M ia madre mi racconta sempre che il sogno della mia bisnonna era volare. Nata
nel 1918 in una piccola frazione di Perugia, è morta a novantaquattro anni. E
qualche tempo prima di salutarci si è fatta portare all’Aeroporto dell’Umbria e
ha preso una lezione di volo. Lo stesso desiderio lo ha Tereza che di anni ne ha
settantasette e vive in un Brasile futuribile e autoritario, dove lo Stato ha
deciso che la sua vita non è più produttiva. Una nuova legge, infatti, impone a
tutti gli anziani di ritirarsi in apposite colonie per “restituire ossigeno” ai
giovani.
È questa la premessa distopica da cui muove Il sentiero azzurro (2025), l’ultima
opera del regista brasiliano Gabriel Mascaro. La sua non è una distopia di
violenza esplicita, di sorveglianza panottica o di brutale soppressione del
dissenso. È qualcosa di più perturbante: una biopolitica della vecchiaia, dove
il controllo si esercita attraverso una logica neoliberale di efficienza e
produttività. Se la fantascienza ci ha abituati a futuri ossessionati dal
controllo delle nascite, Mascaro opera un ribaltamento: la sua indagine non si
concentra sull’inizio della vita, ma sulla sua gestione terminale. Gli anziani,
prima lodati per il loro contributo allo Stato (vengono celebrati con medaglie,
le porte delle loro case vengono ornate con giganteschi allori, tanto che Tereza
si chiede “da quando è un onore invecchiare?”), vengono poi gentilmente
accompagnati ai margini perché il loro bilancio metabolico con la società è
ormai considerato passivo.
In questo contesto si inscrive il percorso curioso e accidentato di Tereza che,
dopo essersi ritrovata sotto la custodia della figlia, e quindi impossibilitata
a comprare un biglietto aereo per sé, decide di prendere vie alternative. Per
arrivare a trovare un ultraleggero, deve passare via mare e qui incontra Cadu,
un marinaio che la imbarca clandestinamente. Cadu ha un’andatura claudicante,
manovra il timone con i piedi e sniffa polveri scure. E soprattutto le racconta
la leggenda del “sentiero azzurro”: l’esistenza di una lumaca che lascia una
scia blu cobalto che, se iniettata negli occhi, permette di vedere il proprio
futuro. Mascaro ci mostra il rituale e indugia nel raccontarlo: le gocce che
cadono piano nelle pupille del marinaio, la parte bianca dell’occhio che diventa
di un blu intenso, i sudori, l’agitazione, il corpo che scopre curiosamente lo
spazio intorno a sé, che sembra vedere oltre.
> Quella di Mascaro non è una distopia di violenza esplicita, di sorveglianza
> panottica o di brutale soppressione del dissenso. È una biopolitica della
> vecchiaia, dove il controllo si esercita attraverso una logica neoliberale di
> efficienza e produttività.
Mascaro non ci fa vedere quello che vede Cadu, ce lo fa percepire come se
fossimo dei compagni di viaggio. Il marinaio si lascia andare a confessioni
melense sull’amore, come se una febbre improvvisa o un fulmine l’avesse colpito
nel petto. È completamente altrove. In un mondo che pianifica e controlla il
futuro dei suoi cittadini attraverso dati e leggi, la possibilità di una visione
alternativa rappresenta un’epistemologia della resistenza, un modo di conoscere
il mondo che sfugge alla catalogazione e al controllo. Mascaro riesce a
rappresentare, senza retorica, il cortocircuito tra tardo-capitalismo e pensiero
magico.
C’è poi una breve sequenza in cui vediamo, lungo il fiume, un’enorme distesa di
pneumatici, accatastati uno sopra l’altro, è un paesaggio postantropocene: la
natura che torna alla natura quando non è più utile. Cadu spiega che per fare le
gomme serve il lattice dell’albero che viene estratto dalle foreste, ma una
volta che la gomma è consumata e non ha più nessun utilizzo, viene rispedita al
mittente (Tereza commenta “il problema del male è che visto da lontano sembra
quasi bello”); il risultato è un’immagine spettrale e affascinante, mesmerica,
in cui si confonde sempre di più il confine della realtà che ci circonda.
Il suo viaggio lungo il Rio delle Amazzoni non è solo una fuga geografica, ma
una discesa in una dimensione ecologica e simbolica. Come nota Marianna Lucia Di
Lucia in un pezzo uscito su Fata Morgana, Mascaro istituisce un parallelismo
cruciale tra la condizione di Tereza e quella della natura stessa, “entrambi
corpi sfruttati e vampirizzati dal sistema industriale”. L’Amazzonia, nel film,
non è una semplice ambientazione, ma una coprotagonista. È un organismo vivente,
pulsante, ma allo stesso tempo ferito, depredato, una risorsa da gestire e
ottimizzare secondo la stessa logica che governa i corpi umani. Ricongiungendosi
al fiume, Tereza compie un atto di solidarietà implicita con un altro grande
“improduttivo” agli occhi del capitalismo estrattivo.
Mascaro si sa muovere sul margine sottile e impervio della rappresentazione del
rapporto tra essere umano-natura, non ci sono grandi campi, vedute a volo
d’uccello o droni stucchevoli, non c’è una spettacolarizzazione dell’Amazzonia,
lo sguardo del regista è sempre su Tereza o sul binomio Tereza-foresta come un
tutt’uno. La camera segue il percorso della sua protagonista cercando di
rimanere sempre all’altezza della donna, non ha uno sguardo d’insieme sul
circostante ma è come se mettesse insieme i pezzi di un puzzle, piano piano e
senza la presunzione di arrivare a un’immagine completa. “Ho cercato di
rappresentare un’Amazzonia contemporanea in cui è possibile confrontarsi con le
contraddizioni del presente e l’appropriazione del capitalismo all’interno di
queste foreste” dice in una recente intervista Mascaro.
> L’Amazzonia, nel film, non è una semplice ambientazione, ma una
> coprotagonista. È un organismo vivente, pulsante, ma allo stesso tempo ferito,
> depredato, una risorsa da gestire e ottimizzare secondo la stessa logica che
> governa i corpi umani.
La struttura del film si modella così su quella di un anomalo e inverso coming
of age. Non è l’ingresso nell’età adulta a definire la trasformazione della
protagonista, ma l’uscita da un’intera vita di ruoli sociali codificati – madre,
lavoratrice, cittadina obbediente – per riscrivere da zero la propria identità.
Se l’adolescente cerca il suo posto nel mondo, Tereza cerca un mondo al di fuori
del posto che le è stato assegnato. È un processo di de-socializzazione, di
sottrazione. Per essere libera, deve prima di tutto smettere di essere ciò che
la società si aspetta da lei: “Raramente vediamo gli anziani ribellarsi al
sistema”, racconta Mascaro in un’intervista uscita per Variety, “è come se la
ribellione fosse appannaggio esclusivo dei giovani”. La ribellione di Tereza
rifiuta l’essenza di “anziana improduttiva” per riappropriarsi di quella,
universale, di essere umano desiderante.
Una rivoluzione che Mascaro fa partire dal corpo. “Negli ultimi dieci anni ho
maturato una riflessione sul modo in cui il cinema rappresenta l’invecchiamento
del corpo”, continua il regista, “ho constatato quanto spesso i corpi anziani
fossero legati a una certa nostalgia per la vita. […] Non era mai un corpo
presente, e questo ha cominciato a darmi fastidio”. Il cinema, e con esso la
cultura occidentale, ha a lungo negato al corpo anziano la sua dimensione
presente, relegandolo a due narrazioni principali: quella del contenitore di
memorie, uno scrigno di un passato vissuto da contemplare con malinconia, o
quella del corpo medicalizzato, un insieme di funzioni in declino da assistere e
curare. In entrambi i casi, è un corpo privato di agency, di desiderio, di
futuro. Il corpo di Tereza frantuma questa iconografia. È un corpo che abita
ostinatamente il presente, che sente, che soffre, e soprattutto, che desidera.
La sua fuga non è un ritorno nostalgico a un tempo perduto, ma una spinta
propulsiva verso un’esperienza ancora da vivere.
Dopo una notte sulla barca, Tereza riesce a trovare l’ultraleggero e il suo
instabile pilota che le promette per giorni e giorni che avrebbe aggiustato il
mezzo per portarla finalmente in cielo. Qui il film vira. Tereza capisce che non
c’è speranza per il suo volo, torna a casa, ma ormai non può accettare di essere
spedita nelle colonie. Quindi scappa di nuovo, torna verso il fiume e lì
incontra Roberta, una marinaia che vive vendendo Bibbie elettroniche. Tereza
scopre un altro modo di vivere e intesse un legame profondo, spirituale quanto
fisico, con la donna (le vediamo viaggiare, bere, lavorare, danzare insieme).
Fin quando appare un’altra lumaca dalla scia blu, e questo è il momento di
passaggio fondamentale per il personaggio di Tereza: da osservatrice passiva
(quasi disinteressata, e con un obiettivo fisso: volare prima che sia troppo
tardi) passa all’azione.
> La struttura del film si modella così su quella di un anomalo e inverso coming
> of age. Non è l’ingresso nell’età adulta a definire la trasformazione della
> protagonista, ma l’uscita da un’intera vita di ruoli sociali codificati per
> riscrivere da zero la propria identità.
È lei che introduce Roberta alla sostanza allucinogena, vuole fare parte di
quell’esperienza, non crede più che il volo sia una breve parentesi della sua
vita prima di essere spedita nelle colonie. Ormai non può più aderire a quel
ruolo. La sua traiettoria è cambiata perché è cambiato il suo desiderio. Non c’è
aderenza a un modello consolatorio. Il desiderio iniziale di Tereza, volare su
un aereo, è sì, il motore evidente della trama, l’obiettivo a cui noi spettatori
ci aggrappiamo. Eppure, il film sabota deliberatamente questa aspettativa.
L’opera di Mascaro non è un film su come raggiungere un obiettivo, ma su come il
desiderio si trasforma durante il viaggio e come può cambiare anche in una fase
della vita come la vecchiaia, che è sempre proiettata verso il passato e mai
verso il futuro. Le relazioni che Tereza intesse, l’incontro con una prospettiva
di vita completamente diversa incarnata da Roberta, l’esperienza sensoriale del
fiume, diventano più importanti della meta finale. L’invito del regista è quello
di “danzare” e, in effetti, vediamo le due donne danzare insieme, sfiorarsi,
toccarsi, ridere, appropriarsi del proprio spazio di libertà attraverso i loro
corpi.
Alla fine, dunque, che Tereza voli o meno su un aereo diventa quasi irrilevante.
Il film di Mascaro si rivela così non solo una riscrittura del desiderio dei
corpi anziani, ma una riflessione radicale su cosa significhi vivere al di là
della metrica dell’utilità. In un’epoca e in un mondo che ci vuole perennemente
performanti, Il sentiero azzurro ci ricorda che la forma più autentica di
esistenza potrebbe risiedere proprio in quel desiderio che non produce nulla, se
non la magnifica, irriducibile, scoperta di un altrove.
L'articolo Corpi che vogliono danzare proviene da Il Tascabile.
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C hiedi chi erano i meme. Le ultime generazioni potrebbero non saperlo o averne
un’idea così diversa da mandarci in confusione. Late-zoomer e early-alpha stanno
crescendo in un ecosistema mediatico sensibilmente diverso da quello di
pochissimi anni fa e i meme sembrano aver fatto la fine dei giocattoli dei
fratelli maggiori. Quando è successo? E soprattutto, come?
Ormai quasi dieci anni fa, scrivevo La guerra dei meme per raccontare quel nuovo
fenomeno ‒ che nuovo era solo per “il mondo dei grandi” che leggono saggi ‒ e
sin dalla prima presentazione mi venne chiesto se il libro non fosse già
vecchio. Sorte comune a ogni testo che affronta i fenomeni di Internet e che
corre il rischio di scattare fotografie mosse a un paesaggio che scorre troppo
rapidamente dai finestrini del treno. Per anni ho avuto l’arroganza di
rispondere che quello era invece un video che inquadrava davanti al treno, che
il libro si stava avverando di fronte ai nostri occhi. Oggi posso serenamente
affermare che si tratta di una fotografia, spero accurata, di un paesaggio ormai
alle nostre spalle e che i meme hanno perduto la centralità che un tempo avevano
nel cuore della pop culture.
Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa sono e sono stati,
cioè cosa li ha distinti da ogni altra forma espressiva, precedente e
successiva. Per farlo occorre prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco
colto, specialmente in un contesto come questo, da una falsa pista
interpretativa che ancora oggi li lega ad uno dei più influenti saggi del
Novecento.
Il gene egoista (1976) è un capolavoro di divulgazione scientifica che ha
accidentalmente partorito un figlioletto umanista storpio chiamato “memetica”.
Riformulando e integrando le ricerche di genetisti e biologi del decennio
precedente ‒ tra cui George C. Williams e William D. Hamilton ‒ l’autore Richard
Dawkins propone una versione del darwinismo che riesce a rispondere in modo
convincente a presunte aporie della teoria dell’evoluzione, come ad esempio i
comportamenti altruistici che osserviamo in natura. A essere egoista infatti non
è l’individuo, e neppure la specie, ma il gene che usa a diversi livelli sia le
specie sia gli individui come veicoli per moltiplicarsi.
Si scopre che il gene è quindi l’unità minima della biologia, il vero ente che
mira a riprodursi, l’attore ultimo della voluntas schopenhaueriana. Ispirato da
quest’idea dell’unità minima e spinto da una tensione ambivalente verso le
scienze umane, Dawkins decide di dedicare una dozzina di pagine del suo libro a
“la sfida formidabile costituita dal dover spiegare la cultura”. Come esiste in
biologia, questa unità minima che si replica e si ricompone in complessi sempre
diversi deve esistere anche nella cultura e la chiameremo “meme”, dalla radice
greca mimeme, “imitazione”. Vasto programma immediatamente abortito giacché
Dawkins non ci prova neanche a individuare questa unità minima e ci spiega che
“esempi di meme sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o
costruire archi”. Letteralmente la qualunque.
> Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa li ha distinti
> da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre
> prima di tutto sgombrare il campo da una falsa pista interpretativa che ancora
> oggi li lega ad uno dei più influenti saggi del Novecento.
Se il gene è stato individuato attraverso criteri estremamente precisi, poiché
tutto ciò che è più piccolo del gene si aggrega piuttosto che replicarsi e tutto
ciò che è più grande si compone di geni medesimi e quindi si riproduce in forme
diverse, per il meme abbiamo questa parata eterogenea delle prime “cose
culturali” che gli sono venute in mente. Perché le melodie e non le note? Perché
le frasi e non le parole? O non addirittura i fonemi? Dawkins non sembra neppure
sospettare l’esistenza di tali obiezioni che invece hanno fondato le singole
scienze umane le quali, ognuna per conto proprio, si sono dedicate nei secoli
alla ricerca dei propri fondamenti, e talvolta delle proprie unità minime
(segno, parole, suono, sacro/profano, solo per dirne alcune).
Incapace di rispondere a questa domanda e addirittura ignaro della sua
esistenza, Dawkins propone una scienza memetica della cultura che si limita ad
affermare che la cultura è differenza e ripetizione, è rottura e continuità, che
le conoscenze si tramandano di generazione in generazione, ricombinandosi in
forme sempre più complesse. Ovverosia l’intuizione di “cultura” che abbiamo
tutti, professionisti e non, una delle poche cose su cui si può concordare
pacificamente a dispetto di orientamenti, scuole di pensiero e formazioni
specifiche. La pericolante “scienza memetica” che prenderà le mosse da questa
affermazione lapalissiana sarà in effetti il tentativo di dimostrare l’ovvio ad
opera per lo più di studiosi di formazione scientifica che, cimentandosi da
dilettanti nei vari campi del sapere umanistico, giungono alla conclusione che,
sì, anche qui ci troviamo davanti a un insieme di idee che si ricombinano
sincronicamente e diacronicamente.
Tutto questo sembra meno assurdo se si capisce il vero obiettivo polemico di
Dawkins e soci, cioè la religione. Più precisamente, una caricatura tanto del
pensiero religioso in sé quanto della sua influenza sul modo in cui la cultura
pensa sé stessa. Costoro sembrano immaginare che, prima della loro
interpretazione materialistica della trasmissione culturale, la visione
dominante sul tema voleva che le idee calassero dal cielo nella mente delle
persone, un miracolo continuo che solo negli anni Settanta è stato finalmente
smascherato nella sua realtà di saperi tramandati e ricombinati. Ovviamente già
Aristotele ci diceva che l’immaginazione è una facoltà chimerica, cioè memetica,
come direbbero loro, e nessuno ha mai letto la cultura come questa ripetuta
immacolata concezione di idee.
La memetica si rivela allora come strategia per attaccare un certo tipo di memi,
quelli religiosi, descritti ora con accenti dispregiativi: il meme di Dio, il
meme della resurrezione, quello del diluvio e del giudizio universale, tutta una
serie di idee false che hanno “infettato” le menti di generazioni. Dawkins in
effetti vivrà una seconda giovinezza nel mainstream a partire dagli anni Duemila
quando verrà arruolato tra i “Quattro Cavalieri del New Atheism”, in compagnia
di Daniel Dennett, Christopher Hitchens e Sam Harris, un movimento culturale che
avrà una grande influenza in quegli anni, soprattutto tra i giovani e
soprattutto su Internet. Non è un caso allora che, proprio in quegli anni, i
giovani su Internet scelgano un neologismo inventato da uno dei loro maestri per
descrivere le immagini con cui avevano preso a giocare. E lo scelgono bene. Il
concetto dietro al meme dawkinsiano, infatti, funziona tanto male come
interpretazione della cultura tutta, quanto bene per spiegare il meccanismo
dietro questo specifico artefatto digitale: i meme di Internet.
I meme di Internet sono quella classe di contenuti virali che anziché limitarsi
a riprodursi tali e quali a sé stessi, si ricompongono in forme sempre diverse a
partire da una matrice codificata. Ciò che li distingue, invece, da ogni altro
artefatto culturale umano, da quella ovvietà che Dawkins credeva di aver
scoperto nel 1972, è che nei meme questa ricombinazione controllata di
differenza e ripetizione è il senso del gioco stesso. Un’immagine diventa meme
solo nella misura in cui viene collettivamente accettata come tale, ovverosia
come template per nuove iterazioni.
> I meme di Internet sono quella classe di contenuti virali che anziché
> limitarsi a riprodursi tali e quali a sé stessi, si ricompongono in forme
> sempre diverse a partire da una matrice codificata. Ciò che li distingue è che
> nei meme questa ricombinazione controllata di differenza e ripetizione è il
> senso del gioco stesso.
L’origine di queste immagini poteva essere quanto mai varia e in definitiva
irrilevante. Partire da qui, però, ci aiuta a capire perché questa irrilevanza è
rilevante, ovverosia cosa separa il meme dal contenuto virale e dalle altre
immagini che si diffondono su Internet.
Possiamo suddividere l’origine della maggior parte dei meme in tre categorie:
frammenti di attualità, frammenti di cultura pop e immagini precedentemente
ignote. Partiamo dall’ultima che comprende opere artistiche originali e
fotografie anonime, come quelle per le agenzie di stampa. Fanno parte di questa
categoria alcuni tra i meme più antichi e famosi: i Rage Comics originali, i
vari Wojak e stock photo rese immortali dalla memificazione come il Distracted
boyfriend, l’Expanding brain e l’intera produzione di un anziano modello
ungherese, oggi noto come Hide the pain Harold. Queste immagini esistono nella
coscienza collettiva solo nella misura in cui sono riuscite a diventare meme,
segni che ne generano altri, da sole non vogliono dire nulla.
Discorso apparentemente diverso per le altre due classi che abbiamo isolato.
Tanto un Homer che indietreggia fino a scomparire nella siepe quanto un Salvini
che sbotta scocciato “Ah, no? Non posso?” avevano una vita culturale precedente
alla loro memificazione. Eppure: vi ricordate di cosa stava parlando Salvini in
quella trasmissione? Cosa ha fatto indietreggiare Homer? A quale membro del
consiglio Boromir spiega che non si può “semplicemente” camminare verso Mordor,
di quale eroe Thanos non sapeva neppure l’esistenza o gli elementi oggetto della
famosa conta manuale di Berlusconi?
Abbiamo dimenticato quasi tutte queste informazioni perché l’importanza del
canovaccio, dello schema narrativo, cioè del meme, ha superato quella del
contesto originario. Anche se alcune di queste scene si sono inizialmente
imposte all’attenzione pubblica per ciò che rappresentavano originariamente, la
memificazione le decontestualizza immediatamente.
Il contenuto virale ‒ come può essere un tormentone musicale, un gol leggendario
o anche la gaffe di un politico ‒ resta semplice contenuto virale finché
continua a parlare di sé stesso; diventa meme nella misura in cui si fa cornice
narrativa e il referente originale non conta più nulla.
L’altra cosa che smette di contare nei meme è l’autore. Se infatti è irrilevante
il contesto originario da cui emerge una nuova cornice memetica, è anche
irrilevante chi è stato il primo a scegliere di decontestualizzare quel
frammento specifico. E se talvolta la “filologia memetica” operata da pagine
come KnowYourMemes rintraccia la potenziale prima iterazione di un template, e
magari il nickname dell’Original poster, il fatto non lo rende l’autore del meme
poiché quel fotomontaggio che ha manualmente messo insieme è diventato meme solo
e soltanto perché migliaia di altre persone lo hanno riconosciuto come tale,
usandolo nelle loro reiterazioni. Ogni meme, inteso come cornice memetica, è
pertanto strutturalmente anonimo e collettivo e solo le specifiche iterazioni,
intese come singolo meme, possono avere un autore, sia esso un utente o una
pagina.
> Nei meme smette di contare l’autore. Se infatti è irrilevante il contesto
> originario da cui emerge una nuova cornice memetica, è anche irrilevante chi è
> stato il primo a scegliere di decontestualizzare quel frammento specifico.
Questa forma espressiva che sembra per sua natura anarchica e indomabile è stata
invece al centro di numerosi tentativi di cattura da parte di vari poteri. Nel
corso degli anni Dieci i meme hanno informato, strutturato e definito almeno due
movimenti dal basso, Anonymous/Occupy prima e l’Alt-Right originaria poi; sono
stati posti al centro di campagne di marketing ed elettorali, esperti di
comunicazione politica o commerciale hanno cercato in tutti i modi di capire
come sfruttare al meglio questa sorta di testimonial costo zero, queste
immaginette già note a tutti alle quali era possibile far comunicare qualsiasi
messaggio, e ci sono riusciti con esiti altalenanti. Da qualche tempo però la
febbre pare essersi esaurita e la stessa parola ricorre sempre meno, persino per
chiamare quei contenuti che sono a tutti gli effetti dei meme. Cos’è che vi
manda tutto il giorno in DM (Direct Message) il vostro bro? Come li chiamate? Ah
già… dei reel…
Al volgere del decennio, il formato di content più diffuso su Internet diventa
il video breve.
Ad aprire le danze è stato il boom in Occidente della piattaforma cinese TikTok,
specializzata esclusivamente su questo tipo di contenuti, seguita a ruota dai
reel di Instagram e da quel che resta di Facebook, che ha a sua volta
semplificato l’integrazione di video nel feed.
L’Internet delle immagini divertenti cede il passo all’Internet dei video brevi
divertenti.
Ma che c’entra questo con quel tipo preciso di contenuto divertente chiamato
meme? Fin qui abbiamo dato per scontato che questi artefatti culturali chiamati
meme fossero sempre immagini accompagnate da parole perché… era quasi sempre
così. Nulla nella nostra definizione di meme prescrive o anche solo suggerisce
il formato che dovrebbero avere questi segni che ne generano altri. Infatti, ben
prima di TikTok e dei reel, sono esistiti meme che insistevano su altri formati,
formati video, formati audio o audiovisivi; ma erano delle eccezioni che
saltavano all’occhio.
Internet era dominata da immagini + testo per le stesse ragioni per cui verrà in
seguito dominata dai video. Prima di una rivoluzione culturale, ad avere
inaugurato l’era dei meme è stata infatti una rivoluzione tecnologica, una serie
di scatti in avanti della tecnica che hanno via via composto l’ecosistema
adeguato al fiorire di questa forma espressiva. Il primo pezzo di questo
ecosistema è stato ovviamente Internet stessa, una rete globale basata sul
principio di condivisione orizzontale di informazioni. Che per un po’ di tempo è
rimasto per l’appunto un principio.
I meme iniziano a diffondersi nella prima metà degli anni Zero, non prima e non
dopo, perché in quegli anni aumenta la velocità delle connessioni e diventa
possibile scaricare, caricare e condividere immagini senza impiegare mezza
giornata. Parallelamente si diffondono competenze e strumenti: tutti imparano a
intervenire su un’immagine con un breve testo e i meme editor online rendono
questo compito ancora più elementare. L’ultimo tassello sono stati i social
network che hanno in parte alterato il primo ecosistema memetico fondato su
imageboard e forum che permettevano una circolazione centrifuga e anonima: da un
lato rendendoli un fenomeno veramente di massa, dall’altro introducendo le prime
autorialità parziali: utenti e pagine che “firmano” le loro singole iterazioni
di un meme.
> I meme iniziano a diffondersi nella prima metà degli anni Zero, non prima e
> non dopo, perché in quegli anni aumenta la velocità delle connessioni e
> diventa possibile scaricare, caricare e condividere immagini senza impiegare
> mezza giornata.
TikTok e i reel hanno condotto la stessa rivoluzione tecnologica sostituendo i
video brevi alle immagini come contenuto egemone di Internet. Trovando un
ecosistema socialmediatico già sviluppato, la rivoluzione video si è dipanata su
due vettori, uno pratico e uno più teorico. In primo luogo, proprio come accadde
per le immagini con le scritte, sono stati resi disponibili rudimentali
strumenti di video editing ‒ interni alle piattaforme come TikTok e Instagram ‒
che hanno reso l’intervento su video semplice quasi come quello sulle immagini.
Ma l’intuizione fondamentale è stata forse quella teorica, ovverosia iscrivere i
video nello stesso campionato delle immagini. Se YouTube, che esisteva già da
quindici anni, va in competizione con la televisione, i video brevissimi
occupano lo stesso spazio/tempo di fruizione delle immagini, giocano nel
campionato dello scrolling e lì stravincono contro i loro antenati fermi sulle
gambe.
Che abbiano stravinto è un dato di fatto e non è difficile capire il perché. È
in fondo già successo un secolo fa quando milioni di persone in tutto il mondo
si riversavano nei cinema piuttosto che nei musei o alle mostre fotografiche,
un’altra invenzione tutto sommato recente. La potenza dell’immagine in movimento
travolge quelle statiche, se parliamo di mera capacità di intrattenimento. Non
voglio infatti affermare un qualche primato estetico del cinema sulle arti
figurative: Kubrick e Turner hanno pari dignità, ma chi dubiterebbe mai che i
biglietti venduti nei cinema di tutto il mondo per il solo Shining superano la
somma degli ingressi alle mostre dedicate al pittore inglese tenutesi nell’arco
degli ultimi due secoli? Gli effetti di questa maggiore potenza si evincono
anche da un proporzionale impoverimento della scrittura che si accompagna ai
nuovi content in movimento.
Alla fine degli anni Dieci, proprio come le arti figurative all’avvento del
cinema, i meme si trovavano in piena fase avanguardista. Per via della natura
dichiaratamente ricombinatoria del gioco, i meme hanno preso a combinarsi in
modi imprevisti e intenzionalmente trasgressivi. Meme che combinavano più
template, meme che tradivano le aspettative intrinseche di una determinata
cornice, meme completamente surreali che si facevano beffe di ogni possibile
aspettativa interna alla forma espressiva, insomma dei metameme, meme
“consapevoli” di essere tali che incrementavano la complessità del gioco stesso,
spingendo al massimo la ricorsività. Sebbene il tipo semplice di meme, battutine
illustrate da un’immagine già nota, restassero la forma più diffusa e
riconoscibile, questi meme avanguardisti erano riusciti a guadagnarsi uno spazio
importante nella cultura di Internet, accompagnati da una sottocultura che ne
difendeva il valore artistico e stroncava le opere troppo banali, e finendo
persino adottati da attori più istituzionali, come brand, politici e personaggi
pubblici, che azzardavano occasionalmente l’uso di queste creature più
sofisticate.
Oggi, io, che facevo parte di quella sottocultura snob che schifava l’ennesimo
faccione di Messi stupito usato per raccontare qualche dinamica di coppia, mi
ritrovo a ridere dell’ennesimo montaggio di Mourinho che esulta in faccia alla
telecamera di bordo campo con sopra scritto “Quando rispondi male alla cameriera
goth per farti sputare nel caffè”. Tra Messi e Mourinho la differenza salta agli
occhi, il primo ha la strada segnata… Per quanto possa essere buffa
l’espressione che uscì a Messi in quel frangente, con la mano “da italiano” a
completare il disegno di disappunto, smette di farti ridere la terza volta che
la incontri. Discorso diverso per Mourinho, ma anche per Magnum P.I. che rompe
di continuo la quarta parete, per l’antagonista di Dexter che ti sospetta, o per
Matthew McConaughey che piange di fronte a qualsiasi video fuori luogo che ha
sostituito il vlog di sua figlia in Interstellar. Sul lungo termine, anche
questa roba annoia, come tutto, ma basta una breve disintossicazione seguita da
una battuta azzeccata e ritorna “la magia del cinema” a ripristinare almeno
parte dell’efficacia perduta.
> Alla fine degli anni Dieci, proprio come le arti figurative all’avvento del
> cinema, i meme si trovavano in piena fase avanguardista. Per via della natura
> dichiaratamente ricombinatoria del gioco, i meme hanno preso a combinarsi in
> modi imprevisti e intenzionalmente trasgressivi.
Ai più attenti di voi, non sarà sfuggito che, dopo aver annunciato che avrei
parlato della vittoria dei reel sui meme, ho citato solo meme puri in formato
reel. Il solo fatto che ho potuto evocarli nella vostra mente semplicemente
descrivendoli, significa che sono dei montaggi altamente codificati, delle
cornici memetiche in movimento. Come mai, allora, suggerisco che i meme siano
morti? I meme sono morti come idea, come attore principale di Internet, come
parola-chiave delle nuove culture digitali. Resistono come forma tra le altre.
La chiesa non è più al centro del villaggio: essi sopravvivono. Infatti, accanto
ai montaggi più codificati che possiamo senza dubbio identificare come meme, il
bro vi manda tutta un’altra serie di reel in DM: sketch comici interpretati da
aspiranti comedian, pubblicità buffe di aperitivi a Catania, influencer che
fanno la predica, influencer che “reactano” l’influencer di prima cercando di
umiliarlo, gymbro e cryptobro che cercano di insegnarti la vita, rare footage di
concerti o programmi televisivi, interviste al man on the street e ovviamente
tonnellate di AI slop, l’elefante nella stanza che non abbiamo tempo di
affrontare come si deve.
È stato importante identificare con precisione i meme propriamente detti e
distinguerli da tutti gli altri content virali altrimenti non coglieremmo la
differenza tra Mourinho che esulta sempre allo stesso modo per permetterti di
fare una battuta e un’intervista semidimenticata del giovane allenatore che per
la prima volta dà di matto in conferenza stampa e circola accanto al montaggio
di prima ma perché il bro vuole che tu riveda proprio quel momento lì.
Per non parlare della definizione ancora più ampia di Dawkins che non solo non
troverebbe differenze tra tutti questi contenuti, ma chiamerebbe meme anche la
mia caffettiera perché dialoga col design di tutte le caffettiere che l’hanno
preceduta e la seguiranno, nonché questo stesso articolo perché usa l’alfabeto e
le convenzioni del linguaggio umano.
> I meme sono morti come idea, come attore principale di Internet, come
> parola-chiave delle nuove culture digitali. Resistono come forma tra le altre.
