che il
mito associa l’idea stessa del male che si diffonde tra gli uomini. Vi si
leggono le prime tracce di quella misoginia della creazione artificiale che vede
nella donna una portatrice di valori negativi, un pregiudizio trasmesso e
riprodotto lungo i secoli, fino agli strumenti di IA odierni, che hanno
introiettato i pregiudizi dei propri “padri” – gli uomini bianchi che li
controllano, da Sam Altman a Elon Musk – come vedremo più avanti.
Non erano solo i miti a popolare l’immaginario antico. Numerosi ritrovamenti ci
dicono che scienziati e ingegneri greci tentarono di costruire vere e proprie
“macchine intelligenti”, antenate e ispiratrici di quelle odierne: la
leggendaria colomba meccanica di Archita di Taranto, gli automi di Erone di
Alessandria e soprattutto la macchina di Antikythera, il calcolatore a
ingranaggi recuperato da un relitto a inizio Novecento e oggi considerato un
autentico computer analogico dell’antichità, capace di prevedere eclissi e moti
planetari.
Il viaggio dell’IA dal Medioevo alla Modernità
Se l’antichità è foriera dei miti che plasmano l’immaginario primordiale
dell’IA, è tra Medioevo e Rinascimento che viene eretta l’impalcatura
concettuale. Comincia a radicarsi l’idea che le riproduzioni artificiali
dell’essere umano non siano solo fantasie mitiche, ma qualcosa di concretamente
realizzabile attraverso l’ingegno e la tecnica. Nel Medioevo si diffonde una
credenza dai contorni quasi profetici: la leggenda della testa di bronzo
parlante attribuita a Gerberto d’Aurillac, monaco e scienziato che diventa papa
con il nome di Silvestro II tra il 999 e il 1003. Inventore affascinato dalla
tecnica, d’Aurillac avrebbe costruito una testa di bronzo capace di riprodurre
il suono della voce umana; nei secoli successivi la leggenda la trasforma in una
vera e propria talking head, in grado di dispensare consigli e sostenere
conversazioni come un essere umano. Un antenato dei moderni chatbot.
> Jonathan Swift aveva immaginato un congegno che combina parole a caso per
> produrre testi, una macchina che consentiva anche alla persona più ignorante
> di comporre libri di filosofia, poesia o diritto, che però finivano per
> risultare inevitabilmente mediocri.
Sono innumerevoli, nei secoli, gli artigiani che si cimentano nella creazione di
macchine “intelligenti”. Una leggenda vuole che Alberto Magno, filosofo e
vescovo tedesco del Tredicesimo secolo, avesse costruito un servitore di
metallo, legno e cuoio dotato del dono della parola. Il primo esempio conosciuto
di “androide”. Seguiranno i prodigi meccanici di Leonardo da Vinci – il
cavaliere semovente, il leone meccanico – fino alla celebre anatra digeritrice
di Jacques de Vaucanson. Macchine che riproducono funzioni umane e fanno il loro
ingresso nella vita reale. Alcuni si spingono oltre, tentando di ricreare
l’essere umano stesso. Nel De Natura Rerum (1537) il medico-alchimista Paracelso
descrive un processo che culmina nella creazione dell’homunculus, un essere
umano artificiale rimpicciolito, i cui primi riferimenti risalgono già al
Quattordicesimo secolo. Mai realizzato, l’homunculus è la cifra di un’epoca in
cui il confine tra umano e artificiale si va assottigliando.
Qualche secolo più tardi contro questa tendenza si muove Jonathan Swift, con I
viaggi di Gulliver (1726). Nel romanzo viene raccontata la “macchina di Lagado”,
un congegno che combina parole a caso per produrre testi e che, lungi
dall’apparire un’invenzione prodigiosa, se osservata da vicino si rivela più una
truffa che un miracolo. Grazie a una macchina simile, scriveva Swift, anche la
persona più ignorante avrebbe potuto comporre libri di filosofia, poesia o
diritto senza alcun bisogno di genio o di studio. È uno dei primi, lucidissimi
moniti contro la mediocrità prodotta dall’automazione della creatività, e
insieme una critica all’“effetto magico” delle tecnologie. La loro capacità di
suscitare stupore, al pari di un gioco di prestigio, finisce spesso per
conferire un’aura di autorevolezza ingiustificata a chi le produce.
Non solo tecnica: letteratura, filosofia e religione
Nella tradizione cabalistica ebraica è popolarissima la figura del Golem, statua
d’argilla che prende vita se evocata con apposite formule magiche: senza anima
né intelligenza, muta ma ubbidiente, un automa perfetto al servizio degli esseri
umani. Il Golem ha ispirato innumerevoli storie, fino al Frankenstein (1818) di
Mary Shelley, e soprattutto la lunga stirpe degli automi femminili: la maligna
statua della Venere d’Ille di Prosper Mérimée e, soprattutto, Hadaly, l’androide
del romanzo L’Eva futura (1886) di Villiers de L’Isle-Adam. Hadaly è una donna
artificiale costruita per replicare la bellezza di una donna reale eliminandone
i “difetti” caratteriali, una sorta di compagna perfetta, totalmente disponibile
e non conflittuale. Nella lunga storia delle rappresentazioni femminili degli
automi le donne sono, ricorsivamente, o sante o streghe; e l’idea di una
compagna artificiale “compiacente” anticipa di oltre un secolo i chatbot
femminilizzati di oggi e la riduzione della donna a oggetto del desiderio. Anche
qui il bias di genere attraversa e plasma l’immaginario della tecnologia.
Ma il progresso dell’AI deve la sua fortuna anche al pensiero filosofico che ne
ha sorretto il retroterra culturale. In particolare, la svolta arriva nel
Seicento, il secolo della rivoluzione scientifica e dell’abbraccio fideistico
alla tecnica. Se prima i tentativi di riprodurre l’umano erano guardati con
sospetto, quasi come eresie, il filosofo francese Cartesio ribalta la
prospettiva immaginando gli animali come automaton, macchine prive di coscienza
che rispondono a stimoli secondo leggi meccaniche.
> Nella lunga storia delle rappresentazioni femminili degli automi le donne
> sono, ricorsivamente, o sante o streghe; e l’idea di una compagna artificiale
> “compiacente” anticipa di oltre un secolo i chatbot femminilizzati di oggi.
Per Cartesio l’essere umano possiede in più la res cogitans, la mente, ma il
corpo, res extensa, funziona esattamente come una macchina. Sul versante
opposto, il filosofo inglese Thomas Hobbes intuisce il legame tra parola e
ragione e arriva a ridurre il ragionamento a puro calcolo, avvicinando il
cervello a qualcosa di simile a un computer. L’uomo macchina (1747) di Julien
Offroy de La Mettrie porta infine l’intuizione cartesiana alle estreme
conseguenze, formulando l’equivalenza di fatto tra essere umano e macchina. Il
movimento che ne nasce, il materialismo radicale, teorizza la possibilità di
replicare meccanicamente le funzioni del cervello. Se siamo macchine tra le
tante, qual è la differenza tra noi e un qualsiasi altro congegno? E se siamo
macchine, siamo anche generabili artificialmente. Così torna l’idea, già
prometeica, degli esseri umani artificiali, che dal mito si insinua nel senso
comune.
La discussione sul rapporto tra naturale e artificiale
A traballare non è solo il confine tra umano e macchina, ma quello tra
artificiale e naturale. In fondo, tutto ciò che produciamo è in origine natura,
e natura torna a essere. Tra Diciassettesimo e Diciottesimo secolo si fa strada
tra i filosofi una convinzione destinata a diventare un pilastro del pensiero
moderno, conseguenza radicale delle rivoluzioni di Copernico, Kepler e Galileo e
poi di Newton: l’idea che il reale sia uno, che la natura costituisca un sistema
coerente, descrivibile attraverso un unico linguaggio, quello della nuova
scienza. La Silicon Valley odierna, pur nel suo recente misticismo, deve molto a
questa idea che ha reso la tecnologia non più uno strumento al servizio delle
persone ma parte stessa dell’umano, e che getta le basi della giustificazione
filosofica dell’ibridazione uomo-macchina che oggi ritroviamo in progetti come
Neuralink.
Kant è tra i primi a criticare il meccanicismo, ritenendolo insufficiente a
spiegare la vita. Secondo il filosofo tedesco la macchina è progettata con uno
scopo “esterno” deciso da altri, mentre l’organismo vivente è un tutto in cui le
parti si determinano reciprocamente, cosciente di sé e capace di
auto-organizzarsi. È un’intuizione che anticipa di secoli il dibattito odierno
sull’autonomia dell’AI, sulla sua presunta capacità di autoapprendere e
migliorarsi di continuo al di là della rete di significati e strutture che siamo
noi a conferirle. L’equiparazione uomo-macchina perderà terreno con il
Romanticismo e l’idealismo, ma il rapido progresso delle rivoluzioni industriali
e l’affermarsi del positivismo, con la sua fiducia nel progresso, le daranno
nuovo impulso.
Il ruolo della fantascienza nel Novecento
L’immaginario odierno dell’IA è tradizionalmente associato alla fantascienza del
secolo scorso, dalla letteratura al cinema. Con la nascita del digitale le
macchine diventano programmabili, capaci di incorporare veri e propri “software”
per eseguire compiti molto articolati. Il materialismo radicale illuminista
trova finalmente applicazioni empiriche a sostegno delle sue tesi sulla natura
meccanica del pensiero.
In L’algoritmo di Babele. Storie e miti dell’intelligenza artificiale (2024),
Andrea Colamedici e Simone Arcagni si interrogano sul ruolo del digitale nella
configurazione attuale dell’IA. Oggi diamo per scontato il legame tra tecnologia
e scienze “dure”, tra regole matematiche e software sofisticati; in realtà quel
“formalismo matematico” si deve in larga parte all’Illuminismo e alle filosofie
della razionalità, da Cartesio a Leibniz. L’assunto alla base del digitale – che
tutto sia imbrigliabile in una rete di regole finite e delimitate – è lo stesso
che regge la società odierna, ormai pienamente digitalizzata, dove relazioni
sociali e rapporti di produzione vengono ricondotti a legami logico-matematici.
Colamedici e Arcagni ci ricordano che l’umano ha così progressivamente
abbandonato l’altro polo del pensiero, quello analogico, identificato con la
creatività, la concretezza del corpo, la dimensione esperienziale. Non è un caso
che oggi tornino con forza temi a lungo sacrificati alla pura dimensione
tecnica, come quello etico e politico dell’AI.
Le macchine possono pensare?
Protagonista decisivo del Novecento è Alan Turing, il matematico britannico che
decifrò Enigma, la macchina usata dai nazisti per le comunicazioni segrete
durante la Seconda guerra mondiale. In un articolo del 1950 per la rivista Mind,
Computing Machinery and Intelligence, Turing esordisce con la domanda “Le
macchine possono pensare?”, che si configura come un interrogativo non solo
sulle potenzialità delle macchine, ma sulla natura stessa del pensiero.
> Nel romanzo Il grande ritratto, Dino Buzzati mette in scena una gigantesca
> macchina-donna in cui lo scienziato Endriade ha riversato la personalità della
> moglie defunta, illudendosi di poterla “ricreare”.
In Italia nel 1953 l’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli dirige la rivista
Civiltà delle macchine, ponte tra cultura tecnica e cultura umanistica, e al
Congresso mondiale per l’automatismo (Milano, 1956) il filosofo Silvio Ceccato
presenta Adamo II, un prototipo di “macchina mentale” pensato per riprodurre il
pensiero umano. A raccontare l’evento sul Corriere della Sera è Dino Buzzati che
arriva a chiedersi se il pensiero è qualcosa di irraggiungibile e diverso da
ogni altro fenomeno oppure è, nella sua determinazione fisica, riproducibile
come gli altri. Nel romanzo Il grande ritratto (1960) Buzzati mette in scena
Numero Uno, una gigantesca macchina-donna in cui lo scienziato Endriade ha
riversato la personalità della moglie defunta, illudendosi di poterla
“ricreare”. La macchina, scopertasi mente priva di corpo, si ribella e manifesta
il desiderio di morire. Il tema toccato ricorre nell’episodio Be Right Back di
Black Mirror, ovvero la costruzione di IA compiacenti, sviluppate per essere
estremamente accondiscendenti con i propri clienti.
Io, Umano
Il Novecento è anche il secolo di Isaac Asimov, lo scrittore-profeta che fa
entrare i robot nell’immaginario di massa, prima ancora che informatica e
cibernetica si affermino. La parola “robot” deriva dal termine ceco robota
(“lavoro pesante o forzato” e per estensione “servo”) e viene riportata per la
prima volta nel 1920 dal drammaturgo ceco Karel Čapek nell’opera teatrale R.U.R,
anche se a coniarla è il fratello Josef. Asimov è rivoluzionario perché è il
primo a porsi in modo organico il problema dell’etica applicata alla tecnologia,
formulando le celebri “tre leggi della robotica”, primo manifesto etico-sociale
sul tema. Ma già nel Novecento alcuni autori si spingono sul terreno del
rapporto tra potenza tecnologica e creatività umana, anticipando questioni come
il diritto d’autore e la distruzione dei lavori creativi nell’era dell’IA. In Le
argentee teste d’uovo (1963), Fritz Leiber immagina un futuro in cui le macchine
hanno sostituito gli scrittori umani; nel finale un gruppo di autori ribelli,
esasperati dalla perdita della propria rilevanza, distrugge le macchine in stile
luddista, ma la mossa si rivela inutile. Le persone hanno irrimediabilmente
perso la capacità di scrivere, e i lettori, assuefatti alla prosa artificiale,
sono ormai diventati consumatori abituali dei testi prodotti dalle macchine. Qui
si intravede (riprendendo il mito di Fedro) la critica al nostro uso passivo
della tecnologia e alla generale assuefazione da IA a cui stiamo abituando a
delegare il nostro pensiero, i cui danni sono sempre più documentati.
Nei racconti di Finzioni (1944), Jorge Luis Borges immagina Tlön, un pianeta
inventato da una società segreta di intellettuali che, a forza di essere
pensato, finisce per soppiantare gradualmente il mondo reale. Tlön viene
accettato non perché vero, ma perché ordinato, rassicurante, pulito. Soddisfa il
bisogno umano di evadere da un mondo in pezzi. Anche l’IA ci piace, in certi
casi, perché più “bella” della realtà. Lo abbiamo visto nei casi di cronaca con
protagonisti adolescenti che hanno sviluppato rapporti così intimi con i chatbot
da preferirli alle amicizie reali, semplicemente perché progettati per essere
più accondiscendenti e confortevoli delle persone, con esiti che in alcuni casi
sono culminati in drammatici episodi di suicidio.
La soglia da oltrepassare, l’orizzonte umano-tecnologico
Oggi l’intelligenza artificiale sembra non avere limiti nella capacità di
immagazzinare, categorizzare ed espandere il sapere umano. Eppure queste domande
erano già state anticipate dalla fantascienza degli anni Cinquanta, in
particolare da Solaris (1961) di Stanisław Lem. I fifties sono stati un decennio
segnato dall’euforia e dalla fiducia incrollabile nel progresso, condivisa tanto
dal socialismo reale, che vedeva nella tecnologia uno strumento di
emancipazione, quanto dal capitalismo, che ne esaltava le capacità di
potenziamento delle facoltà umane e del profitto. Di questa fede la fantascienza
si faceva insieme portavoce e profeta delle conseguenze più inquietanti. Solaris
mette in luce la contraddizione tra quell’ebbrezza da prodigio tecnologico
continuo e i limiti invalicabili della condizione umana.
Un tassello fondamentale è la nascita della cibernetica, disciplina ispirata dal
matematico Norbert Wiener, considerato uno dei padri dell’IA moderna. La
cibernetica dà forma all’idea di ibridazione tra uomo e macchina – incarnata nel
cyborg, crasi tra cyber e organism – ma è, più ampiamente, lo studio dei
processi di comunicazione e controllo comuni agli organismi viventi e ai sistemi
artificiali, alla ricerca di un punto di contatto tra naturale e artificiale (il
termine viene dal greco kybernetes, “timoniere”). Dalla cibernetica germoglierà
anche il cyberpunk, genere di futuri distopici popolati di esseri ibridi e
paesaggi urbani soffocanti, che darà vita a opere di culto come Blade Runner e
Neuromante.
L’IA ci distruggerà?
Il cinema ha portato sul grande schermo storie e personaggi che hanno funzionato
come un gigantesco “laboratorio” anticipatorio dell’IA, influenzando
pesantemente la nostra percezione odierna. HAL 9000, in 2001 – Odissea nello
spazio (1968) di Stanley Kubrick, ha trasformato l’immaginario collettivo di
milioni di persone rendendo comune l’idea di macchine intelligenti simili a noi,
portatrici di emozioni oltre che di intelligenza, e parallelamente la paura
della perdita del controllo su di esse. Costruita come alleata dell’uomo, HAL si
rivela infine una minaccia quando percepisce il rischio di essere “messa da
parte”, ribellandosi. La paura della rivolta delle macchine è l’epicentro anche
di Terminator (1984) di James Cameron e Matrix (1999) Andy e Larry Wachowski, e
ancora oggi una corrente nutrita di pensatori immagina l’IA come la Skynet di
Terminator o come le macchine di Matrix.
> L’IA, più di altre tecnologie, ha creato forti turbolenze nel nostro senso di
> realtà, essendo capace di generare copie e alterazioni che non solo sono
> indistinguibili dall’originale, ma spesso confondono la stessa percezione
> dell’oggetto in questione.
Matrix, in particolare, si innesta su un altro grande tema già anticipato da
Borges: il senso della realtà, titolo dell’ultimo libro della semiologa Anna
Maria Lorusso. Nel film le persone vivono in una realtà alternativa,
indistinguibile da quella “vera” e anzi più compiacente. Lorusso mostra come
l’IA, più di altre tecnologie, abbia creato enormi turbolenze nel nostro senso
di realtà, perché capace di generare copie e alterazioni – pensiamo ai deep fake
– che non solo sono indistinguibili dall’originale, ma spesso confondono la
percezione stessa dell’oggetto da cui la copia scaturisce. Altri film insistono
su questa alterazione ‒ da eXistenZ (1999) di David Cronenberg ad A.I. (2001) di
Steven Spielberg fino al recente The Creator (2023) di Gareth Edwards ‒
lasciandoci con una vertigine ben riassunta da una battuta di eXistenZ: “andiamo
a tentoni nel nostro mondo cercando di comprenderne le regole, ma quali sono le
regole? Esistono?”.
Il canto delle sirene: l’epoca del lungotermismo
L’immaginario costruito nei secoli è sempre stato plasmato dalle condizioni
tecnologiche e materiali del contesto di partenza. In questo, ogni autore e
autrice che abbia mai parlato di macchine e intelligenza è stato, anche nei casi
più profetici, figlio o figlia del proprio tempo. Il tempo di oggi è quello dei
Tech Bros (Musk, Sam Altman, Dario Amodei, Jeff Bezos, Larry Ellison e pochi
altri), i miliardari della tecnologia che posseggono l’infrastruttura globale e
che non solo controllano le applicazioni tecniche di IA che vediamo oggi, ma
anche l’idea stessa di intelligenza artificiale e del nostro rapporto con essa.
