I n un tempo in cui l’innovazione tecnologica vive in maniera aderente al
concetto di progresso all’interno di logiche sempre più accelerazioniste e
turbocapitaliste ecco che l’Europa ‒ oggi bloccata a mezza strada tra un passato
colmo di contraddizioni e un futuro che pare decisamente meno roseo e ancor meno
progressivo per i propri abitanti ‒ sembra iniziare a elaborare quanto meno cosa
sia per lei il progresso, partendo da quando ancora l’innovazione tecnologica
aveva alla sua base l’uso di un’industria pesante, quella dell’acciaio come
quella del cemento.
Solitamente questi temi vengono affrontati e declinati all’interno di
discussioni tra manager ed economisti che devono tirare le fila di fronte a una
produzione industriale desueta e sempre più difficilmente in grado di convivere
con quelli che sono gli standard ambientali e sociali europei, ma ecco che
proprio la letteratura ‒ oggi sempre più considerata come uno strumento desueto
per comprendere l’esistente ‒ sembra cogliere invece alla radice lo sconforto,
la malinconia e lo smarrimento di una generazione che si trova a dover fare i
conti con un passato che reclama giustizia, ma soprattutto che riporta a un
presente dentro al quale il gioco al ribasso ha ormai consumato ogni ambizione e
ancor più ogni desiderio.
> Proprio la letteratura ‒ oggi sempre più considerata come uno strumento
> desueto per comprendere l’esistente ‒ sembra cogliere invece alla radice lo
> sconforto, la malinconia e lo smarrimento di una generazione che si trova a
> dover fare i conti con un passato che reclama giustizia.
La diga (pubblicato dall’eroico e virtuoso Prehistorica Editore, con la puntuale
traduzione di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella) ‒ scritto a quattro mani da due
autrici francesi di primo piano come Maylis De Kerangal, già autrice tra gli
altri dei romanzi Riparare i viventi (2015) e Corniche Kennedy (2018), e da Joy
Sorman di cui sempre Prehistorica Editore porterà in libreria a breve Il
testimone ‒ è un romanzo sull’assenza e sulla perdita di quel qui e ora su cui
si basa ossessivamente la nostra quotidianità, tra tracciabilità assoluta e
connessione permanente.
Il protagonista, l’ingegnere Tomi Motz è stato mandato dalla sua ditta a fare
dei sopralluoghi alla diga di Seyvoz (ispirata alla vera diga di Chevril, come
indica Luca Scarlini in postfazione al volume), ma subito avverte che qualcosa
non torna. Il suo appuntamento viene rimandato senza una chiara spiegazione e
anzi si trova ad inseguire una macchina con a bordo una giovane donna dai
capelli rossi che svanisce come nel nulla lungo la provinciale. Ma questo è solo
l’inizio di una lenta e inesorabile perdita di ogni riferimento. La
contemporaneità si scioglie davanti agli occhi di Motz, dando vita a visioni
lisergiche e a improvvise perdite di coscienza e soprattutto alla scomparsa di
quel sonno regolare su cui si basa da sempre la sua vita.
Una tragedia è in corso, ma sembra non palesarsi mai per davvero, come un peso
nel fondo dell’anima che confonde il sonno con la veglia e apre a Metz inedite
riflessioni sulla propria esistenza e sulle decisioni prese nel proprio passato.
Ecco che ritornano attorno alla montagna deformata dall’uomo, a quel villaggio
cancellato dalla costruzione della diga che ne ha comportato l’allagamento, le
ragioni del passato, non meno urgenti e attuali di quelle di un futuro che
ancora non esiste.
> Una tragedia è in corso, ma sembra non palesarsi mai per davvero, come un peso
> nel fondo dell’anima che confonde il sonno con la veglia e apre al
> protagonista inedite riflessioni sulla propria esistenza e sulle decisioni
> prese nel proprio passato.
Passato e futuro sono due immaginari che colgono alla sprovvista l’animo di Tomi
Motz, lettore di Flaubert e ora insonne senza pace: “Al risveglio, Tomi ha
aperto le tende con apprensione. Anche se lì fuori tutto era tornato in ordine,
un certo malessere aleggiava nella stanza”. E con quel malessere deve iniziare a
convivere l’ingegnere. Davanti a lui si pone la fine di un mondo nella sua forma
di realtà. Il romanzo vive su un doppio binario e con l’uso di due colori. Se da
un lato si assiste alla ricerca di un senso e di una possibilità di fuga che sia
anche una nuova forma del reale da parte di Motz che tra l’altro ricorda in
parte gli eroi del Nouveau roman, ecco che improvvisamente s’inseriscono ‒ in
quello che appare come un lungo monologo interiore ‒ pagine in inchiostro blu.
Lì riemergono infatti le storie di chi fu costretto a fuggire e ad abbandonare
il paese in seguito alla costruzione della diga: “Il lago si riempie al ritmo di
un metro al giorno, il livello sale, qua e là compaiono pozzanghere sospette,
modesti bacini d’acqua che si espandono, crescono, riempiono le buche e
preannunciano l’inondazione ormai prossima. L’indomani il cielo è di un blu
scuro slavato, striato da nuvole filiformi, è la fine”.
La diga è un romanzo che coglie il vuoto di un’esperienza tecnologica che ha a
lungo messo sotto scacco la natura sotto forma di progresso, ma ora che proprio
quei gesti non solo hanno spazzato via e distrutto comunità secolari, ma hanno
prodotto una natura ancora più avversa di quella che si voleva dominare, ecco
che comprendere la realtà e le sue dinamiche appare come un salto nel vuoto. Una
perdita totale di riferimenti là dove il bene e il male sembrano confondersi in
continuazione. L’umano viene così costretto a ritornare in relazione con il
mondo naturale, perché a guastarsi non è in realtà l’ambiente, ma tutto quello a
cui l’umano ha dato forma per deformare e assoggettare a sé il mondo riducendolo
al proprio servizio. Questo schema salta e appare ancora più evidente là dove la
tecnologia degli anni Sessanta, del ricco boom europeo post Seconda guerra
mondiale, s’imponeva con le cosiddette e ancora oggi tanto desiderate grandi
opere. Ecco che questi elementi introdotti nel mondo naturale arrivano ora a
generare, se non dei veri e propri disastri o tragedie, una distonia che si
riflette nell’incapacità di riconoscere sé e il mondo e di conseguenza sé stessi
all’interno del mondo stesso.
Sono minimi slittamenti quelli che influiscono sullo stato percettivo di Tomi
Motz, come se piano piano vivesse all’interno di un lungo scivolamento dove il
sonno finisce per coincidere con la veglia e viceversa. La diga ha la forma di
un breviario, un romanzo filosofico capace di contenere un disagio che non ha
bisogno di esplodere per denunciare la tragedia, perché la tragedia è già in
corso e vi si è tutti immersi, aguzzini e vittime senza alcuna possibile
distinzione. Si tratterà così di quattro giorni dentro i quali Tomi Metz perde
totalmente il controllo di sé davanti al blu opaco e buio del lago, come una
gelatina da cui appare chiaro che sarà impossibile uscire una volta immersi: “La
paura gli batte nel corpo, picchia dalle tempie allo stomaco, sto diventando
pazzo? Il sogno che ho dimenticato, sarà mica quest’incubo? Per le strade non un
rumore, nulla si muove, e i muri sono sempre lì, a tappare gli edifici, hanno
nascosto gli abitanti, e non c’è un buco che sia sfuggito alla scomparsa”.
> La diga ha la forma di un breviario, un romanzo filosofico capace di contenere
> un disagio che non ha bisogno di esplodere per denunciare la tragedia, perché
> la tragedia è già in corso e vi si è tutti immersi, aguzzini e vittime senza
> alcuna possibile distinzione.
Basterà tornare a Parigi perché Tomi Motz possa rimettere tutto in ordine nella
propria testa? La diga chiama a un’analisi collettiva, a una presa in carico di
una responsabilità che sia nuovamente pubblica e sociale in un tempo in cui
l’individualità prevale con l’unico risultato di consumare ogni individuo piano
piano, uno alla volta. Un romanzo importante, un testo capace di mostrare in
maniera plastica e matura la mutazione dentro cui siamo immersi, ma che
probabilmente non abbiamo mai voluto o a cui non prestiamo la dovuta attenzione.
La fine non riguarderà mai il mondo sembra indicare La diga, ma solo ogni umano
fino a trasformare l’intera umanità in un coacervo di esseri fragili e
totalmente incapaci di comprendere il senso stesso della propria vita.
L'articolo La diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman proviene da Il Tascabile.
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S entimental Value (2025) è un film che parla di una casa, dei suoi abitanti e
delle crepe che metaforicamente accomunano i loro corpi e le loro menti. Lungo
le giunture affettive delle famiglie e i muri delle case in cui esse abitano e
hanno abitato si trovano spesso crepe, o talvolta crepacci, vasti e insondabili
come un buco nero, come quello in cui, suggeriscono alcuni scienziati, potremmo
trovarci tutt’ora. Joachim Trier, regista e sceneggiatore del film insieme a
Eskil Vogt, sceglie di mettere in primo piano queste crepe con una modalità
delicata, pregna di quella che potrebbe essere definita “grazia”, prendendo in
prestito un termine chiave dell’ultimo film di Almodóvar, Amarga Navidad. È una
grazia compositiva, che modella il processo artistico e determina il volume
delle corde emotive, seleziona lo strumento, forse in questo caso una chitarra
classica o un violino, il setting.
Sentimental Value ricorda quelle canzoni in la minore e mi minore che si fanno
suonare a chi impara i primi giri di accordi sulla chitarra classica: le note
sono elegiache ma mai stancamente enfatiche. L’ironia che vela talvolta le
parole di Nora, protagonista del film, sorella maggiore di Agnes e figlia del
regista affermato e padre assente Gustav, è un’ironia difensiva e provocatoria,
che non si traduce mai in note grottesche né in sarcasmo. Nell’ironia di Nora
non si trova nemmeno umorismo esistenziale, ma proprio un etimologico
“eironeuomai”, una “dissimulazione” onesta della sofferenza. Altri film o opere
letterarie a tema familiare hanno fatto largo uso di codici del grottesco o
dell’umorismo disperato, mentre l’ironia di Nora è sospesa. La modalità
espressiva scelta da Trier è carica di simbolismo ed è profondamente metaforica.
Nel corso del film, Nora, attrice, va in scena tre volte. La prima avviene in un
teatro, dove l’attrice sale sul palco dopo lunghi momenti di esitazione dati da
una crisi che è in parte di nervi e di panico; alle sue spalle, una scenografia
dove un cono di luce rovesciato lascia intravedere nella penombra un intrico di
scale, la cui disposizione riprende la punta del cono di luce, e intorno alle
scale oggetti neri sospesi, che sembrano richiamare, in un’armonia fra paesaggio
interiore ed esteriore, lo stato d’animo di Nora, la sua sospensione. La crepa
che si allunga sulla sua personalità sospesa è ben lontana da quella di un
personaggio come Richie Tenenbaum, nel cui tentato suicidio si riflette la
disfunzionalità sistemica, declinata secondo un filtro grottesco andersoniano,
di un’intera famiglia. Nessuna tragedia familiare alla maniera dell’enfatico e
calvinista Elegia Americana (Hillbilly Elegy, regia di Ron Howard, 2020), eppure
anche Sentimental Value è un dramma familiare, con tanto di moderna agnizione e
catarsi, che però riesce a colmare le fratture e sceglie di non mostrare mai il
portato fisico della tragedia, il sangue o la sofferenza fisica del tentato
suicidio di Nora, di cui veniamo a sapere molto avanti nel film.
È come se Trier rispettasse la regola della tragedia greca, poi infranta
nell’eredità latina da Seneca, di non mostrare sangue, morte ed esecuzioni sulla
scena. Con un aggraziato kintsugi, che non ci appare per nulla inautentico,
forse per via della natura metatestuale del film, testuale se “Il n’y a pas de
hors-text”, come scriveva Derrida nel suo Della grammatologia (1967), e come
sembra d’altronde credere anche Sentimental Value, l’affetto ricuce come un
riempitivo dorato le crepe. Della tragedia greca il film sembra rispettare anche
i tempi, grossomodo, o perlomeno ripristinare una sorta di unità d’azione e
tempo realizzata in virtù della centralità della casa.
> È come se Trier rispettasse la regola della tragedia greca, poi infranta
> nell’eredità latina da Seneca, di non mostrare sangue, morte ed esecuzioni
> sulla scena. Con un aggraziato kintsugi, che non ci appare per nulla
> inautentico, l’affetto ricuce come un riempitivo dorato le crepe.
Come anche nel precedente film di Trier, The Worst Person in the World (2021),
dove la protagonista è interpretata sempre da Renate Hansen Reinsveen, è
presente una narratrice esterna, la cui voce si armonizza con le note aggraziate
della modalità di espressione metaforica predominante nella narrazione visiva.
Proprio sulle sue note si apre il film, con una panoramica iniziale su una
porzione della città di Oslo, subito seguita dalle inquadrature di una facciata
di una casa in legno scuro con modanature istoriate rosso acceso. La narratrice
racconta di un tema scritto da Nora durante gli anni della scuola, la cui
consegna era scrivere dal punto di vista di un oggetto. Così la casa, scelta
senza esitazione da Nora come oggetto parlante, viene mostrata in una alternanza
di inquadrature larghe e ravvicinate.
Dell’esterno della casa osserviamo in dettaglio la facciata, le finestre i cui
vetri sono incassati nel legno bianco, sempre incorniciate di rosso. In una
delle finestre, tre piccoli vetrini colorati ornamentali richiamano
intertestualmente una scena di The Worst Person in The World, nella quale Aksel,
ex compagno di Julie, guarda verso il cortile interno attraverso i vetrini
colorati che decorano una finestra nelle scale condominiali del suo palazzo
d’infanzia. Il colore, che là era il tramite simbolico verso un’infanzia perduta
e primo stimolo all’immaginazione artistica di Aksel, fumettista, è in
Sentimental Value un leitmotiv simbolico: è il colore delle tinte emotive forti,
della rabbia, del sangue di Nora che soltanto ci immaginiamo.
Prima di rivolgere l’inquadratura verso l’interno della casa, la cinepresa esita
un momento sul limite estremo della facciata, soffermandosi sulla modanatura
rossa all’estremità, affiancata al legno scuro dove compare una ragnatela,
simbolo forse dello scorrere del tempo e dell’avvicendarsi delle generazioni
nella della casa. All’interno la casa è mostrata seguendo le suggestioni offerte
dal tema di Nora, di cui vediamo la camera da letto, mentre prova il monologo di
ingresso alla scuola di recitazione. Nell’angolo fra una parete e l’altra, dove
è incassato il letto, sul muro compare una crepa. Ecco, a questo punto, un’altra
rima interna nella poetica di Trier: nella stessa scena di The Worst Person in
cui Aksel guarda il mondo attraverso i vetrini colorati, alle spalle di
Nora/Julie si scorge una crepa simile.
La presenza della narratrice esterna, invece, assolve a due funzioni poetiche
distinte nei due film. In The Worst Person in the World, un dramma identitario
con note millennial che può richiamare, in modo differenziale, serie come
Fleabag, di e con Phoebe Waller-Bridge, i romanzi di Sally Rooney, My Year of
Rest and Relaxation di Ottessa Moshfegh, la narratrice genera un effetto di
quasi comica dissonanza, e la parabola di peripezie e “agnizioni” di Julie è
accompagnata dalla sua voce come in un romanzo di formazione. Julie è una sorta
di David Copperfield meno morale, millennial appunto, nel quale David è
diventato il coprotagonista, il compagno fumettista Aksel che, come sottolinea
Lorenzo Gramatica in un articolo su Lucy, “la psicanalizza molto”.
In entrambi i film di Trier c’è, fra forma e significato, un’assonanza
simbolica, ma mai irrigidita. In Sentimental Value, in cui la storia di
formazione si sposta sulla tematica familiare, la presenza della narratrice
esterna si somma a una prospettiva spostata sul ruolo che gli oggetti,
specialmente la casa, svolgono sul piano affettivo-simbolico, determinando una
differenza fondamentale con il film precedente, che dà alla narrazione una nota
quasi favolistica. Nella prima “presa diretta” sulla casa, sulle parole del tema
di infanzia di Nora, l’ultima inquadratura ci mostra la casa con una ripresa
bassa, dove la vediamo torreggiare nella sua verticalità, sottolineata dal tetto
centrale a punta, sempre istoriato con modanature rosse. La venatura favolistica
che si genera nell’intreccio fra inquadrature, richiami all’infanzia, e
personificazione della casa rende quest’ultima quasi un elemento magico.
La casa può essere intesa come una sorta di aiutante magica che veglia sui suoi
abitanti, come quando Nora si immagina che la casa guardi lei e Agnes svoltare
l’angolo del vialetto e le inquadrature ci suggeriscono che gli occhi della casa
sono proprio le sue finestre. La casa è tuttavia, al contempo, un’antagonista
apparente: un esperto di cinema mi ha fatto notare come la casa sia quasi
“un’emanazione”, una forza soprannaturale, peraltro dotata della stessa ironia
tragica di Nora e del padre Gustav. Quest’ultimo si ostina a voler girare il
film nella casa, ma con una inautentica produzione Netflix e un’attrice che,
seppure stimata, non è la figlia Nora per la quale il copione è stato scritto e
che si rifiuta di recitare nel film del padre.
> In Sentimental Value, in cui la storia di formazione si sposta sulla tematica
> familiare, la presenza della narratrice esterna si somma a una prospettiva
> spostata sul ruolo che gli oggetti, specialmente la casa, svolgono sul piano
> affettivo-simbolico, determinando una differenza fondamentale con il film
> precedente.
Figlia e padre si ostinano, alla stessa maniera, in una sorta di dissociazione
cognitiva. Sanno di non stare bene, ma si ostinano, forzano la vita. Gustav,
ubriaco e tormentato, siede a un certo punto nel cortile della casa e le fa il
dito medio, forse proprio perché non preparato a cogliere l’input della
casa-emanazione, che gli indica l’impossibilità di girare il film al suo
interno. Il legame fra Gustav e Nora è dato non soltanto da “epigenetiche”
affinità elettive e contrastive, ma anche proprio dal loro legame con la casa,
di cui, a loro modo, riconoscono la vitalità misteriosa: prima Gustav,
ostinandosi a viverci con la famiglia nonostante la madre si sia suicidata nella
casa, poi Nora che scrive il tema, dotando la casa di magica agentività.
Quando all’inizio del film Gustav è nella casa per il funerale della ex moglie e
madre di Nora e Agnes, dice alla prima figlia di doverle parlare, ma “non qui”.
“Non qui” prefigura l’impossibilità di ricomporre le fratture dentro la casa. La
prefigurazione simbolica di questa impossibilità è testimoniata anche nella
lettura iniziale del tema, in cui Nora scrive che il padre Gustav le ha spiegato
che la casa è stata costruita con un danno strutturale, quello stesso che genera
la crepa del muro della sua camera da letto. Un altro oggetto chiave del film è
proprio il letto: prima quello della cameretta d’infanzia di Nora, poi quello di
scena accanto al quale piange riversa in un momento che segue una scena
fondamentale del film, quella in cui Gustav e Agnes si confrontano al compleanno
del nipote, figlio di Agnes, e infine quello della casa in cui vive da sola e si
abbraccia con la sorella dopo aver finalmente letto il copione scritto dal
padre.
La seconda di queste tre scene fa emergere chiaramente lo sconfinamento fra arte
e vita, realtà e finzione, e la nozione derridiana della testualità estesa:
inducendoci a pensare che Nora stia piangendo nella sua stanza, quando invece
sta recitando, come ci rivela l’allargarsi della ripresa che mostra il palco e
gli altri membri della compagnia teatrale che osservano la scena, Sentimental
Value pone la questione della verità dell’arte e nell’arte. Sempre seguendo
intrecci e snodi narrativi e visivi con grazia, a un certo punto, Nora racconta
alla sorella Agnes il senso di libertà che le dà preparare il personaggio, di
cui parla con termini che richiamano le due monumentali opere di Stanislavskij,
Il lavoro dell’attore su se stesso e Il lavoro dell’attore sul personaggio.
Quando Nora dice ad Agnes che solo in quel momento può esprimersi, accedere alla
propria emotività, la sorella realisticamente le dice “quindi non vuoi essere te
stessa”. Forse quello che manca all’attrice Nora è proprio, come affettuosamente
suggerito dalla sorella, più radicata nella realtà, “il lavoro dell’attore su sé
stesso”, che d’altronde manca anche al padre Gustav il quale, con argomentazioni
cursorie e poco aggraziate, scatena quel pianto autentico che poi si rivela
finzionale. Proprio in quella sequenza di scene, dove simbolicamente la famiglia
sta festeggiando il compleanno del nipote, figlio di Agnes, il legame tra figlia
e padre è silenziosamente mostrato in un momento che è forse il più minimalista
ed eloquente del film, dove i due fumano insieme, guardandosi un po’ divertiti,
in un cortile con il prato verde e illuminato da una luce soffusa del tramonto.
Il filtro emotivo determinato dai colori non è idiosincratico e autoriale come
il pastello che caratterizza Amarga Navidad di Almodóvar prima nominato; lungi
dal paragonare la poetica almodovariana a quella di Trier, che è del tutto
differente, ma risponde sempre a quel criterio di grazia preso in prestito
all’inizio di questo articolo. Di scene rivelatrici ne compaiono altre durante
il film, come quando il rosso delle modanature istoriate della casa lascia alla
fine spazio al bianco, in un’altra scena rivelatrice/ingannevole nella quale,
come quella delle prove a teatro, vediamo la facciata ristrutturata. Prima di
giungere però alla conclusione del film, che viene rivelato in questo articolo,
ingannevolmente e idiosincraticamente spoilerante per chi ancora non lo ha
visto, qualche altra circonvoluzione.
> La grazia nell’equilibrio fra arte e vita nel film di Trier scaturisce proprio
> dal fatto che l’una non guarda mai l’altra con superiorità, e sfata il binomio
> secondo cui una vita più risolta non può produrre arte di valore.
Nel suo articolo su Sentimental Value, Gramatica definisce come una delle parti
peggio riuscite del film una scena in cui i volti dei membri della famiglia si
alternano, in un chiaro tributo a Bergman. C’è un altro momento bergmaniano, che
viene poi ripreso a distanza in chiave variante, quello in cui Nora compare
sulla scena per la prima volta, con la “scenografia sospesa” alle sue spalle e
il suo volto è illuminato soltanto per metà. Commentando la visione di Persona,
Dario Tomasi, durante una lezione di cinema all’Università di Torino, citò i
versi montaliani: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo
nostro informe […] Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che
non vogliamo” (in Ossi di seppia). Il significato dei versi di Montale,
corrispettivo poetico del volto illuminato alla maniera bergmaniana, è espresso,
in modo molto più realistico, dalla frase di Agnes “quindi non vuoi essere te
stessa” detta alla sorella Nora.
Proprio la praticità della frase di Agnes, ricercatrice in ambito storico che
porta alla luce, dall’archivio, la storia delle torture naziste subite dalla
nonna paterna, dissidente politica, mette in luce il dialogo fra arte e vita,
esponendo la necessità del “lavoro dell’attore su sé stesso”. La grazia
nell’equilibrio fra arte e vita nel film di Trier scaturisce proprio dal fatto
che l’una non guarda mai l’altra con superiorità, e sfata il binomio secondo cui
una vita più risolta non può produrre arte di valore. L’articolo di Gramatica
parla anche di cliché freudiani applicati come da manuale, e tuttavia la
modalità magico-metaforica li rende poco enfatici e scontati: la casa con il suo
danno strutturale non può riparare né essere riparata, ma le crepe affettive che
in essa si sono generate, il “valore affettivo”, sentimental value, fa sì che,
per citare un articolo apparso di recente su questa stessa rivista, Cannes 78 di
Elvira Del Guercio, Nora riesca ad “abitare il dolore per ascoltarlo e poi
trasformarlo”.