> La chiesa non è più al centro del villaggio: essi sopravvivono.
E proprio qui cogliamo l’inversione storica che si è verificata sotto i nostri
occhi. Se fino a qualche anno fa si chiamava “meme” ogni tipo di contenuto che
circolava su Internet, oggi non vengono isolati come tali neppure i meme
propriamente detti. I termini brandizzati reel e TikTok sembrano, per ora, avere
assolto questa funzione nel linguaggio quotidiano; laddove, salendo di registro
verso una terminologia più tecnica, si è già imposto l’asso pigliatutto del
content, per un’analisi del quale rimando a questo brillante video di Patrick
Willems.
Riassumendo, la detronizzazione dei meme si è svolta in tre fasi:
1. Shift della cultura internet dalle immagini ai video;
2. Diluizione dei meme formato video in un mare magnum di content parimenti
brevi e parimenti interessanti;
3. Sostituzione terminologica.
Quale futuro per i meme quindi? Proprio mentre nella cultura generale si parla
sempre meno di meme, nell’ambiente si parla sempre più spesso di memer. Abbiamo
costeggiato più volte il tema dell’autorialità memetica senza affrontarlo come
si deve. L’autorialità memetica si dà quando un soggetto, sia esso un singolo o
un collettivo dietro una pagina, firma delle singole iterazioni di meme: non il
template in sé, che non può avere autore, ma l’unione del template con una
battuta o un altro contenuto originale. E però si nota qualcosa di singolare
nella carriera di tutti i più grandi memer che hanno calcato il palcoscenico
digitale negli ultimi quindici anni. Più crescono come memer… e più smettono di
essere memer. Il ricorso a template affermati si fa mano mano più sporadico, e
in molti casi scompare del tutto. Il memer crea una sua poetica, un suo universo
di segni ricorrenti, una memetica privata che fa tutt’uno con ciò che abbiamo
sempre chiamato cifra autoriale.
Guardiamo le pagine che hanno firmato i racconti di Divertenzio puro, raccolta
uscita a inizio 2025 che raduna i più grandi memer italiani della nostra era per
farli cimentare con la forma racconto. Già il fatto che tutti loro si siano
dimostrati all’altezza della pura parola scritta dovrebbe suggerirci qualcosa. E
quel qualcosa viene confermato se andiamo a vedere la loro produzione digitale:
quasi nessuno di loro usa meme propriamente detti se non occasionalmente.
> Quale futuro per i meme quindi? Proprio mentre nella cultura generale si parla
> sempre meno di meme, nell’ambiente si parla sempre più spesso di memer.
Prendiamo due nomi agli antipodi: Giulio Armeni (Filosofia coatta) e Filippo
Marazzi (Piastrelle Sexy). Il primo è semplicemente uno dei più grandi
vignettisti satirici italiani di tutti i tempi, al pari del miglior Altan e di
Pazienza quando calcava il genere. Genere tanto facile da improvvisare quanto
difficile da trasformare in arte. Quello che riusciva a Pazienza e Altan e
riesce ad Armeni oggi è proprio elevare la satira sopra l’attualità, oltre il
dibattito politico e la polemica del giorno, senza snaturarla del tutto. La
conferenza stampa di Giorgia Meloni risottotitolata continua a commentare la sua
azione di governo ma attraverso categorie filosofiche di più ampio respiro,
oppure è il dibattito sulla natura umana tra Chomsky e Foucault a trasformarsi
in una lettura obliqua dei temi a noi contemporanei.
Niente a che vedere con ciò che fa Marazzi, autore di brevissime prose poetiche
che sono, spesso ma non sempre, accompagnate da un’immagine distonica. Amare
riflessioni sul quotidiano, sui momenti morti dell’esistenza, illuminazioni che
ti colgono mentre fai la lavatrice vengono illustrate da miniature medievali e
dipinti ad olio. Armeni e Marazzi non condividono quasi niente né con i meme
propriamente detti, né tra di loro. E il discorso si può estendere al fiabesco
relatabile di Monica Magnani (Vabe RagaA), alla Roma mostruosa di Federico Gemma
(0ni_giri) o a quella soffocata dai luoghi comuni di Marzio Persiani (Relatable
Roma Memes), curatore della raccolta. Dove sono i meme qui? Forse in uno sguardo
sul mondo che i meme hanno insegnato loro, una delle vie maestre per l’ironia,
lo straniamento, la messa tra parentesi del mondo per un paio di generazioni. La
cultura memetica lavora qui come background condiviso, come l’arte marziale
originale di un MMA fighter che non tirerà mai più un calcio stilisticamente
perfetto come il suo taekwondo vorrebbe ma nei suoi calci senti che c’è qualcosa
in più.
L’autorialità non è quindi il terreno in cui sopravviveranno i meme, sono
piuttosto questi nuovi autori a essere il frutto di una stagione ormai conclusa.
Per un po’ continueremo a chiamarli impropriamente memer, per renderli leggibili
al grande pubblico, un’etichetta di marketing che garantisce agibilità a
festival come la Memissima di Torino e kermesse analoghe. Piano piano ci
renderemo conto che l’etichetta sta stretta a quasi tutti loro e che personalità
che non abbiamo mai identificato come memer portano addosso i segni di quella
stagione tanto quanto i primi. Stand-up comedian, youtuber, scrittori,
fumettisti: scopriremo che generazioni di artisti sono stati influenzati da
quella sottocultura senza mai fare meme per davvero, semplicemente respirandoli.
I meme invece sopravviveranno rivelandosi quello che sono sempre stati: una
forma di artigianato digitale che per sua natura spinge in direzione opposta e
contraria all’autorialità e a cui solo un accidente storico ha garantito le luci
della ribalta per un, tutto sommato, breve lasso di tempo. In un periodo in cui
la creazione di contenuti originali era troppo costosa in termini di risorse,
tempo e competenze, i meme hanno assolto il loro mandato storico, imponendosi
come forma espressiva più efficace, più fit, per tornare a Darwin. Oggi persino
l’umorismo più tipicamente memetico viene insidiato da tutti i lati dalla
cultura dei creator: se mi viene in mente una battuta che potrebbe essere
perfettamente illustrata da Di Caprio che si illumina di fronte alla TV in C’era
una volta a Hollywood, piuttosto che usare quello screenshot, mi punto una
telecamera in faccia e la recito io la scenetta di quello sbalordito che magari
ci svolto pure una carriera.
> I meme sopravviveranno rivelandosi quello che sono sempre stati: una forma di
> artigianato digitale che per sua natura spinge in direzione opposta e
> contraria all’autorialità e a cui solo un accidente storico ha garantito le
> luci della ribalta.
Certo, ci sarà sempre chi, sordo alle sirene della fama, userà la scena di Di
Caprio, questa volta sotto forma di breve clip, magari montata insieme ad altre
scene dello stesso tenore e perché no, con una bella soundtrack emotivamente
dissonante in sottofondo. Chi insomma farà meme all’altezza delle possibilità
tecniche del presente. Eppure cos’è che ti ha appena mandato il bro in DM? Ah
già… un reel.
L'articolo I meme sono morti? proviene da Il Tascabile.
N ella classifica dei libri più venduti di agosto 2025 delle librerie
indipendenti McNally Jackson al primo posto, superando anche il romanzo
distopico I Who Have Never Known Men di Jacqueline Harpman, fenomeno virale di
quest’anno nell’universo del BookTok, compare il memoir I Regret Almost
Everything del ristoratore Keith McNally (nessuna parentela), animatore e
protagonista da decenni del panorama della ristorazione newyorkese, definito dal
New York Times “The Restaurateur Who Invented Downtown”.
La figura di McNally non è di certo sconosciuta, soprattutto tra il pubblico
smaccatamente urbano che legge il New Yorker, fa spesa al farmers market e
frequenta le enoteche con vini naturali e small plates. I suoi locali hanno
definito uno specifico Zeitgeist, sono entrati nell’orizzonte culturale e
mediatico degli anni Ottanta e Novanta. L’Odeon ha espresso a tal punto lo
spirito grottesco e tragicamente adrenalinico dell’euforica esuberanza yuppie da
finire in diverse opere di finzione: è sulla mappa iperdettagliata e capillare
dei posti frequentati da Patrick Bateman in American Psycho di Bret Easton Ellis
e la sua insegna al neon campeggia sulla copertina del romanzo Bright Lights,
Big City di Jay McInerney; il Balthazar, con la sua riproposizione nostalgica e
decadente di una brasserie parigina e il suo inaccessibile sistema di
prenotazioni, è stato a lungo uno degli indirizzi di culto del dining out
newyorkese, seducendo e intercettando un amalgama di scrittori, registi,
artisti, chef, da Andy Warhol a Eric Ripert e alimentando quel repertorio di
aneddoti e racconti su cui si è costruita la mitologia di gran parte dei
ristoranti newyorkesi.
Anche a fronte della relativa popolarità di McNally, il successo di un memoir
esplicitamente votato al racconto delle dinamiche interne alla ristorazione
sollecita alcune domande intorno ai food memoir e alle scritture autobiografiche
di chef e figure dell’hospitality. In The Nasty Bits Anthony Bourdain individua
una fonte di consolazione immediata alle insoddisfazioni della vita nelle cucine
professionali, a quel “senso d’isolamento o di frustrazione che ti avvolge dopo
una giornata di diciassette ore passata a sgusciare gamberi e a rimestare
verdure in un bugigattolo di cucina”, nella lettura di quattro libri: Down and
Out in Paris and London di George Orwell, Le ventre de Paris di Émile Zola, The
Kitchen di Nicolas Freeling e Flash in the Pan. The Life and Death of an
American Restaurant, di David Blum, tutti, a eccezione del classico di Zola,
inquadrabili nei confini, a ben vedere piuttosto scivolosi e continuamente
rinegoziati, del food memoir. Down and Out in Paris and London racconta le
rocambolesche avventure di Orwell durante la sua esperienza da plongeur e da
sguattero prima in un misterioso Hotel X e poi in un sordido bistrot a Parigi
negli anni Venti; The Kitchen ripercorre l’avanzamento dell’autore – da commis a
cuoco ‒ nel sistema della brigata dei grandi hotel francesi degli anni Quaranta;
Flash in the Pan è la cronaca dell’ascesa e della caduta del ristorante The
Falls di cui Blum segue tutti i momenti, dalla progettazione all’inaugurazione.
> Il successo di un memoir esplicitamente votato al racconto delle dinamiche
> interne alla ristorazione sollecita alcune domande intorno ai food memoir e
> alle scritture autobiografiche di chef e figure dell’hospitality.
Quello che conforta Bourdain è riconoscere che le sue sofferenze – le bruciature
della graticola sui polsi, le tracce lasciate dalle lame dei coltelli, la
sensazione di alienazione avvertita nei confronti dell’umanità che vive fuori
dagli spazi angusti della cucina, che può beneficiare della luce del sole e di
forme di socialità regolari – sono state condivise da altre figure che, come
lui, hanno avvertito l’urgenza di registrarle. Le ragioni per cui Bourdain si
rivolge a questi testi sono plurali: quello che sembra emergere in modo più
consistente e immediato è un bisogno di identificazione: altri si sono sentiti
come mi sento io, hanno vissuto esperienze simili alle mie. Ci sono poi lo
stupore e la successiva gratificazione di vedere assegnata la dignità di materia
narrativa persino ai momenti considerati più bassi e abietti nel percorso
professionale di uno chef: alla disperazione del commis sfruttato, all’impotenza
di cui si sente vittima il plongeur. La questione del riconoscimento assegnato a
quella sostanza organica, magmatica e ribollente che è la vita nelle cucine non
è di secondaria importanza. Basti pensare che prima del 2019, quando Burn the
Place, il memoir della chef e ristoratrice Iliana Regan, è stato incluso nella
longlist della non-fiction del National Book Award, era dal 1980 – con Julia
Child and More Company, vincitore nella categoria Current Interest ‒ che un
libro legato al cibo non figurava tra i candidati al premio letterario
americano.
Per molto tempo il cibo è stato raccontato più da una prospettiva domestica, nei
toni rassicuranti del ricordo, spesso venato di malcelata nostalgia, dei
confortanti pasti preparati in famiglia. Il successo di questo tipo di racconto
– quello più tipico del food memoir – è facilmente spiegabile visto che,
ricorrendo a un repertorio di figure riconoscibili – il primo piatto assaggiato
insieme ai genitori o ai nonni; la prima cena preparata per una persona cara – e
a un vocabolario conosciuto, intimo, che mira a equiparare il cibo alla
condivisione, alla famiglia, in definitiva all’amore, fa leva su sentimenti
universali. Mi chiedo, invece, quando i resoconti dalle retrovie delle cucine
sono diventati così seducenti per un pubblico generalista, un pubblico
probabilmente più a proprio agio con arrosto e crostata che non con brunoise e
béarnaise.
> Per molto tempo il cibo è stato raccontato più da una prospettiva domestica,
> nei toni rassicuranti del ricordo, spesso venato di malcelata nostalgia, dei
> confortanti pasti preparati in famiglia.
La risposta, come molte di quelle che hanno a che fare con le questioni del cibo
e della sua narrazione, è rintracciabile nel lavoro di Anthony Bourdain che, nel
suo primo articolo, pubblicato sul New Yorker nel 1999, “Don’t Eat Before
Reading This”, ha introdotto un nuovo paradigma, più sanguigno e spigoloso, meno
confortante, nel racconto culinario, ricordando ai suoi lettori che, oltre i
buoni sentimenti e le elucubrazioni sul senso etico del mangiare, “good food,
good eating, is all about blood and organs, cruelty and decay”. L’opera di
Bourdain, pur nella singolarità della sua figura e del suo percorso
professionale, ha inoltre sollecitato una curiosità nuova nei confronti della
figura degli chef.
Lo chef memoir nasce, infatti, come diramazione del food memoir. Tracciando una
distinzione piuttosto sommaria e tenendo conto delle inevitabili sovrapposizioni
tra i due, è possibile individuarne alcune specifiche. Nel food memoir il focus
è il rapporto dell’autore o dell’autrice – non necessariamente una figura legata
all’ambito della ristorazione ‒ con il cibo, spesso maturato a partire da alcuni
episodi epifanici collocabili durante l’infanzia, il più delle volte
riconducibili alla sfera domestica. Quasi sempre il food memoir segue in modo
regolare le diverse fasi della vita di chi scrive, che finisce spesso per
servirsi dei ricordi culinari come strumento e pretesto narrativo per indagare
questioni relative all’identità culturale, di genere o per suggerire riflessioni
intorno al valore sociale del cibo e del mangiare.
Lo chef memoir è, ovviamente, sempre scritto da uno chef. In antitesi rispetto
al food memoir che, per l’estensione e la varietà delle questioni di cui si
occupa sembra spesso equiparabile a una visione panoramica, lo chef memoir si
muove tutto in profondità, concentrandosi su di uno specifico luogo – le cucine
dei ristoranti – e una specifica temporalità, che si diparte dal momento in cui
chi scrive decide di diventare chef (“fu allora, caro lettore, che per la prima
volta in vita mia mi resi conto di voler diventare uno chef” in Kitchen
Confidential. Adventures in the Culinary Underbelly di Anthony Bourdain;
“l’indomani mattina sarei diventato un cuoco” di The Devil in the Kitchen. Sex,
Pain, Madness, and the Making of a Great Chef di Marco Pierre White; “this was
the day I slighted fate and became a chef” in Burn the Place”).
Il food memoir è una mappatura, lo chef memoir è uno scavo. Il food memoir è
distant, lo chef memoir è close. L’infanzia non scompare del tutto
dall’orizzonte del raccontabile, ma da questa vengono selezionati solo gli
episodi funzionali a spiegare i primi avvicinamenti al cibo. Quello dei piatti o
cibi formativi che dischiudono a chi scrive l’accesso all’universo di struggente
piacere e di gloria devastata della cucina, è un topos del genere. Per Bourdain
è la prima ostrica – che sa “di brina, di acqua salata e di carne” ‒ assaggiata
con sfida in Francia a dodici anni durante una vacanza con i genitori; per Julia
Child è la sole meunière che mangia a Rouen nel 1948 e che le rivela gli
splendori della cucina francese; per Gabrielle Hamilton è l’agnello allo spiedo
che arrostisce da bambina insieme al padre, d’estate.
Una contronarrazione divertente rispetto a questi momenti epifanici è quella
proposta dalla food blogger Geraldine DeRuiter in If You Can’t Take the Heat:
Tales of Food, Feminism, and Fury che con divertita ironia si chiede come sia
possibile che per così tanti chef e food writer i primi ricordi alimentari siano
legati a vaporosi soufflé e cremose zuppe di pesce anziché, come nel suo caso, a
merendine piene di zuccheri, litri di bevande gassate e gelatine in scatola. Per
quanto sia una considerazione interessante e per quanto sia indubbiamente
spassoso desacralizzare la mitologia che le persone legate alla ristorazione
spesso propongono di sé, DeRuiter sembra ignorare che, come ormai riconosciuto
dalla maggior parte degli studi sull’autobiografia, da Paul John Eaking a John
Coetzee, nelle scritture del sé, fondate sulla memoria, il soggetto che ricorda
reinterpreta il proprio passato, e selezionandolo e recuperandolo, lo
risignifica, inserendolo in un nuovo piano di senso che deriva dalla forma
stessa della narrazione.
> Se gli chef memoir sacrificano spesso nella narrazione il racconto di tutto
> quello che non ha a che fare con la carriera da cuochi di chi scrive è perché
> il più delle volte i tempi della vita e i tempi della cucina semplicemente
> coincidono.
L’autobiografia – come sostiene Robert Elbaz ‒ “è finzione e la finzione è
autobiografia: tutte e due rappresentano una sistemazione narrativa della
realtà”, perciò è necessario approcciarsi a questi prodotti culturali senza
pretendere una rigorosa oggettività ma intendendoli come dispositivi che
permettono di costruire una vita attraverso la costruzione del testo. La
specifica temporalità su cui si orchestra lo chef memoir non è solo una
conseguenza di questa operazione di montaggio e selezione degli episodi
significativi di una vita, ma credo dipenda dalla peculiare concezione del tempo
che sperimenta chi lavora in cucina. Dopo aver letto un numero considerevole di
chef memoir e senza voler costringere le singolarità delle diverse esperienze in
un canone riduzionista, penso di poter affermare che se gli chef memoir
sacrificano spesso nella narrazione il racconto di tutto quello che non ha a che
fare con la carriera da cuochi di chi scrive è perché il più delle volte i tempi
della vita e i tempi della cucina semplicemente coincidono.
In questa tassonomia delle scritture del sé legate al cibo e alle figure
dell’universo dell’hospitality rientrano anche testi piuttosto eterodossi. Ci
sono quei libri che, senza pretesa di accuratezza filologica, credo possano
definirsi restaurant memoir, variazione sul tema dello chef memoir da cui
divergono perché concentrati a registrare, come in un diario di bordo, tutti gli
aspetti che riguardano la vita del ristorante: dalle preparazioni ai mutamenti
nella brigata; dall’elaborazione dei menu all’allestimento della sala. Anche se
spesso i confini tra i due sono pressoché indistinguibili, lo chef memoir è più
finalizzato alla costruzione della figura divistica di chi scrive. Nella mia
personale classificazione Kitchen Confidential di Anthony Bourdain è uno chef
memoir; The Devil in the Kitchen di Marco Pierre White è un restaurant memoir.
Un’altra biforcazione, piuttosto eccentrica e ben poco ricorrente, di cui ho
individuato solo pochi titoli – Table Comes First: Family, France, and the
Meaning of Food di Adam Gopnik; Heat: An Amateur’s Adventures as Kitchen Slave,
Line Cook, Pasta-Maker, and Apprentice to a Dante-Quoting Butcher in Tuscany e
Dirt: Adventures in Lyon as a Chef in Training, Father, and Sleuth Looking for
the Secret of French Cooking di Bill Buford – è quella del critico-studioso che
frammischia al racconto della sua vita personale e professionale (Buford si
trasferisce a Firenze e a Lione e inizia anche a lavorare nelle cucine, Gopnik è
più classicamente “un americano a Parigi”) una divulgazione colta e dai toni
brillanti – entrambi gli autori scrivono sul New Yorker – sulla storia
dell’alimentazione, sui significati sociali del mangiare fuori e sulla mai
sopita rivalità tra civiltà culinaria italiana e francese.
> A distinguere, almeno fino a un passato relativamente recente, food e chef
> memoir interviene anche una evidente differenza di genere. Il food memoir è
> stato spesso derubricato a “genere femminile”.
Anche i cookbook da alcuni anni si stanno orientando verso il memoir; i menù
stessi potrebbero considerarsi una forma di scrittura del sé. Il restaurant
cookbook Prune della chef e proprietaria dell’omonimo ristorante, Gabrielle
Hamilton, è stato scritto e pensato dall’autrice come un’autobiografia del
ristorante, un archivio di tutto quello che vi si è preparato e cucinato per
dodici anni, da leggere come accompagnamento al suo memoir Blood, Bones &
Butter: The Inadvertent Education of a Reluctant Chef.
A distinguere, almeno fino a un passato relativamente recente, food e chef
memoir interviene anche una evidente differenza di genere. Il food memoir è
stato spesso derubricato a “genere femminile”: non solo perché i titoli che ne
compongono un ipotetico canone sono per la maggior parte scritti da donne
(Tender at the Bone: Growing Up at the Table di Ruth Reichl; My life in France
di Julia Child; Home Cooking di Laurie Colwin; The Gastronomical Me di M.F.K.
Fisher), ma anche per l’insistenza sulla connotazione familiare dei pasti
preparati per amici e parenti – il memoir di Colwin nasce come esplicito omaggio
alla cucina domestica ‒, e per la presenza di ricette – associate più alla
dimensione femminile e casalinga della cucina che non a quella professionale e
maschile ‒ pensate per essere modificate, sostituendo gli ingredienti suggeriti
con “quello che avete in casa”, e per essere realizzate senza dover ricorrere a
strumenti da cucina professionale o a tecniche elaborate.
Lo chef memoir, invece, è un genere “maschile”: oltre a riflettere una oggettiva
disparità nelle posizioni apicali in cucina (ci sono più chef memoir scritti da
uomini perché ci sono più chef uomini), esprime quasi sempre una mascolinità
fortemente competitiva indirizzata al perseguimento di un obiettivo – spesso il
conseguimento di una o più stelle sulla celebre guida. Al tempo stesso la
narrazione si dipana attraverso una serie di riti di passaggio – lo chef memoir
condivide aspetti della fiaba e del romanzo di formazione – improntati alla
dimostrazione di resistenza fisica e sopportazione di una debilitante pressione
mentale. Per questo motivo trovo sempre interessanti gli chef memoir scritti da
donne e provo a leggerli tutti: a volte sono deludenti, spesso ricalcano topoi e
lingua degli chef memoir scritti da uomini, ma quanto meno agiscono sempre in
direzione di un allargamento dell’orizzonte del raccontabile e del
rappresentabile.
> Lo chef memoir, invece, è un genere “maschile”: oltre a riflettere una
> oggettiva disparità nelle posizioni apicali in cucina, esprime quasi sempre
> una mascolinità fortemente competitiva indirizzata al perseguimento di un
> obiettivo – spesso il conseguimento di una o più stelle sulla celebre guida.
Tra i primi del genere è il già citato Blood, Bones & Butter di Gabrielle
Hamilton che parallelamente all’attività in cucina si è cimentata con la
scrittura, in particolare in forma di personal essay su diverse riviste – Bon
Appétit, Saveur, New York Times, New Yorker. La vicenda editoriale del libro
rivela quanto la categoria di memoir susciti perplessità e prese di distanza da
parte di autrici spaventate dalla prospettiva di ritrovarsi incasellate in una
scrittura considerata troppo “femminile”. Hamilton impiega, infatti, cinque anni
a scriverlo, di cui tre e mezzo impegnati a resistere alla tentazione di
raccontare la propria vita – l’infanzia funestata da una famiglia disfunzionale;
la madre, francese, che le insegna a riconoscere i funghi ma la priva di affetto
e la responsabilizza prima del tempo; la fuga a New York ancora giovanissima,
dove lavora, da minorenne, in diversi locali notturni; la dipendenza da cocaina;
lo sfiancante lavoro nel catering; l’apertura di Prune; il fallimento del suo
matrimonio – proprio per il timore di consegnare un prodotto confessionale,
debole, “girly”. Un timore ravvisabile in tutto il libro: l’autrice sembra voler
fuggire da tutto quello che rischia di suonare come sentimentale attraverso una
retorica della sofferenza e della vocazione al martirio che serpeggia in tutto
il testo – “I love my scars, I am covered in scars” è una delle sue
dichiarazioni più frequenti – che finisce così con l’avvicinarsi in modo quasi
mimetico al registro della maggior parte degli chef memoir scritti da uomini.
La questione della presenza femminile nelle cucine sollecita la chef inglese
Sally Abé, proprietaria del ristorante The Pem, il cui nome deriva dal
soprannome della suffragetta Emily Wilding Davison, e il cui staff è composto
quasi essenzialmente da donne, a scrivere il memoir A Woman’s Place Is in the
Kitchen: A Chef’s Dispatches from Behind the Pass, pubblicato nel 2024. Abé
mette a frutto una fama conquistata sugli schermi televisivi – la televisione ha
ancora un ruolo insostituibile nel rendere riconoscibili e familiari i volti e i
corpi di chi cucina – per promuovere momenti e occasioni di confronto tra donne
che lavorano nell’hospitality sui temi della retribuzione, degli orari di
lavoro, della maternità, della salute mentale e delle molestie subite in cucina
e in sala. Nonostante le premesse e nonostante il capitolo conclusivo che, con
un’insolita lucidità sul presente abbandona il racconto personale per
concentrarsi sullo scenario della ristorazione post-Covid e sulle
rappresentazioni che i media propongono della vita in cucina, invitando anche i
professionisti dell’ospitalità a ripensare i propri atteggiamenti, il memoir di
Sally Abé disattende in parte la prospettiva da cui dichiara di muovere,
concedendo poco spazio alla specificità dell’esperienza femminile in cucina.
Questa emerge con urgenza in Tart: Misadventures of an Anonymous Chef, memoir-
culinary coming of age (2025), opera di Slutty Cheff, chef e scrittrice che, in
forma anonima, sulla sua rubrica Yes Chef edita su British Vogue scrive di cibo,
sesso e della sua condizione di donna negli ambienti estremamente testosteronici
e competitivi delle cucine. Lo sguardo dell’autrice, del tutto anomalo rispetto
alle norme del genere, è il risultato di uno deragliamento, di uno
sconfinamento. Ci sono sì i resoconti dal pass e i dettagli della preparazione
dei piatti, ma anche i monologhi interiori sul dating, immediati come appunti
abbozzati sulle note del telefono in condizione di poca lucidità, e i
flâneristici e vivificanti vagabondaggi per Londra. C’è il dentro, come sempre
in queste scritture, ma c’è anche molto fuori.
Nei discorsi sullo chef memoir, Tart è un oggetto di analisi particolarmente
interessante in quanto consente di riflettere sulle caratteristiche che questa
singolare forma autobiografica può assumere quando a scrivere è una giovane
donna, cresciuta artisticamente su Instagram, i cui modelli di riferimento
letterari sono Anthony Bourdain e Lena Dunham. Intervistata proprio da Dunham
sulla rivista Interview, Slutty Cheff , che cela la sua identità e i suoi
connotati sotto un passamontagna fatto all’uncinetto a forma di hamburger,
rivela i passaggi della sua idiosincratica carriera, che l’ha vista abbandonare,
in seguito a una crisi depressiva, un lavoro 9-17 nel marketing per approdare a
turni di sedici ore, alimentati e sostenuti da adrenalina, desiderio di
validazione, birre e ketamina con i colleghi chef – tutti rigorosamente maschi –
nelle cucine dei ristoranti londinesi più cool, quelli che ospitano ogni mese
chef in residenza, che si chiamano spesso con nomi italiani, preferibilmente di
due sillabe, che costruiscono il proprio menù intorno al vitello tonnato,
all’insalata di puntarelle e al flatbread.
> Nonostante le premesse il memoir di Sally Abé disattende in parte la
> prospettiva da cui dichiara di muovere, concedendo poco spazio alla
> specificità dell’esperienza femminile in cucina.
I prodromi del progetto di Slutty Cheff maturano su Instagram: nel 2023 inaugura
il suo account sulla piattaforma dove posta foto sciatte e casuali, simili a
tranche de vie delle sue giornate e dei cibi che consuma, accompagnandole con
lunghe didascalie che funzionano come mini-personal essay, primi esperimenti con
quella combinazione di memoria personale, critica gastronomica, analisi dei
trend culinari e dei fenomeni pop che diventerà la sua cifra stilistica. I suoi
post non seguono un andamento regolare, non sono uniformi né sul piano dello
stile delle foto né su quello dei contenuti, sembrano, piuttosto, porsi sotto il
segno di un disorientamento situazionista declinato in stile Gen Z: le foto
mosse, fuori fuoco, dall’inquadratura disordinata, di un sandwich fatto con gli
avanzi del Sunday roast, diventano l’occasione per una riflessione sulla
percezione del corpo femminile e la sua restituzione sui media; un toast
sbocconcellato è lo straniante e vagamente comico accompagnamento al racconto di
un’esperienza sessuale deludente, in cui sembrano avvertirsi, per tono e
contenuto, gli echi di Cat Person, il racconto fenomeno editoriale di Kristen
Roupenian che nel 2017 è risultato il più letto dell’anno sul New Yorker.
Di Cat Person Slutty Cheff recupera le inquietudini, l’irrequietezza e lo
smarrimento, sia pure modulandoli in una chiave più provocatoria e dissacrante.
A ben vedere, per afferrare la singolarità di Tart, la sua eccentrica versione
dello chef memoir archetipico – di cui conserva comunque numerosi topoi e figure
– è necessario inserirlo all’interno di quel corpus eterogeneo di romanzi, short
stories, personal essays e memoirs che sembrano essersi generati dall’urgenza di
rispondere a una domanda: la ragazza di venti anni e qualcosa oggi, come
dovrebbe essere? La figura di Slutty Cheff si afferra allora cogliendola nella
sua natura interstiziale, in quella dimensione liminale e sottilmente
contraddittoria che abita con disinvoltura, in cui può essere al tempo stesso
sorella dei cuochi di Kitchen Confidential, che bevono, imprecano e scopano nel
retro della cucina, ma anche delle divoratrici di Lara Williams e delle affamate
di Melissa Broder.
> Per afferrare la singolarità di Tart di Slutty Cheff, la sua eccentrica
> versione dello chef memoir archetipico è necessario inserirlo all’interno di
> quel corpus eterogeneo di romanzi, short stories, personal essays e memoirs
> che sembrano essersi generati dall’urgenza di rispondere a una domanda: la
> ragazza di venti anni e qualcosa oggi, come dovrebbe essere?
La proposta della rubrica su British Vogue arriva dopo un post in cui Slutty
Cheff ironizza sulla brigata, tutta al maschile, esibita con orgoglio sul suo
profilo Instagram dallo chef Thomas Straker che, dopo una rapida fortuna
conquistata su TikTok con cooking demo girati a casa durante il lockdown, ha
inaugurato il suo ristorante, Straker’s, a Notting Hill. Il contenuto di
Straker, volto a mostrare il team di cucina appena assemblato, ha sollevato
diverse polemiche da parte di critici, utenti ed esponenti della ristorazione,
perplessi di fronte all’omogeneità della squadra. Un’omogeneità che si esprime
anche in termini iconografici: nella foto i cuochi, tutti maschi bianchi,
indossano una candida e abbacinante divisa composta da un grembiule e una
t-shirt molto simile a quella sfoggiata dal personaggio di Carmy nella serie The
Bear, presto diventata una Internet sensation e un oggetto di culto tra i
cuochi. Sono ripresi in posizione frontale, tutti con le gambe divaricate e le
braccia conserte. Quasi nessuno sorride. Molti hanno tatuaggi visibili sulle
braccia. Lo chef è al centro dello spazio fotografico, l’unico munito di
torchon.
