L a conoscenza è essa stessa parte del mondo fisico. Per citare Carlo Rovelli,
non vive in un reame diverso dal resto della fisica, ma è parte di un mondo in
cui regna l’eguaglianza. Ed è proprio questo termine, eguaglianza, in
un’accezione nuova nel discorso scientifico contemporaneo, a guidare
un’importante riflessione sui fondamenti malfermi della fisica moderna. In
Sull’eguaglianza di tutte le cose (2025), prende forma una spinta a rigettare
quel razionalismo illuminista che “mitizza il sapere scientifico”,
considerandolo qualcosa di “strutturalmente diverso da ogni altro”.
Carlo Rovelli ci guida in un tour all’insegna delle grandi rivoluzioni
scientifiche della contemporaneità, con un intento non semplicemente
divulgativo, ma teso verso la demolizione delle fuorvianti certezze che
accompagnano il realismo scientifico. È sempre bene ricordare, all’alba del
Ventunesimo secolo, che molte di quelle impalcature statuarie del pensiero
espongono ormai crepe profonde.
Il tutto però, ed è qui il nocciolo più controverso del testo di Rovelli,
avviene senza che le fratture vengano davvero ricomposte: forse, piuttosto,
mascherate, restando sempre attenti a non uscire troppo dal perimetro di
un’interpretazione “scolastica” della fisica contemporanea. C’è la sensazione,
in queste pagine, che si voglia continuare a guardare le cose dall’interno,
forse allontanandosene con moto centripeto fino a non riconoscere più il
problema che, altrimenti, si rivelerebbe soltanto guardando con attenzione la
superficie. Come se la frattura, invece di aprire un varco, dovesse essere
ricondotta a sistema, e l’eccedenza lasciata fuori scena.
> Le sei lezioni cercano di far interagire il problema della prospettiva umana e
> della comprensione intuitiva della realtà con la descrizione che emerge dalla
> fisica. Se la relatività generale aveva già incrinato l’intuizione ordinaria
> di spazio e tempo, è la meccanica quantistica ad aprire una ferita ancora più
> profonda nell’idea di oggettività.
Il testo si presenta come il resoconto di una serie di lezioni tenute
dall’autore all’Università di Princeton nel novembre e nel dicembre 2024. Le
lezioni si incuneano così nella tradizione analitica che caratterizza
quell’ambiente filosofico, dove la chiarezza logica è una virtù cardinale.
L’autore, però, non si presenta come filosofo. Si propone come scettico,
adottando il lessico della filosofia analitica della scienza e creando così lo
spazio per introdurre quella rottura dal sapore taoista che relativizza ogni
possibile fondamento e rende inutile qualsiasi sistema di indiscutibili
certezze. Secondo Rovelli:
> Capiamo il mondo in termini di relazioni fra processi che si influenzano l’un
> l’altro e hanno informazione l’uno dell’altro, e la nostra comprensione del
> mondo è un caso particolare di queste informazioni. […] Nell’eguaglianza delle
> prospettive, guardando il mondo dall’interno delle sue correlazioni, rimaniamo
> senza un punto di partenza fisso. In una circolarità senza fondamento.
I filosofi di Princeton diventano così interlocutori privilegiati per
diagnosticare i problemi che un’adesione feticistica alla verità immanente
solleva nella nostra visione del mondo. Le sei lezioni cercano di far interagire
il problema della prospettiva umana e della comprensione intuitiva della realtà
con la descrizione che emerge dalla fisica. Se la relatività generale aveva già
incrinato l’intuizione ordinaria di spazio e tempo, è la meccanica quantistica
ad aprire una ferita ancora più profonda nell’idea di oggettività. L’obiettivo
delle lezioni è anche quello di tentare di sanare questo strappo, giungendo a
una tesi unificatrice. E, allo stesso tempo, chiedersi che cosa rimanga dopo che
l’idea di un punto di vista privilegiato è stata incrinata.