“Non qui” pronunciato da Gustav a inizio film, è una frase che informa
metaforicamente tutto il film, che permette di fatto, volgendo in chiave
positiva una frase tratta dallo stesso articolo di Del Guercio, che “la figura
che esce dai canoni”, Nora, possa riconoscersi nel padre e “con altre sue
ramificazioni”, trovando “una collocazione” affettiva. Se talvolta il percorso
delle protagoniste donne, come sottolinea Del Guercio commentando i nodi
simbolici dei film del festival di Cannes 2025, può avverarsi solo con una
scissione netta dal nucleo familiare, abdicando al proprio ruolo sociale, o
gridando al ritorno delle streghe ‒ come accade per esempio in alcuni romanzi
modernisti come Lolly Willowes o l’amore cacciatore (1926) di Silvia Townsend
Warren, dove “aunt Lolly” sfugge al suo destino di nubile zia zitella
economicamente dipendente dal fratello e si trasferisce a Great Mop, fra streghe
e stregoni, riscrivendo in chiave antidialettica il patto con il diavolo, topos
da sempre monopolizzato in chiave etero-dialettica o come, direbbe forse
Derrida, “fallologocentrica” ‒, Nora, chiaro richiamo alla Nora ibseniana, può
mantenere emancipazione e affetti. La sua agnizione consiste nel poter accettare
la somiglianza con il padre e ricucire le ferite del passato, andando oltre.
Come spiega Steve Brusatte, professore all’Università di Edimburgo, in un
articolo uscito di recente su Le Scienze, alcune specie di dinosauri
sopravvissero all’asteroide che causò la fine del Cretaceo. Da questi stessi
dinosauri, che avevano caratteristiche “aviane”, si sono evoluti gli uccelli. In
maniera analoga, è possibile talvolta volare via dai macigni del passato.
Gramatica definisce The Worst Person in the World e Sentimental Value due film
in cui l’umanesimo un po’ antropologico, un po’ psicologico di Trier appare
chiaramente. Effettivamente anche la prospettiva spostata sugli oggetti, la
magica casa-emanazione, è profondamente umanistica. A primo impatto, il film di
Trier, visto in una grigia giornata di febbraio a York, con un crepaccio
geografico dagli affetti familiari, è entrato nella mia mente
“quantisticamente”, per riprendere la teoria quantistica della letteratura di
Terrinoni, in contatto con delle informazioni sulla cosiddetta Object-Oriented
Ontology, anche nominata come OOO, triple O, da colui che l’ha formalizzata,
Graham Harman (2017; Ontologia orientata agli oggetti, 2021).
Ma come sostiene lo stesso Harman nel suo saggio, ogni teoria è destinata a
sgretolarsi al contatto con la realtà; proprio per questo il filosofo si
dichiara socratico, prendendo di Socrate non tanto la maieutica, ma il principio
della non-conoscenza, una professione di umiltà in mezzo al dominante
positivismo scientista contemporaneo, e ripristinando, in maniera analoga, il
noumeno kantiano, ovvero “ciò che è pensato” e, più precisamente “l’essenza
pensabile”. Harman postula a fondamento della sua filosofia (la stessa corrente
di Iperoggetti, 2018, di Timothy Morton, e di Alien Phenomenology. What is Like
to Be a Thing, 2012, di Ian Bogost), una spinta postumana, postantropocentrica e
“antiletterale”, “antiriduzionista”, radicata in una salda base di estetismo con
un’attenzione privilegiata verso la metafora. In particolare, Harman utilizza
come vessillo di questo estetismo un saggio del filosofo e scrittore spagnolo
Ortega y Gasset sulla metafora.
> Nora, chiaro richiamo alla Nora ibseniana, può mantenere emancipazione e
> affetti. La sua agnizione consiste nel poter accettare la somiglianza con il
> padre e ricucire le ferite del passato, andando oltre.
Questa associazione quantistica si è rivelata poi errata dal punto di vista di
una applicazione “filologica” della OOO al film di Trier: dopo vari tentativi di
interpretazione alla luce delle triangolazioni di desideri e affetti mediati
dalla casa, dopo aver individuato come elementi mediatori nella narrazione la
casa, i bambini, Agnes piccola prima e suo figlio poi, la stufa attraverso cui
di generazione in generazione si spiano le voci o si colgono frammenti di
conversazione; dopo aver tentato di definire la casa come “chair” ovvero “carne
del mondo” alla maniera della fenomenologia di Merleau-Ponty (Fenomenologia
della percezione, 1945), ciascuno di questi puntelli teorici è venuto meno,
sgretolandosi e distruggendo la speculazione teorica come un asteroide che fa
strage di T-rex e triceratopi teorici.
Ho rivisto per la seconda volta Sentimental Value nella mia casa di famiglia,
quella dove spesso avremmo dovuto dire “non qui” perché si sa che gli errori di
costruzione allargano le crepe e le trasformano in crepacci e fratture. C’erano
i rumori, gli odori, i colori, le tonalità cangianti del marmo anni Cinquanta e
le prime speculazioni sulla forma speculativa dell’articolo sono state travolte
dal dubbio amletico. Quello stesso dubbio che accompagna Sentimental Value
(alcuni hanno letto un parallelismo fra il film di Trier e Hamnet), impersonato
da Nora, che fieramente dichiara di dover recitare non Ofelia, ma Amleto.
La seconda volta delle tre in cui la vediamo recitare, Nora entra in scena con
meno esitazione e, con abbigliamento moderno, si dirige sicura verso una
scenografia dove un lungo telo rosso di plastica, come le modanature istoriate
della casa le illumina nella penombra tutto il volto. Stavolta la luce piena e
rossa sottolinea simbolicamente la rabbia di Nora, quella che il padre Gustav le
aveva attribuito nella sequenza di scene di cui fa parte anche quella della
sigaretta, che poco dopo lascia spazio al vuoto. A questo punto, Nora è convinta
dalla sorella a leggere il copione del padre e per la terza volta una scena
chiave si svolge non davanti né accanto ma sul letto della casa di Nora, dove le
due sorelle si abbracciano.
La terza e ultima volta che vediamo Nora recitare, un’altra inquadratura
ingannevole che mescola i piani dell’arte e della vita ci fa credere che il film
di Gustav, dove ha accettato di recitare, sia girato nella casa familiare. Ma
“non qui”, nella casa. Le riprese si svolgono infatti in un luogo intermedio, un
teatro di posa, dove la casa con le sue magiche emanazioni, i dolori di cui si
sono impregnati i suoi pavimenti, il rosso della facciata, tacciono per lasciare
spazio alla trasformazione. L’inquadratura si allarga ed ecco di nuovo Nora e
Gustav, impacciati e contenti, con quella grazia pacificante che solo l’arte può
dargli. E la casa ghignante ma benefica rimane un “noumeno socratico”,
un’emanazione che invita ad andare oltre.
L'articolo Un danno strutturale proviene da Il Tascabile.
P roponiamo i primi capitoli dalla monografia dedicata a Michele Mari,
pubblicata da Cadmo nel lontano 2011: al netto di alcuni anacronismi presenti
nel testo e delle opere licenziate dallo scrittore nel frattempo, l’analisi che
segue ‒ ci sembra ‒ continua a offrire chiavi di lettura utili a orientarsi
nella sua poetica, che si è mantenuta orgogliosamente coerente da allora.
Carlo Mazza Galanti
[…] a noi serissimi chiusi, noi fierissimi soli, salvatici antichi diversi…
Rondini sul filo
Premessa
Come tutti gli scrittori ostinatamente e risolutamente idiosincratici, Michele
Mari è anche uno scrittore di rare ma potenti epifanie. A chi sia già iniziato
allo stesso culto, a chi già abbia sentore del suo mondo, del suo ordine mentale
e del suo universo emotivo, le immagini, i valori, le risorse poetiche dello
scrittore milanese si manifestano d’un colpo. Torbidi o luminosi, gaudenti o
dolorosi, i connotati della sua scrittura si riconoscono subito, al primo libro,
alla prima pagina, come un volto oscuramente noto: una densa aria di famiglia
percorre e salda fra di loro le sue pagine e le pagine al lettore suo
“semblable”. L’affermazione stentorea, ripetuta e appassionata della sua
idiosincratica visione del mondo e della letteratura si eleva sulle fondamenta
di un altrettanto stentoreo ma più segreto rifiuto. Da questo rifiuto, da questa
solida opposizione, deriva il carattere aristocratico forse, sicuramente
inattuale, dei suoi libri. Il negativo alimenta il positivo, l’esclusione nutre
l’amore, lo sradicamento circonda un’isola gelosamente protetta di appartenenza.
La scrittura di Mari, la sua intelaiatura filosofica, politica ed etica è
interamente costruita intorno ad una simile scena dialettica, la quale è anche,
soprattutto, una scena storica. Presente e passato si fronteggiano ad ogni
occasione, percorrendo internamente la lunga parabola che dalla biografia
personale conduce alla Storia. Lo stile, l’immaginario ed i temi più
significativi della narrativa di Mari attingono al pozzo fondo e buio
dell’anacronismo: “Ho sempre sostenuto ‒ ha dichiarato ‒ che ci sono momenti in
cui per essere all’avanguardia bisogna essere di retroguardia […]. Tra la lingua
dei morti e quella degli sms o degli sceneggiati televisivi scelgo la lingua dei
morti” (Gazzetta del Sud, 8/8/2008). La pulsione letteraria diventa allora, più
genericamente e nella sua essenzialità, una pulsione retrospettiva: l’antichità,
il collezionismo, l’infanzia, le rovine, la decadenza, l’obsolescenza, la
putrefazione, il rimosso, il residuale, il bestiale.
> Presente e passato si fronteggiano ad ogni occasione. Lo stile, l’immaginario
> ed i temi più significativi della narrativa di Mari attingono al pozzo fondo e
> buio dell’anacronismo.
Dai fasti della cultura ai meccanismi della biologia è la stessa spinta
regressiva, la stessa fascinazione feticistica verso le tracce di un mondo
pregresso e perduto. “Ci sono persone per le quali il passato è la sola
dimensione reale” recita l’incipit lapidario, ma perfettamente autobiografico,
di Filologia dell’anfibio. La nostalgia è in Mari maledizione e maledettismo:
nella tensione all’inattuale si concentra l’urgenza di un ordine, di un regime
alto di senso, e la sensazione d’inettitudine e impotenza, d’inagibilità del
mondo e di fallimento della letteratura di fronte alla Storia. Fallimento
glorioso e necessario, se la letteratura “dea intollerante, e gelosa della vita
esige […] il sacrificio di ciò che più le ricorda la rivale” (ancora
dall’incipit di Filologia). Da questo luogo di rovine, da questo conflitto
marginale, dalle utopie di un cultore del passato e di un maniaco della forma,
nascono le chimere che affascinano nei suoi libri: brandelli di carne ancora
palpitante serviti sul piatto raffinato di una scrittura completamente
impregnata di letterarietà.
Mari si distingue chiaramente dalla gran parte degli autori contemporanei,
volontariamente sospesi ad un’interpretazione fenomenologica del reale (rilievi,
mappature, collages, epoché, behaviourismi, descrizioni di descrizioni, derive)
o al contrario legati ad una impostazione civile, fedeli ai dogmi di una
rinnovata militanza e della denuncia attiva ma sempre meno preoccupati dello
“specifico” letterario. Come ha spiegato in un’intervista: “Se in una pubblicità
o in una recensione incontro frasi allettanti del tipo ‘è uno spaccato della
vita contemporanea’ è sicuro che non comprerò quel libro. Lo spaccato della vita
contemporanea ce l’ho continuamente sotto gli occhi” (Corriere del Mezzogiorno,
5/9/2000). L’autore di romanzi come Di bestia in bestia, Io venìa pien
d’angoscia a rimirarti o Verderame continua al contrario, e tenacemente, a
scommettere il mondo sul tavolo della letteratura, anche se a questo tavolo sono
rimasti a giocare in pochi, forse pochissimi.
Trasgrediamo uno dei dogmi fondanti della poetica di Mari (o forse soltanto una
precauzione contro il conformismo sempre in agguato dietro i buoni propositi)
vale a dire quello di non sottomettere la letteratura alle esigenze della
morale, di non ricondurla a qualsivoglia “intento salvifico”, ma la convinzione
di chi leggendo Mari sente comunque, e nonostante la sua accanita negatività,
tutto il peso della “realtà”, è che la sua strana impresa, il suo ascetismo
letterario, la fedeltà intransigente a un ideale libresco e ad un sentire
elevato ma vagamente mostruoso, siano prodotti della Storia allo stesso tempo
che strumenti utili a far fronte criticamente alla violenza del presente. Del
presente inteso come categoria assoluta, volto inerte, indifferente, spesso
crudele, della Storia (“perché per quanto si viva nel passato c’è sempre
qualcosa di ineludibile, nel presente, che ci plagia e ci umilia” dice il padre
nel racconto intitolato L’uomo che uccise Liberty Valance ‒ in Tu, sanguinosa
infanzia, p. 19), ma anche e soprattutto di questo presente, del nostro
specifico, attuale presente. Non si tratta di produrre “argomentazioni che
correlino i piaceri della lettura solitaria [o della scrittura] al bene
pubblico”, quelle che Harold Bloom, qui citato1, considera con la dovuta
diffidenza, ma di collocare lo scrittore all’interno del suo mondo e nel
rapporto che questo mondo particolare intrattiene con altre, più correnti,
immagini della realtà. Per capire come tale rapporto possa eventualmente
figurare, nell’hortus clausus dell’immaginazione, il profilo di una precisa
opzione etica.
> La nostalgia è in Mari maledizione e maledettismo: nella tensione
> all’inattuale si concentra l’urgenza di un ordine, di un regime alto di senso,
> e la sensazione d’inettitudine e impotenza, d’inagibilità del mondo e di
> fallimento della letteratura di fronte alla Storia.
Perciò, mossi dalla convinzione che l’universo letterario di questo scrittore ‒
come quello di tutti gli scrittori degni di questo nome ‒ debba la sua unicità
ad una esemplarità di più alto grado, alla sua posizione in un campo di forze
storiche e antropologiche che lo sorpassano e lo sostanziano, senza rinunciare a
intraprendere una traversata dei territori della narrativa di Mari, è nostra
intenzione mostrare (al di là, si spera, di ogni tentazione riduzionistica) la
qualità di queste forze, la loro pressione e la loro azione non soltanto
ambientale, ma davvero intima e costitutiva del mondo immaginario e stilistico
dello scrittore. La costante autobiografica, la sua insistenza sull’unicità
quasi solipsistica di ogni autentica vocazione poetica varranno, in questa
prospettiva, come prova ultima di tale intimità. La deformazione letteraria e
stilistica della realtà è la misura di una visione penetrata a tal punto
nell’identità dello scrittore da sovrapporsi completamente alla sua esistenza
caratteriale e contingente, da diventare destino.
The end of bookishness: uno scrittore al confine tra due mondi.
> Perché se è vero che il mezzo è il messaggio e che l’avvento della
> multimedialità interattiva cambierà tutto (ma voglio prendermi il lusso di
> sperare il contrario fino all’ultimo, come un soldato giapponese in un
> atollo), è anche vero che una delle cose più vere e commoventi di ogni
> creazione artistica è sempre stata il conflitto con il proprio mezzo. Quindi
> prepariamoci alla lotta, con questi non-libri che ci aspettano, senza
> affrettarci a salutarli come trionfatori.
È questa la breve ma significativa reazione di Michele Mari (pubblicata sul
Corriere della sera del 9/8/2000) al lungo e interessante saggio di Gabriele
Frasca che chiude la Storia generale della letteratura diretta da Nino
Borsellino e Walter Pedullà2. Una riflessione, quella di Frasca (poi sviluppata
nel volume intitolato La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo
mediale3), che guarda con una certa fiducia al mondo post-tipografico e alle
possibilità della creazione letteraria (ma giustamente Frasca preferisce parlare
di arti basate sul linguaggio) offerte dalle nuove e dalle nuovissime tecnologie
(ad esempio le finzioni ipertestuali su cd-rom di Michael Joyce o di Shelley
Jackson). Tutt’altro che indulgente nei confronti dello sviluppo tecnologico e
della progressiva determinazione tecnica dell’esistente, Mari preferisce pensare
il proprio rapporto con il nuovo scenario mediatico-culturale e la sua vocazione
di scrittore in termini di lotta, di conflitto, di opposizione. L’immagine
amaramente ironica del soldato giapponese che nel ristretto spazio di un atollo
continua a combattere una guerra ormai persa (utilizzata a più riprese dallo
scrittore4) potrebbe far coppia con questa, appena meno drammatica, evocazione
dei monaci medievali (tratta dall’intervista che chiude questo libro): “… ci
sono stati anche degli eroici monaci che nel medioevo hanno difeso la
letteratura dai barbari”, dove Mari si riferisce di nuovo, evidentemente, alla
condizione del letterato contemporaneo.
> Tutt’altro che indulgente nei confronti dello sviluppo tecnologico e della
> progressiva determinazione tecnica dell’esistente, Mari preferisce pensare il
> proprio rapporto con il nuovo scenario mediatico-culturale e la sua vocazione
> di scrittore in termini di lotta, di conflitto, di opposizione.
Molti suoi personaggi ripetono, ognuno a suo modo, il destino di questi
metaforici, anacronistici ribelli e reclusi. Esseri malinconici, marginali e
solitari, abitano luoghi remoti, abbandonati o decadenti, a volte circondati da
libri. Testimoni di una consunzione irreversibile, di una perdita di aderenza
alla realtà, questi uomini sono spesso folli, vaneggianti, immersi nei propri
deliri, smarriti dietro oscure fantasie: Osmoc, lo studioso-eremita di Di bestia
in bestia, il capitano di La stiva e l’abisso, il custode amnesico della vecchia
casa di famiglia in Verderame, il condottiero rimasto l’unico sopravvissuto
della sua legione (L’Artigliopàpine), il filologo divenuto serial killer (La
serietà della serie), il ricercatore di Temperatura esterna (sia questo racconto
che i due precedenti fanno parte di Euridice aveva un cane5), diventato folle
nella solitudine di una base polare. Infine Syd Barrett, il fondatore dei Pink
Floyd (protagonista in absentia di Rosso Floyd), destinato a un esistenza
fantasmatica, al limite della follia, lontano dai riflettori nel buio
seminterrato della casa materna; o il terzo dei fratelli Grimm, immaginato in un
racconto di Fantasmagonia (Il patrimonio del popolo tedesco) come lo schiavo
tenuto nascosto dagli altri due e costretto a produrre quotidianamente le storie
che li renderanno famosi, a sua volta sfruttatore di un quarto “autore”
rinchiuso nei sotterranei della villa di famiglia, come in un progressivo
slittamento della segregazione nel segno di un isolamento sempre più rigido,
profondo e disumano.
La scrittura, per Mari, è un gesto di radicale (per quanto raffinata, e anzi
proprio in quanto raffinata) negazione e reazione. Il compromesso o la
complicità con i nuovi sistemi di comunicazione è quanto di più lontano si possa
immaginare dalla sensibilità iperletteraria di questo scrittore che pure,
immaginiamo, rilutterebbe a riconoscere in se stesso una qualche “involontaria
connivenza con gli squassati traumi del tempo” (lo scriveva Contini a proposito
di Gadda, è ancora Frasca a ricordarcelo, p. 749). Per quanto bachtinianamente
aperto e polimorfo, il romanzo di Mari nega recisamente la sua disponibilità a
tutto ciò che esclude costituzionalmente (perché troppo radicalmente “altro”) il
confronto col passato e con la tradizione letteraria (“la televisione ‒ dice ad
esempio in un’intervista (Gazzetta di Parma, 4 febbraio 1997) ‒ mi sembra la
morte di ogni letterarietà”). L’ha visto chiaramente Giorgio Bàrberi Squarotti
in una delle prime riflessioni critiche a lui dedicate:
> Scrivendo nel modo più nobile ed elevato, accettando i modi di una
> letterarietà antica, rimettendo in auge anche i vezzi lessicali, grammaticali
> e sintattici della tradizione più aulica, Mari segnala decisamente il distacco
> radicale dalle consuetudini formali e strutturali del romanzo contemporaneo,
> gli ridà sublimità, ma, al tempo stesso, rende conto della propria
> consapevolezza che soltanto giocando tutte le carte sulla coscienza colta
> della letteratura, non riducibile al quotidiano e alla comunicazione di massa,
> ha ancora un senso il genere narrativo 6.
In un articolo del 1988, pubblicato sulle pagine del Times Literary Supplement,
George Steiner ha sintetizzato la sua visione della storia della cultura
occidentale con un’espressione particolarmente pregnante e ricca di risonanze:
The end of bookishness7. Ciò che l’uomo contemporaneo ha vissuto e sta vivendo
sulla sua pelle, ciò che più in profondità definisce la nostra epoca, la nostra
cultura, il nostro ethos è quello che lo studioso franco-americano ha chiamato
(senza nessuna allusione ai significati negativi e dispregiativi attualmente
assegnati, almeno in italiano, alla parola) “la fine del libresco”, o meglio “la
fine del mondo libresco”, traduzione che risponde forse più precisamente al
bisogno di Steiner di definire, attraverso quella particolare declinazione della
tecnologia alfabetica costituita dal libro, il cuore, il fondamento e il
principale titolo di legittimazione culturale di un’intera civiltà: quella che
fu la nostra per almeno otto secoli.
> Ciò che l’uomo contemporaneo ha vissuto e sta vivendo sulla sua pelle, ciò che
> più in profondità definisce la nostra epoca, la nostra cultura, il nostro
> ethos è quello che George Steiner ha chiamato “la fine del libresco”, o meglio
> “la fine del mondo libresco”.
La periodizzazione è suggerita da Ivan Illich, che si è interessato a lungo alla
questione della bookishness, e che ha preso in prestito, riproposto e divulgato
l’espressione di George Steiner. Come quest’ultimo o come, ad un livello più
tecnico e specialistico, storici della cultura e della tecnologia come Walter J.
Ong e Marshall McLuhan, cosi Ivan Illich considera “l’accesso universale al
libro [come] il nocciolo della religione laica d’Occidente”8. Oggi, sempre
secondo Illich, “in Occidente, la realtà sociale ha ormai messo da parte quella
fede nel libro come ha messo da parte il cristianesimo […] lo schermo, i media e
la ‘comunicazione’ hanno surrettiziamente preso il posto della pagina, della
letteratura e della lettura” (Nella vigna del testo, p. 1). L’era del libro si
sta concludendo: è l’opinione condivisa da Illich, Steiner e anche da Gabriele
Frasca. Per quanto si sforzi di limitare il più possibile la sua analisi ad un
piano puramente descrittivo, è tuttavia evidente, nel caso di Illich, una
predilezione ed un profondo vincolo affettivo nei confronti di quell’universo in
contrazione rappresentato dalla bookishness. Sia lui che Steiner si voltano
verso questo mondo in via di estinzione con la vaga e sottintesa speranza di
trattenerne gli ultimi brandelli.
A differenza di McLuhan, le cui brillanti intuizioni si accompagnano ad uno
slancio progressista che spesso appare incauto, eccessivamente zelante e
indiscriminato, Ivan Illich si impegna a studiare la formazione storica del
“libro” come metafora fondamentale della nostra civiltà consapevole di quanto,
nel passaggio dal libro allo schermo, sia andato e stia andando inevitabilmente
perduto. Il passaggio da una metafora all’altra, da una “fede” all’altra, non si
consuma senza traumi, resistenze e complicati meccanismi compensativi. Illich è
altresì consapevole di come “quell’oggetto foggiato dalle lettere” e con esso le
“abitudini e le fantasie connesse al suo uso”, ovvero la specifica e complessa
“conformazione mentale” delle società occidentali, sebbene in crisi, continuino
ad agire nei nostri modi di apprensione della realtà e nelle nostre costruzioni
immaginarie. Nonostante la sempre più potente ed invasiva egemonia dell’“oralità
secondaria” (Ong) e delle tecnologie dell’immagine, l’auctoritas della parola
scritta continua a sopravvivere negli strati profondi della nostra coscienza
culturale.