Alle critiche Straker risponde in modo stizzito e contradditorio. Prima fa
riferimento a una crisi nel settore dell’hospitality, dopo sostiene di
selezionare il suo personale solo in base alla passione e all’impegno, invitando
chiunque a mandare il proprio curriculum, per poi affermare che la mancanza di
donne nella sua cucina sarebbe riconducibile a una propensione delle donne
stesse a lavorare in ristoranti gestiti da donne e a più alta percentuale
femminile. Non manca occasione per ribadire quanto ami i “suoi ragazzi”.
L’articolo con cui Slutty Cheff risponde alle posizioni di Straker si intitola
“As A Woman Cook, I’m Well And Truly Done With The Fetishisation Of ‘Chef
Daddies’” e contiene già in nuce alcuni dei nodi tematici intorno a cui si
svilupperà Tart. Secondo l’autrice la spavalderia con cui Straker reagisce alle
accuse, liquidandole come “eccesso di cultura woke” è legittimata e forse
persino incoraggiata da un sistema mediale che ha fatto dell’“hot-chef” –
maschio, bianco, tatuato ‒ l’unico paradigma accettabile per chi lavora in
cucina, marginalizzando ed escludendo chiunque non vi aderisca.
La questione diventa dirimente proprio sul piano delle rappresentazioni con una
pluralità di prodotti audiovisivi strutturati intorno alla riproduzione dello
stesso tipo di chef – brillante, mercuriale, con evidenti problemi di rabbia –
che sembra così essere l’unico autorizzato a indossare il grembiule, a scrivere
menù e ad abitare gli spazi della cucina su cui spesso finisce per imporre una
disciplina militare e mortificante: il già citato The Bear; i film The Menu
(2022, di Mark Mylod), tutto incentrato sul progetto teatralmente orrorifico di
uno chef tirannico che nel suo ristorante, inquietantemente simile al Noma di
Copenaghen, mette in scena una performance macabra per i suoi
clienti-spettatori; Boiling Point (2021, di Philip Barantini) che, girato in un
unico piano sequenza ininterrotto, segue Andy, chef di un ristorante londinese
con problemi di debiti, alcolismo e dipendenza da cocaina, durante il servizio
del venerdì sera, in una esasperante successione di imprevisti che precipitano
rapidamente in un finale drammatico; Burnt (2015, Il sapore del successo, di
John Wells) in cui Bradley Cooper interpreta l’archetipo dello chef-rockstar dal
passato tormentato e dal temperamento geniale e saturnino – molto simile allo
chef inglese Marco Pierre White – ossessionato, come Marco Pierre White,
dall’obiettivo di far ottenere al suo ristorante tre stelle sulla guida
Michelin. Quello che scompare allora dalle narrazioni e dalle rappresentazioni è
il punto di vista sulla ristorazione da parte di chi sperimenta una posizione
laterale, da cui produrre una forma di racconto che non nasconda tale anomalia.
> La questione diventa dirimente proprio sul piano delle rappresentazioni con
> una pluralità di prodotti audiovisivi strutturati intorno alla riproduzione
> dello stesso tipo di chef – brillante, mercuriale, con evidenti problemi di
> rabbia – che sembra così essere l’unico autorizzato a indossare il grembiule.
In Tart Slutty Cheff recupera la lezione di Bourdain – “blood and organs,
cruelty and decay” -, restituisce centralità alla dimensione corporea e sensuale
che si registra nelle cucine, al corpo stesso di chi cucina, ma lo fa attingendo
alla sua esperienza di unica donna in brigata, con un repertorio di situazioni
che fino a questo momento sono state raramente comprese nell’orizzonte del
raccontato e del raccontabile. Ci sono gli spazi angusti, l’aria caliginosa e
rarefatta, gli odori acri. Ma ci sono anche le difficoltà di reggere il peso di
un lavoro che prevede turni lunghissimi, pause estremamente ridotte e compiti
fisicamente debilitanti con i dolori delle mestruazioni. La frustrazione e il
disagio di indossare divise disegnate per corpi maschili che non aderiscono a
quello femminile e che, quando lo fanno, finiscono per esporlo a uno sguardo –
maschile ‒ che vi individua una presenza estranea e un chiaro oggetto di
interesse sessuale. Al momento di legarsi il grembiule, durante il suo primo
turno di prova, l’anonima protagonista di Tart si sente attanagliata dalla
consapevolezza del proprio corpo che il grembiule stringe e rivela, mentre su
quello maschile scivola, senza porlo in enfasi.
Le strategie comunicative con cui Tart è stato promosso dalla stampa e sui
social rivelano quanto l’assenza di voci femminili – o comunque di voci
dissonanti rispetto al canone – abbia finito per indebolire, fino ad annullare,
possibilità e direzioni interpretative che rispondano alla specificità dei testi
stessi che vengono, invece, continuamente ricondotti a categorie e modelli
narrativi noti, conoscibili, spesso formulati come slogan. Ecco allora che Tart
si apparenta a Kitchen Confidential perché entrambi disvelerebbero il dietro le
quinte delle cucine. Una affermazione del genere non solo nega le intenzioni e
la soggettività dell’autrice, il suo peculiare punto di osservazione, ma si
dimostra anche piuttosto ingenua nella lettura e nella comprensione di un
panorama mediale che ha sfruttato a tal punto la narrazione del behind the
kitchen doors da averla consumata, eviscerata spolpata e dissanguata della sua
potenziale carica eversiva, fino a ridurla in brandelli.
Quando è uscito “Don’t Eat Before Reading This”, seguito l’anno successivo da
Kitchen Confidential, era il 1999: le cucine – nonostante la rivoluzione di
Alice Waters in California – erano ancora rigorosamente chiuse, tanto da essere
percepite dai clienti in sala come mondi separati, di cui forse intuivano la
natura labirintica e vagamente infernale, senza, però, che questo presentimento
rovinasse loro il pasto. Soprattutto non era ancora maturato quell’interesse
capillare e generalizzato nei confronti della ristorazione che si è iniziato a
registrare con l’approdo dei cuochi in televisione. C’erano già i foodie – il
termine appare per la prima volta nel 1981 in una recensione di Gael Green su
New York Magazine – ma non i food influencer. Alla luce di questo panorama, dei
media e della ristorazione, è comprensibile che l’operazione condotta da
Bourdain sia stata letta come un reportage dagli oscuri recessi delle retrovie
delle cucine, come un diario di bordo scritto nelle viscere di un ristorante da
destinare a un pubblico che prova, forse per la prima volta in modo così
considerevole, una fascinazione mista a disgusto per i dettagli sordidi e
putrescenti che lo chef-pirata gli rivela con piacere quasi sadico.
> Le strategie comunicative con cui Tart è stato promosso dalla stampa e sui
> social rivelano quanto l’assenza di voci femminili – o comunque di voci
> dissonanti rispetto al canone – abbia finito per indebolire, fino ad
> annullare, possibilità e direzioni interpretative che rispondano alla
> specificità dei testi stessi.
Il pesce è più fresco il venerdì; il giorno migliore per andare a cena fuori è
il mercoledì quando i cuochi sono appena rientrati dal loro weekend – lunedì e
martedì –, il burro che viene servito insieme al pane spesso proviene dagli
avanzi di altri tavoli; il brunch è solo un’occasione per riciclare,
camuffandolo, il cibo della sera prima: con queste massime, tra l’allarmistico e
il voyeuristico, viene reclamizzato il lavoro di Bourdain nel 1999. Nel 2025,
invece, tutto è già stato raccontato, le cucine sono state aperte, i feed di
Instagram e TikTok sono sommersi di reel realizzati dai cuochi direttamente
negli spazi delle cucine sulla formula del trend a day in the life. In un
panorama così saturo, dove i prodotti si assomigliano al punto da rendersi
spesso indistinguibili, la singolarità di Tart si misura sul piano
dell’eccessivo, lo stesso piano su cui risuonano più affascinanti e viscerali le
assonanze con Kitchen Confidential.
Il memoir si apre con un sentimento di paura e mortificazione: l’autrice si
trova nel mezzo di una delle scene a cui ci hanno ormai abituati i prodotti più
o meno finzionali sulla ristorazione: il rimprovero rabbioso, intriso di
risentimento e violenza verbale da parte dell’head chef. Al repertorio
conosciuto – urla e recriminazioni da una parte, terrore e umiliazione
dell’altra – si aggiunge qui una variazione che dischiude uno scenario
potenzialmente sconosciuto: Slutty Cheff è l’unica donna in cucina e in quanto
tale catalizza su di sé la curiosità dei membri maschili della brigata, tutti in
attesa di vedere come reagirà e, soprattutto, quando inizierà a piangere. Non
solo non piange, ma durante la pausa sigaretta – altro topos nella
rappresentazione della vita da chef – riflettendo sulle motivazioni che l’hanno
spinta ad abbandonare il lavoro da ufficio per abbracciare la sfibrante routine
del ristorante, individua la ragione di tutto il suo agire nella ricerca
ossessiva del troppo. Un troppo agognato e vagheggiato non solo nel lavoro, ma
anche nella vita personale, nelle relazioni romantiche, nella dimensione
sessuale: “I don’t want my job to be a means to an end; I want it to be a
pilgrimage of passion. I don’t want my sex life to be active; I want it to be
award-winning. I don’t want my love to be lacklustre; I want it to be
life-changing. I don’t want my oyster to be the size of a little snot rocket; I
want it to be a fleshy bulbous pearl swimming in an iridescent sea of salty
juice”.
Questa quête vertiginosa dell’esperienza più esaltante, questo desiderio di
continuare a desiderare incontra il suo oggetto amoroso, il suo inevitabile
punto di approdo, nel ristorante. Non solo perché i ristoranti, insegna Gopnik,
sono sin dalle loro origini luoghi del possibile, illusione del potenziale, ma
soprattutto, perché nella vita in cucina l’autrice intravede quell’amalgama
gorgogliante, il rimescolamento di quel brodo primordiale di umori, sangue,
desiderio sessuale, quella tensione adrenalinica che tiene in piedi e anima il
servizio, quel sovvertimento carnevalesco delle norme e delle forme del vivere
civile che ha già attirato le inquietudini e le irrequietezze di molti prima di
lei. Nell’intervista a Dunham, tra i motivi che l’hanno spinta a lavorare in
cucina indica anche questa specifica atmosfera, lei la definisce sexy, ma – per
citare Gopnik che cita Balzac – credo si possa intendere più precisamente come
“impudica e sfrontata, risonante di voci”. La stessa, a ben vedere, che
caratterizza gli spazi del mangiare fuori da quando questi si sono strutturati
nella forma che conosciamo oggi. Se la connotazione erotica del ristorante
sembra più evidente dal punto di vista di chi ne fruisce come cliente, ha senso
ricordare che, per chi è dall’altra parte, cucinare “è ancora in grande parte
una questione di temperatura”.
> In un panorama così saturo, dove i prodotti si assomigliano al punto da
> rendersi spesso indistinguibili, la singolarità di Tart si misura sul piano
> dell’eccessivo, lo stesso piano su cui risuonano più affascinanti e viscerali
> le assonanze con Kitchen Confidential.
È in questa direzione che credo si possa attribuire un senso allo strillato
slogan “l’unica donna in cucina” con cui è stato in parte promosso Tart, nel
tentativo di Slutty Cheff di decolonizzare con il suo racconto – orgogliosamente
ombelicale – se non la cultura maschile e tossica delle cucine, quanto meno il
desiderio e le sue inquiete ambiguità che in quegli spazi si registrano e che
lei stessa si sente legittimata a provare. Un’ambiguità che passa anche
attraverso il continuo interrogarsi dell’autrice su come verrà percepita dai
componenti maschili della brigata, in un’oscillazione ondivaga tra il desiderio
di scomparire e quello di essere apprezzata nella sua fisicità femminile, di non
attirare sguardi su di sé e di immaginare relazioni sessuali con i suoi
colleghi. Credo che Tart possa inserirsi a buon diritto nelle discussioni
intorno al presunto carattere ombelicale dei memoir e della narrativa femminili
– troppo spazio concesso ai corpi, al sesso, al genere e al potere, alle
questioni domestiche, in definitiva troppo femminili – su cui riflette Melissa
Febos in Body Work. The Radical Power of Personal Narrative (2022) e su cui si è
da tempo catalizzato un certo dibattito da cui sembrano esenti i memoir maschili
– audaci e coraggiosi.
Non solo perché corpo, sesso, identità di genere sono nuclei tematici ben
presenti nel testo ma perché il filtro attraverso cui questi aspetti vengono
indagati è quello della cucina, del cibo, quindi dell’organico e del residuale,
di un oggetto su cui ancora pesa l’accusa, formulata spesso velatamente e con
una certa condiscendenza, di essere un argomento deteriore e prosaico,
probabilmente al pari dei sentimenti e della sessualità – femminili, ovviamente.
La fame, soprattutto quella accecante e senza oggetto, e un’avidità che si
esprime con il desiderio inebriante di volere tutto – più volte Slutty Cheff si
definisce “a greedy person” che non vuole mangiare ma divorare e curiosamente,
quasi due secoli prima di lei, Elizabeth Pennell compie una piccola rivoluzione
nel food writing con il suo The feasts of Autolycus. The diary of a Greedy Woman
– sembra essere molto presente nelle scritture femminili contemporanee. Un
disordine emotivo simile a quello avvertito da Slutty Cheff si percepisce nella
femminilità non addomesticata, non pacificata e spesso contraddittoria delle
figure di Send Nudes, la raccolta di racconti d’esordio della scrittrice
britannica Saba Sams, inclusa nel Granta’s Best of Young British Novelists del
2023. Come Slutty Cheff, Sams insegue una “scrittura sexy” e impudica, che passa
per situazioni aggrovigliate, immagini sciatte, trasandate, molto spesso
avvilenti, atmosfere vischiose. Non casualmente il suo primo romanzo si intitola
Gunk ed è intriso di liquidi corporei.
> Il tentativo di Slutty Cheff è di decolonizzare con il suo racconto –
> orgogliosamente ombelicale – se non la cultura maschile e tossica delle
> cucine, quanto meno il desiderio e le sue inquiete ambiguità che in quegli
> spazi si registrano e che lei stessa si sente legittimata a provare.
Queste ragazze non proprio per bene che popolano i coming of age britannici sono
vicine, sorelle, nella loro voracità, nel loro essere insaziabili. Trovo
piuttosto bizzarro il commento di Jessa Crispin che, proprio in riferimento a
Send Nudes parla di personaggi femminili senza scopi e senza desideri, privi di
agency, deprecando, da Sally Rooney a Catherine Lacey, la proliferazione di
romanzi popolati da “ragazze indifese come meduse spiaggiate”. Credo sia
evidente, invece, quanto queste figure siano vibranti, scomposte nei loro
famelici e ben poco “femminili” appetiti. Sono Roberta e Stevie, le divoratrici
di Lara Williams che fondano il Supper Club dove preparano sontuosi banchetti
con cibo recuperato dai cassonetti, per concedere uno spazio di libertà ai loro
desideri eccessivi; è l’anonima protagonista di Tinderloin – gioco di parole tra
Tinder e tenderloin – di Saba Sams che vive circondata dall’odore ferroso della
carne e mangia salsicce di cinghiale; sono le pretty pieces of flesh di Colwill
Brown che si ubriacano con alcol scadente, fanno sesso deludente e rubacchiano
nei supermercati; è la voce narrante di Everything I Know about love (2018) di
Dolly Alderton che scrive liste lunghissime, manda email altrettanto lunghe ai
suoi amici e si appunta la ricetta della sole meunière; ma è anche la vampira
Laura che in Woman, Eating di Claire Konda si nutre di sangue di maiale e di
video su YouTube che mostrano ragazze che mangiano.
Forzando i limiti geografici si può includere in questa disamina di donne
affamate anche A Certain Hunger (2020) dell’americana Chelsea G. Summer, un
American Psycho versione foodie femminista la cui protagonista, una food writer
e serial killer di uomini, ormai in carcere, ricorda i pasti che ha consumato
nella vita, compresi quelli umani, in una coincidenza di desideri alimentari e
sessuali; e Butter della scrittrice giapponese Asako Yuzuki che, attraverso la
storia di una donna accusata di sedurre gli uomini con il cibo per poi
ucciderli, propone un’acuta riflessione sul rapporto tra cibo e trauma e sullo
stigma che ancora subiscono le donne giapponesi che non mangiano in modo
morigerato e contenuto.
Tart declina la reality hunger alla base degli esperimenti autobiografici e
memorialistici in un’erotica della cucina dal tono confessionale. Con la sua
scrittura urgente, ruvida, quasi aspra nella sua immediatezza dà forma a una
narrazione che forza i limiti dello chef memoir, svolta gli angoli e non teme,
ma anzi, ricerca gli estremi.
Mentre ragionavo sugli chef memoir scritti da donne mi è tornato in mente il
libro Flâneuse: Women Walk the City in Paris, New York, Tokyo, Venice and London
(2017) di Lauren Elkin, saggio narrativo e personal essay che ricostruisce una
genealogia letteraria e culturale della figura della donna che abita lo spazio
urbano attraversandolo a piedi. La geografia disegnata dal titolo coincide con
quella delle città tra cui l’autrice si è mossa e in cui, in perfetta aderenza
con la sua materia di studio, ha vagabondato, in cui si è persa. Alla sua
esperienza si sovrappone quella di scrittrici, registe, artiste, intellettuali
che hanno trovato nella dimensione della città uno spazio in cui potersi
nascondere e uno palcoscenico su cui potersi esibire. In apparenza la condizione
dalla flâneuse sembra agli antipodi di quella della chef: da una parte tensione
verso l’esterno, dall’altra chiusura in un luogo che, nonostante tutto, rimane
ancora celato allo sguardo. Donne erratiche e girovaghe e donne stanziali
intorno a un fuoco.
Una corrispondenza è però ipotizzabile guardando alla posizione acentrica in cui
entrambe si sono trovate quando si sono volte alla conquista di spazi – la
città, di derivazione ottocentesca e borghese, e il ristorante, di derivazione
ottocentesca e borghese – associati al maschile, espressione di una postura
maschile nei confronti della realtà e della fruizione dei luoghi, vissuti e
popolati da corpi maschili. Questo punto di partenza periferico, nel passeggiare
come nel cucinare, si traduce allora in forme espressive che funzionano perché,
tra le altre cose, restituiscono i passaggi di una progressiva emancipazione da
una visione monodimensionale del mondo. Le scritture femminili che provengono
dalle cucine sono sempre generative e feconde perché tutte contengono le tracce
di un processo trasformativo in atto. Anche quando sembrano replicare modelli
maschili compiono sempre uno sforzo di immaginazione. Sono scompigliate e
indisciplinate proprio perché lasciano intravedere i segni di un corpo a corpo
per sottrarsi a una formula univoca e inventarne una nuova, in cui riconoscersi.
È difficile e galvanizzante immaginare quali saranno i territori in cui si
spingeranno i prossimi chef memoir scritti da donne. Quello che è certo è che
there will be blood (e magari anche bones and butter).
L'articolo Oltre gli chef star proviene da Il Tascabile.
F orse nessuna idea descrive meglio il presente di quella di qualcuno che lotta
per la sua immagine. Nel mondo ormai compiutamente mediatizzato dall’on-line e
dai social, ciò che un tempo valeva per politici, aziende e star fa ormai parte
del vissuto comune. A nessuno è dato sottrarsi alle logiche del self-branding e
alla cura della percezione di sé, che non sono più scelte di carriera di alcuni
ma parte intrinseca del funzionamento delle reti virtuali a cui abbiamo delegato
fette enormi di socialità, lavoro, cultura e informazione. Gran parte delle
energie quotidiane trascorre nel compito – che colora di sé tempo libero e
professionale – di valorizzare la propria immagine, curandone il posizionamento
etico/estetico e proteggendola dal dissenso.
Ed è proprio in quest’onnipresenza del mediatico, ineludibile se non si vuole
essere tagliati fuori ma esigente il continuo prezzo emotivo e cognitivo del
performare per gli altri, che si annida il rischio di esiti patologici. Che si
tratti del confronto con i modelli estetici iperbolici delle piattaforme,
dell’impulso a pubblicizzare il proprio vissuto per addormentare la FoMO (Fear
of Missing Out), o di sbandierare impegno politico secondo logiche da virtue
signalling, l’autoproduzione di immagini acquista caratteri di dipendenza ed
estorsione. Non siamo più noi a controllarla, è lei (per via dopaminica) a
guidare noi, in una relazione di sudditanza che in casi estremi si può
approssimare a una vera e propria scissione identitaria: da un lato il soggetto
sofferente, dall’altro l’immagine “emancipata” che ne risucchia le energie
obbligandolo a esistere in funzione di sé. Accanto e contemporaneamente a chi
lotta per l’immagine, dunque, c’è sempre più spesso anche chi lotta contro di
essa.
Negli ultimi mesi cinema e serialità sono tornati con notevole frequenza sul
tema di un rapporto conflittuale con la propria immagine. A colpire non sono
solo le somiglianze, ma il fatto che questi prodotti vengano da contesti, generi
e visioni artistiche piuttosto diversi tra loro. Se aggiungiamo che nessuno di
essi è ambientato nel presente, né (in apparenza) incentrato sul panorama
mediale odierno, la convergenza di immaginari e impianti simbolici si fa ancora
più sorprendente, rafforzando la sensazione che accanto ai rispettivi argomenti
questi film e serie stiano raccontando qualcos’altro. Dietro trame differenti
infatti tutte queste opere presentano un nucleo tematico simile: ognuna è
incentrata su un/una protagonista fortemente mediatizzato (cioè sottoposto allo
sguardo altrui secondo dinamiche performative e di self-imaging), che a un certo
punto della storia sviluppa una relazione distruttiva e intrappolante con
l’immagine che ha lottato per costruire.
> Negli ultimi mesi cinema e serialità sono tornati con notevole frequenza sul
> tema di un rapporto conflittuale con la propria immagine. A colpire non sono
> solo le somiglianze, ma il fatto che questi prodotti vengano da contesti,
> generi e visioni artistiche piuttosto diversi tra loro.
In Joker: Folie à Deux di Todd Phillips (2024) Arthur Fleck, processato per gli
omicidi commessi nel primo Joker, trova inizialmente rifugio nel suo famigerato
alter ego, legalmente (la difesa si basa sull’idea di uno sdoppiamento di
personalità) e umanamente in quanto lo fa sentire apprezzato e amato; ma finisce
per distaccarsene quando capisce che è Joker e non Arthur l’oggetto d’amore del
pubblico. In The Substance di Coralie Fargeat (2024) Elizabeth Sparkle, diva
hollywoodiana in declino, si inietta una sostanza fantascientifica che le
permette di abitare per metà del tempo nel corpo di una bellissima giovane
starlette; ma nonostante le raccomandazioni dei venditori (“ricorda: TU SEI
UNA”) inizia a entrare in conflitto con il suo doppio, che si sviluppa sempre
più come una personalità indipendente. In Baby Raindeer di Weronika Tofilska e
Josephine Bornebusch (2024) lo stand-up comedian fallito Donny Dunn è così
disperato nella sua ricerca di conferme da intrappolarsi volutamente in
relazioni con persone violente (una stalker e uno sceneggiatore che abusa di
lui), ma che gli mostrano stima e interesse, tenendo in vita la sua immagine di
sé come destinato al successo. In Better Man di Michael Gracey (2014) Robbie
Williams arriva a odiarsi e autodistruggersi nell’impulso di conquistare
l’ideale di fama mediatica inculcatogli dal padre. E A Complete Unknown di James
Mangold (2024) racconta la svolta elettrica di Bob Dylan come tentativo di
ribellarsi all’immagine di cantautore impegnato in cui vorrebbero confinarlo
Pete Seeger e il movimento folk degli anni Sessanta.
L’assonanza non si limita al dato di trama, ma pervade il tessuto narrativo in
modi che riecheggiano vistosamente il presente. Se è vero che in nessuna di
queste storie si vede uno smartphone (al massimo i cellulari a conchiglia di
Baby Raindeer, curioso per una serie ambientata nel 2015) è anche vero che tutte
‒ coi rispettivi espedienti storici e narrativi ‒ tratteggiano mondi totalmente
invasi dal mediatico. Folie à Deux e The Substance si ambientano in dei
fantasiosi anni Ottanta, reimmaginati attraverso le lenti televisive dei
“processi del secolo” a serial killer come Ted Bundy e dei programmi di fitness
associati a icone come Jane Fonda; A Complete Unknown e Better Man raccontano
l’alienazione di grandi popstar risucchiate dal jet set stupefatto degli anni
Sessanta e Novanta. E Baby Raindeer evoca il mondo dei loser della stand-up
comedy, motivo unificante coi due Joker (dove Arthur come Donny è un comico
tragicamente unfunny) e con Better Man, dove il padre di Robbie è un
cabarettista fallito che lo ispira a inseguire la fama.
In questi mondi i protagonisti si muovono in modo duplice: inizialmente
perseguendo la propria ambizione di collocarsi nello sguardo altrui come oggetto
d’amore, stima o desiderio. Poi dibattendosi nella morsa di una condizione
mediatica che tende a schiacciarli e lacerarli in altro da sé. È la scissione
identitaria di cui parlavamo, e che qui si presenta letteralmente nei panni di
un Doppio o alter ego. Se per molti versi il macrogenere unificante è il musical
(vera matrice dei temi performativi del lotto) il retroterra simbolico è così
quello di un horror stevensoniano: nel prologo di Folie à Deux Joker è
identificato come l’“Ombra” di Arthur, un doppio oscuro che lo possiede in una
sorta di danza macabra.
> In questi mondi i protagonisti si muovono in modo duplice: inizialmente
> perseguendo la propria ambizione di collocarsi nello sguardo altrui come
> oggetto d’amore, stima o desiderio. Poi dibattendosi nella morsa di una
> condizione mediatica che tende a schiacciarli e lacerarli in altro da sé.
In The Substance l’esito della procedura è dapprima la mostrificazione del corpo
di Elizabeth e poi la creazione di un grottesco ibrido. In Better Man
l’espediente del volto da scimmia interpone costantemente l’idea di uno
sdoppiamento identitario, sottolineando il coefficiente negativo (bestiale,
autodistruttivo) che pur invisibile accompagna la stella di Williams. E se è
facile vedere nella stalker Martha Scott il “mostro” in cui si estroflette il
bisogno di gratificazione in Baby Raindeer, non va dimenticata anche la lunga
sottotrama in cui Donny assume un’identità fittizia per intraprendere una
relazione socialmente sconveniente con una ragazza trans (“dov’è Tony?” “sono il
suo gemello”). Perfino A Complete Unknown mobilita simbologie da doppio
ripartendosi nettamente in due sezioni, dove la seconda vede il Dylan elettrico
contrapporsi in tutto (a partire dal look) alla maschera da hobo del cantante
politico ispirato da Woody Guthrie.
Nel giustapporre questi elementi – il mondo che guarda, il protagonista che
insegue ma è anche schiacciato dalla sua immagine – ciò che riesce bene ai
creatori è bilanciare elemento sociologico e psicologico. La malattia mediale è
chiaramente radicata in un contesto, ma sfugge al banale we live in a society
mostrando gli elementi di ambizione e partecipazione volontaria che almeno fino
a un certo punto animano i personaggi. A legare i due aspetti – presentando la
zona grigia dove la motivazione personale diventa indistinguibile dal potere
intossicante delle immagini – c’è spesso il tema dell’addiction, con
l’autoproduzione mediatica rappresentata come una spirale di dipendenza in cui
il personaggio è insieme agente e agito dall’impulso iconopoietico: è il caso
evidentissimo di The Substance, che fin dal titolo equipara la ricerca della
bellezza a una droga iniettabile con l’iconica siringa; ma anche di Better Man,
dove il rapporto malato di Williams con la fama trova correlativo nella sua
discesa agli inferi della tossicodipendenza; e ancor più di Baby Raindeer, dove
il narratore Donny paragona esplicitamente le droghe usate dal suo aguzzino per
stuprarlo alle sue promesse di fama, cui si abbandona con torpore stupefatto.
> È frequente il tema dell’addiction, con l’autoproduzione mediatica
> rappresentata come una spirale di dipendenza in cui il personaggio è insieme
> agente e agito dall’impulso iconopoietico.
Su questo riferimento alla qualità addictive del mondo delle immagini si
innestano suggestioni differenti, tutte nella direzione di uno sguardo “da
dentro” all’ansia mediale odierna. Può essere interessante, ad esempio, leggere
nello stile registico di The Substance (con i suoi stacchi imperiosi e le
continue magnificazioni di corpi femminili ipersessualizzati) un’efficace
figurazione filmica del linguaggio dei nuovi social: la brutale aggressione
audiovisiva a suon di scrolling e scariche di dopamina davanti a cui soccombe
non solo il vecchio divismo cinetelevisivo, ma la fiducia nei nostri corpi veri
e fallibili, facendo del film un accurato ritratto delle dinamiche dismorfiche
che interessano l’on-line. Allo stesso modo Donny Dunn in Baby Raindeer e Bob
Dylan in A Complete Unknown possono essere visti come eroi opposti – uno
passivo, l’altro proattivo – di quella personalizzazione “ostentativa” del
politico che impone di schierarsi su uno scacchiere sempre più polarizzato e
performare un’immagine di virtù morale.
In Raindeer Donny lotta continuamente con la paura di ciò che gli altri
potrebbero pensare di lui, temendo di volta in volta di mostrarsi poco virile o
di perdere le proprie credenziali liberal (“It is so devastating to think of
yourself as a progressive person, only to realize you’re a coward underneath it
all”). E per quanto A Complete Unknown si guardi bene dal demonizzare Seeger o
il movimento folk, la simpatia per il loro idealismo si accompagna a
un’insofferenza per gli aspetti dogmatici del loro impegno civile molto più
pronunciata rispetto al libro di partenza di Elijah Wald; per converso il
ritratto di Dylan (non a caso unico tra questi personaggi la cui interiorità
rimanga un mistero inespugnabile) cade più dalle parti dell’icona sanamente
individualista: il “rebel rebelling against rebellion” di cui parla Jeffrey
Green in Bob Dylan: Prophet Without God (2024), nel cui ispido rifiuto a
sacrificare la propria soggettività alla Causa si legge un’indicazione di
equilibrio per un’epoca (in questo simile proprio agli anni Sessanta) di
attivismi tanto lodevoli quanto spesso dogmatici, ovviamente veicolati
dall’online.
> Ciò che più di tutto unisce questi racconti è il desiderio di collidere col
> pubblico, referente non visto eppure ineludibile del dolore di tutti i
> personaggi.
Uscendo dagli aspetti esistenziali, non va poi dimenticato che è lo stesso mondo
audiovisivo a essere sempre più “prigioniero dello sguardo altrui”. A
ragionamenti sul posizionamento mediatico, incluso un approccio produttivo
sempre più giocato sulla deferenza verso i gusti del pubblico, si associano i
problemi di un’industria, ma soprattutto di un mainstream, incapace di stupire e
sfidare come un tempo. Che si tratti dell’approccio biecamente interessato alle
politiche rappresentative da parte di colossi come Disney, o dello sconfortante
dominio commerciale di film basati sulle IP (Intellectual Property), anche
Hollywood & Co sembrano sempre più spesso, più che agenti, agiti da un
immaginario che rincorre pigramente sé stesso. Per questo è catartico vedere due
film di brand come A Complete Unknown e Folie à Deux levare veri e propri inni
contro il rispetto del fandom. In un caso riaffermando il sacrosanto diritto
alla libertà artistica, nell’altro addirittura elevandolo alla pratica di un
vero e proprio suicidio meta-industriale.