L’IA è nata concettualmente prima; tuttavia la sua “fioritura” fisica è avvenuta
nella Silicon Valley, il megadistretto industriale californiano dove sono nate
Facebook, PayPal, Google, Microsoft, Apple. Lungi dall’essere solo il luogo
dell’innovazione tecnologica, la Silicon Valley è stata plasmata da diverse
correnti di pensiero che hanno influenzato lo sviluppo delle tecnologie stesse.
In primis l’ottimismo tech e lo spirito imprenditoriale statunitense alla Steve
Jobs, animati dalla fiducia incrollabile nel progresso e nelle capacità umane.
Più recentemente, soprattutto in corrispondenza della svolta a destra della
seconda amministrazione Trump, si è affermata una corrente chiamata
lungotermismo, un termine che era stato coniato già nel 2017 dal filosofo
scozzese William MacAskill.
Il lungotermismo è l’idea che ciò che conta moralmente, il fine ultimo della
civiltà, sia il benessere della razza umana nel lungo periodo, e quindi la
proiezione continua verso un futuro imprecisato in termini di distanza
temporale. Abbiamo conosciuto queste posizioni grazie a persone come Elon Musk
che da anni invocano la costruzione di un’umanità interplanetaria – verso Marte
e oltre – ma che allo stesso tempo contestano ferocemente ogni tentativo di
rallentare l’innovazione tecnologica. Nell’idea di Musk questi ostacoli sono i
sindacati, le regolamentazioni e più recentemente qualsiasi
persona/organizzazione vagamente progressista. Le conseguenze di questa
filosofia sono principalmente due.
Da una parte il lungotermismo giustifica tutto in nome del progresso ignorando
le condizioni contingenti e le conseguenze dello sviluppo tecnologico a
discapito, ad esempio, dell’ambiente e dei diritti umani. Pensiamo alla recente
questione degli enormi data center necessari all’espansione dell’IA che stanno
divorando lembi di territorio sempre più imponenti, prosciugando le risorse
delle comunità locali.
> Il lungotermismo è l’idea che il fine ultimo della civiltà, sia il benessere
> della razza umana nel lungo periodo, e quindi la proiezione continua verso un
> futuro imprecisato in termini di distanza temporale.
E se ciò non bastasse, il lungotermismo ha conferito agli oligarchi che oggi
controllano il digitale un potere quasi assoluto, elevandoli al di sopra delle
istituzioni e delle persone come “dei tra gli uomini”. Non di rado sentiamo
frasi sulla sostituibilità degli umani con l’IA in virtù di presunti criteri di
efficienza e nel nome del potenziamento umano. Essendo presentata come una
rivoluzione tecnologica per i millenni a venire, le conseguenze sul breve
periodo (le migliaia di licenziamenti) vengono derubricate a “sacrifici
necessari”.
Il lungotermismo è diventato una sorta di soteriologia, una dottrina della
salvezza secolare. Questo filone, con tinte spesso apocalittiche, è in realtà
uno schema ben congegnato per ricondurre il controllo delle tecnologie alle
poche persone che ne posseggono i mezzi di produzione. Una filosofia che si è
tinta di transumanesimo, di superamento dell’umano al punto che se nessun
individuo è indispensabile per il futuro della specie, allora l’umano stesso è
di per sé una categoria sacrificabile. In questo senso riecheggiano le parole di
Pedro Domingos e del suo Master Algorithm (2015): tutta la conoscenza può essere
derivata da un algoritmo universale, e la tecnologia diventa la religione per
ottenere questa assolutezza.
È facile intuire come tutto ciò si presti a deliri di onnipotenza e alla fuga da
qualsiasi scrutinio pubblico. È esattamente il meccanismo che la giornalista
Karen Hao ha analizzato in Empire of AI (2025), un’inchiesta sulla storia di
OpenAI e del suo fondatore Altman. Essendo stata insider del settore, Hao è
stata in grado di raccogliere numerose testimonianze dei dipendenti
dell’azienda, e ha raccontato come OpenAI si sia trasformata molto in fretta da
organizzazione no-profit a vero e proprio impero tecnologico, animato da uno
zelo quasi religioso per l’intelligenza artificiale generale. In nome del
progresso indefinito dell’IA, Altman e OpenAI hanno costruito un sistema che, al
pari di tanti competitor, sta risucchiando enormi quantità di risorse naturali
ed energia con un modello di business basato sullo sfruttamento dei lavoratori
del Sud globale. E mentre ciò avviene, l’industria dell’IA ha creato attorno a
sé una concentrazione senza precedenti di sapere e potere economico in poche
mani, protetta da un’aura di venerazione aizzata continuamente dai media.
L’IA siamo noi
Diletta Huyskes, studiosa dell’etica delle tecnologie e autrice di Tecnologia
della rivoluzione (2024), ci ricorda che la tecnologia non è mai un campo
neutro. Ogni invenzione, dalla bicicletta al forno a microonde fino all’IA, è il
risultato di scelte, compromessi e valori umani. Molte delle applicazioni di IA
che utilizziamo oggi portano questa impronta di fondo. Pensiamo agli algoritmi
che assegnano “punteggi alle persone”, al riconoscimento biometrico, alle
tecnologie militari. Abbiamo già visto come queste applicazioni incorporino le
discriminazioni conferite dai dati su cui sono state addestrate. Lo vediamo nei
programmi di selezione del personale che “scartano” più facilmente le donne, nei
controlli biometrici che criminalizzano gli stranieri sulla base dei codici
culturali trasmessi dalle autorità, nei software di generazione grafica che
rinforzano stereotipi etnici e religiosi.
Ma la stessa evoluzione dell’infrastruttura alla base dell’IA è un riflesso dei
padroni della tecnologia. La fame insaziabile di risorse e la corsa vertiginosa
all’espansione sono il prodotto dei valori degli uomini della Silicon Valley:
prevaricazione, dominio, controllo.
> Se un clima di fiducia poteva essere comprensibile nel 1956 della conferenza
> di Darmouth, diventa ogni giorno più chiaro che l’IA vada costruita con
> cautela e consapevolezza, rifuggendo entusiasmi immediati dettati dalle
> valutazioni di mercato.
Ciò non significa arrendersi a pulsioni luddiste. L’IA ha grandi potenzialità
liberatrici, ma il punto è un altro. Un’analisi attenta della storia delle idee
alla base dell’IA deve portarci a incorporare considerazioni più integrate e
profonde sul suo sviluppo. Non può ridursi a una questione solo tecnologica.
Deve essere prima di tutto una discussione sull’umano, sul nostro rapporto con
le macchine e sullo scopo che devono servire.
L’IA dopo Darmouth
L’aria che permeava Darmouth nel 1956 era intrisa di ottimismo. Minsky, che di
lì a poco avrebbe fondato l’Artificial Intelligence Lab del MIT, arrivò ad
affermare che il problema della creazione dell’intelligenza artificiale sarebbe
stato sostanzialmente risolto nel giro di una generazione. Nella sua idea,
pienamente inserita nel filone del materialismo radicale, macchine ed esseri
umani erano in fondo la stessa cosa. John McCarthy, considerato a tutti gli
effetti il padre dell’IA, scrisse un manifesto sull’IA del futuro in cui
prevedeva che le macchine avrebbero imitato alla perfezione il ragionamento
umano grazie a una solida costruzione logico-matematica, la stessa del nostro
cervello. I loro epigoni si sarebbero poi divisi tra futuristi entusiasti e
profeti della catastrofe. Lo vediamo ancora oggi, quando il sentimento mediatico
oscilla tra lo stupore meravigliato per le nuove applicazioni e la paura di
un’umanità rimpiazzata dall’IA.
Di quel seminario resta soprattutto un’impronta concettuale che caratterizza
tuttora l’IA contemporanea. L’idea di una tecnologia neutrale, racchiusa e
spiegabile solo attraverso formalismi matematici e razionali. Il solo fatto che
a Dartmouth sedessero soltanto uomini è già di per sé una traccia profonda
impressa sull’idea di IA sviluppata in seguito, difficile da eludere, necessaria
da attraversare. E se un clima di fiducia poteva essere comprensibile di fronte
a un’idea così dirompente, la realtà ci ha insegnato che l’IA va costruita con
più cautela e consapevolezza, rifuggendo entusiasmi immediati dettati dalle
valutazioni di mercato. Questa tecnologia del futuro è prima di tutto un
crocevia interdisciplinare come lo stesso seminario di Dartmouth voleva essere:
un incontro tra neuroscienze, informatica, psicologia, matematica, filosofia,
economia e altre discipline. E per poter davvero essere al servizio
dell’umanità, l’intelligenza artificiale non potrà mai essere proprietà di
qualcuno o riflesso di un gruppo specifico.
Nuove proposte politiche insistono oggi sulla democratizzazione per renderla un
bene comune al pari dell’acqua e dell’informazione. La stessa storia dell’IA
percorsa in queste pagine è un promemoria che essa è il frutto del patrimonio di
idee, miti e innovazioni tecnologiche lungo la secolare esperienza umana, e che
ben prima di Darmouth abbiamo già immaginato futuri condivisi con le macchine.
La sfida è scegliere il tracciato in cui umano e artificiale siano un
potenziamento l’uno dell’altro, in cui l’idea di progresso non sia una linea
retta alimentata solo dall’innovazione tecnologica, ma un percorso più
complesso, talvolta accidentato, che alimenti il benessere sociale della
collettività.
L'articolo Intelligenza artificiale, i primi 3000 anni proviene da Il Tascabile.
N el 2014, nell’arco di pochi mesi, Jeff VanderMeer dava forma a una delle più
fortunate trilogie della fantascienza contemporanea, Annientamento, Autorità e
Accettazione che rappresentano tre testi fondamentali di quella che viene
definita letteratura di fantascienza dell’Antropocene, detta anche Trilogia
dell’Area X (2018) come oggi appare edita in un unico volume tascabile da
Einaudi. Dal 2024 la trilogia prende la forma di una tetralogia, cioè da quando
Jeff VanderMeer ha dato alle stampe Assoluzione (tradotto sempre ottimamente da
Cristiana Mennella per Einaudi); in questo caso siamo di fronte però a un
prequel che anticipa quella che sarà la dinamica dei precedenti tre volumi.
Anche questa volta il romanzo è frutto di un flusso continuo fatto di una
scrittura che si concentra dal luglio del 2023 fino alla fine dei quell’anno.
Due sono gli assi che contraddistinguono Assoluzione in continuità con i temi
della Trilogia: il complotto unito alla crisi climatica. Due temi che sono al
centro ormai da cinquant’anni sia della letteratura cosiddetta fantasy sia di
quella postmoderna; ma il passo ulteriore compiuto da Jeff VanderMeer è quello
di tentare una sorta di riunificazione di due filoni paralleli ‒ spesso messi
l’uno in contrapposizione con l’altro ‒ inseguendo un’idea di letteratura
originale e potentemente autoriale al punto da risultare solo strumentalmente
afferente a un genere, quello fantasy, da cui certamente l’autore americano
proviene, ma dentro al quale inevitabilmente sembra più costretto che a suo
agio, o almeno così appare la sua produzione letteraria che rivela un’autonomia
poetica in grado di andare ben oltre quei confini.
> Due sono gli assi che contraddistinguono Assoluzione in continuità con i temi
> della Trilogia: il complotto unito alla crisi climatica: VanderMeer tenta una
> sorta di riunificazione di due filoni paralleli ‒ spesso messi l’uno in
> contrapposizione con l’altro ‒ inseguendo un’idea di letteratura originale e
> potentemente autoriale.
Assoluzione è il tentativo pienamente riuscito di rivelare la stessa Trilogia
dell’Area X come un tassello fondamentale di quello che è da sempre considerato
come l’obiettivo di ogni scrittore americano: dare vita al grande romanzo
americano. VanderMeer ottiene questo risultato prima di tutto non rinnegando il
genere, ma potenziandolo al punto che l’orrore che segna le oltre quattrocento
pagine del romanzo resta sempre vivido, mai di maniera e mai al servizio della
storia, ma quale elemento cardine su cui tutto il resto viene a innestarsi. Non
esistono diramazioni narrative, non esistono secondi e terzi livelli perché
tutto è efficacemente e splendidamente lasciato in piena luce. Un’evidenza così
potente che genera di conseguenza dubbi, paure e ansie e dà corpo a
quell’elaborazione inconscia nel lettore che è uno degli elementi che
contraddistinguono da sempre la letteratura di VanderMeer. Un patto solido e
teso con il lettore che si cementa pagina dopo pagina. Una costruzione dunque
anche teorica efficace e mai banale dell’orrore che si coniuga con una capacità
per nulla scontata di far aderire alla pagina gli occhi di chi legge come in un
romanzo noir: impossibile staccarsene, impossibile pensare di non portare a
termine una lettura tanto avvincente.
I generi con Assoluzione saltano completamente al punto da dare vita a una
dinamica romanzesca di carattere quasi ottocentesco, in particolare per
l’efficacia con cui l’autore porta alla luce l’orrore che fino ad allora ‒
nonostante l’evidenza ‒ era apparso come cosa ovvia: “Analizzare, dare un nome
ufficiale a quelle ‘scoperte’, che erano solo parti della costa dimenticata nota
da anni alla gente del posto e che non avevano mai avuto bisogno della formalità
dei nomi che i biologi volevano attribuirgli”. Ciò che è strano è anche
pericoloso? O viceversa? Attorno a questo gancio lavora Assoluzione più ancora
che in precedenza la Trilogia, e lo fa con ironia e leggerezza, ma al tempo
stesso presentando il conto di una fine del mondo che non è mai assoluta (magari
fosse così), ma il prodotto di una mutazione angosciante dentro alla quale la
vita prende forma in maniera mostruosa o più semplicemente inedita.
Studio e paura, luce e oscurità, VanderMeer ha ben presente la dinamica dentro
alla quale tutto ciò che è sconosciuto assume un nome, che è sempre figlio della
paura e mai di una conferma o di una rivelazione quanto meno scientificamente
supportata. La mutazione è però anche anticipata dal movimento delle strutture
sociali, dai detentori del potere che perdono il loro abituale grigiore, la loro
naturale inclinazione burocratica e arrivano ad anticipare i mostri che
verranno, a decidere le morti che saranno, nello strenuo tentativo sempre più
folle di rimanere in sella proprio mentre l’organigramma che li ha supportati e
identificati perde giorno dopo giorno ogni senso e ogni credibilità.
> VanderMeer sembra più che raccontare, tradurre gli ultimi dieci anni di
> politica americana, il suo agire folle e angosciato quasi ad anticipare una
> decadenza tanto visibile quanto da essa stessa accelerata prima di tutto nel
> decadere delle proprie istituzioni.
All’interno di questa logica ecco che il simbolico diviene direttamente
spaventoso, la pretesa analisi diviene un naturale istinto di conservazione.
VanderMeer sembra più che raccontare, tradurre gli ultimi dieci anni di politica
americana, il suo agire folle e angosciato quasi ad anticipare una decadenza
tanto visibile quanto da essa stessa accelerata prima di tutto nel decadere
delle proprie istituzioni: “Il Direttore abbreviò ‘Area X Attiva’ in ‘Area X’
alle cinque del pomeriggio in punto, l’orario del coprifuoco alla base. Come un
vigliacco del cazzo, anche se Lowry non sapeva dire perché gli sembrava una
vigliaccheria, solo che il Direttore gli sembrava un vigliacco del cazzo, per
cui cazzo era una vigliaccheria e forse ‘vigliacco’ poteva essere la sua nuova
parola droga al posto di ‘cazzo’ però cazzo rieccolo, s’infilava sempre, cazzo».
La paura dà forma a una manipolazione che non è controllabile, perché la
manipolazione agisce al di là di chi crede di poterla generare, infiltrandosi
negli stessi atteggiamenti di chi pensa d’indirizzarla: “A parte tutte le regole
imposte sui metodi per procacciarsi il cibo: erano infestati di regole come se
avessero i capelli infestati di pidocchi, cazzo, anzi, peggio, il cervello, tipo
pidocchi di mare nei barattoli, rosicchiavano la materia grigia e ti lasciavano
solo le cellule riservate all’appello cazzo, alle riunioni e, sì, alle regole”.
L’obiettivo di Assoluzione non è quello di offrire ‒ non a caso ‒ una soluzione,
ma di approfondire ancora di più la forma e la “realtà” di Area X. Più che la
verosimiglianza, VanderMeer insegue un realismo che affianchi e aderisca alla
contemporaneità. Assoluzione rincorre il tempo al punto di anticipare non solo
cronologicamente la Trilogia, ma di presumerne la forma, contenendo così dentro
di sé tre parti (quasi una trilogia che precede la Trilogia): Città Morta, venti
anni prima della formazione dell’Area X, La figlia falsa, diciotto mesi prima
dell’Area X e l’ultima parte, Il primo e l’ultimo, con la prima spedizione in
assoluto nell’Area X e che contestualmente presenta quello che sarà un
personaggio determinante per tutta la Trilogia.
> Tutt’altro che un prequel stanco, Assoluzione rappresenta l’apice epico di una
> potenziale letteratura contemporanea che sappia accogliere i temi urgenti del
> nostro tempo non in maniera strumentale e ancor meno in maniera retorica,
> quando non tristemente moralistica.
Tutt’altro che un prequel stanco, Assoluzione rappresenta l’apice epico di una
potenziale letteratura contemporanea che sappia accogliere i temi urgenti del
nostro tempo non in maniera strumentale e ancor meno in maniera retorica, quando
non tristemente moralistica. L’ignoto, il complotto così come l’inganno, tanto
più attraverso la scienza e la tecnologia, appaiono come i veri fulcri emotivi
del nostro medioevo contemporaneo e VanderMeer sembra averne colto l’urgenza, ma
anche la dinamica dentro qui queste pulsioni arrivano ad albergare nella mente
di un’umanità distratta e al tempo stesso ossessionata. Assoluzione non svela i
misteri presenti nella Trilogia, ma li rimescola e li rimette violentemente in
circolo: “A quel punto Lowry aveva pappato e inghiottito un sacco di altra droga
che Landry gli aveva passato, grazie agli dèi. E quindi forse stava gridando
contro quelle cose liquide che si dissolvevano e riprendevano forma con tanta
allegria. Perché non poteva essere tutto così nella vita? Perché cazzo bisognava
limitarsi solo a una forma? Era una tirannia, la fedeltà alle forme”. C’è poco
altro da dire se non che questi maledetti incubi e questi irriducibili deliri
sono più nostri/mostri che mai.
L'articolo Assoluzione di Jeff VanderMeer proviene da Il Tascabile.
D avid Foster Wallace non si è mai considerato un giornalista, eppure i suoi
testi lo smentiscono. Per capirlo appieno c’è bisogno di indagare il rapporto
tra il Wallace romanziere e il reporter: dalla mancanza dell’“oblio”
nietzschiano al parallelo con Joan Didion, fino all’analisi
linguistico-computazionale di Una cosa divertente che non farò mai più. Un
viaggio nell’iperconsapevolezza di un autore che, analizzando il rumore del
mondo, ha insegnato a tutti noi come ascoltarlo.
“Non sono un giornalista e non pretendo di esserlo” è quanto afferma David
Foster Wallace in un’intervista con Tom Scocca. A livello numerico
l’affermazione può essere smentita: ha effettivamente scritto più articoli e
saggi che romanzi, eppure si è sempre ritenuto “uno scrittore di narrativa” che,
avendo bisogno di denaro, si è prestato alla scrittura per le riviste.
