N el 2014, nell’arco di pochi mesi, Jeff VanderMeer dava forma a una delle più
fortunate trilogie della fantascienza contemporanea, Annientamento, Autorità e
Accettazione che rappresentano tre testi fondamentali di quella che viene
definita letteratura di fantascienza dell’Antropocene, detta anche Trilogia
dell’Area X (2018) come oggi appare edita in un unico volume tascabile da
Einaudi. Dal 2024 la trilogia prende la forma di una tetralogia, cioè da quando
Jeff VanderMeer ha dato alle stampe Assoluzione (tradotto sempre ottimamente da
Cristiana Mennella per Einaudi); in questo caso siamo di fronte però a un
prequel che anticipa quella che sarà la dinamica dei precedenti tre volumi.
Anche questa volta il romanzo è frutto di un flusso continuo fatto di una
scrittura che si concentra dal luglio del 2023 fino alla fine dei quell’anno.
Due sono gli assi che contraddistinguono Assoluzione in continuità con i temi
della Trilogia: il complotto unito alla crisi climatica. Due temi che sono al
centro ormai da cinquant’anni sia della letteratura cosiddetta fantasy sia di
quella postmoderna; ma il passo ulteriore compiuto da Jeff VanderMeer è quello
di tentare una sorta di riunificazione di due filoni paralleli ‒ spesso messi
l’uno in contrapposizione con l’altro ‒ inseguendo un’idea di letteratura
originale e potentemente autoriale al punto da risultare solo strumentalmente
afferente a un genere, quello fantasy, da cui certamente l’autore americano
proviene, ma dentro al quale inevitabilmente sembra più costretto che a suo
agio, o almeno così appare la sua produzione letteraria che rivela un’autonomia
poetica in grado di andare ben oltre quei confini.
> Due sono gli assi che contraddistinguono Assoluzione in continuità con i temi
> della Trilogia: il complotto unito alla crisi climatica: VanderMeer tenta una
> sorta di riunificazione di due filoni paralleli ‒ spesso messi l’uno in
> contrapposizione con l’altro ‒ inseguendo un’idea di letteratura originale e
> potentemente autoriale.
Assoluzione è il tentativo pienamente riuscito di rivelare la stessa Trilogia
dell’Area X come un tassello fondamentale di quello che è da sempre considerato
come l’obiettivo di ogni scrittore americano: dare vita al grande romanzo
americano. VanderMeer ottiene questo risultato prima di tutto non rinnegando il
genere, ma potenziandolo al punto che l’orrore che segna le oltre quattrocento
pagine del romanzo resta sempre vivido, mai di maniera e mai al servizio della
storia, ma quale elemento cardine su cui tutto il resto viene a innestarsi. Non
esistono diramazioni narrative, non esistono secondi e terzi livelli perché
tutto è efficacemente e splendidamente lasciato in piena luce. Un’evidenza così
potente che genera di conseguenza dubbi, paure e ansie e dà corpo a
quell’elaborazione inconscia nel lettore che è uno degli elementi che
contraddistinguono da sempre la letteratura di VanderMeer. Un patto solido e
teso con il lettore che si cementa pagina dopo pagina. Una costruzione dunque
anche teorica efficace e mai banale dell’orrore che si coniuga con una capacità
per nulla scontata di far aderire alla pagina gli occhi di chi legge come in un
romanzo noir: impossibile staccarsene, impossibile pensare di non portare a
termine una lettura tanto avvincente.
I generi con Assoluzione saltano completamente al punto da dare vita a una
dinamica romanzesca di carattere quasi ottocentesco, in particolare per
l’efficacia con cui l’autore porta alla luce l’orrore che fino ad allora ‒
nonostante l’evidenza ‒ era apparso come cosa ovvia: “Analizzare, dare un nome
ufficiale a quelle ‘scoperte’, che erano solo parti della costa dimenticata nota
da anni alla gente del posto e che non avevano mai avuto bisogno della formalità
dei nomi che i biologi volevano attribuirgli”. Ciò che è strano è anche
pericoloso? O viceversa? Attorno a questo gancio lavora Assoluzione più ancora
che in precedenza la Trilogia, e lo fa con ironia e leggerezza, ma al tempo
stesso presentando il conto di una fine del mondo che non è mai assoluta (magari
fosse così), ma il prodotto di una mutazione angosciante dentro alla quale la
vita prende forma in maniera mostruosa o più semplicemente inedita.
Studio e paura, luce e oscurità, VanderMeer ha ben presente la dinamica dentro
alla quale tutto ciò che è sconosciuto assume un nome, che è sempre figlio della
paura e mai di una conferma o di una rivelazione quanto meno scientificamente
supportata. La mutazione è però anche anticipata dal movimento delle strutture
sociali, dai detentori del potere che perdono il loro abituale grigiore, la loro
naturale inclinazione burocratica e arrivano ad anticipare i mostri che
verranno, a decidere le morti che saranno, nello strenuo tentativo sempre più
folle di rimanere in sella proprio mentre l’organigramma che li ha supportati e
identificati perde giorno dopo giorno ogni senso e ogni credibilità.
> VanderMeer sembra più che raccontare, tradurre gli ultimi dieci anni di
> politica americana, il suo agire folle e angosciato quasi ad anticipare una
> decadenza tanto visibile quanto da essa stessa accelerata prima di tutto nel
> decadere delle proprie istituzioni.
All’interno di questa logica ecco che il simbolico diviene direttamente
spaventoso, la pretesa analisi diviene un naturale istinto di conservazione.
VanderMeer sembra più che raccontare, tradurre gli ultimi dieci anni di politica
americana, il suo agire folle e angosciato quasi ad anticipare una decadenza
tanto visibile quanto da essa stessa accelerata prima di tutto nel decadere
delle proprie istituzioni: “Il Direttore abbreviò ‘Area X Attiva’ in ‘Area X’
alle cinque del pomeriggio in punto, l’orario del coprifuoco alla base. Come un
vigliacco del cazzo, anche se Lowry non sapeva dire perché gli sembrava una
vigliaccheria, solo che il Direttore gli sembrava un vigliacco del cazzo, per
cui cazzo era una vigliaccheria e forse ‘vigliacco’ poteva essere la sua nuova
parola droga al posto di ‘cazzo’ però cazzo rieccolo, s’infilava sempre, cazzo».
La paura dà forma a una manipolazione che non è controllabile, perché la
manipolazione agisce al di là di chi crede di poterla generare, infiltrandosi
negli stessi atteggiamenti di chi pensa d’indirizzarla: “A parte tutte le regole
imposte sui metodi per procacciarsi il cibo: erano infestati di regole come se
avessero i capelli infestati di pidocchi, cazzo, anzi, peggio, il cervello, tipo
pidocchi di mare nei barattoli, rosicchiavano la materia grigia e ti lasciavano
solo le cellule riservate all’appello cazzo, alle riunioni e, sì, alle regole”.
L’obiettivo di Assoluzione non è quello di offrire ‒ non a caso ‒ una soluzione,
ma di approfondire ancora di più la forma e la “realtà” di Area X. Più che la
verosimiglianza, VanderMeer insegue un realismo che affianchi e aderisca alla
contemporaneità. Assoluzione rincorre il tempo al punto di anticipare non solo
cronologicamente la Trilogia, ma di presumerne la forma, contenendo così dentro
di sé tre parti (quasi una trilogia che precede la Trilogia): Città Morta, venti
anni prima della formazione dell’Area X, La figlia falsa, diciotto mesi prima
dell’Area X e l’ultima parte, Il primo e l’ultimo, con la prima spedizione in
assoluto nell’Area X e che contestualmente presenta quello che sarà un
personaggio determinante per tutta la Trilogia.
> Tutt’altro che un prequel stanco, Assoluzione rappresenta l’apice epico di una
> potenziale letteratura contemporanea che sappia accogliere i temi urgenti del
> nostro tempo non in maniera strumentale e ancor meno in maniera retorica,
> quando non tristemente moralistica.
Tutt’altro che un prequel stanco, Assoluzione rappresenta l’apice epico di una
potenziale letteratura contemporanea che sappia accogliere i temi urgenti del
nostro tempo non in maniera strumentale e ancor meno in maniera retorica, quando
non tristemente moralistica. L’ignoto, il complotto così come l’inganno, tanto
più attraverso la scienza e la tecnologia, appaiono come i veri fulcri emotivi
del nostro medioevo contemporaneo e VanderMeer sembra averne colto l’urgenza, ma
anche la dinamica dentro qui queste pulsioni arrivano ad albergare nella mente
di un’umanità distratta e al tempo stesso ossessionata. Assoluzione non svela i
misteri presenti nella Trilogia, ma li rimescola e li rimette violentemente in
circolo: “A quel punto Lowry aveva pappato e inghiottito un sacco di altra droga
che Landry gli aveva passato, grazie agli dèi. E quindi forse stava gridando
contro quelle cose liquide che si dissolvevano e riprendevano forma con tanta
allegria. Perché non poteva essere tutto così nella vita? Perché cazzo bisognava
limitarsi solo a una forma? Era una tirannia, la fedeltà alle forme”. C’è poco
altro da dire se non che questi maledetti incubi e questi irriducibili deliri
sono più nostri/mostri che mai.
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S crivo questo pezzo in un appartamento foderato di libri. Di fronte a me, si
alzano mensole da terra fino al soffitto, larghe circa quattro metri e stipate
di volumi, organizzati per genere e ordine alfabetico. Sono i libri che ho
letto. Sui tavoli e tavolini sparsi per la casa, ammonticchiati per terra lungo
il perimetro delle pareti, accanto al letto, in bagno e dietro alle porte,
stanno invece quelli che non ho ancora cominciato. Negli ultimi anni, complice
il mestiere che faccio, il numero di libri di cui mi circondo è aumentato
esponenzialmente. È difficile tenerne il conto, è difficile trovarli, è
difficile ricordare quali titoli posseggo già – sempre più spesso mi trovo con
due copie dello stesso romanzo. Eppure continuo a portarne a casa. Dai
mercatini, dalle librerie, da Vinted, ormai più per dovere di completezza che
per reale curiosità: vuoi non avere una copia della Certosa di Parma? E i
Detective selvaggi? Bolaño non mi piace tanto, ma vai a sapere, mi dicono che
vada letto.
Mio padre faceva lo stesso. “Questo mese non devo comprare libri”, diceva, e
poi, sempre, disattendeva quel suo proposito. Le sue abitudini e quello che
diceva Umberto Eco sul ruolo che i volumi non letti, come se fossero oggetti
magici, esercitano su chi li possiede, mi hanno sempre confortata. Hanno offerto
una giustificazione elegante, e una genealogia da cui è impossibile sfuggire,
alla mia tendenza all’accumulo.
Le case-biblioteca sono spazi domestici che escono da sé, che rimandano a tutti
gli altri spazi nascosti fra le pagine. A loro modo, sono assimilabili alle
Wunderkammer, le stanze delle meraviglie dove i nobili dell’epoca moderna
accumulavano oggetti strani e rarità capaci di attivare l’immaginazione. Mi sono
sempre piaciute, le ho sempre viste come segno di ricercatezza ed erudizione, e
perciò mi costa gran fatica riconoscere che i libri che arredano – stavo per
scrivere infestano – casa mia, da qualche tempo, in realtà, mi opprimono. Sono
troppi. Ho l’impressione che spesso, più che stimolarlo, paralizzino il mio
pensiero, lo impigriscano. Mi ricordano che le mie aspirazioni culturali sono
destinate allo scacco, che morirò senza riuscire a leggere tutto quello che
vorrei, che la biblioteca avrà sempre la meglio su di me.
> I libri che infestano casa mia, da qualche tempo, mi opprimono. Mi ricordano
> che la biblioteca avrà sempre la meglio su di me.
Prendo in mano il romanzo dell’estate, consigliatissimo da tutti inserti
culturali, un mattone di più di mille pagine. Lo sfoglio, non mi convince. Ne
scelgo un altro, un classico, leggiucchio qualche pagina, lascio perdere. Mi
trovo ad ammettere, con fastidio e frustrazione, che appena un libro entra in
casa smette di interessarmi, come se non volesse più dire nulla. Caratteri neri
su sfondo bianco, fine. Sono un’accumulatrice, sparirò sommersa da libri non
letti, mi dico – e mi trovo a fantasticare di vivere in uno spazio minimale,
pacificato, sempre in ordine, fatto di superfici libere e facili da spolverare.
Immagino di diventare una persona capace di portare a casa un libro per volta,
leggerlo con metodo, con attenzione e poi regalarlo, lasciarlo sul tram o
nell’atrio del condominio – che tanto ormai il sapere, la storia che racchiudeva
l’ho incorporata e non c’è più ragione di conservarlo.
Scrive Xavier Nueno nel breve saggio uscito per Einaudi con traduzione di Monica
Rita Bedana Un saper leggero. Breve storia dell’eccesso di informazione:
> Questo libro tratta del mito culturale della biblioteca, del ruolo che
> l’impulso a conservare tutto ha svolto nella tradizione occidentale. Mi
> interessa capire da dove venga il desiderio di accumulare ossessivamente le
> tracce del presente. Il sogno di creare biblioteche universali ha svolto un
> ruolo fondamentale nell’immaginario della cultura occidentale. Accanto a
> questo desiderio ce n’è però un altro diametralmente opposto: l’impulso a
> liberarci del passato, lasciandocelo alle spalle mentre lo guardiamo
> consumarsi tra le fiamme.