Perché in fondo se c’è qualcosa che più di tutto unisce questi racconti è il
desiderio di collidere col pubblico, referente non visto eppure ineludibile del
dolore di tutti i personaggi. In un modo o nell’altro tutti culminano in un
climax di confronto con l’audience, dove finalmente arriva a incandescenza quel
nucleo represso di ansia, frustrazione e inadeguatezza che ne accompagna la
continua performance per altri. Un Robbie Williams scimmiesco, urlante che
sfonda i cancelli guidando a tutta velocità contro le sue fan appostate fuori
dalla villa; Monstro Elisasue che vomita una doccia di sangue in faccia al
pubblico televisivo dello Speciale di Capodanno; Bob Dylan che aggredisce la
folla di Newport a suon di distorsioni elettriche; Donny abbandonato sulla sedia
che racconta il suo stupro al pubblico inorridito di un open mic; Arthur che
depone la maschera in diretta TV tradendo i suoi fan: “non c’è nessun Joker. Ci
sono solo io”. Momenti di vero e proprio burnout performativo, che sfondando la
quinta invisibile di un’esistenza eterodiretta sembrano voler riconciliare
persona e ombra, o almeno urlare quanto sia orribile vedersi sempre soltanto con
gli occhi degli altri.
L'articolo Mostro, ombra, stalker, fan proviene da Il Tascabile.
“G randezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in
cui tratta gli animali”. Questo diceva Gandhi, ma è una lezione alla quale la
modernità dell’umano fa ancora orecchie da mercante. Se neanche tra loro gli
esseri umani riescono a evitare violenze e massacri, figuriamoci con gli
animali: in tempi odierni questi ultimi sono sempre più vulnerabili, sfruttati e
in costante pericolo di sparire dalla circolazione. Ci permettiamo a questo
proposito di aggiungere una postilla al detto di Ghandi: che la grandezza di una
nazione si può giudicare anche dal ruolo che ha la poesia nel sensibilizzare su
questi temi. Teodora Mastrototaro, poetessa (premio speciale della giuria a
Bologna in lettere con il suo scritto Legati i maiali del 2021), drammaturga e
attivista animalista, è per l’ appunto una di quelle poche personalità che si
prendono sulle spalle la responsabilità poetica di dare voce alle vittime di un
sacrificio gratuito in nome del dio “progresso”, che questo Paese non sembra
riconoscere a giudicare dal discorso legislativo (basti pensare alle leggi sulla
caccia, che non hanno nessuna cura delle specie protette) e dal punto di vista
empatico (si legge sempre di più di maltrattamenti aberranti su animali inermi),
e potremmo continuare per ore. Preferiamo però parlarne direttamente con
Teodora, facendo il punto della situazione attraverso l’analisi del suo nuovo
libro, Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) (2025), edito da Marco
Saya Edizioni.
TEODORA, LA PRIMA DOMANDA È MOLTO DIRETTA: TU FAI POESIA ANTISPECISTA. VUOI
SPIEGARLA A GRANDI LINEE PER I NON AVVEZZI AL TEMA?
Certamente. Per sintesi definisco la mia “un’arte antispecista”, che si declini
attraverso la poesia, monologhi o testi teatrali più ampi. Andando più nello
specifico, direi che io faccio poesia e arte di denuncia dello specismo, che è
un’ideologia oppressiva invisibile poiché normalizzata e naturalizzata. Molte
persone non sanno cosa sia lo specismo e non sanno di essere speciste, che non è
un insulto, ma soltanto il disvelamento del modo in cui ci relazioniamo agli
altri animali, negandogli soggettività e considerandoli solo in funzione dei
nostri interessi. Invece gli altri animali sono soggetti della loro stessa vita,
vale a dire che hanno coscienza, esperienza del mondo, lo interrogano, lo
attraversano, in quando individui pienamente senzienti e desideranti.
RACCONTACI DI COSA PARLA IL LIBRO LE MUCCHE SE NON LE MUNGI ESPLODONO (DI GIOIA)
E SOPRATTUTTO A CHI È INDIRIZZATO.
Questo libro, come recita il sottotitolo, è un inventario della crudeltà sugli
animali, frutto di una ricerca ampia durata anni. Una ricerca che mi ha messo
emotivamente a dura prova perché mi sono imposta di ricordare fatti che sarebbe
stato meglio dimenticare e pratiche che non avrei mai voluto conoscere. Quando
si indaga nelle pratiche che coinvolgono gli animali e che chiamiamo “progresso”
è come spalancare un luogo buio e terrificante e bisogna entrarci, camminarci,
trovare il coraggio di capire cosa accade e spesso, troppo spesso, ci ritroviamo
a chiederci “perché?”. Un “perché” che racchiude tutte le domande sul male del
mondo, che non è un male metafisico, ma reale, che ci appartiene, che produciamo
noi. Mi viene in mente lo sguardo attonito del piccolo Useppe, il protagonista
del romanzo La storia di Elsa Morante, affetto da epilessia, che dopo l’ennesima
visita in ospedale, con la sua innocenza alza il viso verso la madre e le chiede
“A ma’, perché?”. La madre non sa rispondergli, ma capisce che è la stessa
domanda che si è posta anche lei incrociando per caso un treno che stava
deportando gli ebrei ai campi di concentramento.
ESISTONO DELLE RISPOSTE A QUESTO “PERCHÉ”?
Riguardo gli altri animali le risposte ci sono, e la fine di questa violenza
agita dipende anche da noi, almeno di quella legalizzata. Andando a ritroso nel
tempo e arrivando fino ai giorni nostri, ho messo insieme oltre un’ottantina di
fatti in cui individui di specie diverse sono stati vittime di crudeltà: episodi
protratti nel tempo in cui la morte, in alcuni casi, è arrivata,
paradossalmente, come una liberazione, o episodi brutali che hanno colto gli
animali nel pieno delle loro esistenze, spezzandole ferocemente. Ogni episodio è
composto da un trafiletto breve in prosa che lo descrive brevemente e poi da una
composizione in versi che ne rende possibili interpretazioni altre, facendone
esplodere il senso, talvolta tramite l’uso del sarcasmo, altre ancora obbligando
il lettore o soffermarsi con sguardo inedito.
IL TESTO HA UN OBIETTIVO BEN PRECISO, GIUSTO?
Si, è quello di sottrarre all’anonimato e alla dimenticanza questi individui che
sono stati vittime di crudeltà; che si tratti di violenza sistemica (e
sistematica), quindi legalizzata, o di violenza compiuta da singoli, a me
interessava porre al centro lo squilibrio di potere tra le persone umane e “le
piccole persone” (citando Anna Maria Ortese) che sono totalmente alla nostra
mercé e per cui solo una minoranza reclama giustizia. Ogni giorno vengono uccisi
miliardi di individui nell’invisibilità più totale, spesso dopo una vita di
continue sofferenze e noi di loro non sappiamo, non abbiamo saputo, non sapremo
mai nulla. Il singolo fatto che per qualche ragione esce dall’anonimato e
diviene fatto di cronaca si configura come atto paradossale, poiché è solo nella
morte che riusciamo a vederli per un attimo: stelle cadenti che hanno concluso
il loro ciclo vitale e che per pochi secondi, forse, illuminano la nostra
coscienza e ci mostrano chi siamo; ma anche l’opposto: chi possiamo rifiutare di
essere accogliendo il principio del rispetto delle altre specie.
LE MUCCHE SE NON LE MUNGI ESPLODONO (DI GIOIA) È UN LIBRO MOLTO DIFFICILE DA
LEGGERE, POICHÉ È DIFFICILE SOSTENERE LA BRUTALITÀ DEI FATTI CHE DIVENTANO
PAROLA E POESIA. I FATTI, COME GIÀ SOTTOLINEATO, SONO LA CRUDELTÀ GRATUITA SUGLI
ANIMALI, CHE IN UN CERTO SENSO TU RESTITUISCI AL LETTORE CHE SI TRASFORMA NELLA
VITTIMA ANIMALE NEL TESTO. PERCHÉ NOI SIAMO TUTTI ANIMALI, GIUSTO?
Noi siamo animali e dirò di più: non siamo animali speciali, ma in continuità
evolutiva con le altre specie. Il nostro DNA ha il 98% in comune con quello di
uno scimpanzé, il 90% con quello di un gatto, il 60% con quello di un moscerino.
Eppure tendiamo a prendere le distanze per quel minimo che ci differenzia
anziché avvicinarci al tanto ciò che ci accomuna. Il semiologo Dario Martinelli
definisce questo processo di allontanamento, rimozione e persino negazione della
nostra animalità con il termine “antropoteosi”, vale a dire la valorizzazione
delle nostre differenze e peculiarità, anche se minime, per autoproclamare la
nostra superiorità, che invece, in termini evoluzionistici, non ha proprio
senso, in quanto l’evoluzione non procede in linea retta e verticistica, ma
semmai è come un insieme in cui specie diverse si intrecciano dando vita a
speciazioni differenti. Noi siamo animali differenti dagli altri nella misura in
cui tutti lo sono, ma differenza non significa superiorità. Lo diventa nel
momento in cui usiamo le diversità come parametro assoluto per giudicare il
resto degli attributi che posseggono pure le altre specie; un meccanismo questo
che abbiamo già visto altre volte nella storia, ad esempio nei confronti delle
altre culture, di abitudini e costumi di etnie altre rispetto a quella bianca
occidentale, delle donne, ma anche dei bambini stessi, non considerati come
“piccole persone”, ma estensione degli adulti che li hanno messi al mondo; credo
che tutti conosciamo le teorie razziste e sessiste di Cesare Lombroso, per
citarne uno, in cui le diversità biologiche del cranio delle donne, ad esempio,
venivano usate per dimostrarne l’inferiorità; non ce ne accorgiamo, ma con gli
altri animali facciamo la stessa cosa. Detto questo, più che far immedesimare il
lettore nei vari individui ricordati nel libro, a me interessa che il lettore li
veda sotto una luce diversa; non più risorse alimentari, non più materia
organica da sfruttare, ma nella loro individualità e quindi unicità.
L’ERMETISMO PERÒ BILANCIA LA QUESTIONE ARRIVANDO AL PUNTO COME UNA PALLOTTOLA
NEL CRANIO: SI HA LA SENSAZIONE DI ESSERE GIUSTIZIATI IN MANIERA DOLCE. HO COLTO
OPPURE STO DICENDO UNA ERESIA? AVEVI PENSATO A QUESTO ASPETTO SUBLIMINALMENTE
“POP”?
In quanto versi di denuncia, non è assente l’elemento di “giustizia”, ma non per
“giustiziare”, bensì, appunto, per chiedere giustizia per queste vittime
altrimenti dimenticate e per porre la questione animale al centro di un
dibattito non più soltanto morale, ma pienamente politico. Se c’è un aspetto
“pop” è di contenuto, ossia nell’urgenza di attualizzare un discorso che per
troppo tempo è stato ridotto a sentimentalismo, restando sul piano della
sensibilità personale e di un vago amore per gli animali in quanto preferenza
soggettiva. Invece la portata della sofferenza animale è attorno a noi, ovunque
e in ogni momento poiché tutta la nostra cultura – intesa in senso
antropologico, come risultato di tutto ciò che la nostra specie produce, di
materiale, artistico, intellettuale, politico ecc. ‒ è stata costruita sul falso
binomio uomo-animale, autorizzando quindi qualsiasi uso delle altre specie,
senza porsi limiti di alcun tipo e, al contempo, gli animali, trasformati in
oggetti, prodotti, rimangono però referenti assenti sotto l’aspetto individuale.
Se penso alla Pop art, mi viene in mente il processo con cui Andy Warhol ha
elevato a oggetto artistico un prodotto di consumo banale e quotidiano e nel
farlo ne ha anche denunciato il consumismo fine a sé stesso che diviene modo di
vita, anche delle nostre stesse vite, emozioni, relazioni. La lattina di fagioli
o di pomodoro diventa paradigma esistenziale di un modo di vivere e trasforma un
elemento della natura in un processo industriale di cui perdiamo l’origine.
È IL SUCCO DEL CAPITALISMO, FONDAMENTALMENTE.
Mi colpì molto un’ articolo letto alcuni anni fa che parlava di come i bambini
non conoscessero gli animali che mangiano e se gli si chiede cos’è un pollo,
anziché raffigurarsi mentalmente l’animale pollo (peraltro frutto di una
selezione genetica, in natura non esiste la specie “pollo broiler”, che è quella
di consumo comune), ricorrono all’immagine del pollo confezionato nella
vaschetta di polistirolo, privo di piume, talvolta della testa e delle zampe,
cioè reso di fatto un prodotto industriale, come se non fosse mai esistito nel
mondo in quanto essere vivente e senziente, ma fosse uscito direttamente da una
fabbrica. E così per i fagioli in lattina, i pomodori, il tonno. Oggetti pop,
appunto, non elementi del mondo naturale a cui apparteniamo anche noi. Gli
animali vengono resi oggetti, acquisiscono lo status di risorse rinnovabili a
causa del nostro dominio e sfruttamento. Processo che richiede violenza
nell’atto stesso anche solo a livello progettuale. Ecco perché noi antispecisti
diciamo che tutti gli allevamenti sono violenti, e non solo quelli intensivi. La
violenza non è nel metodo, o nel numero di individui allevati, ma nell’idea
stessa di usare qualcuno. Quando facciamo la spesa al supermercato non ci
chiediamo la storia della fettina di carne nella vaschetta di polistirolo perché
l’individuo animale è un referente assente, cioè magari è nominato
sull’etichetta (fettina di vitello), ma quel vitello unico è fuori dalla nostra
immaginazione. Lo è ontologicamente, fuori dalla portata della nostra cognizione
e soprattutto coscienza. Quindi i miei versi fanno in un certo senso l’opposto,
cioè mirano a restituirgli l’integrità sottratta, rendono i loro corpi
nuovamente soggetti del discorso e non oggetti. E nemmeno oggetti d’arte, ma
solo soggetti, protagonisti. La mia è una voce narrante, poetica, che si pone
totalmente al servizio degli animali.
UN’ALTRA COSA FONDAMENTALE È L’IRONIA NERA, CHE È UN ALTRO ELEMENTO CHE PER
QUANTO DISTURBANTE, DERIDE E DEPOTENZIA I CARNEFICI FACENDO EMERGERE LA LORO
IDIOZIA SENZA APPELLO. NON PENSI CHE OGGI CI SIA POCO SPAZIO PER L’IRONIA, CHE
NON VIENE PIÙ CAPITA O ACCETTATA, E CHE FARNE USO SIA OLTREMODO CORAGGIOSO?
Più che ironia nera, come già detto, utilizzo il sarcasmo. Ossia cerco di
spostare la prospettiva affinché chi legge possa avere una visione diversa di un
fatto, individuando la responsabilità del gesto, ma certamente non faccio
sconti, non sono accondiscendente e non voglio essere indulgente o rassicurante.
Mostro quello che la società rimuove, sposta, anche semanticamente,
linguisticamente, o addirittura nega. Uso le parole come una clava per spaccare
il muro che copre, che nasconde, che protegge e che ci separa cognitivamente ed
empaticamente dagli altri animali. La cronaca racconta gli incidenti stradali in
cui sono coinvolti i TIR che trasportano gli animali al mattatoio o anche gli
incendi che spesso avvengono dentro gli allevamenti (a causa dell’eccessivo
calore e malfunzionamento delle ventole di aerazione, ma anche per altri motivi)
come dei fatti casuali, tragedie, disgrazie; ma non sono disgrazie dettate dal
fato, bensì il risultato delle nostre pratiche e azioni. Io richiamo le persone
a questa responsabilità.
TU PENSI CHE ALLA GENTE PIACCIA SENTIRSI COMPLICE DELLA VIOLENZA SUGLI ANIMALI?
No, perché ognuno di noi si riconosce in un preciso sistema di valori, dove,
immagino, soprusi e oppressioni non abbiano posto; ma parlare di quello che
accade agli animali invece ci chiama in causa, disturbando l’idea che abbiamo di
noi, perché tutti siamo o siamo stati complici del loro sfruttamento e violenza.
A questo punto la maggior parte si rifugia nella dissonanza cognitiva, ossia
nega o si racconta una storiella diversa, ad esempio che gli animali non si
rendano conto di ciò che gli accade, che non abbiano coscienza della loro
condizione, che la loro esperienza del mondo sia limitata e non complessa quanto
la nostra e che esista un modo “umano, gentile ed etico” per trasformarli in
prodotti. Meccanismi individuali supportati dalla propaganda della “carne
felice”.
C’È UN ASPETTO RELIGIOSO IN QUESTO LIBRO SECONDO ME, CHE OVVIAMENTE HA A CHE
VEDERE COL SACRIFICIO. QUELLO ANIMALE, A PRESCINDERE DALLA CRUDELTÀ DI FONDO,
UNA VOLTA ERA ALMENO UN DONO A DIO, IL QUALE ADDIRITTURA SACRIFICA SUO FIGLIO,
PER CUI C’ERA UNA COERENZA NELDISCORSO, UN CERTO TIPO DI “RISPETTO” PER LE
VITTIME. ORA INVECE QUESTI SACRIFICI SONO COMPLETAMENTE PRIVI DI SENSO E DI
CONTESTO, SONO FIGLI DEL PIENO – NEANCHE DELNULLA, CHE SPIRITUALMENTE HA UNA
MOTIVAZIONE ALTA ‒, SONO FIGLI DELL’ABBONDANZA, DEL CONSUMO, INSOMMA DI ASSENZA
DI UN QUALSIVOGLIA “MOTORE IMMOBILE”. SI PUÒ ANCORA FARE POESIA “SPIRITUALE” IN
UNO SCENARIO SIMILE?
Il sacrificio richiede un consenso del soggetto oppure il soggetto lo subisce
perché qualcun altro ha deciso per lui e magari lo ha convinto che fosse un
onore sacrificarsi, che ci fosse un fine (Gesù accetta il sacrificio perché si
affida al Padre e crede nella resurrezione, nel regno dei cieli, nella
redenzione dell’umanità, secondo i Vangeli), ma io citerei le parole di
Ceronetti, che aveva capito tutto, proprio sul concetto di sacrificio: “Dicono
di avere abolito i sacrifici animali! Soltanto il rito hanno abolito: li
sterminano ininterrottamente, illimitatamente, senza bisogno: il sacerdote si è
fatto industria”. Vale a dire che i sacrifici, anche allora, per quanto
ammantati di significati altri, erano comunque violenza, sopraffazione, cioè si
sceglieva di sacrificare qualcuno per fare gli interessi di altri, che sia il
popolo che chiede protezione a un Dio, o che sia per preservare i privilegi di
caste sociali elevate ai danni di quelle meno avvantaggiate. Non so quanto,
anche in riferimento ai sacrifici religiosi, si possa parlare di “rispetto”:
secondo me, oggi come allora, è un termine molto abusato poiché usato
indiscriminatamente anche per esprimere comportamenti del tutto contrari al suo
significato profondo, un po’ come oggi “etico”.
Rispettare qualcuno significa riconoscere innanzitutto il suo valore inerente,
significa rifiutarsi di ledere i suoi diritti, quindi non nuocergli, non
danneggiarlo, non calpestare i suoi interessi, tra cui, il precipuo, quello di
vivere. Sacrificare qualcuno a un ente divino significa riconoscere un principio
gerarchico nel creato che, onestamente, non solo oggi non ha più senso, ma che
io rifiuto fermamente. Quindi, quando uso il termine “sacrificio”, lo uso in
termini assolutamente sarcastici, ironici, a evidenziare la menzogna che la
gente si racconta ammantando la violenza di significati spirituali e nobili,
dandogli finalità e quindi senso. Ma la violenza non ha un senso ultimo, tanto
meno nobile, essa trova la sua ragione in sé stessa in quanto mero esercizio di
sopraffazione del più forte sul più debole. Può avere senso, semmai, come
reazione, come risposta per sopravvivere, ma non è questo il caso perché gli
animali non ci minacciano, non ci hanno mai minacciato, siamo noi che gli
abbiamo mosso guerra solo per interessi economici.
LE PAROLE DI QUESTO LIBRO HANNO UN SAPORE PITTORICO/MATERICO, IN UN CERTO SENSO
SEMBRA DI RICEVERE LE IMMAGINI DI HERMANN NITSCH: FRA TE E LUI È UN PO’ COME
PASOLINI CON CARAVAGGIO?
Direi che tra me e Hermann Nitsch, se relazione deve esserci, non può che essere
di contrasto. Ecco, il mio lavoro, la mia arte, è proprio l’opposto di quello
che fanno artisti come Nitsch, ma anche Damien Hirst: loro usano i corpi degli
animali per sublimarli a oggetti culturali densi di significati, mentre io
rifiuto e denuncio questo processo antropocentrico proprio per affermare
l’opposto. Gli altri animali sono individui con una loro storia, unica e
irripetibile, con una loro mente, dei loro desideri, aspirazioni, bisogni e
motivazioni. Non sono simboli o oggetti culturali da usare per i nostri discorsi
sull’arte, la natura, il senso della vita, la morte, su cui proiettare desideri
e aspirazioni o dolori dell’umano. Ogni individuo animale ha un proprio mondo
interiore ed elevarne il corpo materico, ormai distrutto (e magari ucciso
all’uopo) a simbolo di altro è proprio un’operazione che io non voglio fare e
che contesto. Di recente un’artista ha usato il corpo tassidermizzato di un
gatto per esporlo in un museo e lo ha posto su una macchina fotocopiatrice così
che ognuno dei visitatori potesse portarsi via la propria fotocopia. Ecco, a
prescindere dalle letture che si possono dare a questa installazione, per me è
un grande “NO”. Quel gatto era un individuo, aveva una sua storia in relazione
con il mondo.
Pasolini e Caravaggio portano nell’arte la gente del popolo, le persone umili,
che fino a quel momento, nei rispettivi campi, erano state trascurate o comunque
mai rappresentate in quanto soggetti al centro di una narrazione. Caravaggio
eleva gli umili e al tempo stesso li dipinge nella loro corporeità reale, pieni
di lividi, di sofferenza, che è la sofferenza dell’essere corpi mortali,
destinati a perire. Io metto al centro dei miei versi i corpi degli altri
animali, talvolta descrivendoli anche negli aspetti più triviali, fisici (in
Legati i maiali, pubblicato sempre da Marco Saya, li rappresento dando precise
indicazioni sensoriali, il fetore degli escrementi in cui sono immersi, le carni
dei maiali vivi congelate durante il trasporto che restano attaccate alle pareti
dei TIR, le mammelle delle mucche putride di pus e così via). A ricordare che
siamo tutti corpi, nient’altro che corpi che vogliono vivere e fuggire il
dolore. Ed è questa consapevolezza basilare che dovrebbe accomunarci agli altri
animali, che ci rende diversi eppure uguali nel dolore, nella sofferenza.
QUINDI I TUOI VERSI METTONO I CORPI AL CENTRO?
Sì, ma non per farne materia organica su cui proiettare significati altri, ma
per sottrarli all’indefinitezza, all’indistinto, all’insieme multiforme e vago
in cui li rinchiudiamo già solo nel nome animali (usando quindi un termine a
racchiuderli tutti), quando sono milioni di specie, miliardi di individui,
ognuno diverso perché ognuno ha la sua storia e un mondo interiore diverso da
quello degli altri. Nei miei versi racconto un pezzetto della loro storia,
l’ultimo pezzetto, quello che, per quanto tragico e orrendo, ci è dato
conoscere. Racconto la loro morte, mostro i loro corpi nell’ultimo atto, negli
spasmi finali, ma almeno sappiamo che c’è stato molto di più, anche perché,
banalmente, non si può morire senza vivere, cioè, muore chi vive e gli animali,
innanzitutto, esistono e vivono. Non nella mente dell’artista, ma nella realtà.
I miei versi in questo libro sono di memoria, per ricordarli, non per
proiettarci le mie elucubrazioni intellettuali. Una balena che viene arpionata e
uccisa non è simbolo della lotta dell’uomo contro la natura (senza nulla
togliere al capolavoro di Melville, ma erano altri tempi), bensì è un essere
compiuto, un individuo, una creatura (in senso laico) che vuole vivere.
A PROPOSITO DI ARTE, IL LIBRO È IMPREZIOSITO DALLE ILLUSTRAZIONI DI ALESSANDRA
ANTONINI, CHE RENDONO IL TUO LIBRO UN PO’ COME UN LIBRO DI FIABE. ED È UN
CONTRASTO INTERESSANTE VISTO IL CONTENUTO: È LO SGUARDO DELL’INNOCENZA ANIMALE
CHE SI CONFRONTA COL BARATRO MALIZIOSO DELL’ESSERE UMANO?
Alessandra Antonini, che ringrazio ancora, è una ritrattista meravigliosa perché
coglie proprio il carattere, in senso ampio, del singolo individuo; gli animali
che disegna non sono un archetipo, non sono un codice grafico in cui tutti
riconosciamo, ad esempio, l’individuo appartenente alla specie cinghiale,
elefante, o gatto, ma sono proprio “quel cinghiale lì”, “quell’elefante lì”,
“quel gatto lì”; dietro c’è un grande studio e osservazione (almeno per quel che
ci è dato conoscere dalla cronaca) dei singoli animali che vengono commemorati.
Il suo tratto è nervoso, a scatti, quasi espressionista, proprio a cogliere
l’individuo nella sua espressività vitale o vitalità espressiva, che si esprime.
Di nuovo: non sono oggetti statici, ma soggetti che vivevano e che la brutalità
umana ha spezzato, ucciso.
QUANTO C’È DI ARTAUDIANO NELLA TUA SCRITTURA? PER LUI GLI ANIMALI ERANO ESSERI
CON CUI L’UOMO DOVEVA ASSOLUTAMENTE CONFRONTARSI, LA BESTIALITÀ UN MODO PER
RAGGIUNGERE L’ILLUMINAZIONE. LA PENSI ANCHE TU COSÌ?
C’è intanto nel termine bestialità un significato di degradazione rispetto
all’umano. Artaud riconosce e mette in discussione questo, ma il suo intento
rimane ancora, a mio avviso, antropocentrico, cioè ad Artaud interessa ancora
una volta l’umano. Non è una critica, ma solo un dato di fatto. Io non scrivo di
bestie per capire meglio noi stessi, o meglio, non solo, ma per capire meglio le
bestie stesse e dargli dignità. Gli animali non esistono per noi, ma
indipendentemente da noi.
QUALI SONO LE TUE POETESSE DI RIFERIMENTO? C’È QUALCUNO IN PARTICOLARE CHE TI HA
ISPIRATA PER SCRIVERE IL LIBRO?
Credo che un’artista prenda ispirazione da tutto quel che legge, ma soprattutto
da tutto quello che vive e io non faccio eccezioni. Certamente c’è “qualcuno”
che mi ha ispirata a scrivere il libro: l’elefantessa Mali, Caracas il gatto
randagio legato ai binari, l’orsa Daniza, l’orso M49, i macachi torturati nel
laboratorio di Parma, il gatto Green, il gorilla Riù, la lista è infinita,
considerando poi tutti i senza nome negli allevamenti. Le mucche se non le mungi
esplodono (di gioia) è un testo che nasce nella mia mente molto tempo fa, almeno
a livello subliminale. Negli anni ho provato dolore e struggimento per tutti gli
individui la cui morte è divenuta fatto di cronaca e ovviamente per tutti quelli
che a milioni vengono fatti nascere per diventare prodotti, accessori (individui
che non ho mai visto, identificati da una targhetta sull’orecchio o da un
tatuaggio sulla pelle, ma che so aver vissuto e sofferto). Mi sono poi resa
conto che anche nel nostro ambiente, quello dell’attivismo, si tende a
dimenticare e semplicemente perché le morti violente e le ingiustizie che si
susseguono una dietro l’altra non ci consentono di fermarci più di tanto a
piangere un singolo individuo e a volte diventa anche necessità psicologica
“dimenticare”, per non impazzire di dolore. Quindi io ho voluto invece
ricordare, riaprire la ferita, sì, anche di noi attivisti. Perché quegli animali
lo meritano. Meritano tutto quello che non siamo riusciti a dargli.
IL TUO LIBRO ESCE PER MARCO SAYA EDIZIONI, CHE È PROBABILMENTE UN CASO:
NONOSTANTE SIA UNA PICCOLA CASA EDITRICE RIESCE A TENERE TESTA AL MAINSTREAM.
PENSI CHE IL SUO SIA UN ESEMPIO CHE POSSA PORTARE A UN’ESPLOSIONE DI UN CERTO
TIPO DI POESIA “ALTRA” ANCHE IN ZONE NORMALMENTE BLINDATE, SOPRATTUTTO
COMMERCIALMENTE? È VERO CHE SI STA CONSOLIDANDO UNA “NUOVA ONDA POETICA” IN
ITALIA?
Marco Saya è una piccola casa editrice, sì, ma concentrandosi prevalentemente
sulla poesia, ha saputo ritagliarsi un suo spazio nel panorama editoriale
italiano; soprattutto pubblicando opere di qualità, di livello alto, in cui lo
studio e la cura del verso sono evidenti. La poesia è un genere particolare
perché credo che tutti, sin da bambini, la acquisiamo come postura, cioè un
certo modo di guardare al mondo e dentro noi stessi, ma poi la differenza tra la
postura e lo scrivere veramente poesia, la fa lo studio, il lavoro, l’impegno,
la cura; non basta avere uno sguardo poetico, bisogna saper tradurre quello
sguardo in versi, con una loro metrica e autosufficienza narrativa. Ecco, Marco
Saya questa differenza la conosce bene e quindi ciò che premia la sua casa
editrice è proprio la selezione. Ovviamente, anche con la nascita del premio
Strega Poesia, la poesia è diventata di nuovo un genere appetibile. Ma ecco,
bisogna sempre guardare alla qualità, più che al numero. Non basta tornare a
pubblicare molta poesia, bisogna che sia in grado di imprimere il proprio segno
nella società attuale.
RISPETTO ALLE PRECEDENTI PROVE COSA SENTI SIA CAMBIATO NELLA TUA SCRITTURA? DOVE
TI STA PORTANDO?
Penso che ogni opera abbia una sua forma che meglio esprime il contenuto; in
questo senso la mia poesia cambia e cambierà di volta in volta perché ogni
evento, fatto, sentimento, riflessione, esperienza, emozione che racconto si fa
strada tra le varie possibilità e trova una sua forma.
DA ATTIVISTA: COME VEDI LA SENSIBILIZZAZIONE SUI TEMI ANIMALISTI OGGI?
Penso che siamo ancora fermi a un approccio morale e a forme di attivismo
obsolete, quando invece la questione esige che diventi politica e che si
configuri come forma di lotta contro un’ingiustizia; certamente il fatto che
siamo noi animali umani a chiedere diritti per le altre specie è un fatto unico
nella Storia, ma credo che se vogliamo avere successo dobbiamo necessariamente
guardare ai movimenti di lotta in generale e trovare alleanze comuni. Parlare di
alimentazione vegetale o protezionismo non basta perché il punto non è cosa
mangiamo noi, ma CHI mangiamo e CHI vogliamo liberare dallo sterminio
sistematico. Gli altri animali devono essere posti al centro del discorso in
quanto soggetti oppressi. Credo poi che sia necessario un approccio
multiculturale, cioè che spetti ai professionisti di ogni settore dare il loro
contributo, nelle scuole, nelle università, in medicina, nella scienza. Io, in
quanto artista, sto cercando di portare gli animali nel nostro ambiente.
SU CHE PROGETTI STAI LAVORANDO? COSA C’È NEL FUTURO DI TEODORA?