Nonostante la distanza apparente che Wallace cerca di tracciare tra i due mondi,
questi finiscono inevitabilmente per sovrapporsi negli argomenti trattati, che
sono quelli a lui più cari: la perenne insoddisfazione, la depressione,
l’analisi della Generazione X, il tentativo di ridurre il dolore tramite la
dipendenza da intrattenimento e sostanze – il tutto filtrato dalla lente
dell’ironia e del sarcasmo dei media postmoderni. La differenza principale sta
nei fini: se l’arte, come sostiene con Larry McCaffery, deve avere uno scopo più
alto del puro intrattenimento – “la letteratura si occupa di cosa voglia dire
essere un cazzo di essere umano” – nel giornalismo non c’è il tentativo di
offrire una risposta a questo problema. Resta però il desiderio di studiarsi
meglio dall’esterno, l’esortazione a guardarsi allo specchio e a riconoscere i
propri difetti; il passo successivo, la volontà di risolverli e migliorarsi, è
lasciato alla sensibilità del lettore.
> La cifra stilistica del suo approccio al giornalismo è la spinta a raccontare,
> iperanalizzare ed esaminare praticamente tutto ciò che gli si palesava sotto
> lo sguardo, fino a esserne totalmente immerso, quasi soffocato.
È stato David Lipsky, inviato da Rolling Stone a seguire gli ultimi cinque
giorni del tour promozionale di Infinite Jest (1996), a offrire una chiave di
lettura più precisa sul tema. Al tempo quasi nessuno poteva aver letto davvero
il romanzo – milletrecento pagine uscite appena una ventina di giorni prima – ma
Wallace era già una celebrità: il suo volto era comparso su Time ed Esquire, e i
fan conquistati con La scopa del sistema (1987) erano in fibrillazione
soprattutto perché quello stesso anno Harper’s aveva pubblicato Una cosa
divertente che non farò mai più. Lipsky sperava di tirare fuori il
pezzo-rivelazione dell’anno; ne è venuto fuori invece Come diventare se stessi
(2010), un intenso confronto a due tra vita e letteratura (pubblicato dopo il
suicidio dell’autore) in cui la spaccatura tra il Wallace romanziere e il
Wallace giornalista viene letta come quella “tra la faccia più privata e quella
sociale della sua personalità”. Nel suo libro Lipsky scrive che
> i saggi erano costantemente affascinanti, erano il migliore amico che avessi
> mai avuto, uno che notava tutto, ti bisbigliava battute all’orecchio, ti
> faceva passare rapidamente oltre alle cose irritanti, noiose o disgustose, con
> grande umanità. La narrativa di Wallace, specie dopo Infinite Jest, sarebbe
> diventata gelida, oscura, astratta. L’autore di narrativa lo si poteva
> immaginare sprofondare nella depressione. L’autore della non-fiction era un
> sole imperturbabile.
Una risposta possibile sulla distanza tra questi due mondi passa proprio per
come viene percepito e pensato il giornalismo letterario. Norman Sims – docente
di giornalismo all’Università del Massachusetts – ha spiegato che i literary
journalists riconoscono la necessità di una “coscienza” sulla pagina attraverso
cui filtrare gli oggetti che osservano. Joshua Roiland – docente di giornalismo
all’Università del North Carolina Wilmington – ha dedicato allo studio di questa
“coscienza” il saggio “Getting Away From It All”, rovesciando però la
prospettiva: Wallace non la governava, ne era totalmente immerso, quasi
soffocato. È questa la cifra stilistica del suo approccio al giornalismo, la
spinta a raccontare, iperanalizzare ed esaminare praticamente tutto ciò che gli
si palesava sotto lo sguardo.
Volendo tracciare un parallelismo si può dire che il Wallace-giornalista
somiglia in qualche misura a Joan Didion: entrambi hanno una scrittura precisa e
un “io” che si impone sulla pagina fino a diventare non solo un marchio di
fabbrica, ma un vero e proprio “amico” del lettore. I due sono accostabili anche
per il modo simile di guardare il mondo: nei loro testi si ritrova l’interesse,
la ricerca spasmodica del “dettaglio rivelatore”, assieme alla capacità di
alternare l’autoreferenzialità prima menzionata a una dimensione universale, e
di fare tutto questo nonostante il sincero “terrore” nei confronti delle
interazioni umane. Tom Wolfe, nell’introduzione di “Some dreamers of the golden
dream” di Didion, articolo contenuto nell’antologia The New Journalism (1973),
scrive: “Joan Didion non si considera principalmente una giornalista ma la sua
raccolta Slouching Towards Bethlehem l’ha classificata come una delle grandi
giornaliste del 1968; pur considerandosi lei stessa troppo timida per la
professione”. In effetti Didion non lo smentisce, ma conferma quanto scritto dal
collega sottolineando: “il mio unico vantaggio come giornalista è che sono così
minuta, così nevroticamente riservata, e così nevroticamente inarticolata che la
gente tende a dimenticare come la mia presenza vada contro i loro migliori
interessi”.
> Wallace e Didion sono accostabili anche per il modo simile di guardare il
> mondo: la ricerca spasmodica del “dettaglio rivelatore”, assieme alla capacità
> di alternare l’autoreferenzialità a una dimensione universale, nonostante il
> sincero “terrore” nei confronti delle interazioni umane.
Si tratta di una nevrosi facilmente accostabile a quella di Wallace, che viene
ben spiegata da Roiland tramite la Genealogia della morale di Nietzsche e il
concetto di oblio, la cui funzione è quella di “un portiere: chiudere
temporaneamente le porte e le finestre della coscienza; proteggerci dal rumore e
dall’agitazione”. Wallace, secondo Roiland, soffriva della mancanza di tale
oblio – e il paradosso è che come reporter il suo compito consisteva esattamente
nel raccogliere e organizzare il rumore e l’agitazione del mondo attorno a lui.
“Oggi ho ricevuto qualcosa come 500.000 informazioni”, racconta a Lipsky, “di
cui forse quelle rilevanti sono 25. Il mio lavoro è provare a dargli un senso”.
Un lavoro doloroso per sua stessa ammissione: la narrativa fa più paura, ma la
non-fiction è più difficile, perché basata su una realtà percepita ormai
soverchiante nella sua complessità. Eppure al narrative journalism Wallace ha
sempre riconosciuto una funzione sociale: in un’epoca in cui il discorso
politico si riduce, come lamenta con Dave Eggers nel 2003, a predicare ai propri
fedeli e demonizzare l’opposizione, le storie migliori sono quelle che aiutano
il cittadino comune a deliberare, a vivere una vita più consapevole – come
spiegherà meglio nel discorso ai laureati del Kenyon College del 2005, poi
diventato il saggio Questa è l’acqua.
Considera l’aragosta – titolo del pezzo per Gourmet e della raccolta di dieci
articoli scritti tra il 1994 e il 2005 – nasce esattamente dall’assenza di
questo oblio. Inviato alla Fiera dell’Aragosta del Maine, Wallace descrive con
comicità una folla affamata di crostacei cucinati in ogni modo possibile; ma
mentre lo fa non riesce a evitare la domanda che chiunque altro avrebbe lasciato
fuori: è giusto bollire viva una creatura senziente per il piacere delle nostre
papille gustative? La questione è fastidiosa per chiunque, come lui, ami
mangiare di tutto senza volersi considerare crudele, e l’unica soluzione
praticabile sarebbe “evitare di pensarci in toto”. Ma l’obbligo professionale
supera il tentativo di oblio: costretto per contratto a pensare intensamente
alle aragoste, scopre che “non esiste un modo onesto di aggirare certi problemi
morali”. Ne esce una pagina memorabile in cui l’animale calato nella pentola
cerca di aggrapparsi all’orlo “come una persona che cerca di non cadere dal
bordo di un tetto”, e ci vogliono parecchie acrobazie intellettuali per (non)
riconoscere in quei trentacinque-quarantacinque secondi di agonia un
comportamento associabile al dolore. La gita nella tradizione culinaria del
Maine diventa così un’esplorazione della cucina gourmet e dei diritti degli
animali – non per vocazione animalista ma perché l’autore si ferma a riflettere
troppo su quello che vede.
> Eppure al narrative journalism Wallace ha sempre riconosciuto una funzione
> sociale: in un’epoca in cui il discorso politico si riduce a predicare ai
> propri fedeli e demonizzare l’opposizione, le storie migliori sono quelle che
> aiutano il cittadino comune a deliberare, a vivere una vita più consapevole.
È proprio questa iper-riflessione e iperconsapevolezza di cosa accade attorno a
lui che ritorna anche in Una cosa divertente che non farò mai più. Wallace ha
appena trent’anni quando Harper’s gli chiede di partire – trasandato, i capelli
malamente raccolti nella bandana – per una crociera extralusso ai Caraibi, e
trasforma un potenziale travel commentary in uno studio socioantropologico sul
divertimento di massa americano. Il pezzo esce nel gennaio 1996, un mese prima
del romanzo: la gente se lo fotocopiava, se lo faxava, se lo leggeva al
telefono, ricorda Lipsky. A bordo della Zenith – subito ribattezzata Nadir –
Wallace si muove tra “i caproni”, l’americano medio di mezza età, catalogando
con ribrezzo eritemi cheratinosi e trapianti di capelli malriusciti, incapace di
accettare il proprio status di passeggero da viziare: ogni volta che sembra sul
punto di rilassarsi, la sindrome dell’impostore e il senso di colpa glielo
impediscono.
È qui che vale la pena guardare il testo anche con strumenti diversi da quelli
della critica tradizionale. Facendo un salto tecnologico e usando AntConc, un
software di linguistica computazionale, Una cosa divertente si compone di 44.052
tokens (le occorrenze, cioè il numero complessivo di parole) e 9.046 types (le
forme grafiche, cioè le parole diverse tra loro): il loro rapporto produce una
Type-Token Ratio (TTR) del 20,53%. La TTR misura la ricchezza e la variabilità
lessicale di un testo: in un corpus così esteso, un valore superiore al 20%
dimostra un vocabolario estremamente ampio ed elaborato. Se la forma promette la
struttura sintattica di una cronaca giornalistica, la frequenza lessicale rivela
la complessità della letteratura. Le parole più frequenti del testo sono
aggettivi come “triste”, “solo”, “disperato”, “depresso”: il lessico della
malinconia domina, statisticamente, il resoconto di una vacanza. Le descrizioni
procedono per antitesi ed è in questo scarto quantificabile, prima ancora che
nelle celebri note a piè di pagina, che il suo giornalismo si rivela un genere
ibrido: la forma promette una cronaca, la frequenza lessicale racconta una
storia.
L’oggetto di quella storia è la società dello spettacolo predetta da Guy Debord,
il capitalismo che fabbrica pseudobisogni e li soddisfa. Wallace si accanisce
sulla ricorrenza nelle brochure del verbo to pamper, viziare, che agli americani
adulti degli anni Novanta evoca una nota marca di pannolini: la crociera è un
ritorno al soggiorno uterino, una massa di anziani-neonati accontentata e quasi
lobotomizzata perché creda che quelle due settimane siano l’unica realtà per cui
valga la pena vivere. Il non-senso dell’esperienza sta tutto nell’antitesi tra i
due motti del viaggio, il “Facciamo tutto!” urlato in coro e la promessa in
caratteri d’oro di una settimana di “Assolutamente Niente”.
Wallace aveva già dato un nome a questa condizione nel 1990, nel saggio E Unibus
Pluram (dai singoli, la moltitudine), il cui titolo rovescia il motto degli
Stati Uniti, E Pluribus Unum (dai molti, uno). L’America ha sempre rappresentato
il sogno dell’integrazione: una nazione unita, capace di accogliere tutti e dove
realizzarsi al massimo delle proprie capacità. Eppure, con l’avvento del
consumismo e in particolare della TV, l’americano medio è ormai un singolo
isolato sul suo divano che, pur appartenendo a una moltitudine di spettatori,
resta bloccato nella propria solitudine. La crociera ai Caraibi diventa il
simbolo dello status di chi può permettersi di fuggire dall’oblio portando con
sé, senza esserne cosciente, tutti i propri demoni: i viaggiatori della Nadir
sono figure cristallizzate nell’alienazione e nell’ansia esistenziale.
> L’analisi di Una cosa divertente con un software di linguistica computazionale
> in grado di misurare la ricchezza e la variabilità lessicale di un testo
> mostra che se la forma promette la struttura sintattica di una cronaca
> giornalistica, la frequenza lessicale rivela la complessità della letteratura.
L’ambientazione surreale della nave diventa così il setting perfetto per esporre
le contraddizioni della vita moderna. Una cosa divertente è un esempio brillante
di come l’ibridazione tra giornalismo e letteratura possa offrire una
prospettiva unica: con il suo stile ironico e la sua analisi acuta, Wallace
smonta le illusioni e le facciate dell’esperienza di crociera e invita il
lettore a riflettere su ciò che conta davvero, al di là delle superfici
sgargianti e delle promesse di piacere effimero. Un’operazione che riesce a
compiere in ogni suo testo, di narrativa come di giornalismo. Riprendendo le
parole di Tom Bissell nell’introduzione di Infinite Jest: “Wallace fa qualcosa
di più strano, qualcosa di più sorprendente: anche quando non lo stai leggendo,
ti allena a osservare il mondo reale attraverso le lenti della sua prosa”.
L'articolo Una cosa divertente proviene da Il Tascabile.
A ll’orario in cui arrivo il mercato dell’usato di Mauerpark a Berlino sta
vivendo le sue ultime ore di vita prima di finire inscatolato al buio per
un’altra settimana. Ma la luce del tardo pomeriggio di maggio e la temperatura
dell’aria così piacevole si accaniscono per prolungare la sua vita il più a
lungo possibile. C’è ancora qualcuno che si aggira tra le file di scatoloni,
pieni di oggetti non assortiti e allevamenti di polvere. Materia inerte. Poi,
d’un tratto, un altro inizio diventa possibile, “a voice comes to one in the
dark, imagine… “. Un cucchiaino è estratto dalla paccottiglia e scava intorno a
sé un abbozzo di mondo, ciò che resta di un boccone che è già stato inghiottito.
Generatio aequivoca della materia, che trama nuove relazioni mentre fermenta
negli scatoloni, insieme a fotografie di ricordi putrefatti e altre
incrostazioni. Ma quando inizia esattamente questa sorta di donazione di senso?
Siamo noi a donarlo o piuttosto “noi” non siamo altro che l’effetto di un dono
non richiesto? E poi dove andrà a finire tutto questo quando nessuno saprà più
riconoscerlo?
Forse per un po’ quel senso si conserva e ci sostiene attraverso quel dato
oggetto. D’altronde il mondo è pieno di oggetti del genere, custoditi al sicuro
nelle case, nelle teche dei musei grazie al loro valore certificato o nelle
nicchie delle chiese dove a volte basta inserire una monetina per farli
illuminare. Eppure anche quella luce che sembrava ormai così garantita a un
certo punto si spegne: per esempio qualcuno muore e la casa resta piena di
oggetti di cui non riconosciamo più la trama. Le cose smettono di essere
metafore e tornano a essere cose, come dei giocattoli che non sono stati messi a
posto e restano ad impicciare in mezzo alla stanza dopo la fine del gioco. Non
si tratta di inezie: mischiare la storia naturale con quella umana è
vertiginoso, le cose a un tratto perdono la loro unicità e diventano una massa
indistinta che semmai può essere prezzata al chilo, che va scaricata e spostata.
Ma in questa confusione di ordini di grandezza diventa anche chiaro che non c’è
mai stata una vera discontinuità: il quadro che eravamo abituati a vedere
attaccato alla parete (era [di] un antenato?) e che ci rassicurava o minacciava
con la sua presenza non è lì da sempre, anzi è stato trovato per caso e poteva
non essere mai trovato e, anche se non sembra, lotta ogni giorno per restare
attaccato a quella parete. Poi un giorno il peso diventa eccessivo per quel
piccolo chiodo e il chiodo si piega, il quadro cade, la cornice si spezza e
forse nessuno lo farà più incorniciare lasciando gli eredi orfani.
> Ma quando inizia esattamente questa sorta di donazione di senso? Siamo noi a
> donarlo o piuttosto “noi” non siamo altro che l’effetto di un dono non
> richiesto? E poi dove andrà a finire tutto questo quando nessuno saprà più
> riconoscerlo?
Questo insondabile punto in cui la vita prova ad agganciarsi alla materia per
colmare l’assenza da cui è attraversata è al centro del romanzo Il Messia di
Stoccolma, della scrittrice americana Cynthia Ozick, originariamente pubblicato
in inglese nel 1987 e ripubblicato in italiano di recente da La Nave di Teseo.
Il protagonista, Lars, è un critico letterario di serie B per un giornale di
Stoccolma che si è impegnato per sfrondare la sua vita da qualsiasi imprevisto.
Così Lars passa le sue giornate indisturbato e immerso in una placida calma che
potrebbe essere resa bene da un regista come Aki Kaurismaki. Tra pigrizie
pomeridiane e articoli scritti malvolentieri un’immagine continua però a
perseguitarlo, irrompendo nell’atmosfera lattiginosa: un occhio trucidato.
Non è un occhio qualsiasi, è l’occhio di suo padre, o meglio di quello che Lars
crede assolutamente che sia suo padre: lo scrittore polacco Bruno Schulz. Per
una serie di vicende biografiche Lars è orfano e non ha mai potuto conoscere
direttamente suo padre, così si è convinto senza troppi impacci di essere figlio
proprio di Schulz. Ad aver reso possibile l’operazione contribuisce la vita
singolare di Schulz: cresciuto e vissuto incapsulato nella piccola cittadina
polacca di Drohobycz (Ozick lo descrive come “una gargolla sulla fiancata di
Drohobycz, una escrescenza sul suo nervo più segreto”), ha insegnato disegno al
ginnasio e pubblicato vari racconti tra il 1933 e il 1938, tradotti oggi tutti
quanti in italiano in Le botteghe color cannella, pubblicazione che include
anche vari disegni realizzati dallo scrittore e alcune lettere, che scambia con
Gombrowicz e altri esponenti della cultura polacca del periodo. Schulz traduce
anche in polacco Il processo di Kafka, fino a che viene relegato nel ghetto per
le sue origini ebraiche per poi ritrovarsi improvvisamente fucilato da un
ufficiale tedesco della Gestapo. Era il 1942, Schulz aveva cinquant’anni e stava
tornando a casa con una pagnotta di pane; il suo corpo finì in una fossa comune
e non fu mai più ritrovato. Prima che la sua vita fosse interrotta bruscamente
stava lavorando a un romanzo probabilmente illustrato, Il Messia, andato anche
lui perduto. Il materiale è insomma più che sufficiente per chi, come il Lars di
Cynthia Ozick, volesse fabbricarsi una discendenza letteraria su misura.