Il timore di rimanere sepolti dalle tracce del passato non è però, come spiega
Nueno, figlio solo del nostro tempo. Già a partire dal Fedro di Platone,
infatti, si paventava l’avvento di un mondo traboccante di testi, di conoscenza
disincarnata, e durante il 3° secolo a.C. – quando venne fondata la biblioteca
di Alessandria – diversi autori misero in luce gli effetti deleteri che la
dipendenza dai testi scritti aveva sulla memoria e sulla capacità di analisi
degli eruditi.
> Il timore di rimanere sepolti dalle tracce del passato non è, come spiega
> Nueno, figlio solo del nostro tempo.
Dopo l’invenzione della stampa, che ha democratizzato la cultura e reso
possibile la raccolta e la catalogazione umanistica del sapere, le voci contro
l’accumulo indiscriminato di testimonianze si moltiplicarono, fino a sfociare
nel progetto illuministico dell’Enciclopedia. L’approccio enciclopedico, ci dice
Nueno, non è infatti altro che il tentativo di fronteggiare il mare magnum della
conoscenza umana, di sintetizzarla allo scopo di governarla. È d’altronde
coerente con lo spirito innovativo dell’epoca dei Lumi, impaziente di scrollarsi
di dosso il passato per aprirsi al futuro, e che risuona anche nel presente che
abitiamo.
Ogni selezione, infatti, è espressione di un quadro etico: a seconda di cosa
viene escluso e di cosa viene accolto nel corpus culturale di un dato periodo si
può dire qualcosa anche dei valori e delle priorità di quel momento storico, e
di quelli a venire. Come lasciare lo spazio necessario affinché emergano
narrazioni nuove, senza però cancellare lo sguardo sul passato, le sue storture
e le lezioni che possono impartirci? Da quale posizione morale è legittimo
esercitare un controllo sulla memoria?
D’altra parte, i libri che mi circondano non sono niente in confronto
all’oggetto – ma sarebbe più corretto dire: alla protesi del mio corpo – che ho
dovuto abbandonare nel punto più distante dalla casa per riuscire a scrivere
questo pezzo senza distrarmi. “In base ad alcune stime”, scrive Nueno, “pare che
nei soli ultimi due anni sia stato prodotto il 90 per cento dell’informazione
generatasi nel corso dell’intera storia dell’umanità. Una miriade di oggetti –
dalle auto ai sex toys – è ormai dotata di sensori che trasmettono e archiviano,
in tempo reale, dati su dove si trovano e su come vengono usati”.
All’inizio degli anni Sessanta, il fisico Richard Feynman lanciò una sfida
impossibile: 1.000 dollari a chiunque fosse riuscito a scrivere una pagina di un
libro in scala 1: 25.000. Accadde solo 25 anni più tardi, quando, grazie
all’avvento delle nanotecnologie che hanno reso possibili i dispositivi che oggi
utilizziamo quotidianamente, uno studente di Stanford condensò la prima pagina
del Racconto di due città nello spazio della capocchia di uno spillo utilizzando
un fascio di elettroni.
> A seconda di cosa viene escluso e di cosa viene accolto nel corpus culturale
> di un dato periodo si può dire qualcosa anche dei valori e delle priorità di
> quel momento storico, e di quelli a venire.
Ancor più dei luoghi fisici del sapere, l’accumulo vertiginoso di dati,
immagini, testi e informazioni contenuti nei nostri smartphone rischia di
diventare una camera dell’eco in cui risuona solo rumore bianco. Pensati per una
trasmissione più rapida e una conservazione più agile del sapere, non so dire se
abbiano come principale effetto quello di preservare la memoria o piuttosto di
disperderla più rapidamente. Ricordo perfettamente tutte le fotografie che ho
scattato su pellicola quando ero adolescente, ma ogni volta che accedo alla
galleria fotografica del mio telefono provo un senso di straniamento: di gran
parte di quelle immagini, che pure ho catturato io, non so nulla. La traccia
mnestica del momento che ho deciso di immortalare deve essersi sublimata nel
gesto stesso di premere il pollice sullo schermo del mio telefono: conservare e
dimenticare sono diventati sinonimi. La stessa sensazione la provo di fronte
all’enormità degli scambi di alcune chat, alla misteriosa cartella download dove
è impossibile capire quali informazioni ci siano finite dentro: contenuti che in
un dato momento dovevano sembrarmi indispensabili, o quantomeno di un certo
interesse, e di cui ora non ricordo niente.
Sono diversi anni che la nostra memoria culturale e personale viene delegata a
cloud di proprietà delle multinazionali del settore tecnologico. La materia
stessa delle nostre vite sta lì dentro: le foto del matrimonio, la tesi di
laurea, i ricordi di quando eravamo bambini, la bozza del primo romanzo
abortito. Questa alienazione ha principalmente due effetti: il primo
direttamente sulla nostra memoria, che vediamo liquefarsi un file alla volta,
che sta cambiando struttura in un modo che ancora stentiamo a comprendere e che
fatica sempre di più a essere di supporto tanto all’intelligenza quanto
all’immaginazione. Il secondo, forse ancora più rilevante, ha a che fare con la
raccolta di dati, vero e proprio carburante per l’addestramento
dell’intelligenza artificiale generativa – la realizzazione più perfetta del
sogno della biblioteca, frutto dell’accumulo illimitato di informazioni.
Mi trovo ad abitare un sistema di scatole cinesi che ho contribuito io stessa,
con le mie scelte e la condivisione dei miei dati, a costruire: i libri, lo
smartphone, l’IA. L’archivio del sapere si fa sempre meno corporeo e, allo
stesso tempo, sempre più denso e sterminato. L’IA ne rappresenta il vertice: ha
accesso alla produzione culturale di un passato sconfinato, universale, e
raccoglie continuamente materiale per generare nuova conoscenza. Sembra che
abbia tutte le risposte, ma si tratta di un sapere rimasticato, privo di
creatività, dove il tutto si riduce esattamente alla somma delle parti e non c’è
spazio per il nuovo che, per emergere, ha bisogno del vuoto su cui disegnare
traiettorie innovative di pensiero. Filtrata dall’esperienza con le macchine
generative, la nostra relazione con il sapere approda a una forma nuova di
disincanto: l’impressione desolante che tutto sia già stato calcolato, previsto
e scritto, che non vi sia più spazio per dire qualcosa di davvero inedito. Per
spezzare questo incantesimo serve un’inversione di sguardo, un atteggiamento
capace di scompaginare il già noto: serve, appunto, un “saper leggero”.
> Ogni volta che accedo alla galleria fotografica del mio telefono provo un
> senso di straniamento: la traccia mnestica del momento che ho deciso di
> immortalare deve essersi sublimata nel gesto stesso di premere il pollice
> sullo schermo del mio telefono. Conservare e dimenticare sono diventati
> sinonimi.
Nueno individua nell’approccio libero ed errabondo di Montaigne una via di fuga
alla depressione del pensiero. L’autore degli Essais – un’opera filosofica
fondamentale quanto anomala, indifferente a ogni pretesa di rigore e
sistematicità – “fornisce una risposta originale al problema della
sovrabbondanza di informazione perché non tenta di controllare l’eccesso ma di
minimizzarne l’importanza. Aspirare a conoscere tutto, che angoscia!, che
seccatura!: la forma più sicura per soffocare quel poco che si può imparare dai
libri”.
Se gli umanisti eruditi lavoravano a una catalogazione il più possibile
esaustiva del sapere, Montaigne porta avanti un’idea profondamente diversa di
conoscenza, assai più legata al mondo della vita che a quello delle università.
Il suo rapporto con la biblioteca, infatti, non si cura di alcun metodo e di
nessuna autorità. Non c’è programmaticità nelle sue ricerche: “A casa mia, mi
ritiro un po’ più spesso nella mia biblioteca, da dove comodamente governo la
mia casa. […] Qui sfoglio ora un libro, ora un altro, senz’ordine e senza
programma, come capita; ora fantastico, ora annoto e detto, passeggiando, queste
mie idee”.
Per Montaigne i libri sono uno strumento, non un oggetto di culto: vanno
utilizzati, non contemplati. Leggere è l’occasione per testare le proprie
opinioni, per riflettere sul mondo e sulla vita, per innescare catene di
pensieri che trascendano i limiti della pagina e trovino applicazione nella
realtà; è una pratica che trova il suo senso più profondo nello scambio con gli
amici, nella seduzione, nella politica e nei viaggi. In una parola, nella
mondanità: che è sempre incarnata, legata a un vivere quotidiano, a un qui e ora
che sfugge a ogni catalogazione possibile.
L'articolo Un saper leggero di Xavier Nueno proviene da Il Tascabile.
C’ è un momento, nel saggio Come sono, suona. La musica racconta chi siamo
(2026), in cui l’autrice rivela di preferire i Rolling Stones ai Beatles. Una
considerazione talmente inaccettabile, per il sottoscritto, che tutta la fiducia
che avevo riposto fino a quel punto in Susan Rogers, tecnica del suono di Prince
e produttrice discografica di hit su scala globale, ha rischiato di vacillare.
Com’era possibile che una persona scelta personalmente dal Genio di Minneapolis
per il suo Purple Rain, a cui Miles Davis diede del tu, con una tale capacità di
intercettare l’immaginario collettivo, potesse preferire una band nettamente
inferiore al quartetto di Liverpool? Ho trattenuto il giudizio per un po’, poi
mi sono ricordato che il volume che avevo fra le mani poteva già fornirmi una
spiegazione. Ma facciamo un passo indietro.
Come sono, suona è l’opera prima di una decana della produzione musicale, ora
diventata direttrice del Music Perception and Cognition Laboratory del Berklee
College of Music, scritta a quattro mani con il neuroscienziato Ogi Ogas.
L’ambizioso sottotitolo chiarisce gli intenti divulgativi del duo: far conoscere
al grande pubblico quali elementi influenzino ‒ in positivo o in negativo ‒ la
percezione di un brano e come la comprensione di queste dinamiche possa rivelare
che tipo di persone siamo. Se riesce nel primo intento è grazie a un racconto in
prima persona a tinte autobiografiche (è sempre Rogers a parlare, mentre Ogas
viene relegato a consulente scientifico dietro le quinte), un linguaggio
informale e una struttura espositiva rigorosa. Chi invece nutriva aspettative
sul più suggestivo secondo intento, resterà deluso.
Il nostro profilo uditivo è il risultato di una sfumata combinazione di
variabili, che questo saggio articola in capitoli specifici: genuinità,
realismo, originalità, melodia, testi, ritmo e timbro. La genuinità indica la
capacità dell’artista di comunicare la propria autenticità (concetto spinoso, su
cui rimando al bell’approfondimento del giornalista musicale Federico Pucci):
immaginiamo un asse ai cui estremi ci sono la musica “dal collo in giù” (di
pancia, come lo strambo trio di sorelle che inaugura il saggio, le Shaggs), e
quella “dal collo in su” (di testa, come le metodiche partiture di Bach). Il
realismo di un brano può dipendere dal suo grado di astrazione: il rock
sanguigno dei Creedence Clearwater Revival e le tessiture elettroniche dei Daft
Punk si trovano agli opposti di questo asse. L’originalità definisce la capacità
della canzone di suonare come “nuova”: anche in questo caso, il livello di
sorpresa che un pezzo è in grado di suscitare varia da individuo a individuo
sulla base delle sue inclinazioni e dei suoi ascolti pregressi. Per uno Sting
che dichiara di cercare voracemente lo stupore nelle prime otto battute, c’è un
Pharrell che “firma” le sue hit esordendo con quattro battute identiche,
generando subito una complice familiarità con chi ascolta.
> Il nostro profilo uditivo è il risultato di una sfumata combinazione di
> variabili, che questo saggio articola in capitoli specifici: genuinità,
> realismo, originalità, melodia, testi, ritmo e timbro.
Melodia, testi, ritmo e timbro presentano a loro volta uno spettro espressivo
sul quale ci si può divertire a collocare qualsiasi brano (rispettivamente:
stretto/ampio, personale/generico, regolare/sincopato, acustico/elettronico).
C’è chi dà più peso ai testi (l’impalcatura su cui si regge la discografia
italiana) e chi alla melodia (eccomi: tuttora ignoro il significato di gran
parte dei miei pezzi preferiti ‒ felice di avere trovato una spiegazione
neuroscientifica). Chi trova irresistibile la tipica “clave” su cui ruotano il
reggaeton moderno e il conto in banca di Bad Bunny, e chi preferisce adagiarsi
su mid tempo coordinati con il nostro battito cardiaco a riposo. Ma, ancora più
interessante: sembra che il primo filtro con cui creiamo una connessione con un
brano sia il suo timbro, quell’insondabile componente che rappresenta la voce
unica di uno strumento, il suo colore, che ci fa distinguere una chitarra da un
sax o, in una dimensione più ampia, il mondo etereo-folk di Aaron Dessner da
quello acido-punk di Steve Albini (per citare due produttori profondamente
influenti, in misura diversa: il primo nel trasferire autenticità al
cantautorato mainstream come la diade Folklore-Evermore di Taylor Swift, il
secondo nel perseguire una radicalità priva di cosmesi, ai limiti del buon senso
sonoro).