Quando l’ethos libresco si rifiuta all’assimilazione elettrica ed elettronica,
quando l’universo morale e mentale relativi alla cultura del libro rilanciano le
loro prerogative in un moto di estrema ribellione, il complesso riflusso
culturale che ne deriva assume facilmente l’aspetto di un’alfabetizzazione
ipertrofica, di un’espansione “innaturale” dei tratti caratteristici della
bookishness. Se il manierismo fiorisce nelle epoche di decadenza, alla decadenza
del libro risponde un’impennata della maniera libresca. Scrittori come Gadda,
Landolfi, Manganelli, potrebbero benissimo essere considerati in questa
prospettiva: un sontuoso colpo di coda della creatura cartacea, prima di cedere
alla forza schiacciante dei nuovi padroni. Michele Mari, che dei tre scrittori
nominati è ammiratore ed erede (e che difficilmente potrebbe condividere
l’interpretazione del plurilinguismo gaddiano in chiave audiotattile e
multimediale sviluppata da Frasca nel saggio sopra menzionato) è colui che, di
questa novecentesca tradizione italiana di manierismo iperletterario rappresenta
forse la punta estrema: l’ultima incarnazione, in ordine di tempo, di una
risposta ostinatamente letteraria alla fine della letterarietà.
> Mari è colui che, di questa novecentesca tradizione italiana di manierismo
> iperletterario rappresenta forse la punta estrema: l’ultima incarnazione, in
> ordine di tempo, di una risposta ostinatamente letteraria alla fine della
> letterarietà.
Se quella di Mari è, come crediamo, una reazione in qualche modo tragica e
consapevole dei limiti delle proprie risorse (delle risorse del letterato) di
fronte all’inarrestabile trionfo del “villaggio globale” e delle sue
determinazioni tecnico-consumistiche, la sua esemplarità si radica nondimeno
nello stesso senso di solitudine e di unicità che ha connotato, nel corso della
storia, le imprese artistiche di tutti i grandi “irregolari”. Nel suo fermo
antagonismo e nella sua idiosincratica caratterialità Mari accompagna al
disprezzo dell’attualità una tendenza ad “uscire dalla storia” e a idealizzare
il valore artistico di quegli scrittori inclassificabili, mostruosi e
irriducibili, quasi volesse universalizzare la sua diffidenza per il senso delle
“magnifiche sorti e progressive” in una residuale e anarchica specificità della
letteratura, o almeno di quella che lui più apprezza. Nell’introduzione al libro
Manieristi e irregolari del cinquecento Mari propone una definizione estensiva e
trans-storica (e quindi, eventualmente, anche autoriferita) del manierismo in
questi termini:
> […] se (con Biswanger, ad esempio) riconosciamo come manieristica ogni
> enfatizzazione formale direttamente proporzionale al “senso di esistenza
> mancata” da parte dell’artista; se in ogni esagerazione, in ogni
> stravolgimento, in ogni complicazione, in ogni delirio organizzato sospettiamo
> un appetito di risarcimento; se, in altre parole, riconduciamo questa presunta
> “corrente” ai suoi fondamenti psichici, allora, contro i manuali (e lontano da
> chi, come Battisti, vede nel manierismo qualcosa di peculiarmente
> cinquecentesco, sia da chi, come Curtius, lo interpreta in chiave barocca),
> tutto sarà trasversale e transitivo, e nel vento della nevrosi sarà
> impossibile distinguere il soffio dell’irregolarità dal soffio del manierismo.
> (p. XVI)
La nevrosi e il “senso di esistenza mancata” all’origine del manierismo di Mari
andranno insomma collocati all’incrocio di una dimensione specificamente
congiunturale (quella che abbiamo chiamato, con Steiner, la fine del mondo
libresco) e di una più ambigua, sfumata e reticente dimensione psichica, in nome
della quale la solitudine degli irregolari, come scrive poco oltre, “non è
condizione esterna e materiale, ma diventa la qualità della loro ispirazione”.
1. H. Bloom, Come si legge un libro e perché, Milano, Bur, 2001, p. 15.
2. G. Frasca, Dopo la tipografia: la letteratura nell’età multimediale, in W.
Pedullà, N. Borsellino, Storia generale della letteratura, Milano, Motta,
2000, pp. 729 – 765.
3. G. Frasca, La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale,
Roma, Meltemi, 2005.
4. In diverse interviste ma anche in Cento poesie d’amore a Ladyhawke, p. 27.
5. Temperatura esterna è stato anche oggetto di un trattamento radiofonico, con
musica di Mario Cardi, andato in onda su RadioTre nel 1994.
6. G. Bàrberi Squarotti, La narrativa, in AA.VV., Storia della civiltà
letteraria italiana diretta da G. Barberi Squarotti, Torino, UTET, V, Il
secondo Ottocento e il Novecento, 2 voll., 1996, II, pp. 1734-35.
7. G. Steiner, The end of bookishness?, «Times Literary Supplement» (8-14 July
1988).
8. L. Illich, Nella vigna del testo, Milano, Raffacllo Cortina Editore, 1994,
p. 6.
L'articolo Lectura maris proviene da Il Tascabile.
I l rider, icona ambivalente del capitalismo contemporaneo, è senza dubbio la
figura del lavoro che ha fatto da parafulmine per le riflessioni sullo
sfruttamento del lavoro negli ultimi quindici anni. Se nel primo decennio degli
anni Duemila il lavoro nei call center era diventato il simbolo della
terziarizzazione nei Paesi occidentali, negli anni Dieci i social network
sembravano aver incanalato l’apparente sparizione del lavoro dietro la cortina
di piattaforme opache che si libravano nell’etere di un Internet ormai
completamente opaco rispetto alle filiere produttive che lo reggevano.
L’emersione della figura del rider ha mandato in cortocircuito questa
opacizzazione, diventando il punto di giuntura tra le forme sommamente astratte
in cui si presentavano i settori di punta del capitalismo contemporaneo, e il
ritorno prepotente di una materialità del lavoro che nei Paesi europei e
nordamericani in particolare sembrava evaporata.
Da un lato, l’immaginario della città “smart”: consegne lampo, app che
promettono libertà e “lavoretti” flessibili, il mondo della logistica in tempo
reale. Dall’altro, i racconti di turni infiniti, incidenti, assenza di tutele,
salari al ribasso. In Europa abbiamo imparato a riconoscere questa figura sui
viali delle metropoli italiane, nelle campagne tedesche, nei sobborghi francesi;
nel dibattito pubblico il rider è spesso diventato la metafora del lavoro
precario postfordista, il segno che qualcosa si è rotto nel patto sociale della
seconda metà del Novecento. Talmente vivida è la contraddizione che queste
narrazioni percorrono i viali anche della potenza cinese (vale la pena segnalare
il romanzo di Hu Anyan, Consegno pacchi a Pechino, appena tradotto da Federico
Picerni per Laterza).
A Sud della piattaforma di Federico De Stavola (Mimesis 2025, prefazione di
Sandro Mezzadra) attraversa questa figura del lavoro contemporaneo con
un’ulteriore traiettoria obliqua. Conduce un’immagine sociologica sul campo
immergendosi nello spazio socioeconomico dei lavoratori di piattaforma di Città
del Messico, e restituisce da sud la cartina di tornasole che si tratti di una
storia di per sé, e già a monte, globale. Lo è proprio per la dialettica di
cattura su cui si fonda: la concentrazione monopolistica del capitalismo di
piattaforma mira, declinandosi contesto per contesto, di territorio in
territorio e a condizioni mutevoli, all’assorbimento di quella parte di lavoro
informale o che opera nel basso cabotaggio del capitalismo – sul livello della
piccola e media impresa – riorganizzandola formalmente e mantenendo i caratteri
di “arrangiamento imperfetto” che restano funzionali alla sua riorganizzazione.
Videmus nunc per speculum in aenigmate.
Vale la pena riepilogare per brevi cenni questa storia nel campo
eurostatunitense. Già negli anni Novanta e nel primo decennio degli anni Duemila
nascevano le prime piattaforme di ordine online (Just Eat, Grubhub, ecc.), che
però si limitano a raccogliere ordini per conto dei ristoranti: le consegne
restano in mano ai locali. La svolta arriva dopo il 2007, con smartphone e app:
tra 2011 e 2015 compaiono Postmates, DoorDash, Uber Eats, Deliveroo, Glovo,
Rappi, che trasformano il delivery in un servizio autonomo, sostenuto da
capitale di rischio e basato su lavoro “indipendente” pagato a cottimo.
> La figura del rider è diventata il punto di giuntura tra le forme astratte in
> cui si presenta il capitalismo contemporaneo, e il ritorno prepotente di una
> materialità del lavoro che sembrava evaporata.
La crisi del 2008 spinge capitali verso investimenti ad alto rischio e masse di
lavoratori verso i “lavoretti” della gig economy. Le piattaforme di delivery
diventano il volto visibile di questo processo: ritornano il cottimo e lo
scarico del rischio sui lavoratori, ora gestiti via algoritmo. Dal 2016 esplode
un ciclo di conflitti: scioperi a Londra contro il passaggio al solo cottimo,
poi a Torino contro Foodora, e a seguire collettivi di rider in tutta Europa. I
rider si organizzano quasi sempre fuori dalle strutture sindacali tradizionali,
usando social e chat, rivendicando prima di tutto il riconoscimento come
lavoratori.
In Italia, l’esperienza di Riders Union Bologna porta alla Carta dei diritti del
lavoro digitale (2018), primo tentativo municipale di fissare tutele minime.
Intanto la giurisprudenza si muove: con la sentenza Foodora (Cass. 1663/2020) i
rider vengono inquadrati come collaboratori etero-organizzati cui si applicano
le tutele del lavoro subordinato, mentre la legge 128/2019 vieta il puro
cottimo, impone trasparenza contrattuale e alcune protezioni infortuni, aprendo
alla presunzione di subordinazione.
In parallelo, si moltiplicano i conflitti e le cause in altri Paesi: paros
transnazionali in America Latina, sentenze su Uber nel Regno Unito e in Francia,
la Ley rider spagnola che presume dipendenza per i fattorini. L’UE approva nel
2024 una direttiva sul lavoro in piattaforma che introduce presunzione di
rapporto di lavoro e primi limiti al management algoritmico, mentre la
California alterna la riclassificazione restrittiva di AB5 alla controffensiva
di Proposition 22, producendo un quadro instabile in cui la forma-impresa
“piattaforma” è ormai pienamente centro della questione sociale.
E puntualmente, nel volume di De Stavola, i rider della piattaforma Rappi non
compaiono come un’eccezione “esotica” rispetto agli sviluppi che abbiamo appena
richiamato del modello eurostatunitense. Figurano invece come uno snodo in cui
si intrecciano economie di strada, cottimo, sottosviluppo strutturale e
dispositivi digitali di comando. Il libro rivendica fin dall’introduzione un
punto di vista dichiaratamente situato: usare la teoria critica latinoamericana
– dalla teoria della dipendenza all’eterogeneità storico-strutturale, dal
barocco di Echeverría alle economie popolari – per leggere un fenomeno che, di
solito, viene concettualizzato con categorie nate nel Nord. La periferia non si
presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui il futuro del lavoro
vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che altrove.
> La periferia non si presenta qui come un ritardo da colmare, ma luogo in cui
> il futuro del lavoro vivo si mostra in modo più crudo e più chiaro che
> altrove.
Nei primi due capitoli, più teorici, De Stavola ricostruisce il lessico con cui
leggere il capitalismo di piattaforma in America Latina ricostruendo la
tradizione del pensiero critico latinoamericano, da Mariátegui e dai dibattiti
su modi di produzione, dipendenza, marginalità, eterogeneità
storico-strutturale. A partire da Quijano, formula l’idea che esista un
“pensiero metonimico” che prende il lavoro salariato occidentale come parte che
rappresenta il tutto, oscurando lavoro domestico, informale, autonomo, agricolo,
comunitario. Viene proposta invece una nozione di eterogeneità
storico-strutturale: coesistenza di schemi strutturali diversi, temporalità
differenti ma simultanee, sussunzioni parziali e combinazioni di modi di
produzione.
In quest’ottica, il capitalismo latinoamericano è fin dall’inizio un intreccio
di forme: enclave industriali, economie di sussistenza, servitù, lavoro
salariato e informale. Attraversando poi le teorie della dipendenza (Prebisch,
Furtado, Gunder Frank, Wallerstein, Marini), i dualismi sviluppo/sottosviluppo e
moderno/arcaico vengono posti a critica e sostituiti dalla polarità
centro/periferia e dall’idea di “sviluppo del sottosviluppo”. Il sottosviluppo
periferico, in quest’ottica, emerge come prodotto strutturale del capitalismo
mondiale, e non come una sua fase preliminare.
Le piattaforme sono allora lette come “operazioni del capitale” che innestano
algoritmi, investimenti finanziari e infrastrutture logistiche su un tessuto in
cui dominano l’arrangiarsi, il cottimo, il multi-impiego. Anche la genealogia
del capitalismo di piattaforma viene ricostruita attraverso lo sviluppo della
logistica e del toyotismo: dal just-in-time e dal kanban alla piattaforma come
infrastruttura digitale che coordina flussi, governa tempi, cattura dati. È in
questo quadro che compaiono le definizioni più note, da Srnicek a Mezzadra e
Neilson, sulle piattaforme come dispositivi di estrazione di rendite e di dati,
come nodi che collegano utenti, imprese, lavoratori.
Il terzo e il quarto capitolo sono quelli in cui De Stavola rende conto della
profonda, immersiva e meticolosa ricerca etnografica, senza dubbio la parte più
interessante del libro. L’autore segue i riders di Rappi nelle strade della
capitale messicana, li accompagna nelle basi d’attesa, nelle chat di WhatsApp,
nelle soglie dei ristoranti, nei momenti di precarietà estrema. Ricostruisce le
loro biografie come “biografie arrangiate”: percorsi fatti di lavori informali,
impieghi in nero, vendite ambulanti, call center, taxi pirata, emigrazioni e
ritorni. Il lavoro di piattaforma appare come una tappa in questa sequenza,
scelta spesso per disperazione più che per convinzione, abbandonata e ripresa in
base alle congiunture familiari e agli shock economici.
Il cuore empirico del libro sta nella descrizione del processo lavorativo: le
app come strumenti di lavoro, il tempo di connessione che si allunga ben oltre
la giornata legale, le tariffe per consegna, i bonus e i meccanismi di
gamification, i rischi a carico dei lavoratori (mezzi, manutenzione, benzina,
sicurezza sul percorso). Il concetto che De Stavola usa per sintetizzare questa
esperienza è quello di “lavoro di sincronizzazione”: il rider non si limita a
portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene insieme tempi diversi – del
ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della città – assorbendo nel proprio
corpo tutte le disfunzioni del sistema. Molto efficace, ad esempio, è la
descrizione di come gli imprevisti (pioggia, incidenti, clienti che non
rispondono, locali saturi) si trasformino in lavoro non pagato, in frustrazione,
in autosfruttamento.
> Il rider non si limita a portare un pacco da un punto all’altro, ma tiene
> insieme tempi diversi – del ristorante, del cliente, dell’algoritmo, della
> città – assorbendo nel proprio corpo tutte le disfunzioni del sistema.
Nel quinto e ultimo capitolo, De Stavola legge lo smartphone e le app come una
sorta di panopticon portatile: un dispositivo che non solo traccia e registra,
ma organizza la condotta, struttura l’orizzonte di possibilità, distribuisce
ricompense e punizioni. Lungi dall’essere semplici interfacce neutrali, le app
diventano architetture di governo: definiscono metriche, soglie di prestazione,
punteggi, livelli, missioni. L’idea del “siamo il capo di noi stessi” viene
messa costantemente in tensione con la realtà di un controllo strettamente
algoritmico, che decide chi lavora, quanto lavora, con quali tempi e quali
margini.
In un panorama in cui l’uso di Foucault rischia troppo spesso di ridursi a
omaggio obbligato, a metafora svuotata, a riferimento teorico astratto, qui
l’applicazione è invece meticolosa e utile alla lettura della “disciplina di
fabbrica” applicata allo spazio espanso della piattaforma: lo smartphone come
dispositivo disciplinare spiega effettivamente più di qualcosa del rapporto tra
autonomia apparente e subordinazione materiale, senza cancellare il ruolo di
salario, tempo di lavoro, estrazione di plusvalore. Non viene del tutto evitato,
credo, il limite di buona parte degli utilizzi di Foucault: la tentazione del
passare dall’uso della raffinata lente dell’analitica del potere alla
distillazione di un nuovo paradigma organizzativo del capitale (storicamente
successivo o spazialmente ridislocato).
Ed è questo in effetti il punto verso cui il libro ambisce a spostare l’asse
teorico. Muovendosi sul terreno teorico consolidato dell’operaismo e del
postmarxismo, De Stavola non si limita a mostrare che il capitalismo delle
piattaforme incorpora e riorganizza il lavoro informale; suggerisce che questa
eterogeneità e questa cattura dell’informalità mettono in crisi un certo modo di
pensare il capitalismo a partire dal lavoro salariato “standard”, e per
implicazione la stessa legge del valore.
Attraverso Ruy Mauro Marini introduce per esempio la nozione di
supersfruttamento del lavoro, caratterizzato da estensione e intensificazione
della giornata. Con uno scambio ineguale che avvantaggia costantemente il
centro, il supersfruttamento metterebbe in campo una violazione sistematica
della legge del valore. Che è però un aspetto strutturale proprio
dell’estorsione di plusvalore già nella definizione marxiana: non si dà
plusvalore se non, precisamente, tramite quello che Marini chiama
supersfruttamento. La “truffa” del capitale è precisamente il gioco delle tre
carte salario, prezzo, profitto: il capitale non garantisce la riproduzione di
sussistenza di forza-lavoro; piuttosto la approssima puntando sulla capacità
adattativa del proletariato.
Si intravede l’idea che il paradigma fordista – operaio massa, fabbrica,
contratto collettivo, giornata di otto ore – sia stato preso non solo dalla
tradizione marxista, ma da Marx stesso, se non addirittura come rappresentazione
integrale del sistema capitalistico nella sua totalità. Naturalmente, è vero che
il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche – e spesso
in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale, autonomo
dipendente, agricolo, migrante. Ed è vero che questo è stato spesso trascurato
da una certa sociologia del lavoro. E senza dubbio è un ottimo antidoto l’uso
del postmarxismo latinoamericano (Quijano, Oliveira, Gago) per mostrare come la
marginalità sia interna al capitalismo, e non “fuori”.
> È vero che il capitale non sfrutta soltanto i lavoratori a contratto, ma anche
> – e spesso in forma più brutale – chi vive di lavoro domestico, informale,
> autonomo dipendente, agricolo, migrante.
Ma non si può imputare a Marx questa operazione metonimica. C’è un brano del
capitolo terzo dell’Introduzione a Per la critica dell’economia politica del
1857, in cui Marx chiarisce perché ritiene che le categorie dell’economia
politica vadano costruite prendendo come riferimento la società borghese “più
sviluppata”, dove il rapporto di capitale si presenta nella sua forma più pura.
Il lavoro salariato è centrale non perché Marx scambi il salario per “il lavoro
in generale”, ma perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro,
quella in cui il plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno
a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti in quanto modo di produzione
dominante. Si fa, insomma, centro di un’articolazione sociale complessiva (che
aspira a essere globale) che rende periferica. E se Marx parla di sopravvivenze,
ne parla in termini di coesistenza di rapporti di produzione che pure erano
presenti nelle epoche precedenti. Scrive nell’Introduzione del 1857:
> Il lavoro si presenta come una categoria del tutto semplice. Anche la
> rappresentazione di esso in questa universalità ‒ come lavoro in generale ‒ è
> assai antica. Tuttavia, concepito dal punto di vista economico in questa
> semplicità, “lavoro” è, appunto, una categoria moderna, così come lo sono i
> rapporti, che generano questa semplice astrazione. Il sistema monetario, ad
> es., pone la ricchezza ancora del tutto obiettivamente, come cosa (Sache) al
> di fuori di sé, nel denaro. […] L’indifferenza verso il lavoro determinato
> corrisponde ad una forma sociale, in cui gli individui facilmente passano da
> un lavoro ad un altro e per i quali il tipo determinato di lavoro è qualcosa
> di casuale, di indifferente. Qui, il lavoro non è divenuto solo come categoria
> della mente, ma proprio nella realtà il medio per la creazione della ricchezza
> in generale […]. La più semplice astrazione, dunque, che l’economia moderna
> porta all’apice – ma che, contemporaneamente, esprime un rapporto assai antico
> e valido per tutte le forme sociali – si presenta, solo in questa astrazione,
> come praticamente vero in quanto categoria della più moderna società.
Nel Capitolo sesto inedito Marx usa la coppia sussunzione formale/reale
esattamente per pensare come e quanto lavoro artigiano, contadino, domestico
venga inglobato dal capitale: non tanto e non solo due “epoche storiche”
astratte che si susseguono, ma delle fasi reali che in tempi diversi della
storia sono attraversate diversamente da punti differenti del capitalismo come
sistema-mondo. E anche in rapporto alla questione del lavoro riproduttivo, la
posizione di Marx ed Engels è chiara nel Capitolo secondo di L’ideologia tedesca
e in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Le
critiche femministe, in particolare i lavori di Silvia Federici e Maria Rosa
Dalla Costa, hanno mostrato quanto poco la tradizione marxista abbia fatto,
storicamente, di questi spunti. Ma come si vede anche nell’Introduzione del
1857, per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma
perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, quella in cui il
plusvalore si produce come capitale, e che riorganizza intorno a sé l’interezza
dei rapporti economici circostanti:
> In tutte le forme di società vi è una determinata produzione ed i suoi
> rapporti, che assegnano rango ed influenza a tutte le altre [produzioni] ed a
> tutti gli altri rapporti. Si tratta di una generale lucentezza, che investe
> tutti gli altri colori e da cui essi vengono modificati nella loro
> particolarità. Si tratta di un etere particolare, che determina il peso
> specifico di ogni esistenza, che in esso assume rilievo.
Nell’apparente lacunosità dei testi marxiani ed engelsiani non si tratta di
svalutare moralmente o eticamente delle forme lavorative non salariali o i
soggetti a cui storicamente vengono assegnate, e vale lo stesso per la categoria
spesso strumentalizzata (specialmente da quei soggetti politici che propongono
improbabili ponti tra marxismo e nazionalismo) di “esercito industriale di
riserva”. Si tratta di collocarli in un sistema nel quale i rapporti sociali si
rarefanno man mano che ci si allontana dal centro, e in cui la periferia
restituisce al centro la cruda realtà della sua ineguaglianza strutturale: non
etica, ma economica e materiale. Più proficuo, da questo punto di vista, è
confrontarsi invece con i teorici che De Stavola prende a riferimento “da sud” e
in particolare proprio sul ruolo assunto dal cosiddetto esercito industriale di
riserva.
> Aníbal Quijano e José Nun sono i principali teorici di questa corrente della
> marginalità. Mentre per Nun, nelle economie dipendenti dell’America Latina la
> problematica era rappresentata dall’assorbimento inefficiente della forza
> lavoro, che risultava in una massa marginale di popolazione, anziché
> nell’esercito industriale di riserva presente nelle economie centrali, per
> Quijano lo schema centro-periferia si applica anche internamente: il “polo
> marginale” e il “nucleo centrale” sono due sistemi interdipendenti. In altre
> parole, egli afferma che “il sistema nel suo complesso non può essere definito
> solo da uno di essi, ma come una relazione di dominio tra due livelli di
> attività e relazioni economiche”. Quijano riconduce i meccanismi di
> marginalizzazione a due condizioni sistemiche di sviluppo periferico:
> l’industrializzazione dipendente, che riduce la quantità di manodopera
> necessaria e marginalizza i settori economici preesistenti che non hanno le
> risorse per accedere alla competizione tecnologica; l’impossibilità per
> alcuni/e lavoratori e lavoratrici di trovare impiego nelle relazioni
> egemoniche a causa della crescita demografica.