Quest’anno ho avuto un lutto importante, ho perso Bernie, il mio compagno di
vita canino. Quando ho annunciato la sua morte sui social ho ricevuto tantissima
vicinanza, non solo affettiva, ma anche di testimonianza, cioè molte persone,
amici e conoscenti, mi hanno parlato dei loro lutti, del loro dolore; ho deciso
così di scrivere dei versi per ognuno di loro, sempre accompagnati dai disegni
di Alessandra Antonini. Un libro in memoria di Bernie, ma non solo, in memoria
di tutti coloro che sono stati amati. Ovviamente questo è un libro di segno
opposto a Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) perché qui la morte non
spezza esistenze che mai hanno avuto possibilità di esprimersi, bensì esistenze
riconosciute, rispettate, che sono state piene di amore. La morte è sempre uno
strappo, un nonsense, è difficile trovargli significato e poi c’è il dolore
dell’assenza, ma ricordare, l’esercizio della memoria, è un filo che ci tiene
ancora legati a queste creature, che ci consente quindi di andare avanti,
elaborare, mai dimenticare, ma trasformare in amore, empatia, sempre. Infatti,
tra la vita e la morte c’è lo spazio dell’amore e la mia poesia, i miei versi
dedicati a questi animali rendono questo spazio ancora più concreto, reale, un
promemoria che si può aprire, sfogliare, in cui il lutto trova modo di essere
accolto e compreso. Infatti, al dolore per la perdita di un animale amato spesso
si accompagna l’incomprensione della società, il mancato riconoscimento sociale
del lutto, che invece è uguale a quello che segue la perdita di una persona
umana. Non è un lutto “minore”, ma anzi, poiché ogni relazione è unica e
peculiare, è un lutto ben definito. Il ricavato di questo libricino sarà
devoluto al Rifugio Speranza, canile di Francavilla Fontana.
Poi uscirà anche Il piano finale che tratta dell’ennesima aberrazione per il
profitto che la nostra specie è stata capace di congegnare, vale a dire un
grattacielo di ventisei piani di maiali, ovverosia la costruzione di un
mega-allevamento verticale (per risparmio di suolo, ma non di violenza) in Cina.
Il testo sarà bilingue, italiano e inglese, tradotto da Helen Moor, scrittrice e
poetessa scozzese che fa parte del movimento Ecopoesia. Questa volta sarà
impreziosito dalle tavole della pittrice e scultrice Franca Finocchiaro, mia
madre. Le poesie sono ventisei, quanti sono i piani di questa struttura
mastodontica, più una di apertura e una in chiusura. Annuncio anche Lune
spezzate, opera dedicata agli orsi cosiddetti della luna per via di una macchia
sul petto a forma di mezzaluna, vittime di un’industria terrificante che ha
luogo in Oriente, quella per l’estrazione della bile. Gli orsi trascorrono tutta
la loro vita imprigionati in gabbie minuscole dove a malapena riescono a fare
qualche movimento minimo con un ago conficcato nella cistifellea per estrarne la
bile, che si crede avere proprietà benefiche (trattasi ovviamente di una
credenza popolare, ma se anche fosse vero, sarebbe comunque un trattamento
orrorifico ai danni di questi animali). L’opera si configura come monologo a più
voci e i disegni sono dell’artista Valeria D’Addabbo.
ULTIMA DOMANDA: SE TU POTESSI ESSERE UN “ANIMALE” CHI VORRESTI ESSERE?
Io sono già animale, femmina adulta appartenente alla specie Homo Sapiens;
vorrei solo esserne più fiera, ecco. Come ho detto all’inizio, i miei versi
svelano l’orrore che siamo capaci di compiere e quindi rivelano chi siamo; ma
anche, soprattutto, chi potremmo essere rifiutando dominio e sopraffazione sulle
altre creature; gli animali migliori che potremmo diventare, parte di un tutto,
e non al vertice di una piramide di devastazione e morte.
L'articolo Poesia animale proviene da Il Tascabile.
G iunge dicembre, e ogni categoria commerciale che si rispetti ha già dovuto
dare il massimo in termini di proposta. Non è da meno il mondo del libro, che
dopo tanti affanni sa che in questo periodo dovrà ritirare le sue reti e
raccogliere la gran parte del pescato annuale. L’ansia non è poca, e la
costellazione di esternazioni del mondo editoriale si riproduce già a partire
dalle settimane che precedono dicembre, ciascuna col malcelato intento di
generare qualche moto di vendita significativo nelle ore via via più disperate
che ci avvicinano al Natale. Non mancano, fra le dette esternazioni, quelle che
potremmo definire interventi ‘metaculturali’, ovvero interventi del mondo della
cultura che ragiona di sé stesso; questi vanno da riflessioni complessive sullo
stato dell’arte a interventi di denuncia sui social in un certo senso
aspecifici, laddove non è chiaro in cosa identifichino la radice del proprio
turbamento, forse finendo per segnalare un disagio più individuale che non di
categoria, che pur merita di essere indagato. Tutti questi moti ricorrenti, a
ben vedere, possiedono, in qualche modo, tre distinte ma concorrenti
caratteristiche che meritano di essere isolate.
La prima è che quasi sempre compiono una cosiddetta ‘fallacia di composizione’,
tracciando un’identità impropria tra mondo editoriale librario (anzi, nella
sostanza solo quel mondo che si occupa dei libri di ‘varia’, non di libri
scolastici, non di pubblicazioni scientifiche, non di periodici né di
quotidiani) e mondo culturale tutto. È evidente che il mondo editoriale
rappresenta solo una parte del ‘mondo culturale’: non abbiamo in tasca i dati
per capire quanto grande o piccola sia questa parte, ma basta rifletterci un
attimo per cogliere che i settori della cultura sono innumerevoli e spesso non a
contatto tra loro. Eppure chi lavora in questo campo editoriale tende a compiere
un’indebita identificazione in forma di sineddoche con la cultura tout-court, e
questo la dice lunga sull’altisonante percezione che il mondo editoriale ha di
sé.
L’immediata conseguenza di questa innocente fallacia è il secondo aspetto da
isolare: si tratta di questioni che vengono discusse in una comunità ristretta,
quella delle persone che lavorano nel detto campo editoriale. Queste non sono
molte (a conferma del fatto che c’è poco lavoro) e si conoscono un po’ tutte tra
loro. Non hanno contezza dell’oceanica indifferenza che il resto del mondo ha
per certe questioni, e questa noncuranza, da un lato e dall’altro, è di certo
parte di un problema di un settore che ama i propri perimetri e le proprie
esclusività.
> Le esternazioni del mondo editoriale che ragiona di sé stesso sembrano
> ritornelli che ruotano, con variazioni, intorno agli stessi accordi e appaiono
> più una postura letteraria che un’analisi strutturale.
La terza caratteristica di queste esternazioni è tutta interna – come volevasi
dimostrare – al suddetto mondo editoriale. La si potrebbe sintetizzare così: nel
guardare a queste dichiarazioni, prima ancora di rifletterci davvero, ciò che
salta agli occhi a chiunque da un po’ sguazzi nel settore è che, se il mondo
editoriale fosse una canzone, questi sarebbero ritornelli. Ritornelli che,
siccome vengono da menti per definizione creative, prendono di volta in volta
forme un po’ diverse, ma ruotano intorno agli stessi accordi: 1. Il mondo
editoriale quest’anno è in crisi; 2. Non ci sono i soldi; 3. La gente legge
sempre meno. È subito evidente che i tre aspetti sono tra loro interdipendenti,
anche se trattati spesso in ambiti separati, e rispettivamente affrontati più o
meno da tre distinte categorie di persone: il primo punto spetta a chi lavora
nelle case editrici, il secondo alle persone che scrivono, il terzo a
intellettuali e docenti. Di solito non si fa molto per vedere l’interconnessione
dei tre aspetti, e ancora più di rado ci si chiede non solo come fare a venirne
fuori, ma come rompere il circolo vizioso che ci fa cantare sempre la stessa
canzone. Il fatto che abbiamo a che fare con dei ritornelli, in effetti, fa
venire il sospetto che i loro contenuti siano solo buoni per continuare a
cantare, e non per rimarcare condizioni spiacevoli dalle quali si dovrebbe
uscire. In sintesi: il solo lamento porta poco lontano, come dice anche chi si
occupa da più vicino di lavoro, e sembra più una postura letteraria che
un’analisi strutturale. Eppure, questi tre punti sono indiscutibilmente veri.
Magari, facendo un passo indietro, possiamo verificarne le condizioni di realtà.
1. Il mondo editoriale è in crisi da sempre
Chi lavora in campo editoriale conosce bene questa faccenda della crisi perenne:
ogni anno i dati sono sconfortanti, eppure le case editrici sono sempre lì. Come
è possibile? È possibile a vari livelli, da un lato non sono solo le entrate del
mercato librario a tenere in piedi una realtà editoriale, dall’altro si creano
fenomeni di sopravvivenza al ribasso, ovvero si riduce il personale al lavoro
all’interno della casa editrice per ridurre i costi (a questo ci arriviamo
dopo), ma soprattutto la baracca è tenuta su da un metodo di fornitura che
consente di rilanciare continuamente la posta in gioco. Il metodo è lo stesso di
cui si lamenta tutta l’editoria, ed è quello che chiameremo il metodo
distributivo.
Chi ha confidenza con le lamentele editoriali può saltare questa parte, ma chi
non le conosce deve sapere che il mondo editoriale incolpa della propria
condizione sempre la distribuzione, e lo fa con una costanza e una pertinenza
che la distribuzione, in verità reale responsabile tanto della miseria quanto
della sopravvivenza del settore editoriale, è diventata il cane che si è
mangiato i compiti. Vorrei provare a sostenere invece che non è tanto la
distribuzione, quanto la sua obsolescenza ad aver smantellato la sostenibilità
del mondo editoriale, e ad averlo ricacciato in un angolo da cui non può uscire
se non diabolicamente sopravvivendo sulle spalle di una forza lavoro
praticamente illimitata.
Ma veniamo prima al meccanismo, provando a sintetizzarlo in modo brutale. Chi
produce i libri deve venderli, per venderli deve distribuirli alle librerie
(categoria che comprende svariati generi di punti vendita, ma che definiremo con
questo termine sovraesteso), per poterli distribuire o fa tutto da sé
naufragando coi costi logistici o si affida a delle distribuzioni. Le
distribuzioni sono non solo realtà logistiche, ma anche realtà di gestione del
credito: vendono i libri per conto delle case editrici, e in seguito
retribuiscono loro i proventi, decurtandoli della percentuale che spetta a tutte
le varie operazioni (trasporto, magazzino, percentuale spettante alla libreria).
Fin qui l’andamento è piuttosto comprensibile, ma le cose si complicano subito
perché quando si produce un titolo lo si crea innanzitutto come ‘progetto’,
idea; e la distribuzione non si limita ad aspettare che il libro esca ma attiva
la cosiddetta ‘promozione editoriale’, un apparato che può essere sia interno
alla stessa corporazione distributiva sia (diciamo così) autonomo. La promozione
(che pure prende una sua percentuale) percorre le librerie d’Italia, compresi
buyer di grandi catene e l’innominabile Amazon, presentando le uscite imminenti
e raccogliendo prenotazioni. Le dette prenotazioni non sono vendite, perché il
libro non esiste ancora, ma diventano immediatamente numeri, quantità, valore:
sono di fatto la base di quello che si chiama il fornito, ovvero le copie che la
distribuzione fisicamente consegnerà alle varie realtà di rivendita il giorno
del lancio, e che i rivenditori pagheranno al momento del lancio stesso. A
questo punto il sistema registra un incasso, una fattura, un movimento. È il
punto esatto in cui nelle statistiche annuali si immettono cifre, e il settore
risulta produttivo.
> Non è tanto la distribuzione, quanto la sua obsolescenza ad aver smantellato
> la sostenibilità del mondo editoriale, e ad averlo ricacciato in un angolo da
> cui non può uscire se non diabolicamente sopravvivendo sulle spalle di una
> forza lavoro praticamente illimitata.
Ma questo è solo il primo giro, perché la parte decisiva arriva dopo: il reso.
Le librerie hanno il diritto di restituire ciò che non vendono entro un periodo
che corrisponde all’incirca a tre-quattro mesi. A quel punto, passato il tempo
stabilito, le copie tornano indietro, e rappresenta invece un flusso di cifre
con segno negativo, che verranno detratte all’editore che prima in fase di
fornitura aveva gioiosamente incassato. Il percorso è lineare, ma soprattutto è
il coerente risultato di un processo industriale che si è sviluppato lungo la
seconda metà del Ventesimo secolo, in cerca di una formula che tenesse in
equilibrio la produzione di nuovi titoli e la sostenibilità della vendita in
libreria. Tuttavia questo processo, alla lunga, è destinato a generare mostri.
Prendiamo un dato che fa dirizzare le antenne a molte persone che lavorano o
desiderano lavorare in campo editoriale: secondo le statistiche del 2024 il
fatturato editoriale è di più di tre miliardi di euro – mica male. C’è tuttavia
il sospetto che sia una cifra creata da movimenti di fornitura, che poi sono
destinati a sgonfiarsi. A meno che non si producano altri libri per coprire
quella cifra negativa con nuove forniture. Cosa che puntualmente avviene, anche
perché ne va letteralmente della sopravvivenza del settore. La fornitura
pertanto genera movimento, e il movimento genera sopravvivenza. È questo il
punto che l’editoria, lamentandosi della distribuzione, finge di dimenticare:
senza questo metodo non avrebbe modo di rilanciare continuamente la propria
attività. Se il libro X ha avuto un ritorno disastroso, e quindi tutte o quasi
le entrate del lancio sono state riassorbite dai resi, tanto vale spazzare i
residui del libro X sotto al tappeto e passare al libro Y. Si ricomincia
daccapo: nuova promozione, nuove prenotazioni, nuovo fornito, nuovo periodo di
grazia. Sotto il tappeto, nel frattempo, c’è di tutto.
Il ciclo non si basa sull’idea di vendere libri, ma sull’idea di produrre
abbastanza movimento da poter continuare a esistere, e se vi chiedete chi
guadagna realmente da questo processo avrete la risposta segnandovi quanti
movimenti hanno fatto i libri: sono andati a un magazzino, da quel magazzino
sono andati a una libreria, da quella libreria sono tornati al magazzino. Tutti
questi passaggi sono costi di distribuzione, tutti questi passaggi hanno
generato profitto per chi distribuisce, non per chi vende. È un sistema,
insomma, che si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza: ogni perdita
viene compensata dal libro successivo, ogni ritorno a zero viene colmato
dall’uscita seguente. È la logica per cui, paradossalmente, più il settore
soffre nella realtà (La gente legge sempre meno, ci arriviamo più avanti) più è
costretto a produrre, spingere, immettere titoli nel ciclo. Infatti a
diminuzione della domanda corrisponde un aumento dell’offerta: in Italia si
stima che i titoli prodotti all’anno siano più di ottantamila – per capirci,
equivale a dire che escono intorno ai dieci libri ogni ora che passa, una cifra
insostenibile a ogni livello.
Ecco perché si parla (sempre lamentandosene, ci mancherebbe) di
sovrapproduzione. Ma non è l’effetto collaterale di un settore ingordo che ‘non
ha più filtri’, non è un’emergenza recente né un vizio ideologico, è la
condizione necessaria al funzionamento del sistema. Se smetti di produrre, si
ferma la fornitura; se si ferma la fornitura, si ferma il flusso di cassa; se si
ferma il flusso di cassa, emergono improvvisamente tutti i buchi che il ciclo
maschera; se emergono, la struttura collassa. L’editoria è qui rappresentata nel
ruolo di Sisifo e la pietra sono, evidentemente, i libri; il bello è che le
distribuzioni sono poche e inglobano numerosissime case editrici che così
condividono il fardello di spingere quella pietra immettendo quante più novità
possibili nell’anno per giocare a vivacchiare.
> Il sistema si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza: ogni perdita
> viene compensata dal libro successivo. È la logica per cui, paradossalmente,
> più il settore soffre nella realtà più è costretto a produrre, spingere,
> immettere titoli nel ciclo.
Se solo ci si soffermasse, si vedrebbe qui un paradosso deontologico: se
l’editoria è il mestiere della scelta (lo diceva pure Gian Arturo Ferrari, una
delle persone che ha contribuito a creare questo meccanismo, in Libro. Vita e
miracoli di un oggetto straordinario, 2023), ovvero è proprio scegliendo che
mette in pratica il suo senso di esistere, con questo meccanismo tutto porta a
scegliere il meno possibile, e produrre esclusivamente per esistere. Eppure, una
buona retorica ci viene in soccorso: da quando esiste l’idea di
‘bibliodiversità’, da quando si nobilita il libro come oggetto di valore a
prescindere, mai da mettere in discussione a patto di non farsi bollare come
ignoranti, ogni titolo ha ragione di esistere per il solo motivo di essere un
prodotto aprioristicamente virtuoso.
Viene il sospetto che questa retorica in realtà vada in soccorso proprio del
meccanismo di fornitura, e vada in soccorso di manifestazioni che inneggiano a
Più libri come qualcosa di incrollabilmente valoroso, quando invece sono
probabilmente la trave nell’occhio di chi gestisce apicalmente l’editoria in
Italia, un navigare in mezzo a scelte mai fatte e a tonnellate di carta che
quotidianamente vanno al macero in qualche capannone della Pianura padana, in
barba a quello che recano scritto dentro, magari sensatissime riflessioni che ci
ricordano di prestare attenzione all’ecologia e agli sprechi. Ed è esattamente
per questo che si può dire che l’editoria è in crisi da sempre, e al tempo
stesso constatare che non muore mai. Sembra un paradosso, ma non lo è: è un
sistema che ruota incessantemente su sé stesso, che rigenera continuamente la
propria massa critica, che può vivere in perdita finché resta in movimento.
Se poi a tutto questo aggiungiamo che abbiamo un problema di monopolio, il
quadro è completo. Dobbiamo infatti specificare che con i primi decenni del
millennio le distribuzioni sul suolo nazionale si sono ridotte a tre sole realtà
principali, che sono realtà operativamente logistiche a loro volta possedute da
realtà editoriali, anzi, dai principali gruppi editoriali del Paese, perché nel
frattempo non esistono più le grandi case editrici ma delle grandi corporazioni
editoriali che si sono fuse tra loro, proprio perché il meccanismo distributivo
le conduceva alla crisi da cui si sono salvate aggregandosi e spartendo
dividendi. Questo significa, in breve, che le principali realtà che in Italia
producono i libri li distribuiscono anche, coprendo due terzi della filiera.
Ma attenzione: i tre principali gruppi editoriali del Paese (non li si nominerà
in quanto qui elegantemente ellittici, ma è l’ellissi di Pulcinella) possiedono
a loro volta le principali catene librarie del Paese. E così il cerchio è
chiuso: in Italia ci sono tre realtà che producono la maggior parte dei libri
sul mercato, oltre a distribuirli e anche venderli. Insomma: tutta la filiera è
esaurita da tre colossi. Questo è a tutti gli effetti un monopolio (oligopolio,
se proprio vogliamo), quello di cui costantemente si lamentano le case editrici
che nel frattempo da quel monopolio dipendono.
Se sommiamo, dunque, questo dato al ragionamento di prima, vediamo che questo
monopolio non è affatto destinato a tramontare, anzi è l’unica solida realtà che
tiene in vita il settore, fintanto che resta ancorato a questo parossistico
circolo vizioso. Giusto per non mancare in completezza: l’Italia è uno dei
pochissimi Paesi in cui la distribuzione libraria nazionale è controllata
direttamente dai gruppi editoriali: altrove, in Europa come nel mondo
anglosassone, la funzione distributiva è svolta soprattutto da operatori
logistici e grossisti indipendenti, e là dove se ne occupano invece anche realtà
editoriali (succede, per dire, in Francia) esistono al loro fianco altri
apparati di distribuzione libraria che almeno, nel quadro liberista in cui
sceglie di giocare chi fa il mestiere editoriale, rappresentano una concorrenza,
la possibilità di dire ‘ho un’alternativa’, processo che secondo certi ottimisti
teorici di un’epoca lontana si potrebbe rivelare perfino virtuoso. Da noi
l’alternativa, semplicemente, non c’è. Dunque si gioca al liberismo senza i
vantaggi del liberismo. Charles Ponzi ne sarebbe orgoglioso.
> Se l’editoria è il mestiere della scelta, ovvero è proprio scegliendo che
> mette in pratica il suo senso di esistere, con questo meccanismo tutto porta a
> scegliere il meno possibile, e produrre esclusivamente per esistere.
C’è da dire che questo approccio ha avuto una sua funzione ‘compiuta’ e non
deteriore in periodi in cui il commercio aveva una sua velocità coerente, i
punti vendita e il potere d’acquisto (nonché la pratica stessa dell’acquisto)
erano piuttosto stabili, e gestire le tirature senza affrontare grandi perdite
era una buona idea in campo editoriale. Il punto è un po’ che questo meccanismo
ha raggiunto la sua massima compiutezza intorno all’inizio del Terzo millennio,
e nei venticinque anni che sono seguiti poco o nulla si è fatto per metterci
mano, considerandolo l’unico meccanismo possibile e al limite affrontando le
inevitabili grandi crisi operando, come visto, fusioni tra aziende colossali,
che cercano di inglobare tutto il possibile col sostegno di una robusta retorica
settoriale e rendendo l’ambiente poco permeabile (dall’egemonia al monopolio il
passo sembra dover essere breve).
Con il nuovo millennio si è creato, come nella migliore tradizione, il terrore
per il nemico straniero (Amazon che viene a rubarci il lavoro e ad amare le
nostre donne) che tuttavia agiva esattamente come gli altri colossi, anzi a loro
differenza non dispensava privilegi al suo interno perché, in effetti, non era
un gruppo editoriale. Mentre guardavamo Amazon con terrore abbiamo continuato
incrollabilmente a seguire il meccanismo distributivo e le sue sciagurate
conseguenze, certo difendendo la nobiltà del libro, abusando di parole come
‘qualità’ che adesso non possiamo più usare da quanto le abbiamo sciupate, e
assistendo al contempo a un altro straordinario fenomeno: l’enorme offerta
lavorativa che sopravanzava, ogni anno di più, alla domanda.
2. Non ci sono i soldi
Lo abbiamo appena visto: i soldi in editoria ci sono, ma il sospetto è che siano
virtuali. Pertanto le aziende, perfino le più grosse, mosse da caute politiche
interne, tendono a non rischiare. Nel frattempo, negli stessi anni in cui non si
metteva mano a un meccanismo di fornitura destinato a ingigantirsi, si formavano
in campo umanistico tantissime persone che, puntualmente, non trovavano lavoro
in campo umanistico. In questo senso è utile dare un’occhiata a quello che dice
Raffaele Alberto Ventura in merito al suo principale oggetto d’indagine, la
generazione millennial che si è appunto formata in campo culturale, ossia “una
delle percentuali più alte di laureati in discipline umanistiche, quelle più
difficili da valorizzare sul mercato del lavoro […]. E proprio a causa delle
famiglie, dei loro piccoli patrimoni, del loro sostegno […], ci si permetteva di
accettare salari da fame e di prolungare la fase di inserimento nella vita
attiva, partecipando a creare un drammatico ‘collo di bottiglia’ all’ingresso
del mercato del lavoro” (La conquista dell’infelicità, 2025, p. 139).
In editoria questo processo ha effettivamente creato l’abitudine a una forza
lavoro illimitata, file di persone disposte a partecipare di un lavoro basato
sulla continua produzione e senza la prospettiva di poter generare profitto tale
da poter considerare quel lavoro come qualcosa degno di quel nome. Questa
consuetudine ha a sua volta creato il costume alla considerazione di questo
settore come un luogo al contempo molto e poco redditizio, paradosso creato
proprio dai dati che abbiamo visto: fatturati altissimi ma profitti inesistenti.
Di contro, il settore difendeva l’unico capitale che aveva accumulato: la mai
troppo citata nobiltà della cultura, quella sorta di plusvalore culturale che si
conferisce d’ufficio a un settore produttivo che non ha davvero chiaro come
possa sostenersi. Dunque, l’offerta è diventata quella di lavorare per un
meraviglioso sogno che paga non in denaro, e nemmeno in visibilità, ma in
prestigio. Cosa che, di fatto, succede. C’è chi se ne accorge e silenziosamente,
nell’ambiente editoriale, passa di lavoro in lavoro spendendo il prestigio
accumulato nel settore cercando di approdare, con perseveranza, a una posizione
sostenibile, che può presentarsi con molta rarità dopo numerosi anni trascorsi
senza stipendio.
> Nel campo editoriale l’offerta è diventata quella di lavorare per un
> meraviglioso sogno che paga non in denaro, e nemmeno in visibilità, ma in
> prestigio: si passa di lavoro in lavoro spendendo il prestigio accumulato nel
> settore, cercando di approdare a una posizione sostenibile.
In breve, la forza lavoro nelle redazioni è condannata a un trattamento iniquo,
in senso etico addirittura impraticabile, per via di un disavanzo crescente tra
offerta e domanda. La presa di coscienza in questo senso ha fatto passi avanti,
ma le condizioni di base restano un campo troppo sterminato a cui attingere, e
le imprese editoriali, perfino le più piccole, devono far leva sulla propria
coscienza, e non sulle pratiche di mercato, per evitare il dipanarsi di questa
abitudine. Capita che alcune realtà lo facciano, è vero, e capita sempre con più
frequenza per una ragione banale: la stretta del meccanismo su chi produce pochi
libri è asfissiante, e dunque si preferisce giocare alla puntata minima, anche
se il gioco è penalizzante, più che rischiare grosso con l’aiuto di un esercito
di persone a costo zero. Per dirla altrimenti: le case editrici a conduzione
familiare o individuale o poco più sono realtà che in questo momento esistono e
perdurano. Potremmo individuare per questo tipo di case editrici una categoria
abbandonata troppo tempo fa: l’editoria artigianale, una categoria che non si
basa sulle fumose distinzioni che distinguono l’editoria tra ‘grande’, ‘media’ e
‘piccola’ sulla base dei fatturati (e che generano grandi confusioni nonché
grandi abusi di parole quali ‘indipendente’), ma che fa riferimento alla
produzione annuale: pochi titoli, in radicale controtendenza con la richiesta
del mercato.
Le case editrici artigianali non sono moltissime, generano appunto pochi lanci
all’anno e non fanno salti per entrare in un giro di produzione superiore perché
non vogliono rischiare, ma allo stesso tempo non assumono né si avvalgono di
personale; rendono interno tutto il lavoro editoriale, mantenendosi da sé,
massimizzando il proprio lavoro e riducendo il rischio. Il risultato è che meno
persone vengono impiegate a costo zero, ma in generale meno persone vengono
impiegate e basta. Il problema dell’impiego, insomma, perdura. Il potenziale di
crescita di questo settore ci sarebbe, e forse potrebbe rappresentare
un’interessante rottura dell’ingranaggio, ma come abbiamo visto la sopravvivenza
di quel meccanismo deve potersi avvalere anche di queste case editrici per poter
perdurare.
C’è poi l’altro lato del settore, rappresentato dalle persone che scrivono. In
pratica, la base del settore tutto. Tuttavia le persone che scrivono, in
mancanza di entrate chiare e programmabili, sono costrette ad accumulare il
capitale con cui paga l’industria editoriale – il prestigio – per anni, e non
sorprende che infine esista chi inizi a lottare per una conversione di quel
capitale in qualcosa di spendibile altrimenti (soldi) o in qualcosa di più
importante per il proprio tempo (fama), che magari faccia da ponte alla medesima
conversione in danaro, che arriverà poi in un futuro anteriore. Da un punto di
vista meramente pratico, nel processo editoriale esposto poco prima, la persona
che scrive nella stragrande maggioranza dei casi viene retribuita con una
percentuale delle vendite, percentuale che per i libri di carta (che
rappresentano ancora la gran parte del mercato) si aggira comunque sotto il
dieci per cento del prezzo di copertina (salvo ovviamente eccezioni che non
fanno testo).
Ricordiamoci però che alla persona che ha scritto il libro verranno liquidate
non le copie fornite (ricordate il meccanismo?), ma quelle effettivamente
vendute, cioè quelle che usciranno vive dal meccanismo del reso. Perfino il
meccanismo di conteggio delle vendite, in Italia, ha in realtà dei problemi di
monopolio, ma ve lo risparmio per una prossima occasione. Limitiamoci a dire che
il rendiconto delle copie effettivamente vendute di un libro solitamente è molto
più misero di quanto ci si può aspettare, e genera il grande dilemma della
comunicazione di quel dato: se si divulga la sua entità usando un dato onesto o
perfino al ribasso, risulterà chiara la difficoltà della persona che ha scritto
o pubblicato il libro, e l’unica forma di prestigio su cui si potrà far leva è
la resilienza, se si dichiara invece la sua entità al rialzo si risulterà
vincenti e dunque appetibili ma allo stesso tempo si avrà la necessità di
confermare o migliorare quello standard in altre occasioni.
> Chiunque scriva o pubblichi i libri ha molteplici ragioni per mentire
> sull’effettivo numero di vendite che un libro ha generato. L’unico dato che
> avremo per certo è che una persona che scrive i libri non può vivere della
> sola vendita dei propri libri.
Affianchiamo a questo processo il fatto che non è facilissimo accedere ai dati
di vendita ufficiali dei libri, perché sono servizi a pagamento e peraltro non
sono del tutto veridici, laddove molte delle effettive vendite in librerie più
marginali e sprovviste di un sistema gestionale ufficiale non entreranno in quel
computo. La conseguenza è una: chiunque scriva o pubblichi i libri ha molteplici
ragioni per mentire sull’effettivo numero di vendite che un libro ha generato.
Non credeteci, mai. L’unico dato che avremo per certo da questo procedimento è
che una persona che scrive i libri non può vivere della sola vendita dei propri
libri. Senza considerare tutto l’apparato di spese da sostenere per promuovere
la propria opera nell’augurio che venda abbastanza da farci sopra dei progetti
di sopravvivenza: spesso quella spesa è caricata sulle spalle della stessa
persona che ha scritto il libro, e dunque andrà a detrazione del suo già misero
rendiconto annuale. Si salva, anzi sta proprio in un’altra categoria, chi scrive
dei libri che poi diventano best seller, ma nemmeno con quelli, talvolta, si ha
la certezza di una pianificazione economica coerente della propria esistenza.
Cosa richiede esattamente, dunque, chi scrive? Di avere un principio retributivo
simile a chi ha un altro tipo di lavoro, o almeno che abbia quella coerenza? Di
avere una mappatura delle proprie possibilità al di fuori dalla semplice vendita
dei libri? Non è davvero chiaro. Di una cosa possiamo dare certezza quasi
granitica: non sarà dalla vendita dei libri che chi scrive tratterà mai un
compenso sufficiente per vivere come una persona con reddito medio. Non con
questo sistema, perlomeno. È per questo che esiste tutto un altro mercato
‘culturale’ che riguarda chi scrive, tanto che chi scrive fa di tutto per
diventare persona esposta, divulgatrice o opinionista, per partecipare a eventi
che possono garantire una valida copertura economica, per produrre corsi per
insegnare a scrivere, a loro volta, ad altre persone che nella migliore delle
ipotesi riprodurranno quel percorso.
Il patrimonio di prestigio accumulato nel tempo può trasformarsi in una sorta di
automatismo: la persona che scrive viene invitata a intervenire su qualunque
tema, oppure cerca occasioni per farlo perché si tratta spesso di interventi
retribuiti. Può accadere che si esprima anche su questioni che non rientrano
nelle proprie competenze dirette, magari non per mancanza di attenzione ma
perché il meccanismo editoriale ha normalizzato questa figura di presenza
pubblica chiamata a parlare sempre e comunque. Non è necessariamente una persona
che ha il tempo di approfondire, ma una che si trova a generare opinioni in un
circuito dove l’espressione tende a sostituire progressivamente lo studio, e da
cui transitano le possibilità di guadagno.
In seno a questo processo nasce anche quella che è l’esclusività della cultura:
se i soldi sono pochi, se il patrimonio è ridotto e la concorrenza è grande, il
prestigio con cui si è ricevuto per anni lo stipendio è anche una dotazione per
impedire alle voci altrui di prendersi una fetta di retribuzione danarosa. Da
qui si fa trincea, e le voci che si esprimono diventano le solite, e diventano a
loro modo monotone, prive di guizzo perché il gran lavoro svolto è stato
piuttosto edificare un perimetro esclusivo per la propria figura, non tanto dire
qualcosa che fosse effettivamente significativo.