Secondo Rogers e Ogas, il mix che risulta da tutte queste variabili determina il
modo specifico in cui intercetterà il nostro gusto; oppure, dal punto di vista
di chi produce una canzone, può consentire di prevedere come verrà recepita e da
che tipo di pubblico. Fino a qui, tutto chiaro: il saggio confida molto nella
capacità di formalizzare e categorizzare le componenti in gioco, per
identificare con facilità cosa funziona, e perché, nelle canzoni che ascoltiamo.
Questo desiderio di accessibilità tuttavia finisce per sacrificare un maggiore
approfondimento delle questioni che solleva: in primis, come si costruisce ed
evolve il nostro gusto personale sul piano neuroscientifico, e cosa ciò che ci
piace racconta di noi (appunto, la promessa non mantenuta del sottotitolo).
In questo senso, benché il taglio fosse in quel caso antropologico, era
risultata più illuminante, sfaccettata ed esaustiva la celebre indagine compiuta
dal critico musicale Carl Wilson nel suo Let’s talk about love (in italiano era
uscito nel 2007 con il titolo Musica di merda): un saggio che si interrogava su
cosa portasse ad amare in massa la musica di Céline Dion, per l’autore
respingente, arrivando a perimetrare il gusto come un complesso intreccio di
eredità culturale (la radicata passione dei Québécois per le melodie schmaltz,
melense), influenze private (una chiave di lettura femminista in cui è la madre
a dotare i propri figli del primo filtro estetico sulle cose) e alfabetizzazione
intellettuale (quanto piacere genera il riconoscere metodi e tecniche che hanno
portato a quel risultato). A ciò si aggiungeva anche, e soprattutto, il
desiderio più o meno tacito di differenziazione o di omologazione rispetto ad
altre nicchie. Il volume si concludeva con una onesta e informata recensione da
parte di Wilson dell’ultimo album della cantante canadese.
> Il primo gancio con cui creiamo una connessione con un brano è il suo timbro,
> quell’insondabile componente che conferisce a uno strumento una voce unica,
> ciò che ci fa distinguere una chitarra da un sax, ma anche Aaron Dessner da
> Steve Albini.
Rimanendo in tema di innamoramenti, nella variegata playlist composta da Rogers,
reperibile integralmente sul sito collegato a questa pubblicazione, entrano
anche i pezzi proposti nell’ultimo capitolo da una cerchia esterna ed eterogenea
di ascoltatori: simulando la dinamica del record pull (ascolto condiviso di
dischi del cuore), ogni ospite cita il suo brano preferito. Ovviamente, nessuna
canzone indicata come preferita ha nulla in comune con un’altra. Si tratta di un
espediente finale e ad alta trazione emotiva per spiegare il ruolo decisivo del
fenomeno del mind-wandering nel provocare piacere estetico. Questo fenomeno è
sostenuto dalla cosiddetta rete neurale di default (default mode network) che si
attiva in modo spontaneo quando l’attenzione si distoglie dagli stimoli esterni
e ripiega su contenuti interni, secondo criteri direttamente collegati al nostro
senso di identità. Un funzionamento che ci ha evolutivamente portato a filtrare
e riconoscere le qualità di un suono, per poter discernere più velocemente se
reca un’informazione positiva o negativa:
> È possibile che determinate opere d’arte possano entrare in risonanza con il
> senso dell’io di un individuo, in un modo che ha correlazioni ben definite e
> conseguenze fisiologiche, in particolare per le aree della rete neurale di
> default.
Insomma, a persone diverse piacciono canzoni diverse perché il nostro ascolto è
partecipato: richiede cioè che il suono che ci arriva sia in grado di risuonare
con il nostro io, fatto di vissuto, cultura e genetica. Senza di noi, il pezzo è
incompleto. Come scriveva anche David Byrne nel celebre Come funziona la musica:
“Il pubblico adora vedere l’artista che cammina sulla corda davanti ai suoi
occhi; come gli appassionati di sport, ha la sensazione che sia il suo sostegno
a far vincere la squadra”.
> A persone diverse piacciono canzoni diverse perché il nostro ascolto è
> partecipato: richiede cioè che il suono che ci arriva sia in grado di
> risuonare con il nostro io, fatto di vissuto, cultura e genetica. Senza di
> noi, il pezzo è incompleto.
Uno dei miei vezzi, ad esempio, è ascoltare canzoni tristi. Nel suo articolo
“The Reason People Listen to Sad Songs” (2023), Oliver Whang ha spiegato come,
sebbene la tristezza non sia certo la nostra massima ambizione personale, è
paradossalmente una componente che cerchiamo nelle opere che fruiamo. L’articolo
ha molti punti in comune con l’interpretazione di Rogers e Ogas, e cita alcuni
test empirici che hanno ribadito come sia universalmente possibile simulare
un’emozione usando opportunamente melodia, testi, ritmo e timbro; nonché come,
fra qualità dell’esecuzione e percezione di autenticità, la maggior parte del
pubblico prediliga la seconda per la capacità di generare una reazione empatica.
Ancora una volta, è la nostra capacità di sentirci in qualche modo partecipi
dell’ascolto a determinare l’impatto che il brano avrà su di noi. Non ascoltiamo
canzoni tristi per rattristarci ancora di più, ma per sentirci meno soli
attraverso la connessione che sono in grado di innescare: con l’artista che sta
raccontando un’esperienza a noi familiare o realistica, con una versione passata
di noi stessi, o con una persona immaginaria che stiamo conoscendo per la prima
volta.
> Il libro si pone il duplice obiettivo di far conoscere al grande pubblico
> quali elementi influenzino la percezione di un brano, e come la comprensione
> di queste dinamiche possa rivelare che tipo di persone siamo. Ma l’impresa
> riesce solo a metà.
Insomma, giudicare a colpo sicuro la bontà dei gusti musicali altrui è
un’operazione poco affrontabile, perché molto probabilmente ci mancano dei
tasselli fondamentali sulla persona e il contesto che stiamo valutando. È la
ragione per cui a un appassionato di math rock anni Novanta mancano gli
strumenti per accettare di veder diventare gli Angine de Poitrine più mainstream
dei Primus grazie a TikTok.
Tornando al mio avventato giudizio iniziale: l’indole mercuriale degli Stones
evoca precisi tratti della personalità dell’autrice, che forse proprio in virtù
del suo passato “tecnico” e del suo sguardo “neuroscientifico” cerca
controintuitivamente un liberatorio escapismo nelle canzoni a briglia sciolta di
Keef e Jagger. Forse io preferisco i Beatles perché nelle cose do più importanza
alla progettualità anziché all’impulsività. Forse quel “band nettamente
inferiore” con cui ho esordito me lo sarei proprio potuto risparmiare. In fondo,
nella situazione giusta, magari guidando in auto sulla provinciale col
finestrino abbassato e il sole negli occhi, i Rolling Stones sono la cosa
migliore che si possa ascoltare.
L'articolo Come sono, suona di Susan Rogers e Ogi Ogas proviene da Il Tascabile.
N ulla può essere considerato più intimo e anomalo ‒ quale testo letterario ‒ di
un diario. Nato per ordinare pensieri privati in forma privata, scevro
solitamente di riferimenti che possano includere altri lettori all’infuori di
chi lo scrive il diario è da sempre una materia ambigua, difficile da decifrare
e interpretare. Oggetto dunque estremo concepito da un autore che ne è allo
stesso tempo l’unico possibile lettore.
Sheila Heti ha deciso di far saltare questo schema facendo letteralmente
brillare il suo diario, trasformandolo così in un testo inedito ‒ anche per lei
‒ con una finalità ora principalmente letteraria. Ispirandosi ai grandi
giocolieri novecenteschi dell’Oulipo, Georges Perec e Raymond Queneau, Heti ha
smontato il suo diario, composto quotidianamente per dieci anni, e lo ha messo
in ordine alfabetico, dalla A alla Z assemblando e accostando una a fianco
all’altra tutte le frasi che iniziano con A, B, C ecc. Un gesto assurdo che
tuttavia restituisce un testo nuovo, diversamente indagabile dal lettore e
capace di rivelare sfumature inedite al punto che la prima curiosità che apre
questo bizzarro e raffinato libro, Diari alfabetici (2026, nella puntuale e
accurata traduzione di Federica Aceto) sarebbe proprio sapere che effetto ha
fatto alla sua stessa autrice, quale sentimento ha provocato in lei rileggersi
in una versione ricomposta secondo la cronologia dell’alfabeto.
Quello che colpisce è prima di ogni altra cosa l’assertività delle frasi, quasi
delle sentenze lapidarie. Ovviamente tutto parte dall’io, dal tentativo di
scavare dentro al proprio sé, gesto che Sheila Heti ha già perseguito
efficacemente, almeno letterariamente con Colore puro (2024) e con La persona
ideale, come dovrebbe essere? (2013). Diari alfabetici appare così come la prima
connessione possibile tra l’io e il mondo, ma al tempo stesso anche come
l’esaurimento del contatto con l’altro: tutto appare possibile fino al punto in
cui si conferma sempre come parte separata dal sé, dalla possibilità di esistere
diversamente se non imponendo sé stessi, le proprie convinzioni nelle amicizie
come in amore: “Come si fa indovinare cosa c’è nella testa di un’altra persona?
Come si fa a non detestare se stessi? Come si fa a spostare il proprio asse?
Come si fa a vivere se non si considera, in certo senso, la vita come un gioco,
con l’idea che si vince e si perde, e che ci sono strategie per vincere, e
regole che valgono anche per gli altri giocatori?”.
> Heti ha smontato il suo diario e lo ha messo in ordine alfabetico, dalla A
> alla Z assemblando e accostando una a fianco all’altra tutte le frasi che
> iniziano con A, B, C ecc. Un gesto assurdo che tuttavia restituisce un testo
> nuovo, diversamente indagabile dal lettore e capace di rivelare sfumature
> inedite.
La lotta è data fin dalle prime pagine, in particolare verso il maschile a cui
l’autrice tende fortissimamente tra passione e rabbia, ma anche tra delusione e
paura. I sentimenti espressi in queste frasi ‒ per quanto volutamente
estrapolate ‒ testimoniano sempre un’energia in presa diretta, un alto voltaggio
dentro al quale le ascese e le ricadute appaiono all’ordine del giorno. Non sono
considerate e del resto non possono essere possibili vie di mezzo, la materia è
subito esposta e la temperatura è quella di lava incandescente. Il movimento è
obbligatoriamente centripeto, tutto quello che è esterno diventa interno e
all’interno di un’agitazione emotiva che prova a scardinare e a trovare nuovi
appigli, nuove forme di comprensione, ma finisce spesso per ricadere nei
medesimi errori.
Diari alfabetici contiene in pari numero fallimenti e successi fino a
un’equivalenza che cancella in sostanza il valore degli uni e degli altri. Non
c’è differenza all’interno dello scorrimento veloce e spesso frenetico degli
eventi perché nulla conta per davvero se non il rimanere, l’ostinazione a
restare che spesso è però facilmente ascrivibile più a una resistenza
controvoglia che a un’opposizione reale. Non esistono motivi precedenti, ma solo
fatti e le relative reazioni che si mischiano le une con le altre all’interno di
un impasto psicologico che, seppur con lievi variazioni, riporta sempre alle
medesime cadute. E anche le scoperte appaiono come luci tanto improvvise e
accecanti quanto fatue, oltre che rapidissime all’esaurirsi: “Per la maggior
parte, non posso negare certi sentimenti, e non posso fingere di provarne
altri”.
Diari alfabetici è così attraversato da una pulsazione di vita frenetica, da
un’esigenza di felicità spesso elisa e inevitabilmente ridotta a margine
occasionale, a fatto così imprevisto da essere ritenuto sostanzialmente
irrilevante: “Ovviamente in ogni felicità c’è una cecità tremenda. Ovviamente
non sono riuscita a scrivere molto. Ovviamente sto ignorando un sacco di cose
negative, ma quando ci siamo abbracciati e salutati c’era tanta alchimia tra di
noi, calore e una sensazione molto bella».
Il libro di Sheila Heti appare non solo come una naturale evoluzione del
discorso letterario dell’autrice canadese, ma va anche oltre la banale
definizione di autobiografia, cosa che in parte si rivela per ovvi motivi
d’essere nella sua sostanza. Diari alfabetici propone infatti un doppio sguardo
su di sé così radicalmente privato da divenire uno specchio potenziale dentro
cui qualunque lettore può ritrovarsi; l’apparente eccentricità dei temi risulta
infatti solo in superficie, la lettura pagina dopo pagina porta a una continua
levigatura, un aggiramento estremamente meditato e continuo che di volta in
volta aggiunge, toglie e muta, come nel caso di una macchina fotografica alla
continua ricerca del fuoco che si palesa solo per un istante e poi va subito
ritrovato.