C’è l’occasione, su passi come questo, di rileggere le categorie marxiane nella
loro complessità originaria, e sul piano della materialità storica, e non
attraverso le formule astratte che sono state tramandate da letture di partito
(o di Stato) distorte. È in gioco qui l’immagine monolitica del capitalismo
tramandata dal boom economico e dalla guerra fredda, e dai teorici che hanno
provato a leggere il capitalismo come totalità e come univocità (fra le altre
cose usando diadi come “sussunzione formale/reale” in quanto semplici fasi
storiche distinte e non come articolazioni di un processo che si dà per
temporalità multiple), e che non appartiene a Marx.
> Per Marx il lavoro salariato è centrale non per capriccio patriarcale, ma
> perché è la forma specificamente capitalistica del lavoro, che riorganizza
> intorno a sé l’interezza dei rapporti economici circostanti.
È proprio l’eccedenza di forza-lavoro a generare un “esercito industriale di
riserva”, o una “massa marginale”, che viene certamente riassorbita in modo più
efficiente dal centro del sistema e meno dalla sua periferia, proprio per la
coesistenza di gradi differenti di sviluppo, e che peraltro è alla base della
maggior parte dei fenomeni migratori. Ma quello che emerge, risalendo questo
sguardo da sud a nord, non è la cristallina operatività rettilinea del
capitalismo nord-occidentale, semmai il suo scacco e il suo fallimento
strutturale – a nord come a sud – e l’inefficienza necessaria alla sua base che
ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica.
I Quaderni antropologici di Marx, certamente noti ad alcuni degli autori presi a
riferimento da De Stavola (Echeverría, Garcia Linera, Dussel), a partire dalla
loro pubblicazione molto tarda (e ostracizzata dallo stalinismo) restituivano a
Marx una pluridimensionalità della storia globale, riconfigurando completamente
il dibattito rispetto a un’idea di Marx coloniale ed eurocentrica. Ma anche
senza affidarsi a testi marxiani meno noti, da più di un secolo ormai è pacifico
per qualunque frangia delle riflessioni teoriche che si sono sviluppate dentro,
a fianco o tra il marxismo e l’anarchismo, che la stessa Rivoluzione d’Ottobre
avviene nel contesto di un capitalismo periferico, senza dubbio con capitali,
mezzi, proporzioni minori e con una struttura evidentemente diversa rispetto
alle punte più avanzate del capitalismo dell’Occidente europeo.
Più tardi, Trockij metterà a punto il concetto di “sviluppo combinato e
diseguale” per descrivere la compresenza, nello stesso spazio sociale, di
elementi “arretrati” e “avanzati”: fabbriche moderne accanto a villaggi
semifeudali, telefoni e treni insieme a rapporti di lavoro precapitalistici. È
la categoria che Trockij usa proprio per descrivere le temporalità multiple che
abitano lo spazio globale del capitalismo e la necessità strutturale di questi
differenziali. È una categoria intrinsecamente politica: indica il modo in cui
capitale e Stati organizzano intenzionalmente la coesistenza di livelli diversi
di sviluppo per alimentare la propria accumulazione.
Il capitalismo di piattaforma che si appoggia sull’eterogeneità
storico-strutturale descritta da De Stavola – Rappi che usa l’“habitus
dell’arrangiarsi”, il polo marginale come serbatoio just-in-time – è un esempio
quasi scolastico di questa gestione politicamente comandata della
diseguaglianza. La dialettica, insomma, che anima il centro e la periferia, e
anche il ventaglio di possibilità politica che si apre in territori a differenti
condizioni di sviluppo capitalistico. E d’altronde, se di congiunture
rivoluzionarie se ne presentano più spesso, e sempre più frequentemente, più
ancora nel sud globale che nel nord, è forse proprio perché ciò che si presenta
in purezza al centro, si presenta in durezza in periferia.
> Quello che emerge, risalendo questo sguardo da sud a nord, non è la
> cristallina operatività del capitalismo nord-occidentale, semmai il suo
> fallimento strutturale, che ne comporta l’instabilità e la crisi ciclica.
È il punto su cui teorie della dipendenza, teorie del sistema-mondo e marxismo
classico convergono, e sul quale mi pare interessante collocarsi. La periferia,
in questa lettura anche dei testi più classici, non è una fase da superare ma un
luogo in cui il capitalismo mondiale combina tempi e condizioni diverse; un
ritardo se considerato nei termini delle condizioni di sviluppo capitalistico –
necessarie dal punto di vista storico solo nella misura della logica di causa ed
effetto, e non in rapporto alla necessità di manifestarsi a un certo punto della
storia – ma nei fatti un laboratorio in cui la norma è proprio la coesistenza di
un “centro del sistema” (il rapporto salariale) con elementi che vengono
riorganizzati intorno a esso e che sono fondanti per la sua stessa esistenza.
A questo tentativo di decentramento del lavoro salariato si lega un altro tema
classico del dibattito postmarxista, ovvero la messa in discussione della legge
marxiana del valore in base al quadro che emerge dall’osservazione sociologica.
Nel solco di una letteratura teorica consolidata, De Stavola insiste non solo
sul fatto che forme come il cottimo, il lavoro informale, le economie popolari
sfuggirebbero al modello centrato sul salario, ma che la loro crescente
centralità metterebbe in discussione l’idea stessa che il tempo di lavoro
socialmente necessario misuri il valore. È il tema, ormai storico, della “crisi
della legge del valore” di fronte all’emersione della dimensione del general
intellect e della cooperazione sociale diffusa, delle forme contemporanee del
lavoro cognitivo, del lavoro domestico e di cura, nelle loro varianti retribuite
e non, salariali e a cottimo.
Già nel Capitale, il cottimo – se appare in una certa misura come un residuo
precapitalistico – non appare di sicuro come un’anomalia, ma come una forma del
salario a tempo, particolarmente adatta a intensificare il lavoro e ad allungare
la giornata lavorativa. La figura dell’operaio pagato “a pezzo”, o “a corsa”, è
esattamente quella in cui il capitale ha il massimo interesse a presentare come
libera impresa individuale un rapporto di subordinazione stretto. Non c’è niente
di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene pagato a
consegna. E abbiamo già visto come nell’Introduzione del 1857 Marx argomenti la
centralità del lavoro salariato nella mescolanza di forme diverse di rapporti di
produzione. E quando affronta la questione del salario, sarà chiarissimo nel
dire che ciò che viene comprato non è “il lavoro” ma la forza-lavoro, e che il
modo di pagarlo (tempo, pezzo, provvigione) non cambia la natura del rapporto
sociale, e quale sia la forma del rapporto sociale che permette effettivamente
accumulazione di capitale “ordinando” le altre.
Non si tratta di sostenere che Marx abbia già detto tutto del capitalismo delle
piattaforme, bensì quale posizione la categoria di “lavoro” inteso come lavoro
salariato occupa nel processo complessivo di valorizzazione. Sarebbe piuttosto
da sottolineare un aspetto che è parzialmente presente sia nella letteratura
postoperaista, sia in quella riguardante il capitalismo di piattaforma, sia
nella letteratura latinoamericana sui conflitti sociali e sindacali, e che nel
volume di De Stavola assume un solido rilievo: il carattere di tendenza alla
concentrazione monopolistica che è strutturale e fondante del capitalismo di
piattaforma.
> Non c’è niente di più ottocentesco del rider che usa il proprio mezzo e viene
> pagato a consegna. La svolta neoliberista si può leggere come una
> “riottocentizzazione” dei rapporti di classe.
In dialettica con il volume di De Stavola e con il dibattito attuale, sarebbe
utile inoltre leggere la svolta neoliberista, con David Harvey e molta
storiografia critica, come una “riottocentizzazione” dei rapporti di classe:
smantellamento di welfare e tutele contrattuali, ritorno del cottimo,
esternalizzazione dei rischi, precarietà strutturale, ora gestiti con tecnologie
contemporanee, e che fatta eccezione per la parentesi del “boom economico” (per
dirla con Giovanni Arrighi, il momento di passaggio all’egemonia statunitense)
hanno costituito la normalità dei rapporti di lavoro sotto il capitalismo. Il
lavoro di piattaforma, come mostra De Stavola, è una delle forme più chiare di
questo ritorno. La crisi del 2008, la pandemia e la nuova fase di conflitti
interimperialistici (Ucraina, Medio Oriente, operazioni aggressive in America
Latina e altrove) segnalano una crisi di egemonia del neoliberismo: molte sue
politiche restano, ma si combinano sempre più con strumenti apertamente statali
e logiche “classiche” di dominio imperialista. Una fase di transizione in cui la
gestione capitalistica torna senza veli ai suoi meccanismi storici di base:
sovrasfruttamento.
Contestare certi presupposti dell’approccio operaista postmarxista che sottostà
al lavoro di De Stavola non è esercizio puramente filologico. Le conseguenze
sono sul terreno dell’organizzazione di classe. De Stavola registra l’emergere
di nuove forme di conflitto: collettivi informali, reti di rider, gruppi
WhatsApp, sindacati di settore come l’Unión nacional de trabajadores por
aplicación (UNTA) in Messico. Cita la letteratura sui paros internazionali dei
rider, le reti transnazionali che hanno coordinato scioperi in vari Paesi
dell’America Latina, i report che mostrano come la conflittualità nelle
piattaforme di delivery sia alta nonostante le condizioni sfavorevoli.
Il quadro che ne esce, soprattutto se si incrocia con i lavori di Joel Ortega
Erreguerena e di Vera Trappmann (et al.), è la conferma della crisi del
sindacalismo di massa del secondo Novecento, nel cui spazio si sviluppa una
costellazione ibrida di attori. Ci sono collettivi radicali che agiscono nelle
piazze e sui social, sindacati nuovi che sperimentano forme di democrazia
interna, vecchie confederazioni che in alcuni casi provano a rappresentare il
settore, reti transnazionali che usano Telegram e Twitter per coordinare
scioperi globali.
De Stavola descrive bene questa barocca pluralità, e non indulge nel culto
romantico della “rete informale” come forma superiore di organizzazione. Va fino
in fondo nel leggere l’ambivalenza di queste forme, tra lo sviluppo di forme di
solidarietà e politicizzazione di massa che talvolta possono anche rimanere a
livello di mutuo aiuto e rassegnazione, senza risparmiare di far emergere le
voci che nominano esplicitamente la corruzione delle dirigenze sindacali. La
crisi del sindacato di massa viene però assunta, come spesso accade, non solo
come dato di fatto e punto di partenza, ma come irreversibile.
Da questa posizione viene indicata la necessità di “nuove forme di
organizzazione politica”, di rappresentanza che sappia parlare a un proletariato
frammentato, di istituzioni che vadano oltre il sindacato fordista – pur non
opponendosi all’intervento e all’azione rappresentativa dei sindacati di massa
(anzi: diagnosticando favorevolmente la loro presenza in queste “reti”). È un
tema, anche questo, evidentemente ricorrente nel dibattito politico
internazionale degli ultimi anni, e di fatto una diagnostica simile emerge in Né
orizzontale né verticale (2025), nel quale l’autore, Rodrigo Nunes, si colloca
cautelativamente più nel campo di un’analitica generale delle forme di
organizzazione politica, che non nell’ambito di una proposta strutturata e
operativa del loro sviluppo effettivo.
> Non si può che cogliere l’invito all’immergersi nel vivo delle lotte
> transnazionali a partire dal dato di fatto che un’articolazione plurale tra
> sindacati di massa e soluzioni organizzative informali esiste nel concreto.
Il punto non è rimpiangere un passato che non torna, ma registrare
un’asimmetria. L’analisi è molto fine nel mappare le forme di conflitto che
effettivamente esistono. Resta sul piatto una questione che in Nunes, per
esempio, è nominata esplicitamente anche se non risolta, ovvero la scalabilità
quantitativa delle forme organizzative e dei risultati che conseguono, cioè il
livello di generalità delle forme di organizzazione politica di cui la classe ha
ancora bisogno: organizzazione di massa, unità transnazionale, capacità di
negoziare e imporre norme, rapporto con lo Stato. Naturalmente, A Sud della
piattaforma è un testo di sociologia militante e non una proposta organizzativa.
E da questo punto di vista la risposta può essere soltanto cogliere l’invito
all’immergersi nel vivo delle lotte transnazionali a partire dal dato di fatto
che un’articolazione plurale tra sindacati di massa e soluzioni organizzative
informali o di base esiste nel concreto.
E in questo senso è estremamente istruttivo leggere o ascoltare direttamente le
dichiarazioni del segretario generale di UNTA, Sergio Guerrero che rivendicano
apertamente la via sindacale, legale e conflittuale per imporre il
riconoscimento pieno dei diritti dei rider. E che implicitamente rimettono in
campo – sollevando la questione di chi paga chi, quanto e per quante ore e in
che modo – precisamente la nozione che proprio la legge d’acciaio del
valore-lavoro è ancora in piedi. E tutto sommato, il punto di caduta delle lotte
messicane – la riforma del 2024 della Ley federal del trabajo (LFT) – non è
troppo diverso dagli esiti delle lotte in Italia o in Spagna. Tunc autem, facie
ad faciem.
Non è poco, direttamente o indirettamente, rimettere sul tavolo questi nodi
teorici e pratici. Tra i vari, che cosa è stato distorto del marxismo in letture
congiunturali o in mala fede avvenute sul suolo europeo o statunitense, e che
cosa rischia di essere buttato via per questo motivo. A Sud della piattaforma è
uno strumento prezioso per capire come il capitale opera oggi sulle periferie
urbane del sud globale, specialmente quando resta vicino al terreno – le
biografie dei rider, la materialità del lavoro, le forme di controllo tramite
app, l’intreccio delle economie popolari con la logistica globale. Con uno
sguardo obliquo e decentrato dal centro del sistema e dal nord del mondo, ci
restituisce da sud – come in uno specchio – la stessa matrice della condizione
dei lavoratori del settore. De te fabula narratur. E proprio in questo senso
mostra che il capitalismo di piattaforma non è un nuovo orizzonte del
capitalismo, ma un modo sofisticato di continuare a compiere le proprie
operazioni: catturare lavoro vivo, formalizzare informalità, trasformare
l’arrangiarsi in ingranaggio della valorizzazione.
L'articolo Risalire la piattaforma proviene da Il Tascabile.
Q uattro professori di mezza età, esausti e un po’ spenti, siedono intorno a un
tavolo di ristorante. Uno di loro introduce una tesi dello psichiatra norvegese
Finn Skårderud: l’essere umano nasce con un deficit alcolico dello 0,05%. Il
sangue, in altre parole, avrebbe bisogno di una piccola quota costante di alcol
per funzionare al meglio.
È la scena d’apertura di Un altro giro, film del regista danese Thomas
Vinterberg del 2020. La tesi è pseudoscientifica – Skårderud ha poi precisato di
averla formulata solo come metafora in una prefazione – ma al film non interessa
smontarla. La prende sul serio quel tanto che basta a trasformarla in un
esperimento esistenziale. I quattro professori cominciano a bere poco, poi
sempre di più, nel tentativo di incrinare il torpore che sembra essersi
depositato sulle loro vite adulte: le lezioni ripetute per inerzia, i matrimoni
esausti, la sensazione di essersi allontanati non tanto dalla felicità quanto
dall’intensità. L’alcol, nel film, non appare soltanto come una sostanza.
Assomiglia piuttosto a una tecnologia della sospensione: qualcosa capace di
allentare temporaneamente il peso della coscienza ordinaria.
Per capire perché oggi l’alcol abbia un ruolo così ingombrante nelle nostre
vite, tanto da dominare buona parte delle occorrenze sociali, bisogna fare un
passo indietro di circa dieci milioni di anni.
Scimmie ubriache
Molto prima delle anfore e dei brindisi, le foreste tropicali erano già sature
di fermentazione: frutti troppo maturi caduti a terra, zuccheri degradati dai
lieviti e insetti attratti dall’odore dolciastro dell’etanolo. Lo studio “The
evolutionary ecology of ethanol”, pubblicato nel 2024, descrive la fermentazione
degli zuccheri da parte dei lieviti come un fenomeno strutturale degli
ecosistemi ricchi di frutta, non un incidente biochimico marginale. Piante,
lieviti, insetti e mammiferi si sono coevoluti intorno all’etanolo per milioni
di anni, sviluppando strategie per sfruttarlo, tollerarlo o evitarlo. Il consumo
di alcol, in questa prospettiva, non appare più come una deviazione culturale
comparsa tardi nella storia umana, ma come parte del paesaggio biologico dentro
cui si sono evoluti i primati.
> Già nelle foreste dei nostri antenati primati, i lieviti degradavano gli
> zuccheri presenti nei frutti troppo maturi producendo etanolo, una traccia
> olfattiva che segnalava la presenza di cibo calorico e facilmente
> assimilabile.
È su questo sfondo che il biologo evoluzionista Robert Dudley ha formulato la
cosiddetta drunken monkey hypothesis (ipotesi della scimmia ubriaca). Nelle
foreste pluviali frequentate dai nostri antenati primati, i lieviti degradavano
gli zuccheri presenti nei frutti troppo maturi producendo etanolo. La sua
volatilità permetteva all’odore della fermentazione di disperdersi rapidamente
nell’aria: una traccia olfattiva che segnalava la presenza di cibo calorico e
facilmente assimilabile. Gli individui più attratti da quell’odore (e più capaci
di tollerarne gli effetti) godevano dunque di un vantaggio adattativo reale.
Negli anni alcune ricerche hanno fornito indizi biologici coerenti con questa
prospettiva. Nel 2014, un gruppo di ricerca guidato da Matthew Carrigan ha
aggiunto un tassello importante alla questione. Attraverso la ricostruzione in
laboratorio dell’enzima ADH4, coinvolto nella metabolizzazione dell’alcol, i
ricercatori hanno dimostrato che l’antenato comune di uomini, scimpanzé e
gorilla sviluppò circa dieci milioni di anni fa una mutazione genetica che
rendeva molto più efficiente il metabolismo dell’etanolo. La mutazione comparve
proprio nel momento in cui alcuni primati iniziarono a trascorrere più tempo a
terra, dove i frutti fermentati erano più facilmente accessibili: una
coincidenza che, per Dudley e Carrigan, non è affatto casuale. Non abbiamo
iniziato a bere perché abbiamo scoperto la fermentazione. Eravamo già attrezzati
per farlo molto prima di aver inventato qualsiasi anfora.
> Secondo Edward Slingerland l’ebbrezza non ha accompagnato la civiltà umana
> soltanto come effetto collaterale della fermentazione, ma come una vera e
> propria tecnologia sociale.
La drunken monkey hypothesis spiega bene l’origine della nostra attrazione per
l’etanolo, ma lascia aperta una domanda più difficile: perché gli esseri umani
continuano a cercare deliberatamente l’ebbrezza anche quando non hanno più
bisogno di seguire l’odore della frutta fermentata per sopravvivere? È da qui
che parte Edward Slingerland, filosofo e sinologo autore di Sbronzi. Come
abbiamo bevuto, danzato e barcollato sulla strada della civiltà (2022). La sua
tesi è che l’ebbrezza non abbia accompagnato la civiltà umana soltanto come
effetto collaterale della fermentazione, ma come una vera e propria tecnologia
sociale.
La birra prima del pane?
Siamo nel 9500 avanti Cristo, nell’attuale Turchia sudorientale. Su un altopiano
battuto dal vento, gruppi di cacciatori-raccoglitori stanno costruendo qualcosa
di straordinario: enormi pilastri in pietra decorati con bassorilievi di
animali, alcuni del peso di decine di tonnellate. Göbekli Tepe (“collina
panciuta” in turco) è oggi considerato il più antico sito monumentale del mondo,
e precede di millenni l’invenzione dell’agricoltura stanziale. Resta da capire
come società ancora nomadi siano riuscite a coordinare un’impresa simile.
Una delle ipotesi più affascinanti, e più discusse, è che a tenerle insieme
fosse la birra. Analisi chimiche sui recipienti rinvenuti nel sito hanno
individuato tracce compatibili con la produzione di bevande fermentate. L’idea,
ripresa anche da Slingerland, è che banchetti rituali abbiano preceduto, e forse
incentivato, la transizione all’agricoltura: non avremmo iniziato a coltivare
cereali soltanto per produrre pane, ma anche per garantire scorte sufficienti di
birra.
> Edward Slingerland capovolge la narrazione secondo cui l’alcol sarebbe un
> sottoprodotto accidentale della civiltà, suggerendo che esista una connessione
> ricorrente tra la produzione di alcolici e la nascita delle grandi civiltà.
La tesi è volutamente provocatoria, ma ha il merito di capovolgere una
narrazione molto radicata: quella secondo cui l’alcol sarebbe soltanto un
sottoprodotto accidentale della civiltà. Al contrario, come osserva Slingerland,
esiste una connessione ricorrente tra la produzione centralizzata di alcolici e
la nascita delle grandi civiltà del mondo antico. In Mesopotamia, in Egitto, in
Cina o nell’America precolombiana le bevande fermentate erano insieme alimento,
rituale religioso e strumento politico. Non semplici piaceri accessori, ma
tecnologie di coesione sociale.
Vulnerabili insieme
Ma perché l’alcol funziona così bene come collante sociale? La risposta passa
anche per la neurobiologia. L’alcol agisce sulla corteccia prefrontale, la parte
evolutivamente più recente del cervello umano: quella coinvolta nel controllo
esecutivo, nella valutazione del rischio, nell’automonitoraggio. In altre
parole, allenta temporaneamente alcuni dei meccanismi cognitivi che ci rendono
guardinghi, ipervigili, troppo consapevoli di noi stessi. Non ci rende stupidi o
inabili (almeno non subito) ma meno diffidenti, più inclini all’esposizione
emotiva, più disposti a interpretare con benevolenza le intenzioni altrui. È
questo che Edward Slingerland descrive come una “stretta di mano chimica”: bere
insieme significa entrare volontariamente in uno stato di vulnerabilità
reciproca, inviando un segnale credibile di fiducia.
Secondo Slingerland, il temporaneo “disarmo” della corteccia prefrontale avrebbe
offerto vantaggi evolutivi importanti. Non solo perché facilita la cooperazione
tra estranei, ma anche perché riduce lo stress sociale e allenta il pensiero
rigidamente analitico, favorendo creatività, improvvisazione e coesione di
gruppo. In questa prospettiva, l’ebbrezza non sarebbe un semplice effetto
collaterale della civiltà, ma uno degli strumenti che hanno permesso a primati
naturalmente sospettosi e territoriali di vivere insieme in comunità sempre più
numerose e complesse.
> L’alcol agisce sulla corteccia prefrontale, la parte del cervello umano
> coinvolta nell’autocontrollo e nella valutazione del rischio. Questo potrebbe
> aver avuto un ruolo nella riduzione dello stress sociale e aver favorito
> creatività, improvvisazione e coesione di gruppo.
Eppure, se l’alcol agisse semplicemente come un disinibitore universale, gli
esseri umani da ubriachi dovrebbero comportarsi più o meno tutti allo stesso
modo. È l’osservazione da cui partono Craig MacAndrew e Robert Edgerton in
Drunken Comportment: A Social Explanation (1969), uno dei testi più influenti
sull’antropologia dell’ebbrezza. Studiando società molto diverse tra loro, i due
autori notarono che il comportamento degli ubriachi varia radicalmente a seconda
del contesto culturale: in alcune società l’ubriachezza favorisce aggressività e
violenza, in altre malinconia, ritualità o persino compostezza cerimoniale.
La loro intuizione coglie un punto fondamentale. L’alcol modifica davvero alcuni
processi cognitivi – agisce sulla valutazione del rischio, sull’autocontrollo,
sulla percezione dei segnali sociali – ma ciò che emerge da quella modificazione
dipende profondamente dal contesto culturale. L’alcol, insomma, non crea
comportamenti dal nulla: abbassa alcune soglie cognitive e sociali, lasciando
emergere ciò che una determinata cultura considera possibile, tollerabile o
persino desiderabile.