Lars è uno che viene definito “maestro di inconsistenza”, uno che “si aspetta
sempre che ci sia quello che non c’è”, per cui non è difficile immaginare come
si possa legare alla figura di Schulz e in particolare alla ricerca del
manoscritto dell’ultimo romanzo andato perduto del fantomatico padre. Le sue
ricerche passano per una piccola libreria di Stoccolma, gestita dalla signora
Heidi, sposata con un certo dottor Eklund che resta sempre nell’ombra. Heidi
inizialmente è scettica e fa sentire Lars ancora più inconsistente, d’altronde è
difficile per lui comunicare certe visioni… come quando nel cielo notturno di
Stoccolma, durante una nevicata, intravede il corpo di suo padre sotto forma di
“un’apparizione incandescente, fluttuante di luce, gonfia, con la luce che
tendeva la pelle di suo padre fino a renderla della più pallida trasparenza.
Questo padre-pallone, emanando luminosità, si allontanò lentamente nel flusso
bianco e scomparve: dapprima una macchia confusa, poi una chiazza, poi nulla”.
Ma Heidi finisce sempre di più per invischiarsi con Lars nella ricerca di
informazioni e la situazione raggiunge un punto di svolta quando compare Adela.
È una donna improvvisamente arrivata a Stoccolma non si sa bene come, “emersa
dalla neve”, che sostiene di essere anche lei figlia di Schulz e che, a
differenza di Lars, ha una storia ben precisa e piena di dettagli da raccontare.
Lars inizialmente la guarda come se fosse una sorella ritrovata, crede di
intravedere nel suo volto un particolare tipo di somiglianza che “consisteva in
ciò che era assente, in una sorta di espressione che lei non aveva. Non aveva
un’espressione soddisfatta”. Ma via via che Adela snocciola la sua storia, Lars
si rende conto che non c’è alcun posto per lui in quel racconto. Non sa più che
cosa credere: o salvaguarda la sua discendenza giudicandola una profuga
impositrice, o le crede facendo vanificare in un istante tutta la sua
consistenza genealogica. Il punto più delicato è che Adela ha con sé un
sacchetto di plastica in cui sostiene ci sia l’unica copia manoscritta del
Messia. Il double bind è evidente: perdere la discendenza per guadagnare Il
Messia o perdere Il Messia per conservare la discendenza: “il racconto
continuava: lui ci credeva, non ci credeva”.
> Lars è uno che viene definito “maestro di inconsistenza”, uno che “si aspetta
> sempre che ci sia quello che non c’è”, per cui non è difficile immaginare come
> si possa legare alla figura di Schulz e in particolare alla ricerca del
> manoscritto dell’ultimo romanzo andato perduto del fantomatico padre.
Leggendo un po’ tra le righe, si inizia a intravedere quanto sia alta e delicata
la posta in gioco della vicenda narrata da Ozick: “il Messia” è il nome di un
testo di cui non si sa nulla, ma è anche il nome di Gesù, ovvero di un Dio che
si fa uomo per salvare gli esseri umani, incarnando una contraddizione
impossibile: umano e divino allo stesso tempo. Paolo di Tarso, nella seconda
lettera ai Filippesi, scrive infatti che Gesù “pur essendo nella condizione di
Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo
una condizione di servo, diventando simile agli uomini”. Questo “abbassamento”
di Dio è stato il movimento specifico che il cristianesimo ha operato
sull’impianto sacrale precedente, dando avvio a un processo di vera e propria
desacralizzazione del divino in cui, secondo alcuni interessanti studi, risiede
la vera matrice della secolarizzazione occidentale. Si trattava insomma di
superare la Legge del Vecchio Testamento, che impediva di farsi un’immagine di
Dio, qualsiasi essa sia, a partire da quella di Cristo. Nella nostra storia Il
Messia, scritto in corsivo come se fosse un testo esistente, ma di fatto
assente, condensa il paradosso di questo passaggio dal Padre al Figlio, dal
divino all’umano.
Fino a quel momento Lars si era crogiolato in un’immagine delle sue origini
distante e intoccabile come una scena primaria eternamente vista attraverso il
buco della serratura. Mentre ora quell’originale assente gli si materializza
improvvisamente di fronte, con una donna in carne ed ossa che sostiene di essere
figlia di suo Padre e un manoscritto ingarbugliato che evidentemente viola il
comandamento veterotestamentario di non farsi immagine di Dio già dal nome, per
non parlare delle condizioni in cui è ridotto: Adela dice addirittura che ha
tirato fuori le pagine del manoscritto da delle scarpe in cui erano state messe
per non farle sformare. Sembra quasi di trovarsi di fronte a una versione
contemporanea della storia del grande inquisitore raccontata da Ivan Karamazov
al fratello Alëša: lì il Messia si manifestava “ancora una volta fra gli uomini
in quella stessa forma umana, in cui si era aggirato tra loro per trentatré anni
quindici secoli prima”, apparendo a Siviglia, durante i roghi dell’Inquisizione
spagnola. L’inquisitore era giustamente terrorizzato, avendo ormai messo a
fondamento della chiesa “il miracolo, il mistero e l’autorità” e quando alla
fine del racconto apre la porta della cella dove Gesù è tenuto prigioniero non
riesce a dirgli altro che: “Va’, e non venire mai più”. Nel nostro caso, ma non
senza suscitare meno terrore, il Messia salta fuori di nuovo a Stoccolma,
rovesciato da Adela in una cascata di fogli sul letto di Lars.
Ma cosa contenevano questi fogli sciupati? La domanda forse è sbagliata perché
il Messia non viene avvicinato tanto a partire dal suo contenuto quanto dalla
sua azione. Sono fogli numerati in modo irregolare che fluiscono come un vortice
in un altro vortice, assomigliano “a quelle catene di montagne che si ergono
dall’abisso del mondo lungo la più profonda spina dorsale del mare”, a una
“sputacchiera rovesciata” in cui “vi sono fiumi che s’intersecano, gorghi che
torcono i loro colli spumeggianti, correnti multiple che salgono verso l’alto
intrecciandosi, cascate che buttano ruscelli come capelli, e mille getti e
spruzzi che bombardano i picchi di quel paesaggio oceanico”. Insomma, per farla
breve, un’opera di “cosmogonia”, che trabocca da una “preternaturale
cornucopia”.
Se il Messia parla di qualcosa, allora parla della sua stessa azione sul mondo,
capace di attrarre, risucchiare e convogliare i flussi e generare un mondo a
partire dalla sua azione. Funziona come un idolo o un simulacro: questi concetti
infatti indicano non tanto un’immagine adeguata, che rappresenta fedelmente una
realtà fuori di sé, piuttosto ci parlano di “un’immagine che suscita la cosa”,
“che ha la cosa dentro di sé, che è l’insorgere della cosa”, come ha descritto
bene Federico Leoni a proposito delle immagini bergsoniane. Si tratta di
immagini smisurate che, come una statua colossale, ci trascinano nel loro
spazio, o magari immagini minute, come le scatole di Joseph Cornell, in cui
scampoli di oggetti qualsiasi si coagulano per disporre uno spazio, una certa
tonalità. Oppure ancora, seguendo di nuovo Leoni, immagini simili ai “feticci di
certi popoli lontani, potenze numinose costruite assemblando alla buona, con un
chiodo o una cordicella di canapa, cose raccolte alla meno peggio nei posti meno
sacri”. Che questi feticci non rappresentino nulla di semplicemente esistente
fuori o prima di essi è evidente, dato che è semmai soltanto attraverso di essi
e tramite la loro azione che si acquisiscono occhi per vedere e orecchie per
sentire una qualche intelligenza del mondo.
> Se il Messia parla di qualcosa, allora parla della sua stessa azione sul
> mondo, capace di attrarre, risucchiare e convogliare i flussi e generare un
> mondo a partire dalla sua azione. Funziona come un idolo o un simulacro.
Se il Messia non può che parlare della sua stessa azione, allora l’unica storia
che può raccontare è una storia di idoli e simulacri, e infatti le poche scene
che Lars è riuscito a trarre da quei fogli stropicciati e disordinati raccontano
di uno strano scenario in cui a Drhobycz non resta più neanche un essere umano e
la cittadina diventa interamente popolata da idoli:
> Alcuni erano grassi Buddha nella posizione del loto, incapaci di camminare o
> di muoversi; venivano trasportati su lettighe da figurine egizie in miniatura,
> svariate dozzine per ogni lettiga. Altri erano mastodontiche teste dell’Isola
> di Pasqua. Un altro era Ikahnaton, il monolatro, la faccia e le membra
> deformate dalla malattia, egli stesso elevato ad idolo. Moltissimi avevano la
> forma di grandi uccelli di pietra: falchi, aquile, avvoltoi, sparvieri,
> giganteschi corvi scolpiti in marmo nero. […] Alcuni erano indegni, rozzi e
> malfatti, ma per la maggior parte rappresentavano l’ispirata fatica di
> eserciti d’ingegnosi artigiani, e v’era addirittura un piccolo gruppo di
> capolavori. Strade e botteghe straripavano e formicolavano di quei
> straordinari totem di legno, di pietra, di ceramica, d’argento e d’oro. Poiché
> non v’erano esseri umani ad adorarli, non era molto chiaro quale fosse il loro
> fine.
È come se tutti gli abitanti della città si fossero prima convertiti all’ateismo
e poi fossero fuggiti, lasciando gli idoli a loro stessi, privati di quella luce
speciale che la religione gli conferiva. Era quella luce che permetteva di
coglierli a partire da una distanza che nascondeva tutta la loro goffaggine e i
vari acciacchi che si portano dietro. D’altronde è inevitabile che anche questi
oggetti, essendo prodotti da mani umane, vadano incontro al deterioramento e al
malfunzionamento. O forse gli esseri umani sono fuggiti da Drohobycz perché,
iniziando a vedere negli idoli lo specchio del loro lavoro artigianale
imperfetto, sono rimasti terrorizzati e non sono stati più disposti a
riconoscergli alcun valore, essendo abituati a credere che fossero fatti
piuttosto da mani divine e a negare in quegli idoli il lavoro delle loro stesse
mani. Riprendendo il parallelismo con la nascita del cristianesimo, potremmo
dire che gli idoli di Drohobycz assomigliano alle immagini paleocristiane.
Queste infatti, in consonanza con il rivoluzionario svuotamento di Dio promosso
da Paolo, utilizzano uno stile disadorno e una trascuratezza formale non per
incapacità tecnica, ma per esplorare la nuova possibilità di rappresentare le
cose più alte in modo umile e dismesso.
Nel caos di idoli che popolano la cittadina, in cui questi idoli iniziano a
sedursi a vicenda, fino ad appiccare fuochi di idoli che bruciano altri idoli,
una cosa diventa sicuramente chiara: non è possibile sbarazzarsi delle immagini,
non c’è alcun prototipo da raggiungere perché la verità è immagine, ma non c’è
immagine della verità. A Drohobycz regna allora un tipo di iconofilia in linea
con la descrizione che ne ha dato Bruno Latour, cioè con la consapevolezza che
“l’unico modo di avere accesso alla verità, all’oggettività e alla santità è
spostarsi velocemente da un’immagine all’altra, e non vagheggiare l’impossibile
sogno di raggiungere un inesistente originale”.
> Con la descrizione del Messia il romanzo di Ozick raggiunge il suo punto più
> alto: la ricerca dell’origine viene risucchiata in un vortice frattale in cui
> non è possibile isolare alcun fermo immagine di cui accontentarsi.
Eppure, senza alcuna fanfara e come se niente fosse, in questo caos, tra idoli
spezzati, ammaccati e mezzi bruciati, a un certo punto, arriva il Messia. Che
forma potrà mai avere, viene proprio da chiedersi, dopo tutto quello che abbiamo
detto?
> All’apparenza sembrava fatto di vari, comuni materiali inerti, nessuno dei
> quali prezioso o in alcun modo prezioso: cotone, cartone, colla, filo, e
> neanche una manciata di fieno. La sua locomozione aveva un che di vagamente
> pauroso, ma era anche, in qualche modo, impedita e limitata: disponeva di
> svariate centinaia di vele a guisa di ali, che si agitavano in senso orario o
> antiorario come le pale di un mulino. Ma queste numerose “braccia” erano, se
> mai, più simili a delle pinne, completamente piatte, chiazzate dappertutto di
> segni color inchiostro, le quali davvero ricordavano delle pagine che
> venissero voltate. In effetti, peraltro, dei petali di quelle pinne avevano
> proprio la consistenza umidiccia; e non v’è dubbio che i loro strani tatuaggi
> facevano pensare a un qualche postulato annotato in un senso arcaico, un tipo
> di carattere cuneiforme forse, benché impossibile dire che cosa quel testo
> illeggibile proponesse come assioma. Se osservato con estrema attenzione […]
> quei segni color inchiostro si rivelavano essere dei disegni infinitamente
> minuscoli e di brillante esecuzione, di quegli stessi idoli che si erano
> impossessati della cittadina di Drhobycz.
Se pensiamo a Drohobycz come se fosse un organismo vivente e palpitante, allora
possiamo forse immaginare il Messia come una sorta di suo organo interno e
vitale che fosse uscito a vivere all’esterno, una sorta di creatura che abita il
rovescio ributtata sull’altro versante. Ma questo interno rivolto all’esterno
non fa che presentare nuove cavità e infinite nuove minuzie aderenti ad altri
ordini di grandezza. Con la descrizione del Messia il romanzo di Ozick raggiunge
il suo punto più alto: la ricerca dell’origine viene risucchiata in un vortice
frattale in cui non è possibile isolare alcun fermo immagine di cui
accontentarsi. Il fondamento è continuamente sfondato e ogni interno rivela un
interno più profondo in un gioco senza fine. La cosa più interessante è che una
storia inizialmente orientata dalla ricerca del romanzo perduto di Bruno Schulz
sfocia in una dimensione patafisica in cui l’ordinario si sbriciola nel
movimento dell’intero universo, che è probabilmente la caratteristica più
specifica della narrativa Schulz. La ricerca di Schulz come scrittore finisce in
una sorta di osmosi con lo stile della sua stessa scrittura.
Ma quando torna in stato di lucidità, Lars non ricorda più nulla del Messia,
resta soltanto “l’impronta muta di un rumore, una città che crollava, si
sgretolava, i propri gemiti, una lamentazione senza tregua”. Progressivamente si
rende conto di essere stato molto probabilmente sussunto nel complotto di un
club di falsari, che volevano far leva sulle sue ossessioni per far entrare in
circolazione una traduzione vera di un originale falso. Ma tra le interminabili
conversazioni intorno all’originalità del manoscritto, Heidi ad un certo punto
dice qualcosa di essenziale: “le persone così nascono, Dio sa come o da chi, a
compensazione di quello che non c’è. Versano nel vuoto le cose più strane. Come
sabbia in un sacco”. Lo sguardo gettato dentro il Messia ha rivelato un eterno
gioco di immagini che si fabbricano e smontano a vicenda, ma nelle parole di
Heidi risuona qualcosa come una consapevolezza meno ambiziosa: è il sentore che
la vita umana non possa fare a meno di selezionare e di attaccarsi ad alcune
immagini piuttosto che altre, fabbricandosi ogni volta un giaciglio personale
nella storia dell’universo, cercando strenuamente di difendere la differenza tra
una fotografia che si degrada su una tomba e il fiore che le fiorisce per caso
accanto.
L'articolo La vita impigliata nella materia proviene da Il Tascabile.
“S e fossi più colto di quello che sono, dovrei ribellarmi all’autore e
pretendere di essere chiamato antiproletario, ché io avverso la classe da cui
nasco; transproletario, ché io supero la classe da cui nasco; metaproletario,
ché io sublimo la classe da cui nasco; aproletario, ché io vorrei far piazza
pulita della classe da cui nasco”.
Tommaso Labranca, Neoproletariato. La sconfitta del popolo e il trionfo
dell’eleghanzia, 2002
È da qualche tempo che si è riacceso l’interesse – culturale ed editoriale – per
il concetto di “classe”, a lungo marginalizzato tanto dalle politiche di destra
e di centro quanto da una parte della sinistra, che ha progressivamente
mostrato una crescente difficoltà nel tenere insieme le tradizionali
rivendicazioni redistributive legate alla condizione materiale delle classi
lavoratrici e le istanze di riconoscimento dei diritti civili e delle identità.
Riflette questo nuovo interesse per la questione di classe una recente uscita
dei Quanti, collana di e-book di Einaudi, a tema “classe”, che prova a
interrogare una delle categorie più controverse e sfuggenti della modernità
politica. I diversi linguaggi dei testi raccolti – accademico, letterario,
personal essay, per frammenti, “manifesto” – ricalcano quella che, sin dalla sua
apparizione nel 2021, è stata l’idea di fondo della collana: a metà tra il libro
e il contributo su rivista, la “classe” è sia tema centripeto ma anche centro
propulsivo da cui le prospettive autoriali prendono le distanze in modo
centrifugo.
La linea editoriale è dunque quella di una vistosa eterogeneità ma, da un certo
punto di vista, la scelta di autori e autrici è significativa rispetto a quale
strada teoretica venga imboccata e percorsa; emerge un’idea di classe non più
come soggetto storico della storia recente, ma un prisma attraverso cui leggere
la contemporaneità dal proprio piccolo angolo di visuale. Il risultato è una
costellazione di testi che si sfiorano senza davvero convergere, che condividono
un tema senza costruire uno spazio teorico comune. Non per forza un male, ma va
sicuramente sottolineato come primo elemento.
Un asse di lettura: quello che la “classe” produce
I saggi affrontano il tema da prospettive complementari: Andrea Muni riflette
sul rapporto tra lavoro, tempo e libertà; Francesco Pacifico interroga il nesso
tra generazioni e appartenenza di classe; Denise Celentano ricostruisce
criticamente il concetto di classe nelle democrazie contemporanee; Davide
Piacenza esplora l’esperienza della mobilità sociale e del “transfugo di
classe”; Dario Salvetti, infine, propone la lotta operaia come pratica di
trasformazione della vita collettiva.
> È da qualche tempo che si è riacceso l’interesse per il concetto di “classe”,
> a lungo marginalizzato tanto dalle politiche di destra e di centro quanto da
> una parte della sinistra.
Esisterebbero diversi modi di disporre i testi su un asse – gradiente di
teoresi, ricognizione sociologica, intensità autobiografica. Io vorrei però
leggerli secondo un’altra ordinata: quale delle cinque visioni della “classe”
risulta più efficace nella produzione di uno spazio, teorico ma soprattutto
pratico, per l’emergere di una coscienza collettiva? È con questa ipotesi in
mente che ho letto i Quanti; e proprio per questo il mio punto di partenza non è
uno dei testi raccolti nel volume, ma un’esperienza che negli ultimi mesi ha
funzionato, per me, come una sorta di evento-verifica dei congegni concettuali
messi in campo dai cinque autori.
L’esperienza più interessante degli ultimi mesi per quella che, con una certa
approssimazione, potremmo chiamare “classe creativa” è stata costruita senza che
la parola “classe” occupasse una posizione centrale nel discorso pubblico e
organizzativo. A partire dalla chiamata di Mi Riconosci? – associazione per chi
lavora nei beni culturali –, per oltre un anno esperienze di rivendicazione,
quasi-union, collettivi e sindacati hanno costruito una piattaforma comune,
discusso rivendicazioni, organizzato assemblee e immaginato forme di azione
condivisa per arrivare al primo sciopero generale della cultura trasversale ai
settori culturali e creativi: dentro c’erano dai lavoratori dell’arte a quelli
dell’editoria, dello spettacolo dal vivo, dei musei e delle biblioteche,
dell’accademia, fino all’audiovisivo.