Un’indagine sul passato delle cose e di sé stessi, su chi si era, o meglio su
chi si credeva di essere e chi invece si è, ora in quel preciso istante, prima
che il tempo passi e con lui si muti fino a diventare nuovamente esseri estranei
da osservare con stupore, tristezza e malinconia davanti allo specchio: “Le
persone che prima mi sembrano a posto ora hanno qualcosa di minaccioso; non ho
cuscinetti di protezione, non ho un uomo, non ho nessuno che mi difenda. Le
persone generano altre persone. Le persone hanno bisogno di una personalità da
abbinare a un dato libro, ma siccome a me nessuno mi conosce non esiste nessuna
personalità da abbinare ai libri”.
> L’apparente eccentricità dei temi risulta solo in superficie, la lettura
> pagina dopo pagina porta a una continua levigatura, un aggiramento
> estremamente meditato e continuo che di volta in volta aggiunge, toglie e
> muta, come nel caso di una macchina fotografica alla continua ricerca del
> fuoco.
Lo scandalo non sta nel movimento, ma nella sua osservazione, nel tentativo di
leggerlo frenandolo e poi interpretandolo. Lo scandalo è così totalmente
letterario ed è questa la strada che persegue Sheila Heti esponendosi
totalmente, ma al tempo stesso recuperando quel velo così necessario alla forma
letteraria. Diari alfabetici ha la medesima forza delle opere di Sophie Calle,
in particolare nell’elaborazione della struttura, ma con la differenza di una
forza liberatoria che sta tutta nella pagina scritta.
Una piccola opera estremamente densa e capace di mostrare l’energia della
letteratura, spesso costretta dentro forme considerate più consone ‒ dal romanzo
al racconto ‒ e che probabilmente in questo secolo sono più che altro utili a
conformare e a limitare la forza letteraria dentro scatole ormai desuete:
“Sviluppare una filosofia dell’esistenza. Svuota i cassetti, gli armadi, il vano
laterale delle scale, butta i vestiti che non ti piacciono, che non ti metti
più”. Una forma di abbandono dalle cose e dall’immagine di sé che non
corrisponde più al vero, al necessario e anche all’utile, un modo per
abbracciare tutto quello che ancora non è noto e offre una nuova possibilità di
vita da assaporare fino in fondo. Un diario che sono più diari, che rimontati
ora in maniera cronologica si presentano come un romanzo totalmente nuovo.
L’unico vero romanzo morale possibile dei nostri tempi.
L'articolo Diari alfabetici di Sheila Heti proviene da Il Tascabile.
L’ umore del pubblico di un evento a volte riesce a riflettere quello di chi lo
ha organizzato o creato. Quando a monte ci sono passione, cura, ricerca e
affiatamento ‒ al netto di qualche divergenza ‒, chi gode del frutto prodotto
dal mix di questi elementi, a sua volta può generare un’atmosfera per lo più
positiva. Non è una combinazione scontata, ma può avvenire.
Leggendo Un pubblico meraviglioso. Dj, centri sociali e club culture (1996 –
2006) (2026) saggio-memoir incentrato sul racconto di una serata di musica
elettronica entrata nella storia di Roma (e non solo), la sensazione è che
spesso ci sia stata questa consonanza. Perché a emergere, prima di tutto, è il
legame tra le due persone che hanno dato vita alla serata: Andrea Lai (1969) e
Riccardo Petitti (1963-2014). Il primo è l’autore del libro, nel 2004 eletto da
BBC Radio 1 tra i dj più influenti della scena breakbeat internazionale. Il
secondo, dal racconto, appare per un breve periodo come suo mentore (del resto
per un under 30 sei anni di più pesano), ma poi, per molto più tempo, diventa
senza dubbio il suo socio-amico, prima dell’improvvisa scomparsa. Lai e Petitti
hanno animato i venerdì sera di Roma a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila
e il loro rapporto, prima di tutto vissuto su uno scambio di vedute, pensieri e
bagagli culturali (non solo musicali), si è presto trasformato in
complementarità, forgiando Agatha ‒ questo il nome della serata.
Lai racconta bene il contesto sociale, utile a decifrare il successo di questa
esperienza. Perché Agatha ha preso piede mentre imperversava il filone mediatico
delle “stragi del sabato sera”, quelle in cui gli incidenti in macchina che
causavano le morti di alcuni giovani erano automaticamente associati al legame
tra le “nuove” droghe sintetiche, l’alcool e la musica elettronica (ai tempi
specialmente la techno). Oggi gli incidenti stradali costituiscono la prima
causa di mortalità giovanile, ma da molti anni non si sente più fare questo
collegamento, o quanto meno è sporadico, probabilmente perché si è sviluppata
una maggiore confidenza con la musica elettronica da dancefloor, all’epoca
svilita da molti.
Ciò detto, Agatha non ha trovato residenza in un club il cui unico scopo era il
profitto, ma al Brancaleone, uno dei tanti centri sociali attivi all’epoca, i
posti “più cool delle notti italiane”, i “più ambiti dove passare le notti del
weekend”, scriveva Maria Rosaria Spadaccino su L’espresso a novembre del 1999.
Ecco, la natura del luogo è fondamentale, perché prima di tutto ha permesso al
prezzo di ingresso alla serata di restare basso, poi alla selezione musicale di
andare ben oltre hit e ritmi immediati (martellanti o a cassa dritta, che dir si
voglia), anzi di scavare nelle scatole nascoste sotto i banconi dei negozi di
dischi londinesi, piene di rarità in edizione limitata di cui il duo andava a
caccia. Insomma, anche impegnandosi, era difficile includere nel filone
mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una
concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno,
a giudicare dalla risposta del pubblico.
> Anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi
> del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle
> discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla
> risposta del pubblico.
Tra i generi musicali proposti da questi due dj (nati usando il vinile in
un’epoca in cui stare dietro a una consolle non faceva ancora diventare star)
c’erano soprattutto drum and bass, jungle, trip-hop e big beat, tutti ritmi
urbani vivi ma ‒ a parte l’ultimo citato ‒ anche spigolosi o con quel DNA
plumbeo-inglese, tratti che non li rendevano sempre e comunque degli eccitanti
istantanei: per lo più si trattava di sonorità con cui bisognava fare lo sforzo
di entrare in sintonia. Petitti e Lai facevano una continua ricerca (fisica) di
musica nuova, propedeutica alla loro selezione di qualità al passo con i tempi,
e il pubblico aveva imparato in fretta a goderne, andando oltre gli umori che
trasmetteva, perché, appunto, si era creato un feeling diffuso tra le parti in
causa, tanto che ogni settimana i partecipanti alla serata erano tra i mille e i
millecinquecento, a volte anche duemila. Leggendo il libro di Lai, le stesse
persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare
l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto
all’esterno, non solo alle discoteche classiche.
Il racconto, in ogni caso, non vuole presentare questo appuntamento fisso per
gli appassionati di musica come un’oasi di quiete e amore. Anzi, il titolo del
libro nasce da un episodio spiacevole avvenuto durante una trasferta a Firenze,
quando sul palco è piombata una bottiglia di vetro lanciata dal pubblico per
protestare contro l’accensione delle luci e, dunque, l’imminente fine della
musica. La location era la stazione Leopolda, non un centro sociale, quindi non
poteva esserci lo stesso senso di “familiarità” e protezione che c’era al
Brancaleone o nei posti “fratelli”. Ma Petitti sembrava aver introiettato il
feeling generato da Agatha perché di fronte a questo pericoloso gesto di
protesta non si è spaventato, anzi ha sentenziato ‒ senza dubbio anche con
ironia ‒ che si trattava di “un pubblico meraviglioso”.
D’altronde il pubblico di Agatha, come specifica Lai scrivendo al presente, “è
parte fondamentale di quello che facciamo. Può essere generoso e crudele,
curioso e pigro, aggressivo e amorevole. Quel pubblico è la società, ma
accelerata. È meraviglioso perché stupisce ma è anche prevedibile”. Da quella
serata fiorentina in avanti, lo stesso Petitti ha deciso di chiudere ogni dj set
ripetendo al microfono questa frase che dà il titolo al libro. Nelle sue parole
c’era la consapevolezza che la violenza e la frustrazione potevano far parte del
pacchetto ma, in lui, restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad
ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti
istintivi, liberatori.
Alle spalle di questa serata che ha spinto in avanti la club culture italiana,
ci sono state anche delle operazioni di marketing che hanno portato i “circoli
più puristi” ‒ come scriveva il giornalista Luca Villoresi a ottobre del 2000 ‒
a definire il Brancaleone un “locale alla moda, con tanto di sponsor
multinazionali”. D’altra parte, passati pochi mesi dalla pubblicazione di queste
parole in un articolo della Repubblica, a Genova ci sarebbe stato il G8 e il
movimento “no-global” aveva iniziato da tempo la sua guerra contro l’amoralità
distruttiva e il violento cinismo delle multinazionali devote al capitalismo.
Lai, all’epoca fresco reduce da un periodo di lavoro come marketing & promotion
manager per due major discografiche, EMI e Sony, aveva una visione politica
vicina ai centri sociali ma meno dogmatica, più pratica, e, senza vendere la
loro creatura al miglior offerente, cercava di farla sostenere ‒ sempre in
accordo con Petitti ‒ da realtà il più possibile consapevoli e vicini allo
spirito di Agatha (dai marchi streetwear agli energy drink).
> Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una
> serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto
> fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche
> classiche.
Non a caso la serata aveva una comunicazione curata e creativa, a partire dal
logo (presente anche sulla copertina del libro), che ha contribuito al suo
successo. Ai tempi era un approccio più vicino a quello di realtà dell’Europa
del nord, dove mettere a frutto la propria passione non era giudicato sempre e
comunque un peccato. Aggiungere che Lai parla di Agatha come parte attiva del
“contro-clubbing” e rivendichi l’adesione ‒ in quell’anno tanto sciagurato
quanto cruciale che è stato il 2001 ‒ all’iniziativa Giradischi contro la
guerra, dà la misura di come le sfumature abbiano avuto un peso in questa
esperienza.
Un’esperienza di cui, naturalmente, viene raccontata anche la parabola
discendente: per descriverla Lai tira in ballo La società dello spettacolo
(1967) di Guy Debord. Perché “ogni gesto di rottura viene convertito in merce,
ogni differenza in intrattenimento. Il denaro banalizza le idee e banalizza le
persone. È la tensione dialettica della cultura sotto il capitale: prima viene
catturata, poi sterilizzata, infine rivenduta in forma di intrattenimento da
supermercato”. Agatha è finita nel 2006, poco dopo essere stata al centro di
attenzioni che avrebbero voluto convertirla in merce.
Passati i tragici fatti del G8 di Genova, i centri sociali, rispetto agli anni
Novanta, avevano perso un po’ di potere attrattivo, di capacità di coinvolgere
con lo stesso entusiasmo di prima (per forza di cose affievolito dagli eventi).
Forse anche per questo i responsabili del Brancaleone hanno voltato le spalle a
Lai e Petitti: i ritmi urbani underground erano ancora piuttosto vivi ma le
persone sempre più demoralizzate da un lungo e complesso conflitto
internazionale. A conferma di entrambi i lati di questa medaglia, si assistette
in quel periodo all’ascesa della dubstep, uno dei generi elettronici più oscuri
e ruvidi mai prodotti.
Il libro di Lai è sia un sentito omaggio al suo socio-amico sia una fiera
rivendicazione dell’importanza che ha avuto Agatha (ben ponderata, essendo
passati venti anni dal suo epilogo). Inoltre, contiene un crepitio di
riflessioni ‒ anche nate da confronti accesi tra i due ‒ che un po’ vanno ben
oltre la musica e un po’ dicono che la stessa musica può allontanarsi
radicalmente dal concetto di intrattenimento. Considerando che all’epoca
raccontata nel libro è seguita quella delle “dj star” e, successivamente, quella
delle/gli influencer basata tutta sui numeri che documentano le performance e,
di conseguenza, attivano chi investe, si capisce ancora meglio l’utilità di un
simile racconto.
> La violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma restava
> sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella
> musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.
Questo non vuol dire che dopo Agatha e la stagione d’oro dell’oscura dubstep sia
tutto finito, ma semplicemente che il sistema innescato dall’avvento dei social
media e delle piattaforme di streaming ha, magari indirettamente, ostacolato
molte realtà musicali stimolanti. Ciò che non performa viene ignorato, dunque
viene da chiedersi: oggi i fratelli e le sorelle di Agatha sono messe nelle
condizioni di avere gli stessi riscontri dell’epoca? Sicuramente le dinamiche
per avere delle opportunità sono cambiate e le nuove generazioni sanno bene come
affrontarle e sfruttarle.
Nell’ambito del clubbing bisognerebbe capire, però, se riescono a farlo come Lai
e Petitti, senza adeguare la musica ai diktat delle tendenze, oggi decretate non
più dai grandi network radiofonici ma dalle playlist editoriali. Di certo c’è
chi continua a non allinearsi, ma i cambiamenti radicali di questi ultimi venti
anni (soprattutto l’avvento dei social media e delle piattaforme streaming) non
possono che avere un peso enorme su chi discende dall’albero genealogico in cui
Agatha ha lasciato un segno.