Il tempo sospeso
È questo che MacAndrew ed Edgerton chiamano time out: un intervallo socialmente
autorizzato in cui le regole ordinarie vengono temporaneamente allentate. Non
abolite (esiste sempre una “clausola dei limiti”, come la definiscono i due
antropologi), ma sospese quel tanto che basta a permettere forme di
comportamento normalmente inibite. Dentro questo spazio liminale diventano
possibili la confidenza tra estranei, la confessione inattesa, il contatto
fisico tra persone che di solito mantengono le distanze.
In questo senso l’ubriachezza assomiglia molto allo spazio della festa descritto
da Michail Bachtin: una parentesi temporanea in cui le gerarchie si attenuano, i
codici si rilassano e la vita quotidiana perde per qualche ora la propria
rigidità. Per questo il bere collettivo accompagna così spesso carnevali,
banchetti rituali e notti di festa. L’alcol non produce semplicemente euforia:
contribuisce a creare una particolare percezione del tempo sociale.
> Nella storia della letteratura, e non solo, l’astemio appare spesso come una
> figura estranea al sistema implicito di fiducia costruito intorno al bere:
> qualcuno di opaco, difficile da decifrare, talvolta apertamente inquietante.
Il sociologo Joseph Gusfield ritrovava qualcosa di simile nei rituali del
“drinking time”, quei momenti socialmente codificati, come l’aperitivo
contemporaneo, che segnano il passaggio dal tempo del lavoro al tempo dello
svago, dalla gerarchia dell’ufficio alla socialità del bancone. Il primo
bicchiere segnala già un cambio di regime.
Bere al proprio posto
Bere non serve soltanto a sospendere temporaneamente le regole ordinarie.
Storicamente ha funzionato anche come una vera e propria grammatica sociale:
organizza gerarchie, definisce appartenenze, stabilisce chi è dentro e chi è
fuori.
Nell’antica Roma la qualità del vino servito rifletteva rigidamente la posizione
sociale del bevitore: il Falerno per l’élite, la posca e i vini adulterati per
schiavi e liberti. Bere insieme significava anche riconoscersi reciprocamente
dentro un ordine condiviso.
È una logica che riaffiora anche nella Parigi di Maigret costruita da Georges
Simenon. Come ha osservato l’antropologa Lisa Anne Gurr, nei romanzi di Simenon
le bevande funzionano quasi come marcatori sociali automatici: gli operai bevono
vino rosso, la piccola borghesia birra e cognac, l’alta borghesia champagne,
armagnac e tè. Anche il genere contribuisce a organizzare questa geografia
alcolica: gli uomini bevono, le donne molto meno, e quando consumano alcol
vengono spesso associate a marginalità, disordine o ambiguità morale. L’astemio,
invece, appare spesso come una figura estranea al sistema implicito di fiducia
costruito intorno al bere: qualcuno di opaco, difficile da decifrare, talvolta
apertamente inquietante.
> La civiltà contadina europea aveva con l’alcol un rapporto molto diverso dal
> nostro. Il vino leggero o annacquato accompagnava il lavoro nei campi, i
> pasti, i ritmi stagionali della vita contadina, perfino l’infanzia.
Anche le taverne popolari studiate dallo storico Thomas Brennan nella Parigi del
Settecento erano molto più che luoghi di consumo: spazi in cui si negoziavano
alleanze, reputazione, solidarietà e conflitti. L’alcol, insomma, non
accompagnava semplicemente la vita sociale. Contribuiva a organizzarla.
Il lato oscuro di Dioniso
Dipendenze, incidenti, patologie epatiche, violenza: i danni dell’alcol sono
noti, ed esiste una nutrita letteratura che li esplora a fondo. Si calcola che
il consumo di sostanze alcoliche sia responsabile di circa 2,6 milioni di morti
ogni anno, di cui 400.000 imputabili a tumori, e che rappresenti il 5,1% del
carico globale di malattia (DALY). La IARC (International Agency for Research on
Cancer) classifica le bevande alcoliche come cancerogeno di gruppo 1 dal 1988.
Il meccanismo è noto: l’etanolo viene metabolizzato in acetaldeide, anch’essa
cancerogena, che danneggia il DNA. Nel gennaio del 2023 l’Organizzazione
mondiale della sanità ha riconosciuto che il rischio oncologico cresce con la
quantità ma ha dichiarato che non esiste una soglia sotto la quale sia nullo.
Ma guardare all’alcol soltanto come a una sostanza patologica rischia di rendere
incomprensibile la sua persistenza quasi universale nella storia umana. Le
società non hanno semplicemente “bevuto”. Hanno incorporato l’alcol dentro forme
di vita molto diverse tra loro, attribuendogli funzioni, significati e spazi
sociali variabili. La civiltà contadina europea, per esempio, aveva con il vino
un rapporto molto diverso dal nostro. Il vino leggero o annacquato accompagnava
il lavoro nei campi, i pasti, i ritmi stagionali della vita contadina, perfino
l’infanzia. Non era separato dalla vita ordinaria come sostanza eccezionale
dedicata all’ebbrezza, ma integrato nella continuità materiale della comunità.
In Il pane selvaggio (1980, il grande affresco di Piero Camporesi dedicato alla
cultura alimentare popolare tra Medioevo ed età moderna) fermentazione, fame,
ebbrezza e nutrimento appartengono allo stesso paesaggio corporeo e sociale: un
mondo in cui il confine tra alimentazione, alterazione dei sensi e sopravvivenza
è molto meno netto di quanto sia diventato nella modernità urbana. È la
modernità industriale a trasformare progressivamente questo rapporto. L’alcol si
separa dai rituali relativamente stabili che lo contenevano e gli davano
significato, e diventa sempre più spesso compensazione privata, anestesia,
automedicazione diffusa.
Nell’Inghilterra preindustriale del Settecento il gin invade i quartieri operai
di Londra come un sedativo a basso costo: ubriaca, stordisce, attenua per
qualche ora la durezza della vita urbana e del lavoro salariato. Due secoli
dopo, nei sobborghi americani del dopoguerra, il bere domestico femminile
convive con il consumo crescente di tranquillanti e sedativi prescritti: non più
rito collettivo, ma gestione silenziosa dell’ansia, della solitudine e
dell’oppressione quotidiana.
> Negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando: si beve meno, soprattutto tra i più
> giovani. Perfino dentro culture storicamente legate all’eccesso compaiono
> forme sempre più compatibili con il monitoraggio del corpo, il benessere e la
> funzionalità del giorno dopo.
Cambiano le epoche e cambiano le sostanze, ma ritorna la stessa intuizione
elementare: modificare temporaneamente la coscienza può rendere più sopportabile
ciò che altrimenti rischierebbe di diventare insostenibile.
Un nuovo puritanesimo?
La storia moderna dell’alcol sembra oscillare continuamente tra due poli: da un
lato lubrificante sociale, dall’altro sostanza da controllare, medicalizzare,
neutralizzare. Negli ultimi anni, almeno in una parte dell’Occidente urbano, si
ha però l’impressione che qualcosa stia cambiando ulteriormente. Si beve meno, o
almeno così suggeriscono diverse ricerche, ma soprattutto sembra cambiare il
rapporto con la perdita di controllo. Perfino dentro culture nate storicamente
intorno all’eccesso, come quella del clubbing o del rave, compaiono forme sempre
più compatibili con il monitoraggio del corpo, il benessere e la funzionalità
del giorno dopo.
Come osserva Edward Slingerland, nel rapporto contemporaneo con l’alcol sembra
essersi imposto progressivamente un lessico sempre più medicale. Il corpo viene
trattato come un progetto manageriale permanente da ottimizzare: sonno,
idratazione, variabilità della frequenza cardiaca, livelli di cortisolo. Dentro
questo paradigma, l’ebbrezza appare quasi scandalosa non perché immorale, ma
perché improduttiva. Implica perdita di controllo, spreco, rallentamento,
vulnerabilità e opacità.
Eppure il punto centrale del rapporto umano con l’alcol non è mai stato soltanto
la sostanza in sé. L’alcol è una tecnologia bio-sociale: modifica processi
cognitivi reali, ma ciò che emerge da quell’alterazione è sempre stato plasmato
da rituali, contesti e aspettative collettive. È forse per questo che accompagna
l’umanità praticamente da sempre: non solo perché produce piacere, ma perché gli
esseri umani hanno imparato a usarlo per costruire forme temporanee di fiducia,
sospensione e vita comune.
Viene allora da chiedersi cosa accada a una società quando gli spazi
culturalmente autorizzati del time out iniziano a restringersi o a essere
percepiti soprattutto come rischio da gestire. La risposta che Slingerland
lascia intravedere è che quei bisogni non spariscono. Tendono piuttosto a
riemergere altrove: droghe ricreative, social media trasformati in macchine di
stimolazione dopaminergica continua, forme di immersione compulsiva. Esperienze
di alterazione spesso meno rituali, meno collettive e non necessariamente più
sicure dell’ubriachezza tradizionale.
Dioniso non è mai scomparso. Si è solo spostato sugli schermi, nelle cuffie,
nelle capsule che promettono euforia senza postumi. Resta da capire se
un’alterazione vissuta in solitudine possa davvero sostituire l’esigenza sociale
che portava le persone a ubriacarsi intorno a un fuoco.
L'articolo Perché beviamo proviene da Il Tascabile.
C alifornia suburbana, proletaria. Acciaierie, ferrovie, autostrade. Una camicia
di flanella da boscaiolo. Baffi folti e arruffati. Lo scorso 10 marzo
l’eccentrico marxista Mike Davis avrebbe compiuto ottant’anni. La sua è una di
quelle vite che sembrano uscite da un romanzo. A sedici anni muore il padre. Per
vivere si arrangia come macellaio, camionista, muratore. Inizia quindi
l’attivismo politico che non abbandonerà mai. In mezzo, alcool, macchine rubate
e corse clandestine. Una di queste gli costa un grave incidente e una cicatrice
di trenta centimetri.
Poi arriva l’incontro della vita, un amore a prima vista: Marx (altro che Martin
Eden). Quasi trentenne torna all’università e completa gli studi. Più tardi
otterrà una cattedra alla University of California. Nel frattempo cinque
matrimoni e venti libri tradotti in tutto il mondo – tra cui i celebri City of
Quartz, Ecology of Fear, Late Victorian Holocaust. Poco prima di morire
confessa, tra rimorso e incazzatura, un rammarico: non essere morto in battaglia
o su una barricata. Insomma, il barometro segnala un livello di street
credibility particolarmente elevato.
Recentemente DeriveApprodi ha ripubblicato, nella collana Materialismi, uno dei
suoi testi più singolari: Città morte. Storie dal sottosuolo metropolitano, in
un’edizione che aggiorna e amplia quella uscita nel 2004 per Feltrinelli. Il
libro è pletorico. Si tratta di diciotto capitoli, originariamente saggi
autonomi, che accumulano immagini da romanzo di fantascienza sovraccarico di
inverosimiglianza: crisi economiche, ecocidi, proliferazioni nucleari, pulizie
etniche, riscaldamento globale, peste, carestie, siccità, incendi. Tra tutti gli
sconvolgimenti ambientali, ciò che più ha colpito Davis sono gli orsi polari
ermafroditi: meno appariscenti e spettacolari, gli orsi rappresentano, secondo
l’autore, uno dei segnali più spaventosi dell’alterazione della biosfera.
A tenere magistralmente insieme estensioni ed escursioni contenutistiche è una
regia attenta, curata, pulita. Il ritmo narrativo è incalzante. Pur trattandosi
di un testo vasto, Città morte si legge, come suol dirsi, d’un fiato: cadenzato
da sequenze narrative brevi e cariche emotivamente, innervate da espressioni
giocose se non irriverenti. È in questo senso che Giovanni Semi, nella
prefazione, coglie bene uno dei tratti essenziali di Davis quando lo descrive
come uno dei narratori più potenti e affascinanti di un mondo urbano impastato
di incubi e speranze, devastazione e rinascita, controllo sociale e zone
autonome. Insomma, troviamo in Davis un repertorio non strettamente academically
correct che spazia dal lapidario e di gaddiana memoria “nano maligno” per
Goebbels, a costruzioni più ampie: “Las Vegas è un campo base importante per le
divisioni corazzate di giocattoli motorizzati (dune-buggies, motociclette da
cross, speed-boats, moto d’acqua e simili) che ogni fine settimana dichiarano
guerra al fragile ecosistema del deserto”.
Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in
Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla
vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: il momento
in cui non esiste più un altrove dove scaricare gli scarti del sistema.
L’illusione dello scarico non funziona più e la merda galleggia tra di noi.
Benvenuti nella discarica del reale.
> Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in
> Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla
> vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: benvenuti
> nella discarica del reale.
Il centro della sua analisi resta anche qui, come in tutta la sua opera, la
metropoli americana. Los Angeles e Las Vegas (“il capolinea della storia
dell’Occidente”) sono il suo laboratorio privilegiato, epitomi delle
trasformazioni del capitalismo urbano, “un immenso gioco, una partita infinita
tra giocatori privilegiati in cui lo Stato interviene soprattutto in veste di
croupier”. Si tratta di città assunte alla stregua di frattali teorici
attraverso cui captare le logiche e gli effetti dell’avanzare del neoliberalismo
di cui, già negli anni Novanta quando Davis scrive questi saggi, appare evidente
la disfunzionalità. Contro i dogmi dell’economia neoclassica e contro la moda
della public choice theory, l’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo
economico controllato dalle corporation, in un mercato frammentato da governi
locali deboli e in competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente.
Una disfunzionalità che innesca un ciclo vizioso, entro cui si colloca, appunto,
la profonda crisi che tuttora contrassegna le metropoli postindustriali. In
questo movimento di liberalizzazione e disinvestimenti federali, Davis vede la
causa della ghettizzazione postmoderna, nonché la crescita della criminalità,
degli scontri razziali, ecc. Gettata in uno stato hobbesiano, la città finisce
per avere come “unica strada per la redenzione”, nelle idee dei fan del libero
mercato, “una combinazione di militarizzazione e privatizzazione”.
Insomma, tra tagli della spesa pubblica (se “non esiste un college pubblico
nelle vicinanze e, a livello procapite, lo spazio ricreativo è una frazione
minima […], non sorprende che molti ragazzi, traditi da scuole inadeguate e
predestinati a lavori di sfruttamento, scelgano, invece, di unirsi alla fiorente
sottocultura delle gang”) e crescenti polarizzazioni sociali (“è il decadimento
accelerato del settore pubblico che spiega meglio le crescenti tensioni tra le
diverse comunità etniche”), la soluzione conservatrice porta dritto all’economia
della paura, ovvero “il complesso delle aziende militari e di sicurezza che si
affrettano a sfruttare l’esaurimento nervoso nazionale, ingrasserà in mezzo alla
carestia generale”.
La paura, naturalmente, ha rimodellato la vita delle città americane, facendo
della sicurezza un servizio urbano a tutti gli effetti, come l’acqua, l’energia
elettrica e le telecomunicazioni (a tal proposito si pensi all’uso razzista
della parola maranza in atto soprattutto da parte della destra italiana). Siamo
nei paraggi di quel processo che Étienne Balibar ha definito “neo-colonizzazione
del centro”: una riproduzione sociale e un controllo di un esercito a basso
salario che come effetto ha una perversa “reindustrializzazione” frutto della
combinazione fra offerta infinita di manodopera immigrata dal Messico e
dall’America Centrale e terrorismo ambientale; il rifiuto sdegnoso cioè
“dell’ipotesi di non vivere al di sopra dei propri mezzi” esternalizzando i
danni.
> L’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo economico controllato dalle
> corporation, in un mercato frammentato da governi locali deboli e in
> competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente.
Riprendendo e variando il tema dell’apprendista stregone, il capitale appare qui
come un’entità che ha dispiegato forze che ora gli si rivoltano contro in quella
che Davis (rifacendosi a James O’Connor) chiama la “seconda contraddizione del
capitalismo”, una contraddizione effetto dell’“esternalizzazione, da parte dei
singoli capitali, dei costi sociali e ambientali che, come un esercito di
fantasmi, ritornano a perseguitare il Capitale nel suo complesso. Sebbene le
comunità locali di lavoratori siano le prime vittime del degrado ambientale,
O’Connor sostiene che l’espansione urbana incontrollata, l’inquinamento, la
deforestazione e il riscaldamento globale diventano infine vincoli alla
redditività globale”.
Ma l’orizzonte di Città morte è assai ampio: non mancando studi della
distruzione programmaticamente classista di Berlino voluta da Churchill (il 95%
degli iscritti al partito nazista è sopravvissuto alla guerra, riporta
l’autore), oppure indagini su genealogie alternative dei movimenti di protesta
degli anni Sessanta. Con agilità funambolica e sfavillio proteiforme, Davis
attraversa continuamente scale diverse, dal sociale all’economia e dall’ecologia
alla storia, setacciando i capolavori del cinema e della letteratura. Il
risultato è una vera e propria macchina analitica costruita per accerchiare il
capitalismo nel suo movimento totalizzante. Davis rischiara la caligine
depositata sui concetti che utilizziamo per fare esperienza del reale,
dissolvendo immagini incrostate, taken for granted – quello che Bourdieu
chiamerebbe “inconscio culturale” o “trascendentale storico”.
Non stupisce che gli sia stato rimproverato un certo eclettismo. Eppure ciò che
tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un marxista
tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza alcun rispetto
per il lindore mitteleuropeo. È una scrittura che viola deliberatamente il bon
ton della scrittura accademica per mettere il lettore di fronte al mondo nella
sua brutalità, nella sua mancanza di alternative, in cui la luce che
intravediamo in fondo al tunnel non è altro che un treno in collisione d’arrivo.
Il principale obiettivo che Davis si pone in questo assemblaggio caleidoscopico,
così appassionato e polemico, è dimostrare che fenomeni apparentemente naturali
– dai disastri ambientali alla crisi delle città post-industriali – non sono
“catastrofi, eventi insoliti, eccezionali”, ma risultati di precise strutture
socioeconomiche. In altre parole, Davis non ha paura di fare ciò che Fredric
Jameson ha sempre indicato come il gesto critico fondamentale: storicizzare
sempre. E tutto. La sua operazione potrebbe essere definita, con un apparente
ossimoro, una ”de-naturalizzazione della Natura”. L’ontico ecologico non viene,
pertanto, trattato semplicemente come risultato naturale inevitabile, ma come
prodotto storico, esito di specifiche trasformazioni economiche nell’epoca in
cui l’uomo è diventato il “principale agente geomorfico”. Non sorprende, dunque,
che su questa via Davis si scontri apertamente con il pensiero liberale,
antimaterialista, la cui ”strategia dominante è quella di reificare [il
particolare evento climatico-storico] come una forza virtualmente soprannaturale
che è esterna alla storia e le cui conseguenze umane non hanno alcuna matrice
sociale”, che fa tutt’uno con “il rifiuto neoliberale di riconoscere le reali
condizioni di disuguaglianza”.
> Ciò che tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un
> marxista tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza
> alcun rispetto per il lindore mitteleuropeo.
Vediamo così in azione il doppio movimento dell’ideologia come descritto da
György Lukács nel primo capitolo di Storia e coscienza di classe. L’ideologia,
afferma Lukács, non solo eleva qualcosa di contingente a necessità, ma respinge
come deviazione contingente qualcosa che appartiene alla necessità costitutiva
di un dato spazio. Mutatis mutandis, è lo stesso atteggiamento che il
liberalismo rivolge verso il “fascismo archeologico” (Pasolini) e al
“post-fascismo” (Enzo Traverso), anch’essi, così come i disastri ecologici,
trattati come anomalie e incidenti di percorso evitabili purché si revisioni di
volta in volta la macchina. Ma è proprio qui che si annida l’errore. Non si
tratta di malfunzionamenti del sistema. Al contrario: si tratta di esiti
immanenti allo stesso modo di produzione, quando questo è, per dirla con Adorno,
“all’altezza del suo concetto”. E, per completare il duo, Horkheimer affermava
che non si può parlare del fascismo (o, nel nostro caso, di disastri ambientali)
senza parlare del capitalismo.
Da qui il bisogno di tracciare un quadro riportando i fenomeni alla loro
matrice, vale a dire totalizzando e indicando i rapporti di potere, in una
“ricapitolazione parziale” (Sartre), nel tempo in cui a egemonizzare il campo
epistemologico è un’idea destrutturante, de-dialettizzante, e così via, in
un’ostilità verso il concetto di “totalizzazione” che Fredric Jameson leggeva
come un rifiuto sistematico dei concetti e degli ideali della prassi come tale,
o del progetto collettivo. Davis sa bene che su questo terreno l’accusa di
economicismo è dietro l’angolo. Ma il suo obiettivo non è quello di costruire
una teoria della conoscenza (così come non lo era né per Lenin, né per Engels,
né tantomeno per Marx). Ci si dovrebbe invece interrogare sulle posizioni da cui
muovono tali critiche, spesso esito di quell’accademizzazione del marxismo
causata dall’annichilimento della dialettica dall’ideologia neoliberale. Se
infatti Marx aveva spostato l’attenzione della filosofia all’economia politica,
da Lukács e dalla Scuola di Francoforte in poi il rapporto si è nuovamente
invertito. Contro questa tendenza, la straordinarietà di Città morte non è da
rintracciare in un tema piuttosto che in un altro, ma nell’interazione delle
molteplici analisi condotte che, scrive l’autore, “convergono nell’obiettivo
politico e materialistico di una comprensione oggettiva della situazione storica
e sociale”.
D’altronde, Gramsci docet, il compito della teoria è proprio questo: rendere la
pratica più omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè
potenziandola al massimo. Non a caso l’autore della working class chiude la
raccolta con una frase che suona come un manifesto teorico:
“Quello che sta davvero succedendo è una sporca controrivoluzione ambientale.
[…] I successivi interventi statunitensi in Afghanistan e Colombia, così come lo
sventato colpo di Stato sponsorizzato da Washington in Venezuela, hanno
sfacciatamente seguito i percorsi (esistenti o desiderati) degli oleodotti. Per
quanto l’accademia possa ancora preferire la relatività esoterica del
testualismo postmoderno, il volgare determinismo economico – che inizia e
finisce con i superprofitti del settore energetico – detiene oggi i veri posti
di potere. Non abbiamo bisogno di Derrida per sapere da che parte soffia il
vento o perché il ghiaccio stia scomparendo”.
Da un certo punto in poi, come nota Slavoj Zizek, l’affermazione “È più
complicato di così”› può segnalare una mistificazione in corso. Si relativizza
un fatto evidente invocando contesti sempre più complessi, chiamando in causa
rapporti non lineari, causalità multiple e intrecciate, e così via, fino a che
non si neutralizza la portata del problema e delle sue soluzioni, cancellando
cioè le tracce della produzione. Per questo, a volte, l’operazione critica deve
fare il contrario: ignorare la falsa complessità e guardare ai numeri e ai
fatti, dialettizzare prassi e teoria. E in fondo il militante Davis non fa altro
che rimettere al centro la materialità dell’intero divenire economico-sociale,
cercando al tempo stesso di ricucire la frattura tra teoria e prassi prodotta
dal processo di totalizzazione del capitale medesimo.
L'articolo Città morte di Mike Davis proviene da Il Tascabile.
C ome reagire ai Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di
sempre? Tra visti negati ad arbitri, dirigenti, delegazioni, tifosi e parenti
dei calciatori in campo, esili forzati come quello dell’Iran costretto al ritiro
in Messico, prezzi inaccessibili per la maggior parte dei sostenitori delle
squadre in campo, milizie parafasciste dell’ICE e delle altre agenzie doganali
statunitensi che si aggirano intorno agli stadi minacciando deportazioni e
seminando il terrore tra la gente, la Coppa del mondo 2026 racconta alla
perfezione come sia cambiato negli ultimi anni il racconto che il capitalismo fa
di sé stesso.