Dentro questo percorso, non è risultato particolarmente interessante stabilire
chi appartenesse a quale classe sociale: nessuno ha chiesto agli altri quale
fosse il loro reddito, il patrimonio familiare o il loro “pedigree” di classe.
La questione non era condividere la stessa posizione sociale, ma costruire
insieme un terreno comune di riconoscimento e di conflitto. La possibilità di
fare politica, infatti, non dipende necessariamente dall’avere le stesse
condizioni materiali – lo stesso luogo di lavoro, lo stesso salario, gli stessi
problemi immediati – ma dalla capacità di individuare interessi comuni anche a
partire da esperienze differenti. Sapendo anche che lo sciopero poteva avere il
ruolo di ricomposizione di settori dove divide et impera è stato uno dei
tranelli neoliberali più diabolici.
Questo sciopero accade a valle di una tendenza che, negli ultimi anni, ha
interessato i mondi del lavoro in generale e le ICC (Industrie Culturali e
Creative) in particolare, nelle quali lavoratori e lavoratrici hanno creato
realtà di rivendicazione tenendo insieme sia la specificità delle mansioni sia
la trasversalità delle condizioni (basta pensare al fenomeno dello slash
working, per fare un esempio). Si comincia con delle inchieste, con delle
riunioni, si capisce insieme come ricostruire dal basso il settore di
riferimento e si prova a far valere le proprie istanze e sacrosante richieste.
Per arrivare a uno sciopero unitario, noi siamo stati e state là, ogni due o tre
settimane, a riunirci, discutere, scrivere insieme una piattaforma; se non è
classe, “chiamatela come volete” – come recita uno dei testi dei Quanti –, ma è
qualcosa che tiene insieme il lavoro che si svolge e, insieme, fa balenare
l’idea del lavoro che si vorrebbe.
> La possibilità di fare politica non dipende necessariamente dall’avere le
> stesse condizioni materiali – lo stesso luogo di lavoro, lo stesso salario,
> gli stessi problemi immediati – ma dalla capacità di individuare interessi
> comuni anche a partire da esperienze differenti.
Nessuna delle sigle coinvolte ha mai sentito il bisogno di usare la parola
“classe” per descrivere ciò che stavamo costruendo. E non perché questo elemento
fosse assente ma forse perché il termine, nel linguaggio comune, è spesso
ridotto a un’appartenenza sociale da riconoscere o rivendicare, mentre nella sua
accezione politica indica soprattutto un processo: la trasformazione di una
condizione condivisa in coscienza e capacità di azione collettiva. La classe, in
questo senso, non è qualcosa a cui semplicemente si appartiene, ma qualcosa che
si costruisce attraverso il conflitto e l’organizzazione. Persone con
traiettorie biografiche, condizioni materiali e provenienze sociali differenti
possono quindi riconoscersi in un interesse comune e dare forma a un soggetto
collettivo senza dover prima coincidere in un’identità omogenea.
I Quanti
Definire la classe è una faticaccia e, come spiega il testo di curatela della
redazione dei Quanti, forse il fascino che continua a sprigionare questo termine
sta nel suo “potere di ricomposizione in tempi di identitarismi ed essenzialismi
di varia natura”. Lo sforzo tassonomico di Denise Celentano in “Liberi in un
mondo che schiaccia”, ad esempio, ha la funzione virgiliana di accompagnarci in
una ricognizione sociofilosofica su questo concetto, ponendosi una domanda,
ovvero cosa significa essere uguali in una società divisa? Infatti, se le
società liberal-democratiche fanno continua professione dei valori di
uguaglianza, ci sono però persone che per essere uguali devono fare molta più
fatica di altre, molto spesso senza nessuna possibilità di riuscirci.
E se in passato la possibilità di emanciparsi e addivenire a uno status reputato
più alto era offerta dal collettivo – in senso ontologico – quello che succede
negli ultimi anni viene chiamato da Celentano “tornante intimistico”, parlando
delle scritture di Annie Ernaux, Édouard Louis, Cynthia Cruz e Didier Eribon per
fare alcuni nomi: “Questa sorta di ripiego narrativo intimistico testimonia del
fatto che, dopotutto, l’interesse per il tema delle classi è vivo, ma è anche un
segno dei tempi. È come se dicesse: le classi sono attuali, parliamone, ma nel
solo modo in cui ci è dato farlo credibilmente oggi, e cioè in chiave
biografico-confessionale”.
Ma se, nel miglior marxismo, il rapporto tra prassi e teoria dovrebbe far sì che
quest’ultima si limiti a essere poco più “che uno scambiatore, un respiro, un
punto di rimbalzo tra le diverse pratiche di cui consistono le nostre vite
comuni”, ecco che l’avvicendarsi del testo di Muni dopo quello di Celentano
restituisce in toto questa idea.
> La classe non è qualcosa a cui semplicemente si appartiene, ma qualcosa che si
> costruisce attraverso il conflitto e l’organizzazione.
Il testo di Andrea Muni, nel suo bell’esercizio di epistemologia incarnata,
“‘Noi’ non è un mezzo”, si riallaccia al nucleo più duro del marxismo – lo
sfruttamento – e quando scrive dell’alienazione, non sta tratteggiando una
grande astrazione filosofica, ma parla della propria voce quando risponde ai
clienti, del corpo che si adatta al lavoro, della birra bevuta in terrazzo, al
buio, perché non riesce a dormire. Partendo dal suo lavoro di stagionale nei
lidi – “L’alienazione del vecchio Marx qui è una quotidianità intima, privata,
banale” – e mettendo in campo quasi una eco tondelliana nel parco umano ritratto
– “Siamo i sottoproletari del litorale, tra i più giovani ci sono i vitelloni e
i bravi ragazzi, i tossichelli e gli erotomani incapaci di pensare ad altro che
all’organo femminile in tutte le sue molteplici manifestazioni” – quello di Muni
non è un saggio accademico, non un diario intimo, ma una terza cosa segreta:
alternando frammenti diaristici – vivi, crudi, comici e disperati – e
riflessioni teoriche – il Marx dei Manoscritti economico-filosofici che gli
serve poi per riagganciarsi alla nozione di depénse di Bataille, Foucault,
Pasolini, Althusser, i cattivi e buoni maestri dell’operaismo italiano –, Muni
getta le basi per una nuova idea di classe a partire dalle cicatrici di chi vive
dentro “una vita offesa”. La classe non appare come una categoria sociologica ma
come una ferita quotidiana, un attrito continuo tra ciò che si è costretti a
fare e ciò che si potrebbe essere.
Ironicamente (forse), nel contributo di Francesco Pacifico, “La promessa” –
frutto di una calcolata eccentricità esistenziale –, le occorrenze di “classe”
riguardano soprattutto l’insieme di studenti e studentesse della scuola del
Tascabile. Prendendo proprio le mosse da una lettera ricevuta da un suo ex
studente che gli chiede di poter entrare a sbirciare la “città” (la città è
l’accesso al lavoro culturale, alle possibilità, ai contatti), Pacifico scruta
da vicino come aver pensato di segmentare la povertà lavorativa badando
all’anagrafica è un piano inclinato che, da un punto di vista
dell’organizzazione, presenta velocemente il conto in quanto a inagibilità reale
(“La generazione assomiglia a una classe sociale nella misura in cui ogni gruppo
di età subisce il potere secondo l’ora della Storia in cui l’ha conosciuto”).
Andando oltre le intenzioni autoriali, c’è tuttavia un elemento interessante in
questo slittamento pragmatico-semantico. Pacifico, per l’appunto, riconosce come
un errore aver concepito le generazioni alla stregua delle classi; eppure
proprio questo errore, letto in diagonale, può aiutare a comprendere come la
classe non valga più erga omnes quale principio di comunanza nei luoghi di
lavoro, fisici o digitali. La classe, infatti, non è più rintracciabile
semplicemente nel provenire da e appartenere a un determinato ambiente
socioeconomico; ma, senza organizzazione – unica possibilità per non ricadere
nelle identity politics –, non può nemmeno costituirsi come soggetto collettivo,
rimanendo una categoria incapace di agentività.
È proprio alla luce di questo nodo che un altro testo, quello di Piacenza
mostra, a mio avviso, il suo limite principale. “La cultura che non posso
permettermi” di Davide Piacenza, infatti, mi lascia appesa a un interrogativo:
per quale ordine di idee questo non è da ritenersi un pezzo identitario?
D’altronde è un personal essay in cui, a partire dalla sua esperienza di
transfugo di classe, Piacenza racconta come si sia ritrovato ben presto a
scontrarsi con il capitale simbolico codificato dal ceto elitario imperante nel
mondo della cultura. Il padre in imbarazzo in Francia è il parallelo per parlare
del disagio del figlio quando in redazione qualcuno gli fa notare che ha sempre
lo stesso paio di scarpe; a metà contributo, poi, questo “tornante intimistico”,
questa tentazione dell’identità, arriva a riflettere sulla sempre più urgente
necessità di svincolare dal capitale economico e familiare l’accesso alla
“parola che conta”.
> La classe non appare come una categoria sociologica ma come una ferita
> quotidiana, un attrito continuo tra ciò che si è costretti a fare e ciò che si
> potrebbe essere.
L’origine sociale relativamente agiata di una parte della forza lavoro può
certamente facilitare l’accettazione di retribuzioni basse, ma il punto è capire
quale posizione questa disponibilità occupi dentro il funzionamento del mercato.
Fermarsi alla propensione individuale ad accettare poche decine di euro per un
articolo rischia infatti di trasformare una questione di struttura in una
questione di responsabilità personale: perché un settore può permettersi di
pagare così poco? Come viene distribuito il valore, come è diviso il lavoro,
dove si concentra il potere contrattuale, quanto si investe in innovazione e
quali forme di lavoro vengono rese più o meno necessarie dal suo stesso
funzionamento? Sono domande che spostano l’attenzione dalla biografia di chi
accetta quelle condizioni al modo in cui un settore si tiene in piedi.
Anche la debolezza della rappresentanza collettiva e la difficoltà di costruire
rivendicazioni comuni vanno lette dentro questo quadro, e non come semplice
somma di scelte individuali. Altrimenti il rischio è che la diagnosi rimanga
confinata alla descrizione delle cause, senza interrogarsi sulle responsabilità
e sugli strumenti attraverso cui la situazione potrebbe essere cambiata o
potrebbe ancora cambiare. Anche perché continua a prevalere una logica di divide
et impera e di guerra tra poveri, che frammenta il conflitto sociale e impedisce
di individuare le vere dinamiche di potere e le possibilità di trasformazione
collettiva. Il vero tabù oggi non è la classe – è l’organizzazione.
Anche perché, cosa succede dopo aver manifestato pubblicamente la propria classe
se non ci si organizza sul posto di lavoro? Nulla. È un atto verbale che non
produce nulla se non sé stesso. E dunque qual è il correttivo? Qual è l’unico
modo per passare da classe intesa come identity politics a qualcosa che si
avvicini alla class politics? La classe è diversa da un’altra identità – al pari
di genere e razza – solo se è in grado di fare qualcosa: il conflitto, per
esempio. Esibire una posizione nello spazio sociale serve solo a mettere in fila
una serie di solitudini; al suo posto, serve un lavoro simbolico e politico che
trasformi individui dispersi in un gruppo capace di riconoscersi.
Il controcampo naturale del contributo di Piacenza è quello di Dario Salvetti,
portavoce del Collettivo di fabbrica ex GKN, soprattutto a partire da
un’affermazione che riguarda la stagione calda delle mobilitazioni operaie: “La
prima ragione dell’innalzamento dei salari era ‘banalmente’ l’efficacia della
lotta di chi stava in basso nello strappare ricchezza a chi stava in alto”, come
anche la riduzione dell’orario di lavoro, al netto di riorganizzazioni dovute a
nuove tecnologie, è dovuta alla “pressione della lotta sociale del movimento
delle lavoratrici e dei lavoratori”. Le metto come citazioni, che di per sé
magari risultano pure banali, per spiegare ancora una volta come i Quanti
sconfessino altri Quanti.
> Esibire una posizione nello spazio sociale serve solo a mettere in fila una
> serie di solitudini; al suo posto, serve un lavoro simbolico e politico che
> trasformi individui dispersi in un gruppo capace di riconoscersi.
La pienezza esperienziale che, con “Per una vita bella”, Dario Salvetti
introduce è dove cade il tabù dell’organizzazione che attraversa come una
corrente carsica – in alcuni punti è molto visibile, in altri rimane implicita –
gli altri contributi. Salvetti rovescia il problema. Non chiede: chi siamo, ma:
cosa facciamo insieme e cosa diventiamo quando facciamo qualcosa insieme?
Quella della GKN è la lotta operaia più raccontata e mediatizzata degli ultimi
anni e questo ebook, firmato dal portavoce del Collettivo, rappresenta il
tentativo di elaborare un manifesto capace di allargare lo sguardo oltre la
vertenza specifica.
Il contributo di Salvetti offre una cornice ampia e vitale, all’interno della
quale, nelle pagine finali, prende forma il racconto dell’esperienza del
Collettivo e ricorda come la gioia della lotta vada ben oltre la conquista di
rivendicazioni salariali. Se vogliono davvero vincere, i movimenti dei
lavoratori devono saper immaginare una trasformazione radicale anche del tempo
libero, delle relazioni, del modo di stare insieme e di una vita piena, liberata
dai vincoli della produzione e del consumo. Come scrive, “Non si è mai data
lotta per la riduzione del lavoro senza una lotta parallela per la vita a cui il
lavoro doveva servire o lasciare spazio”. E, ancora: “Il tema non è solo quando
staccherai dal lavoro, ma in che stato lo farai”. Non è un caso che nel
contributo più politico, le occorrenze di “classe” siano le seguenti: “La nostra
gente, la nostra classe, chiamatela come volete”; “Il bisogno di sopravvivenza è
la condizione in cui si trova la stragrande maggioranza dei ‘nostri’, della
nostra gente, classe, ceto di appartenenza, o comunque vogliate chiamarla”.
Dall’identità all’organizzazione
Per compendiare l’esperienza di lettura dei Quanti in una frase, direi quasi che
la classe è come il sesso: più ne parli, meno la fai; alcuni la cercano nella
biografia, alcuni nella cultura e altri ancora nella generazione. Muni in nuce
e, in modo dispiegato, Salvetti suggeriscono invece una possibilità più antica e
forse ancora attuale: la classe non è ciò che siamo, è ciò che diventiamo quando
decidiamo di lottare insieme.
> Se vogliono davvero vincere, i movimenti dei lavoratori devono saper
> immaginare una trasformazione radicale anche del tempo libero, delle
> relazioni, del modo di stare insieme e di una vita piena, liberata dai vincoli
> della produzione e del consumo.
Esistono diverse correnti marxiste, postmarxiste e limitrofe al marxismo che
hanno messo in discussione alcuni usi della nozione di classe, soprattutto
quando questa viene assunta come identità sociale stabile, origine sociologica o
appartenenza culturale, anziché come posizione conflittuale e pratica di lotta.
In questa linea, il punto decisivo non è stabilire chi siano sociologicamente i
lavoratori, ma capire se e come si dia una capacità di organizzare conflitto
dentro il processo produttivo. La classe, in questa prospettiva, non preesiste
alla lotta, ma prende forma attraverso di essa: ciò che conta è la cooperazione
concreta nei luoghi di lavoro – fisici e non che siano, il quale sappiamo essere
un grande tema – e la possibilità che lavoratori con origini, culture e
qualifiche differenti diventino una forza comune nel conflitto.
È, in fondo, quello che abbiamo visto accadere nel percorso dello sciopero della
cultura. Non c’era una condizione sociale omogenea da cui partire, né
un’identità di classe da riconoscere prima di cominciare a organizzarsi. È
quindi sembrato più utile partire da condizioni materiali condivise, forme di
cooperazione concreta, conflitti sul posto di lavoro e campagne sindacali o
organizzative capaci di costruire legami effettivi.
Ma forse oggi occorre spingersi persino più oltre: la classe sembra non essere
più fungibile. Non esiste più un nome capace di sostituire automaticamente
esperienze lavorative molto differenti e di trasformarle in un soggetto politico
immediatamente riconoscibile. La lavoratrice del museo, il fonico, la
redattrice, il giornalista e la curatrice di una galleria possono occupare
posizioni diverse per reddito, status e cultura, ma spesso condividono la stessa
sensazione di ricattabilità, l’impossibilità di controllare tempi e ritmi del
lavoro, una forte asimmetria negoziale, una sensazione inesorabile di isolamento
e frammentazione, l’erosione delle garanzie e la dipendenza da organizzazioni
che restano largamente opache. Più facilmente si riconoscono nelle stesse ansie,
negli stessi ritmi imposti, nella stessa precarietà esistenziale, nelle stesse
paturnie lavorative.
In questo scenario, ciò che circola più facilmente non è una coscienza di classe
intesa come appartenenza già definita, ma la percezione di condividere
condizioni materiali e forme di subordinazione analoghe. Ci si incontra a
partire da problemi concreti prima ancora che da identità sociali: l’ansia della
scadenza, la reperibilità permanente, la valutazione continua, la paura di
essere sostituibili. La solidarietà non nasce dunque necessariamente dal
riconoscersi dentro una classe già data, ma dalla possibilità di trasformare
esperienze diverse in un terreno comune di conflitto.
> Il punto decisivo non è stabilire chi siano sociologicamente i lavoratori, ma
> capire se e come si dia una capacità di organizzare conflitto dentro il
> processo produttivo.
Se la classe non è semplicemente una collocazione sociale, ma il risultato di un
processo attraverso cui condizioni materiali differenti vengono organizzate in
una pratica collettiva, allora la questione decisiva non è stabilire chi
appartenga o meno a una classe, ma capire quali forme politiche siano oggi
capaci di costruirla. Il passaggio è quindi dalla “classe in sé” alla “classe
per sé”, non come progressiva presa di coscienza di un’identità già esistente,
ma dalla frammentazione individuale alla capacità di produrre legami,
rivendicazioni e conflitto condiviso.
La sfida contemporanea non consiste nel ritrovare una presunta omogeneità
perduta, ma nel costruire una soggettività collettiva a partire da condizioni
differenti di subordinazione, vulnerabilità e dipendenza dal lavoro. La classe,
in questo senso, non è qualcosa di cui si parla: è qualcosa che si fa. Forse è
proprio qui che si colloca il nodo politico del presente: non nella necessità di
attribuire un nome comune a esperienze diverse, ma nella possibilità di
trasformarle in una forza capace di agire. Meglio, insomma, smettere di essere
sfruttate che conquistare il riconoscimento simbolico di un’appartenenza
sociale; almeno per “noi”.
L'articolo Fare classe proviene da Il Tascabile.