> Esiste tutto un altro mercato ‘culturale’ che riguarda chi scrive, tanto che
> chi scrive fa di tutto per diventare persona esposta, divulgatrice o
> opinionista, per partecipare a eventi che possono garantire una valida
> copertura economica.
Meriterebbe fare anche un rapido passaggio dal mestiere di scrittura
giornalistica, chiamando in causa quell’altra parte, non certo piccola, del
mondo editoriale che si occupa di periodici e quotidiani. Per non addentrarsi
troppo nelle specificità di un settore che è mosso da ingranaggi non proprio
simili a quelli dell’editoria libraria, basti accennare a come anche in questo
campo l’effetto del ‘collo di bottiglia’ si faccia sentire da decenni: sempre in
virtù di una sterminata disponibilità di forza lavoro si è reso consueto
l’impiego di chi scrive per compensi insignificanti, e l’immediata conseguenza
di questo è che si è reso impossibile il costruirsi o il consolidarsi di
carriere individuali, e dunque di voci riconoscibili, livellando sempre più
l’atto della scrittura a qualcosa di dedicato all’informazione pura, alla
funzionalità immediata nei confronti di una non meglio specificata utenza. A
lungo andare, anche questo approccio ha finito per determinare il drastico calo
di pubblico leggente (per i quotidiani i dati sono impietosi), e il conseguente
gioco di cessioni dei vari gruppi editoriali.
Ci sarebbe infatti da guardare anche cosa viene richiesto a chi produce testi,
cosa possa servire in termini di consumo la produzione testuale contemporanea, e
che genere di profitto, fuori dalla sola vendita delle copie, possa generare un
simile mestiere. Il punto, insomma, non è tanto come guadagnare scrivendo, ma
per cosa si scrive: per generare informazioni, per stare al passo con la
produzione editoriale, per essere parte di un mercato o per effettivamente
produrre pensiero, con la sua dotazione di curiosità, fragilità, parzialità?
Sappiamo bene che se ragioniamo in termini di funzioni testuali, in un’epoca che
ci ha donato dispositivi in grado di generare testi estremamente complessi in
pochi secondi, quello che è in gioco è molto di più del semplice chiedere a
un’entità superiore una retribuzione adeguata al proprio valore. Se tuttavia nel
frattempo l’uditorio è stato abituato a richiedere forme testuali solo
funzionali, solo a guisa di informazioni da immettere in un sistema, il rischio
di considerare del tutto accessoria la figura di chi scrive è altissima.
3. La gente non legge più
Alla luce di quanto detto finora verrebbe da rispondere con una frase piuttosto
diretta a questo ritornello: e vorrei pure vedere. C’è un eccesso di offerta di
libri rispetto alla domanda, la domanda continua a decrescere e come si
risponde? Aumentando l’offerta. Del resto, se l’eccesso di offerta di forza
lavoro sopravanza l’esigenza delle case editrici, quell’eccesso servirà proprio
a produrre di più. Tutto torna, dal lato del ragionamento industriale. Il grande
escluso, oltre a tutte le fasce non retribuite, è il pubblico. Lo abbiamo visto:
se l’editoria smette di fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci
si aspetta che reagisca il pubblico? Percependo una mancanza di scelta, pare
evidente. Eppure non sembra essere questa la domanda che ci si pone in questo
settore, occupati come si è a far girare la ruota da criceto. Quel che ci si
chiede è come recuperare marginalità, come chiedere allo Stato degli aiuti per
produrre ancora di più (ho davvero sentito con le mie orecchie chi chiedeva
degli sgravi fiscali sul costo della carta per agevolare la produzione come
soluzione a un mercato in crisi).
> C’è un eccesso di offerta di libri rispetto alla domanda, la domanda continua
> a decrescere e come si risponde? Aumentando l’offerta. Se l’editoria smette di
> fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci si aspetta che reagisca
> il pubblico?
Nel frattempo, soffocato da un’offerta soverchiante, il pubblico attraversa una
crescente confusione, che culmina con l’impressione che la produzione sia sempre
meno buona, sempre più casuale. Come risposta, invece di farsi venire il
sospetto che il pubblico abbia le sue buone ragioni per raggiungere queste
conclusioni, nell’ambiente ci si affretta a liquidarlo come ignorante,
qualunquista, illetterato, e a ricacciarlo in quel magma di persone che rende
deteriore il Paese. Si mostrano le classifiche dei libri più venduti per
dimostrare quanto sia bue il popolo italiano che vuol leggere solo le ‘porcate’,
laddove le ‘porcate’ sono alcune produzioni dozzinali, scelte e coniate con la
medesima cura e il medesimo principio della gran parte della produzione di libri
che si vorrebbero considerare nobili, perché come abbiamo visto il meccanismo è
per tutte le realtà lo stesso, e fa necessariamente venire meno il principio
stesso della scelta. Quella che di contro viene esibita come ‘qualità’, termine
dirimente nel distinguere il buono dal cattivo, non è, di conseguenza, il frutto
di un processo di produzione mirata, ma solo la formulazione di un apparato
critico, il più delle volte composto da persone che a loro volta scrivono i
libri e che, come abbiamo visto, hanno dovuto curare e perimetrare la propria
posizione per poter esprimere opinioni in modo dirimente, ma che al contempo non
hanno alcun interesse a perdere tempo in ricerca e in curiosità.
I progetti di lettura, l’incentivo alla lettura come processo valido e virtuoso
di per sé, non tengono conto di come la lettura sia in questo momento storico
una dinamica anzitutto di consumo, e solo in seguito un principio di scoperta e
conoscenza. Chi propone contenuti vede in chi legge, prima di tutto, un soggetto
consumatore, e solo in seguito un essere che da quei contenuti potrà trarre
qualcosa. È un principio funzionale, ed è la coerente conseguenza del processo
distributivo: se si fornisce materiale produttivo, la selezione sarà fatta in
base a un principio di consumo, che è diverso da quello di scelta. Ed è in
questa dinamica che finiamo quando, coerentemente, ci accorgiamo
dell’accuratissima riproducibilità stilistica di ogni personalità scrivente
tramite le nuove intelligenze artificiali generative. Il punto è che, molto
prima che arrivassero quelle intelligenze artificiali, noi abbiamo fatto di
tutto per assomigliare sempre più a loro: chiedendo alla scrittura di essere
funzionale, standardizzata, intercambiabile, di riempire spazi di contenuto, di
produrre testi il cui contenuto non era davvero determinante. Se l’obbiettivo
editoriale è fornire contenuti, non ci si può stupire dell’arrivo di tecnologie
perfettamente adatte a svolgere esattamente questo compito, e a costi
infinitamente più bassi.
> Invece di farsi venire il sospetto che il pubblico abbia le sue buone ragioni
> nell’ambiente ci si affretta a liquidarlo come ignorante, qualunquista,
> illetterato, e a ricacciarlo in quel magma di persone che rende deteriore il
> Paese.
La pratica della lettura si è resa di conseguenza un valore di consumo, e la
retorica della lettura come qualcosa di acriticamente buono in sé e per sé non
fa che aumentare la percezione di discrasia tra ciò che viene promesso e ciò che
viene realmente offerto. Il pubblico, di fronte a questo scarto, non solo non si
sente chiamato in causa, ma ha l’impressione di essere continuamente
rimproverato per non aver aderito a un rituale di cui non comprende fino in
fondo il senso. Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per
mantenere in movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per
l’andamento a dati via via sempre più standardizzati senza soffermarsi a saperli
leggere con occhio umano, pretende che l’atto della lettura appaia come una
scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica – quasi a ricordare che quel
processo stesso di lettura, quella prettamente umana, è già una favola. Ma la
lettura, nel modo in cui l’editoria la propone, non è un percorso di senso: è
una prestazione. È un gesto che, per essere riconosciuto come valido, deve
aderire a un immaginario di qualità che spesso coincide con il prestigio di chi
lo certifica, non con l’esperienza di chi legge.
Il ritornello La gente non legge più, allora, non sta lì a segnalare tanto un
problema culturale quanto a indicare il cortocircuito della filiera. È una frase
che non descrive il pubblico, bensì descrive l’incapacità di un settore di
comprendere che la sovrapproduzione, l’autoreferenzialità e la dispersione non
sono anomalie, ma esiti prevedibili di un sistema che ha smesso di avere un
rapporto sensato con chi dovrebbe raggiungere. Se il pubblico smette di leggere,
o legge meno, non è perché è diventato ottuso o pigro: è perché la filiera,
occupata a sostenere sé stessa, ha smesso di offrire un terreno su cui il gesto
della lettura abbia un senso. La domanda finale, dunque, non è come riportiamo
le persone alla lettura, ma cosa renderebbe oggi la lettura un gesto
significativo, fuori dalla retorica, fuori dalla prestazione, fuori dalla
vocazione sacrificale che il settore pretende.
> Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per mantenere in
> movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per l’andamento a dati
> via via sempre più standardizzati pretende che l’atto della lettura appaia
> come una scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica.
È qui che andrebbe riaperto l’intero discorso: non ripensando il pubblico, ma
ripensando il ruolo del libro. Quale spazio gli viene concesso? Quale esperienza
propone? Quale tipo di relazione crea? Perché, se il libro continua a essere
prodotto come mero carburante del ciclo distributivo, nessuna politica, nessuna
campagna, nessun lamento stagionale potrà mai invertire la rotta. A ben vedere,
insomma, il problema non è che la gente non legge più: il problema è che non
riconosce più, in ciò che il mondo editoriale ha finito per propinarle, un
motivo per farlo. E adesso abbiamo anche chiara la ragione per cui il resto del
mondo riserva a queste faccende un’oceanica indifferenza.
L'articolo Mai più libri proviene da Il Tascabile.
L’ intero universo e tutti i suoi fenomeni fisici possono essere ricondotti a un
unico modello matematico? C’è stato un tempo in cui ci si illuse che fosse
possibile, quando a Stephen Hawking veniva assegnata la cattedra, che in epoca
moderna era stata di Isaac Newton, all’Università di Cambridge. Nel 1979,
insieme al suo gruppo di ricerca, Hawking lavorava alla teoria del tutto,
chiamata anche TOE (Theory Of Everything). Quello stesso anno, si scatenò una
tempesta improvvisa, che nessuna stazione meteorologica era stata in grado di
prevedere. Nonostante l’attivazione di imponenti operazioni di soccorso, lo
scrittore irlandese James Gordon Farrell perse la vita nella Baia di Bantry. Era
l’autore della cosiddetta Trilogia dell’Impero (1970-1978), una serie di romanzi
sulle conseguenze del colonialismo britannico nel mondo. Qualche mese prima,
Margaret Thatcher vinceva le elezioni e diventava primo ministro del Regno
Unito, incarico che ricoprì per undici anni consecutivi.
Come Hawking, anche Thatcher aveva una sua teoria totalizzante e un metodo per
dimostrarla, ma anche uno scopo ben preciso da raggiungere. La teoria implica
che il capitalismo sia l’unico sistema economico praticabile, al quale non è
possibile contrapporre un’alternativa, ed è sintetizzata nello slogan “There is
no alternative”, contratto in TINA. Il metodo prevede l’attuazione di misure
come le privatizzazioni e il monetarismo, e l’obiettivo era quello di cambiare
la psicologia dei suoi conterranei per portarli a rivivere i grandi fasti del
passato, quando il Regno Unito era la più grande potenza al mondo.
Thatcher intendeva condurre il suo Paese verso il futuro, tornando al passato, e
rafforzare l’orgoglio identitario nazionale attraverso la promozione di una
società atomizzata e individualista. Secondo la sua prospettiva, i cittadini
britannici avrebbero dovuto emanciparsi dall’assistenzialismo statale a partire
dalla questione abitativa: ognuno avrebbe dovuto possedere una casa di proprietà
e questo sarebbe stato possibile attraverso l’erogazione di mutui a tasso
variabile. Nella sua visione, il mondo intero si riconduceva a un unico modello
economico, sociale e politico, secondo i precetti del conservatorismo.
Prometteva di cambiare tutto senza cambiare niente, glorificando le tradizioni e
feticizzando ciò che la storia avrebbe lasciato in eredità al suo popolo.
> Nell’ultima docuserie realizzata per la BBC, Shifty, Curtis mixa filmati
> d’archivio come tracce di un set di musica elettronica, caotico e stordente,
> ripercorrendo gli ultimi vent’anni del Regno Unito, a ridosso del nuovo
> millennio.
Per il giornalista e regista inglese Adam Curtis, Hawking e Thatcher sono due
delle personalità principali connesse dal filo conduttore che percorre gli
ultimi vent’anni del Regno Unito, a ridosso del nuovo millennio. Nell’ultima
docuserie realizzata per la BBC, Curtis mixa filmati d’archivio come tracce di
un set di musica elettronica, caotico e stordente, adottando il tipo di
montaggio caratteristico dei suoi ultimi lavori prodotti per la medesima
emittente. Si intitola Shifty (2025) e condensa in cinque episodi da circa
un’ora molti dei temi cari all’autore, approfonditi in altre produzioni come
HyperNormalisation (2016), il documentario nel quale sostiene che, dagli anni
Settanta in poi, governi, finanzieri e imprenditori dell’industria hi-tech
abbiano progressivamente rinunciato ad affrontare le complessità del reale,
scegliendo di fabbricare un mondo artificiale, più semplice da gestire e
rassicurante da abitare. L’idea di fondo è che la reiterazione di questa
finzione collettiva finisca per trasformarsi in una nuova normalità: un universo
al quale tutti si adeguano, pur di evitare il confronto con il disordine del
presente.
Il concetto di reiterazione (inteso come prassi per rafforzare l’immaginario
egemonico della società dei consumi) è stato indagato anche da Lauren Berlant
nel saggio Cruel Optimism (2011). L’autrice interpreta il presente storico come
un tempo sospeso in cui il desiderio di una “vita buona”, una vita normale, è
paradossalmente condizionato dalla sua impossibilità strutturale di essere
esaudito. L’ottimismo crudele, cifra della condizione neoliberale, nasce proprio
da questo cortocircuito: l’adesione alla normatività e la fede nelle sue
promesse, mantengono i soggetti ancorati a un presente logorante, fatto di
rituali ripetitivi e di speranze differite, come traguardi irraggiungibili e
lontani. In questo senso, sotto la lente di Berlant si teorizza la tenuta del
modello economico capitalistico e la sua forza conservatrice, capace di
perpetuarsi attraverso la produzione di affetti e aspettative.
Semplificare la realtà, ridurla a un’unica interpretazione e creare un
immaginario, una fantasia: è stato esattamente quello che ha prodotto la
leadership di Thatcher, durante l’ascesa e il declino della Lady di ferro,
mostrato in Shifty da Curtis. Quando si producono orizzonti immaginifici, si
manipola anche la realtà, nella sua accezione, più prettamente umana di Storia.
Non a caso, il primo episodio della docuserie è intitolato The land of make
believe, il mondo delle favole, e mette al centro l’illusione politica con la
quale ha incantato i suoi elettori per un decennio. L’episodio si apre con una
breve sequenza, estrapolata dal vastissimo archivio della BBC, che mostra la
Thatcher sull’uscio di una sala da pranzo mentre incoraggia un gruppo di bambini
a entrare nella stanza, assieme a una celebrity discutibile: Jimmy Savile.
> Semplificare la realtà, ridurla a un’unica interpretazione e creare un
> immaginario, una fantasia: è stato esattamente quello che ha prodotto la
> leadership di Thatcher, durante l’ascesa e il declino della Lady di ferro.
Si trattava di un personaggio vicino alla leader dei conservatori, il quale
aveva percorso una parabola che dalle miniere di carbone lo aveva portato a
diventare DJ, conduttore radiofonico e televisivo molto famoso nel Regno Unito.
Solo dopo la sua morte, emersero delle accuse di stupro che intaccarono la sua
memoria. Per molti aspetti, Jimmy Savile incarnava la storia del suo Paese: le
miniere di carbone vennero dismesse a partire dagli anni Ottanta, così come le
fabbriche e le industrie, per essere sostituite da un altro modello economico,
regolato dai mercati finanziari, basato sulla vendita di servizi e sulla
speculazione immobiliare. Era lo stadio germinale del sistema tardocapitalista
nel quale oggi sprofonda l’Occidente, trascinando con sé il resto del mondo.
Curtis mostra agli spettatori il veloce declino politico della storia recente
del suo Paese, ma a differenza dei progetti precedenti, il commento del regista
alle riprese d’archivio non è in voice over, bensì sotto forma di didascalie
narrative. La tesi di fondo del regista è suggerita e mai davvero del tutto
approfondita: sfugge e si dissolve, esattamente come il sistema sociale che
racconta. Ne risulta un vortice caleidoscopico e stordente, accentuato da un
accompagnamento sonoro che va dai Joy Division a Gigi D’Agostino, passando dalla
guerra delle Falkland agli scontri con l’IRA e alla censura della BBC di Relax
(1984) dei Frankie Goes to Hollywood. I cinque episodi di Shifty tengono insieme
house party e storia economica, cultura pop e guerre imperialiste; accennano a
cospirazioni e segreti, massoneria e aristocrazia, nuovi poveri e false
promesse, come quelle di Thatcher ai suoi elettori, ma anche di Tony Blair e
Gordon Brown. Si allude anche alla “Stalker Inquiry”, la commissione
parlamentare istituita per indagare sugli abusi delle forze di polizia
britanniche in Irlanda del Nord, immediatamente archiviata. Dalla visione
dell’intera serie, si potrebbe dedurre che Curtis volesse trasferire al suo
pubblico il comune sentire di quelle due decadi di fine Novecento, sospese verso
un futuro inconsistente, vuoto come le ragioni che spinsero all’edificazione del
Millennium Dome, l’arena polifunzionale che fu costruita a Londra per ospitare
una grande esposizione celebrativa del terzo millennio.
> I cinque episodi di Shifty tengono insieme house party e storia economica,
> cultura pop e guerre imperialiste; accennano a cospirazioni e segreti,
> massoneria e aristocrazia, nuovi poveri e false promesse.
La docuserie è costellata di personalità ambigue, oggetto di scandali, come
Geoffrey Prime, un’ex spia britannica, condannato per abusi sessuali su minori e
per aver rivelato informazioni riservate all’Unione Sovietica. Curtis si
sofferma anche su Cecil Parkinson, segretario di Stato sotto il primo governo
Thatcher, costretto a dimettersi dall’incarico quando la sua relazione
extraconiugale venne a galla. Poi, la corruzione di alcuni esponenti dei Tory,
uno fra tutti Ian Greer, coinvolto in prima persona nel “cash-for-questions
affair” insieme all’imprenditore egiziano Mohamed Al-Fayed, che aveva rilevato
il famoso centro commerciale di lusso Harrods. Curtis si sofferma su Al-Fayed in
diversi episodi di Shifty e nell’ultimo monta un estratto di un’intervista
durante la quale l’imprenditore afferma, senza alcun rimpianto, di aver fatto
affari con Greer semplicemente perché voleva fare soldi. Infine, si autoassolve
e dichiara, con parecchio sdegno, che un grande paese come il Regno Unito si era
ridotto a essere amministrato da un gruppo di delinquenti senza morale né etica.
Oltre agli scandali, le clip selezionate da Curtis raccontano anche i grandi
eventi cardine del suo Paese alla fine del Novecento, come il Big Bang: il boom
dei consumi fondato sul debito e destinato a provocare molto presto l’ennesima
crisi delle borse britanniche. Un’altra tempesta violenta e improvvisa si
scatena sui cieli del Regno Unito, proprio quando la bolla esplode e arriva al
culmine con il Black Monday, uno dei crash finanziari più drammatici del
ventesimo secolo. La transizione verso i nuovi assetti economici e produttivi
non comporta una rivoluzione reale nelle configurazioni del potere, che resta
nelle mani di quelli che lo hanno sempre detenuto. Eppure, rispetto ai rapporti
di forze, Curtis registra un cambiamento di equilibri: è la cultura ad
allontanarsi dal mondo della politica per divenire parte dell’industria del
tempo libero, del lifestyle e dell’intrattenimento. L’arte diventa merce e le
fabbriche sono trasformate in loft dagli imprenditori del mercato immobiliare.
Si gentrifica il sapere così come i quartieri, demolendo ricordi personali e
memoria collettiva per fare spazio alle catene della grande distribuzione
organizzata, come Netto e Tesco.
> Rispetto ai rapporti di forze, Curtis registra un cambiamento di equilibri: è
> la cultura ad allontanarsi dal mondo della politica per divenire parte
> dell’industria del tempo libero, del lifestyle e dell’intrattenimento. Si
> gentrifica il sapere così come i quartieri.
Rispetto al ruolo dell’arte e della cultura, sia indipendente sia mainstream,
Curtis aveva esplorato tematiche affini nella docuserie Can’t Get You Out Of My
Head (2021), in cui l’attenzione si spostava sull’individuo occidentale odierno,
immerso in un mondo privo di grandi narrazioni collettive. L’emancipazione dai
miti, che in passato orientavano il senso di appartenenza al sistema sociale
egemonico, istiga i singoli individui a generare autonarrazioni proprie per
interpretare e condizionare la realtà. Tuttavia, queste storie personali non
sono mai totalmente originali; al contrario, restano intrecciate alle strutture
di potere e ai modelli del passato, mostrando come il soggetto atomizzato
continui a operare entro i limiti dei sistemi che lo trascendono.
Anche in questa docuserie, l’analisi di Curtis si muove a partire da una visione
materialista della storia: le trasformazioni dei rapporti di produzione e delle
dinamiche di potere globali costituiscono lo sfondo su cui si regge l’intero
racconto, articolato in otto ore di filmati d’archivio. Allo stesso tempo, il
regista non riduce la complessità degli ultimi decenni a un’etichetta unica come
“neoliberalismo”, preferendo argomentare come l’intera classe politica abbia
delegato progressivamente all’apparato finanziario il governo della società,
trasformando il denaro nell’unica misura possibile della realtà, anche in campo
artistico e culturale. In questo scenario, gli individui, pur credendo di essere
liberi, sono intrappolati in una gabbia entro la quale tutto è quantificato e
strumentalizzato secondo criteri economici e di utilità.
Dalla fine del Novecento a oggi, molte cose sono cambiate e la gabbia ha
cominciato a farsi sempre più stretta, inadatta a contenere la complessità della
realtà odierna, ossia quella di un mondo globalizzato e iperconnesso. La
frattura nell’immaginario neoliberista in crisi è mostrata nel quarto episodio
di Shifty anche attraverso la messa in discussione della Teoria del tutto
elaborata da Hawking, superata da quella del multiverso. Secondo Curtis si può
evidenziare una corrispondenza dinamica fra le scoperte scientifiche e i sistemi
sociali che le generano: associa la rivoluzione scientifica a quella
industriale, la Theory of everything all’individualismo estremo della
massificazione dei costumi di fine Novecento, mentre la teoria del multiverso
riflette la complessità e la frammentazione del mondo contemporaneo segnato
dall’avvento di Internet.
> La frattura nell’immaginario neoliberista in crisi è mostrata anche attraverso
> la messa in discussione della Teoria del tutto elaborata da Hawking, superata
> da quella del multiverso, in una corrispondenza dinamica fra scoperte
> scientifiche e sistemi sociali.
L’ultimo episodio della serie termina con un estratto di un’intervista a David
Bowie, il quale sosteneva come almeno fino alla metà degli anni Settanta, la
percezione comune fosse quella di essere sotto l’egida di una società modellata
da una cultura di massa, monolitica e univoca. Verso gli anni Novanta, il
paradigma dominante iniziò a sgretolarsi in molteplici narrazioni. Rispetto a
Internet e alla sua diffusione, Bowie lo definì come una “forma di vita aliena”
dal potenziale “inimmaginabile, esaltante e terrificante” allo stesso tempo. Le
parole del Duca bianco si perdono nelle note di Absolute Beginners. La docuserie
termina con una successione di commenti scritti, nella forma di intertitoli, con
i quali il regista si domanda se l’individualismo nel quale la società
occidentale è stata catapultata sarà mai rovesciato dalle persone che
scopriranno un nuovo senso di unità; oppure se aspirare alla rivoluzione possa
essere solamente un retaggio nostalgico, innescato dal loop storico nel quale
oggi si trova l’umanità.
Nonostante l’ampia risonanza ottenuta, una parte della critica britannica ha
espresso giudizi più cauti su Shifty, ritenendola meno originale rispetto ai
lavori precedenti di Curtis. Alcuni hanno osservato che la docuserie non apporta
nuove prospettive, limitandosi a reiterare temi già esplorati. In alcuni
passaggi, la narrazione è risultata persino ingenua, specialmente quando il
regista si lascia andare ad affermazioni improbabili, come quando sentenzia che
le privatizzazioni sono state inventate dai nazisti. Altri interventi critici
più equilibrati hanno riconosciuto il valore estetico e simbolico della serie,
sottolineando la sua capacità di costruire suggestioni visive e sonore, ma ne
hanno comunque evidenziato la difficoltà nel produrre un discorso inedito
rispetto al corpus complessivo delle produzioni precedenti.
L’impressione generale è che Shifty riproponga un universo concettuale già noto
agli spettatori più avvezzi alle sue opere, senza offrire una vera e propria
evoluzione concettuale o teorica. Se non altro, l’ultima docuserie di Curtis ha
il merito di accendere l’attenzione su un tema: il capitalismo non è affatto il
sistema migliore possibile, da auspicare quasi come se fosse una conseguenza
necessaria nella progressione dei fatti storici. Credere che sia il modello più
efficace è semplicemente una credenza, un mito. Per certi aspetti, è esattamente
ciò che sosteneva Mark Fisher quando definiva il capitalismo come una forma di
dominio ideologico, capace di colonizzare ogni aspetto della vita.
> La docuserie di Curtis ha il merito di accendere l’attenzione su un tema: il
> capitalismo non è affatto il sistema migliore possibile, da auspicare quasi
> come se fosse una conseguenza necessaria nella progressione dei fatti storici.
E se persino la storiografia e l’analisi dei fatti storici fosse stata
colonizzata dal pensiero egemonico capitalista? L’antropologo David Graeber e
l’archeologo David Wengrow, autori di L’alba di tutto. Una nuova storia
dell’umanità (2021), riprendono la tesi dello storico delle religioni Mircea
Eliade secondo la quale la concezione lineare del tempo è un’invenzione
relativamente recente, che può essere ricondotta principalmente a due fattori
interconnessi: il pensiero escatologico delle religioni abramitiche residuale
nella concezione evoluzionistica della storia umana di derivazione positivista.
Parafrasando Eliade, Graeber e Wengrow sostengono che la prospettiva temporale
progressiva ha spodestato quella ciclica della filosofia greca antica e delle
“società tradizionali”, con “catastrofiche conseguenze sociali e psicologiche”.
Nella concezione lineare del tempo i fatti storici accadono come rivoluzioni che
irrompono e cambiano il corso degli eventi, come in un dipanarsi di “sequenze
cumulative” necessarie all’evoluzione della civiltà umana: si pensi alla
rivoluzione agricola del Neolitico, a quella scientifica in epoca illuminista o
a quella industriale di fine Ottocento. Descrivere la storia come un susseguirsi
di accadimenti radicali improvvisi ha delle conseguenze. La tesi di Graeber e
Wengrow è che questo tipo di approccio storiografico sia ideologico, per non
dire mitologico, e che abbia delle implicazioni politiche, rendendo l’umanità
meno capace di “affrontare le traversie della guerra, dell’ingiustizia e della
sfortuna, gettandoci invece in un’età di ansia senza precedenti e, a lungo
andare, di nichilismo”. Accettare la logica del dominio e considerare
inevitabile che la civiltà umana tenda verso l’accumulo di ricchezze significa
raccontare la specie umana come “molto meno premurosa, creativa e libera” di
quanto non lo sia.
L’ultimo capitolo del saggio L’alba di tutto si conclude con una serie di
considerazioni a proposito del nichilismo insito nella concezione lineare del
tempo, teso verso un progresso inesauribile. Una tale concezione inibisce la
possibilità di considerare la storia come l’insieme di scelte collettive, lente
e stratificate, attraverso le quali le comunità hanno deciso quali pratiche
adottare nella vita quotidiana e quali confinare alla sperimentazione o al rito.
Ciò che vale per la creatività tecnologica vale, naturalmente, ancora più per la
creatività sociale. Il dominio dell’uomo sulla natura, le società gerarchiche e
l’accumulo di ricchezze o la logica del profitto non erano inevitabili. Non è
affatto corretto sostenere che non esista un’alternativa; semmai, per dirla con
Graeber e Wengrow: “Se qualcosa è andato storto nella storia dell’umanità […]
forse prese a farlo proprio quando gli uomini persero la libertà di immaginare e
di attuare altre forme di esistenza sociale […] al punto che ora alcuni
ritengono che questo particolare tipo di libertà non ci sia mai stato, o non sia
mai stato esercitato, per quasi tutta la storia dell’umanità.”
> Descrivere la storia come un susseguirsi di accadimenti radicali improvvisi ha
> delle conseguenze. La tesi di Graeber e Wengrow è che questo tipo di approccio
> storiografico sia ideologico, per non dire mitologico, e che abbia delle
> implicazioni politiche.
Lo stesso sistema neoliberista che incita al pensiero “out of the box”, che
invita a essere non convenzionali (“Stay hungry, stay foolish”), paradossalmente
impone una reductio ad unum, all’omologazione: “siate diversi tutti allo stesso
modo” è il vero slogan di questi tempi. Ancora, si tratta dello stesso sistema
che continua a ignorare proposte realmente alternative a quelle della narrazione
dominante, come il pensiero tentacolare, lo Chthulucene di Donna Haraway, e che
torna indietro invocando valori reazionari e antiscientifici.
Per uscire dal loop è necessario esercitare la libertà, a partire
dall’immaginazione. La vera domanda è se l’umanità possiede ancora le capacità
per farlo.
L'articolo Shifty. Cos’è andato storto? proviene da Il Tascabile.
S e si ascolta musica con abbastanza ossessione e compulsività, può avvenire una
metamorfosi della fruizione. Non basta più solo ascoltarla, ma se ne vuole
comprendere il significato. Questa esigenza viene da un sospetto: la sensazione
che dietro ai suoni ci sia qualcosa di molto più grande, come fossero un istmo
in cui si stringe la maestà di un oceano. Allora, il fruitore scopre la critica
musicale.
Il rock criticism – per intendersi, la critica musicale rivolta alla musica pop
– è un canone di testi soprattutto anglofoni che si è sviluppato a partire dalla
nascita del rock’n’roll in America. Chi ci si immerge incontra presto un
proverbio di dubbia attribuzione che vorrebbe affossare il canone stesso:
“Writing about music is like dancing about architecture”. Oltre al fatto che un
balletto classico ispirato alla Reggia di Versailles, o una coreografia hip-hop
che imiti i volumi del MOPOP, il Museum of pop culture di Seattle, sarebbero
quantomeno una cosa interessante a cui assistere, il proverbio non considera che
questo canone vive proprio dell’impossibilità titanica di afferrare l’ineffabile
che sta tra una forma così sfuggente come la musica e una così articolata come
il linguaggio scritto.
A partire dalla fine degli anni Settanta una particolare stagione della critica
rock inizia a prendere di petto quell’impossibilità. Firme come Paul Morley, Ian
Penman, Barney Hoyskyns, poi David Stubbs, Jon Savage e il più acclamato Simon
Reynolds, si armano di apparati filosofici, sociologici, semiotici per guardare
la musica pop come un oggetto culturale complesso, che è un condensato di
circostanze storiche, umane, tecniche. L’idea è che l’oceano intravisto
riverberarsi nella goccia di una canzone sia nientemeno che il suono di un’epoca
intera.