Durante il lungo secolo breve l’egemonia del capitale è stata esercitata
attraverso promesse di inclusione e manipolatorie lusinghe di seduzione: al
nostro banchetto c’è posto per tutti; impegnati e ce la farai anche tu; se
lavorerai duro diventerai ricco, magari non proprio come noi ma quasi, e
sicuramente lo sarai più del tuo vicino. Volere è potere è stato l’ingannevole
claim sotteso a qualsiasi messaggio pubblicitario partorito a Madison Avenue o a
qualsiasi retorica politica utilizzata negli emicicli delle cosiddette
democrazie occidentali.
E così anche i Campionati mondiali di calcio maschile, l’evento spettacolare più
seguito al mondo, il miglior prodotto dell’industria culturale del capitalismo,
per quasi un secolo hanno raccontato la stessa favola. Nonostante siano stati
ospitati sempre, o quasi, in Paesi governati con il terrore da ferocissimi
regimi militari o da democrazie imperialiste e coloniali, i tornei della FIFA si
sono sempre autoraccontati come una festa dell’inclusione, dell’accoglienza e
della partecipazione.
Fino a che, dopo la crisi finanziaria del 2007, forse la peggiore delle crisi
cicliche attraverso cui si articola il dominio del capitale, qualcosa è
cambiato. Tra deliranti manifesti suprematisti, cospirazioni transumaniste,
teorie e pratiche eugenetiche, costruzione di bunker dove sopravvivere alla
catastrofe climatica, assurdi tentativi di conquista dello spazio sfinito dove i
pochi eletti andranno a svernare mentre la Terra arde e brucia, il tardo
capitalismo dei fondi finanziari e delle piattaforme ha cominciato a raccontarsi
come un sistema chiuso, pronto a liberarsi delle zavorre, teso a eliminare gli
scarti. Una fortezza inespugnabile cui può accedere solo l’1% della popolazione.
> Come reagire ai Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di
> sempre? Si può utilizzare il campo di calcio come campo di battaglia. Un
> terreno di gioco disseminato di contraddizioni che non solo ci mostrano il
> disegno del capitale ma, se adeguatamente innescate, ci permettono anche di
> far deflagrare il suo diabolico piano.
E se il calcio è sempre stato il testo migliore attraverso cui leggere le
metamorfosi del capitale, ecco che da qualche anno, almeno dalla Coppa del mondo
di Russia 2018 e poi da quella di Qatar 2022, anche i tornei che rappresentano
il massimo livello dello sviluppo calcistico hanno cominciato a presentarsi come
chiusi e inviolabili; eventi per pochi privilegiati, settori esclusivi e prezzi
stratosferici, accessi negati negli stadi bunker, continue manifestazioni
suprematiste in campo e fuori; i pochi dentro, il resto del mondo fuori a farsi
bombardare dalle immagini davanti agli schermi delle televisioni o a compulsare
dispositivi tecnologici protesici. E adesso i Campionati mondiali di calcio
maschile del 2026 a immagine e somiglianza del king Trump e del caudillo
Infantino segnano una nuova distanza sempre più incolmabile, una ferita sempre
meno ricucibile.
Eccoci quindi tornati alla domanda di partenza, come reagire a questo nuovo
manifesto suprematista del calcio come dichiarazione di esclusione dei tanti da
parte dei pochi, pochissimi, privilegiati? Le risposte sono molteplici. Si può
fare finta di niente così come si può boicottare la manifestazione, rischiando
però in entrambi i casi di ritrovarsi tra quelli che sul ponte alzano bandiera
bianca; ci si può accontentare di innamorarsi delle favole di Capo Verde e
Curaçao, con il rischio però di ritrovarsi a essere corrisposti da Germania e
Stati Uniti; oppure si può utilizzare il campo di calcio come campo di
battaglia. Un terreno di gioco disseminato di contraddizioni che non solo ci
mostrano il disegno del capitale ma, se adeguatamente innescate, ci permettono
anche di far deflagrare il suo diabolico piano.
È questo lo spirito che anima Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale (2026),
la traduzione rivisitata e aggiornata, con prefazione di Pierpaolo Casarin, di
un libro di Gabriel Kuhn uscito qualche anno fa come Soccer vs. State. Una
bibbia per gli appassionati di pallone e molotov, fuorigioco e rivolte,
dribbling e occupazioni; non fosse altro che per la quantità incredibile di
fanzine, manifesti, interviste, locandine e reperti dal basso che compongono il
testo, animato da una per nulla semplice e costante domanda: come coniugare la
militanza radicale in politica con l’amore per un gioco che da sempre si è
configurato come uno strumento del capitale nella sua lunga e sanguinosa lotta
contro il lavoro e la classe che lo rappresenta?
> Secondo Kuhn non ha alcun senso andare a rifugiarsi in quei safe space che
> qualsiasi prodotto dell’industria culturale capitalista offre, cercando quegli
> artisti, scrittori, musicisti, registi, e quindi squadre e calciatori “di
> sinistra”, su cui proiettare la nostra idea di mondo o di conflitto.
La risposta di Kuhn è che non ha alcun senso andare a rifugiarsi in quei safe
space che qualsiasi prodotto dell’industria culturale capitalista offre,
cercando quegli artisti, scrittori, musicisti, registi, e quindi squadre e
calciatori “di sinistra”, su cui proiettare la nostra idea di mondo o di
conflitto; questi spazi liminali sono parte integrante dell’egemonia
capitalistica, la parte più infida e pericolosa probabilmente, e servono a
imprigionare ancora di più la classe nel ciclo produttivo. D’altronde, come
avvertiva quasi due secoli fa Marx parlando di un semplice tavolo, proprio
questo vuoto da riempire a nostro piacimento, questo carattere mistico da
modellare secondo i nostri desideri, serve alla merce per occultare il rapporto
sociale tra il produttore (il capitale) e la fatica complessiva necessaria alla
sua realizzazione (il lavoro); figuriamoci quando si parla di una merce
complessa come il calcio. Inoltre come scrive Kuhn
> Sebbene molti aspetti della politica calcistica confermino l’immagine del
> calcio “oppio dei popoli”, è un fenomeno troppo complesso per una tale
> semplificazione. Nel gioco resistono anche molti aspetti antagonisti ed
> elementi autenticamente popolari. In un articolo del 1998, il marxista
> austriaco Eric Wegner ha dichiarato: “Se non ci si vuole ritrovare
> completamente isolati e se si vuole evitare un crollo psicologico è necessario
> prendere parte ad alcune delle forme che hanno trattato la cultura di massa
> capitalista. Storicamente il calcio non ha rappresentato solo una distrazione
> di massa dai problemi sociali e politici, ma ha anche prodotto un orgoglio
> collettivo e una coscienza di classe […] con un potenziale progressista
> tutt’altro che marginale”.
Altro errore, infatti, davanti ai Campionati mondiali di calcio maschile più
escludenti di sempre, di fronte a questo manifesto suprematista del king Trump e
del caudillo Infantino che rappresenta alla perfezione il nuovo linguaggio
respingente del tardo capitalismo, sarebbe quello di rifiutare la sfida;
arretrare sul terreno del conflitto, dichiararsi vinti davanti al realismo
capitalista che pervade le nostre esistenze. Come insegna il pensiero operaista,
più il capitale si rinforza sussumendo le pratiche sovversive della classe che
lo combatte, più la lotta si fa radicale, e quindi è proprio sul punto più alto
dello sviluppo del capitale – nel nostro caso la Coppa del mondo ‒ che bisogna
portare la lotta; è nelle molteplici contraddizioni del campo di calcio come
campo di battaglia che abbiamo possibilità di portare a casa il risultato,
qualunque sia la tattica con cui abbiamo deciso di scendere in campo:
catenaccio, gioco di posizione, tiki-taka o gegenpressing.
Gli affreschi degli spalti e delle tribune autorità durante le partite dei
Campionati mondiali di calcio maschile possono quindi essere utilizzati per
raccontare la volgarità del potere meglio di una seduta psichiatrica delle
Nazioni Unite, una photo op dall’effetto boomerang al G7 o una cena buñueliana
nei trogoli alpini di Davos; le proteste che incendiano le strade di Città del
Messico e i détournement artistici dei loghi e dei marchi del torneo possono
essere letti come la resistenza dei nuovi barbari al violento declino
dell’impero; e, infine, l’accoglienza degli abitanti di Tijuana alla delegazione
della Nazionale iraniana può essere vista come lo spontaneo internazionalismo
che da sempre unisce i dannati della terra.
Ma la demistificazione della Coppa del mondo da sola non basta. La lotta sociale
necessita anche di nuovi spazi, idee e pratiche; di un altro calcio possibile,
fuori dalle logiche di produzione e di egemonia del capitale, che non guardi a
un’età dell’oro che non è mai esistita, ma che sia capace di inventare nuove
primavere. E queste sono senza dubbio il germogliare ovunque delle squadre di
calcio popolare (e più in generale dello sport popolare); la migliore azione
diretta finora realizzata dal basso per riprendersi gli spazi urbani che sono
quotidianamente sottratti dalla speculazione edilizia e dalla ristrutturazione
urbanistica attraverso una pratica sportiva fondata sulla gioia, sul mutualismo
e sulla solidarietà del giocare insieme.
> La demistificazione della Coppa del mondo da sola non basta. La lotta sociale
> necessita anche di nuovi spazi, idee e pratiche; di un altro calcio possibile,
> fuori dalle logiche di produzione e di egemonia del capitale, che non guardi a
> un’età dell’oro che non è mai esistita, ma che sia capace di inventare nuove
> primavere.
«Negli ultimi decenni, anche a causa della progressiva commercializzazione del
calcio, persone in tutto il mondo si sono organizzate per dare vita a una
cultura calcistica underground, con tanto di club, network e tornei dedicati»,
scrive Kuhn, prima di passare in rassegna tutta una serie di esempi di squadre
di calcio popolare, zone temporaneamente autonome di città e quartiere, e di
farlo attraverso un consapevolmente disordinato utilizzo di innumerevoli
fanzine, manifesti, locandine e reperti. Perché
> gli aspetti del calcio sono molti e le implicazioni problematiche sono tante
> quanto quelle emancipatrici, e tuttavia queste ultime esistono ed è importante
> che i tifosi radicali le sappiano valorizzare. Sebbene il calcio non sia
> rivoluzionario in quanto racconto, è comunque possibile che sia parte della
> rivoluzione, ridurre il calcio a un oppio dei popoli, a uno Shangri-La del
> capitale o a una reazione fucina di nazionalismi e settarismi, è un approccio
> miope. Ci sono alcuni valori intrinsecamente legati al calcio che possono
> aiutarci a formare e stabilire comunità basate sulla democrazia diretta, la
> solidarietà e, non dimentichiamolo mai, sul divertimento.
E così all’ombra dei Campionati mondiali di calcio maschile più escludenti di
sempre, tra visti negati, esili forzati, prezzi inaccessibili e deportazioni
arbitrarie, ma anche tra lotte, proteste, contronarrazioni, détournement e
pratiche di mutualismo, il calcio popolare si propone come terreno di conflitto,
ipotesi di lotta, pratica sociale capace di inventare nuovi modi di relazionarsi
con il mondo. Perché “il calcio costituisce un ambiente perfetto in cui
sperimentare e mettere alla prova una combinazione di libertà individuale e
responsabilità sociale. Proprio come in società, infatti, persone con abilità
molto diverse devono lavorare insieme per il successo del gruppo”.
L'articolo Una nuova primavera proviene da Il Tascabile.
C onsiderato ciò che sta succedendo nel mondo, forse mai come oggi, negli ultimi
decenni, è opportuno che la letteratura ragioni sul proprio rapporto con la
politica. Non solo in relazione alle responsabilità politiche di chi fa
letteratura, ma anche alle modalità inedite con cui la letteratura e la politica
ora interagiscono, visti i profondi cambiamenti, rispetto al Novecento, dei
contesti sociali e comunicativi (penso ai social network in primis). Come si
agisce di fronte a questa mutazione è ancora tutto da capire, ma un gesto
possibile è sicuramente quello di provare a confrontarsi con scritture che
proprio nel Novecento hanno cercato di esplorare questa interazione, partendo
magari da una crisi reale, vissuta in prima persona.
La ripubblicazione dopo cinquant’anni di Strana categoria di Carlo Bordini
(nella collana Arianna – I libri ritrovati di Diacritica, curata da Giuseppe
Garrera, Sebastiano Triulzi e, prima della sua scomparsa nel 2020, dallo stesso
Bordini) ha, oltre a un sicuro valore poetico e filologico, anche la
tempestività di riportare l’opera a circolare in un momento in cui forse i
rapporti tra poesia e politica sono tutti da riscrivere. Il libro, esordio del
1975, fu in seguito accantonato dall’autore: nell’antologia I costruttori di
vulcani (2010), Bordini ha infatti rifunzionalizzato tutte le sue poesie già
edite, a eccezione proprio di Strana categoria, di cui salvò un solo testo.
Eppure, già nella mise con cui venne originariamente pubblicato, il volume
veicola un’articolata serie di significati. Nella prefazione della riedizione,
Garrera infatti sottolinea:
> risulta evidente come queste apparizioni poetiche all’interno del movimento
> politico, questo concretizzarsi di bisogni dell’io, non solo adottino il
> ciclostilato, e cioè, come abbiamo detto, strumenti di guerriglia e armeria
> già consolidati e appena riconvertiti in versi e fiorame, ma anche le stesse
> modalità di diffusione e propaganda della produzione politica e
> insurrezionale: anche la poesia diventerà e assumerà i caratteri di militanza,
> le tecniche della milizia e delle sedi della lotta […] La storia esterna della
> raccolta di Bordini è la storia esemplare della storia materiale della poesia
> nella metà degli anni Settanta in ogni sua fase: per come è stata prodotta,
> per come è stata pubblicizzata e per come è stata distribuita.
Strana categoria, insomma, è innanzitutto il libro di uno che si affaccia alla
poesia dopo aver lasciato la militanza e dopo averne ereditato, però, le cifre
espressive, la cultura di riferimento e i materiali di scrittura.
Una prima ambiguità da evidenziare riguarda dunque come il rapporto tra poesia e
politica, in Bordini, possa essere letto da una parte al pari di una netta
scissione (il militante che dopo anni di servizio indefesso scopre nella poesia
una dimensione schiettamente personale e quei paradossi del linguaggio che la
comunicazione dritta della politica non favoriva), dall’altra come un’osmosi.
Del resto, lo stesso autore racconta nel suo romanzo più noto, Memorie di un
rivoluzionario timido (Sossella 2016), come la politica (precisamente la
militanza come trotzkista ed entrista della Quarta Internazionale) si sia
trasformata per lui in un complicato congegno superegoico. “La stanza dei
giochi” cui è dedicata la parte centrale di quel libro (per la quale rimando a
questo articolo di Francesca Santucci) si configura anche come un’incubatrice in
cui interagiscono l’approccio monomaniaco alla militanza, una certa tendenza
alla regressione psicologica e la crisi esistenziale, il lento lavorio interno
che ha poi portato Bordini a riscoprire di colpo, certo anche sulla spinta del
Sessantotto, il piacere, il corpo, la vita irresponsabile.
> Una prima ambiguità da evidenziare riguarda come il rapporto tra poesia e
> politica, in Bordini, possa essere letto da una parte al pari di una netta
> scissione, dall’altra come un’osmosi.
Dalle Memorie: “Io scelsi la militanza dura e sotterranea, l’impegno esclusivo e
totalizzante. Rimasi. La stanza dei giochi mi attirava. Il partito mi incaricò
di occuparmi della formazione della corrente rivoluzionaria nel PCI”. E ancora:
“E io capii in quel momento che tutto quello a cui io avevo rinunciato era la
Gioia di Vivere, e che mi ero rinchiuso in una vita mortificata e attraverso la
mortificazione della carne, che era soprattutto la mortificazione dello Spirito,
e cose del genere”.
Ma appunto, se Bordini comincia a mettere mano alle Memorie nel 1976, vuol dire
che il congegno non si è mai dissolto. Parimenti, Strana categoria convoglia
allo stesso tempo l’apertura alla “vita” e il Super Io dell’impegno politico,
che non si riduce però a solo meccanismo nevrotico, bensì anche, è chiaro, a una
sincera adesione alla causa e a una forte coscienza delle contraddizioni della
storia (e qui ricordiamo, perciò, che dopo la militanza Bordini ha lavorato come
ricercatore di storia all’Università La Sapienza di Roma). Vediamo alcuni testi
in cui si intersecano queste dimensioni.
Essere umani Giuseppe
ci parve un tradimento
non so per quale frustrazione o per
malintesa dottrina
ma la malintesa dottrina doveva essere
un modo per curare la frustrazione
su di essa
si costruì un castello
che riuniva frustrazioni e legittime speranze
e le imprigionò tutte
ma quale cavaliere verrà ad aprire
le finestre e le porte
se non le apriremo da soli
finestre e porte custodite
da un mostro alato con la faccia di noi stessi
ci votammo ad un’autorità alternativa che ci salvasse
dall’autorità
ignorando volendo ignorare tutto per paura che il
castello fatato svanisse
ci chiudemmo a chiave da soli
per paura di affrontare il mostro
Con questa Lettera a G. si apre il libro mettendo subito in mostra, quindi,
alcuni stilemi tipici della scrittura di Bordini: la sistematica oscillazione
tra verso lungo e verso breve, l’interruzione a volte violenta del verso (“non
so per quale frustrazione o per”), l’uso irregolare della punteggiatura e
dell’ortografia (se qui la punteggiatura è del tutto assente, in altri testi
troviamo forme del tipo “un pò” o quattro puntini di sospensione invece di tre),
l’assolutizzazione – a metà tra caricatura e spavento – di alcuni concetti o
figure (come qui “la malintesa dottrina” o “il mostro”), la tendenza ad
alleggerire i legami logici tra le parti del discorso senza per questo minare la
coesione generale. Ma soprattutto il libro si apre mettendo subito sul piatto la
paradossale e reciproca implicazione tra desiderio e “frustrazione”: la
condizione di partenza, “il tradimento”, pare strutturarsi come uno spaesamento
e fraintendimento originario a cui risponde un reciproco determinarsi del
desiderio di liberazione (l’apertura delle “porte”) e dell’autosegregazione (“un
mostro alato con la faccia di noi stessi”, “ci chiudemmo a chiave da soli”).
> Strana categoria convoglia allo stesso tempo l’apertura alla “vita” e il Super
> Io dell’impegno politico, che non si riduce però a solo meccanismo nevrotico,
> bensì anche, è chiaro, a una sincera adesione alla causa e a una forte
> coscienza delle contraddizioni della storia.
Benché la crisi esistenziale mantenga sempre un ruolo importante nella scrittura
di Bordini, e benché questo testo la indirizzi fino al grado generalissimo
dell’“Essere umani”, proseguendo il libro si capisce come la condizione
esistenziale e la condizione politica (ovvero la condizione storica, di persone
agenti – o che vorrebbero agire – nella storia) siano un tutt’uno. Di questo
tutt’uno è segnale proprio la Strana categoria del titolo, commentata così
nell’attacco di E noi:
Sì voi che siete rimasti
nelle tradizionali trincee
voi che non avete smesso di lottare
nelle barricate di fabbrica
sì
noi vi dobbiamo sembrare una strana categoria
un pò folle e nebulosa
ed infida
anche
Se c’è uno spaesamento, insomma, è anche quello dei transfughi della militanza:
Bordini li fa uscire dalla storia, li agita con ironia dissacrante (altra
freccia immancabile nella sua faretra), mentre si muovono per “andare a comprare
una camicetta indiana” o per “andare a pranzo al ristorante macrobiotico”, e
dichiara espressamente come questa frattura personale ed esistenziale (“e ci
ritrovammo a fine estate / quasi tutti in crisi”) abbia fatto arrivare “alla
conclusione che il marxismo può anche / essere // una / trappola” e “che i pochi
rimasti sono quelli / che hanno rinunciato a pensare”. In mezzo a questa uscita
dalla militanza (o dai modi quadrati della militanza che Bordini aveva vissuto)
c’è di certo anche il Sessantotto, che – se vogliamo usare ancora un po’
schematicamente la metafora freudiana – ha rappresentato l’esplosione dell’Es,
del desiderio (una sezione è intitolata in amore), in opposizione all’ortodossia
superegoica della militanza, che aveva portato Bordini, per esempio, a passare
dieci anni della sua vita “come nella caverna di Platone in cui ci fosse
proiettata sulle scabre pareti una continua teoria di immagini” (Memorie). In un
altro testo, questa frattura Bordini la chiama “ubriacatura
ideologica-sessual-esistenziale-vitale”, e la contrappone alla
incomprensibilità, alla malattia, dei fascisti che continuano a essere tali
“quando il 68 è stato così divertente”.
> Per quanto sia connessa con la liberazione del desiderio individuale, la
> “strana categoria” di Bordini coincide con una collettività, benché amorfa,
> legata da una duplice insofferenza: da un lato verso lo status quo e la sua
> appendice fascista, dall’altro verso un’idea ricattatoria della pratica
> militante.
Sarebbe un errore, tuttavia, leggere questa opposizione nei termini di una mera
prospettiva dimissionaria. A un primo livello, intanto, cioè ancora al livello
dei “temi”, per quanto sia connessa con la liberazione del desiderio
individuale, la “strana categoria” di Bordini coincide con una collettività,
benché amorfa. Una collettività legata da una duplice insofferenza: da un lato
verso lo status quo e la sua appendice fascista, dall’altro verso un’idea
ricattatoria della pratica militante (l’autorità al posto dell’autorità di cui
si parla in Lettera a G.). Se la “stranezza” di questa categoria la rende in
qualche modo incollocabile, quindi fragile e respinta, allo stesso tempo
riguarda una soggettività che non coincide con l’individuo, e che si propone
quindi, almeno in potenza, come (altro) soggetto politico. Ancora, poi:
l’avvento dell’“ubriacatura” non è certo salutato da Bordini senza riserve e
senza accorgersi di ulteriori contraddizioni. Non può essere altrimenti, del
resto, se esperienza politica, vitalismo e “trauma” (penultima parola di E noi)
si intrecciano e trapassano. Così, in primis, il cambio di prospettiva senza
scosse è direttamente parodiato, in Traccia per una poesia:
c’è un mio amico
che è passato attraverso tutte le esperienze
bolscevico esistenzial ubriacatura ideologica
senza neanche accorgersene
portando il suo armadio
come se nulla fosse
bello o tetragono senza nessuna frattura
apparente
è un reperto archeologico
dovrebbero metterlo al museo
insieme ai dinosauri
Ma soprattutto all’ingresso della (apparente) dimissione risponde l’apparizione
simultanea di una nuova crisi: nello stesso testo, qualche verso prima, Bordini
passa senza soluzione di continuità da “Vassilij Ivan […] a caccia di
trotzskisti” a “scherzi a parte / mi annoio / un pò // in bene o in / male /
tutto sembra / già stato fatto”. È al significato politico di questo nuovo
immobilismo, il paradossale immobilismo incistato dentro la stessa festa del
Sessantotto, dentro l’accelerazione dei consumi, che bisogna guardare quando si
guarda, con le lenti della crisi storica, al passaggio di cui parla Bordini. Un
passaggio che se introduce la liberazione del corpo introduce anche la
percezione di un esaurimento dell’azione, un dirottamento che spostando l’azione
dalla lotta al desiderio sembra moltiplicarla al punto da depauperarla
completamente. Di questa impasse la lunga poesia Sono un intellettuale è
l’incarnazione più evidente. Nella sua articolata descrizione dell’intellettuale
(che è anche un’autodescrizione), alla fine, leggiamo:
sono un mostro
tutto testa e niente mani
un cervello programmato per elaborare in una stanza vuota
credendo che quello sia il mondo
come il mio professore di latino
e di greco
il tempo cambia e questo mostro
fattosi farfalla
uscito dalla stanza snervato nevrotico
comincia a elaborare a classificare
a teorizzare
portandosi dietro tutti i vizi d’origine
ed allora ecco nasce questa strana categoria
gli intellettuali di sinistra
patetici e volenterosi
interessati e puri
e ce ne sono di tutte le razze
danno il loro nome alle cose senza conoscerle
come uno che scopre la luna e dà il nome ai crateri e ai golfi
si interessa di tutto e fa funzionare questo suo cervello
grosso e spugnoso che si contrae e si gonfia
arrivando ai più esilaranti equivoci
a invenzioni multicolori
so tutto non sapendo niente
ma arranca volendo imparare
crede di imparare e intanto vuole subito insegnarlo
agli altri
s’intrufola nella vita come un clandestino
o come un turista importuno
e dice “scrivo” oppure discute
per interminabili ore
e cerchiamo qua e là di dare una
mano
senza scoraggiarsi
cercando la metamorfosi
cavalieri di ventura dell’intelletto
cercando la
causa
principessa trovata e non posseduta
a questa nostra generazione di storpi
che ci offriamo come volontari
per un fantastico strano reale
mondo migliore
aiutateci a imparare a camminare
L’immobilismo, dunque, è un tutt’uno con la coscienza intellettuale, con il
fraintendimento con cui l’intellettuale scambia uno spazio ristretto per il
mondo. Questo spazio ristretto è, anche qui, la “stanza”: Bordini osserva la
crisi della militanza come si osserva una crisi nevrotica, e usa l’immagine
della stanza per fondere la percezione di immobilismo politico con
l’autointerdizione della psiche, la sua incapacità di rimanere e insieme uscire
davvero dalla “stanza”. In questo, allora, coincidono “strana categoria” e
“intellettuali di sinistra”: nella fuga incompleta dalla stanza (“uscito dalla
stanza snervato nevrotico”), laddove la stanza è sia l’ortodossia della
militanza sia l’interiorizzazione di un’autorità, e in una forma di
metacognizione ossessiva che separa l’individuo dalla realtà materiale (“tutto
testa e niente mani”, “s’intrufola nella vita come un clandestino”).