L'articolo Un pubblico meraviglioso di Andrea Lai proviene da Il Tascabile.
“S ta facendo rimbalzare la palla!” esclamò il biologo Roland Anderson, parlando
al telefono con la collega psicologa Jennifer Mather. L’entusiasmo di quella
frase nasceva dalla natura del soggetto osservato: una femmina di polpo gigante
(Enteroctopus dofleini), in una vasca dell’acquario di Seattle, che si
intratteneva in maniera alquanto particolare con un flacone di pillole. La
cefalopode bloccava con le braccia l’oggetto e poi lo spostava con l’emissione
di un getto d’acqua verso l’estremo della vasca, da dove sarebbe poi tornato a
lei grazie alla corrente. Qualcosa di molto simile al far rimbalzare una palla.
Un comportamento inaspettato in un animale che fino a quel momento (il 1997) era
stato reputato intelligente e curioso, ma comunque lontano da mammiferi e
uccelli, in cui scienziate e scienziati avevano iniziato a riconoscere forme di
gioco. A partire da questo aneddoto e attraverso altre storie di animali e
ricercatori, nel suo libro Nel regno del gioco. Quello che ci rivelano sulla
vita i polpi che giocano a palla, le scimmie che si lanciano dagli alberi, gli
elefanti che fanno lo scivolo nel fango (2026), David Toomey affronta il
difficile compito di capire cosa sia il gioco e quali siano state le sue origini
e le sue funzioni lungo il cammino dell’evoluzione.
Toomey, docente di scrittura della University of Massachusetts Amherst, accetta
una sfida non semplice. Sappiamo ancora poco del gioco tra gli animali,
nonostante praticarlo e osservarlo nelle altre specie infonda in noi umani
stupore, divertimento e piacere. Oggi il suo studio ha conosciuto un nuovo
slancio, soprattutto negli ambiti della cultura animale e delle neuroscienze, ma
è rimasto trascurato fino a non molto tempo fa. Nessuna rivista specializzata,
nessun manuale, solo una manciata di volumi monografici sul tema. L’autore,
però, si approccia con fiducia alla sua impresa e a quella della comunità
scientifica:
> Il gioco degli animali, allora, non è solo l’ennesimo mistero scientifico ‒ si
> tratta piuttosto di una serie di misteri, per giunta diversi dalla maggior
> parte degli altri. I fenomeni al centro di molti misteri scientifici –
> l’entanglement quantistico e la materia oscura, solo per citarne due – sono
> abbastanza distanti dalla nostra vita quotidiana. Il loro studio richiede
> conoscenze specialistiche e magari una strumentazione importante e costosa. Il
> gioco degli animali, invece, è tutt’attorno a noi, ogni giorno sotto i nostri
> occhi. Per studiarlo non ci serve un dottorato, non abbiamo bisogno di un
> acceleratore di particelle. Dobbiamo soltanto osservare un animale e
> prestargli attenzione.
Eppure, nello scorrere delle pagine, diviene sempre più evidente come questa
materia sia tanto entusiasmante quanto complessa. Lo è dal primo passo: definire
cosa sia il gioco. Nel corso dei decenni e degli studi, è stato descritto
attraverso caratteristiche differenti, in alcuni casi sovrapponibili tra loro,
altre volte tali da ampliare o restringere il numero di specie in grado di
soddisfarle. Negli anni Ottanta del Novecento, secondo l’etologo Robert Fagen,
il gioco comprendeva un insieme molto ampio di comportamenti che non hanno uno
scopo immediato di sopravvivenza o competizione, come le lotte e gli
inseguimenti amichevoli tra individui, i movimenti eseguiti da soli in
condizioni di sicurezza, la ripetizione di azioni già apprese con piccole
variazioni e sperimentazioni, e le interazioni con gli oggetti dopo una prima
fase di esplorazione.
> Si è ipotizzato che il gioco possa essere una preparazione per la vita adulta,
> un addestramento all’imprevisto, un supporto sociale, un modo per esercitare
> il corpo e sviluppare il cervello. Ad oggi, però, sembrano non esistere
> risposte univoche.
In quegli stessi anni, gli studiosi Marc Bekoff e John A. Byers classificarono
il gioco come un’attività motoria che compare dopo la nascita, senza un
apparente scopo immediato, durante la quale gli animali eseguono schemi motori
che impiegano anche in altri contesti, ma in forme modificate e in sequenze
diverse da quelle abituali. Nel 2005 lo psicologo Gordon Burghardt tentò di
inquadrarlo attraverso cinque requisiti: il gioco deve essere non funzionale nel
contesto in cui viene espresso, volontario, esagerato, caratterizzato da
movimenti ripetuti non stereotipati ed eseguito da un individuo ben nutrito, al
sicuro e in buona salute. Capire perché l’evoluzione abbia favorito il
comportamento ludico è una questione ancora più sfuggente che stabilire che cosa
sia. È stato ipotizzato che possa essere una preparazione per la vita adulta, un
addestramento all’imprevisto, un supporto per il miglioramento dei legami e
delle competenze sociali, un modo per esercitare il corpo e sviluppare il
cervello. Ad oggi, però, sembrano non esistere risposte univoche, solo indizi a
carico delle diverse teorie.
> Il pregio maggiore del saggio sta nel mettere ancora una volta in discussione
> i confini tra le specie. Il gioco (così come la cultura) non è un’esclusiva
> umana.
Nella sua indagine, Toomey si addentra nelle ricerche di scienziate e scienziati
e gode delle storie di animali, anche molto diversi tra loro, sorpresi o
analizzati mentre sono impegnati proprio in quello che sembrerebbe gioco.
Suricati, piccoli mammiferi dell’Africa meridionale, che lottano tra loro;
maialini che corrono e si lasciano cadere sul dorso; giovani eritrocebi, scimmie
dell’Africa centrale dalla lunga coda, che si lanciano dai rami di un albero per
atterrare di pancia su un’area erbosa. Ma anche bombi che si divertono con una
sfera di legno, pesci che si rilassano con finti inseguimenti in acqua e varani
di Komodo che mordono e scuotono scarpe, similmente ai nostri cani. Giocano i
cuccioli e i loro genitori, i maschi e le femmine, anche se, magari, in
proporzioni diverse: si inseguono e lottano i lupi adulti, le madri gorilla
dondolano i propri piccoli, li coinvolgono in quello che noi chiamiamo
“bubù-settete” e li sostengono con i piedi in aria, simulando il volo di un
aeroplano, come accade tra noi Homo sapiens.
La bussola dell’autore in questo turbinio di studiose e studiosi, animali,
racconti, ipotesi ed esperimenti, è l’analogia tra gioco e selezione naturale:
> Entrambi, l’uno e l’altra, sono privi di un fine, ininterrotti, aperti, e a
> ogni loro singolo stadio provvisori. Nel breve periodo, entrambi sono
> scialacquatori e ridondanti al punto da sconfinare nell’eccesso. Entrambi
> sperimentano, producendo molti risultati inutili o nocivi, ma anche
> generandone alcuni che con il tempo si dimostrano benefici e necessari.
> Entrambi portano ordine dal disordine, stabilendo pattern fondamentali che
> vengono poi riplasmati e riutilizzati, ma raramente scartati del tutto.
> Entrambi creano bellezza, e mantengono in equilibrio dinamico le forze della
> competizione e della cooperazione. Entrambi fanno leva sull’inganno. Ed
> entrambi possono operare senza avere una forma materiale.
Il legame tra gioco e selezione naturale è il filo rosso che percorre l’intera
opera e che sembra ne preservi l’organicità. I capitoli dedicati alla cultura e
al sogno risultano, invece, leggermente slegati e rallentano il ritmo della
lettura per quanto possano essere accattivanti, soprattutto per chi è estraneo
all’etologia.
> Chi è coinvolto nell’attività ludica diviene consapevole delle capacità
> dell’altro, ne conosce i punti deboli, ne previene le mosse, cerca di mettersi
> nei suoi panni in maniera spontanea. Apprende qualcosa su come sia essere
> l’altro.
Nel regno del gioco conduce lettrici e lettori nei territori poco esplorati di
un settore della ricerca sul comportamento animale che, in futuro, potrebbe
riservare molte sorprese. Il pregio maggiore del saggio sta, però, nel mettere
ancora una volta in discussione i confini tra le specie. Il gioco (così come la
cultura) non è un’esclusiva umana. Un insetto, un mollusco e un cane possono
provare piacere come noi nel manovrare una palla. Questa riflessione si spinge
oltre: come suggeriscono gli studi dell’etologa Elisabetta Palagi
sull’interazione interspecie tra cani e cavalli, il gioco diviene un mezzo per
“colmare l’abisso” tra animali che, a un primo sguardo, sembrerebbero molto
diversi. Chi è coinvolto nell’attività ludica diviene consapevole delle capacità
dell’altro, ne conosce i punti deboli, ne previene le mosse, cerca di mettersi
nei suoi panni in maniera spontanea. Apprende qualcosa su come sia essere
l’altro.
David Toomey scrive nelle ultime pagine:
> Per esempio noi e un border collie, tirandoci una palla: perché fintanto che
> durano lancio e recupero, noi mettiamo da parte tutte le preoccupazioni su
> scadenze e responsabilità; e l’animale, allo stesso modo, ignora i suoi
> consueti interessi canini, magari una sete incipiente o uno scoiattolo nelle
> vicinanze. Lanciare e riprendere, riprendere e lanciare: le nostre identità di
> cani ed esseri umani perdono significato e il diaframma linneano che ci
> separa, quale che sia, si dissolve. Per un lungo istante, un istante che
> sembra senza tempo ed eterno, noi non siamo più esseri umani o cani sul prato
> di un parco cittadino; siamo solo due creature che stanno giocando.
L'articolo Nel regno del gioco di David Toomey proviene da Il Tascabile.
I n un tempo in cui l’innovazione tecnologica vive in maniera aderente al
concetto di progresso all’interno di logiche sempre più accelerazioniste e
turbocapitaliste ecco che l’Europa ‒ oggi bloccata a mezza strada tra un passato
colmo di contraddizioni e un futuro che pare decisamente meno roseo e ancor meno
progressivo per i propri abitanti ‒ sembra iniziare a elaborare quanto meno cosa
sia per lei il progresso, partendo da quando ancora l’innovazione tecnologica
aveva alla sua base l’uso di un’industria pesante, quella dell’acciaio come
quella del cemento.
Solitamente questi temi vengono affrontati e declinati all’interno di
discussioni tra manager ed economisti che devono tirare le fila di fronte a una
produzione industriale desueta e sempre più difficilmente in grado di convivere
con quelli che sono gli standard ambientali e sociali europei, ma ecco che
proprio la letteratura ‒ oggi sempre più considerata come uno strumento desueto
per comprendere l’esistente ‒ sembra cogliere invece alla radice lo sconforto,
la malinconia e lo smarrimento di una generazione che si trova a dover fare i
conti con un passato che reclama giustizia, ma soprattutto che riporta a un
presente dentro al quale il gioco al ribasso ha ormai consumato ogni ambizione e
ancor più ogni desiderio.
> Proprio la letteratura ‒ oggi sempre più considerata come uno strumento
> desueto per comprendere l’esistente ‒ sembra cogliere invece alla radice lo
> sconforto, la malinconia e lo smarrimento di una generazione che si trova a
> dover fare i conti con un passato che reclama giustizia.
La diga (pubblicato dall’eroico e virtuoso Prehistorica Editore, con la puntuale
traduzione di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella) ‒ scritto a quattro mani da due
autrici francesi di primo piano come Maylis De Kerangal, già autrice tra gli
altri dei romanzi Riparare i viventi (2015) e Corniche Kennedy (2018), e da Joy
Sorman di cui sempre Prehistorica Editore porterà in libreria a breve Il
testimone ‒ è un romanzo sull’assenza e sulla perdita di quel qui e ora su cui
si basa ossessivamente la nostra quotidianità, tra tracciabilità assoluta e
connessione permanente.
Il protagonista, l’ingegnere Tomi Motz è stato mandato dalla sua ditta a fare
dei sopralluoghi alla diga di Seyvoz (ispirata alla vera diga di Chevril, come
indica Luca Scarlini in postfazione al volume), ma subito avverte che qualcosa
non torna. Il suo appuntamento viene rimandato senza una chiara spiegazione e
anzi si trova ad inseguire una macchina con a bordo una giovane donna dai
capelli rossi che svanisce come nel nulla lungo la provinciale. Ma questo è solo
l’inizio di una lenta e inesorabile perdita di ogni riferimento. La
contemporaneità si scioglie davanti agli occhi di Motz, dando vita a visioni
lisergiche e a improvvise perdite di coscienza e soprattutto alla scomparsa di
quel sonno regolare su cui si basa da sempre la sua vita.
Una tragedia è in corso, ma sembra non palesarsi mai per davvero, come un peso
nel fondo dell’anima che confonde il sonno con la veglia e apre a Metz inedite
riflessioni sulla propria esistenza e sulle decisioni prese nel proprio passato.