Valerio Mattioli è tra gli autori che in Italia hanno più coltivato questo
approccio interpretativo, per cui scrivere attorno alla musica pop può diventare
un’impresa letteraria a sé stante, con una sua dignità artistica (per quanto
parassitaria rispetto all’arte di riferimento). In questa intervista traccia le
connessioni esistenti tra suoni, contesti socioeconomici, sviluppi tecnologici,
sottoculture giovanili. Il tutto seguendo le trame dei suoi libri: Superonda
(2016), una storia musicale dell’Italia fra gli anni Sessanta e i Settanta;
Remoria (2019), ritratto espressionista-surrealista delle periferie romane;
Exmachina (2022), colonna sonora della trasformazione antropologica mediante cui
l’umano si ibrida con l’agente informatico-cibernetico, e ne viene poi
fagocitato; l’ultimo Novanta (2025), resoconto della frenesia di politica e
musica passata dai centri sociali italiani nel decennio precedente all’11
settembre.
PARTIAMO DA NOVANTA. VORREI METTERLO IN PROSPETTIVA CON ALTRI LIBRI CHE HAI
SCRITTO IN CUI SI PARLA DI MUSICA. IN NOVANTA SI PARLA TANTO DI MUSICA, CI SONO
SEI CAPITOLI SU SEDICI IN CUI È PROTAGONISTA ASSOLUTA. IL TUO PRIMO LAVORO
UNITARIO DI RICERCA È STATO SUPERONDA, CHE HA UN APPROCCIO STORICO, DI STORIA
DELLA CULTURA MUSICALE. POI EXMACHINA, CHE È UNA COSA MOLTO DIVERSA. LÌ IL SUONO
È LO SFONDO, L’AMBIENTAZIONE A CUI GUARDARE PER CAPIRE UN PEZZO DI STORIA
DELL’UMANITÀ. IN NOVANTA INVECE TORNI DI NUOVO SULL’APPROCCIO STORICO, UNA
STORIA DEI MOVIMENTI E DELLE SOTTOCULTURE, IN CUI LA MUSICA È UN PERSONAGGIO –
NON PIÙ L’AMBIENTAZIONE – SEPPURE MOLTO INGOMBRANTE, CHE PERÒ VIVE ANCHE DELLE
RELAZIONI CON ALTRI PROTAGONISTI: LINGUAGGI, IMMAGINARI, MOVIMENTI POLITICI. SE
IN EXMACHINA I SUONI RACCONTANO UN’EPOCA, IN NOVANTA INVECE I SUONI STANNO
DENTRO UN’EPOCA, E INTERAGISCONO CON MOLTI ALTRI FENOMENI CULTURALI NEL CREARNE
L’AFFRESCO. LA COSA CHE AVVICINA QUESTI DUE LAVORI È CHE IN ENTRAMBI I CASI LA
MUSICA È UN PUNTO DI VISTA PRIVILEGIATO PER COMPRENDERE UNA TEMPERIE. PERCHÉ LA
MUSICA E I MODI ESPRESSIVI CHE LE GIRANO INTORNO – VESTITI, ARTI VISIVE,
ATTEGGIAMENTI, GESTI, IN SINTESI, LE CULTURE SONORE – SONO UN PUNTO DI VISTA
COSÌ PRIVILEGIATO PER COGLIERE LO SPIRITO DEL TEMPO?
La musica pop, nel senso più ampio del termine, intesa come musica non colta –
un cappello in cui ci puoi mettere tanto Taylor Swift quanto, che ne so, un
qualche rumorista giapponese che fa noise assassino – è un sensore. E anche un
laboratorio storico della modernità. Questo l’aveva già messo nero su bianco
Jacques Attali negli anni Settanta, nel suo libro che si chiamava Rumori, se non
sbaglio…
La musica lo è da tanti punti di vista. Innanzitutto per il ruolo che ha avuto
nel dopoguerra all’interno del mondo giovanile, e per via del ruolo che il mondo
giovanile ha avuto nella definizione dei meccanismi valoriali, comportamentali,
anche economici, dell’Occidente. Ovviamente stiamo parlando della sfera
occidentale. Quindi c’è questo doppio passaggio che pone la musica come
linguaggio preferenziale per capire i mutamenti del mondo in atto in Occidente
dal dopoguerra in poi. Lo è per… come dire, la sua economia politica.
Poi lo è per il fatto di assumere un linguaggio molto immediato, istintivo.
Cioè: la musica pop per lo più è il prodotto di generazioni giovani che si
mettono a fare la loro cosa senza filtri, senza dover passare per le trafile e
gli ostacoli che sovradeterminano altre forme espressive. Anche la scrittura è
un linguaggio molto istintivo, prendi e ti metti a scrivere. Ma la scrittura è,
innanzitutto, solitaria come attività, mentre la musica pop vive in un punto
strano che sta tra l’autorialità delle persone che questa musica la fanno, e il
pubblico che la riceve. La musica pop vive in questo interstizio, che è già di
per sé una posizione strana. La scrittura è solitaria e poi è descrittiva per
sua natura, mentre la musica, in qualche modo, riesce a incorporare proprio
nelle sue stesse forme il tempo presente, e lo fa in maniera non mediata. E
anche completa, perché è la forma espressiva che più di tutte si confronta con,
per esempio, i cambiamenti tecnologici.
PERCHÉ LI USA.
Sì, perché fanno proprio parte del suo armamentario, e questo è un altro punto.
Dopodiché la musica, come fatto sociale, visto il ruolo che ha sempre avuto
all’interno delle culture giovanili, riesce a coagulare attorno a sé dei
fenomeni che sono più genericamente sociali, che sono poi le varie culture e
sottoculture che vedono nella musica un perno, un punto di partenza. Poi da
questo punto di partenza si allargano per contemplare un discorso di tipo
comportamentale, attitudinale, estetico, e persino filosofico… a volte anche in
senso molto stretto. Ci sono delle culture musicali che hanno dato il la a delle
piccole filosofie, delle teorie, quasi, molto ben definite.
E poi, se prendiamo gli ultimi venticinque anni, guarda caso, proprio la musica
è stata sempre il campo di sperimentazione di tutti i grandi sconvolgimenti a
cui abbiamo assistito con il dilagare dell’era informazionale. Dalle nuove
tecnologie, al file sharing, alle piattaforme, allo streaming, è sempre la
musica il banco di prova. Infatti a me che lavoro con i libri fa sempre un po’
ridere e mi cascano un po’ le braccia a vedere quanto il mondo editoriale è
sempre indietro…
GLI ARRIVANO PER ULTIMO QUESTE TRANSIZIONI?
Non solo gli arrivano per ultimo, è proprio che, essendo un mondo molto chiuso,
molto ignorante a volte, all’editore raramente gli viene in mente… come dire, il
mondo editoriale vive sempre di queste crisi, è sempre in crisi continua. “E non
si vendono i libri, e la lettura non esiste più…” ma non gli viene mai da dire:
“vediamo un po’ che è successo nel mondo della musica cinque anni fa”. Perché
quello che è successo nella musica cinque anni fa, capiterà anche a te. Ma
sicuro capita. Quindi la musica è un sensore, è un ambito che vale la pena
studiare anche per capire quali sono le forme del presente, le forme che si
stanno sperimentando sul momento e che dopo diventeranno lingua comune.
HAI USATO LA PAROLA SENSORE… È UNA PAROLA CHE HO LETTO IN NOVANTA: A UN CERTO
PUNTO, MOLTO RAPIDAMENTE, CITI QUESTA “TEORIA DEL SENSORE STORICO” DI PRIMO
MORONI, BALLERINO, STUDIOSO, SCRITTORE, LIBRAIO, AGITATORE CULTURALE, UN
PERSONAGGIO CHE POI APPROFONDISCI PIÙ AVANTI. MI È SEMBRATO CHE, DOPO AVERLA
MENZIONATA, ACCANTONASSI QUELLA TEORIA; INVECE LA TENEVI COME PRINCIPIO
ORGANIZZATIVO DEL LIBRO. NEL BELLISSIMO PASSAGGIO IN CUI INTRODUCI MILITANT A,
IL PRIMO A INCIDERE UN PEZZO RAP IN ITALIANO, SCRIVI CHE LA SUA “È LA STORIA DI
UN CATALIZZATORE – INVOLONTARIO, FORTUITO, ACCIDENTALE – LE CUI GESTA
RIUSCIRANNO NIENTEMENO A CAMBIARE L’INTERO CORSO DEGLI EVENTI”. POI CONTINUI:
“VA BENE, VA BENE: GLI EVENTI SAREBBERO CAMBIATI ANCHE SENZA DI LUI. MA, A
VOLTE, È COME SE LA STORIA AVESSE BISOGNO DI PICCOLE, SINGOLE ANTENNE CHE CON LE
LORO SEMPLICI AZIONI IMPRIMONO SVOLTE DAGLI ESITI IMPREVISTI”.
Per Primo Moroni il sensore era il Leoncavallo a Milano. Tu osservando quello
che succedeva al Leoncavallo, in teoria, secondo Moroni, potevi farti un’idea di
quale sarebbe stata la situazione complessiva nell’ambito dei movimenti. Per
quanto riguarda il discorso delle singole antenne… sai, in realtà, nonostante
possa sembrare in contraddizione con quello che hai appena letto, non sono di
mio una persona particolarmente interessata alla mitologia personale, al
personalismo che individua nella personalità X una specie di figura cristologica
che da sola cambia il percorso degli eventi. Per esempio è una figura retorica
che si usa molto spesso in buona parte della critica musicale.
TIPO JON LANDAU CON “HO VISTO IL FUTURO DEL ROCK’N’ROLL E IL SUO NOME È BRUCE
SPRINGSTEEN”.
Per esempio, certo. Hai tutta questa mitologia che ti prende Bob Dylan, Bruce
Springsteen, questi nomi “che da soli incarnano”… a me quella roba non
interessa. Penso sia una roba noiosa, che serve ad alimentare una mitologia
interna. Oltretutto è stata drammaticamente smentita proprio dalla storia: non
ti aiuta in realtà a leggere i fenomeni e gli eventi. Invece è più interessante
leggere l’evento musicale nel suo complesso, depersonalizzandolo e capendo quali
sono gli effetti che ha questo fenomeno musicale sul mondo, come si intreccia
con le forme e le lingue che il mondo sta sperimentando in quel dato momento in
cui quella forma musicale emerge. Detto ciò, questo contraddice quello che dico
a proposito di Militant A o quello che, qualche capitolo prima, dico a proposito
di Angela Valcavi, la fondatrice della fanzine dark e goth Amen negli anni
Ottanta. Un giorno entra al Leoncavallo e chiede se possono organizzare un
concerto lì dentro ed è da quel primo contatto che il Leoncavallo, che fino a
quel momento – metà degli anni Ottanta – era un posto di reduci sconfitti dalla
storia, ridiventa il centro del radicalismo estetico-politico milanese. Quindi,
se non fosse stata Angela Valcavi, probabilmente sarebbe stata qualcun’altra, o
qualcun altro. Non fosse stato Militant A a fare Batti il tuo tempo, sarebbe
stato qualcun’altra, qualcun altro. Non voglio personalizzare, però quegli
esempi, in qualche modo, sono dei piccoli glitch. Quello che mi interessa semmai
è come un semplice, piccolo gesto provochi il famoso effetto farfalla. La
lezione che mi piace prendere da cose del genere, è che a volte basta solo un
piccolo passetto oltre, per poi produrre delle conseguenze che sulle prime non
ci si aspetta.
IL TUO STILE DI SCRITTURA E DI PENSIERO, QUESTO MODO DI STUDIARE LE MUSICHE E LE
CULTURE SONORE, GUARDANDO A COME PARLANO CON IL MONDO FONDENDO STORIA,
FILOSOFIA, RIFLESSIONE PERSONALE, CON NEL TUO CASO – PENSO A EXMACHINA – ANCHE
UNA COMPONENTE ROMANZESCA DI ALLUCINAZIONI IMMAGINIFICHE UN PO’ OSCURE… È UNO
STILE CHE DEVE MOLTO A TUTTO UN FILONE DI GIORNALISTI-TEORICI, OVVIAMENTE
REYNOLDS, MA ANCHE TUTTO IL GRUPPO CHE CON LUI HA INVASO LA RIVISTA NEW MUSICAL
EXPRESS TRA FINE ANNI SETTANTA E INIZIO OTTANTA: STUBBS, PRIMA ANCORA PAUL
MORLEY, IAN PENNIMAN, BARNEY HOSKYNS. QUESTI AUTORI HANNO CREATO UNA VISIONE
SPECIFICA DELLA CRITICA MUSICALE, IL CUI CREDO SUONA PIÙ O MENO COME: LA CRITICA
MUSICALE SCONFINA E STRABORDA PER FORZA NELL’ANALISI E NELLA CRITICA CULTURALE A
TUTTO TONDO, NEL MOMENTO IN CUI SI RENDE CONTO CHE LA MUSICA POP È TALMENTE
INVISCHIATA NEL RIBOLLIRE DEL MONDO CHE VA STUDIATA PER FORZA INSIEME AL MONDO.
CIOÈ SE PARLI DI MUSICA, DEVI PER FORZA PARLARE DI TUTTO IL MONDO. SECONDO ME
QUESTO È PROPRIO UN GENERE LETTERARIO A SÉ STANTE CHE DÀ UNA CERTA COMPRENSIONE
DEL MONDO. ANCHE TU ALLA FINE PARLI DEL MONDO: IN EXMACHINA I CAPITOLI SONO
DEDICATI A APHEX TWIN, AUTECHRE E BOARDS OF CANADA, MA IL TEMA VERO È LA
RIVOLUZIONE INFORMATICA. PERÒ NE PARLI IN MODO DIVERSO DA QUELLO CHE FA UN LIBRO
DI STORIA NORMALE. SECONDO ME, QUESTO GENERE LETTERARIO DÀ UN MODO DI
COMPRENDERE LE COSE ECCEZIONALE, PERÒ MOLTO OBLIQUO, UN PO’ INIZIATICO, PERCHÉ
NOI – NOI CON LA NOSTRA FORMAZIONE SCIENTIFICA – NON SIAMO ABITUATI A RAGIONARE
COSÌ. SE PENSO “VOGLIO COMPRENDERE ‒ CHE NE SO ‒ LA RIVOLUZIONE INFORMATICA,
DEVO STUDIARE DEI DATI, DEI FATTI FISICI ED ECONOMICI, MAGARI. CI SEMBRA STRANO
DI POTERNE CARPIRE DEGLI ASPETTI IMPORTANTI A PARTIRE DALLA DESCRIZIONE DEI
SUONI NEI DISCHI PUBBLICATI IN QUEL PERIODO. UNA DESCRIZIONE SPESSO FANTASIOSA E
PERSONALE. PERDONAMI SE È UNO SVARIONE, MA MI FA PENSARE A QUELLO CHE DARIO
FABBRI – NON SO SE SEI FAN…
Per niente!
BENE. MA, DICEVO, MI RICORDA QUELLO CHE LUI, NEL SUO AMBITO, DICE DI FARE CON LA
“GEOPOLITICA UMANA”; LUI DICE CHE QUELLO CHE GLI INTERESSA NON È SPIEGARE GLI
SCENARI INTERNAZIONALI A PARTIRE DAI RAPPORTI ECONOMICI TRA GLI STATI, GLI
ARSENALI MILITARI, MA A PARTIRE DAL SENTIRE COMUNE DELLE POPOLAZIONI, DAI LORO
APPETITI, LE LORO PAURE… È UNA COSA CHE A LIVELLO DI RIGORE SCIENTIFICO È MOLTO
LABILE.
È “molto zero”, direi, più che labile. Ma non è solo un discorso di rigore
scientifico. Ad esempio lui oggettifica determinate sensazioni, traslandole in
un piano deterministico, si può dire.
ESATTO. PERÒ IL PARAGONE LO FACEVO PERCHÉ MI SEMBRA CHE IN QUESTA DECLINAZIONE
MOLTO AMBIZIOSA DELLA CRITICA MUSICALE LA SCOMMESSA È PRENDERE PROPRIO DELLE
SENSAZIONI, QUELLE LEGATE AI SUONI – CHE OVVIAMENTE NON SONO SOLO SENSAZIONI
SOGGETTIVE PERCHÉ SONO INSERITE IN DEI CODICI E ANCHE IN DELLE CONDIZIONI
MATERIALI – E, SÌ, OGGETTIFICARLE IN UNA CERTA MISURA.
Allora, innanzitutto, c’è da fare un distinguo tra i miei libri di cui stiamo
parlando. Superonda che era, diciamo, una storia degli anni Sessanta e Settanta
in Italia proprio a partire dalle musiche, è il libro che è più parente di
quest’ultimo, Novanta. Sono i miei due saggi, ecco, saggi di… boh, storia
culturale, senza voler sembrare troppo roboante. Mentre Exmachina, come il
precedente Remoria, per me sono due romanzi.
REMORIA NON L’HO CITATO PROPRIO PERCHÉ LO CONSIDERAVO UN CASO A PARTE INFATTI,
NARRATIVA PURA.
Remoria è un romanzo fantasy, Exmachina è un romanzo di fantascienza. Poi
purtroppo l’editore… ho provato a insistere con Minimum Fax, a dire “mettiamoli
tra i romanzi!”, però capisco che la forma e il fatto che si agganciassero a
delle cose reali, troppo reali, li hanno condannati alla saggistica, e vabbè.
Però, di fatto, si tratta di due libri molto allucinatori. Da un punto di vista
scientifico sono smontabili in due minuti, entrambi i libri. Nell’ambito
mitopoietico, magari no. Quello che mi interessava era più un discorso di tipo
mitopoietico rispetto sia al tema di Remoria, che era la periferia romana, sia
al tema dell’Intelligenza artificiale, che in realtà era il tema per me alla
base di Exmachina. In Exmachina però c’è anche un dato storico, reale, concreto
e molto dimostrabile, cioè il ruolo che un certo tipo di musica elettronica ha
avuto nella definizione dell’immaginario e dello sguardo sul mondo della Silicon
Valley, banalmente.
SÌ, INFATTI, SI AGGANCIA ANCHE A DEI RAPPORTI ESISTITI TRA PERSONE.
È un legame che secondo me andava indagato. È stato indagato già all’epoca.
Prendi dei testi cruciali degli anni Novanta, per esempio Techgnosis di Erik
Davis, che abbiamo ristampato nel 2023 con Nero: è fondamentale lo sguardo che
Davis ha nel capire la preoccupante ideologia che stava prendendo forma nella
Silicon Valley proprio negli anni Novanta, e l’analisi di Davis delle musiche
elettroniche che costituiscono l’ambiente umorale immersivo dell’epoca. O se
prendi degli autori stracitati adesso, Mark Fisher, tutto il giro CCRU –
Cybernetic Culture Research Unit – ancora negli anni Novanta, nomi che hanno
analizzato in grandissima profondità l’impatto delle tecnologie informatiche dal
loro apparire fino a oggi… Di quelli, chi è sopravvissuto continua a indagare
quell’ambito là, a volte su posizioni preoccupanti, come Nick Land che è
diventato, come sappiamo, un filosofo di estrema destra.
Se tu ti guardi i loro materiali, di quando nacque la CCRU, l’unità di ricerca
sulla cultura cibernetica nata a Warwick in Inghilterra, praticamente tre quarti
dei materiali su cui loro lavorano sono le musiche della cultura elettronica del
periodo, la jungle, la techno e così via. Quindi effettivamente c’è un legame
molto stretto, per quanto Exmachina sia un romanzo di fantascienza. Studiando
l’evoluzione di quel suono, puoi trarre delle indicazioni su cosa, diciamo, la
civiltà delle macchine cela dietro di sé, o quantomeno di qual è l’ideologia che
la muove. Per me è molto importante in Exmachina la parte in cui io prendo gli
Autechre come esempio – e altri avrebbero potuto prendere altri musicisti – ma
tramite loro parlo dell’idea che le macchine abbiano una loro agentività e che
siano delle entità… non è giusto dire entità senzienti, perché appunto sarebbe
ricondurle a una visione antropocentrica. Diciamo, esce fuori l’idea che la
logica generativa che sta dietro la Macchina è destinata a ingigantirsi sempre
più fino a soverchiare, a prendere il sopravvento sull’elemento umano. Questa è
una cosa che tu hai già in quelle musiche là, e che adesso ti ritrovi a
dibattere nei post, su Instagram, di questo problema dell’Intelligenza
artificiale di queste cagate che ci troviamo davanti.
Il dibattito attorno a questi temi adesso è veramente indietro rispetto a quello
che già era stato instillato in maniera poetica, visionaria dai musicisti
elettronici che per primi si interfacciarono al linguaggio della Macchina e che
lo presero sul serio. Questa roba l’aveva intuita bene proprio tutto il giro di
CCRU, per esempio una figura come Kodwo Eshun, il cui Più brillante del sole
abbiamo ripubblicato sempre con Nero nel 2021. Era una roba che nella critica
musicale dell’epoca già era molto presente. Adesso sono passati trent’anni e
probabilmente se uno riprendesse alcune di quelle fonti capirebbe qualcosa di
più. Ti dico, il mio grande dispiacere ‒ a cui però sapevo che sarei andato
incontro ‒ è che Exmachina per me era un libro sull’Intelligenza artificiale,
quindi alla gente che conosco che si occupa di questi temi dico, “Ma sai che ho
scritto un libro su questo? Leggitelo!”; ma chiaramente essendo un libro che
parte dalla musica è stato considerato solo da quelli che seguono la musica.
Questo è lo scotto che devi pagare quando parli di musica. La musica è un
linguaggio sempre un po’ guardato con sufficienza dagli altri ambiti culturali.
Non da tutti, però per esempio nel mondo delle lettere c’è una presunzione di
partenza che è nei libri che tu trovi il cuore, la verità… ecco, la riflessione.
PERCHÉ CI SONO LE PAROLE CHE SONO IL CONCETTO, INVECE IL SUONO È UNA COSA
AMORFA.
È amorfa, però al tempo stesso il suono ha questa capacità di essere totalmente
immateriale ed estremamente materiale, cioè definisce e costruisce un ambiente
all’interno del quale tu ti ritrovi immerso. Questo potere è strano se ci pensi.
Non puoi toccare il suono, però se io adesso accendo quella cassa e metto una
musica a palla, noi siamo dentro un ambiente, siamo intrappolati dentro una
quinta, definita da questo banale spostamento.
COME DICEVI È IMMEDIATO, DICIAMO, NON C’È UN DISTACCO, NON C’È UN FILTRO, NON
PUOI DIRE “IO SONO IO E CAPISCO QUESTA COSA CHE STA FUORI DI ME”.
Esatto, arriva contemporaneamente al corpo, alle membra, e poi al cervello. In
alcuni casi anche allo sguardo, c’è una qualità sinestetica della musica che a
volte è indagata, a volte sottovalutata, però è un’altra delle sue qualità.
SULLA SOTTOVALUTAZIONE DELLA MUSICA NEGLI AMBITI CULTURALI, C’È UN LIBRO DI CUI
VOI AVETE SCRITTO SU NOT, DIALECTIC OF POP DI AGNÈS GAYRAUD. LÌ LEI, CONTRO
ADORNO, PROPONE UNA DIFESA DEL POP COME LINGUAGGIO ESTETICO UNIVERSALE, CAPACE
DI ARTICOLARE UNA RIFLESSIONE SUL MONDO TECNOLOGICO E SULLE FORME DELLA VITA
CONTEMPORANEA – NON SOLO COME PRODOTTO STANDARDIZZATO DELL’INDUSTRIA CULTURALE,
MA COME LUOGO IN CUI SI MANIFESTANO UNA SERIE DI TENSIONI: TRA INDIVIDUO E
COLLETTIVITÀ, TECNICA E SENSIBILITÀ, MATERIA E FORMA… PER LEI IL POP NON È
L’OPPOSTO DELLA TEORIA, MA È GIÀ UNA TEORIA IN ATTO, È FILOSOFIA CHE PASSA
ATTRAVERSO IL SUONO E IL CORPO. IN EXMACHINA, IN MODO SIMILE, TRATTI L’IDM
(INTELLIGENT DANCE MUSIC) COME UN PENSIERO INCARNATO, UNA FILOSOFIA DELLE
MACCHINE. PENSI CHE IN ITALIA ESISTA UN PREGIUDIZIO ADORNIANO CONTRO LA
RILEVANZA CULTURALE E POLITICA DEL POP? HO L’IMPRESSIONE CHE ALTROVE, IN AMBITO
ANGLOFONO AD ESEMPIO, I POPULAR MUSIC STUDIES ABBIANO CONQUISTATO SPAZIO E
DIGNITÀ ACCADEMICA, MENTRE QUI IL POP SEMBRA RESTARE CONFINATO A UN IMMAGINARIO
DI CONSUMO O DI COSTUME.
È chiaro che nel mondo anglofono il pop ha una sua rilevanza perché l’hanno
inventata loro la cultura pop come la conosciamo oggi… ma non ti pensare, nel
senso che se senti lo stesso Simon Reynolds, ti direbbe anche lui che, trattando
di musica, è considerato un autore di serie B. Però è vero che senz’altro nel
mondo anglofono l’attenzione è maggiore, ma anche in Francia, ma anche nella
stessa Spagna. L’Italia è veramente…
NON ERA PER FARE GLI ESTEROFILI COSÌ GRATIS EH, È UN’OSSERVAZIONE.
No, no, senz’altro in Italia più che un pregiudizio c’è una certa… arretratezza.
Poi pare che stai a fare la cantilena “l’Italia rimane sempre indietro”, ma è
vero. C’è un discorso a monte su come è strutturata la cultura italiana, con
l’imprinting classico idealista. E un discorso su come poi questo è stato messo
in discussione da tutta una serie di nomi: il più famoso è Umberto Eco, che
invece prende e ti analizza anche i fumetti. Ma anche Eco muove da una posizione
che distingue i famosi “alto” e “basso”. Non è che ci si deve mettere a litigare
con una figura come Eco, un gigante del Novecento, ma al tempo stesso anche Eco
si muove all’interno di un panorama culturale ancora segnato da
quell’imprinting.
Su Adorno, in realtà, non so quanto ci sia di adorniano nella diffidenza
italiana verso il pop. Anzi, recuperiamolo un po’. Adorno prese senz’altro delle
cantonate micidiali, cioè le sue pagine sul jazz sono comiche sostanzialmente,
perché ti fanno vedere quanto veramente lui non avesse colto, non capisse di
cosa stava parlando. Al tempo stesso Adorno diceva una cosa non sbagliata, cioè
che le musiche popular sono parte di un’economia capitalistica che è fondata
sulla merce e quindi sono anche merce. Questa merce ha anche un valore
filosofico, come dice Dialectics of Pop, ma ce l’ha proprio perché è interna al
meccanismo merce, non si chiama fuori da quel contesto. Recupererei una briciola
adorniana.
In Superonda, si parla un po’ di questo: l’Italia è un Paese strano, perché uno
dei maggiori eventi socialmediatici, sociologici, che arrivano ogni anno, è il
Festival di Sanremo, basato sulla musica, sulle canzonette. Eppure proprio il
modo in cui viene interpretata la presenza della canzonetta in Italia è sempre
qualcosa a metà tra l’epifenomeno e il guizzo folcloristico, cioè non vale mai
la pena prenderla troppo sul serio.
CHE INTENDI PER EPIFENOMENO?
Un fenomeno secondario, un’espressione secondaria di una cultura. E questo poi
si riflette anche nel modo in cui la canzone italiana viene concepita, cioè ha
delle regole molto ferree, molto rigide, un melodismo esasperato, le produzioni.
Sì, l’Italia non è il caso di scuola.
NEL CAPITOLO DI NOVANTA INTITOLATO UNDERGROUND, OVERGROUND, MAINSTREAM, PARLANDO
DI QUELLO CHE ALL’EPOCA NEL ROCK ITALIANO SI CHIAMAVA “CROSSOVER”, CIOÈ BAND
COME BLUVERTIGO E SUBSONICA, SCRIVI CHE QUEI GRUPPI SAREBBERO STATI
INCONCEPIBILI SENZA IL LAVORO PREPARATORIO DEI CENTRI SOCIALI, E IL FATTO CHE
SIANO ARRIVATI DA LÌ A SANREMO “MOSTRA LA FACILITÀ CON CUI IL SISTEMA SAPEVA
ASSORBIRE QUALSIASI SPINTA PROPULSIVA DAL BASSO PER TRASFORMARLA IN MERA MERCE
STERILIZZATA”, E CHE QUINDI “IL CROSSOVER ERA UN MODO COME UN ALTRO DA PARTE
DELL’INDUSTRIA DI COPRIRE UNA FETTA NUOVA DI MERCATO VENENDO INCONTRO AI GUSTI
DI UN PUBBLICO ‘MIDBROW’, TROPPO GIOVANE PER ACCONTENTARSI, MA TROPPO TIMOROSO
PER SPINGERSI DOVE LA RIVOLUZIONE COLAVA DAVVERO”. ALLA LUCE DEL FATTO CHE
ESISTONO QUESTI MECCANISMI TRAMITE CUI IL MERCATO VAMPIRIZZA I SUOI POTENZIALI
NEMICI UNDERGROUND E LI ASSORBE, SECONDO TE È POSSIBILE UNA CONTROCULTURA OGGI?
IN REALTÀ TI HO SENTITO DIRE CHE PREFERISCI USARE IL TERMINE SOTTOCULTURA,
MAGARI MI SPIEGHERAI PERCHÉ. IN QUESTO CASO LA DOMANDA DIVENTA: È POSSIBILE UNA
SOTTOCULTURA CON UNA CARICA ANTAGONISTICA? SECONDO ME QUELLO CHE ACCADE CON I
SOCIAL MEDIA E GLI ALGORITMI È CHE LE SOTTOCULTURE CHE UN TEMPO, FINO AGLI ANNI
NOVANTA, ERANO MOVIMENTI FONDATI SU DEI VALORI, INTERESSI CONDIVISI E DELLE
COMUNITÀ CONCRETE, SOLIDE E CEMENTATE, INVECE ADESSO SEMBRANO INNANZITUTTO
RIDOTTE AL LORO ASPETTO ESTETICO; IN PIÙ SONO DELLE ESTETICHE EFFIMERE E
DECORATIVE, TANT’È CHE SPESSO VENGONO PRESE DI PESO E USATE A FINI DI MARKETING.
NON È RARO VEDERE UN TIPO DI ESTETICA SOTTOCULTURALE CHE DIVENTA LA MOODBOARD DI
UNA CAMPAGNA PUBBLICITARIA, O PROPRIO DI UN PRODOTTO. POI C’È UN ALTRO ASPETTO:
UN ANTROPOLOGO CHE SI CHIAMA TED POLHEMUS SOSTIENE CHE I GIOVANI NON CREANO PIÙ
SOTTOCULTURE, MA SI MUOVONO COME IN UN SUPERMERCATO, ARRAFFANDO E MESCOLANDO
STILI E SIMBOLI PRESI DA SOTTOCULTURE DIVERSE, PASSATE E PRESENTI, SENZA LEGAMI,
RIDUCENDO LE COMUNITÀ A UN INSIEME DI ELEMENTI VISIVI PRIVI DI IDEOLOGIA
CONDIVISA. ALTRI INVECE, COME TIM STOCK, OSSERVANO LA NASCITA DI NUOVE
MICROSOTTOCULTURE ONLINE, MENO LEGATE A ESTETICHE E PIÙ A DETERMINATE NARRAZIONI
O OPINIONI CONDIVISE… TU COME LA PENSI?
Non conosco Ted Polhemus, è importante?
NON LO SO SE È IMPORTANTE, L’HO TROVATO SU INTERNET COME QUALSIASI COSA.
“Ted Polhemus, antropologo americano…” c’è anche la pagina Wikipedia, è del
1947, insomma… In realtà, quello che dici tu, mettendolo in bocca Ted Polhemus,
ricorda molto quello che dice Hiroki Azuma, un teorico giapponese, di cui Nero
ha pubblicato nel 2024 un altro testo dei primi anni Duemila, Otaku. Tu sai
cos’è un otaku?