Nell’introduzione a Un vuoto d’aria (2021), questa paradossale convergenza di
iper- e ipocoscienza è descritta così da Guido Mazzoni: “al centro c’è
l’autobiografia; sopra l’autobiografia c’è la riflessione sul vissuto, cioè il
lavoro concettuale che è tipico della psicoanalisi […]; sotto la biografia c’è
una rete di contenuti latenti inconsci, preconsci, onirici, impensati o
puramente casuali che emergono all’improvviso attraverso associazioni, salti,
rimuginii, onirismi, coazioni a ripetere”.
> Bordini saccheggia dall’esperienza militante non solo materiali e contesti,
> bensì anche “i testi”, cioè il serbatoio linguistico e concettuale proprio di
> quell’esperienza e lo immette in un dispositivo che agisce in maniera
> contraria rispetto alla linearità comunicativa, al ricercato impatto, del
> vocabolario militante.
È necessario tuttavia aggiungere ancora un tassello. Un tassello sicuramente non
premiato dallo spezzettamento testuale che in uno spazio come questo è
inevitabile fare, ma che – anche così – ci dà l’idea dello specifico congegno
linguistico costruito da Bordini, che si estende oltre il piano
tematico-concettuale e lo complica. Anticipavo in apertura il cortocircuito di
pubblicare poesia nelle fattezze di un bollettino propagandistico. Ecco, questo
cortocircuito si compie non solo sul piano del materiale librario ma soprattutto
dentro la scrittura: Bordini saccheggia dall’esperienza militante non solo
materiali e contesti, bensì anche “i testi”, cioè il serbatoio linguistico e
concettuale proprio di quell’esperienza (abbiamo già visto i riferimenti a
fascisti e trotzkisti; possiamo aggiungerci il Vietnam, Franco, la Russia e
molti altri) e lo immette in un dispositivo che agisce in maniera contraria
rispetto alla linearità comunicativa, al ricercato impatto, del vocabolario
militante.
In La cornice e il testo (2021), Gianluca Picconi dice che Bordini “assume
svariate convenzioni del testo lirico (scansione versale e prima persona su
tutte) per autorappresentarsi come un idiota”, ovvero per “dissimulare la
dimensione riflessiva del suo testo”. E in Strana categoria ci sono alcuni
passaggi in cui questa dimensione diventa a tutti gli effetti comica. Per
esempio, la crisi storica di cui si parlava assume tratti esplicitamente
caricaturali quando, in una poesia della sezione appunti sulla guerra, il tono
solenne del ricevimento “in questa nostra città” di “Le LL. AA. Imp. il Vice-re
e / la sua Augusta sposa” è parodiato dall’uso insistito delle cariche puntate e
dal far precipitare l’incontro in un posticcio “hanno desinato testa a testa”.
Oppure, ancora di più, lo scherzo prende spazio nella sezione acrostici, in cui
i grandi partiti degli anni Settanta vengono bersagliati così:
Potremo
Combattere
Infinitamente meglio
*
Dimmi allora
Cosa ci guadagni
Ma al di là di questi brani più esplicitamente parodici, il punto sta nel fatto
che l’intera scrittura di Bordini è attraversata da un velo ironico, inteso in
primis nel senso etimologico della dissimulazione e dell’antifrasi. E a
garantire quest’effetto è proprio la disinvoltura con cui i testi di Bordini
accolgono le osmosi tra discorsi diversi e contraddittori, le alterazioni
sintattico-ortografiche e, più generalmente, una profonda ambiguità emotiva e
ideologica. I passaggi che riportavo prima, in cui si passava dal discorso
politico al dato contingente e all’irrilevante personale (“mi annoio / un pò”),
a cui ne potremmo aggiungere altri (“andare all’università / dove infiamma la
discussione tra astensionisti / e boicottatori / e accorgersi che non me ne
fregava / niente”), non sono solo segnali di una crisi di coscienza, ma anche –
e inestricabilmente da quella – di linguaggio.
Potremmo riassumerla così: se il Sessantotto ha coinciso con una trasformazione
dell’impegno politico, spostandolo maggiormente sull’asse della liberazione del
desiderio, e se questo passaggio si è riflesso in Bordini nei modi di una
scoperta tutta carnale e dinamica della “vita” (teste la trafila di viaggi ed
esperienze rocambolesche successiva alla militanza che Bordini racconta nelle
Memorie), parallelamente questa trasformazione ha richiesto un ripensamento del
linguaggio. Una trasformazione che per molti doveva passare attraverso una
riabilitazione di quell’io che la stagione della Neoavanguardia, al contrario,
si era impegnata a “ridurre”, come da celebre espressione di Alfredo Giuliani (e
per il rapporto tra Neoavanguardia e Bordini rimando a questo articolo di
Riccardo Innocenti e Federico Masci).
> È sempre difficile rintracciare in Bordini posizione ideologica e temperamento
> emotivo: sulla scorta di un’ironia diffusa e impalpabile compresente a una
> dose di reale coinvolgimento biografico, in Bordini non sta parlando mai
> (solo) un individuo – sta parlando una crisi storico-letteraria che colonizza
> in qualche modo l’individuo.
La cifra più interessante della scrittura di Bordini, tuttavia, che anche
l’acerbità di un esordio come Strana categoria riesce a trasmettere, si trova a
mio parere nella peculiarissima capacità del poeta di collocarsi all’interno di
questo ripensamento. Se è incontrovertibile che l’io, grammaticalmente, rientra
in maniera decisiva nella scrittura di Bordini (che nell’Autoritratto in prosa,
ora in Difesa berlinese, espressamente dichiarava come la “riduzione dell’io”
dei Novissimi avrebbe dovuto significare, per lui, “smettere di scrivere”), è
altrettanto riscontrabile come non solo alcuni aspetti tipici della
Neoavanguardia – quali la rottura delle forme codificate, la tendenza prosaica,
l’ironia, nonché d’altronde la stessa coscienza politica – risuonino ancora in
Bordini, ma anche come l’uso dell’io da parte sua non acquisti mai il carattere
della confessione pacificata, del ripiegamento intimista.
Il punto – che è insieme poetico e politico – sta proprio nell’intessere
all’interno di una stessa macchina testuale i multipli e conflittuali sensi di
inappartenenza alla militanza come Super Io, alla poesia come espressivismo e
alla propria coscienza come territorio pienamente controllato. Per questo è
sempre difficile rintracciare definitivamente, in Bordini, posizione ideologica
e temperamento emotivo: sulla scorta di un’ironia diffusa e impalpabile
compresente a una dose di reale coinvolgimento biografico, in Bordini non sta
parlando mai (solo) un individuo – sta parlando una crisi storico-letteraria che
colonizza in qualche modo l’individuo e lo indirizza a veicolare questa crisi in
un testo che non si soddisfa più, però, né del linguaggio-denuncia, del
linguaggio compiaciuto della propria eversione, né della mera estrinsecazione
biografica.
La ripubblicazione di Strana categoria, insomma, arriva di certo come occasione
di ricordo di un poeta che troppo a lungo è rimasto appartato ma che, nonostante
questo, ha prodotto costantemente echi sotterranei e influenze decisive sulle
scritture venute dopo la sua. La folta partecipazione alla lettura collettiva
che si è fatta del libro, la scorsa primavera, al Teatro Basilica di Roma, ha
del resto testimoniato una volta per tutte questa rilevanza. Ma al di là della
doverosa celebrazione, e anche al di là dell’altrettanto primario valore di
questa poesia, Strana categoria offre il destro per ragionare sulle reciproche
implicazioni della politica e del linguaggio, registrando questa interferenza in
presa diretta durante una stagione politicamente densa come gli anni Settanta.
Gli anni Settanta sono per molti aspetti lontanissimi dal nostro tempo, ma la
situazione attuale costringe – e ben venga – a ridare forza alla propria
coscienza politica. In una condizione, però, in cui l’ipertrofia mediale e il
capitalismo simbolico hanno prodotto un’impasse che è a sua volta un problema
politico. La poesia, si sa, non sposta nulla sul piano della militanza – ma
forse ancora sì sul piano della relazione con il linguaggio. Che non è mai stata
così complicata.
L'articolo Tutto testa e niente mani proviene da Il Tascabile.
D iversi anni fa, avrò avuto sedici anni, di fronte alle battute delle mie
amiche sul fatto che un mio caro amico fosse in realtà innamorato di me, mia
sorella minore mi disse una di quelle verità che solo le adolescenti sanno dire
con tanta disinvoltura: “Non capisco cosa ci sia da ridere, alla fine anche
l’amicizia è una forma d’amore”.
A distanza di tempo, questa frase continua a farmi riflettere sulla quantità di
pensieri stereotipati e costrutti sociali che condizionano le nostre aspettative
e i nostri comportamenti nelle relazioni interpersonali. Uno stereotipo diffuso
riguardante l’amicizia è quello per cui i rapporti amicali sarebbero
fondamentali per l’infanzia e per le fasi evolutive della vita, ma dovrebbero
essere progressivamente sostituiti da cose più importanti nella vita adulta: la
relazione romantica, il “farsi una famiglia”. A un certo punto della vita le
amiche e gli amici, quando restano, dovrebbero essere persone con cui
condividiamo determinate esperienze e momenti specifici, ma in secondo piano
rispetto alle relazioni gerarchicamente più rilevanti.
Questa gerarchia con cui concepiamo le relazioni ridimensiona l’importanza di
alcune forme di intimità, e ci porta a usare espressioni come “solo amicə”
quando non si ha interesse ad avere un rapporto romantico con una persona, come
se l’amicizia fosse per sua essenza qualcosa di meno importante; un’idea
frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha interesse a
costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri tipi di
intimità. Ricordo una conversazione di qualche anno fa con una mia cara amica:
mi diceva di essere terrorizzata pensando al momento in cui dormire con lə
amicə, quando questə avrebbero avuto delle relazioni romantiche stabili, sarebbe
diventato una cosa da evitare, in qualche modo sbagliata o inopportuna, non
adatta ad amicizie adulte.
Non tutte le persone ambiscono a creare un nucleo familiare privato, o
desiderano che la coppia determini le loro vite. Per moltə è importante
continuare a coltivare amicizie profonde anche nell’età adulta. È chiaro che con
il passare del tempo le condizioni materiali cambiano, e con esse le dinamiche
con cui si intessono i rapporti di amicizia: il lavoro mangia lo spazio
dell’amore, gli spazi domestici sono sempre più precari e inadatti, si riducono
le possibilità di incontri spontanei e quotidiani.
> L’idea che l’amicizia sia per sua essenza qualcosa di meno importante è
> un’idea frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha
> interesse a costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri
> tipi di intimità.
Ma come generazione abbiamo imparato quanto le amicizie siano fondamentali per
la nostra vita. Tantissime persone che si sono spostate dal luogo in cui sono
cresciute in cerca di possibilità migliori, rivelatesi spesso dei miraggi,
nell’età adulta si ritrovano a vivere uno sradicamento per il quale non hanno
strumenti. Sono sradicate nella lontananza dal luogo in cui sono cresciute, e
altrettanto sradicate se in quel luogo tornano, piene di esperienze, punti di
riferimento e linguaggi costruiti altrove. Una condizione che forse non era mai
stata vissuta in modo così diffuso da nessuna generazione prima di quella
millennial. Nel romanzo Giorni futuri (2026), un libro che fonda la sua
narrazione proprio sui rapporti di amicizia, Gabriella Dal Lago la racconta
molto bene, descrivendo in modo quasi documentale “quella sensazione di
impermanenza […], la certezza di essere di passaggio e quindi non valevole di
troppe preoccupazioni, di una contestualizzazione eccessiva”, che
contraddistingue tante vite di questa generazione.
In qualunque caso abbiamo imparato bene una cosa: per quanto i rapporti umani
siano complessi, le amicizie possono salvarci la vita. I contenuti editoriali,
audiovisivi e social sull’amicizia nell’età adulta sono sempre più numerosi, a
testimonianza di quanto questo discorso culturale stia progressivamente
prendendo spazio. Nei miei social di trentenne interessata a (forse sarebbe più
corretto dire ossessionata da) questi argomenti, pur consapevole che gli
algoritmi mi nutrono di ciò che cerco, spopolano video che parlano di costruire
vite con lə amicə, reel sul dolore di fronte a un’amicə che parte o che vive
lontanə, articoli su gruppi di donne che hanno deciso di trovare una casa per
invecchiare insieme, storie di persone che decidono di vivere con le loro
amicizie perché la vita di coppia non fa per loro.
Esiste, nel sottotesto di tutto questo, anche una critica alla coppia normativa
come spazio non adatto alla fioritura di una vita gioiosa e piena per tuttə,
come sistema non adatto al sostentamento, come quotidianità non desiderabile. A
tante persone che si sono confrontate con questo pensiero per necessità o per
scelta, una cosa è chiara: abbandonare la propria vita e le proprie relazioni
per donare tuttə sé stessə a un’altra persona non è affatto il migliore dei
mondi possibili. Si possono immaginare modi diversi, che sia rifiutando la
coppia, che sia mantenendola nella propria vita dandole uno spazio meno
dominante, senza per questo dare meno importanza o meno amore alle persone
coinvolte.
Esiste al contempo un discorso culturale di stampo liberale che vorrebbe
liquidare questo tipo di esperienze sminuendole, non ritenendole degne di
riflessione, marcandole come utopiche – dimenticando che l’utopia, in questo
mondo, è un dispositivo salvifico –, o liquidandole come ambizioni di gruppi
sociali che “possono permettersi” stili di vita collettivi. Nella maggior parte
di questi casi il riferimento è a un certo tipo di narrazione patinata – anche
questa dilagante sui social – fatta in effetti da persone estremamente
privilegiate, con case e vite non alla portata di tuttə. Ma in realtà, oltre la
nostra mente colonizzata dall’immaginario della famiglia “tradizionale” e
dell’amore romantico, se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto
recenti, alle comunità marginalizzate e ad ambienti sociali e culturali diversi,
vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da sempre, talvolta
per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza.
> Se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto recenti e alle comunità
> marginalizzate, vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da
> sempre, talvolta per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza.
Come succede spesso quando si parla di deviazioni dalla norma, quando si specula
a livello teorico su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci
capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti
materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone.
Relazioni devianti dalla norma occidentale bianca ed eteronormata sono da tempo
pratica vitale di comunità che da quella norma sono costantemente minacciate.
All’interno del contesto occidentale, le comunità che vivono assi di oppressione
sistemica conoscono bene l’importanza delle reti, di fare famiglia anche al di
fuori di quella biologica, l’interesse per le relazioni di cura e di sostegno
reciproco slegate da vincoli legali e istituzionali. Al contempo – come descrive
Kim TallBear in un saggio contenuto nella collettanea Making Kin. Fare
Parentele, non popolazioni (2022), a cura di Donna Haraway e Adele E. Clarke –,
per mezzo di pratiche coloniali molte comunità hanno subito l’imposizione di
forme relazionali normate in senso eterodiretto e nucleare, che hanno talvolta
represso e sostituito quelle indigene.
Nel suo libro Un desiderio smisurato di amicizia (2026), uno dei testi più
recenti dedicati al valore politico di questo legame, Hélène Giannecchini
riflette su come sia stata proprio l’amicizia, intesa nel senso più ampio del
rapporto affettivo tra due persone, a nutrire le pratiche di vita delle comunità
queer. Ricercando storie di un passato recente, Giannecchini intreccia una
riflessione sulla sua famiglia di origine, la sua identità di persona lesbica e
la ricerca sulle storie delle famiglie “devianti”. Nel farlo si rende conto che,
per chi rifiuta che a un certo punto della vita le amicizie debbano smettere di
essere centrali, emerge la necessità di inventarsi nuovi mondi di stare al
mondo, di trovare altri modelli e immaginari. Si trova a chiedersi quali modelli
di riferimento ha chi, come lei, “a trentacinque anni [ha] ancora voglia di
attaccare il [suo] materasso a un altro, di parlare delle ore e di fare il bagno
nei fiumi”, come far accettare la possibilità di questa vita: “Come far
riconoscere questi desideri, di che mezzi abbiamo bisogno perché siano tutelati
quanto gli altri?”. Quali strumenti ha una persona che vuole provare a vivere
una vita collettiva, quando “l’epoca in cui viviamo ha fatto della famiglia
nucleare la sua unità di base, mentre noi siamo obbligate a improvvisare e ad
arrangiarci con ciò che rimane” e a giustificare le nostre scelte, il nostro
modo di amare?
Per lei esiste “una filiazione simbolica fra persone queer”, e da questa
convinzione nasce il bisogno di creare un archivio di storie, una genealogia di
“persone che deviano”, consapevole che nella devianza, finché non si trova un
gruppo di riferimento, si è prima di tutto solə. Molto spesso si cresce queer in
famiglie etero, ma “a un certo punto ci si rende conto della propria devianza e
la si coltiva”, si desiderano immaginari, percorsi ancestrali a cui rifarsi,
genealogie in cui inserirsi e riconoscersi per difendere l’amicizia come stile
di vita e come pratica. Spesso le persone queer non hanno un racconto familiare
da ascoltare, ricevere e tramandare; spesso non hanno modelli, e sta a loro
costruire la propria storia (s)familiare.
Quando sono fortunate, le persone queer hanno più famiglie, una d’origine in cui
imparano una tipologia di amore, una d’elezione in cui ne conoscono e
sperimentano altre. Per la maggior parte, invece, l’amore della famiglia di
origine non è un dato scontato, e il pericolo è quello di trovarsi solə,
sopravvissutə alla violenza e al rifiuto, senza racconti né immaginari,
indebolitə perché “chi è senza storia è sottomessa ai capricci del mondo, fa
fatica a trovare il proprio posto, la sua voce ha meno peso”.
> Quando si specula su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci
> capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti
> materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone.
Nel libro, che è testimonianza di una generazione che necessita di ritrovare una
prospettiva storica, si racconta che negli anni Ottanta l’antropologa Kate
Weston, studiando sul campo la comunità gay di San Francisco e sentendosi
ripetere durante le interviste il concetto di “famiglia d’elezione” e “famiglia
gay”, comincia a interrogarsi sul significato di queste espressioni per lei fino
ad allora inedite. Perché le persone che appartengono a queste comunità sentono
il bisogno di utilizzare questi termini, e su cosa si basa questo tipo di
famiglia, se non sui legami biologici e legali? La risposta è sempre la stessa:
sull’amicizia, sulla tenerezza diffusa. Weston si rende conto che questi gruppi
familiari sono organismi aperti, composti prevalentemente da amicizie, ex
amanti, persone che vi transitano all’interno durante periodi di indigenza o di
difficoltà. Si rende conto, insomma, che le persone emarginate creano famiglia
tra loro.
Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi di
stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la sopravvivenza e
una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali. La coppia, per come è
codificata dall’ideale dell’amore romantico, è un sistema esclusivo, che si
struttura su gerarchie e rapporti di potere che derivano dal sistema
patriarcale. Su di essa si basa la famiglia, per come questa è narrata in senso
identitario dalle politiche di destra, associata all’aggettivo “tradizionale” –
quasi sempre sinonimo di “inventato a fini nazionalistici” –, e la famiglia così
intesa è luogo di produzione e trasmissione di ricchezza, e spesso luogo di
violenza per le persone non conformi.
Per le persone queer relazionarsi con la problematicità del sistema-coppia e del
sistema-famiglia è inevitabile: riflettere sulle forme di relazione non normate
è fondamentale per le comunità, perché significa chiamare in causa la vita
intera. Problematizzare la coppia non significa, infatti, muoversi
esclusivamente nell’ambito delle pratiche sessuali; queste ultime sono senza
dubbio territorio di rivendicazioni politiche, e il desiderio un potente innesto
rivoluzionario, ma non esauriscono il campo della riflessione.
Per le comunità queer che non hanno privilegi economici e di classe, la
sperimentazione nelle relazioni è un modo di sopravvivere e stare al mondo. Non
è un caso che molti libri scritti da persone queer in cui si parla anche di non
monogamie dedichino ampio spazio alle amicizie, a quel legame di coesione; è il
“bosco” di cui parla Brigitte Vasallo, senza il quale non potremmo andare
avanti, sono i “legami forti per un pianeta fragile” di cui parla Sophie K.
Rosa, che ci servono per restare insieme in un mondo diviso.
> Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi
> di stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la
> sopravvivenza e una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali.
Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni
l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie
famiglie di origine. Ne sono un esempio le case collettive create dalle persone
delle comunità, di cui la STAR House, fondata da Marsha P. Johnson e Sylvia
Rivera a Manhattan nel 1970, è forse l’esempio più conosciuto. Case aperte,
tentativi, chiamate ad affrontare problemi e grandi complessità, in cui la
condivisione di risorse, l’amicizia e il riconoscimento del bisogno reciproco
tessevano legami. Studiando le realtà delle comunità prima e durante l’epidemia
AIDS, le storie di case radicali sono numerosissime; ne sono un esempio tra i
molti il lavoro di Donna Gottschalk, con cui Giannecchini ha collaborato, alcuni
lavori di Lisetta Carmi, alcuni cortometraggi di Derek Jarman, il film 120
battiti al minuto di Robin Campillo, il libro La dialettica dei sessi (1970) di
Shulamith Firestone. Ma gli esempi non si esauriscono nei documenti che possiamo
consultare.
Studiare queste genealogie familiari significa anche confrontarsi con la
violenza istituzionale, con la cancellazione, con la morte. Uno degli esempi più
recenti di questo fenomeno è ciò che è accaduto con l’epidemia AIDS, e la
taciuta responsabilità dei governi e dell’omofobia istituzionalizzata nella
diffusione del virus e delle tantissime morti, nella responsabilità di una
generazione dilaniata. Tante sono le persone che continuano la ricerca su questo
periodo, anche mosse dalla necessità di ricostruire una propria storia
collettiva.