Secondo l’autore, le due teorie, per quanto diverse, “condividono il nucleo
relazionale che le fa fondere naturalmente”: la discussione della gravità ci
porta a pensare che “non c’è un ‘dove?’ né un ‘quando?’”, mentre “la discussione
sui quanti si è chiusa con l’osservazione che non c’è un ‘come?’ se non in senso
relativo”, perché nella teoria dei quanti “le proprietà di un sistema sono il
modo in cui il sistema agisce su un altro”. Va premesso che, a differenza del
racconto sulla relatività, l’interpretazione relazionale di Rovelli è soltanto
una delle possibili interpretazioni della meccanica quantistica, forse anche una
di quelle meno studiate e meno accettate, pur avendo conosciuto una rinnovata
attenzione negli ultimi anni.
> Pensa, caro lettore, a una bottiglia d’acqua appoggiata su un tavolo. […]
> Possiamo descriverla come un oggetto con una certa massa e un certo volume.
> Possiamo fare di meglio e vederla come un sistema termodinamico caratterizzato
> anche da temperatura e pressione. […] C’è la fisica atomica dei livelli
> energetici degli orbitali atomici e quella nucleare dei nuclei degli atomi.
> Per non parlare del fatto che la bottiglia è lì perché beviamo, quindi la
> nostra comprensione di essa, incluso il motivo per cui è sul tavolo, si basa
> su questa funzione. E naturalmente la bottiglia italiana su un tavolo
> statunitense è indicativa di una certa organizzazione del mercato
> capitalistico internazionale, delle relazioni commerciali e politiche degli
> Stati Uniti con l’Italia, e così via. […] Ci sono innumerevoli mondi, in una
> bottiglia d’acqua appoggiata su un tavolo.
Si fa fatica a dire che cosa sia effettivamente la bottiglia sul tavolo. C’è una
moltitudine di piani descrittivi: “ciascun livello di descrizione della
bottiglia, ciascuna prospettiva da cui ne abbiamo una comprensione parziale, ha
il suo livello di coerenza e di utilità”; non esiste un fondamento ultimo.
Secondo Rovelli, tutte queste prospettive sono coerenti. Nel testo c’è una
critica esplicita sia a chi crede nel riduzionismo, che vede nella fisica
l’unica descrizione vera, sia a chi immagina salti metafisici che rendano le
descrizioni impermeabili, inconciliabili. L’eguaglianza di tutte le cose
starebbe proprio in questo: non c’è confine metafisico fra le descrizioni, ma
semplicemente “maggiore o minore precisione, maggiore o minore efficacia”.
> Negando la necessità dei fondamenti, Rovelli reagisce all’imbarazzo prodotto
> dall’idea che una teoria fisica possa esaurire tutto ciò che si può sapere del
> mondo; eppure ne conserva l’eco, facendone una metafisica delle relazioni.
La verità è che la fiducia in questa commistione perfetta di prospettive è un
regalo avvelenato. Che vantaggio vi sarebbe nel cercare di giustificare la
possibilità di agglomerarle? Non è assolutamente detto che ciò sia possibile, e
Rovelli non si preoccupa di farlo. La possibilità di agglomerarle è posta come
premessa esplicita. È questo il peccato primigenio che ha condotto la fisica
contemporanea alla fallimentare ricerca della teoria del tutto. Negando la
necessità dei fondamenti, Rovelli reagisce all’imbarazzo prodotto dall’idea che
una teoria fisica possa esaurire tutto ciò che si può sapere del mondo; eppure
ne conserva l’eco, facendone una metafisica delle relazioni. La descrizione
fisica, pur essendo assimilabile a tutte le altre, cioè conseguenza di una
conoscenza che è sempre parziale e relativa, rimane, per Rovelli, la più
“fondamentale”.
Si capisce come sia fondamentale fare un’operazione di questo tipo per chi ha
passato la vita a occuparsi di gravità quantistica. Se non altro, la descrizione
del comportamento microscopico della materia e quella macroscopica della gravità
spesso vengono immaginate ‒ imprudentemente, perché la cartografia dei fenomeni
non si lascia disporre lungo un unico asse che corre dal microscopico al
macroscopico – come due linguaggi descrittivi agli estremi del nostro sguardo
sul mondo fisico. Qualsiasi salto metafisico potrebbe rivelarsi nefasto per chi
cerca continuità tra diversi livelli di descrizione del reale. In particolare,
per chi crede nella necessità di tenere insieme la gravità e la meccanica
quantistica in una teoria come la gravità quantistica a loop, si tratta di
un’esigenza quasi inevitabile.