Ecco che ritornano attorno alla montagna deformata dall’uomo, a quel villaggio
cancellato dalla costruzione della diga che ne ha comportato l’allagamento, le
ragioni del passato, non meno urgenti e attuali di quelle di un futuro che
ancora non esiste.
> Una tragedia è in corso, ma sembra non palesarsi mai per davvero, come un peso
> nel fondo dell’anima che confonde il sonno con la veglia e apre al
> protagonista inedite riflessioni sulla propria esistenza e sulle decisioni
> prese nel proprio passato.
Passato e futuro sono due immaginari che colgono alla sprovvista l’animo di Tomi
Motz, lettore di Flaubert e ora insonne senza pace: “Al risveglio, Tomi ha
aperto le tende con apprensione. Anche se lì fuori tutto era tornato in ordine,
un certo malessere aleggiava nella stanza”. E con quel malessere deve iniziare a
convivere l’ingegnere. Davanti a lui si pone la fine di un mondo nella sua forma
di realtà. Il romanzo vive su un doppio binario e con l’uso di due colori. Se da
un lato si assiste alla ricerca di un senso e di una possibilità di fuga che sia
anche una nuova forma del reale da parte di Motz che tra l’altro ricorda in
parte gli eroi del Nouveau roman, ecco che improvvisamente s’inseriscono ‒ in
quello che appare come un lungo monologo interiore ‒ pagine in inchiostro blu.
Lì riemergono infatti le storie di chi fu costretto a fuggire e ad abbandonare
il paese in seguito alla costruzione della diga: “Il lago si riempie al ritmo di
un metro al giorno, il livello sale, qua e là compaiono pozzanghere sospette,
modesti bacini d’acqua che si espandono, crescono, riempiono le buche e
preannunciano l’inondazione ormai prossima. L’indomani il cielo è di un blu
scuro slavato, striato da nuvole filiformi, è la fine”.
La diga è un romanzo che coglie il vuoto di un’esperienza tecnologica che ha a
lungo messo sotto scacco la natura sotto forma di progresso, ma ora che proprio
quei gesti non solo hanno spazzato via e distrutto comunità secolari, ma hanno
prodotto una natura ancora più avversa di quella che si voleva dominare, ecco
che comprendere la realtà e le sue dinamiche appare come un salto nel vuoto. Una
perdita totale di riferimenti là dove il bene e il male sembrano confondersi in
continuazione. L’umano viene così costretto a ritornare in relazione con il
mondo naturale, perché a guastarsi non è in realtà l’ambiente, ma tutto quello a
cui l’umano ha dato forma per deformare e assoggettare a sé il mondo riducendolo
al proprio servizio. Questo schema salta e appare ancora più evidente là dove la
tecnologia degli anni Sessanta, del ricco boom europeo post Seconda guerra
mondiale, s’imponeva con le cosiddette e ancora oggi tanto desiderate grandi
opere. Ecco che questi elementi introdotti nel mondo naturale arrivano ora a
generare, se non dei veri e propri disastri o tragedie, una distonia che si
riflette nell’incapacità di riconoscere sé e il mondo e di conseguenza sé stessi
all’interno del mondo stesso.
Sono minimi slittamenti quelli che influiscono sullo stato percettivo di Tomi
Motz, come se piano piano vivesse all’interno di un lungo scivolamento dove il
sonno finisce per coincidere con la veglia e viceversa. La diga ha la forma di
un breviario, un romanzo filosofico capace di contenere un disagio che non ha
bisogno di esplodere per denunciare la tragedia, perché la tragedia è già in
corso e vi si è tutti immersi, aguzzini e vittime senza alcuna possibile
distinzione. Si tratterà così di quattro giorni dentro i quali Tomi Metz perde
totalmente il controllo di sé davanti al blu opaco e buio del lago, come una
gelatina da cui appare chiaro che sarà impossibile uscire una volta immersi: “La
paura gli batte nel corpo, picchia dalle tempie allo stomaco, sto diventando
pazzo? Il sogno che ho dimenticato, sarà mica quest’incubo? Per le strade non un
rumore, nulla si muove, e i muri sono sempre lì, a tappare gli edifici, hanno
nascosto gli abitanti, e non c’è un buco che sia sfuggito alla scomparsa”.
> La diga ha la forma di un breviario, un romanzo filosofico capace di contenere
> un disagio che non ha bisogno di esplodere per denunciare la tragedia, perché
> la tragedia è già in corso e vi si è tutti immersi, aguzzini e vittime senza
> alcuna possibile distinzione.
Basterà tornare a Parigi perché Tomi Motz possa rimettere tutto in ordine nella
propria testa? La diga chiama a un’analisi collettiva, a una presa in carico di
una responsabilità che sia nuovamente pubblica e sociale in un tempo in cui
l’individualità prevale con l’unico risultato di consumare ogni individuo piano
piano, uno alla volta. Un romanzo importante, un testo capace di mostrare in
maniera plastica e matura la mutazione dentro cui siamo immersi, ma che
probabilmente non abbiamo mai voluto o a cui non prestiamo la dovuta attenzione.
La fine non riguarderà mai il mondo sembra indicare La diga, ma solo ogni umano
fino a trasformare l’intera umanità in un coacervo di esseri fragili e
totalmente incapaci di comprendere il senso stesso della propria vita.
L'articolo La diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman proviene da Il Tascabile.
C alifornia suburbana, proletaria. Acciaierie, ferrovie, autostrade. Una camicia
di flanella da boscaiolo. Baffi folti e arruffati. Lo scorso 10 marzo
l’eccentrico marxista Mike Davis avrebbe compiuto ottant’anni. La sua è una di
quelle vite che sembrano uscite da un romanzo. A sedici anni muore il padre. Per
vivere si arrangia come macellaio, camionista, muratore. Inizia quindi
l’attivismo politico che non abbandonerà mai. In mezzo, alcool, macchine rubate
e corse clandestine. Una di queste gli costa un grave incidente e una cicatrice
di trenta centimetri.
Poi arriva l’incontro della vita, un amore a prima vista: Marx (altro che Martin
Eden). Quasi trentenne torna all’università e completa gli studi. Più tardi
otterrà una cattedra alla University of California. Nel frattempo cinque
matrimoni e venti libri tradotti in tutto il mondo – tra cui i celebri City of
Quartz, Ecology of Fear, Late Victorian Holocaust. Poco prima di morire
confessa, tra rimorso e incazzatura, un rammarico: non essere morto in battaglia
o su una barricata. Insomma, il barometro segnala un livello di street
credibility particolarmente elevato.
Recentemente DeriveApprodi ha ripubblicato, nella collana Materialismi, uno dei
suoi testi più singolari: Città morte. Storie dal sottosuolo metropolitano, in
un’edizione che aggiorna e amplia quella uscita nel 2004 per Feltrinelli. Il
libro è pletorico. Si tratta di diciotto capitoli, originariamente saggi
autonomi, che accumulano immagini da romanzo di fantascienza sovraccarico di
inverosimiglianza: crisi economiche, ecocidi, proliferazioni nucleari, pulizie
etniche, riscaldamento globale, peste, carestie, siccità, incendi. Tra tutti gli
sconvolgimenti ambientali, ciò che più ha colpito Davis sono gli orsi polari
ermafroditi: meno appariscenti e spettacolari, gli orsi rappresentano, secondo
l’autore, uno dei segnali più spaventosi dell’alterazione della biosfera.
A tenere magistralmente insieme estensioni ed escursioni contenutistiche è una
regia attenta, curata, pulita. Il ritmo narrativo è incalzante. Pur trattandosi
di un testo vasto, Città morte si legge, come suol dirsi, d’un fiato: cadenzato
da sequenze narrative brevi e cariche emotivamente, innervate da espressioni
giocose se non irriverenti. È in questo senso che Giovanni Semi, nella
prefazione, coglie bene uno dei tratti essenziali di Davis quando lo descrive
come uno dei narratori più potenti e affascinanti di un mondo urbano impastato
di incubi e speranze, devastazione e rinascita, controllo sociale e zone
autonome. Insomma, troviamo in Davis un repertorio non strettamente academically
correct che spazia dal lapidario e di gaddiana memoria “nano maligno” per
Goebbels, a costruzioni più ampie: “Las Vegas è un campo base importante per le
divisioni corazzate di giocattoli motorizzati (dune-buggies, motociclette da
cross, speed-boats, moto d’acqua e simili) che ogni fine settimana dichiarano
guerra al fragile ecosistema del deserto”.
Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in
Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla
vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: il momento
in cui non esiste più un altrove dove scaricare gli scarti del sistema.
L’illusione dello scarico non funziona più e la merda galleggia tra di noi.
Benvenuti nella discarica del reale.
> Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in
> Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla
> vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: benvenuti
> nella discarica del reale.
Il centro della sua analisi resta anche qui, come in tutta la sua opera, la
metropoli americana. Los Angeles e Las Vegas (“il capolinea della storia
dell’Occidente”) sono il suo laboratorio privilegiato, epitomi delle
trasformazioni del capitalismo urbano, “un immenso gioco, una partita infinita
tra giocatori privilegiati in cui lo Stato interviene soprattutto in veste di
croupier”. Si tratta di città assunte alla stregua di frattali teorici
attraverso cui captare le logiche e gli effetti dell’avanzare del neoliberalismo
di cui, già negli anni Novanta quando Davis scrive questi saggi, appare evidente
la disfunzionalità. Contro i dogmi dell’economia neoclassica e contro la moda
della public choice theory, l’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo
economico controllato dalle corporation, in un mercato frammentato da governi
locali deboli e in competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente.
Una disfunzionalità che innesca un ciclo vizioso, entro cui si colloca, appunto,
la profonda crisi che tuttora contrassegna le metropoli postindustriali. In
questo movimento di liberalizzazione e disinvestimenti federali, Davis vede la
causa della ghettizzazione postmoderna, nonché la crescita della criminalità,
degli scontri razziali, ecc. Gettata in uno stato hobbesiano, la città finisce
per avere come “unica strada per la redenzione”, nelle idee dei fan del libero
mercato, “una combinazione di militarizzazione e privatizzazione”.
Insomma, tra tagli della spesa pubblica (se “non esiste un college pubblico
nelle vicinanze e, a livello procapite, lo spazio ricreativo è una frazione
minima […], non sorprende che molti ragazzi, traditi da scuole inadeguate e
predestinati a lavori di sfruttamento, scelgano, invece, di unirsi alla fiorente
sottocultura delle gang”) e crescenti polarizzazioni sociali (“è il decadimento
accelerato del settore pubblico che spiega meglio le crescenti tensioni tra le
diverse comunità etniche”), la soluzione conservatrice porta dritto all’economia
della paura, ovvero “il complesso delle aziende militari e di sicurezza che si
affrettano a sfruttare l’esaurimento nervoso nazionale, ingrasserà in mezzo alla
carestia generale”.
La paura, naturalmente, ha rimodellato la vita delle città americane, facendo
della sicurezza un servizio urbano a tutti gli effetti, come l’acqua, l’energia
elettrica e le telecomunicazioni (a tal proposito si pensi all’uso razzista
della parola maranza in atto soprattutto da parte della destra italiana). Siamo
nei paraggi di quel processo che Étienne Balibar ha definito “neo-colonizzazione
del centro”: una riproduzione sociale e un controllo di un esercito a basso
salario che come effetto ha una perversa “reindustrializzazione” frutto della
combinazione fra offerta infinita di manodopera immigrata dal Messico e
dall’America Centrale e terrorismo ambientale; il rifiuto sdegnoso cioè
“dell’ipotesi di non vivere al di sopra dei propri mezzi” esternalizzando i
danni.
> L’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo economico controllato dalle
> corporation, in un mercato frammentato da governi locali deboli e in
> competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente.
Riprendendo e variando il tema dell’apprendista stregone, il capitale appare qui
come un’entità che ha dispiegato forze che ora gli si rivoltano contro in quella
che Davis (rifacendosi a James O’Connor) chiama la “seconda contraddizione del
capitalismo”, una contraddizione effetto dell’“esternalizzazione, da parte dei
singoli capitali, dei costi sociali e ambientali che, come un esercito di
fantasmi, ritornano a perseguitare il Capitale nel suo complesso. Sebbene le
comunità locali di lavoratori siano le prime vittime del degrado ambientale,
O’Connor sostiene che l’espansione urbana incontrollata, l’inquinamento, la
deforestazione e il riscaldamento globale diventano infine vincoli alla
redditività globale”.
Ma l’orizzonte di Città morte è assai ampio: non mancando studi della
distruzione programmaticamente classista di Berlino voluta da Churchill (il 95%
degli iscritti al partito nazista è sopravvissuto alla guerra, riporta
l’autore), oppure indagini su genealogie alternative dei movimenti di protesta
degli anni Sessanta. Con agilità funambolica e sfavillio proteiforme, Davis
attraversa continuamente scale diverse, dal sociale all’economia e dall’ecologia
alla storia, setacciando i capolavori del cinema e della letteratura. Il
risultato è una vera e propria macchina analitica costruita per accerchiare il
capitalismo nel suo movimento totalizzante. Davis rischiara la caligine
depositata sui concetti che utilizziamo per fare esperienza del reale,
dissolvendo immagini incrostate, taken for granted – quello che Bourdieu
chiamerebbe “inconscio culturale” o “trascendentale storico”.