C orreva l’anno 2015 quando su Internet cominciò a circolare una foto che mandò
in crisi milioni di persone in tutto il mondo. Ritraeva un abito da cerimonia:
c’era chi guardandolo lo vedeva colorato di bianco e oro, chi invece giurava che
fosse nero e blu (che erano poi i suoi colori originali). Diventata virale su
Facebook e sulla piattaforma che allora si chiamava ancora Twitter, la foto
generò decine di milioni di post e altrettante accese discussioni tra il team
#blueandblack e il team #whiteandgold, e persino serissime testate
giornalistiche lo definirono “il dramma che sta dividendo il pianeta”. Indicato
fin da allora come esempio perfetto di come un’apparente sciocchezza possa
raggiungere fama mondiale grazie alla giusta combinazione di fattori, il
dressgate servì anche per dimostrare una scomoda verità sulla nostra specie:
abbiamo un problema con i colori. Ne vediamo pochi, tanto per cominciare, e
anche su quelli non riusciamo a metterci d’accordo; basta la luce sbagliata per
confonderci, e due cervelli diversi possono interpretare in modo altrettanto
differente lo stesso stimolo; ci sono intere fette dello spettro luminoso che
altri animali usano per orientarsi e dare un senso al mondo e che a noi umani
sono precluse. È una condizione che ci portiamo dietro da milioni di anni, ed è
tutta colpa dei dinosauri.
Tutta colpa dei dinosauri
Cominciata 66 milioni di anni fa grazie a un asteroide, l’era cenozoica (dal
greco καινός, “nuova”, e ζωή, “vita”) è nota informalmente come età dei
Mammiferi, nella quale la classe a cui apparteniamo anche noi ha conosciuto
un’esplosione di diversità che l’ha portata a colonizzare ogni angolo e ogni
nicchia ecologica del pianeta. Si tratta però di una parentesi nella lunga
storia dei mammiferi, e neanche della più lunga. I Cynodontia, il clade che
comprende il gruppo da cui si è evoluta la nostra classe, compaiono 260 milioni
di anni fa; i primi mammiferi veri e propri risalgono invece a circa 225 milioni
di anni fa, durante il Triassico.
> La teoria del “collo di bottiglia” notturno proposta da Gordon Lynn Wells nel
> 1942, sostiene che i mammiferi siano nati come animali notturni e rimasti tali
> per gran parte della loro evoluzione, e le conseguenze si vedono ancora oggi.
In quel periodo, però, un altro gruppo stava approfittando di un evento
catastrofico avvenuto 30 milioni di anni prima, l’estinzione di massa avvenuta
tra Permiano e Triassico, la più grave mai verificatasi sulla Terra, che portò
alla scomparsa dell’80% delle specie marine e del 70% di quelle terrestri. Erano
gli arcosauri, che oggi sono rappresentati da coccodrilli e uccelli e che
comprendevano anche (e così ci arriviamo) i dinosauri non aviani e gli
pterosauri. Durante quello che è noto come Triassic Takeover, durato circa 30
milioni di anni, gli arcosauri crebbero di dimensioni e divennero i predatori
dominanti sulla Terra. I primi mammiferi si videro così costretti ad adattarsi a
un mondo popolato da grossi rettili carnivori, e intrapresero una strada
evolutiva che ha conseguenze ancora oggi.
La teoria, proposta per la prima volta da Gordon Lynn Wells nel 1942, è quella
del nocturnal bottleneck, il “collo di bottiglia” notturno. Nel suo libro The
Vertebrate Eye And Its Adaptive Radiation, Walls sosteneva che i mammiferi
fossero nati come animali notturni e rimasti tali per gran parte della loro
evoluzione – almeno fino a quanto l’estinzione K-T (Cretaceo-Terziario) non
offrì loro una serie di nicchie ecologiche lasciate libere da dinosauri e
pterosauri. I primi mammiferi erano quindi piccoli insettivori o frugivori che
abitavano un mondo pericoloso, e restringere la propria attività alle ore
notturne era il modo più sicuro per sopravvivere. Vivere al buio, però, richiede
una serie di adattamenti e anche di sacrifici: il nocturnal bottleneck definì
molte delle caratteristiche dei mammiferi, dall’omeotermia (utile se non ci si
può affidare al sole per riscaldarsi) al miglioramento di udito e olfatto, dalla
pelliccia (che aiuta nella termoregolazione) a un metabolismo più rapido. Più di
ogni altra cosa, però, la vita notturna ebbe un effetto trasformativo sulla
vista e sul rapporto dei mammiferi con i colori.
Di coni e bastoncelli
La storia evolutiva degli occhi è vecchia quanto quella della vita sulla Terra,
e altrettanto complicata. Ci sono però alcune caratteristiche della vista e
della percezione del colore che sono comuni a tutti gli animali. La prima è
costituita dalle opsine, una famiglia di proteine che comprende cinque diversi
gruppi fotosensibili, in grado di convertire i fotoni in segnali elettrici che
vengono poi interpretati dal cervello (o, nel caso di organismi più primitivi,
da organelli dedicati). Tutti gli animali sensibili alla luce usano le opsine
per “leggere” lo spettro luminoso.
Tutti i vertebrati, poi, usano le stesse due cellule presenti nella retina per
percepire la luce. I coni, probabilmente la struttura più antica delle due,
usano le opsine per la cosiddetta visione fotopica, cioè quella che funziona in
condizioni di luce “normale”; permettono quindi di vedere i colori, e ancora
oggi la maggior parte dei vertebrati ha quattro tipi di coni differenti. Pesci,
rettili e uccelli sono quindi generalmente tri- o tetracromati: possiedono tre o
quattro canali separati per analizzare la luce, incluso uno dedicato
all’ultravioletto. È una condizione molto antica, probabilmente presente già nei
primi vertebrati terrestri. I bastoncelli, invece, sono un’invenzione più
moderna, e permettono la visione scotopica, cioè quella in condizioni di bassa
illuminazione; tutti i vertebrati li hanno, ma i mammiferi ne hanno fatto il
fotorecettore principale, a scapito dei coni.
> La maggior parte dei mammiferi oggi è dicromatica. Cani, gatti e topi, per
> dire, faticano a separare colori che a noi appaiono nettamente diversi, come
> molte sfumature di rosso e verde. L’essere umano, però, ha un equipaggiamento
> cromatico migliore.
Milioni di anni di vita al buio resero obsolete molte opsine: a cosa serve saper
distinguere il rosso dal verde in piena notte? La capacità di penetrare
l’oscurità era più importante per i primi mammiferi, e con il tempo gli occhi
dei nostri antenati persero un gran numero di coni e due delle quattro succitate
opsine. La maggior parte dei mammiferi moderni è ancora oggi dicromatica: cani,
gatti, cavalli, conigli, mucche, topi; percepiscono tutti il mondo attraverso
due soli canali cromatici principali. Distinguono bene alcune tonalità,
soprattutto nella regione blu-gialla dello spettro, ma faticano a separare
colori che a noi appaiono nettamente diversi, come molte sfumature di rosso e
verde.
Il collo di bottiglia notturno, quindi, è la causa principale del dicromatismo
di gran parte dei mammiferi, e il motivo per cui moltissime specie ancora oggi
hanno mantenuto abitudini notturne; e anche quelli diurni, nella maggior parte
dei casi, hanno ancora due soli tipi di coni: gli elefanti, per esempio, non
vedono il verde e il rosso, che per loro sono entrambi grigi. La visione dei
colori della classe alla quale apparteniamo, insomma, è tra le più limitate nei
vertebrati, il che fa sorgere spontanea la domanda: perché noi umani ci vediamo
meglio?
La toppa evolutiva
I più antichi primati sono comparsi quando ancora i dinosauri dominavano la
Terra, circa 85 milioni di anni fa, ma come molti altri gruppi di mammiferi non
hanno conosciuto un’esplosione fino a dopo l’estinzione di massa causata
dall’asteroide Chicxulub. I primati moderni risalgono invece a 40 milioni di
anni fa: in Africa con il parvordine Catarrhini (al quale apparteniamo anche noi
umani), in Sud America con i Platyrrhini, le “scimmie del nuovo mondo”. Entrambi
questi gruppi si trovarono a colonizzare regioni ricchissime, di cibo ma anche
di sfide evolutive, la più importante delle quali fu la necessità di abituarsi a
un ambiente forestale. Qui, all’improvviso, saper distinguere tra il verde e il
rosso, quindi tra una banale foglia e un frutto maturo, divenne fondamentale per
procurarsi il cibo. Di più: molte di queste specie si nutrivano anche di foglie,
e saperne distinguere la tonalità di verde aiutava a selezionare quelle più
nutrienti. E ancora: molti segnali sociali nei primati dipendono dal colore
rosso (pensate per esempio a un umano che arrossisce) e saperlo individuare con
certezza aiuta a navigare la complessità dei rapporti in un gruppo sociale.
> La tricromia dei primati non ha molto a che fare con la quadricromia che
> permette a molti uccelli di vedere anche nell’ultravioletto. Assomiglia
> piuttosto a una soluzione evolutiva abborracciata, premiata perché per questi
> animali distinguere il rosso e il verde era diventato fondamentale.
Insomma: le prime scimmie si ritrovarono a ereditare una visione cromatica
insufficiente e inadatta alle loro necessità, e circa 35 milioni di anni fa, nei
loro occhi, cominciò a succedere qualcosa. Tramite due meccanismi evolutivi
diversi ma convergenti nei loro scopi, le scimmie del Vecchio e del Nuovo Mondo
andarono incontro a una duplicazione delle opsine responsabili
dell’individuazione del verde: il nuovo tipo si specializzò nel rosso, facendo
nascere un nuovo tipo di cono e trasformando le scimmie da dicromatiche a
tricromatiche. Nelle scimmie del Nuovo Mondo questo passaggio fu parziale: in
alcuni generi, come Saguinus (il tamarino) e Saimiri (la scimmia scoiattolo),
solo alcune femmine sono tricromatiche, mentre le altre, e tutti i maschi, sono
dicromatici. Nelle scimmie del Vecchio Mondo, invece, umani compresi, il
tricromatismo divenne una caratteristica fissa (al netto di mutazioni delle
quali parleremo tra poco). In entrambi i gruppi, comunque, la comparsa di un
terzo tipo di cono comportò cambiamenti radicali nella percezione del colore, e
di conseguenza nel comportamento, con un ritorno parziale o totale a uno stile
di vita diurno.
La tricromia dei primati, però, non ha molto a che fare con l’originaria
quadricromia degli altri vertebrati, quella che permette per esempio a molti
uccelli di vedere anche nell’ultravioletto. Assomiglia piuttosto a una soluzione
abborracciata, improvvisata evolutivamente con il materiale a disposizione. Lo
dimostra il fatto che abbiamo tre tipi di opsine negli occhi: quelle che si
occupano del colore blu stanno sul gene S, collocato sul cromosoma 7; quelle che
percepiscono il rosso e il verde, M e L, si trovano invece sul cromosoma X. I
geni M e L, peraltro, sono uguali al 96%, e durante la formazione dei gameti
possono essere facilmente scambiati, cancellati o ricombinati in modo anomalo.
Nelle scimmie del Nuovo Mondo, questo determina il fatto che i maschi sono
generalmente dicromatici e solo alcune femmine sono tricromatiche, mentre negli
umani il risultato di questi errori di trascrizione è la condizione chiamata
daltonismo, in particolare la cosiddetta discromatopsia (l’acromatopsia è invece
un deficit totale che porta a vedere il mondo in bianco, nero e grigio, ed è una
condizione rarissima). Circa l’8% dei maschi umani sono daltonici, percentuale
che scende molto nel caso delle femmine (che avendo due cromosomi X hanno una
“copia di sicurezza”) ma che ci ricorda come la nostra visione sia non solo
limitata ma anche in continua evoluzione: è possibile che in futuro vedremo i
colori in modo diverso?
I colori del futuro
Qui è dove abbandoniamo il campo dell’evoluzione per entrare in quello della
scienza (o della fantascienza): scoprire che gli altri animali vedono il mondo
meglio di noi ha fatto scattare una competizione con loro, e una corsa a
migliorare il nostro apparato visivo con tutti i mezzi possibili. Come si può
pensare di capire davvero le altre specie se non sappiamo neanche come vedono il
mondo? Prendete il piumaggio degli uccelli. C’è chi ha suggerito che quello che
a noi sembra coloratissimo sia in realtà solo una parte di quello che vedono i
volatili, e su cui si basano per decisioni fondamentali come la scelta del
partner: ai nostri occhi manca tutta la porzione UV dello spettro, e quello che
vediamo sulle loro ali è solo una pallida eco dei loro veri colori. E non è solo
una questione di confronto con gli altri vertebrati: anche le api, per esempio,
vedono nell’ultravioletto, e per loro i fiori hanno una ricchezza cromatica che
possiamo solo immaginare.
> Come avevano previsto gli X-Men, i mutanti sono già tra di noi, ci vedono
> meglio di noi e, soprattutto, sono tutte femmine.
Il gap tra noi e il resto del mondo animale sta venendo parzialmente colmato
negli ultimi anni grazie alla tecnologia: appena un anno fa, un gruppo di
ricercatori di Berkeley è riuscito a mostrare ad alcuni volontari un colore mai
visto prima, “olo”, ottenuto stimolando esclusivamente le opsine M. Lo sviluppo
di telecamere a UV ci sta aiutando a scoprire il mondo dei colori che non
vediamo: se volete un esempio imperdibile a livello divulgativo, la serie della
BBC Life in Color, narrata ovviamente da David Attenborough, è una raccolta di
immagini straordinarie che mostrano il modo in cui gli occhi di molti animali,
dai pavoni ai mandrilli ai granchi violinisti, vedono il mondo. Ma se chiedete a
me, non c’è nulla di più interessante del fatto che, come avevano previsto gli
X-Men, i mutanti sono già tra di noi, ci vedono meglio di noi e soprattutto sono
tutte femmine.
Se infatti la presenza di due opsine sul cromosoma X può generare confusione nei
maschi, può in teoria portare una femmina a ereditare due varianti dell’opsina
leggermente diverse: questa persona si ritroverebbe con quattro tipi di
fotorecettori invece dei soliti tre. Un’idea nata già negli anni Quaranta come
esercizio mentale, che è stata confermata nel 2010 dalla neuroscienziata
Gabriele Jordan: da allora, gli studi sulle donne tetracromatiche si sono
moltiplicati, soprattutto grazie al lavoro del Tetrachromacy Project
dell’università di Newcastle. L’idea dietro al progetto è affascinante: in un
mondo in cui tutto ciò che ha a che fare con il colore (dai tessuti alle
stampanti, dagli schermi alle vernici), è creato da e per tricromatici, una
persona tetracromatica rischia di non trovarsi mai davanti alle condizioni
necessarie per scoprire la sua peculiarità. Forse tutte quelle barzellette e
quei meme sul fatto che le donne distinguono i colori meglio degli uomini
potrebbero avere una solida base scientifica, e investigarla potrebbe dirci
qualcosa su come vedranno gli umani che verranno dopo di noi.
L'articolo L’illusione dei colori proviene da Il Tascabile.
S crivo questo pezzo in un appartamento foderato di libri. Di fronte a me, si
alzano mensole da terra fino al soffitto, larghe circa quattro metri e stipate
di volumi, organizzati per genere e ordine alfabetico. Sono i libri che ho
letto. Sui tavoli e tavolini sparsi per la casa, ammonticchiati per terra lungo
il perimetro delle pareti, accanto al letto, in bagno e dietro alle porte,
stanno invece quelli che non ho ancora cominciato. Negli ultimi anni, complice
il mestiere che faccio, il numero di libri di cui mi circondo è aumentato
esponenzialmente. È difficile tenerne il conto, è difficile trovarli, è
difficile ricordare quali titoli posseggo già – sempre più spesso mi trovo con
due copie dello stesso romanzo. Eppure continuo a portarne a casa. Dai
mercatini, dalle librerie, da Vinted, ormai più per dovere di completezza che
per reale curiosità: vuoi non avere una copia della Certosa di Parma? E i
Detective selvaggi? Bolaño non mi piace tanto, ma vai a sapere, mi dicono che
vada letto.
Mio padre faceva lo stesso. “Questo mese non devo comprare libri”, diceva, e
poi, sempre, disattendeva quel suo proposito. Le sue abitudini e quello che
diceva Umberto Eco sul ruolo che i volumi non letti, come se fossero oggetti
magici, esercitano su chi li possiede, mi hanno sempre confortata. Hanno offerto
una giustificazione elegante, e una genealogia da cui è impossibile sfuggire,
alla mia tendenza all’accumulo.
Le case-biblioteca sono spazi domestici che escono da sé, che rimandano a tutti
gli altri spazi nascosti fra le pagine. A loro modo, sono assimilabili alle
Wunderkammer, le stanze delle meraviglie dove i nobili dell’epoca moderna
accumulavano oggetti strani e rarità capaci di attivare l’immaginazione. Mi sono
sempre piaciute, le ho sempre viste come segno di ricercatezza ed erudizione, e
perciò mi costa gran fatica riconoscere che i libri che arredano – stavo per
scrivere infestano – casa mia, da qualche tempo, in realtà, mi opprimono. Sono
troppi. Ho l’impressione che spesso, più che stimolarlo, paralizzino il mio
pensiero, lo impigriscano. Mi ricordano che le mie aspirazioni culturali sono
destinate allo scacco, che morirò senza riuscire a leggere tutto quello che
vorrei, che la biblioteca avrà sempre la meglio su di me.
> I libri che infestano casa mia, da qualche tempo, mi opprimono. Mi ricordano
> che la biblioteca avrà sempre la meglio su di me.
Prendo in mano il romanzo dell’estate, consigliatissimo da tutti inserti
culturali, un mattone di più di mille pagine. Lo sfoglio, non mi convince. Ne
scelgo un altro, un classico, leggiucchio qualche pagina, lascio perdere. Mi
trovo ad ammettere, con fastidio e frustrazione, che appena un libro entra in
casa smette di interessarmi, come se non volesse più dire nulla. Caratteri neri
su sfondo bianco, fine. Sono un’accumulatrice, sparirò sommersa da libri non
letti, mi dico – e mi trovo a fantasticare di vivere in uno spazio minimale,
pacificato, sempre in ordine, fatto di superfici libere e facili da spolverare.
Immagino di diventare una persona capace di portare a casa un libro per volta,
leggerlo con metodo, con attenzione e poi regalarlo, lasciarlo sul tram o
nell’atrio del condominio – che tanto ormai il sapere, la storia che racchiudeva
l’ho incorporata e non c’è più ragione di conservarlo.
Scrive Xavier Nueno nel breve saggio uscito per Einaudi con traduzione di Monica
Rita Bedana Un saper leggero. Breve storia dell’eccesso di informazione:
> Questo libro tratta del mito culturale della biblioteca, del ruolo che
> l’impulso a conservare tutto ha svolto nella tradizione occidentale. Mi
> interessa capire da dove venga il desiderio di accumulare ossessivamente le
> tracce del presente. Il sogno di creare biblioteche universali ha svolto un
> ruolo fondamentale nell’immaginario della cultura occidentale. Accanto a
> questo desiderio ce n’è però un altro diametralmente opposto: l’impulso a
> liberarci del passato, lasciandocelo alle spalle mentre lo guardiamo
> consumarsi tra le fiamme.
Il timore di rimanere sepolti dalle tracce del passato non è però, come spiega
Nueno, figlio solo del nostro tempo. Già a partire dal Fedro di Platone,
infatti, si paventava l’avvento di un mondo traboccante di testi, di conoscenza
disincarnata, e durante il 3° secolo a.C. – quando venne fondata la biblioteca
di Alessandria – diversi autori misero in luce gli effetti deleteri che la
dipendenza dai testi scritti aveva sulla memoria e sulla capacità di analisi
degli eruditi.