La maggior parte dei ricercatori è interessata piuttosto a ritrovare il nocciolo
sintetico – nel senso costitutivo, kantiano – della differenza fra i vari piani
descrittivi. Vogliamo sapere di che cosa siano fatte queste trame, quell’ordine
catalogatore che rende, con necessità, la prospettiva umana in qualche modo
speciale.
Se il rapporto fra descrizione formale e significato, fra sintassi e semantica,
è già ambiguo in matematica e in logica, lo è a maggior ragione quello fra la
descrizione teorica e il fenomeno naturale. Gran parte della fisica consiste
nell’applicare meccanismi formali allo studio delle regolarità del mondo. Ma
oltre ai problemi interni del formalismo, bisogna fare attenzione anche
all’aderenza del formalismo al fenomeno. È qui che la crisi concettuale della
fisica contemporanea si fa più interessante. Ed è qui che entra in gioco la
meccanica quantistica, che sembra indicare un’irriducibilità fondamentale nello
scarto fra il Reale e le sue possibili descrizioni.
La teoria dei quanti mette in crisi ciò che Rovelli riconosce come “l’illusione
della conoscenza disincarnata”: l’idea che una descrizione dei fenomeni naturali
possa sempre presupporre un agente esterno. È un pregiudizio della comprensione
cosiddetta “classica” quello di poter astrarre a tal punto le modalità
dell’osservazione, da potersene infine dimenticare, togliendole dalla
descrizione del fenomeno stesso. La meccanica quantistica suggerisce che non c’è
modo di descrivere i fenomeni indipendentemente da questa necessità contingente.
> L’interpretazione di Copenhagen non soddisfa il naturalismo di Rovelli, che
> vede una via d’uscita nel postulare che una realtà oggettiva e fisicamente
> descrivibile dell’interazione esista, ma possa essere colta solo in maniera
> relazionale.
Come risolvere il problema? L’interpretazione più classica, quella di Copenaghen
– per quanto spesso travisata – consiste nel riconoscere uno spazio
fondamentale, incolmabile, fra la descrizione delle circostanze
dell’osservazione e i fenomeni naturali: un regno irriducibile dell’invisibile,
dell’imperscrutabile. Non solo affronta il problema: imbrigliando la possibilità
di una descrizione fisica, aggiunge ancora più fascino a quella rete di
descrizioni e prospettive. Qui esse diventano formalmente incompatibili, o,
meglio, complementari.
Questo non soddisfa il naturalismo di Rovelli, che vede una via d’uscita nel
postulare che una realtà oggettiva e fisicamente descrivibile dell’interazione
esista, ma possa essere colta solo in maniera relazionale. Quel magnifico vuoto,
lasciato fondamentalmente aperto dalla fisica quantistica, sembrerebbe poter
scomparire sotto la riduttiva definizione secondo cui la descrizione di ogni
sistema A avviene “nei termini delle tracce che lascia su un sistema B nel corso
dell’interazione (una ‘misura’)”. Che cosa rappresentino queste interazioni,
così come che cosa rappresentino i sistemi stessi, non è del tutto chiaro, a
differenza del pensiero di Bohr, spesso liquidato come semplice mistificazione.
L’innovazione più importante della meccanica quantistica, che mette in crisi il
postulato fondamentale dell’apparato classico, è certamente la nozione di
contestualità, e Carlo Rovelli è esplicito nel sostenerlo. Ma che cosa si
intende davvero? Nella lettura di Rovelli, sarebbe la dipendenza del valore
delle variabili fisiche “dal contesto, cioè da cosa ci sta intorno”. La verità è
molto più sottile e molto meno tautologica.
La scoperta di Niels Bohr è sì un tentativo di superare il preconcetto secondo
cui, per secoli, fisica e metafisica hanno assunto che le variabili che
descrivono una qualunque entità fisica colgano proprietà che appartengono a
quella entità. Ma il meccanismo descritto da Bohr è diverso da quello che
Rovelli gli fa sostenere. È naturale voler portare acqua al proprio mulino; ma
per farlo Rovelli dimentica troppo in fretta che Bohr non parla propriamente di
interazioni. Descrive piuttosto, e lo fa in maniera esplicita nei suoi scritti
fondazionali, l’incapacità dei concetti classici di accedere perfettamente alla
realtà quantistica sottostante, di aderirvi pienamente. Il discorso bohriano non
colma lo scarto: lo custodisce. Non cede alla tentazione di un linguaggio che,
posto un gradino sopra il mondo, ne garantisca il senso una volta per tutte.