Non stupisce che gli sia stato rimproverato un certo eclettismo. Eppure ciò che
tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un marxista
tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza alcun rispetto
per il lindore mitteleuropeo. È una scrittura che viola deliberatamente il bon
ton della scrittura accademica per mettere il lettore di fronte al mondo nella
sua brutalità, nella sua mancanza di alternative, in cui la luce che
intravediamo in fondo al tunnel non è altro che un treno in collisione d’arrivo.
Il principale obiettivo che Davis si pone in questo assemblaggio caleidoscopico,
così appassionato e polemico, è dimostrare che fenomeni apparentemente naturali
– dai disastri ambientali alla crisi delle città post-industriali – non sono
“catastrofi, eventi insoliti, eccezionali”, ma risultati di precise strutture
socioeconomiche. In altre parole, Davis non ha paura di fare ciò che Fredric
Jameson ha sempre indicato come il gesto critico fondamentale: storicizzare
sempre. E tutto. La sua operazione potrebbe essere definita, con un apparente
ossimoro, una ”de-naturalizzazione della Natura”. L’ontico ecologico non viene,
pertanto, trattato semplicemente come risultato naturale inevitabile, ma come
prodotto storico, esito di specifiche trasformazioni economiche nell’epoca in
cui l’uomo è diventato il “principale agente geomorfico”. Non sorprende, dunque,
che su questa via Davis si scontri apertamente con il pensiero liberale,
antimaterialista, la cui ”strategia dominante è quella di reificare [il
particolare evento climatico-storico] come una forza virtualmente soprannaturale
che è esterna alla storia e le cui conseguenze umane non hanno alcuna matrice
sociale”, che fa tutt’uno con “il rifiuto neoliberale di riconoscere le reali
condizioni di disuguaglianza”.
> Ciò che tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un
> marxista tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza
> alcun rispetto per il lindore mitteleuropeo.
Vediamo così in azione il doppio movimento dell’ideologia come descritto da
György Lukács nel primo capitolo di Storia e coscienza di classe. L’ideologia,
afferma Lukács, non solo eleva qualcosa di contingente a necessità, ma respinge
come deviazione contingente qualcosa che appartiene alla necessità costitutiva
di un dato spazio. Mutatis mutandis, è lo stesso atteggiamento che il
liberalismo rivolge verso il “fascismo archeologico” (Pasolini) e al
“post-fascismo” (Enzo Traverso), anch’essi, così come i disastri ecologici,
trattati come anomalie e incidenti di percorso evitabili purché si revisioni di
volta in volta la macchina. Ma è proprio qui che si annida l’errore. Non si
tratta di malfunzionamenti del sistema. Al contrario: si tratta di esiti
immanenti allo stesso modo di produzione, quando questo è, per dirla con Adorno,
“all’altezza del suo concetto”. E, per completare il duo, Horkheimer affermava
che non si può parlare del fascismo (o, nel nostro caso, di disastri ambientali)
senza parlare del capitalismo.
Da qui il bisogno di tracciare un quadro riportando i fenomeni alla loro
matrice, vale a dire totalizzando e indicando i rapporti di potere, in una
“ricapitolazione parziale” (Sartre), nel tempo in cui a egemonizzare il campo
epistemologico è un’idea destrutturante, de-dialettizzante, e così via, in
un’ostilità verso il concetto di “totalizzazione” che Fredric Jameson leggeva
come un rifiuto sistematico dei concetti e degli ideali della prassi come tale,
o del progetto collettivo. Davis sa bene che su questo terreno l’accusa di
economicismo è dietro l’angolo. Ma il suo obiettivo non è quello di costruire
una teoria della conoscenza (così come non lo era né per Lenin, né per Engels,
né tantomeno per Marx). Ci si dovrebbe invece interrogare sulle posizioni da cui
muovono tali critiche, spesso esito di quell’accademizzazione del marxismo
causata dall’annichilimento della dialettica dall’ideologia neoliberale. Se
infatti Marx aveva spostato l’attenzione della filosofia all’economia politica,
da Lukács e dalla Scuola di Francoforte in poi il rapporto si è nuovamente
invertito. Contro questa tendenza, la straordinarietà di Città morte non è da
rintracciare in un tema piuttosto che in un altro, ma nell’interazione delle
molteplici analisi condotte che, scrive l’autore, “convergono nell’obiettivo
politico e materialistico di una comprensione oggettiva della situazione storica
e sociale”.
D’altronde, Gramsci docet, il compito della teoria è proprio questo: rendere la
pratica più omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè
potenziandola al massimo. Non a caso l’autore della working class chiude la
raccolta con una frase che suona come un manifesto teorico:
“Quello che sta davvero succedendo è una sporca controrivoluzione ambientale.
[…] I successivi interventi statunitensi in Afghanistan e Colombia, così come lo
sventato colpo di Stato sponsorizzato da Washington in Venezuela, hanno
sfacciatamente seguito i percorsi (esistenti o desiderati) degli oleodotti. Per
quanto l’accademia possa ancora preferire la relatività esoterica del
testualismo postmoderno, il volgare determinismo economico – che inizia e
finisce con i superprofitti del settore energetico – detiene oggi i veri posti
di potere. Non abbiamo bisogno di Derrida per sapere da che parte soffia il
vento o perché il ghiaccio stia scomparendo”.
Da un certo punto in poi, come nota Slavoj Zizek, l’affermazione “È più
complicato di così”› può segnalare una mistificazione in corso. Si relativizza
un fatto evidente invocando contesti sempre più complessi, chiamando in causa
rapporti non lineari, causalità multiple e intrecciate, e così via, fino a che
non si neutralizza la portata del problema e delle sue soluzioni, cancellando
cioè le tracce della produzione. Per questo, a volte, l’operazione critica deve
fare il contrario: ignorare la falsa complessità e guardare ai numeri e ai
fatti, dialettizzare prassi e teoria. E in fondo il militante Davis non fa altro
che rimettere al centro la materialità dell’intero divenire economico-sociale,
cercando al tempo stesso di ricucire la frattura tra teoria e prassi prodotta
dal processo di totalizzazione del capitale medesimo.
L'articolo Città morte di Mike Davis proviene da Il Tascabile.
L ’Italia è il Paese più vecchio d’Europa e uno dei più vecchi al mondo. Al 1°
gennaio 2026, secondo i dati ISTAT, più di un quarto della popolazione ha
superato i 65 anni; se l’aspettativa di vita continua a crescere, gli anni
vissuti in buona salute aumentano più lentamente, e con essi si estendono le
condizioni di fragilità e dipendenza che accompagnano l’età avanzata: gli
anziani non autosufficienti sono oggi più di quattro milioni. Eppure la
questione della cura occupa una posizione marginale tanto nel dibattito pubblico
quanto nell’agenda politica, raramente affrontata come una delle sfide
strutturali poste dalla longevità contemporanea.
A farsi carico degli anziani sono soprattutto le famiglie. I servizi pubblici
intercettano soltanto una parte dei bisogni, concentrandosi prevalentemente
sulle situazioni di maggiore gravità, mentre l’indennità di accompagnamento,
principale misura economica a sostegno della non autosufficienza, supera di poco
i 500 euro mensili, una cifra largamente insufficiente a coprire il costo
dell’assistenza necessaria. Il resto continua a gravare, nella maggior parte dei
casi, su chi vive nella stessa casa.
In Curare stanca. Il riconoscimento del caregiving in Italia (2026),
l’antropologo e ricercatore Francesco Diodati porta al centro le esperienze di
chi assiste un familiare anziano, insieme ai luoghi in cui la malattia viene
affrontata, discussa e condivisa. Il volume nasce da una ricerca etnografica
condotta tra il 2018 e il 2021 nella provincia di Bologna. Diodati ha
frequentato per quattro anni un Caffè Alzheimer, un gruppo di auto-mutuo aiuto
rivolto ai figli adulti di genitori non autosufficienti e un corso di formazione
per assistenti familiari. Da questa presenza continuativa sono nate 55
interviste a caregiver, assistenti familiari, psicologi e facilitatori.
> In Italia gli anziani non autosufficienti sono oggi più di quattro milioni.
> Eppure la questione della cura occupa una posizione marginale tanto nel
> dibattito pubblico quanto nell’agenda politica.
La scelta del campo non è casuale: la ricerca si svolge in Emilia-Romagna, prima
regione italiana ad aver riconosciuto per legge, nel 2014, la figura del
caregiver familiare, in anticipo su un dibattito nazionale che, a distanza di
oltre un decennio, non ha ancora prodotto una legge quadro capace di definirne
diritti e tutele. In Italia i caregiver familiari ‒ che svolgono questa attività
a titolo gratuito ‒ sono quasi otto milioni di persone, di cui il 57% sono donne
e quasi la metà dedica all’assistenza più di venti ore alla settimana,
l’equivalente di un impiego part-time che si somma spesso al lavoro retribuito e
incide sul reddito, sul riposo e sulla possibilità di mantenere un’occupazione.
In un contesto che continua a interrogarsi su cosa significhi essere caregiver e
su quali forme di riconoscimento debbano accompagnare questo ruolo, Diodati
restituisce quindi voce e concretezza a chi sostiene quotidianamente il lavoro
della cura.
Ma nell’immaginario comune, e spesso anche nel discorso politico, occuparsi di
un genitore o di un coniuge non autosufficiente resta qualcosa che si fa per
amore, un’estensione naturale dell’affetto più che un lavoro. Diodati smonta
questa sovrapposizione mostrando come la scelta di accudire derivi spesso da
costrizioni economiche e trasformi la parentela in una strategia di
sopravvivenza.
> Tommaso: “In effetti è ciò che ho fatto: mi sono offerto gratuitamente di
> prendermi cura dei miei genitori. È chiaro che, se facciamo i conti in tasca,
> è stato anche un obbligo economico: se in due portavano a casa circa 1350 euro
> al mese di pensione e avrei dovuto prendere due badanti giorno e notte ‒
> perché una non ti basta, se hanno bisogno giorno e notte ‒ è chiaro che non
> era solo un’offerta volontaria”.
Le interviste raccolte da Diodati testimoniano una realtà in cui comunicare con
una persona che perde progressivamente il linguaggio, interpretarne i bisogni,
gestire terapie, visite, spostamenti e cambiamenti del comportamento richiede
strumenti che nessuno possiede in partenza, e che si costruiscono nel tempo,
spesso per tentativi ed errori, nel confronto con altri caregiver e con il
supporto dei professionisti.
> Prendersi cura di un genitore significa anche occupare una posizione
> relazionale nuova, difficile da abitare: il rapporto tra padri, madri e figli
> si ridefinisce attorno a bisogni e responsabilità che nessuno aveva immaginato
> di assumere.
È quello che succede, ogni settimana, al Caffè Alzheimer San Biagio di
Casalecchio di Reno, dove persone con demenza e familiari si incontrano con una
psicologa che modera gli incontri perché diventino uno spazio in cui le
difficoltà possono essere messe in comune senza vergogna. Se nelle conversazioni
la persona con demenza viene frequentemente descritta attraverso ciò che perde ‒
memoria, autonomia, capacità di esprimersi ‒ la psicologa invita il gruppo a
soffermarsi sulla soggettività, che continua a persistere oltre la malattia:
> Spesso ci chiediamo quanto la persona ammalata sia consapevole della malattia.
> Sono molto presenti a sé stessi e consapevoli della difficoltà anche se non lo
> sanno dire perché il linguaggio si impoverisce. È vero, come dite sempre, che
> la coscienza dipende dalla malattia, ma la malattia non mi toglierà mai la
> capacità di sentire come mi sento. […] Non smettono di essere persone con
> desideri, bisogni, voglia di uscire!
Molte delle storie raccolte da Diodati hanno per protagoniste donne che si
trovano, da un giorno all’altro, a prendere decisioni che cambiano la vita di un
genitore e a ridefinire, insieme a quella, anche la propria. Prendersi cura di
un genitore significa anche occupare una posizione relazionale nuova, difficile
da abitare: il rapporto tra padri, madri e figli si ridefinisce attorno a
bisogni e responsabilità che nessuno aveva immaginato di assumere, e che possono
capovolgere gerarchie consolidate, trasformando il figlio nel controllore del
genitore:
> Liliana: “Nella mia famiglia io sono la figlia maggiore, quella con il
> carattere forte. Io ho avuto sempre una relazione alla pari con mia madre, ma
> ora mi vede come il suo controllore, la figlia cattiva che punta il dito. Da
> un lato penso che lei abbia la demenza e sono superiore, ma dopo realizzo che
> non posso più parlare con questa persona, per cui che tipo di relazione posso
> costruire con lei? […] Sento di non ricevere molta comprensione da mia madre.
> Non si tratta di ricevere un ringraziamento da parte sua, ciò che mi tormenta
> davvero è che lei non riesca a capire il perché di certe decisioni”.