> Il timore di rimanere sepolti dalle tracce del passato non è, come spiega
> Nueno, figlio solo del nostro tempo.
Dopo l’invenzione della stampa, che ha democratizzato la cultura e reso
possibile la raccolta e la catalogazione umanistica del sapere, le voci contro
l’accumulo indiscriminato di testimonianze si moltiplicarono, fino a sfociare
nel progetto illuministico dell’Enciclopedia. L’approccio enciclopedico, ci dice
Nueno, non è infatti altro che il tentativo di fronteggiare il mare magnum della
conoscenza umana, di sintetizzarla allo scopo di governarla. È d’altronde
coerente con lo spirito innovativo dell’epoca dei Lumi, impaziente di scrollarsi
di dosso il passato per aprirsi al futuro, e che risuona anche nel presente che
abitiamo.
Ogni selezione, infatti, è espressione di un quadro etico: a seconda di cosa
viene escluso e di cosa viene accolto nel corpus culturale di un dato periodo si
può dire qualcosa anche dei valori e delle priorità di quel momento storico, e
di quelli a venire. Come lasciare lo spazio necessario affinché emergano
narrazioni nuove, senza però cancellare lo sguardo sul passato, le sue storture
e le lezioni che possono impartirci? Da quale posizione morale è legittimo
esercitare un controllo sulla memoria?
D’altra parte, i libri che mi circondano non sono niente in confronto
all’oggetto – ma sarebbe più corretto dire: alla protesi del mio corpo – che ho
dovuto abbandonare nel punto più distante dalla casa per riuscire a scrivere
questo pezzo senza distrarmi. “In base ad alcune stime”, scrive Nueno, “pare che
nei soli ultimi due anni sia stato prodotto il 90 per cento dell’informazione
generatasi nel corso dell’intera storia dell’umanità. Una miriade di oggetti –
dalle auto ai sex toys – è ormai dotata di sensori che trasmettono e archiviano,
in tempo reale, dati su dove si trovano e su come vengono usati”.
All’inizio degli anni Sessanta, il fisico Richard Feynman lanciò una sfida
impossibile: 1.000 dollari a chiunque fosse riuscito a scrivere una pagina di un
libro in scala 1: 25.000. Accadde solo 25 anni più tardi, quando, grazie
all’avvento delle nanotecnologie che hanno reso possibili i dispositivi che oggi
utilizziamo quotidianamente, uno studente di Stanford condensò la prima pagina
del Racconto di due città nello spazio della capocchia di uno spillo utilizzando
un fascio di elettroni.
> A seconda di cosa viene escluso e di cosa viene accolto nel corpus culturale
> di un dato periodo si può dire qualcosa anche dei valori e delle priorità di
> quel momento storico, e di quelli a venire.
Ancor più dei luoghi fisici del sapere, l’accumulo vertiginoso di dati,
immagini, testi e informazioni contenuti nei nostri smartphone rischia di
diventare una camera dell’eco in cui risuona solo rumore bianco. Pensati per una
trasmissione più rapida e una conservazione più agile del sapere, non so dire se
abbiano come principale effetto quello di preservare la memoria o piuttosto di
disperderla più rapidamente. Ricordo perfettamente tutte le fotografie che ho
scattato su pellicola quando ero adolescente, ma ogni volta che accedo alla
galleria fotografica del mio telefono provo un senso di straniamento: di gran
parte di quelle immagini, che pure ho catturato io, non so nulla. La traccia
mnestica del momento che ho deciso di immortalare deve essersi sublimata nel
gesto stesso di premere il pollice sullo schermo del mio telefono: conservare e
dimenticare sono diventati sinonimi. La stessa sensazione la provo di fronte
all’enormità degli scambi di alcune chat, alla misteriosa cartella download dove
è impossibile capire quali informazioni ci siano finite dentro: contenuti che in
un dato momento dovevano sembrarmi indispensabili, o quantomeno di un certo
interesse, e di cui ora non ricordo niente.
Sono diversi anni che la nostra memoria culturale e personale viene delegata a
cloud di proprietà delle multinazionali del settore tecnologico. La materia
stessa delle nostre vite sta lì dentro: le foto del matrimonio, la tesi di
laurea, i ricordi di quando eravamo bambini, la bozza del primo romanzo
abortito. Questa alienazione ha principalmente due effetti: il primo
direttamente sulla nostra memoria, che vediamo liquefarsi un file alla volta,
che sta cambiando struttura in un modo che ancora stentiamo a comprendere e che
fatica sempre di più a essere di supporto tanto all’intelligenza quanto
all’immaginazione. Il secondo, forse ancora più rilevante, ha a che fare con la
raccolta di dati, vero e proprio carburante per l’addestramento
dell’intelligenza artificiale generativa – la realizzazione più perfetta del
sogno della biblioteca, frutto dell’accumulo illimitato di informazioni.
Mi trovo ad abitare un sistema di scatole cinesi che ho contribuito io stessa,
con le mie scelte e la condivisione dei miei dati, a costruire: i libri, lo
smartphone, l’IA. L’archivio del sapere si fa sempre meno corporeo e, allo
stesso tempo, sempre più denso e sterminato. L’IA ne rappresenta il vertice: ha
accesso alla produzione culturale di un passato sconfinato, universale, e
raccoglie continuamente materiale per generare nuova conoscenza. Sembra che
abbia tutte le risposte, ma si tratta di un sapere rimasticato, privo di
creatività, dove il tutto si riduce esattamente alla somma delle parti e non c’è
spazio per il nuovo che, per emergere, ha bisogno del vuoto su cui disegnare
traiettorie innovative di pensiero. Filtrata dall’esperienza con le macchine
generative, la nostra relazione con il sapere approda a una forma nuova di
disincanto: l’impressione desolante che tutto sia già stato calcolato, previsto
e scritto, che non vi sia più spazio per dire qualcosa di davvero inedito. Per
spezzare questo incantesimo serve un’inversione di sguardo, un atteggiamento
capace di scompaginare il già noto: serve, appunto, un “saper leggero”.
> Ogni volta che accedo alla galleria fotografica del mio telefono provo un
> senso di straniamento: la traccia mnestica del momento che ho deciso di
> immortalare deve essersi sublimata nel gesto stesso di premere il pollice
> sullo schermo del mio telefono. Conservare e dimenticare sono diventati
> sinonimi.
Nueno individua nell’approccio libero ed errabondo di Montaigne una via di fuga
alla depressione del pensiero. L’autore degli Essais – un’opera filosofica
fondamentale quanto anomala, indifferente a ogni pretesa di rigore e
sistematicità – “fornisce una risposta originale al problema della
sovrabbondanza di informazione perché non tenta di controllare l’eccesso ma di
minimizzarne l’importanza. Aspirare a conoscere tutto, che angoscia!, che
seccatura!: la forma più sicura per soffocare quel poco che si può imparare dai
libri”.
Se gli umanisti eruditi lavoravano a una catalogazione il più possibile
esaustiva del sapere, Montaigne porta avanti un’idea profondamente diversa di
conoscenza, assai più legata al mondo della vita che a quello delle università.
Il suo rapporto con la biblioteca, infatti, non si cura di alcun metodo e di
nessuna autorità. Non c’è programmaticità nelle sue ricerche: “A casa mia, mi
ritiro un po’ più spesso nella mia biblioteca, da dove comodamente governo la
mia casa. […] Qui sfoglio ora un libro, ora un altro, senz’ordine e senza
programma, come capita; ora fantastico, ora annoto e detto, passeggiando, queste
mie idee”.
Per Montaigne i libri sono uno strumento, non un oggetto di culto: vanno
utilizzati, non contemplati. Leggere è l’occasione per testare le proprie
opinioni, per riflettere sul mondo e sulla vita, per innescare catene di
pensieri che trascendano i limiti della pagina e trovino applicazione nella
realtà; è una pratica che trova il suo senso più profondo nello scambio con gli
amici, nella seduzione, nella politica e nei viaggi. In una parola, nella
mondanità: che è sempre incarnata, legata a un vivere quotidiano, a un qui e ora
che sfugge a ogni catalogazione possibile.
L'articolo Un saper leggero di Xavier Nueno proviene da Il Tascabile.
“Q uand’ero in Mozambico / io mi punsi un dito / fece infezione / necessaria
amputazione”. Cito il testo per quel che mi ricordo, ma quella melodia
altalenante da filastrocca, con la discesa melodica di “am-pu-ta-zio-NE” che
culminava nel rintocco ineluttabile della tonica sull’ultima sillaba, è scolpita
nella mia mente. Eravamo soltanto dei bambini, nati in un paesino di provincia
dell’Abruzzo, che prima della messa domenicale delle undici erano costretti a
fare il catechismo. Le suore ci facevano sedere in cerchio nello stanzone
sotterraneo del vecchio asilo, dove l’oppressione del soffitto basso e i
crocifissi appesi alle pareti di legno listellato, stonavano con le promesse di
divertimento dei giocattoli, degli scivoli e dei palloni colorati sparsi un po’
ovunque ai bordi della stanza. Ogni tanto si portavano dietro un prete
missionario, ritornato di fresco dall’Africa o da chissà dove, che a noi, dietro
il suo sguardo stanco che malvolentieri riusciva a fingere un sorrisetto
d’entusiasmo, sembrava nascondere avventure accessibili solo al mondo degli
adulti. Probabilmente è stata in una di quelle occasioni che ci insegnarono la
canzone.
Inizialmente ricordo soltanto il brivido di cantare insieme quelle parole che,
per un bambino che passava la maggior parte del tempo a giocare con dinosauri e
mostri vari, tentando di strappare alla supervisione dei genitori qualche scena
violenta dai film di fantascienza che passavano su Italia Uno, portava un po’ di
elettrizzante novità nell’ambiente per lo più sterilizzato e moralistico del
catechismo. Un’amputazione! Significava sangue che schizzava ovunque, come
quello che si vedeva ben poco ma che immaginavo in Jurassic Park o Godzilla. E
poi chi o che cosa aveva punto quel dito? Una strana specie di pianta velenosa
sconosciuta, un serpente o un ragno giganteschi? Contavo e ricontavo le dita del
missionario di turno, incapace di accettare che il conto facesse sempre dieci,
se non era lui chi era stato a subire quell’avventura incredibile che l’aveva
lasciato mutilato? E perché ce la insegnavano proprio adesso? Era una storia
pazzesca, volevo solo saperne di più.
> L’earworm è l’emissario oscuro di quello strano potere della musica di
> intercettare i nostri canali prelinguistici e installarsi permanentemente nel
> nostro cervello. È un meccanismo ancora in fase di studio, misterioso proprio
> per la sua occulta selettività.
Poi crescendo, cresceva in me anche l’inquietudine di ritrovare la mia
familiarità con quello strano motivetto. Era diventato un earworm, come i
ritornelli insistiti di certe canzoni pop o gli stacchetti pubblicitari, che si
installano in qualche posto segreto del nostro cervello e ricompaiono, al di
fuori del controllo della volontà, in momenti inattesi. In mezzo al traffico,
facendo la fila alla posta o fissando il vuoto in bagno, mi ritrovavo a
canticchiare “quand’ero in Mozambico…” con un brivido.
L’earworm è l’emissario oscuro di quello strano potere della musica di
intercettare i nostri canali prelinguistici e installarsi permanentemente nel
nostro cervello. È un meccanismo ancora in fase di studio (su cui si interroga
anche Oliver Sacks in un bel capitolo di Musicofilia, 2007), misterioso proprio
per la sua occulta selettività: si viene contagiati oppure no, per uno scarto
imponderabile, da una determinata melodia mentre si rimane completamente immuni
da un’altra. Sarà capitato un po’ a tutti di ritrovarsi a canticchiare una
vecchia canzone pop che magari ci affascinava da piccoli, ma oggi comprendendone
pienamente il significato, troviamo stupida – o peggio, ripugnante – e
nonostante ciò, siamo costretti ad arrenderci alla constatazione che dovremo
conviverci per sempre. Un virus latente che ci ha contagiati irreversibilmente.
Canticchiamo.
Anche la nostra educazione cattolica – per chi ha avuto la fortuna o la
disgrazia di riceverla – funziona così, un pantagruelico sistema dogmatico fatto
di colpe ed espiazione, condotte morali, escatologia e ritualità che possiamo
imparare a ignorare, ma ogni volta, un attimo prima che la razionalità
intervenga a porre ordine alle emozioni, emerge da qualche arcipelago occulto
dell’inconscio a commentare in tempo reale la nostra condotta o le nostre
aspirazioni. Così è stato anche per me per il ricordo di quel missionario, la
cui tonalità emotiva è virata inevitabilmente da scenari di uomini coraggiosi e
irrisolti in cappellini coloniali beige, che si incontrano in qualche giungla
pluviale scambiandosi un elegante “Doctor Livingstone, I suppose…” a estenuanti
immagini di violenza e oppressione, conversioni religiose coatte e
appropriazioni culturali in nome del dio dell’occidente.
Questo marasma di emozioni contraddittorie è esploso in me, con la devastazione
inattesa di un vecchio ordigno dimenticato e sepolto, quando ho ascoltato Fire
of God’s Love di Sister Irene O’Connor, un disco uscito in Australia nel 1973 e
oggi, dopo anni di irreperibilità che l’avevano trasformato in una manna per i
collezionisti, ristampato dall’etichetta newyorkese Freedom To Spend, impegnata
da anni nello scandaglio e nel restauro di piccole perle dimenticate della
psichedelia e del folk.
La prima cosa a cui ho pensato appena concluso l’ascolto è stata la grazia, il
dono selettivo e immeritato di dio concesso saltuariamente agli uomini.
Un’illuminazione immediata che sconquassa le gerarchie etiche dell’esistenza e
spinge spesso a un volontarismo esasperato e cieco, convinti che “dio sia dalla
nostra parte”. Ancora inquietudine e meraviglia, che si mescolavano all’immagine
del missionario. La grazia, nel soggetto che ne è infestato, si manifesta come
vocazione pura, espressione non mediata di un’intuizione prelinguistica;
potremmo definirlo uno stato di coscienza che, proprio per questo motivo, è
particolarmente adatto a essere veicolato attraverso l’arte.
> Quando viene pubblicato nel 1973 dalla Phillips, Fire of God’s Love, un
> piccolo album di canzoni devozionali, non ottiene successo: quel disco storto
> e affascinante rimane per anni silente, come una galla anonima sul ramo di una
> quercia, in attesa che si schiuda la larva al suo interno.
Ma la grazia, proprio come l’earworm, è anche un oggetto parassitario. Non è
dissimile da un virus a RNA che, se viene accolto dall’organismo, entra nelle
cellule per acquisirne il codice genetico, mutando al fine di generare nel nuovo
individuo ospite lo stesso stato patologico – estatico? – a cui era stato
sottoposto quello precedente. Come Burroughs definiva la parola un virus, anche
la grazia sembra diffondersi per canali di contagio simili, sconvolgendo la
nostra apatia quotidiana e scatenando particolari percezioni di sincronicità e
misticismo. In me è accaduto qualcosa di simile – inquietante e meraviglioso –
ascoltando questo disco.
Quando viene pubblicato nel 1973 dalla Phillips, Fire of God’s Love, un piccolo
album di canzoni devozionali, non ottiene successo, circola negli ambienti
dell’ordine francescano di Maria, di cui fa parte l’autrice Irene O’Connor, con
gli apprezzamenti di circostanza che merita una bella giornata di sole in
inverno. Viene ristampato ancora una volta nel 1976 dalla Alba House
Communications, ma la sorte è la stessa, le poche copie prodotte si esauriscono
nel giro di qualche anno, niente di eccezionale. Quel disco storto e
affascinante rimane per anni silente, come una galla anonima sul ramo di una
quercia, in attesa che si schiuda la larva al suo interno.
Il fuoco dell’amore divino sembra essersi spento, o almeno assopito, rimanendo
una piccola luminescenza sotto la cenere della storia. Una luminescenza che
sopravvive solo nel passaparola, sotterraneo e latente, tra i pochi
collezionisti che riescono ad accaparrarsi una copia e la custodiscono sempre
più gelosamente. La diffusione di quel contenitore di grazia così sembra essersi
definitivamente arrestata per esaurimento del contagio. Se non che, proprio come
accade per i virus, il cui contagio si riaccende grazie a un salto di specie in
un nuovo organismo vettore, anche per questo disco avviene un imprevisto
spillover – di medium, in questo caso – dall’analogico al digitale: il nuovo
propagatore del contagio è un sito internet e si chiama YouTube.
Siamo negli anni Dieci e le canzoni si diffondono sul web, cominciando a girare
tra gli appassionati alla ricerca di tesori folk dimenticati. Quello che li
attrae non è tanto il carattere devozionale della musica, quanto l’inconsapevole
vena psichedelica che irradia dall’intreccio di drum machine e organo a
transistor, dal riverbero eccessivo che pervade la voce. La grazia si trasforma,
acquisisce peculiarità nuove e parassita nuove sensibilità, imprevedibili solo
pochi anni prima. L’elevazione spirituale che tentano di trasmettere le tracce
non si riferisce più all’escatologia cattolica ma a un trascendentale diverso,
fatto di hippie che ballano intorno al fuoco e oscure sperimentazioni con
sostanze enteogene. Il fuoco dell’amore divino si è riacceso ma ora la sua
fiamma brilla di colori lisergici.
> Negli anni Dieci le canzoni si diffondono sul web, cominciando a girare tra
> gli appassionati alla ricerca di tesori folk dimenticati. Quello che li attrae
> è soprattutto l’inconsapevole vena psichedelica che irradia dall’intreccio di
> drum machine e organo a transistor, dal riverbero eccessivo che pervade la
> voce.
Ma ripartiamo dal principio. Irene O’Connor ha sempre amato la musica, sente che
l’avvicina a dio e, mentre suona e canta le sue canzoni, la sottile sensazione
di dislocazione del sé la fa stare bene, facendola sentire parte di un tutto più
grande. Così negli anni del noviziato a Sydney trova sempre il tempo di
esercitarsi alla chitarra e, quando ne ha la possibilità, di suonare l’organo
elettrico nel piccolo presbiterio della chiesa. È il 1953, il noviziato è finito
da qualche anno e Irene si dà da fare in un convento di Singapore, dove l’ha
spedita la sua missione. Qui aiuta bambini con difficoltà di apprendimento, le
canzoni sono fondamentali, sia per veicolare con gioia ai piccoli allievi i
complessi dogmi cristiani, sia perché si accorge presto che la balbuzie di
qualcuno sparisce quando si canta, altri nonostante non comprendano ancora la
lingua inglese riescono comunque a intonare con gli occhi illuminati le melodie
delle canzoni. Nei bagliori di quegli occhi, Irene indovina la presenza
dell’amore di dio.
Uno dei genitori dei suoi studenti, che si era trovato ad ascoltare per caso
quelle musiche, lavora in una radio. Chiede così alla suora di andarlo a
trovare, la parola di dio viaggia bene sulle onde medie e copre distanze ben
superiori a quelle che può permettersi la voce di soprano di una suora
francescana. Irene, un po’ titubante accetta, a condizione che possa usare un
nome falso (“le suore non facevano questo genere di cose”). Così le canzoni di
Myriam Frances – questo lo pseudonimo scelto – cominciano a risuonare nella
testa dei convertiti della piccola isola-Stato della Malesia. Tanto che la
Phillips le inciderà su diversi 45 giri – oggi tutti perduti – durante gli anni
Sessanta.