Bohr incontra Lacan: “Il n’y a pas de métalangage”.
Bisogna spendere qualche parola su questo punto, con un esempio concreto, perché
tocca il cuore della fisica contemporanea. Le teorie fisiche si occupano di
rivelare regolarità nell’osservazione. Supponiamo di voler preparare uno
specifico esperimento e di voler verificare, per esempio, se il risultato di una
misura quantistica sia spin down o spin up: parole arbitrarie usate per
descrivere un esperimento dicotomico. La preparazione dell’esperimento
presuppone una descrizione classica e causale del setup: la disposizione degli
strumenti, dei rivelatori, delle condizioni di misura. Questa è la descrizione
del contesto, che per la sua natura classica può essere riproducibile e
comunicabile ad altri ricercatori.
Poniamo allora di essere precisi all’inverosimile, descrivendo ogni singolo
aspetto di ciò che, in linea di principio, potrebbe essere ricostruito da un
collega che si trova altrove. A questo punto eseguiamo l’esperimento noi
dall’Italia e lo esegue anche un collega in Australia. La cosa sorprendente è
che i risultati dei singoli esperimenti possono essere diversi. Ci siamo forse
dimenticati qualcosa di fondamentale nella descrizione del contesto? Sarebbe
irragionevole pensarlo. Se però ripetessimo lo stesso esperimento svariate
volte, le frequenze relative osservate a Roma e in Australia convergerebbero:
sarebbero le stesse. L’esperimento misura dunque una regolarità statistica. Non
stiamo misurando direttamente la proprietà dicotomica, che resta in qualche modo
ineffabile, ma una sua stabilità statistica. La spiegazione di Bohr è che si
tratti di un nuovo tipo di regolarità presente nella natura, una regolarità che
non può essere riassunta in maniera deterministica.
> Il sistema fisico non è altro che un simbolo che racchiude le potenzialità
> della nostra interazione classica. Non è detto che una teoria fisica “del
> tutto” non possa esistere, ma non è ancora la meccanica quantistica e
> certamente non una teoria “classica”.
Scenari in cui non è proprio possibile attribuire valori determinati
indipendentemente dal contesto di misura vengono chiamati contestuali. La
probabilità spesso presente nelle descrizioni quantistiche diventa testimone di
una connessione fra eventi che appaiono nello stesso contesto, che non può
essere reinserita all’interno delle grammatiche dell’osservazione; deve
trasmutarsi in simbolo: lo stato quantistico.
L’interpretazione di Copenaghen è sorprendente nella sua bellezza radicale. La
contestualità dimostra quel limite fondamentale della capacità di osservazione.
Dimostra l’impossibilità per ogni sistema linguistico-descrittivo di aderire
perfettamente al nucleo ardente del reale. Lo fa attraverso una precisa
dimostrazione matematica. Qual è il prezzo da pagare? Il sistema fisico non è
altro che un simbolo che racchiude le potenzialità della nostra interazione
classica. Non è detto che una teoria fisica “del tutto” non possa esistere, ma
non è ancora la meccanica quantistica e certamente non una teoria “classica”.
Resta infine, in filigrana, un altro punto: la difficoltà moderna ad accettare
fino in fondo il caso. Quella che Freud definisce, nella Psicopatologia della
vita quotidiana, “la coazione a non ammettere il caso come caso, ma a volerlo
interpretare”. Ed è forse qui che il libro, pur nella sua intelligenza e nel suo
fascino, mostra il proprio limite più sottile. Nel tentativo di sottrarre la
fisica all’idolatria dei fondamenti, Rovelli finisce per voler colmare troppo in
fretta proprio quello scarto che la rivoluzione quantistica aveva avuto il
coraggio di lasciare aperto. Eppure è forse in quello spazio, non del tutto
ridotto e non perfettamente dicibile, che la fisica contemporanea respira
ancora.
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Tascabile.