Accanto ai caregiver familiari, il libro segue le assistenti familiari, per lo
più donne straniere approdate al lavoro di cura attraverso percorsi spesso
informali e che, nei casi più favorevoli, riescono ad accedere a occasioni di
formazione e di regolarizzazione lavorativa. Molte vivono per anni nella stessa
casa delle persone di cui si occupano, all’interno di rapporti in cui la
prossimità fisica ed emotiva convive con una persistente vulnerabilità
contrattuale. A questa condizione si accompagna una duplice richiesta: da un
lato, le famiglie si aspettano una partecipazione affettiva che riproduca
l’intimità e la dedizione tradizionalmente associate ai legami di sangue;
dall’altro, i percorsi di formazione promuovono forme di distanziamento
professionale come strategia di tutela dal burn-out e dal logoramento emotivo.
Alina, ucraina, arrivata in Italia vent’anni fa, aveva già lavorato in nero come
addetta alle pulizie e come badante convivente prima di ottenere, attraverso uno
di questi percorsi, un contratto regolare necessario per il rinnovo del permesso
di soggiorno, un passaggio che non cancella, ma riduce soltanto in parte, una
condizione di ricattabilità di cui Alina stessa è consapevole: “noi abbiamo più
diritti e sappiamo più quello che è bisogno ma comunque c’è sempre che noi siamo
zitti perché abbiamo paura di perdere il lavoro”.
Le storie di Alina, Liliana e Tommaso mostrano come il lavoro di cura, sia esso
retribuito o informale, esponga frequentemente chi lo svolge a forme di
vulnerabilità e dipendenza che restano in larga parte invisibili. Per le donne,
che restano la maggioranza dei caregiver familiari, questo si traduce in
carriere interrotte, pensioni più basse, anni sottratti a sé stesse. Per le
lavoratrici straniere, nella dipendenza da un datore di lavoro che è insieme
l’unico accesso a un reddito e l’unico requisito per restare nel Paese. Le une e
le altre si trovano, da prospettive diverse, a sostenere un sistema che, nei
fatti, riconosce loro molto meno di quanto chieda.
> Le storie raccolte da Diodati mostrano come il lavoro di cura, sia esso
> retribuito o informale, esponga frequentemente chi lo svolge a forme di
> vulnerabilità e dipendenza che restano in larga parte invisibili.
La distanza tra il peso effettivo della cura e il suo riconoscimento trova eco
anche nel modo in cui il racconto del caregiving viene rappresentato nello
spazio pubblico. Le immagini più diffuse tendono infatti a oscillare tra l’epica
dei buoni sentimenti, fondata sull’abnegazione e sulla dedizione incondizionata
– si pensi al brano presentato da Simone Cristicchi al Festival di Sanremo 2025,
in cui l’accudimento assume i tratti di un gesto d’amore capace di assorbire
totalmente la fatica della cura – e la cronaca nera, che intercetta il tema
quasi esclusivamente attraverso gli omicidi-suicidi commessi da coppie o figli
logorati dall’isolamento.
Rimane in ombra la quotidianità concreta dell’assistenza, insieme alle
competenze mediche, psicologiche, relazionali ed emotive che richiede.
Scompaiono anche il tempo sottratto al lavoro retribuito e al riposo, i costi
economici, la frammentazione dei servizi e la mancanza di sostegni adeguati. Il
caregiving viene così raccontato come eccezione morale o come emergenza, mentre
resta fuori campo il sistema ordinario che lo rende possibile e che continua ad
affidare alle famiglie responsabilità decisive.
Nell’ultimo capitolo, la storia di Giovanni sposta la questione sul confine tra
legame familiare e lavoro retribuito. Dopo il fallimento dell’azienda in cui
lavorava, si iscrive a un corso per assistenti familiari analogo a quello
seguito da Alina. È disoccupato e da tempo si occupa della madre:
> Ho una madre che ha 93 anni, le voglio molto bene anche se ha un carattere
> particolare. Come la maggior parte degli anziani avrebbe difficoltà ad
> accettare una persona sconosciuta. Ero senza far nulla, non avevo mutui da
> pagare perché la casa me l’ha lasciata mia madre e lei aveva già raggiunto una
> certa età. […] Ho pensato che potessi fare quel corso e un giorno
> eventualmente sarei stato messo in regola da mia madre, visto che me l’aveva
> proposto più di una volta dato che non avrebbe avuto difficoltà a pagarmi.
Curare stanca sottrae il caregiving alla sfera dell’intimità domestica per
mostrarne la natura profondamente sociale e politica. Attraverso le esperienze
dirette, Diodati ricostruisce il funzionamento di una componente essenziale del
sistema di assistenza italiano, sostenuta in larga parte da lavoro gratuito o
scarsamente tutelato. Il libro rende visibile il costo di questa dipendenza,
distribuito in modo diseguale per genere, reddito e cittadinanza, ed evidenzia
come la tenuta del sistema continui a poggiare sulla disponibilità di chi,
all’interno delle famiglie, colma quotidianamente ciò che le istituzioni non
riescono a garantire.
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I n un mondo che si dice complesso e complicato, difficile da comprendere e
attraversato da radicali contraddizioni non fa per nulla male recuperare la
figura di un eclettico per eccellenza, sempre in disaccordo con il mondo e in
particolare con sé stesso, ma capace di intuizioni che hanno rivoluzionato la
cultura contemporanea e in particolare quella cinematografica, di cui fu il più
grande pioniere e teorico.
La figura di Sergej Ejzenštejn è infatti complessa, stratificata e capace di far
perdere al lettore ogni riferimento plausibile; Ejzenštejn fu tutto il cinema
moderno e la sua negazione, fu rivoluzionario e conformista, eretico e
allineato. Definire quindi semplicemente Ejzen. Opera buffa (2026, traduzione di
Claudia Zonghetti) come una biografia romanzata appare quasi un’ingenuità
rispetto al lavoro di scavo e decrittazione compiuto negli anni dalla scrittrice
tatara Guzel´ Jachina sulla vita del grande genio lettone. Jachina è autrice di
tre romanzi di cui due già tradotti in italiano, Zuleika apre gli occhi (2017) e
Figli del Volga (2021), che affrontano la storia russa e il suo rapporto con la
rivoluzione d’ottobre e in particolare con l’ideologia sovietica che porrà una
sorta di tappeto (polveroso) sulle diversità dei popoli, che si ritroveranno,
più ancora che con lo zar, sotto il dominio di un unico potere.
> La bellezza di Ejzen. Opera buffa, sta in particolar modo nel riuscire a
> trasporre in letteratura il pensiero di Sergej Ėjzenštejn, che insieme al
> mutare rapidissimo della storia russa di quegli anni restituisce al romanzo
> una vitalità e una frenesia da cui risulta difficile distaccarsi.
Scavare e riportare alla luce la molteplicità di quel mondo che da Occidente
appariva (e appare ancora oggi purtroppo) oltre che inscalfibile, vergato solo
di rosso è una delle qualità che più definiscono l’agire letterario di Guzel´
Jachina, a cui si aggiunge nel caso di Ejzen. Opera buffa una capacità mimetica
straordinaria, che riprende in altro modo i concetti visivi del regista di Riga
per riposizionarli sulla pagina scritta. Non va infatti immaginato il romanzo
come una classica ricostruzione biografica con l’aggiunta di elementi
sentimentali, anzi la bellezza di Ejzen. Opera buffa, sta in particolar modo nel
riuscire a trasporre in letteratura il pensiero di Sergej Ėjzenštejn, che
insieme al mutare rapidissimo della storia russa di quegli anni restituisce al
romanzo una vitalità e una frenesia da cui risulta difficile distaccarsi: “la
macchina da presa di Tisse valicò ‒ letteralmente, nel senso fisico del temine ‒
i limiti abituali della cinematografia . Prese il volo. Un volo precipitevole e
bizzoso. Si librava sopra le teste delle persone, si avvicinava per fissarle, si
allontanava godendosi la plasticità del fiume umano che scorreva giù per la
scalinata del porto fino alla riva”.
Far esplodere il cinema, urla come fosse un obbligo necessario Vertov. Il grande
schermo bianco viene immerso nella medesima ondata popolare della rivoluzione.
Il senso per la massa, l’uomo massa che sembra cogliere per la prima volta nella
storia il senso della propria appartenenza. Un urlo diffuso, un piacere
ancestrale, una liberazione voluta e inseguita per millenni che coglie ora la
gioventù agli albori del Novecento. Difficile aderire alla realtà e anche a
molta retorica successiva e non avvertire il senso di un movimento superiore che
fu nell’anima delle persone e che Sergej Ėjzenštejn arriva a portare su schermo
con una forza mai vista fino ad allora. Difficile anche non credere alla
rivoluzione quando la rivoluzione appare al cinema. Difficile non farsi attrarre
da un movimento che si mostra superiore e determinato, un glorioso avanzare. Un
sole dell’avvenire che non fu solo frutto di ideologia, ma che fu un sentimento
capace di coinvolgere e far desiderare.
Ed è nel desiderio e nella ricerca di un piacere nuovo e originario che prende
forma l’arte inseguita da Ėjzenštejn. Un flusso che s’infrangerà violentemente
sotto il peso di un realismo che diverrà assai opprimente, tanto più per la
generazione che in quella rivoluzione fu giovane e desiderante. Così ecco che
dal piacere, dal godimento prende corpo una paura panica nuova. Un terrore che
sembra appartenere a secoli passati e che invece rimbomba ora nelle sale delle
torture e degli interrogatori: “Pianse anche Ejzen, impalato in corridoio, in
mutande e a piedi nudi; e non erano le lacrime isteriche che quietano l’anima,
ma quelle amare degli adulti, quelle che l’anima la prosciugano e fanno stare
ancora peggio”.
> È nel desiderio e nella ricerca di un piacere nuovo e originario che prende
> forma l’arte inseguita da Ėjzenštejn. Un flusso che s’infrangerà violentemente
> sotto il peso di un realismo che diverrà assai opprimente, tanto più per la
> generazione che in quella rivoluzione fu giovane e desiderante.
Il risveglio è terribilmente feroce, ma non c’è via di scampo possibile, non
esiste la fuga, ma un ostinato stare, un presente che diviene assoluto
all’interno di una lotta nuova. Nel mezzo una nuova possibilità, la chiamata di
Hollywood, allora ancora in cerca d’identità e soprattutto pronta a tutto pur di
assicurarsi i più grandi registi dell’epoca. Il contratto è ricchissimo, ma le
divergenze sono, se possibile, anche maggiori e tutto s’interrompe nell’arco di
un anno. Per Ejzen arriva il soggiorno in Messico, il tentativo di un
documentario che verrà bruscamente interrotto dalla chiamata di Stalin, la
richiesta ‒ inappellabile ‒ è quella di fare ritorno subito a Mosca. Complice il
suo girovagare in Occidente, ormai Ejzen è inviso al regime, la sua fortuna
inizia ad abbandonarlo e la sua libertà creativa viene messa continuamente in
discussione, fino allo sfinimento, fino a lasciarlo sempre più ai margini,
malato e fragile:
> Dopo l’infarto alla Casa del Cinema, Ėjzenštejn vive altri due anni, ma lui
> per primo non riesce a chiamarli vita. È sopravvivenza, niente di più. È
> l’epilogo di un romanzo. Come quando, a riprese ultimate, l’attore non riesce
> a uscire dal ruolo e resta nel personaggio per qualche minuto ancora, pur
> rendendosi conto che lo “Stop!” finale è già risuonato e la telecamera è ormai
> spenta.
Guzel´ Jachina s’inscrive nel solco di una letteratura storica contemporanea che
però sceglie l’immedesimazione critica alla ricostruzione strettamente
cronologica degli eventi, che qui risultano deformati non tanto nei fatti, ma
nell’ottica. Un’espansione che in questo caso traduce in pagina la teoria
cinematografica di Ejzen. Un gioco capace di sedurre il lettore, ma che al tempo
stesso ‒ riducendo al minimo ogni elemento didascalico ‒ risulta capace di
offrirgli un campo di visione amplissimo, che va dal carattere alle idee,
all’umanità intrecciata a un’intimità svelata e a una visione politica e
pubblica di sé e della sua arte. Un lavoro che richiede precisione e uno scavo
d’archivio approfondito insieme a un’ossessione e a un legame affettivo profondo
con il protagonista da parte dell’autrice, da cui necessariamente deve poi
distaccarsi una volta messo in pagina.
Ed è qui che prende forma un movimento di rispecchiamento dentro al quale
inevitabilmente risultano coinvolti anche i lettori. Una letteratura che va ben
oltre la narrativa storica e i suoi appiattimenti e che regala personaggi
letterari inediti pur originandosi da figure storiche, similmente a quanto
accade nei libri di Jean Echenoz o di Edgardo Franzosini. Impossibile non
restare così sedotti da una delle figure più enigmatiche e geniali del
Novecento, la cui vita non andò oltre i cinquanta anni e che oggi ‒ a quasi
ottanta anni dalla sua scomparsa ‒ appare vivida e centrale per comprendere la
crisi che sembra attraversare quel mondo come il nostro: “Pensi di farcela tu,
di cavartela, di scamparla? Di essere l’unico che riuscirà? Provaci”.
L'articolo Ejzen. Opera buffa di Guzel´ Jachina proviene da Il Tascabile.