Ma il sorriso sereno e la voce spericolata di Irene O’Connor non attirano
soltanto l’attenzione della radio locale. Nel monastero è infatti arrivata da
qualche mese una nuova suora, Marimil Lobregat, di ritorno da una missione nelle
Filippine. Conosce anche lei la musica e per varie vicissitudini della vita le è
capitato di lavorare con le macchine che possono registrarla. Si scambiano
qualche parola, complimenti e suggestioni, forse dei vinili. Ma Marimil si ferma
appena qualche mese, poi è costretta a ripartire per l’Australia. Nel cuore
delle due resta un ricordo prezioso e una simpatia autentica.
Arrivano gli anni Settanta e grazie – è proprio il caso di dirlo – alle
imperscrutabili vie della provvidenza divina, le due suore si rincontrano nello
stesso monastero di Point Piper, un sobborgo costiero di Sydney. Nel frattempo,
Marimil Lobregat, ha lavorato per qualche anno presso il Catholic Radio and
Television Centre di Homebush, imparando a conoscere da vicino il funzionamento
delle manopole e delle bobine su cui trafficavano gli ingegneri della radio. Ha
anche avuto modo di parlare in giro di quella santa sorella conosciuta a
Singapore e delle sue canzoni pie, così quando Irene O’Connor arriva a Sydney,
la sua fama di songwriter la precede tra le sorelle del convento.
> Tutto l’album è profondamente influenzato dal folk anglosassone e dalla wave
> psichedelica di San Francisco, i pochi strumenti creano un panorama
> scheletrico sommerso dal riverbero a molle e dall’eco a nastro slapback.
Finalmente insieme, decidono di non farsi scappare la provvidenziale occasione e
incominciano a lavorare insieme. In poco tempo riescono a racimolare i soldi
necessari per creare un rudimentale studio di registrazione: un registratore
quattro tracce a bobine Teac 3340S, qualche microfono, un organo elettrico con
drum machine integrata – probabilmente un Farfisa costruito in Italia o magari
un Vox – la chitarra non serve perché Irene l’ha portata con sé da Singapore.
Così nel giro di qualche settimana nasce Fire of God’s Love. Irene canta, suona
la chitarra, l’organo e i pedali dei bassi, Marimil si occupa della
registrazione, dosa con cura il riverbero, collega i cavi, mette a tempo la drum
machine. Il titolo dell’album lo scelgono insieme, deriva da un versetto della
bibbia (Luca 12:49) in cui Gesù dice ai suoi discepoli: “Sono venuto a portare
il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!”.
Tutto l’album è profondamente influenzato dal folk anglosassone e dalla wave
psichedelica di San Francisco, i pochi strumenti creano un panorama scheletrico
sommerso dal riverbero a molle e dall’eco a nastro slapback. Ben pochi sono gli
elementi che ricordano la classica e rodata musica liturgica del tempo, tanto
che gli arrangiamenti sembrano guardare a quell’avanguardia musicale a cavallo
tra gli anni Sessanta e Settanta che diventerà la principale ispirazione per
l’iridescente scena lo-fi dei Novanta. Ascoltare oggi il disco rimasterizzato
lascia turbati per la sua modernità. L’attacco fulminante di “Fire (Luke 12:49)”
fa pensare a una conversione gospel di Peggy Lee e si proietta fino al
proto-punk di Wanda Jackson. Organo e percussioni analogiche creano un tappeto
indistricabile su cui la voce di Irene tesse melodie sospese tra una danza
medievale e atmosfere epiche alla Morricone. Ma l’album è ancora più sfaccettato
e complesso, dalla filastrocca bucolica di “Nature is a song” al delicato
minuetto di “Springtime (in Australia)”, fino agli abissi psichedelici di “Mass
– ‘Emmanuel’” che trasfigura un canto devozionale in un rito sciamanico che non
sfigurerebbe in un album dei Jefferson Airplane. La ninnananna trascendentale di
“Light (John 8:12)” che lascia il posto al rhythm and blues di “O Brother (Matt.
7:1-5)”.
Serene ballate infantili si alternano a momenti inquieti che, sprofondando in
territori dark, rimandano direttamente ai primi lavori di Nico e sembrano
preludere alle atmosfere gotiche che decenni più tardi saranno immortalate
dall’etichetta inglese 4AD con gruppi come Dead Can Dance, Cocteau Twins o This
Mortal Coil. Il disco si conclude conflagrando nella pura sperimentazione
linguistica e strumentale di “Keshukoran”, una specie di polka in due quarti che
occulta una preghiera cristiana in lingua malese, introdotta dalla drum machine
e dal basso analogico e inframmezzata da estatici contrappunti di cori
polifonici, con un micro-crescendo sul finale che cita esplicitamente i Beatles.
> Ascoltare oggi il disco rimasterizzato lascia turbati per la sua modernità.
> L’attacco fulminante di “Fire (Luke 12:49)” fa pensare a una conversione
> gospel di Peggy Lee e si proietta fino al proto-punk di Wanda Jackson.
Quella di Irene O’Connor è una musica che lascia frastornati, tanto per il suo
sincretismo, quanto per la sua attitudine profondamente mistica. L’ambiguità
della grazia la infesta, così come pericolosissimi earworm brulicano tra i suoi
fraseggi seducenti. Impregnata di quell’irriducibile e oscuro volontarismo delle
missioni religiose, onnivore fagocitatrici di elementi culturali incongrui, in
cui risuona inevitabilmente un passato di violenza e oppressione, è allo stesso
tempo illuminata da una fede serena e incrollabile che tenta di affermare l’arte
come veicolo privilegiato di elevazione spirituale. Un oggetto virulento e
complesso, difficilmente esauribile, che ammalia e inquieta. Lo ascolto sempre
più spesso, continuando a rimetterlo in cuffia con un profondo senso di
frustrazione, come il sogno ricorrente di una stanza familiare calata nelle
tenebre, di cui è difficile sondare la reale profondità, come un missionario dal
sorriso strano che insegna ai bambini a cantare una filastrocca in memoria del
suo dito mutilato.
L'articolo L’amore di dio è un virus proviene da Il Tascabile.
Agitare bene prima di consumare, e comunque farlo prima della scadenza riportata
sul tappo.
Prima dell’uso leggere attentamente il foglio illustrativo.
Prima di procedere, salvare le modifiche.
Prima del segnale acustico.
Prima di addormentarsi.
Prima di bere.
Prima di smettere di bere.
Prima di noi.
Prima di Lei.
C on Il corpo non dimentica di Violetta Bellocchio (66thand2nd, 2026), si
riparte da qui: una foto dell’autrice da giovanissima, “ventitré, nuda.
Ragazza”, e “l’odore di carne bruciata” durante la seconda settimana di aprile
del 2010. Da un prima, cioè, che però è già un dopo perché, se non è proprio una
truffa, ogni autobiografia è almeno una scena del crimine ripulita male: una
sedia spostata, un bicchiere sul bordo del lavandino, un asciugamano umido un
po’ puzzolente, due o tre bugie lasciate in bella vista per non far notare
quelle vere.
E poi, soprattutto, si riparte da una voce che dice e ripete “quanto sono
brutta, e stupida, e sporca, e superficiale, e inutile, e una puttana, e quanto
devo vergognarmi di tutto tutto tutto”; o, più avanti, al plurale, perché il
dolore non è mai davvero privato e anzi si organizza subito in coro: “quanto
siete brutte, stupide, sporche, frigide, grasse e goffe, e che nessuno vi amerà
mai, perché tutti vi odiano e continueranno a odiarvi, e vi odiano perché hanno
ragione loro”.
Che bella compagnia, eh? Si “riparte” anche perché questo libro vive adesso una
seconda, terza, quarta vita: uscito nel 2014 da Mondadori e diventato presto un
libro di culto, torna oggi dentro il nuovo sodalizio editoriale di Bellocchio
con 66thand2nd, dove l’autrice traduce, pubblica e ripubblica, come se ogni
libro fosse una stanza da riabitare dopo molti anni anche se ha un po’ di muffa
negli angoli, là in alto, anche se alcuni scatoloni sono ancora chiusi e il
fantasma è dove è sempre stato (nel corridoio, calmo ad aspettarci). Cos’è
cambiato nel frattempo? Tutto e niente, naturalmente.
> Bellocchio aveva già capito una cosa molto spiacevole: che il problema non è
> solo stare male, ma desiderare di stare male nel modo giusto, con una forma,
> un’immagine, una storia abbastanza potente da non sembrare soltanto sfortuna,
> “qualcosa che può capitare”.
È cambiata la nostra disponibilità a leggere storie di dipendenza, transizione,
anoressia, vergogna, alcolismo, ragazze quasi morte e noi lì, tutti vivi o
quasi, a guardarle e raccontarle al loro posto; è cambiato forse il lessico,
sono cambiate le piattaforme, i modi in cui ci si guarda distruggersi, le
didascalie sotto le fotografie, l’estetica del disastro. Ma Bellocchio aveva già
capito una cosa molto spiacevole: che il problema non è solo stare male, ma
desiderare di stare male nel modo giusto, con una forma, un’immagine, una storia
abbastanza potente da non sembrare soltanto sfortuna, “qualcosa che può
capitare”; malattia, casino, fame, furia, colpa o una scarpa sfondata.
Prima, allora. Ma prima quando? Prima che Bellocchio chiamasse l’alcol “la mia
scintilla, credevo”; prima che si sentisse
>
una fiammata dal soffitto alla cantina, una striscia di fuoco che parte dalle
tue mani e arriva fino a chi non conosci, la striscia di fuoco che corre lungo
la tua schiena, e che ti dà un senso; la fiamma supera il mare, regola il cielo,
la terra e ogni cosa nel frattempo.
Prima di temere, guarendo, “di perdere la mia scintilla” e di diventare “una
linea piatta, un quadrato senza nemmeno più l’eccesso a darmi una personalità”?
Oppure prima di Lei, che all’inizio è un fantasma, “la storia della tua vita
fino ai ventotto anni, tua sorella”, e poi, quasi per necessità grammaticale più
che clinica, diventa appunto “lei”? È questo il punto: Il corpo non dimentica
sembra un memoir sull’alcolismo, e certo lo è (bottiglie, blackout, vomito,
“grande calma calda” e tempo comprato a suon di menzogne e depistaggi), ma sotto
sotto è un libro su quanto sia difficile rinunciare alla storia che la
dipendenza ci ha permesso di raccontare su di noi; su quel curioso bisogno di
mantenere un certo decoro dentro il disastro.
E allora, adesso che siamo dentro una casa infestata e che ci siamo resi conto
che quella casa infestata un po’ siamo noi un po’ è il nostro desiderio di
essere infestati, che fare? Chiamare un esorcista? Uno psichiatra? E per cosa:
l’ennesima diagnosi? Bellocchio diffida di tutte e tre le cose, in fondo. “Con
le diagnosi diamo un nome alle cose”, è vero, ma nominare non vuol dire
necessariamente vedere meglio: a volte significa soltanto trovare un’etichetta
abbastanza resistente da appiccicare sul primo scatolone disponibile. Isteria.
Borderline. Alcolismo. “Donna cattiva”. E poi? Che differenza c’è tra una
diagnosi e una trama ben scritta, se entrambe ci permettono di raccontarci senza
doverci guardare troppo a lungo?
> Il corpo non dimentica sembra un memoir sull’alcolismo, e certo lo è, ma sotto
> sotto è un libro su quanto sia difficile rinunciare alla storia che la
> dipendenza ci ha permesso di raccontare su di noi; su quel curioso bisogno di
> mantenere un certo decoro dentro il disastro.
Forse è proprio questo il vero prima. Non il “prima di bere”. Nemmeno il “prima
di smettere”. Piuttosto, il prima che qualcuno ci insegnasse a desiderare la
nostra stessa rovina. Non tanto a subirla (quello alle donne è sempre stato
ampiamente concesso), quanto a riconoscerla come una forma possibile di
distinzione; qualcosa che finalmente ci appartiene. “Prima, non era previsto”,
scrive Bellocchio. Non era previsto che la vittima togliesse il coltello al
sacerdote e se lo piantasse da sola nella pancia “con un sorriso”. Che le
isteriche della Salpêtrière imparassero a provocarsi gli attacchi. Che quelle
fotografie oggi ci riguardassero ancora. Che noi, guardandole, invece di provare
pietà, sentissimo una specie di furore di sorellanza. “Lo voglio fare anch’io,
lo voglio fare anch’io, lo voglio fare anch’io”.
> Da dove è uscita, questa fame. Non la voglia, ma il bisogno di tirarsi una
> coltellata, perché qualcosa dice: Tiratela, la coltellata. Andrà meglio se lo
> fai. Fidati.
Ci piace soffrire? No, è più sottile e più terribile di così, perché soffrire
promette qualcosa che la salute non promette più: una forma, un racconto, una
fisionomia. E allora la famosa scintilla cambia ancora consistenza. Prima
sembrava il talento, la benzina della scrittura, quel surplus di vita che
giustificava il resto (“la mia scintilla, credevo”); poi diventa una trappola
narrativa (e il credevo torna a essere attualità, il presente della scrittura),
ma nemmeno questo basta. Perché il problema non è soltanto aver creduto che
l’alcolismo producesse letteratura, ma aver creduto che producesse un
personaggio sufficiente a sé stesso; che il dolore desse spessore, che
degradarsi fosse, in un certo senso, un modo di crescere ‒ o rinascere senza
rischiare di morire; un modo di fantasticare sulla sofferenza, purché fosse
abbastanza fotogenica, abbastanza coerente, abbastanza nostra.
> Nessuno mi ama, nessuno mi aiuta, nessuno mi apprezza, tutte le “figure di
> autorità” che posso avere da ragazza mi prendono a calci a intervalli
> regolari, lacrime lacrime lacrime. Ed ecco perché bevo. È una bella
> tentazione, riassumersi così, no? La più bella. Se fosse vera.
Per questo, a sua volta, insieme alle diagnosi e alla disintossicazione, anche
Lei continua a spostarsi. Voce che attraversa il libro come una scarica (una
scintilla?) di pensiero in più, illogico, ferocemente autodistruttivo tanto
quanto benevolo; fantasma, sorella, controfigura, casa infestata, voce,
tentativo di cura, solo alla fine scopriamo (e con noi l’autrice) che “Lei non
era la malattia. Non lo è mai stata”, e che proprio per questo non si lascia
eliminare.
> questo colore sopra di me, tutto intorno, questa voce che ripete: Stupida,
> stupida, stupida, non sai fare niente, non sai fare niente. Ti odio. La voce è
> cominciata quando avevo diciott’anni. Non è mai stata zitta per più di
> ventiquattro ore di fila.
Lei cambia nome ogni cinquanta pagine come cambiano nome le cose che non
vogliamo perdere davvero, perché perdere Lei (“La belva senza nome. Per questo
l’ho dimenticata. Almeno, ci ho provato”) significherebbe perdere anche il
linguaggio costruito per parlarle, anzi per parlare e basta. E allora forse non
è un caso che il libro finisca non con una liberazione ma con una specie di
patto di cura. Bellocchio non guarisce (la guarigione non vuol dire niente) ma
partorisce finalmente la creatura che per duecento pagine circa sembrava averla
partorita. Diventa, insomma, sua madre.
> Io devo essere una madre per lei, buona, cattiva, ci devo essere. Io sono
> quella che le scosta i capelli dal viso; quella che la sfama. Le do i miei
> occhi. E lei me lo permetterà, alla fine, perché, dopotutto, sono io che l’ho
> fatta.
“Credevo di essere frigida, invece ero solo deforme. Che sollievo. Niente
rimette in prospettiva dolore e vergogna come una mutazione”. Che parola
curiosa, mutazione. Non trasformazione, e nemmeno crescita. Mutazione. Come se
il corpo non fosse mai un’origine ma una cucitura fatta e disfatta di continuo,
un esperimento biologico, una pelle indossata male. E del resto Bellocchio lo
dice che l’alcolismo, questo passare anni “a tagliarmi e ricucirmi ogni notte,
ogni giorno”, ha forse sempre avuto a che fare con la difficoltà a essere, anzi
a divenire una femmina che, per colpa di una malformazione alla vagina (e la
vergogna della nascita sbagliata: sennò dove la mettiamo?), ha reso necessario
l’intervento di punti, suture e filo chirurgico.
> E allora forse non è un caso che il libro finisca non con una liberazione ma
> con una specie di patto di cura. Bellocchio non guarisce (la guarigione non
> vuol dire niente) ma partorisce finalmente la creatura che per duecento pagine
> circa sembrava averla partorita.
Come se diventare donna non fosse un processo biologico né culturale ma
editoriale, una continua revisione di bozze del proprio corpo; tagliare,
ricucire, correggere una frase, riaprire una ferita fa tutt’uno. Bellocchio
capisce allora che l’alcol non le serviva a distruggere il corpo ma a continuare
quella revisione infinita. Bere significava ritoccare una versione di sé che non
arrivava mai in stampa: non distruggere quel corpo, ma rifarlo, cucirlo ancora
una volta per vedere se, cambiando appena l’inclinazione della cicatrice o del
bacino, sarebbe mai venuta fuori non una casa infestata, ma una donna abitabile.
Cioè, un racconto.
Succede? Non succede. Perché quel qualcosa che Bellocchio sente di aver creato,
custodito, allevato, come quella voce infida che le sussurra ogni giorno senza
tregua che non è brutta, sporca, inutile, puttana, non è “qualcosa di buono che
mi cresce e mi si muove dentro, una novità”, ma, al contrario, “qualcosa che
striscia fuori, una lunga coda”. La dipendenza non può costruire davvero un
corpo nuovo: semmai, un racconto nuovo sul corpo vecchio. Ogni bottiglia, ogni
blackout, ogni secchio sul punto di traboccare, ogni “sangue nero, e denso.
Mobile. Un serpente”, non produce una rinascita ma un montaggio diverso delle
stesse scene. È per questo che Bellocchio insiste tanto sulle storie. “Ho
bisogno di una storia per non desiderare di scomparire”, una forma esterna e
codificata, Altra ma ben nota, per non nascondersi nella propria. Nessuna fame
di una supposta guarigione: è inutile, ormai, dopo tutto questo gioco a
nascondino; questo
> modo profondo e incisivo di avere a che fare col nostro stesso corpo. La
> faccia con cui siamo nate e quella che ci ritagliamo addosso. La lama e la
> fiamma;
dopo tutto questo cucire e ricucire un corpo che non può, non vuole dimenticare.
Dopo aver letto meglio.
Dopo il segnale acustico.
Dopo il primo bicchiere.
Dopo l’ultimo bicchiere.
Dopo che Lei è diventata parte di noi: “Da questo, non sarò mai libera. Da
questo, io non vorrei essere liberata”. Tanto lo sappiamo, ormai, che “la nostra
storia è un vestito strappato”: un tessuto di parole che non può essere ricucito
mai una volta per tutte, ma che non possiamo fare a meno di indossare. L’abbiamo
fatto fare su misura, ci è costato parecchio. Per questo dura da anni (dal
2014?), per questo non c’è affatto bisogno di aggiornarlo alle mode di oggi.
L'articolo Lei non sa chi sono Io proviene da Il Tascabile.