NO, E NON CONOSCO AZUMA.
Beh, gli otaku di base… Ma che è ’sta foto qua… di Ted Polhemus dico. No, perché
sembra una rock star…
È LUI DA GIOVANE, FORSE? UN MEZZO HIPPIE.
Sì… comunque, in Giappone gli otaku vengono descritti come giovani ragazzi,
perlopiù maschi, appassionati in maniera maniacale di anime, manga e
videogiochi. Costruiscono la loro totale identità sulla passione maniacale per
questi linguaggi della cultura pop. Azuma notava come gli otaku non fossero
soltanto dei ricettori passivi di questi prodotti, ma adottassero uno spirito
che trasformava questi prodotti culturali in data base, cioè degli archivi dove
ci sono diverse tipologie di personaggi, di storie, di estetiche, che poi
venivano assemblati e riutilizzati dagli otaku stessi, secondo una logica che
Azuma chiama di “accumuladati”. Questo effettivamente è l’approccio che trovi
nelle sottoculture online contemporanee che descrivi anche tu, dove c’è questo
prendere di qua e di là per costruire… e non è una logica passiva. In questo
senso l’elemento sottoculturale c’è, è il patchwork… ed è una pratica attiva,
non la svilirei.
Io preferisco il termine sottocultura a controcultura perché l’unico periodo
storico in cui probabilmente ha senso parlare di controcultura, con la C
maiuscola, è quello in cui proprio la stessa controcultura è nata, cioè negli
anni Sessanta e Settanta, in cui, appunto, la cultura giovanile ha preso delle
strade, e dei linguaggi, la musica rock di allora su tutti, interfacciandosi con
l’epoca delle contestazioni giovanili… La controcultura lì si configurava – come
il nome stesso dice – come una cultura contro e alternativa a quella ufficiale.
La guardava da pari a pari, proponendosi come avversaria alla stessa, quindi con
una funzione dialettica rispetto alla cultura ufficiale, alla quale però,
evidentemente, riconosceva uno statuto ineludibile di interlocuzione. Il
paradosso della controcultura, se vogliamo, è che definendosi come cultura
alternativa a quella ufficiale, finiva per ribadire lo statuto della cultura
ufficiale. In quel momento il mondo giovanile contestatario era talmente forte
che poteva effettivamente proporsi come polo alternativo, polo opposto. Di là ci
siete voi, i vecchi, la cultura ufficiale; di qua ci siamo noi, i giovani, con
la cultura nuova basata su valori alternativi e differenti da quelli che ci
propinate voi.
E questo è un discorso che si esaurisce già con lo spegnersi di quella stagione.
Già il punk, per esempio, è una storia diversa, e tutto quello che è emerso
dagli anni Ottanta in poi difficilmente acquisisce quei crismi così
onnicomprensivi della controcultura degli anni Sessanta e dei primi Settanta. La
sottocultura è diversa perché ragiona soprattutto per logiche tribali, cioè: noi
siamo un gruppo piccolo, medio, grande, ma comunque un gruppo che lavora sotto…
ecco, mi piace prendere l’espressione sotto-culturale in termini non svilenti,
ma concentrandoci su quel “sotto”. Non come subcultura, quindi cultura derivata,
ma cultura che opera sotto quella ufficiale, in maniera totalmente slegata: la
cultura ufficiale può avere i suoi valori, a noi non ce ne frega niente, noi
abbiamo i nostri, siamo totalmente autosufficienti e dobbiamo rispondere solo
alle altre persone che condividono questi codici assieme a noi, quindi agli
altri membri interni della tribù. In questo senso il punk era molto più una
sottocultura che una controcultura. Poi le sottoculture, dal punto di vista –
per così dire – ideologico, naturalmente sono molto più ambigue che la
controcultura, la nobile controcultura di un tempo. Ci sono delle sottoculture
che sono profondamente, apertamente reazionarie. Ce ne sono altre, invece, più
ambigue, in cui magari esteriormente le forme sono reazionarie, conservatrici,
preoccupanti, predatorie, ma poi se vai a vedere i codici interni tutto diventa
più scivoloso e complesso.
Per esempio in Remoria io mi concentravo molto sui coatti come sottocultura,
perché da una parte sono questa specie di esaltazione iperviolenta, machista
della vita di borgata, dall’altra se vai a vedere dentro i comportamenti delle
stesse tribù di coatti, scopri un mondo molto più ambiguo, in termini di
relazioni tra sessi per esempio, in termini di come veniva esplicitata la
mascolinità. L’apparenza esteriore celava un rapporto maschio-femmina molto più
articolato di quello che poteva sembrare a uno sguardo esterno. E poi ci sono le
sottoculture che, a partire dalla logica tribale, si impossessano anche di una
critica radicale all’esistente, e là assomigliano più alla controcultura. Anche
negli anni Novanta possiamo parlare di controcultura in questo senso qua. Poi
negli anni Novanta anche in Italia c’era chi continuamente gettava il ponte tra
gli anni Sessanta degli hippie e gli anni Novanta degli hacker cyberpunk. Io,
nel libro penso sia chiaro, trovo poco precisa questa lettura.
Però perché siamo arrivati a parlare di questo? Parlando dell’oggi, senz’altro
ci sono sottoculture. Fino a tempi recentissimi quella memetica era una
sottocultura. Dico fino a tempi recentissimi perché ormai c’è fior fiore di
critica interna alla sottocultura memer stessa su cosa è diventata da qualche
tempo a questa parte, sul fatto che ormai è pura maniera, è tutto troppo
codificato… però se ci pensi quella dei memer è stata una sottocultura che in
alcuni ambiti ha avuto anche, sia da un lato che dall’altro, delle svolte
radicali. C’è stata la cultura memer di destra, che ha definito tutti gli
immaginari dell’alt-right. Però c’è stato anche il suo contraltare. Non lo so, è
strano, perché quello che definiva una sottocultura tribale fino a non molto
tempo fa era anche l’aspetto molto fisico di condivisione degli spazi, dei
corpi. Naturalmente l’online smaterializza tutto e quindi si diluisce anche il
recinto che definisce. Puoi scivolare da un recinto all’altro senza farlo sapere
agli altri. Le sottoculture aiutavano molto anche a definire l’individuo tra sé
e sé, erano uno strumento di empowerment, adesso invece l’identità è sfumata…
però non so dove si può arrivare con questo discorso. Non mi starei a
preoccupare. Ogni stagione ha bisogno dei propri linguaggi.
UN’ULTIMA DOMANDA, SEMPRE SULLE PROSPETTIVE FUTURE, MA IN QUESTO CASO DELLA
MUSICA. IN FUTUROMANIA, SIMON REYNOLDS PERCORRE TUTTI I SUONI CHE HANNO VISTO
LONTANO, LE MUSICHE DEL PASSATO E DEL PRESENTE CHE HANNO EVOCATO IL FUTURO.
NELLA CONTEMPORANEITÀ, AD ESEMPIO, INDIVIDUA ALCUNI ARTISTI DELLA TRAP AMERICANA
ESEMPI ANCORA FUNZIONANTI DI QUESTA SPINTA INNOVATIVA. IL LIBRO SI PONE COME
CONTROCANTO A RETROMANIA, CHE INVECE MOSTRAVA LA TENDENZA DELLA MUSICA POP A
GUARDARE OSSESSIVAMENTE AL SUO PASSATO – E ALLA HAUNTOLOGY DI FISCHER, CHE
DESCRIVE COME CERTI GENERI MUSICALI SIANO PERSEGUITATI DA FANTASMI DEL PASSATO O
DALLA NOSTALGIA PER UN FUTURO NEGATO. SECONDO TE, QUALI SONO OGGI I SUONI DEL
FUTURO? LA MUSICA CONTEMPORANEA RIESCE ANCORA A PROIETTARSI IN AVANTI?
Beh, è un altro discorso molto scivoloso. Empatizzo con Reynolds: così come
altri autori è cresciuto e si è formato in un periodo storico in cui le musiche
pop sembravano seguire un percorso di progressione continua e quindi c’era
evoluzione costante, secondo un moto lineare. Era una freccia che puntava sempre
avanti, che era poi il moto lineare tipico dello sguardo occidentale e del
progresso come ideologia dell’Occidente. Questa freccia a un certo punto è
entrata in un ambiente alieno, straniero, che è appunto quello della Macchina.
L’esito ultimo dello spingere avanti, avanti, avanti, avanti: alla fine si è
oltrepassata una membrana, una soglia che è quella della Macchina, dove questo
moto lineare del tempo non ha più senso, non ha più senso per come ragiona la
Macchina stessa. Quindi anche i prodotti culturali che nascono dal relazionarsi
con la Macchina lo riflettono.
PERCHÉ LA MACCHINA ASSEMBLA COSE CHE GIÀ ESISTEVANO IN PRECEDENZA?
La temporalità della Macchina è diversa. C’è il fatto di assemblare quello che è
stato fatto in precedenza ma c’è anche un moto più spiraliforme in cui elementi
del futuro vengono proiettati dal passato e viceversa. Da qua si è aperto un
dibattito che ci accompagna da vent’anni: dalla lenta cancellazione del futuro
di cui parlava Mark Fisher alla retromania di Simon Reynolds. Qual è la causa?
Il fatto che Internet permette la compresenza di tanti materiali del passato;
poi c’è una sovrapproduzione di materiali e quindi annaspiamo nella
sovrabbondanza di immaginari che produciamo e abbiamo prodotto nei decenni
passati; c’è il realismo capitalista che, certificando che “there is no
alternative” non lascia spazio al nuovo…
Non lo so, io ad esempio in Exmachina mi concentro più su come la Macchina
stessa opera. Siamo in una temporalità di tipo diverso e quindi ragionare sui
suoni del futuro lascia un po’ il tempo che trova. Cioè, se pensi ai suoni, alle
musiche che negli ultimi anni più sono state considerate futuribili, che siano
la trap, la drill, l’hyperpop o le forme di musica da club decostruita, sono in
realtà dei suoni che riflettono un tempo presente. È difficile paragonarle a
quel future shock che poteva avere l’avvento di un genere nuovo nel 1992, quando
arriva la jungle, una roba mai sentita prima. Fino alla settimana prima quel
suono non c’era, la settimana dopo era ovunque, era qualcosa di totalmente
diverso. Di per sé ti faceva dire: “questa è musica del futuro”. Negli anni
Novanta hai tutti questi linguaggi musicali che solleticano il gusto per la
costante tensione verso l’avvenire che, ripeto, ha un’impostazione da sguardo
sul tempo assoluto occidentale. Se prendi altre tradizioni, lo sguardo sul tempo
è diverso e quindi anche quest’ansia che abbiamo sui suoni del futuro viene
meno, non è un motivo di preoccupazione.
Mi chiederei piuttosto quali sono i suoni più “utili” al presente, quelli che ti
aiutano a decodificare meglio il tempo in cui li trovi. Se domani, per
paradosso, capiamo che la musica fatta a voce e chitarra acustica, la forma più
passatista e retrò immaginabile, è importante per noi, ci sarà un motivo e va
preso sul serio proprio perché la musica è, dicevamo all’inizio, un prodotto
immediato e non mediato di circostanze più ampie.
GIÀ È IMPORTANTE LA FORMULA CHITARRA E VOCE, PER ESEMPIO NELLA LO-FI.
Certo. Naturalmente quello che c’è adesso è una parcellizzazione estrema in
microscene minuscole. Però al tempo stesso hai dei linguaggi diventati così
tanto mainstream… ad esempio il rap nelle sue mille sfaccettature ora è una
lingua franca che può mettere d’accordo dalla ragazzina di undici anni che
guarda, che ne so, Soy Luna in televisione – a undici anni magari non se lo
guarda più – al teppista di strada, il maranza.
Bisogna tenere a mente poi che anche quelli che una volta chiamavano suoni del
futuro erano suoni del presente. Non esistono i suoni del futuro. Come sola idea
è strana: da dove arriverebbe un suono del futuro? Negli anni Novanta questo
suono del presente veniva considerato del futuro perché il futuro stesso era un
tema nel presente dei Novanta. Andrebbe un po’ attorcigliata la questione.
Comunque, la Macchina ragiona diversamente.
L'articolo Che suono ha un’epoca? proviene da Il Tascabile.
L’ 11 novembre 2023 l’account ufficiale del ministero degli Affari esteri
israeliano ha pubblicato il video di un’infermiera, in preda al panico, che
denunciava l’invasione dell’ospedale Al-Shifa a Gaza City da parte di Hamas,
accusato di aver rubato morfina e carburante. Un’esplosione interrompe la sua
denuncia concitata, dando una prova tangibile dell’attacco. Al Jazeera chiederà
l’autenticazione del video a Earshot, la prima organizzazione no profit a
utilizzare il suono per la difesa dei diritti umani. L’analisi acustica rivelerà
che il suono dell’esplosione presenta un profilo completamente diverso rispetto
a quello della voce registrata nella stanza: le frequenze attivate non
coincidono, e pare che il rumore dell’esplosione sia stato aggiunto al video in
un secondo momento. Il video è pertanto un falso.
L’autenticazione è solo una delle modalità di indagine sonora di Earshot,
l’audiobalistica è un’altra. Per Forbidden Stories, un network internazionale di
giornalisti, Earshot ha analizzato l’attacco ai due giornalisti di ArabTV che
stavano filmando un raid israeliano in Cisgiordania nel maggio 2024. L’analisi
acustica ha confermato le testimonianze secondo cui gli spari, entrambi diretti
ai giornalisti, provenivano da più posizioni, da più di un tiratore, e che il
secondo sarebbe stato sparato con alta probabilità dalla posizione in cui si
trovavano i veicoli dell’esercito israeliano. L’analisi prova quindi che
l’esercito israeliano ha aperto il fuoco sui giornalisti.
Earshot pratica anche la profilazione sonora, utile a identificare e isolare le
fonti di suono non visibili nelle registrazioni. Tra il 2007 e il 2022 ha
indagato sulla presenza illecita di aerei militari israeliani sui cieli
libanesi, ha profilato e documentato meticolosamente le 22.355 violazioni aeree
illegali di veicoli israeliani. Ne è nato AirPressure.info, uno studio che ha
permesso di rendere evidente la violazione del territorio e l’esercizio di
sorveglianza e di intimidazione sui milioni di persone che vivono in Libano.
> Earshot pratica la profilazione sonora, utile a identificare e isolare le
> fonti di suono non visibili nelle registrazioni ed è derivato dalla più ampia
> ricerca nel campo delle indagini audio e analisi forensi dell’artista Lawrence
> Abu Hamdan, con l’obiettivo di dare voce alle comunità vulnerabili.
Earshot è derivato dalla più ampia ricerca e dal lavoro nel campo delle indagini
audio e analisi forensi dell’artista Lawrence Abu Hamdan, con l’obiettivo di
dare voce alle comunità vulnerabili. Lawrence Abu Hamdan ha una formazione da
musicista e una profonda conoscenza delle tecnologie che circondano la
produzione musicale, per questo tende a non definirsi propriamente un artista,
piuttosto un “private ear” giocando con l’espressione “private eye”, cioè
detective privato, sostituendo eye (occhio) con ear (orecchio). Al di là delle
definizioni, si pone quindi come testimone di crimini alla soglia della
percettibilità, e a partire dall’osservazione dei confini della visibilità e
dell’udibilità, si propone di documentare e riprodurre gli eventi che li hanno
generati.
Due le premesse di questa pratica, la prima, storico-giuridica, è stata
l’introduzione del Police and Criminal Evidence Act (PACE), la legge introdotta
nel 1984 nel Regno Unito che ha innescato una rivoluzione nelle pratiche
testimoniali e nella definizione legale della “verità”. Questa legge ha imposto
che gli interrogatori di polizia venissero registrati, sostituendo la prassi
della trascrizione scritta da parte degli agenti con le registrazioni. Questo ha
trasformato la testimonianza da forma scritta a orale, aprendo a una nuova
modalità di ascolto che ha inciso profondamente sia sul modo in cui viene
percepita la voce del soggetto interrogato, sia sulle norme che ne regolano
l’uso.
La seconda premessa, filosofica, è stata la svolta materiale nella fenomenologia
dell’ascolto. Il lavoro di Lawrence Abu Hamdan deve molto alle ricerche di Peter
French, docente del Dipartimento di Lingua e scienze linguistiche
dell’Università di York. French inaugura un approccio profondamente materiale al
suono, inteso come un oggetto fisico, con un corpo e una presenza concreta,
qualcosa che si può analizzare, sezionare e replicare. L’ascolto di conseguenza
si offre come strumento capace di comprendere l’anatomia del suono e di farne
emergere una quantità sorprendente di informazioni: il tipo di spazio in cui è
stato registrato, il dispositivo utilizzato, la provenienza geografica di una
voce, e magari anche l’età, le condizioni di salute o l’origine etnica della
persona che parla.
Il suono, che era stato letto dalla tradizione filosofica come un’esperienza
soggettiva, un elemento a-storico e intangibile, rivela nella ricerca di French
e nelle applicazioni di Lawrence Abu Hamdan la sua natura sociale e materiale.
Non si può dire che questo sia stato sufficiente a invertire la centralità del
visivo nella società contemporanea, basti pensare che continuiamo a non avere un
vocabolario per definire il suono, e spesso proviamo a imitare i suoni con la
bocca, o ricorriamo a metafore visive e tattili per descrivere suoni, che
diventano quindi “limpidi”, “aspri”, “morbidi” o “graffianti” sebbene entità che
non si lasciano né vedere né toccare o assaporare. Altrettanto spesso ricorriamo
alle similitudini: “è come se ti passasse un camion sopra la testa”, o “è come
il suono di un trapano che sfonda un cartongesso”.
> Il suono, che era stato letto dalla tradizione filosofica come un’esperienza
> soggettiva, un elemento a-storico e intangibile, rivela nella ricerca di
> French e nelle applicazioni di Lawrence Abu Hamdan la sua natura sociale e
> materiale.
Questi sono due esempi tratti dall’ultimo lavoro di Lawrence Abu Hamdan Zifzafa,
che provano a rendere il suono di 31 turbine eoliche che il governo israeliano
prevede di installare nel Golan. Zifzafa è la simulazione digitale del progetto
di parco eolico proposto da Energix che prevede l’occupazione di un territorio
di circa 430 ettari. Per ricostruire il paesaggio sonoro che potrebbe delinearsi
in seguito all’installazione delle pale, Lawrence Abu Hamdan s’è servito delle
registrazioni del rumore generato dalle turbine eoliche a Gaildorf, un piccolo
comune nel sud della Germania. Quella dell’annessione sonora è solo un capitolo
di una lunga storia di espropriazione e pulizia etnica che la comunità del Golan
sta affrontando da decenni.
Era il 1967 quando Israele ha occupato il 70% del territorio e sfollato i suoi
abitanti, e nell’estate 2023 ha respinto con gas lacrimogeni, proiettili con
punta di spugna e un cannone ad acqua le migliaia di manifestanti contrari
all’attuazione del piano per la costruzione di turbine eoliche, che non ha mai
avuto il consenso dei proprietari terrieri. Come in altri lavori di Lawrence Abu
Hamdan, in Zifzafa ci imbattiamo in posizionamenti filosofici, tematiche
politiche, sistemi legali, questioni riguardanti i confini, la giurisdizione, le
forme di controllo e riflessioni sul potere della ricostruzione sonora,
attraversiamo zone di conflitto geopolitico, cartografie coloniali e subdole
pratiche di ecocidio travestite da futuro decarbonizzato, e tutto nello spazio
di venti minuti.
A circa metà del video viene citata la disavventura di Don Chisciotte contro i
mulini a vento e di come Sancho Panza avesse provato a dissuaderlo dall’impresa.
Come Sancho Panza corriamo il rischio di considerare le pale eoliche innocue,
anzi utili mezzi per un futuro verde e pulito; chi abita le alture del Golan
d’altro canto, come Don Chisciotte, continuerà a vedere in esse una presenza
minacciosa, vorace di terra e mezzi di sostentamento, un pericolo per il tessuto
sociale delle comunità. “Zifzafa” vuol dire questo in arabo: il vento che scuote
e percuote tutto ciò che incontra sul suo cammino.
> Come in altri lavori di Lawrence Abu Hamdan, in Zifzafa ci imbattiamo in
> posizionamenti filosofici, tematiche politiche, sistemi legali, questioni
> riguardanti i confini, la giurisdizione, le forme di controllo e riflessioni
> sul potere della ricostruzione sonora.
Il rumore generato dalle turbine rivendica tutta la sua concretezza, occupa con
violenza lo spazio, interrompe ogni rete comunitaria e frattura ogni possibilità
che il tessuto sociale della comunità possa esistere. La ricostruzione non si
limita a riprodurre il suono delle turbine ma anche l’attuale paesaggio sonoro
di quel territorio: zappe che lavorano la terra, greggi belanti, il ronzio delle
api intorno alle arnie, il silenzio del paesaggio a riposo, voci lontane che si
cercano da una valle all’altra non temendo alcun confine. Questi suoni sono
potenti atti di resistenza e Zifzafa vuole riconoscere loro il diritto
all’autodeterminazione sonora. Sono suoni che rifiutano la morte e cantano per
la loro terra e non smettono mai di raccontarcene la vita. Sono un lascito di
speranza, amore e resistenza.
L'articolo Il suono e la furia proviene da Il Tascabile.
L e prestigiose scuole di economia e management, culle per niente oniriche in
cui vengono assemblate le menti secondo le regole della finanza, pare siano
molto vicine all’introduzione di corsi dedicati all’organizzazione del piacere.
Un solo obiettivo: sviluppare teorie e metodi che nascondano la diretta
correlazione tra divertimento, consumo e guadagno. La profanazione di questo
intreccio rivelerebbe una verità estremamente pericolosa: il tempo trascorso nei
luoghi (reali e virtuali) del piacere o dello svago anestetizza gli utenti
dell’inutilità del lavoro che, offrendo a chi lo svolge una rassicurante
sussistenza quotidiana, arricchisce esclusivamente il sistema capitalistico.
Come sostengono i filosofi postmarxisti del Ventunesimo secolo, tra i punti
all’ordine del giorno del sistema di potere egemonico non è mai stato annoverato
il miglioramento della condizione umana. Il verdetto è abbastanza intuitivo: il
capitalismo avrebbe fatto benissimo a meno dell’esistenza del piacere ma, non
essendoci le condizioni necessarie per l’abrogazione definitiva, ne ha elaborato
una versione subordinata alla logica di mercato. Il piacere è stato
riconfigurato come piacere produttivo: una forma ambigua di godimento indotto,
orientata – direttamente o indirettamente – a produrre utile. Neutralizzando il
potenziale sovversivo, il capitalismo ha reso il piacere un elemento funzionale
alla formazione di soggettività standardizzate.
> Il capitalismo avrebbe fatto benissimo a meno dell’esistenza del piacere ma,
> non essendoci le condizioni necessarie per l’abrogazione definitiva, ne ha
> elaborato una versione subordinata alla logica di mercato.
La ricerca artistica e curatoriale di ATI suffix, collettivo interdisciplinare
nato a Roma nel 2013, interroga e decostruisce le categorie di pensiero del
sistema dominante. I progetti del collettivo, di cui fanno parte architett*,
artist*, filosof* e ricercator*, sono accomunati da un’esasperazione critica e
speculativa degli immaginari urbani, replicabili su scala globale. Attraverso
installazioni, attraversamenti, azioni laboratoriali e pratiche performative,
ATI suffix si insinua all’interno dei dispositivi di sorveglianza, oppressione e
controllo disseminati negli spazi di aggregazione quotidiana, di lavoro e di
piacere. In questo senso, i progetti del collettivo possono essere considerati
come pratiche di invasione, destabilizzazione, apparizione imprevista.
Prima possibilità per attivare il piacere (strategia a lungo termine)
Pensare alla concessione di tempo libero, a cui è possibile accedere
esclusivamente dopo aver prestato servizio a una qualsiasi società che concorra
al raggiungimento degli obiettivi del capitalismo. In questo orizzonte, ogni
soggettività agente è caldamente invitata a esercitare attivamente e senza
tregua il ruolo di lavoratore e di consumatore, oscillando tra due condizioni
che si fagocitano a vicenda.
> Per lungo tempo il desiderio di svago estivo è stato il principale incentivo
> al lavoro. Lavorare per le vacanze. Lavorare per l’estate. Lavorare per la
> spiaggia. Oggi il capitalismo ha messo la sabbia al servizio della produzione.
> La rilevanza fisica degli spazi concepiti per preparare cittadini/consumatori
> all’estate è chiara a tutti. Dalle palestre ai cantieri, la città si trasforma
> in un UrbanBeachScape.
Il progetto, sviluppato al Columbia Global Centers di Istanbul nel 2015, è
concepito come un’installazione site specific per il quartier generale della
società Borusan, tra le principali produttrici di tubi in acciaio nel mondo.
UrbanBeachScape contesta le reti transnazionali dello sponsor della mostra
esplorando il valore della sabbia nel traffico di denaro. Seconda risorsa
naturale più sfruttata dopo l’acqua, la sabbia viene estratta a una velocità
molto maggiore rispetto al tempo necessario affinché si rinnovi. Il valore
economico della sabbia sul mercato globale determina un forte attrito rispetto
all’immaginario esotico pubblicizzato dai resort di lusso.
Il testo curatoriale, redatto nella forma di manifesto programmatico, insiste
sulle logiche pubblicitarie del capitalismo: sigle e acronimi per abbreviare il
tempo della lettura e facilitare il processo di memorizzazione.
> UBS è un business, perché il capitale mette in produzione il desiderio di
> spiaggia
> UBS è edilizia, perché la sabbia è la seconda risorsa naturale più utilizzata
> UBS è estetica, perché i corpi urbani sono sempre pronti per la spiaggia
> UBS è sfruttamento, perché le spiagge scompaiono mentre le città crescono.
Scrive Giorgio Agamben in Mezzi senza fine (1996), “la società nel suo insieme è
consegnata irrevocabilmente alla forma della società di consumo e di produzione
orientata al solo fine del benessere”. Spargendo oltre trenta tonnellate di
sabbia nell’atrio della multinazionale, UrbanBeachScape celebra la relazione
segreta tra sfruttamento e benessere. Una lettera firmata da un immaginario
Beach Liberation Front mette in guardia dalla tentazione di godere del sole
artificiale: non è possibile che alcun sogno appartenga al presente. Chi si
sottrae volontariamente al gioco del capitale rinuncia all’immaginazione
normativa del tempo libero. Eppure anche sviluppare una strategia per garantirsi
l’accesso al futuro senza pagare il dazio del lavoro è un’attitudine produttiva
di stampo capitalista. Non c’è via d’uscita. La spiaggia è una gabbia che
incastra i corpi.
> Spargendo oltre trenta tonnellate di sabbia nell’atrio della multinazionale,
> UrbanBeachScape celebra la relazione segreta tra sfruttamento e benessere.
Il futuro, come raccoglitore di ambizioni, è uno specchio che riflette ed esalta
i bisogni vitali del sistema: poiché siamo condannati ad avere un futuro, siamo
condannati a lavorare, e viceversa. La realizzazione dei sogni – accettando
l’accezione materialista che il capitalismo ha affidato al sogno – dipende dalla
fedeltà al lavoro. Attraverso un monumento effimero realizzato nella forma di
inciampo all’abituale fruizione dello spazio aziendale, ATI suffix ritrae il
dark side del capitalismo.
Seconda possibilità per attivare il piacere (strategia a breve termine)
Risolvere i disturbi causati dal tempo del dovere attraverso espedienti
simbolici e/o concreti messi a disposizione a basso costo dall’efficiente
sistema di produzione.
> White Sheep, una bevanda arricchita di melatonina, si confronta con l’insonnia
> indotta e la seduzione della produttività. La bevanda è disponibile tramite un
> distributore automatico posizionato in uno spazio pubblico ad Amsterdam.
White Sheep è un’installazione nello spazio pubblico, realizzata per Amsterdam
Light Festival nel 2017. Il progetto assume la forma di un distributore di
bibite alla melatonina, caratterizzate da un design patinato che ammicca a
quello delle più famose bevande energetiche. Il rebranding speculativo sovverte
la fascinazione per la cessazione del sonno adottando l’estetica del
distributore h24. Sotto forma di piacere, ovvero bevanda al gusto di caramelle
alla fragola, il capitalismo genera comportamenti che si trasformano in
abitudini e che deformano i corpi. I supporti energetici a cui si fa
affidamento, inizialmente proposti come soluzione rapida per mantenere alte le
prestazioni di uno stile di vita animato dalla concorrenza, mirano a
trasformarsi in un’esigenza radicale. La diffusione di tisane con polveri di
melatonina rappresenta il collasso dello stesso sistema. Allegoria di una classe
di lavoratori e lavoratrici intrappolate tra le maglie di un sistema
claustrofobico e ripiegato su sé stesso, White Sheep è un progetto segretamente
disturbante che ammicca ed esalta lo stesso immaginario che contesta.
> Il progetto White Sheep assume la forma di un distributore di bibite alla
> melatonina, caratterizzate da un design patinato che ammicca a quello delle
> più famose bevande energetiche: un rebranding speculativo che sovverte la
> fascinazione per la cessazione del sonno.
Una simile ambiguità caratterizza La manipolazione onirica del Carrefour, azione
collettiva e performativa realizzata per il festival di teatro Contrabbando di
Roma, nel 2017.
> Con la sua intrusione capillare, il capitalismo sta velocemente erodendo forme
> di comunità ed espressione politica, utilizzando come mezzo di controllo
> l’abolizione della naturale alternanza giorno/notte. Un tempo senza ritmo,
> senza pause, senza sonno.
Probabilmente il più grande desiderio del capitalismo è fare in modo che si
realizzi l’astensione completa dal sonno e che assuma la forma di abdicazione di
massa, scrive Jonathan Crary in 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno
(2015). Dopo aver individuato nelle sostanze energizzanti un rimedio istantaneo
a questa disfunzione ereditaria che “affligge” la specie umana, il sistema
inventa degli spazi collettivi in cui sviluppare esercizi notturni di
divertimento e consumo. Tra questi, i supermercati h24 rappresentano il modello
più riuscito. La manipolazione onirica del Carrefour guida i partecipanti
attraverso un esercizio di concentrazione e critica collettiva dedicata alla non
banalità del potere decisionale che possiamo esercitare sulle azioni routinarie.
Rifiutando la velocità che i pavimenti sempre lucidi dei supermercati impongono
alle suole delle scarpe da trekking urbano, la performance è un attraversamento
lento dei corridoi infestati da trame di potere e sfruttamento interspecie
attuato su scala globale. Percorrere senza fretta uno spazio pensato
esclusivamente per l’acquisto e uscire a mani vuote è un atto di boicottaggio.
> La manipolazione onirica del Carrefour guida i partecipanti attraverso un
> esercizio di concentrazione e critica collettiva dedicata alla non banalità
> del potere decisionale che possiamo esercitare sulle azioni routinarie.
Dopo la spedizione al Carrefour, la performance si conclude con un rituale
onirico nella sala teatrale del Cinema Palazzo. Il sonno, dopo aver abbandonato
la dimensione intima, si rivela ora nella sua temporalità imperitura del 24/7.
La manipolazione onirica del Carrefour assalta i vessilli del capitalismo
applicando segrete e impercettibili modifiche che alterano temporaneamente il
funzionamento. La prefigurazione di immaginari che alterano la scissione
disciplinata tra utopia e distopia è un gesto politico.
Epilogo (stare in guardia)
L’esistenza del tempo libero è incerta.
L’induzione del disturbo del sonno aumenta la capacità estrattiva.
Il benessere concorre al raggiungimento della massimizzazione del profitto.
L'articolo Avvelenare il banchetto capitalista proviene da Il Tascabile.