In una recente intervista, parlando della morte dell’amico Derek Jarman nel
1994, Tilda Swinton racconta che quello stesso anno ha partecipato a 43 funerali
di amici morti per AIDS. Ho provato a immedesimarmi, a immaginare cosa possa
significare perdere quarantatré persone care in così poco tempo. Anche in questo
caso, chi ha vissuto quel periodo di dolore e di morte, ha potuto contare quasi
solo sulle proprie amicizie e sulla cura diffusa, per vivere una vita degna fino
a quando questo è stato possibile. È noto, per esempio, che le persone affette
da AIDS e abbandonate dalle famiglie, dalle istituzioni e dai medici, hanno
trovato sostegno solamente nella cura e nella vicinanza di tante donne lesbiche,
motivo per cui si è poi in seguito deciso di iniziare la sigla LGBTQ+ proprio
con la lettera L.
Tante storie mancano negli archivi, spesso cancellate dalle famiglie biologiche,
le uniche che potevano e possono accedere a letti di ospedale, prendere
decisioni per le persone che stanno per morire. Nuclei che non accettavano lə
loro figliə e che hanno buttato diari, beni personali, cancellandone in parte
l’esistenza, mentre ciò che esiste, esiste grazie al lavoro di tante persone che
hanno lavorato per trasmetterlo, proprio come si fa coi racconti di famiglia. Ed
è anche grazie a questo lavoro e all’attivismo che negli ultimi anni si assiste
al recupero di alcune di queste storie, fino a raggiungere anche produzioni di
ampio consumo; ne è un esempio Pose, una serie Netflix del 2018, in cui si
raccontano storie ispirate alle ballroom newyorkesi ed esperienze di
emarginazione e di vita comunitaria.
> Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni
> l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie
> famiglie di origine.
Nel 1977 Larry Mitchell scrive, con Ned Asta a curarne le illustrazioni, un
libro intitolato I froci e il loro amici nelle rivoluzioni, che invitando a
“lasciarsi andare all’amore dei propri compagni”, rappresenta un manifesto
sull’amore e la coesione contro il sistema patriarcale, sull’amicizia come
motore rivoluzionario. Il libro è l’elogio di una politica di collettività, è un
invito a utilizzare il pensiero utopico per rafforzare la coesione. Anche in
questo caso si tratta di un testo che auspica una politica delle amicizie che si
schieri contro le politiche istituzionali, che ancora oggi e sempre di più si
concentrano invece sulla valorizzazione della famiglia biologica e della
natalità.
Anche in Italia la politica istituzionale torna ripetutamente a insistere
sull’idea di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione, evitando al
contempo qualunque forma di politica diffusa per il sostegno alla famiglia
intesa come gruppo di cura, insistendo invece sull’idea di una famiglia privata,
barricata all’interno delle mura domestiche. Recuperare storie familiari di
altro tipo, raccontarle, serve a ripetere che la famiglia ha molto poco a che
fare con la biologia e con la privatizzazione e moltissimo con l’amore, la cura
e il sostegno reciproco. Questo non riguarda solo le comunità queer: se
ascoltiamo le storie familiari della maggior parte delle persone che conosciamo,
moltissime hanno ben poco a che fare con questo modello narrato come
maggioritario.
Il tentativo di parcellizzare le società insistendo sulla famiglia biologica va
riconosciuto come una minaccia alla fioritura dei rapporti e all’esistenza di
alcune persone. Poco importa in questo senso se le nostre famiglie di origine
sono per noi luoghi d’amore; lo sguardo deve essere ampliato rispetto alla
singola esperienza. Insistere sull’amicizia come collante comunitario è un modo
molto potente per ricordare che, come scrive Johanna Hedva in Teoria della donna
malata: “La più grande protesta contro il capitalismo consiste nel prendersi
cura dell’altr* e nel prendersi cura di se stess*. Assumere la pratica,
storicamente femminilizzata e quindi invisibile, del curare, del nutrire, del
prendersi cura”. Vediamo quotidianamente quanto sia difficile, eppure resta una
fatica per cui vale la pena lottare.
Come ci ricorda Un desiderio smisurato di amicizia, è anche sul piano delle
narrazioni che si fa la lotta contro chi vuole dividere l’umanità, e guardare
alle nostre genealogie serve a sentirsi meno sole, a ricordarci che prima di noi
altre nostre antenate hanno costruito le loro vite mosse dalle stesse necessità.
Giannecchini a un certo punto del suo libro afferma di voler rendere “omaggio a
chi scardina l’ossessione della coppia e del duo, a chi pensa a una comunità
oltre e non necessariamente contro il rapporto a due; a chi inventa
qualcos’altro”.
> La politica istituzionale evita qualunque forma di sostegno alla famiglia
> intesa come gruppo di cura e torna invece ripetutamente a insistere sull’idea
> di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione: una famiglia
> privata, barricata all’interno delle mura domestiche.
C’è una malafede diffusa tra chi pensa che tutto questo serva a scardinare
completamente ogni forma relazionale. La realtà è che il richiamo all’amicizia è
una spinta a stare insieme, a impegnarsi in relazioni solide. Queste discendenze
insegnano che nell’apertura delle possibilità relazionali esiste spazio per
tuttə, è una stirpe di persone che fanno della coesione e dell’accoglienza delle
ragioni di vita, dell’amicizia un collante. Come dice Giannecchini, “Mi auguro
di appartenere a questa stirpe e di portarla avanti”.
L'articolo Un po’ d’amicizia, altrimenti soffoco proviene da Il Tascabile.
“U n sibilo fortissimo, simile a una pentola a pressione gigante”. L’incidente
di Seveso si annuncia così nel racconto di un residente, Alberto Colombo, che
quel 10 luglio del 1976 ha 15 anni. Intervistato in un episodio del giugno 2021
di Ossi di Seppia, ha ricostruito quanto accaduto quella calda mattina a Seveso,
Meda, Cesano Maderno e Desio. Sono le 12 e 37, è sabato. Visto che non siamo in
un giorno feriale, è impossibile valutare precisamente quanto questo particolare
abbia attenuato gli effetti di quella che oggi è nota come la Chernobyl
d’Italia. L’ICMESA è una fabbrica di Meda, un comune in provincia di Monza e
Brianza (all’epoca provincia di Milano). Le residenti e i residenti del
territorio la chiamano “la fabbrica dei profumi”, a causa delle emissioni
odorigene della sua produzione. All’ICMESA, infatti, si fa il triclorofenolo,
una sostanza utilizzata come base per la produzione di diserbanti e cosmetici.
Quella mattina la temperatura interna del reattore A101 nel reparto B dello
stabilimento sale improvvisamente e raggiunge i 250°C. La causa è un’avaria nel
sistema di controllo che innesca una reazione esotermica incontrollata (un
cosiddetto runaway) proprio durante la fase di idrolisi alcalina del
tetraclorobenzene, il processo necessario per ottenere il triclorofenato di
sodio. Il calore genera una sovrapressione anomala: quando la spinta interna
raggiunge le 4 atmosfere, il disco di rottura della valvola di sicurezza cede di
schianto.
> Dopo due o tre giorni gli animali nelle zone attorno alla fabbrica cominciano
> a morire. Il sindaco di Seveso si trova costretto a chiedere alla popolazione
> di non mangiare i prodotti dell’orto.
Si libera una nube bassa e giallastra, profuma vagamente di cloro o di sapone.
Contiene 3.000 chili di sostanze tossiche: soda caustica, glicol etilenico ma,
soprattutto, una quantità mai esattamente determinata, stimata tra pochi
ettogrammi e circa 30 kg, di diossina TCDD. La TCDD
(2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina) è un composto organico policiclico
aromatico e alogenato. La sua struttura molecolare è formata da due anelli
benzenici uniti tra loro da un anello centrale con due atomi di ossigeno (un
nucleo dibenzo-p-diossina), in cui quattro atomi di idrogeno sono stati
sostituiti da altrettanti atomi di cloro. È un sottoprodotto involontario delle
produzioni chimiche, molto tossico, uno dei più stabili e persistenti mai
prodotti dall’uomo.
Spinta da un vento di 5 metri al secondo, la nube non ricade entro il perimetro
dell’ICMESA, ma viene trascinato verso sud-est, disegnando una scia di
contaminazione che avvolge centri abitati e campagne distendendosi su 1.810
ettari di territorio. Chi è per strada avverte fastidio alla pelle; gli occhi
bruciano. La fabbrica però tace. Le autorità restano ferme, aspettano di capire
cosa sia successo, si fidano delle rassicurazioni. Nel frattempo le foglie degli
alberi avvizziscono. Dopo due o tre giorni cominciano a morire gli animali:
uccelli, conigli, polli. All’improvviso si accasciano e muoiono. Intorno alla
fabbrica la mortalità degli animali domestici o di allevamento è del 100%. Il
sindaco di Seveso, su indicazione dell’ufficiale sanitario locale, dice alla
popolazione di non mangiare i prodotti dell’orto. Non possiamo sapere quando i
dirigenti della Givaudan, la società svizzera controllata del gruppo
proprietario dell’ICMESA, abbiano capito che si trattava di diossina. Sappiamo
che hanno aspettato circa una settimana per comunicarlo pubblicamente.
> Ad agosto, le autorità decidono di avallare l’aborto terapeutico per le donne
> della zona contaminata. Una decisione presa nell’incertezza più totale, che
> scatena uno scontro pubblico e che contribuirà ad accelerare l’iter che
> porterà, nel 1978, all’approvazione della legge 194.
In brevissimo tempo si diffonde il panico e si susseguono gli interventi da
parte delle istituzioni. Il territorio viene frammentato in tre zone a
contaminazione decrescente: A, B e R. La Zona A, l’epicentro del disastro, viene
completamente svuotata: tra il 26 luglio e il 2 agosto 736 residenti vengono
evacuati forzatamente, costretti ad abbandonare le proprie case poi destinate
alla demolizione. Nelle zone B e R scattano forti restrizioni come il divieto di
toccare la terra, mangiare ortaggi o allevare animali.
Le autorità consigliano di evitare gravidanze per il timore di malformazioni.
Non si sa quali potrebbero essere gli effetti sui feti, la letteratura
scientifica sulla diossina è ancora troppo scarsa per dirlo con certezza, ma il
panico spinge le donne del territorio a considerare l’aborto, che in Italia è
ancora illegale. L’unico precedente giuridico è una sentenza della Corte
costituzionale del 1975, che ha depenalizzato l’aborto terapeutico solo per
tutelare la salute della madre, non per il rischio di malformazioni del feto. Ad
agosto, però, il ministro della Sanità Luciano Dal Falco e quello della
Giustizia Francesco Paolo Bonifacio, con il consenso del presidente del
Consiglio Giulio Andreotti, danno pubblicamente il proprio benestare per
l’aborto terapeutico per le donne della zona contaminata. L’interpretazione che
lo rende possibile è un’estensione della nozione di “terapeutico” per la quale I
medici valutano che il gravissimo stress psichico e l’angoscia delle donne
esposte alla diossina minacciano direttamente la loro salute mentale. È una
decisione presa nell’incertezza più totale e scatena un durissimo scontro
pubblico: c’è chi, come il giornalista Nicola de Feo su La Stampa, arriva a
proporre di rendere l’aborto obbligatorio per le donne esposte, e chi, dal
fronte cattolico, si mobilita contro quella che vede come una
strumentalizzazione del disastro. Sulla questione interviene anche papa Paolo
VI, che condanna la scelta in qualsiasi circostanza. È proprio quel confronto
acceso a far accelerare l’iter che porterà, nel 1978, all’approvazione della
legge 194.
> Seveso ha cambiato il modo in cui gestiamo i disastri ambientali, la nostra
> concezione di sicurezza, informazione e prevenzione. Ha lasciato una nuova
> consapevolezza delle interazioni tra esseri umani e il loro ambiente.
L’incidente e tutte le sue implicazioni hanno una rilevanza mediatica enorme:
Seveso diventa il simbolo mondiale di un progresso irresponsabile che ha messo
in pericolo la vita di decine di migliaia di persone. La TCDD è infatti
considerata uno dei veleni più potenti mai sintetizzati: nelle cavie sottoposte
a esperimenti come ratti e conigli anche solo quantità infinitesimali sono
risultate letali. Lo stesso non vale per gli esseri umani, anche se nel 1976
questo non si sapeva.
L’eredità dell’incidente è ampia e la ritroviamo in diversi ambiti. Seveso ha
cambiato il modo in cui gestiamo i disastri ambientali, la nostra concezione di
sicurezza, informazione e prevenzione. Ha lasciato una nuova consapevolezza
delle interazioni tra esseri umani e il loro ambiente. Da Seveso derivano tre
direttive europee, che ne portano il nome, su rischi e disastri ambientali.
Prima del 1976 in Italia e in gran parte d’Europa non esisteva un sistema che
obbligasse le aziende chimiche a valutare preventivamente il rischio dei propri
impianti: l’ICMESA produceva triclorofenolo senza che nessuna autorità avesse
mai imposto un piano di emergenza, né informato la popolazione su cosa si
lavorasse a pochi metri dalle loro case.
La prima direttiva Seveso, approvata nel 1982, introduce l’obbligo per le
aziende che superano determinate soglie di sostanze pericolose di redigere
un’analisi di rischio e un piano di emergenza e impone alle autorità locali di
informare preventivamente i cittadini residenti vicino agli impianti a rischio.
Le due direttive successive, Seveso II nel 1996 e Seveso III nel 2012, allargano
e affinano questo impianto, aggiungendo l’obbligo di ispezioni periodiche e
rendendo più stringenti i criteri di classificazione delle sostanze pericolose.
La prospettiva è completamente ribaltata. La fabbrica non deve più limitarsi a
riconoscere le proprie responsabilità una volta avvenuto il disastro ma deve
dimostrare di sapere come comportarsi in caso avvenga. Grazie a quello che è
accaduto a Seveso, oggi in Europa migliaia gli stabilimenti sono classificati “a
rischio di incidente rilevante” secondo questa normativa e ognuno di essi, dalle
raffinerie ai depositi di gas, ha un piano di emergenza.
Non c’è però solo il contributo normativo. L’incidente del 1976 ha lasciato al
territorio un trauma e un parco, il Bosco delle querce, che riposa sulla Zona A.
E ha segnato un punto di svolta per la tossicologia, rendendo quelle città della
Brianza un laboratorio globale e un pilastro della moderna medicina di comunità.
Nel luglio del 1976 Paolo Mocarelli è un giovane primario del servizio di
Medicina di laboratorio dell’Ospedale di Desio (diverrà poi professore ordinario
di biochimica clinica dell’Università di Milano-Bicocca). È lui a coordinare le
operazioni di monitoraggio biochimico, con esami della popolazione che
cominciano il 26 luglio in un’aula requisita di una scuola a via De Gasperi.
Quel primo giorno effettuano 250 prelievi di sangue, in quelli successivi
diverse migliaia. Nel 1976 non esistono spettrometri di massa abbastanza
sensibili da misurare quantità così piccole di diossina nel sangue. Nessun
laboratorio al mondo può farlo. “Mi sono detto ‘Prima o poi si potrà’”, mi
racconta, “e ho deciso di conservare i campioni”. La mobilitazione è febbrile:
“Il personale dei vari reparti ha collaborato al lavoro di campionamento.
C’erano migliaia di provette da archiviare ed etichettare. Lavorammo giorno e
notte, tutti insieme”.
In Italia Seveso è uno spartiacque anche per l’informatizzazione della medicina.
Per gestire la mole immensa di dati (un milione di esami e 30.000 campioni da
etichettare) Mocarelli aveva bisogno di un sistema per rintracciare ogni singola
provetta. “A Desio era in corso un progetto regionale per il nuovo prontuario
ospedaliero di farmaci. C’era un calcolatore da ricerca. Le attività si erano
appena concluse”. In quel luglio 1976 il primario recupera un minicomputer
PDP-11/45 Digital e utilizza il personale di quel progetto per gestire gli esami
di laboratorio. Questo è il primo passo del percorso che trasformerà quello di
Desio nel primo ospedale totalmente informatizzato d’Italia. “Il laboratorio di
Desio è stato poi collegato direttamente ai reparti e ai primi 50 medici di
famiglia. Siamo stati i primi a mandare i risultati degli esami al cellulare dei
pazienti”, rivendica Mocarelli. Il successo del modello informativo di Desio
influenzò la stesura della riforma sanitaria del 1978. Nello specifico, il capo
III, articolo 27 della legge 833 (relativo agli “Strumenti informativi”) impose
per la prima volta la creazione di sistemi informativi sanitari computerizzati,
recependo l’avanguardia tecnologica sperimentata durante il disastro.
> Seveso non ha segnato solo un punto di svolta normativa, è stato uno
> spartiacque anche per lo studio della tossicologia e l’informatizzazione della
> medicina.
“Il monitoraggio è durato anni, facendo prelievi periodici e raccolta delle
urine. Monitoravamo i bambini ogni sei mesi, le donne gravide ogni tre”,
racconta. In tutto viene effettuato circa un milione di esami. I 30.000 campioni
di sangue prelevato a cittadine e cittadini, bambine e bambini di Seveso vengono
congelati a ‒20°C, aspettando un futuro in cui la tecnologia sarebbe stata in
grado di leggerli. Il tempo passa. “Ad agosto avemmo la prima sorpresa positiva,
che ci tranquillizzò. Ci rendemmo conto che l’epatotossicità riscontrata nei
ratti non c’era nelle persone, nemmeno nei bambini segnati dalle ustioni legate
alla pioggia di soda caustica che si liberò dalla nuvola”. A settembre la pelle
di bambine e bambini si copre di bolle: è la cloracne, una patologia
dermatologica caratterizzata da un’eruzione cutanea molto visibile associata
proprio all’esposizione alla diossina. “Ci preoccupammo perché era comparsa
anche se gli esami del sangue, del fegato, del midollo osseo e delle urine erano
normali. Col tempo, guarì da sola. I nostri dati mostravano che la diossina non
era epatotossica per gli umani”.
Nel 1976 la guerra del Vietnam è finita da un anno. Il 2 luglio, una settimana
prima che l’ICMESA vomitasse la sua nube tossica su Meda, Desio, Seveso e Cesano
Maderno, il Paese viene riunificato nella Repubblica socialista del Vietnam.
Negli Stati Uniti, però, chi è tornato da quel conflitto sta facendo i conti con
le conseguenze dell’utilizzo del devastante Agente arancio, sparso sulle foreste
in cui la popolazione si riparava dall’esercito statunitense e da cui sferrava
gli attacchi coordinati che gli avevano garantito la vittoria. In Vietnam il
defoliante ha ucciso o reso disabili 400.000 persone e creato problemi di salute
a due milioni. Secondo la Croce Rossa vietnamita, l’Agente arancio ha comportato
la nascita di 500.000 bambini con malformazioni.
È un dato che da decenni alimenta uno dei dibattiti scientifici più aspri legati
alla diossina, e che merita di essere trattato con cautela. Le revisioni
periodiche del National Academies of Sciences statunitense, il riferimento più
autorevole sul tema, riconoscono un nesso solo con due specifiche malformazioni:
la spina bifida e l’anencefalia, un difetto nella formazione del cranio e del
cervello. Per tutte le altre malformazioni denunciate in Vietnam, il comitato
scientifico ha più volte concluso che le prove non sono sufficienti a stabilire
un rapporto di causa-effetto, anche perché gran parte degli studi vietnamiti
citati a sostegno di un nesso più ampio non sono mai stati sottoposti a
revisione paritaria.
> Gli studi epidemiologici condotti negli anni successivi al disastro di Seveso
> non hanno rilevato alcun aumento delle malformazioni neonatali rispetto alla
> popolazione di controllo, nemmeno nella zona a contaminazione più alta.
Non mancano però voci di segno opposto: una metanalisi che ha messo insieme 22
studi, comprese fonti vietnamite inedite, ha calcolato che le madri esposte
all’Agente arancio avevano il doppio delle probabilità di avere figli con
malformazioni rispetto a quelle non esposte, un risultato che ha però scatenato
critiche feroci da parte di altri tossicologi, secondo cui lo studio si
appoggiava su pubblicazioni datate e mai verificate da pari. È un nodo che la
scienza non è ancora riuscita a sciogliere del tutto, complicato dalla
difficoltà di misurare con precisione l’esposizione individuale a distanza di
decenni. Su Seveso, invece, il quadro è più chiaro: gli studi epidemiologici
condotti negli anni successivi al disastro, basati su un registro ad hoc delle
nascite nell’area contaminata, non hanno rilevato alcun aumento delle
malformazioni neonatali rispetto alla popolazione di controllo, nemmeno nella
zona a contaminazione più alta.
Nel 1987, ad Atlanta, c’è la svolta che unisce quanto accaduto a Seveso e gli
effetti dell’utilizzo dell’Agente arancio in Vietnam. Per rispondere alle
pressioni dei veterani, il Center for disease control (CDC) affina la tecnologia
della spettrometria di massa ad alta risoluzione. Adesso è possibile misurare
tracce infinitesimali di TCDD in pochi millimetri di siero. “Quando l’Istituto
superiore di sanità lesse lo studio del CDC ci chiese se avevamo conservato i
campioni. Li avevamo: è nato un progetto scientifico che ha cambiato
radicalmente lo scenario in tutto il mondo”, racconta Mocarelli. I primi dati
sono sconcertanti: nel sangue della popolazione di Seveso c’è la concentrazione
di diossina più alta mai registrata in un essere umano.
“A Seveso, ribadisce Mocarelli, di diossina non è morto nessuno. Questo non vuol
dire che non ci siano state conseguenze”. Il veleno, come racconta il medico, ha
agito come un potente interferente endocrino, alterando molti meccanismi
ormonali nelle persone che erano state esposte. Mocarelli e il suo team le
controllano per decenni e questo li rende in grado di scoprire effetti profondi
sulla salute riproduttiva. Alcuni degli adulti che, al momento del disastro,
erano bambini (0-9 anni), hanno sviluppato una significativa riduzione della
quantità e della motilità spermatica. “I figli delle donne esposte, continua,
anche se concepiti anni dopo, mostravano la stessa riduzione della qualità
spermatica”. Quelli che il 10 luglio del 1976 erano adolescenti (10-18 anni),
invece, hanno mostrato un aumento degli spermatozoi e della loro motilità. Non
hanno invece avuto effetti le persone esposte quando il sistema riproduttivo era
già formato. La scoperta più sbalorditiva, pubblicata poi su The Lancet, è la
dimostrazione che l’esposizione del padre a un inquinante può influenzare il
sesso dei figli. “I padri con alte concentrazioni di TCDD nel sangue hanno
generato significativamente più figlie femmine rispetto al numero di figli
maschi”. Con Seveso e con Mocarelli si ha una delle prime prove scientifiche del
fatto che l’ambiente può determinare il destino biologico delle generazioni.
> Negli anni Ottanta, Paolo Mocarelli e il suo team scoprirono che nel sangue
> della popolazione di Seveso c’era la concentrazione di diossina più alta mai
> registrata in un essere umano, e che l’esposizione a essa aveva serie
> ripercussioni sulla salute riproduttiva.
La diossina ha avuto anche altri effetti a lungo termine: “Gli studi del
professor Pier Alberto Bertazzi hanno dimostrato un incremento di decessi per
tumori del tessuto linfoemopoietico, come leucemie e linfomi, e un aumento del
rischio di cancro al seno nelle donne”. Nell’area c’è stato anche un eccesso di
malattie cardiovascolari e respiratorie croniche registrato soprattutto nella
Zona A. Senza quell’esposizione, è probabile che alcune di quelle persone non si
sarebbero mai ammalate.
Il monitoraggio costante e l’analisi dei dati hanno trasformato quel disastro in
uno strumento per la tutela della salute pubblica e della fiducia tra scienza e
cittadini unico al mondo. Le 30.000 provette congelate per anni hanno dato un
contributo inestimabile all’avanzata del sapere scientifico mondiale. Il dottor
Mocarelli ci tiene a sottolinearlo: “Personalmente rivolgo ancora i miei
ringraziamenti all’ospedale di Desio, ai miei collaboratori che si sono
impegnati e soprattutto alla popolazione che si è sottoposta ai controlli. Tutti
dovremmo ringraziarli. Se non avessero continuato con le analisi, in tutti
quegli anni, non avremmo saputo tante cose sugli effetti della diossina. Tutti
insieme abbiamo scritto una tappa importante della medicina di comunità in
Italia”.
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